Del Debbio flop ed estetica in TV

Del Debbio, con Quinta colonna su Rete 4,  fa meno ascolti di Formigli su La7. Lo riportava avantieri  Libero.it (Del Debbio perde la gara di ascolti). Nemmeno un punto di share di differenza (Del Debbio 4,5%, Formigli 5,3%), ma basta e avanza per stilare classifiche di merito e decretare il successo o il flop di un programma. Ormai non conta più la qualità, ma lo share. Se il Grande fratello fa il 30% di share e milioni di telespettatori che lo seguono, significa che è un ottimo programma (così sostengono gli analisti e tutti quelli che su quel programma ci campano). Ovviamente nessuno si pone il problema della qualità e del fatto che quei milioni di spettatori possono essere (anzi, per me lo sono senza possibilità di errore) degli autentici imbecilli. Ma non si può dire, altrimenti vi accusano di essere degli “hater” o odiatori. Gli “odiatori” o Haters (termini inventati di recente, da usare come infamanti accuse per mettere a tacere tutti gli oppositori non allineati al pensiero politicamente corretto e critici nei confronti della demenzialità mediatica e gossipara), per i detentori della superiorità morale, sono tutti coloro che criticano la scellerata ideologia sinistra e non sono omologati al pensiero unico buonista, terzomondista, multietnico boldrinian-bergoglian-kyengista; quelli, altrimenti detti, populisti, xenofobi, omofobi e fascisti. Ma questa è un’altra storia.

Ma non tutti quelli che esprimono giudizi negativi sono Haters o Odiatori. C’è una differenza sostanziale, che è bene tener presente per evitare complicazioni e querele, che si spiega solo con la doppia morale che la sinistra ha in dotazione di serie. Te la consegnano al momento dell’iscrizione: tessera del partito, patentino di superiorità morale, distintivo di “tuttologo” detentore della verità assoluta e licenza di doppia morale, da usare a piacere. A cosa serve? Facciamo un esempio pratico. Se Calderoli dice che quando vede Cécile Kyenge pensa ad un orango (oltre ad essere subito catalogato come Haters e Odiatore)   è un gravissimo insulto razzista per il quale viene querelato e deve pure pagare i danni. Se invece Nichi Vendola dice che Berlusconi è un cancro della politica, Travaglio dice che è un suo diritto odiarlo e augurarne la morte e Di Pietro dice in Parlamento che è un serpente a sonagli, quella è semplice “dialettica politica“. Chiaro?

 Il fatto che Del Debbio non faccia grandissimi ascolti non è una novità. Dopo aver salutato il suo arrivo con il programma Quinta colonna, e Dalla vostra parte condotto poi da Belpietro, come voci “fuori dal coro” diverse dal pensiero unico dominante in televisione, ho presto cambiato parere vedendo la conduzione apparentemente di denuncia e contrasto al buonismo, al terzomondismo, alla scellerata politica che favorisce l’immigrazione incontrollata della sinistra, ma in pratica quasi assecondando quella visione della realtà, complice la presenza in studio di ospiti più di sinistra che di destra, compresi imam fai da te, mediatori culturali africani ed esponenti islamici ai quali si dava più spazio che alla gente comune.  L’ho anche scritto spesso e volentieri anche sul Giornale.

Ecco cosa commentavo l’anno scorso un articolo su “Renzi sfida l’UE, lamentando l’eccessiva presenza mediatica del ciarlatano di Rignano anche sulle reti Mediaset: “Lo vediamo a reti unificate. Non bastano i servizi dei TG e le reti di regime, che sembrano fatti dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi; non bastano le sue presenze su tutte le reti, intervistato da giornalisti e conduttori compiacenti come la Gruber. Lo dobbiamo vedere anche sulle reti Mediaset, a canale 5 dall’amica Barbara D’Urso che gli dà del tu e, forse è già la terza o quarta volta, da Del Debbio su Rete4, a Quinta colonna, dove fa il suo lungo monologo per cantare le lodi del suo governo dei miracoli. Né va meglio a “Dalla vostra parte”, dove Belpietro dà voce alle proteste di piazza contro l’immigrazione, ma poi in studio ci sono personaggi inguardabili come Karaboue, Librandi, Castaldini, Fiano, Chaouki, Morani, mediatori culturali africani e imam fai da te di quartiere, ai quali viene concesso più spazio e tempo che agli italiani. Infatti non vedo più né Del Debbio, né Belpietro; almeno non mi rovino la digestione.”. Infatti non li guardo più.

Bene, ora qualcuno comincia a rendersi conto di quanto dicevo fin dall’inizio. E se andate a leggere i commenti all’articolo sopra citato di Libero.it, vedrete che i motivi per cui i lettori criticano Del Debbio, sono gli stessi che usavo io criticando la presenza degli ospiti in studio. Vale la pena, per capire qual è l’opinione dei lettori, riportare qualcuno dei commenti:

Poliponero: io sono tra quelli che non seguono piu’ questo programma(e non mi perdevo nessuna puntata)! il perche’ e’ semplice: troppi buonisti e saputelli delle religioni con tendenze anticristiane> (cecchi pavone, carabue, imam, zingari ecc.)

Milibe: bel programma diventato inguardabile con invitati come i perdenti castaldini, liprandi , karabue e simili…

Mingardi: mi sembrava d’aver visto la Castaldini…per questo non lo guardo più.

Tega: I personaggi di Del Debbio sono sempre i soliti, Librandi Castaldini ecc. e la gente è stufa!

VitoLibrandi,Carabue,Castaldini,Romano etc, stimolano il rigurgito !

Sanfilippo:  telespettatori si sono stufati di vedere Librandi e tutta la feccia PD che sbrodola cavolate a gogò.

Marcellini: Troppi personaggi inascoltabili! Ti fa venire la voglia di spaccare il televisore!!!

Ecco, questo è il tenore dei commenti. Allora è strano che nessuno si accorga che i telespettatori non gradiscono la presenza di ospiti che ritengono inguardabili, inascoltabili e intollerabili per la loro faziosità. Non mi sorprende; c’è gente che ha bisogno di tempo, spesso di anni, per capire le cose. Per spiegare il concetto, cito spesso il caso della rivoluzione d’ottobre del 1917, quando i bolscevichi presero il potere in Russia e cominciarono a trasformarla in base all’ideologia marxista-leninista, provocando la morte di decine di milioni di persone pur di raggiungere lo scopo. Impiegarono 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Allora abbatterono un muro a Berlino, smisero di combattere l’Occidente capitalista, rivalutarono la proprietà privata e scoprirono i benefici e le delizie del capitalismo che avevano sempre combattuto. Tanto che oggi alcune delle persone più ricche del mondo sono russe; o cinesi. Lo stesso gravissimo errore stanno commettendo oggi, sempre per aberranti motivazioni ideologiche che non tengono in alcun conto la realtà, in merito al terzomondismo, la società multietnica e l’accoglienza senza limiti degli immigrati. Spero solo che non debbano aspettare 70 anni per capirlo perché è già tardi oggi per rimediare.

Anche Del Debbio cade nell’errore di non tener conto di alcuni dettagli. L’ho scritto spesso, anche in alcuni post. Per esempio qui “Rivalità, xenofobia e diversità“, in cui cercavo di chiarire le differenza fra le parole e l’uso strumentale che ne viene fatto. Ma soprattutto qui “Guelfi e xenofobia” del 2015, in cui riprendevo proprio un’affermazione di Del Debbio, molto discutibile: Ecco l’incipit del post: “Avantieri su Rete4 il conduttore Del Debbio, parlando ancora di problemi legati all’immigrazione, ha detto che gli fanno schifo gli xenofobi. E perché non si pensasse che l’affermazione gli era sfuggita per sbaglio, lo ha ripetuto “Gli xenofobi mi fanno proprio schifo“.  Bene, abbiamo capito. Certo che una simile perentoria affermazione, fatta da un toscano di Lucca, lascia un po’ perplessi. Ricordiamo tutti le rivalità fra i Comuni toscani, tra Firenze e Siena, tra Pisa e Livorno, tra guelfi e ghibellini; un odio che sfociava spesso in contrasti cruenti, come la battaglia di Montaperti tra i guelfi guidati da Firenze contro i ghibellini guidati da Siena. E Lucca, patria di Del Debbio, stava con Firenze.”.

