Morale da schiavi

La Chiesa ha molte colpe ed errori da farsi perdonare. La prima è che si fonda su una morale da schiavi, sull’esaltazione e la beatificazione della povertà, sulla falsa promessa che gli ultimi saranno i primi, sull’amore per il prossimo, sul perdono delle offese, sul porgere l’altra guancia ed amare il nemico come se stessi, anche se minaccia la tua vita. Con una morale simile un popolo può solo soccombere a chiunque lo attacchi e lo minacci. Ecco perché ci stiamo calando le braghe davanti a quattro sfigati africani che ci stanno invadendo grazie alle nostre stesse leggi ed alla nostra “morale da schiavi”. La nostra tragedia è che siamo in mano ai cattocomunisti che alla morale da schiavi cattolica abbinano la scellerata ideologia marxista ed il progetto comunista mai accantonato che sogna ancora il totale sconvolgimento della società occidentale, con o senza rivoluzione armata. E per realizzarla fomentano e sostengono qualunque situazione favorisca disordini e conflitti sociali. Un mix tragico e letale.

Non è diventando poveri che si aiutano i poveri. Non è amando il prossimo come se stessi e porgendo l’altra guancia che si ferma la violenza. Non è vestendosi di stracci e predicando agli uccelli che si porta la pace nel mondo. Non è con la bontà che si ferma la cattiveria umana. Non è con l’amore che si ferma l’odio. Scegliere volutamente di vivere in povertà non è da santi, è da idioti. Fare gli eremiti non serve a nessuno, è una scelta vigliacca e stupida. Francesco, se voleva fare davvero qualcosa di utile avrebbe dovuto usare con parsimonia le ricchezze della sua famiglia per portare aiuto vero e reale ai poveri della città, senza necessariamente dover rinunciare alla sua ricchezza.  Chi continua a predicare queste sciocchezze è fuori dalla realtà e fuori di testa; che sia Papa o sagrestano.

 

 

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Chiesa e censura

Servire gli altri (pensierino pasquale)

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri.

Bastardi islamici e moralisti col timer.

Servire i servi.

Ama il prossimo tuo.

Aspiranti cadaveri.

Il Papa e la pace.

Cose da pazzi

Il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto: proprio perché è impazzito.

Ormai queste notizie sono così frequenti che non ci si meraviglia più. E’ lungo l’elenco di bambini lasciati in auto sotto il sole (spesso con conseguenze tragiche), o dimenticati all’autogrill, oppure lasciati soli in auto per andare a fare la spesa, al lavoro, a giocare alle slot machines,  per andare in discoteca, o per i motivi più assurdi. Questa di oggi è solo una delle vittime dell’incoscienza di genitori distratti: “Dimenticata per ore in auto: muore bimba di 18 mesi“. E purtroppo non sarà l’ultima; sta diventando “normale” dimenticare bambini di pochi mesi in auto, come oggetti qualunque di poco conto, come ombrelli. Solo qualche decennio fa non sarebbe successo; impensabile. Non perché non ci fossero auto, bambini, autogrill, discoteche o slot machines, ma perché non c’erano mamme fuori di testa. Oppure, se qualcuna c’era, finiva  in manicomio, prima di Basaglia, invece che in libera uscita. Poi hanno chiuso anche i manicomi e tutti i pazzi sono liberi di circolare. Ma questa è un’altra storia di “buonismo” fatale. Una volta nessuna mamma si dimenticava dei figli, li aveva sempre, costantemente,  sotto controllo, non li perdeva un attimo di vista; era la loro prima preoccupazione. Non si sognavano, specie se molto piccoli, di lasciarli andare da soli in riva al mare, o di lasciarli soli in piscina o, com’è successo di recente a Disneyland, di lasciarli soli in riva ad una laguna infestata da coccodrilli. Non succedeva.

Oggi la gente è distratta da mille motivi, dai media, dalla TV, dalla pubblicità, dalle mille incombenze quotidiane, da mutui da pagare, bollette, lavoro che non c’è, affetti, famiglie allargate, divorzi, amanti, palestre, diete, prova costume, TG, politica, bond, referendum, immigrati, banche fallite, lavoro precario, Fornero, la pensione come un miraggio. E quando potrebbero rilassarsi riescono a complicarsi la vita con lo sguardo e la mente sempre occupati a seguire i social, Facebook, Twitter, inviare e ricevere sms, vivere una seconda vita parallela, una vita virtuale. E così, distratti da tante sciocchezze, ci si dimentica delle cose importanti; perché anche la nostra mente ha dei limiti e quando la carichiamo eccessivamente va in tilt. Ma stranamente nessuno sembra rendersene conto. Una volta i figli erano la cosa più importante per i genitori. Ricordiamo tutti la celebra frase di Cornelia, la mamma dei Gracchi, indicando i figli: “Questi sono i miei gioielli“. Oggi i figli non sono la cosa più preziosa per i genitori, non sono  più gioielli, sono  bigiotteria scadente da bancarella, sono come buste della spesa, si dimenticano nel bagagliaio. Lo dico da anni e lo ripeto: la gente sta impazzendo, ma non se ne rende conto.

