Sanremo; festival di regime

Comincia il festival di Sanremo, che non guarderò. Sarà la solita passerella di pseudo cantanti e intrattenitori militanti che fanno propaganda politica mascherandola da intrattenimento, spettacolo, satira. Tra le presenze c’è Virginia Raffaele, che ultimamente riscuote un buon  successo. Anni fa, alle sue prime apparizioni in TV, le dedicai questo post del 2013 “Satira monotematica” sulla comicità e satira a senso unico del mondo dello spettacolo. Da allora non ho cambiato idea su questa “comica e sulla Compagnia di giro”. Ecco cosa scrivevo:

Satira monotematica (2013)

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello, che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore? Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele.

Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Però lei, con un trucco pesantissimo riesce a renderle orribili. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere brutta. Spiegato il mistero.

virginia-raffaele
Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito? (Nota. Diceva Virna Lisi a proposito del mondo dello spettacolo, “Se non sei di sinistra non lavori“).

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre la stessa compagnia di giro. Li trovi ovunque ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata. Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio, che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.
E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“ (vi si riconoscono, fra gli altri, Umberto Eco, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari)

salone-del-libro

P.S.

Quest’anno non sarà molto diverso. Musicisti che, persa ormai ogni capacità di inventarsi qualche novità,  continuano a cantare la stessa canzone da 40 anni, ma non se ne rendono conto. Cambiano solo le parole, la musica è la stessa, la solita lagna.

A proposito, ecco alcuni vecchi post sul festival e dintorni:

Sanremo, polemiche (2004)

Bonolis, la fatina bionda e du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Sanremo, big e tubi (2012)

Sanremo, un rospo in carrozza (2013)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Sanremo bazar, c’è di tutto, anche musica (2016)

Sanremo e i riti collettivi (2017)

Facce da festival (2018)

Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Satira monotematica

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello,  che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore?  Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele. Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere orribile. Spiegato il mistero.

Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella  banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito?

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre gli stessi. Li trovi dappertutto ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata.  Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio,  che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.

E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“…