Viene spontaneo ricordare la storica rivalità tra le città toscane. E non solo fra città, ma addirittura tra concittadini divisi dall’eterna rivalità fra rioni, come succede tra le contrade di Siena. E vogliamo dimenticare le rivalità che spesso finiscono tragicamente, tra tifosi di squadre avversarie (Roma – Lazio, Milan – Inter, etc…) che ad ogni occasione scatenano risse, aggressioni e se le danno di santa ragione? O la tradizionale contrapposizione fra polentoni padani e terroni meridionali? Ma se è così difficile accettare  pacificamente la convivenza ed abbracciare i nostri concittadini solo perché vivono in una contrada rivale, tifano per una squadra diversa dalla nostra, vivono in zone diverse d’Italia, perché mai dovremmo accogliere a braccia aperte, con baci e abbracci, gli africani che arrivano da pesi lontani, che non conosciamo, non sappiamo chi siano, cosa vogliono, perché entrano a casa nostra come ospiti non invitati e pure a nostre spese? Ancora nessuno ci ha spiegato questo mistero. Allora sorge qualche dubbio sul fatto che ad un toscano fazioso per natura, facciano schifo gli xenofobi. Verrebbe da chiedersi, con una vecchia battuta: “Del Debbio, ma lei è amico mio o del giaguaro?“. O, ancora meglio: “Ma ci fa o ci è?”.

Ed a conferma del fatto che c’è molta gente che ha difficoltà a capire certe verità, ed ha idee molto vaghe sull’estetica e la sua applicazione nei rapporti sociali (specie mediatici), arriviamo ad un altro mistero esistenziale: Emanuele Fiano. Anche a lui ho dedicato spesso dei commenti, sia sul blog che sulla stampa. Ecco cosa scrivevo un anno fa su Ben ritrovati“: “Credo che i personaggi pubblici, quelli che appaiono quotidianamente in televisione, dovrebbero possedere dei requisiti minimi anche di carattere estetico. Non capisco come uno con la faccia di Fiano possa presentarsi in pubblico. Mistero. Non si può cominciare la giornata con queste visioni inquietanti. Dopo l’orticaria della meteorina che saluta con “Ben ritrovati”, vedendo Fiano ti viene anche il mal di pancia e, sentendolo anche parlare con quella boccuccia a culo di gallina e quella vocina nasale gne gne (e dire le sciocchezze che dice) ti viene anche un improvviso raffreddamento in zona pubica causato dal forte movimento rotatorio delle palle. “. Ed ancora in questo “Facce e facciacce“, dove appare insieme ad un’altra faccia da “censura” come Ivan Scalfarotto. E’ un caso di particolare antipatia personale?  No, è uno dei tanti casi di ingiustificabile e totale assenza di criteri estetici riscontrabili sui media.

Esempio; anche Cristina e Benedetta Parodi, stanno registrando un flop gigantesco con il loro programma domenicale. Si cerca di giustificarle in vari modi, ma nessuno nota una verità evidentissima: Benedetta Parodi, con quel volto spigoloso ed il nasino alla Boldrini, è antipatica. E non sto a spiegare i motivi; non merita tanta attenzione. Così come antipatico ed inguardabile è un altro personaggio TV: Diego Bianchi, in arte Zoro, conduttore di Gazebo (programma che sembra fatto da e per sfigati di periferia da centri sociali Che Guevara), ora passato a La7. Uno con quella faccia, che tutto ricorda meno che un volto umano, non dovrebbe uscire di casa e, ancora meno, presentarsi in televisione. Pensate che l’estetica e la fisiognomica non abbiano importanza e che Lombroso esagerasse? Allora guardate questa faccia: “Trota al Carroccio“. Vi sembra normale? No, non lo è. Ci sono dei primati che hanno un aspetto più umano; e anche più intelligente. Ma non si può dire, altrimenti diventiamo haters o “odiatori“.

Un altro caso emblematico di mancanza di senso estetico, fra i tanti che si possono riscontrare in Tv, è quello che riguarda Eleonora Daniele, conduttrice di un programma del mattino su RAI1, Storie vere o Storie italiane o qualcosa del genere (il tema fisso sono le tragedie familiari, possibilmente col morto ammazzato, l’inviato speciale sotto la casa della tragedia e tutti i dettagli macabri), alla quale già lo scorso anno ho dedicato un post “Cuochi e delitti” per sottolineare l’eccesso di cuochi e di cronaca nera in TV. Ecco, a lato, un’immagine a caso del programma in cui la domanda cruciale del giorno era chiedersi “Come è morto Roberto?”: il tema è sempre quello, la cronaca nera. Ed il programma si basa sempre sul collaudato metodo della chiacchierata in salotto: si invitano in studio i soliti esperti (quelli non ci mancano) che in diretta svolgono le indagini, confrontano gli indizi ed ipotesi, suggeriscono metodi e tattiche investigative, ed esprimono giudizi sul mostro del giorno, dividendosi equamente fra colpevolisti ed innocentisti, sull’ultimo caso di cronaca nera. Che bello cominciare la giornata con queste notizie allegre ed il viso “sorridente” di una conduttrice che, solo a vederla, mette allegria e buon umore! No?

Eppure l’estetica è fondamentale. Quando incontriamo una persona, la prima impressione è determinante e dipende da alcuni fattori: il volto, lo sguardo, l’espressione, il tono di voce, la gestualità, l’atteggiamento. Sono segnali che percepiamo subito e questo determina la nostra risposta positiva o negativa. Basta pochissimo per sentire se quella persona ci è simpatica o antipatica. E’ una reazione spontanea, involontaria e del tutto naturale. E questo condiziona in maniera decisiva le nostre relazioni sociali. Se possibile cerchiamo di frequentare ed avere come amici e compagni di lavoro o di strada, delle persone simpatiche con le quali condividiamo gusti, stile di vita e “affinità elettive”.  Come mai allora pensiamo che questo non sia, non possa e non debba essere importante, se non determinante, nel rapporto con i personaggi pubblici e famosi del mondo della politica, dello spettacolo, quelli che invadono i media ogni giorno?

E se qualcuno si permette di esprimere giudizi poco lusinghieri nei confronti di questi personaggi, viene accusato di essere un “odiatore”, di fare discriminazioni in base al genere, ai gusti sessuali, al colore della pelle, all’etnia, alla fede religiosa, allo stile di vita; tutte cose che, in base alla legge Mancino, sono reato. Alla faccia della libertà di espressione ed al diritto di esprimere un giudizio estetico. Perché devono piacermi per forza i neri, i gay, i fancazzisti dei centri sociali, le femministe, la Kyenge o la Boldrini, il Papa, Fiano, Zoro e altri insulti viventi all’estetica, l’etica o il semplice buongusto? Perché deve piacermi Luxuria se trovo il personaggio, e la sua vista, rivoltante? Deve piacermi per legge, perché così vuole il pensiero politicamente corretto? Perché? Chi ha stabilito questi criteri estetici? Per fare un esempio pratico di cosa fa scattare l’accusa di razzismo in un post del 2013 ho messo a confronto Cécile Kyenge con Vanessa Hessler, così anche i ciechi possono vedere la differenza. Guardatelo:  “Razzismo cromatico“. Notate qualche leggerissima differenza estetica? Oppure il solo affermare che c’è una differenza e che preferiamo una (non dico quale) all’altra è razzismo?

Torniamo al nostro Fiano e vediamo cosa riportava di recente ancora Libero.it: “Fiano basta con la Tv; al suo posto Richetti che piace alle donne“. Il guaio di questo personaggio è che te lo trovi sempre sotto gli occhi in TV dalla mattina alla sera. Se non è ad Agorà su RAI3 al mattino (se non c’è lui c’è Gennaro Migliore; esteticamente non cambia molto), è ad Omnibus o L’Aria che tira su La7, lo ritrovi al pomeriggio a Tagadà. lo vedi su tutti i TG, lo ritrovi da Gruber o in uno dei soliti talk show passerella per politici che passano più tempo in TV che in Parlamento. E, se ci fate caso, le facce di politici, giornalisti ed opinionisti di professione, che vediamo ogni giorno in Tv, sono sempre le stesse. Ne cito alcune a caso, le prime che mi vengono in mente: Travaglio, Padellaro Scanzi, Peter Gomez, tutti del Fatto quotidiano (quasi di casa su La7, insieme a Marco Damilano direttore de L’Espresso), Claudia Fusani ex L’Unità (su qualche rete la trovate ogni giorno), i filosofi Massimo Cacciari e Diego Fusaro (uno post-comunista, l’altro neo marxista; sarà un caso?) ed altri in ordine sparso, presentati come intellettuali o con i titoli accademici (vedi il sociologo De Masi che salta da un canale all’altro e discetta su qualunque argomento), per nascondere la loro appartenenza all’area della sinistra. Un altro caso simile di “trucco” mediatico riguardava lo scomparso Stefano Rodotà (altro guru della sinistra onnipresente nei salotti Tv) che, nonostante la sua militanza politica, in TV veniva presentato come “Università La Sapienza” (sic), per nascondere la fede politica con l’autorevolezza del titolo accademico (un trucco molto usato ed abusato dai conduttori organici alla sinistra; quasi tutti). Ma non dobbiamo pensar male, deve essere solo un caso, una coincidenza, magari lo fanno in buona fede. No?