Papa Bergoglio è a Cracovia. E naturalmente non perde occasione per deliziarci con le sue dichiarazioni. Purtroppo più parla e più sciocchezze dice. L’unica soluzione sarebbe che tacesse. Da quando si è insediato a San Pietro non ne ha detta una giusta; fin dall’inizio, a partire dalla sua frase sui gay “Chi sono io per giudicare?”. Le sue dichiarazioni sono una serie di strampalate affermazioni, spesso contradditorie, senza capo né coda, né fondamento; roba da meditazione settimanale delle “pie donne” al circolo parrocchiale. Comincio ad avere seri dubbi anche sulla sua competenza teologica e, di conseguenza, sulla sua autorevolezza come guida spirituale della Chiesa. Fa gli stessi ragionamenti ed usa le stesse argomentazioni banali e prive di fondamento che avrebbe fatto la vecchia Perpetua di Don Abbondio. Mi ricorda “La professione di fede del vicario savoiardo” di J.J.  Rousseau. Solo che quel vicario cercava di spiegare la fede in Dio semplicemente perché lo sentiva con il cuore; e ciò gli bastava. Nella sua semplicità era molto più sincero di Bergoglio: il che è tutto dire.

Fra le tante sciocchezze papali, le più frequenti e più discutibili, che suscitano polemiche, critiche e stanno provocando l’allontanamento dei fedeli dalla Chiesa,  sono quelle relative al rapporto con i musulmani (“Sono nostri fratelli“, dice), il terrorismo islamico (condanna il terrorismo, ma non cita mai l’islam, nemmeno oggi che hanno ammazzato un prete in chiesa in nome di Allah), all’accoglienza degli immigrati e il dovere di aprire le porte a tutti, buoni e cattivi (tanto paghiamo noi, mica lui). Si potrebbe proseguire a lungo con le sue dichiarazioni che lasciano sempre più perplessi. La sua visione del mondo è un miscuglio di Vangelo e Manifesto del partito comunista. Più che la guida spirituale della Chiesa sembra un sindacalista sessantottino o un seguace di Fidel Castro; magari ha nella stanza il manifesto di Che Guevara.  Ma quando glielo fanno notare e gli rimproverano una eccessiva attenzione ai problemi del lavoro, dei poveri, delle disuguaglianze sociali, dei diritti dei lavoratori, dice che non è marxismo, è Vangelo. Peccato che molti, compresi studiosi e teologi, non siano proprio d’accordo.

Oggi, per esempio, dice che il mondo è in guerra. Questo lo abbiamo capito anche noi e già da parecchio tempo. E’ il fanatismo islamico che ha dichiarato il jihad, la guerra santa al mondo occidentale, agli infedeli. Dice Bergoglio che bisogna difendersi, ma “non con le bombe” (parole sue). E come Santità?  Porgendo l’altra guancia? Amando il prossimo come se stessi? Perdonando chi ci offende e ci minaccia di morte? Accogliendo in casa i potenziali terroristi? Oppure cercando di non dare troppo peso alle minacce, giusto per non alimentare la paura? Anche il presidente Mattarella oggi, a proposito degli attentati terroristici, ha detto: “Dobbiamo impedire che la paura ci vinca, non possiamo consentire che il nostro Paese e l’Europa entrino nell’età dell’ansia.”.

Ecco, il vero pericolo non è il terrorismo, non sono le bombe che rischiamo di trovarci sotto il culo. No, il pericolo è “l’ansia“. Non dobbiamo cedere all’ansia: magari  ci sgozzano come agnelli sacrificali, ci bucherellano con i kalashnikov, ci spiaccicano sull’asfalto con un Tir da 20 tonnellate, o ci fanno a brandelli con le bombe, ma non dobbiamo aver paura, non dobbiamo cedere all’ansia: crepiamo, ma crepiamo sereni. Enrico Mentana ieri diceva (anticipando Mattarella) che c’è gente che pensa di combattere il terrorismo con il Prozac. Ottima soluzione. Ci penseranno le Asl a distribuire gratuitamente ai cittadini tonnellate di Prozac per combattere l’ansia e la depressione. Begoglio vuole combattere il terrorismo, ma non con le armi, Mattarella, invece che preoccuparsi per il pericolo del terrorismo,  è preoccupato che non ci venga l’ansia. Ma c’è qualcuno in circolazione che sembri normale? Non dico che lo sia, ma almeno che lo sembri.