E come se non bastasse la presenza invasiva ed assillante della compagnia di giro degli opinionisti di professione sulle varie reti, su La7 si verifica una curiosa particolarità; i vari personaggi e volti della rete si ospitano a vicenda. Così vedete Formigli che ospita Mentana, Mentana che ospita Floris il quale poi ospita Damilano (quasi ospite fisso da Gruber e Zoro), poi li trovi all‘Aria che tira di Mirta Merlino, dove passano tutti prima o poi, dove trovi insieme come opinionisti il solito onnipresente Damilano e un’altra conduttrice della rete, Alessandra Sardoni (dalla bruttezza imbarazzante ed insopportabile; c’è un limite a tutto, non basta il trucco, l’estetista o il ritocchino; l’unica soluzione è  Lourdes, un miracolo) che, a sua volta, ospita a turno tutti i volti de La7, o altri personaggi che evidentemente bivaccano negli studi TV. E’ una TV autarchica, fanno tutto in casa.

Ieri, a conferma di quanto dico, nel nuovo programma di Giletti “Non è l’Arena” c’erano quattro ospiti in studio: Matteo Salvini, un imprenditore e…Enrico Mentana e Gennaro Migliore. Che caso, che combinazione, che coincidenza. “Eccheccasoooo”, direbbe Greggio! Tranquilli, alla prima occasione, magari l’ennesima “Maratona” elettorale, Mentana ricambierà il favore ed ospiterà Massimo Giletti. Ora chiedetevi perché in Tv vediamo sempre le stesse facce (che sono quelle dei personaggi della cultura e della politica che sembrano essere gli unici autorizzati ad esprimere la personale opinione su tutto lo scibile umano e che, a lungo andare, condizionano l’opinione pubblica) e provate a darvi una risposta.

Ma torniamo al nostro Fiano. Cosa riferisce Libero? Sembra che in seno al PD non tutti apprezzino questa eccessiva presenza mediatica di Fiano e che non solo dia fastidio, ma ci sia proprio una petizione sottoscritta da diversi esponenti dem che chiedono proprio una sua minore presenza in TV a favore di Richetti “più simpatico“. Anche questi hanno impiegato un po’ di tempo a capire che questo Fiano non è proprio il massimo della simpatia e che, forse, bisognerebbe dargli meno spazio. Forse, dico forse, non mi sbagliavo. Ma questa non è discriminazione per motivi estetici? No, perché ricordate che se questo lo facesse la destra sarebbe un gravissimo atto di discriminazione, ma se lo fanno i compagni del PD è semplice dialettica interna. Bene, anche oggi mi sono sfogato; ogni tanto ci vuole, anche se lo leggeranno in pochissimi. I dati del contatore visite sono talmente sballati che, come ho già detto in passato, non ci credo nemmeno se me lo mette per iscritto un notaio. Ma c’è chi è convinto che migliaia di utenti leggano ogni giorno quello che scrivono. L’importante è crederci. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Trump ha vinto: allarmi

Nessuno se lo aspettava, ma Donald Trump ha vinto. E scatta l’allarme. Siccome tutti i mass media era schierati sfacciatamente a favore di Clinton, ora sono tutti in lutto. Anzi, prevedono per il futuro cataclismi, terremoti, alluvioni, uragani e pestilenze. In TV si vedono solo facce tristi, deluse, amareggiate, depresse, scoraggiate, frustrate, e alti suonano i lamenti delle prefiche di regime. Tutto perché la democrazia è bella, ma solo se vince la sinistra. Se vince  la destra la democrazia è in pericolo.  Ritornello già sentito in passato. Ogni volta che si registra una vittoria o un’avanzata dei partiti conservatori e di destra scatta l’allarme rosso. Come mai se vincono i partiti di sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, ma se vincono gli avversari conservatori di destra, è un gravissimo pericolo per la libertà e la democrazia? La democrazia può essere solo di sinistra? Per certi osservatori sembrerebbe proprio di sì. Ma c’è scritto questo nella Costituzione più bella del mondo? No, c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, di qualunque colore sia. Ma per qualcuno non è proprio così. Bene, la vittoria di Trump in USA è l’ennesima conferma che per certa sinistra la democrazia è bella solo se vincono loro; altrimenti è un pericolo. Già in passato ho scritto spesso su questa strana interpretazione del concetto di libertà, di democrazia e di rispetto della volontà popolare; sembrano concetti chiarissimi che tutti accettano e rispettano, ma non è così. Allora tanto vale riprendere dei post già scritti in passato in diverse occasioni: il succo è sempre lo stesso.

Francia, vince la destra; allarmi. (7 dicembre 2015)

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa, che avevo pubblicato su un altro forum, in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da poco e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora.

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e magari ottiene consensi, apriti cielo, scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo. Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia oppure ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

 

Rivalità, xenofobia e diversità

La rivalità fra popoli, nazioni, città, genti, perfino tra piccoli borghi, fa parte della storia dell’umanità, ne costituisce il filo conduttore. Storia e cronaca  ci raccontano rivalità secolari e piccole faide di paese. Nel post “Guelfi e xenofobia” accennavo alla storica rivalità tra città toscane, come Firenze e Siena, Pisa e Livorno, o tra fazioni, come guelfi e ghibellini, o ancora fra contrade, come a Siena. Ma rivalità e campanilismo non sono certo una prerogativa esclusiva della Toscana. Non c’è zona dell’Italia che sia immune da qualche forma di rivalità, più o meno accesa, antica o recente. Basta considerare che molto spesso esistono rivalità dure a morire anche tra piccoli paesi distanti pochi chilometri. Si scatenano attriti per il controllo del territorio, per i pascoli, per reciproci furti di bestiame, per una fonte, per qualche sgarbo fatto o subito in passato; o semplicemente per antichi rancori di cui non si ricordano più nemmeno l’origine e la causa scatenante, ma che lasciano traccia di ataviche contrapposizioni che si perpetuano nel tempo per consuetudine, come fosse una eredità culturale da rispettare, una tradizione comune da tramandare ai posteri.

Perfino all’interno dello stesso paesello nascono rancori e odio che sfociano spesso in sanguinose e tragiche faide familiari che si rinnovano e passano di generazione in generazione. Sembra che la rivalità, più o meno violenta, sia una pulsione naturale, uno stato di tensione permanente che nasce spontanea in una comunità, ed alla quale, a meno che non si sia in odore di santità, non ci si può sottrarre. Qualcosa  che scorre nel sangue dell’uomo e forse serve a scaricare quella buona dose di aggressività innata che solitamente viene repressa, ma è sempre pronta a salire a galla ed esplodere al minimo pretesto. Forse sono ricordi ancestrali di ataviche lotte tribali per la conquista del territorio, di una preda, una sorgente o una grotta. Sembra un istinto naturale comune a tutti gli esseri viventi. Uno degli istinti più evidenti negli animali è proprio la difesa del proprio territorio. Così ancora oggi l’uomo ha un bisogno quasi fisiologico di individuare un nemico da combattere o trovare qualche motivo per dividersi e schierarsi in opposte fazioni, tra tifoserie calcistiche, politiche, culturali, artistiche. E quando non ci sono più i guelfi papali e i ghibellini imperiali, ci si divide su Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, polentoni e terroni, S. Ambrogio e S. Gennaro; è il trionfo del fanatismo, spesso anche violento,  del tifo da stadio, applicato a tutte le relazioni umane.

La rivalità, intesa come forma di competizione e sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, è la condizione naturale di tutte le specie viventi, di uomini, animali, e perfino vegetali. Forse non ci facciamo caso, ma anche tra i fiori del giardino, tra gli alberi di un bosco, tra i cespugli e le erbe dei campi esiste una forma di rivalità che consente alle specie  più forti di crescere e svilupparsi a discapito di quelle più deboli. Anche tra i vegetali esiste una forma di istinto di sopravvivenza che si esprime  in una competizione per la vita che determina vincitori e vinti, vita e morte. A dispetto di chi continua a propugnare l’amore universale, anche i fili d’erba si fanno la guerra. Ecco perché tutte le ideologie fondate sulla supposta bontà dell’essere umano, sul mito del buon selvaggio alla Rousseau, su “ama il prossimo tuo come te stesso“, e sul “peace and love“, sono destinate a fallire miseramente:  sono contro le leggi della fisica, della chimica, della biologia; sono contro natura. Anche la materia è in continua lotta, non esiste condizione di stasi, di equilibrio; tutto l’universo è in continuo movimento, evoluzione, lotta tra forze contrarie, tra materia ed anti materia, tra cariche positive e negative, tra forze centrifughe e centripete, tra forze che si attraggono e forze che si respingono; non esiste l’armonia universale. Quando ci sembra che qualcosa abbia raggiunto una condizione di equilibrio, è solo il risultato della contrapposizione di due forze uguali e contrarie, ma sempre in tensione.

Ma lasciamo le guerre tra galassie e torniamo a cose più terra terra. Ha radici antiche la rivalità fra città, popoli, nazioni, civiltà: i toscani l’hanno sviluppata a livelli quasi patologici, ma il germe viene da lontano. Roma e Cartagine, Atene e Sparta, ne sono un esempio storico. Nel post sopra richiamato, parlavo di rivalità spinto dalla dichiarazione di un conduttore televisivo toscano, Paolo Del Debbio, il quale afferma che gli xenofobi gli fanno schifo; dimenticando che essi, i toscani, la rivalità ce l’hanno nel sangue. Ma rivalità e xenofobia, seppure complementari, sono concetti diversi. La rivalità è presente nella vita quotidiana e la si trova in ambiti diversi, nel lavoro, lo sport, il commercio, arti e professioni e perfino in amore; la si può tranquillamente scambiare per una forma quasi innocua di concorrenza o confronto, più o meno leale, ma di solito senza conseguenze tragiche. Anzi, talvolta, una rivalità non aggressiva può stimolare un maggiore impegno ed avere effetti positivi. La xenofobia è un atteggiamento mentale diverso dalla semplice rivalità e, come tutti sanno, è una parola greca composta da xenos (straniero) e  phobos  (paura) e significa, quindi, “paura dello straniero“.

Essendo parola di origine greca, giusto per fare ancora un esempio concreto di quanto siano antiche le radici della contrapposizione fra città anche vicine,  viene spontaneo ricordare la storica rivalità fra Atene e Sparta. Bisogna anche ricordare che per i greci tutti gli stranieri, che non parlavano la lingua greca, erano considerati barbari  (barbaroi), che non significa uomo con la barba“,  come si potrebbe pensare perché in italiano il richiamo onomatopeico viene spontaneo,  ma indica la ripetizione della sillaba “bar…bar“. Alle orecchie dei greci gli stranieri parlavano lingue buffe ed incomprensibili e, forse a causa di un suono ricorrente, sembrava che avessero difficoltà di pronuncia. Così, sarcasticamente, li indicavano come quelli che parlano “Bar…bar…”, ripetendo le sillabe come se, appunto, fossero balbuzienti.  Da qui la definizione di “Barbaroi“, barbari. Come noi usiamo dire “Bla, bla…” di discorsi vuoti, o “Gne gne…” di un parlare lezioso e monotono, o come se noi oggi, indicando i popoli anglosassoni, la cui lingua ha molte parole con desinenza in “…tion”, li chiamassimo gli “Scionscioni“.

Detto questo, bisogna anche ricordare che allora i rapporti fra i popoli non erano molto pacifici. Se riuscivano a farsi la guerra fra Atene e Sparta vuol dire che allora la cosa più frequente non era la pace, ma la guerra. E la storia antica ci racconta proprio vicende di scontri continui tra città, popoli, imperi. Il continuo pericolo di essere invasi e finire magari schiavi in paesi lontani (pensiamo al popolo ebraico per secoli schiavo a Babilonia e in Egitto) non lasciava certo dormire sonni tranquilli. Ovvio, quindi, che la “paura dello straniero” fosse  la cosa più naturale. Per i Greci  i persiani erano “stranieri“, ed  avevano mille ragioni per averne paura. Per fortuna, si dirà, oggi non c’è più il pericolo di essere invasi e di finire schiavi a Babilonia. Il mondo vive un periodo di relativa pace e sembrano finiti i tempi in cui re e imperatori scatenavano guerre solo per ingrandire il proprio territorio o per affermare la propria potenza.  Almeno così sembra, apparentemente.

Non ci sarebbe più alcun motivo, quindi, di aver paura dello straniero. Ecco perché ci ripetono ogni giorno che la xenofobia e la paura dello straniero, che identificano con la paura del  “diverso” (che sembra lo stesso concetto, ma non lo è: è “diverso”) non sono accettabili. Lo ripetono così spesso che anche Del Debbio ne è convinto e dice che gli xenofobi gli fanno schifo.  Non solo gli xenofobi fanno schifo a Del Debbio, ma se la paura dello straniero comporta anche un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello che si ha solitamente nei confronti degli italiani, si corre il rischio di incorrere nel reato previsto dalla legge Mancino che punisce la  discriminazione razziale, etnica e religiosa. Altro che libertà di pensiero, di opinione, di stampa; vale solo in un senso. Del Debbio ha piena libertà di espressione e può tranquillamente dire in televisione che gli xenofobi gli fanno schifo. Normale, come se dicesse che gli fa schifo la pasta scotta o gli scarafaggi fritti. Ma non è consentito il pensiero contrario. Se qualcuno si azzarda a dire che gli fanno schifo gli stranieri, rischia pesanti sanzioni, o addirittura la galera. C’è schifo e schifo: c’è lo schifo di Stato, quello regolare, ufficiale, a norma, omologato; e c’è lo schifo non consentito, senza il marchio CE, lo schifo abusivo, fuorilegge.

Oggi, per esempio, il presidente emerito Napolitano, è intervenuto ad un convegno presso la Scuola di politica diretta da quel genio di Enrico Letta: quello che, per pacificare gli animi ed evitare di dividere l’opinione pubblica, aveva nominato ministro la congolese Cécile Kyenge; quello che aveva lanciato il servizio taxi navale gratuito Libia-Italia (molto apprezzato dai buonisti e terzomondisti d’Italia), che hanno chiamato Mare nostrum e ci costa 300.000 euro al giorno solo di spese correnti; quello che a Palazzo Chigi non è rimasto nemmeno il tempo per capire dove sistemare la biancheria; quello che è stato liquidato con un sms “Enrico stai sereno“, da un ciarlatano toscano in cerca di gloria. Ora, che Letta, dopo il fallimento “politico” del suo breve mandato da presidente del Consiglio, insegni politica è davvero bizzarro. Diceva una vecchia battuta di Woody AllenChi sa fare, fa. Chi non sa fare insegna“. Ecco, Letta insegna politica.

Napolitano, che non si rassegna a stare in un angolino e godersi lauti compensi e privilegi da senatore a vita, ma vuole essere ancora in primo piano e, seppur senza l’assiduità di quando era al Quirinale, non manca di trovare l’occasione per esternare il suo pensiero, fornire “saggi” consigli non richiesti, stigmatizzare fatti e personaggi non di suo gradimento. Fra le altre baggianate presidenziali, oggi se la prende con la Lega e li bolla come “xenofobi“: “Lega su posizioni xenofobe“. E la Lega lo denuncia (finalmente). Oggi, quando si vuole insultare qualcuno, specie se ha idee diverse da quelle dominanti, basta accusarlo di essere razzista, xenofobo, fascista e populista. Queste sono le accuse più ricorrenti contro coloro che non sono allineati al pensiero unico dominante. E con questo chiudono il discorso ed ogni possibilità di dialogo.  Siamo in pieno regime della sinistra. Il pensiero unico politicamente corretto è diventato etica di Stato. E l’essere in contrasto con esso è “quasi” reato. Manca solo che impongano per legge l’etica di regime e che modifichino l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: purché sia omologato all’etica di Stato e non sia contrario o in contrasto con il pensiero del regime“. In confronto a questa gentaglia che si definisce “democratica” e antifascista, il fascismo era un’associazione umanitaria che si batteva per la massima libertà di espressione. Punto.

Si fa passare per xenofobia la semplice e naturale volontà di opporsi all’invasione degli immigrati, quella che arricchisce cooperative, associazioni e privati che gestiscono l’accoglienza. Ma a quanto pare lo scandalo di “Mafia Capitale” non ha insegnato niente. Abbiamo dimenticato presto ( o facciamo finta di dimenticarlo) che Buzzi disse che si guadagna più con i rom e i migranti che con la droga.  Ma se qualcuno si oppone a questo business dei migranti lo si accusa di xenofobia, di razzismo, di paura del diverso. In verità, però, la paura dello straniero/diverso non è solo quella che si nutre nei confronti di qualcuno che viene da un paese diverso dal nostro, con diversa lingua, abitudini, usi e costumi, tradizioni e perfino colore della pelle. Quando si assimila la paura dello straniero al concetto di paura del diverso si compie una truffa semantica, e lo si fa coscientemente ed intenzionalmente, perché per “diverso” si intende poi, per estensione, tutta una categoria di persone che hanno qualche caratteristica (fisica, psichica, religiosa, etnica, sessuale, etc) che le rende differenti dalla “normalità” della maggioranza della comunità. In fondo la normalità è questo: ciò che rientra nella “norma”, ciò che è comune alla maggioranza dei componenti di una comunità, di un sistema, di un insieme di persone, oggetti, animali, eventi. Ma nel tentativo di dare riconoscimento a tutto ciò che fuoriesce dagli schemi sociali, col lodevole intento di evitare discriminazioni, si tende a far passare ciò che è diverso come del tutto normale, per il semplice fatto di esistere.