E così anche oggi Bergoglio ha detto la sua. Ammazzano la gente al grido di “Allah Akbar”, ma il Papa dice che la religione non c’entra. Sgozzano un prete in chiesa mentre celebra la messa, ma Bergoglio dice che la religione non c’entra. A Dacca in Bangladesh, hanno fatto una strage, però salvavano quelli che conoscevano il Corano; ma il Papa dice che la religione non c’entra. In tutti gli attentati messi in atto degli ultimi tempi, sia da singoli o da gruppi di terroristi, il loro grido di battaglia con il quale accompagnano le stragi è sempre lo stesso “Allah Akbar“, ma il Papa dice che la religione non c’entra. “E il Papa è un uomo d’onore…”, direbbe Marco Antonio. Comincio a pensare che il Papa o ci è o ci fa; oppure quello che non c’entra con la religione è proprio lui, il Papa

Safari e lavapiedi

“Non sempre perde il toro…”, è la battuta finale di una vecchia barzelletta. Eccola…

Un turista, recatosi in Spagna per vedere l’Expo di Siviglia, va in un ristorante tipico e, non conoscendo bene la lingua, ordina la solita fettina di carne. Accanto a lui c’è un signore che ha sul piatto due enormi polpettoni al sugo  e li sta mangiando con evidente piacere. Incuriosito chiama il cameriere: “Mi scusi, che piatto è quello che sta mangiando il signore qui a fianco?”.
Ah senor, es la nuestra especialidad, es un plato muy tipico llamado Pelotas a la Matador.
Il giorno dopo il turista torna nel ristorante e, desideroso di assaggiare la specialità, chiede il famoso piatto. Dopo un po’ il cameriere gli porta due polpettine misere e minuscole. Sorpreso, chiede spiegazioni al cameriere che spiega: “Senor no siempre perde el toro!”.

Già, qualche volta le palle sono quelle del torero. Mi è venuta in mente vedendo questa notizia: “Padre e figlio italiani uccisi nello Zimbabwe, scambiati per bracconieri“.

Le vittime sono Claudio e Massimiliano Chiarelli, padre e figlio, uccisi all’interno di una riserva di caccia. Li vediamo in questa foto presa dal loro profilo Facebook, nel quale mostravano con orgoglio queste enormi zanne di elefante. Già, perché vivono nello Zimbabwe dove, come riporta l’articolo,  il padre Claudio faceva  la guida ed accompagnava i turisti nei safari, mentre il figlio era un cacciatore professionista. Ora, la caccia all’elefante, specie protetta ed a rischio estinzione, è vietata. Il commercio dell’avorio è vietato pure. Allora, dove hanno preso quelle zanne?Saranno frutto di una battuta di caccia del “professionista“, oppure le avranno trovate per puro caso facendo due passi nella savana tanto per favorire la digestione? Non ho molta simpatia, l’ho già detto spesso in passato, per gli amanti dell’avventura, della ricerca del rischio, del pericolo, delle situazioni estreme; quelli che fanno di tutto per mettersi nei guai e poi devono intervenire i soccorsi per salvarli. Quando poi questo amore per l’avventura si realizza facendo il cacciatore professionista nella savana, allora non riesco a provare nessun senso di pietà per le vittime di incidenti sul lavoro.