E’ normale che esista la diversità, ma la diversità non è normale; altrimenti non sarebbe diversità. E si considera scandaloso e degno di pubblica condanna chi non accetta il concetto che ciò che è diverso sia normale. Ma se è normale non c’è ragione perché debba godere di una attenzione particolare. E se è diverso non c’è ragione per cui debba essere considerato normale. Eppure nessuno tenta di spiegare questa curiosa contraddizione; una specie di aporia che, vista l’impossibilità di trovare una soluzione (o la convenienza a non trovarla), tutti evitano come la peste. Non tutto ciò che esiste in natura è normale. Non tutto ciò che è normale è accettabile. Simpatia e antipatia sono sentimenti del tutto normali e naturali. Ma tendiamo istintivamente (e “naturalmente”) a frequentare le persone simpatiche ed evitare (in pratica discriminandole) quelle antipatiche. E per fortuna, dire che una persona è antipatica non è reato (per il momento). Ma l’aberrazione di questo concetto anti discriminazione è che se dici che ti è antipatico il vicino di casa è del tutto normale. Se dici che non ti è simpatico l’ambulante africano che insiste per venderti cianfrusaglie, è xenofobia, è razzismo. Ma nessuno spiega il perché. Si vorrebbe imporre, per legge, la simpatia universale.

Terremoti, valanghe, inondazioni, uragani, sono fenomeni naturali e, pertanto, “normali”, nel senso che è normale che accadano. Ciò non significa che guardiamo ai cataclismi naturali con lo stesso piacere e l’ammirazione che abbiamo verso il  fiorire dei ciliegi a primavera. Tutto ciò che esiste in natura è “naturale”, ma non per questo mettiamo tutto sullo stesso piano; anzi operiamo sempre delle “discriminazioni”, scegliendo ciò che è bello, piacevole o utile,  ed evitando ciò che è brutto, spiacevole o dannoso. Esiste Biancaneve ed esiste la strega cattiva. Se preferiamo Biancaneve stiamo discriminando le streghe?  Tutti ricorderanno un celebre sonetto di Cecco Angiolieri “S’i’ fosse foco“, che concludeva così: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui/ torrei le donne giovani e leggiadre:/e vecchie e laide lasserei altrui.”.  Angiolieri discriminava le donne brutte? E’ da condannare chi sceglie donne giovani e belle e lascia quelle brutte e vecchie? Secondo l’opinione corrente sembrerebbe di sì; non dovremmo fare nessuna distinzione tra bello e brutto, tra piacevole e rivoltante; sarebbe una discriminazione. Oggi il nostro Cecco susciterebbe le furie delle femministe.

Ma non divaghiamo su questioni estetiche. La paura e la diffidenza nei confronti di ciò che è diverso è connaturata nell’uomo, è un istinto naturale fortissimo. Anzi è un istinto primario complementare all’istinto di sopravvivenza. Aver paura di ciò che non conosciamo è un’arma di difesa che la natura ci ha fornito per metterci in stato di allerta davanti a situazioni pericolose per la nostra incolumità. Grazie a questo istinto abbiamo paura del buio perché non sappiamo cosa vi si nasconde; abbiamo paura dello sconosciuto perché non sappiamo chi sia, da dove provenga, quali intenzioni abbia e se possiamo fidarci o meno; abbiamo paura di insetti strani e animali non domestici perché non sappiamo se costituiscono un pericolo; abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da ciò che conosciamo per esperienza diretta perché non conosciamo le possibili insidie  nascoste. E facciamo bene ad aver paura, perché è questo istinto che ci evita di commettere errori che possono essere fatali.

Così, per tornare alla questione iniziale ed allo “schifo per gli xenofobi” di Del Debbio, ed alle accuse di xenofobia alla Lega, anche aver paura dello straniero o di migliaia di stranieri che invadono il nostro spazio vitale, costituisce una difesa istintiva, del tutto normale, anzi fa parte della nostra natura più profonda; perché non sappiamo, e nessuno lo sa o è in grado di fornire assicurazioni, quale pericolo possa costituire per noi la presenza di milioni di persone di lingua, cultura, tradizioni e abitudini diverse dalla nostra. Se poi aggiungiamo che arrivano a casa nostra senza essere stati invitati e soggiornano a spese nostre, mi sa che qualche motivo di preoccupazione gli italiani lo abbiano, a ragione. Si può, quindi, essere più o meno disponibili nei confronti degli stranieri, più o meno disposti all’accoglienza, ma non si può condannare con infamia la paura dello straniero, perché è del tutto naturale. Ciò che non è naturale, invece, è proprio il voler imporre un atteggiamento di amore e fratellanza universale sulla base di concetti astratti e principi morali che in natura non esistono; questo sì contro natura.

Forse non corriamo il rischio di finire schiavi a Babilonia o di dover fermare i persiani alle Termopili, ma ciò non significa che dobbiamo aprire le porte a tutti i disperati del terzo mondo solo perché aspirano ad una vita migliore. Non c’è nessuna ragione razionale e logica perché l’Italia si faccia carico di diventare una grande Caritas che sfama tutti gli affamati del mondo. Non è scritto da nessuna parte e non possiamo nemmeno permettercelo, perché avrebbe effetti devastanti sul piano dell’economia, della sicurezza e della convivenza sociale. Allora aver paura dell’invasione non è solo un diritto, ma è un dovere di ogni cittadino, perché altrimenti si pone a rischio non solo la sicurezza individuale, ma dell’intera comunità. Aprire le porte all’invasione non è solidarietà, è follia.

Siamo in guerra, ma…

Siamo in guerra, ma non possiamo dirlo, altrimenti passiamo per sciacalli che speculano sulla paura e creano inutili allarmismi per scopi elettorali: lo dicono quelli della sinistra; anche se siete ziu Paddori di Guamaggiore o la cugina anziana della casalinga di Voghera, non avete alcuno scopo elettorale e magari da decenni non andate nemmeno a votare. Siamo sotto attacco del terrorismo islamico, ma non dobbiamo dirlo, altrimenti dicono che alimentiamo l’islamofobia e l’odio per il “diverso”. Nelle nostre città si nascondono migliaia di centri culturali musulmani, incontrollati e incontrollabili, che fungono da centri di indottrinamento, reclutamento e finanziamento del terrorismo, ma non possiamo dirlo, altrimenti ci accusano di discriminazione per motivi etnici e religiosi.  Ci sono migliaia di bislacchi personaggi autoproclamatisi imam,  non si sa a che titolo, che in scantinati e garage spacciati per moschee, predicano l’odio per l’Occidente e la guerra santa, ma non possiamo dirlo perché altrimenti andiamo contro la Costituzione che garantisce la libertà di culto.  Siamo invasi da centinaia di migliaia di africani, arabi, musulmani,  indottrinati dai fanatici predicatori dell’odio, che sotto sotto covano antichi rancori verso l’Occidente e sono una polveriera pronta ad esplodere. Siamo in guerra ed abbiamo il nemico in casa. E quel nemico può essere dappertutto, anche il nostro vicino di casa (come dimostra la cronaca), ed ognuno di questi immigrati potrebbe essere il prossimo kamikaze che ci mette una bomba sotto il culo; ma non possiamo dirlo, altrimenti (dicono sempre le anime belle della sinistra) alimentiamo l’odio, il razzismo e la xenofobia. Allora, per evitare polemiche e ritorsioni (e pure qualche minaccia), dobbiamo tacere, altrimenti ci accusano di vittimismo, di populismo, di allarmismo e di speculare sulla paura per raccogliere qualche voto in più.

Poi senti qualcuno dire che gli immigrati sono pochi e che ne dovremmo accogliere almeno altri 400.000. Pensi che sia scemo, oppure che faccia parte delle Coop di Buzzi, quello di Mafia Capitale che guadagnava più con gli immigrati che con la droga. Ma poi scopri che a dirlo è stata Laura Boldrini, presidente della Camera. E allora devi stare zitto, perché non si può mettere in dubbio la lucidità mentale della terza carica dello Stato. Poi senti qualcuno affermare che per combattere il terrorismo e le bombe bisogna investire grandi risorse economiche per risanare le periferie  dove mandare “maestri” e avviare attività culturali. Pensi che anche questo sia scemo, oppure che sia un maestro precario o un palazzinaro che spera di speculare sull’edilizia popolare. Ma scopri che a dirlo è stato Matteo Renzi, presidente del Consiglio. E allora devi tacere perché, in questo momento di gravissima crisi ed il Paese sotto attacco,  non si può sollevare il sospetto che il capo del Governo non sia in possesso di tutte le facoltà mentali. Poi senti ancora un altro affermare che è vero che è in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è detto che sia un male. Pensi che questo sia il più scemo di tutti, oppure che sia uno dei tanti imam di borgata che ha interesse a rassicurare gli animi. Ma poi scopri che a dire queste parole non è stato un fanatico islamico, ma Papa Bergoglio in persona. E ancora una volta devi tacere, perché non si può insultare il capo spirituale della Chiesa, dicendo che è fuori di testa; sarebbe un un’offesa gravissima, vilipendio a capo di Stato estero, e passeresti guai seri. Il Re è nudo, ma non si può dire; nemmeno i bambini. Siamo in guerra, ci mettono le bombe sotto il culo, siamo governati da idioti che non si rendono conto della gravità della situazione, ma non possiamo nemmeno lamentarci. Moriremo in silenzio. Ssss… altrimenti diranno che facciamo le vittime.

Ma ricordate che potrebbe andare peggio…

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Francia; vince la destra, allarmi…

E così in Francia la destra di Le Pen (zia Marine e nipote Marion), come da previsioni, stravince con il 30% dei voti e diventa il primo partito.

E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista; e fascista (ci sta sempre bene, come la CIA ed il Mossad negli intrighi internazionali). Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia; va bene solo se vincono loro, i sinistri. Ho ripetuto spesso questa curiosa interpretazione del principio democratico (e della doppia morale) che usano applicare negli ambienti dei nipotini di Stalin e dei cattocomunisti travestiti da liberal democratici progressisti riformisti rottamatori etc. Ma non è una novità; una volta che li conosci sai già in anticipo quali saranno le loro reazioni.

Sarà un caso, ma oggi arriva anche la notizia della sconfitta di Maduro, l’erede di Hugo Chavez (l’amico fraterno di Fidel Castro), in Venezuela (Maduro battuto, vincono le opposizioni, fine del chavismo). Vince una  coalizione che raggruppa una trentina di partiti che vanno dalla sinistra moderata all’estrema destra, uniti dalla volontà di  porre fine a 16 anni di regime che ha portato il Venezuela al disastro economico e sociale. Fine del chavismo, quindi, ed ennesima dimostrazione del fallimento totale di un altro regime di ispirazione socialcomunista. Forse non si è ancora capito bene quale effetto devastante abbiano le idee marxiste e quali danni abbiano portato nel mondo. Non vogliono capirlo quelli che hanno interesse a non capirlo perché cavalcano l’ideologia e ci campano. E non vogliono capirlo gli ingenui che credono ancora alle utopie socialiste, alla fratellanza universale ed agli asini che volano. Ma prima o poi dovranno riconoscerlo; hanno solo bisogno di tempo per riflettere. Hanno i riflessi lenti, il pensiero diesel, lento a partire. In Venezuela hanno impiegato 16 anni a capirlo. In Russia, ancora peggio, hanno impiegato 70 anni a capire che avevano sbagliato tutto e che la rivoluzione d’ottobre fu una grande, tremenda e tragica cazzata. Ma questa è un’altra storia.

Ora dovrei ripetere alcune cose già dette e ridette; ma siccome, appunto, sono state già dette, tanto vale ricopiarle così come sono (che grande invenzione il copia/incolla). Riprendo, quindi, un post di gennaio scorso nel quale parlavo di Marine Le Pen, nel quale riportavo un altro vecchio post di quasi quindici anni fa in cui parlavo del padre, Jean Marie; non è cambiato nulla, è sempre valido.

Le Pen, democrazia e libertà limitata (gennaio 2015)

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

La diversità è una ricchezza: dipende

In questi giorni sta passando in televisione uno spot ministeriale  realizzato a cura dell’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza: riguarda il tema della diversità intesa come valore e ricchezza. E’ interpretato dai ragazzi protagonisti di “Braccialetti rossi“, una fiction improntata proprio sulla diversità e la tolleranza.

E’ un tema ricorrente sui media, uno dei capisaldi del pensiero “politicamente corretto“. In apparenza è del tutto condivisibile, ma il rischio è che si tratti di un messaggio “civetta”, dietro al quale si celi un fine più ampio e subdolo che, col pretesto della tolleranza, vuole imporre l’accettazione di tutto ciò che può essere non solo diverso, ma anche in contrasto con la nostra cultura ed il sentire comune. Si coinvolge il pubblico con fiction, racconti e rappresentazioni emotivamente coinvolgenti,  per poi far passare, dietro quel messaggio apripista, di tutto e di più. Ho parlato spesso di queste ambiguità mediatiche e del pericolo di una interpretazione distorta dei concetti maldigeriti di diversità e uguaglianza. Per dirlo chiaramente ed in maniera sintetica, con un’espressione che non è molto elegante, ma esprime benissimo il concetto: “La difesa della diversità non giustifica l’esibizione e l’ostentazione di ciò che è contro la morale corrente, la buona educazione ed il buon senso. Anche la merda esiste ed è del tutto naturale. Ciò non significa che la si debba portare a tavola.”. Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma visto che sono cose già dette e ridette, tanto vale riprendere un vecchio post di due anni fa su un altro spot del governo dedicato al tema dell’omofobia.

Natura e diversità (settembre 2013)

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti diversi e parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura e della sua diversità. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la diversità è la norma. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano, attribuire a tutte lo stesso valore e convincerci ad accettarle.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

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Diversamente uguali e ugualmente diversi

Omofobia, xenofobia, razzismo

Razzismo o cosa?

Voltaire e l’Islam

Ama il prossimo tuo

Banane e razzismo

Carnevale romano

Elogio della diversità

Isis for dummies

Il terrorismo spiegato agli idioti. Molti anni fa, nel secolo scorso, circolava un interessante volume, “Windows for dummies“, che spiegava ai principianti tutti i trucchi e le regole per usare in maniera corretta e soddisfacente quel cervellotico, contorto ed astruso programma che era Windows. Dopo la strage di Parigi, da giorni su stampa, Tv e internet, uno stuolo di esperti e tuttologi di professione si affannano a cercare di spiegare i meccanismi dell’attentato, cosa sia l’Isis, come e perché agisce e cosa si nasconda dietro il terrorismo islamico. Sono quasi certo che qualcuno, sfruttando il tema di attualità, stia già pensando di scrivere un libro, una specie di “Isis for dummies“,  per spiegare tutto l’Isis minuto per minuto a chi non ha ancora capito bene cosa stia succedendo, compresa la casalinga di Voghera, lo scemo del villaggio, gli idioti per natura e diversi esponenti della nostra classe politica i quali non hanno ancora capito nemmeno come e perché siano finiti in Parlamento, figuriamoci se hanno capito il pericolo del terrorismo islamico. Diamo tempo al tempo, di solito le mie previsioni si avverano.

Sembra, però che la preoccupazione maggiore sia quella di spiegare il terrorismo ai bambini. Su La7 avantieri pomeriggio, nel solito talk show su temi politici e di attualità, si discuteva della strage di Parigi ed il tema era proprio quello “Come spiegarlo ai bambini”. Anche oggi, nello stesso programma,  si riprende l’argomento, la necessità di parlarne con i bambini e spiegare loro le ragioni dell’attentato e del terrorismo. Lo stesso ministro dell’istruzione ha invitato ufficialmente gli insegnanti a discutere dell’argomento a scuola con bambini e ragazzi. Non riescono a spiegarlo nemmeno ai grandi e pretendono di spiegarlo ai bambini.  I bambini hanno altro da fare, lasciateli giocare in pace, finché è possibile. Spiegatelo ai grandi, senza ipocrisia e giri di parole, se ci riuscite. Ma siamo sicuri poi che gli insegnanti che dovrebbero spiegarlo ai bambini abbiano le idee chiare? Ho qualche dubbio. Ma siccome siamo italiani, qualunque sia l’argomento, noi siamo in grado di discutere per ore. “Quanto ci piace chiacchierare“, diceva un vecchio spot della Ferilli. E infatti, specie in televisione, le chiacchiere dilagano, ad ogni ora del giorno. L’importante non è cercare di capire il problema o trovare una soluzione, ciò che conta è parlarne e far finta di occuparsene.

Fra gli ospiti in quel programma pomeridiano c’era anche un autorevole psichiatra, il prof. Luigi Cancrini il quale ha dato la sua spiegazione dell’attentato. Dice che il terrorismo nasce dal disagio dei ragazzi delle banlieue, dal sentirsi emarginati perché la società non dà risposte alle loro domande, non dà opportunità di lavoro e crescita, non li aiuta a migliorare la loro condizione lavorativa e sociale. Quindi finiscono per isolarsi e covare rancore e odio verso quel mondo e quella società che non li capisce, non li aiuta e li respinge. Chiaro, per il nostro illustre psichiatra la colpa del terrorismo islamico è della società. Ovvero, l’Isis ha scatenato l’inferno in Iraq, Siria e dintorni, creando lo stato islamico ed il califfato perché…i ragazzi delle banlieue parigine si sentono emarginati.

Per dare una spiegazione simile non c’era bisogno di scomodare un professorone, bastava un qualunque imbecille di borgata al bar dello sport. Ho sempre nutrito una sana e concreta diffidenza nei confronti di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, psicopatici, psicolabili, psicofarmaci e… psicoche? Talvolta, viste certe loro affermazioni strampalate, penso che certi psicologi dovrebbero farsi vedere da uno psicologo, ma che sia bravo. In una scena da “Io e Annie“, Woody Allen si lamentava del fatto che nonostante fosse in cura da un analista da quindici anni, non avesse avuto ancora risultati apprezzabili. E concludeva amaramente: “Gli do ancora un anno, poi vado a Lourdes“. (Vedi clip “La psicanalisi)

Ieri, invece, sul Corriere.it, mi ha incuriosito un articolo di Alessandra Coppola: “Con gli attacchi di Parigi torna l’islamofobia. Ma questa è la strategia dell’Isis“. Ho capito bene? La strategia dell’Isis sarebbe quella di istigare l’islamofobia? Sembra una sciocchezza, ma spesso i titoli sono fuorvianti. Non resta che leggere il pezzo. E infatti ho la conferma, il significato è proprio quello. Esordisce dicendo che dopo gli attentati di Parigi sono aumentato gli atti “islamofobi” e l’intolleranza nei confronti dei musulmani. Ma va, dopo che hanno fatto una strage con 130 morti, si aspettava che gli portassero fiori, dolciumi e bigliettini di congratulazioni? E per documentare la sua geniale scoperta si serve di diverse tavole e statistiche dalle quali risulta che dopo attentati terroristici aumenta la paura e l’intolleranza. Prosegue con alcuni dati dai quali risulta che la presenza musulmana “percepita”, è molto superiore ai numeri reali; come dire che la paura è ingiustificata. Ed ecco la spiegazione del terrorismo secondo Gilles Kepel, considerato come massimo esperto di radicalismo islamico. Secondo Kepel l’intento degli attacchi dell’Isis è “scatenare i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court“.

Ecco la spiegazione, perché nessuno ci aveva pensato? Tutti credevano che i terroristi fossero animati da odio verso l’occidente, verso la Francia, verso gli infedeli, verso gli ebrei, verso la nostra civiltà, verso la nostra religione. Invece, niente di tutto questo. Ammazzano la gente per scatenare l’odio della destra xenofoba verso il mondo islamico, ovvero verso se stessi. Geniali questi islamici, ne sanno una più del diavolo. Ed infine l’articolo si chiude con un’altra rivelazione che tanto vale riportare per intero: “La trappola dell’Isis, allora, si rivela più complessa e alimenta da una parte la xenofobia dall’altra – di conseguenza – il radicalismo dei musulmani, in particolare dei figli degli immigrati che si sentono ingiustamente accusati, ancor più incompresi, «e cercano di difendersi mettendosi in contrapposizione, rinchiudendosi in un ghetto anche nel web». Ed è questo che dovrebbe fare più paura. “.

Ora è tutto chiaro. Secondo Coppola, il fine e l’effetto degli atti di terrorismo è alimentare la xenofobia dei francesi, e degli europei in genere, nei confronti dei musulmani (ovvero verso se stessi) che, per conseguenza, alimenta il radicalismo degli stessi musulmani nei confronti degli europei xenofobi che, per contro, ri-alimentano la propria xenofobia che, a sua volta, ri-alimenta il radicalismo islamico che…chiaro? Un micidiale circolo vizioso senza via d’uscita; un piano veramente diabolico. Ma la cosa veramente grave è che questi ragazzi, sentendosi sotto accusa, poverini, si isolano e “si rinchiudono in un ghetto, anche nel web“. Ed ecco la conclusione degna di una menzione speciale; questo rinchiudersi in un ghetto è il vero pericolo che dovrebbe farci paura. Non le bombe, non le raffiche di kalashnikov, non centinaia di morti, ma il “ghetto nel web” dei poveri ragazzi incompresi delle banlieue. Credo proprio che anche qualche giornalista dovrebbe farsi vedere da uno bravo.

Ecco, questi sono solo due esempi di come gli “esperti” cercano di spiegare il terrorismo. Ma non credo che scriveranno un manuale per spiegare le ragioni del terrorismo agli idioti. Il manuale “Isis for dummies” lo scriveranno altri per loro, sperando che capiscano. E poi vorrebbero spiegarlo anche ai bambini.

Eppure, nonostante ormai sia molto chiaro chi siano e cosa vogliano questi criminali, c’è ancora gente che continua a cercare disperatamente di trovare giustificazioni, scusanti e colpe sociali, facendo passare i terroristi come “vittime” anziché carnefici. C’è ancora chi si scaglia contro chi denuncia il pericolo islamico, perché dicono che parlarne alimenta l’odio contro l’islam. E allora non bisognerebbe parlarne. C’è ancora chi continua a dire che non tutti gli islamici sono terroristi, che la maggioranza dei musulmani sono moderati. Continuano a ripetere queste belle favolette sperando che la gente ci creda. La dobbiamo smettere con questa sciocchezza che “Non tutti i musulmani sono terroristi“. Nessuno, dico nessuno, ha mai affermato che lo siano. Ma si continua ad usare questo slogan che, in qualche modo, sminuisce il pericolo islamico, lasciando intendere che i fondamentalisti islamici siano una minoranza e che il terrorismo islamico sia un’aberrazione di un piccolo gruppo di fanatici, che non è una guerra di religione, non è uno scontro di civiltà, non è la “guerra santa“. Non è così, e la cronaca lo dimostra ogni giorno.

Se il terrorismo non c’entra niente con la religione, perché quando fanno le stragi urlano “Allah è grande”? Perché nei servizi in televisione che mostrano interviste fatte in strada o nei pressi di moschee, i musulmani evitano di rispondere per non dover esprimere il loro pensiero, e non solo non condannano chiaramente la violenza ed il fanatismo islamico, ma spesso giustificano le stragi? Perché nei paesi musulmani, ad ogni nuova strage, esultano?  Perché alla notizia della strage del Bataclan i musulmani in carcere esultano? (Vedi: jihadisti in carcere esultano). Perché pochi giorni fa, in occasione della partita Turchia – Grecia,  nello stadio di Istanbul durante il minuto di silenzio in memoria delle vittime di Parigi, si è sentito l’intero stadio esplodere in Buuhhh, fischi, urla e perfino cori che gridavano “Allah è grande”? (Vedi qui il video) E’ questo l’islam moderato?

L’islam moderato non esiste. Possono esistere musulmani non praticanti, così come esistono cattolici non praticanti, che possono essere moderati e che non giustificano la violenza, ma l’islam in quanto tale non è moderato. Quella che può essere scambiata per moderazione è semplice dissimulazione, arte in cui eccellono. Non sentite mai un musulmano, di quelli che sono ospiti fissi nei vari salotti televisivi, condannare apertamente, esplicitamente e senza mezzi termini, il fondamentalismo musulmano, l’uso delle moschee come centri di indottrinamento, finanziamento e reclutamento dei terroristi, la violenza ed il terrorismo dell’Isis, di  Al Qaeda e compagnia bella. Rispondono sempre con circonlocuzioni, perifrasi, giri di parole, dichiarazioni astratte e generiche, ribaltando l’argomento, ribadendo alle accuse con altre accuse, non rispondono mai alle domande dirette e precise, perché non vogliono mostrare il loro vero volto. La dissimulazione gli si legge in faccia.

A conferma di quanto dico, in una recente puntata dell’Arena di Giletti su RAI 1, era presente un tale Reas Sayed, presentato come rappresentante legale di alcune comunità musulmane della Lombardia. E’ riuscito a non rispondere mai alle varie domande precise e contestazioni che gli venivano rivolte in studio. A Giletti che gli chiedeva come mai i musulmani in Italia non prendessero posizione condannando il terrorismo islamico e non facessero niente per contrastare la diffusione della propaganda jihadista nelle moschee, ha risposto dicendo che non è vero che i musulmani non fanno niente per  fermare la violenza, anzi sono impegnati per chiedere l’apertura di nuove moschee. Ecco la sua soluzione; non condannare apertamente la violenza islamica, ma “aprire nuove moschee”.  Questa è l’unica cosa chiara che ha continuato a dire durante la puntata. Vi pare che si possa instaurare un dialogo con questa gente?

La sera lo stesso Sayed era ospite in una puntata speciale di  Virus di Nicola Porro su RAI 2. Stessa identica sceneggiata, niente condanna per i fratelli musulmani, ma evita risposte imbarazzanti, cambiando argomento ed accusando Sgarbi e  Magdi Allam di non conoscere il Corano. E nega l’avversione dell’islam verso la civiltà occidentale, affermando “Io sono occidentale”. Ma quando Porro chi chiede se sia nato in Italia, risponde che è nato in Pakistan (ecco, appunto), ma che ormai è in Italia da 30 anni e si sente occidentale. Chi ha seguito la puntata sa che non ha risposto a nessuna delle domande precise che gli venivano fatte da Porro e da Allam. Invece che condannare il terrorismo islamico, continuava a rigirare la frittata, lanciando accuse a chiunque pur di non riconoscere responsabilità ai musulmani; come tutti gli altri musulmani che affollano gli studi TV.

Ed ecco un altro esempio che conferma quanto dico sulla dissimulazione. Questo signore raffigurato a lato è Saif Abouabid, spesso ospite nei salotti televisivi in qualità di rappresentante dei Giovani musulmani. Pare che ormai non si possa fare un programma televisivo se non c’è l’ospite musulmano. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che non su Al Jazeera. In una recente puntata di Quinta colonna di Del Debbio su Rete 4, Saif, continuava ad interrompere gli interventi degli altri ospiti in studio, impedendo di parlare, finché il conduttore lo ha zittito, invitandolo, altrimenti, a lasciare lo studio. Cosa che il nostro musulmano moderato ha fatto. Durante tiutta la puntata, finché è stato presente, non ha mai risposto chiaramente alle domande, evitando accuratamente, come gli veniva richiesto ripetutamente da Zaia, di condannare apertamente la violenza islamica e gli attentati.  Fiano cerca di metterlo alle strette ponendogli la domanda precisa: “Lei condanna compiutamente, completamente, il fatto che in nome del Corano si ammazzino altre persone?”. Domanda chiara che esigerebbe una risposta altrettanto chiara “Sì o No”. Ed ecco la risposta di Saif: “Io posso dirle che mi sento offeso a ricevere una domanda così stupida.”. (Vedi qui il video). Vale la pena di rivedere questo breve video, è più esplicito ed illuminante di un lungo discorso, ma conferma per l’ennesima volta quello che scrivo da anni.

Sono questi i musulmani moderati? No, questi sono esempi lampanti del fatto che loro applicano in maniera perfetta la dissimulazione per mascherare il loro vero volto, il loro pensiero, il loro fine. E si mostrano calmi, e pacifici. Ma già nelle città e nei grandi centri urbani dove ormai sono di casa, occupando spazi sempre più grandi, intere palazzine e quartieri, creando non pochi problemi per la sicurezza, si sentono padroni e cominciano a mostrarsi sempre più prepotenti, arroganti e spavaldi nei confronti  dei cittadini italiani che si sentono sempre più emarginati ed in pericolo. I casi di aggressioni, furti, scippi, rapine, spaccio di droga, prostituzione, violenza sessuale, intimidazione, sono all’ordine del giorno, anche se non sempre finiscono sulla stampa. Un esempio per tutti, ecco cosa è successo a Cagliari giusto ieri: “Extracomunitario strappa crocifisso dal collo di una donna“.

Niente di straordinario, cronaca quotidiana. Ormai non fanno più notizia, anzi non passano più nemmeno in cronaca perché pare che ci siano disposizioni precise a stampa e questure per evitare di dare spazio a notizie di reati commessi da stranieri; sempre per evitare di alimentare l’odio. Così, l’Italia viene violentata ogni giorno, ma non si deve sapere e non si deve dire. Non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci dicono che alimentiamo l’odio e ci accusano di xenofobia, islamofobia e razzismo.  Lo dicono le anime belle buoniste, i veri “dummies” di questa storia. Ma per questi Dummies non c’è speranza che imparino.  Sono così irrimediabilmente e totalmente idioti che, altro che manuale delle istruzioni, ci vorrebbe un miracolo. Ma anche i santi ultimamente devono essere molto distratti. Arrangiatevi.

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Fratelli coltelli

Cristiani da bruciare

Il Papa e la pace

Capodanno col botto

I cristiani sono buoni

Siamo tutti pacifisti (agosto 2006)

Guelfi e xenofobia

Avantieri su Rete4 il conduttore Del Debbio, parlando ancora di problemi legati all’immigrazione, ha detto che gli fanno schifo gli xenofobi. E perché non si pensasse che l’affermazione gli era sfuggita per sbaglio, lo ha ripetuto “Gli xenofobi mi fanno proprio schifo“.  Bene, abbiamo capito. Certo che una simile perentoria affermazione, fatta da un toscano di Lucca, lascia un po’ perplessi. Ricordiamo tutti le rivalità fra i Comuni toscani, tra Firenze e Siena, tra Pisa e Livorno, tra guelfi e ghibellini; un odio che sfociava spesso in contrasti cruenti, come la battaglia di Montaperti tra i guelfi guidati da Firenze contro i ghibellini guidati da Siena. E Lucca, patria di Del Debbio, stava con Firenze.

Rivalità mai sopite fra le città toscane. Oggi, magari, invece che scontrarsi sul campo di battaglia, se le suonano verbalmente a forza di insulti e battute salaci; ma quell’antico spirito di contrapposizione esiste sempre. E non solo esiste rivalità fra i borghi toscani, ma anche all’interno delle stesse città, fra rioni e quartieri. Basta pensare alla rivalità fra le contrade senesi che esplode in occasione del Palio. La Toscana esprime benissimo, ne è la prova storica più evidente, il fortissimo spirito campanilistico che domina l’Italia e gli italiani (Le eterne rivalità dei campanilismi). Si trova sempre qualche buon motivo per mettersi gli uni contro gli altri. E quando non ci sono rivalità di campanile, ci si schiera gli uni contro gli altri  per questioni di glorie nazionali, tra tifoserie da stadio: Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi, Verdi e Puccini, e pure Sant’Ambrogio contro San Gennaro. E quando proprio non c’è di meglio, si scende in campo scapoli contro ammogliati. L’importante è schierarsi “contro” qualcuno. Ed ora questi toscani che non si sopportano nemmeno fra loro, fra gli stessi toscani a distanza di pochi chilometri, vengono a dirci che gli fanno schifo quelli che non sopportano gli stranieri che arrivano dall’altro capo del mondo: da “su corr’e sa furca“, si dice da noi. I toscani, e gli italiani, possiamo prenderli a calci nel sedere, ma gli africani dobbiamo accoglierli a braccia aperte. Non cercate una logica in questo atteggiamento; non c’è. Anche Renzi è toscano; il che spiega molte cose.

Non ci si sopporta tra vicini di casa, spesso ci si ammazza a causa dei panni stesi sul balcone o per il parcheggio condominiale, ma poi si pretende che gli italiani aprano le proprie case a quei disperati che arrivano dall’Africa nera e li accolgano con gioia,  sorrisi, abbracci, la banda musicale, tarallucci e vino, spari di razzi, granate, mortaretti, e gli garantiscano vitto, alloggio e paghetta settimanale a proprie spese. Ecco perché appare molto discutibile l’affermazione di Del Debbio, e suona quasi falsa. Ancor più se consideriamo che il suo programma (sia Quinta colonna che Dalla vostra parte) insiste quotidianamente proprio sui gravi problemi che l’immigrazione sta creando nelle città italiane, specie nelle periferie dove spesso i migranti vengono sistemati in edifici pubblici e privati frettolosamente adattati alla meno peggio per l’occasione, e nei centri e strutture di accoglienza ormai al collasso. E non manca di collegarsi con le varie piazze d’Italia, dove la situazione è più drammatica ed insostenibile, per dare voce e sfogo alla rabbia degli italiani che si sentono minacciati dalla presenza crescente e senza controllo di migliaia di immigrati che occupano strade e piazze e costituiscono un serio pericolo per la sicurezza dei cittadini.

L’atteggiamento più comune alle persone intervistate nelle piazze, lo si capisce benissimo dalle parole di protesta e dal tono degli interventi, è quello di insofferenza verso gli immigrati, visti come causa di degrado delle città e di minaccia alla quiete sociale. E’ xenofobia pura, anche se evitano di dirlo chiaramente, perché andrebbero incontro alla condanna dell’opinione pubblica plagiata dal pensiero unico dominante e potrebbero incorrere anche in sanzioni penali (vedi legge Mancino). E’ quello che pensano tutti, gli si legge in faccia. Sembra che da un momento all’altro qualcuno stia per dirlo chiaramente con un urlo liberatorio e che la folla intorno esploda in un lunghissimo applauso, evocando una delle scene cult del cinema italiano; la battuta di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin. Lo pensano tutti, ma nessuno lo dice. Anzi, negano con forza ogni motivazione xenofoba e razzista. Ecco perché anche il conduttore, mentre dà ampio spazio alla rabbia dei cittadini, si affretta al tempo stesso, a dichiarare la propria condanna del razzismo e affermare che gli xenofobi gli fanno schifo; una versione mediatica del “qui lo dico e qui lo nego“.

Forse non si rende conto che in tal modo contraddice, in maniera fin troppo evidente, proprio lo spirito che anima tutto il programma. Come se Santoro affermasse che gli fanno schifo quelli che parlano male di Berlusconi. Ma forse anche Del Debbio ogni tanto, per campare tranquillo, deve pagare un piccolo tributo al politicamente corretto e barcamenarsi tra un servizio che agita le piazze contro gli immigrati, la condanna del razzismo e lo schifo verso gli xenofobi.  Non so se lo faccia volutamente o inconsciamente. Di certo, visto che lo fa,  non gli fa schifo. La coerenza in questo caso non c’entra, è momentaneamente sospesa. L’ipocrisia, invece, in televisione è di casa.