Questa storia ricorda molto quella di Walter James Palmer, dentista americano che un anno fa fece scalpore e suscitò l’indignazione mondiale, perché pubblicò in rete la sua foto accanto ad un leone appena ucciso nel corso di una battuta di caccia, anche questa  nello Zimbabwe. Ma quello non era un leone normale (premesso che non esistono leoni “normali” che si possono ammazzare), era Cecil, il leone più popolare ed amato dello Zimbabwe, un bellissimo esemplare di 13 anni, con tanto di collare e monitorato dall’università di Oxford, quasi un simbolo della regione e del parco nazionale. Così scrive La Stampa: “Palmer è andato nello Zimbabwe alla fine di giugno, per dare la caccia a un leone. Si è rivolto a Theo Bronkhorst della compagnia Bushman Safaris, e a Honest Trymore Ndlovu, proprietario di un terreno vicino all’Hwange National Park. I due gli hanno detto che per 50.000 dollari si poteva fare. Quindi il primo luglio scorso hanno legato la carcassa di un animale alla loro auto, e l’hanno trascinata nel parco, per attirare un felino verso la postazione dove lo aspettava Palmer. Quando il leone è uscito dai confini della riserva, entrando in un terreno privato, il dentista ha scoccato la sua freccia. Il felino è rimasto ferito ed è scappato, ma dopo un inseguimento durato 40 ore si è fermato sfinito. A quel punto Palmer gli ha sparato, lo ha scuoiato, e gli ha tagliato la testa per farne un trofeo. “. Bravo, davvero un bel trofeo. Ieri scrivevo della “foto simbolo” dei profughi fermi al confine fra Grecia e Macedonia. Anche questa foto a lato può essere una foto simbolo. Sì, della stupidità umana.

E i nostri italiani d’Africa? “Accompagnavano i turisti nei safari“, dicono. Più o meno quello che facevano i due complici del dentista Palmer. Già, quelli che organizzano safari per ricchi annoiati i quali per distrarsi vanno a rompere i cogl…pardon, le zanne ed altro  a elefanti, leoni, giraffe; quelli che stanchi di star bene, tranquilli e sereni a casa loro, vanno in giro per il mondo, attraversano deserti, giungle e foreste, scalano montagne inesplorate, cercano emozioni forti, l’avventura, l’adrenalina. E per 50.000 dollari tendono la trappola al primo leone che passa, compreso Cecil. Se restassero a casa farebbero meno danni, a se stessi, agli animali, alla natura, e non darebbero ulteriore conferma dell’idiozia umana. Intanto La Farnesina si sta già occupando del caso. Stiamo ancora indagando sulla morte di Giulio Regeni, ammazzato in Egitto, ed ecco un nuovo caso. Sembra che Regeni scrivesse per il Manifesto e facesse il ricercatore. Oggi nessuno fa più mestieri normali come il ragioniere, il meccanico, il barbiere, il calzolaio; sono tutti dottori e ricercatori, oppure artisti. Se proprio non hanno nessuna competenza specifica possono sempre darsi alla politica. Sembra che Regeni stesse “ricercando” in Egitto il funzionamento del sistema sindacale egiziano. Beh, se qualcuno studia i sindacati egiziani (come se non ne avessimo abbastanza in Italia), deve esserci un motivo serio; magari è fondamentale per fornire utili consigli alla Camusso su come organizzare gli scioperi, i cortei, come disegnare gli striscioni, impugnare i megafoni, creare slogan efficaci e soffiare trombette e fischietti a tempo di marcia.  Anche questa è una ricerca utile all’umanità. Tuttavia, visto come va a finire spesso, l’impressione è che l’unica cosa che certi ricercatori ricercano è la maniera di cacciarsi nei guai.

Non abbiamo ancora risolto il caso Regeni, ed ecco il caso Chiarelli. Anche qui scatteranno inchieste, sospetti, depistaggi, congiure e trame segrete, come nel caso del ricercatore ucciso in Egitto? Assisteremo al solito tormentone di comunicati della Farnesina, dichiarazioni del ministro Gentiloni, ipotesi strampalate sulle cause della tragedia e interpretazioni fantasiose dei soliti complottisti? E adesso anche questi li riportiamo a casa con volo di Stato, con passerella delle autorità all’arrivo, funerali di Stato,  cordoglio nazionale? Sì, ormai sembra che questa sia la prassi. Almeno si fa finta che lo Stato si occupi dei cittadini. La cosa curiosa è che, invece che occuparsi dei cittadini vivi in Italia, si occupano degli italiani morti in Africa. Fatta salva la pietà per i morti, non posso fare a meno di pensare che, così come a Siviglia non sempre perde il toro, così nello Zimbabwe non sempre crepa l’elefante. E guardando quella foto penso che quelli che fanno i safari, le guide,  gli accompagnatori, i cacciatori di professione o dilettanti, e tutti quelli che amano scorrazzare per la savana alla ricerca di emozioni forti, e sparano a leoni ed elefanti, giusto per la foto ricordo da postare su facebook, le zanne dovrebbero ficcarsele in quel posto (indovinate dove).

Il Papa e le pulizie di Pasqua.

Papa Bergoglio ha uno spirito creativo, non perde occasione per inventare qualcosa che faccia notizia. Ogni giorno una ne fa e cento ne pensa. Così è sempre in prima pagina. Roba da far invidia a Belen Rodríguez. Ed ecco l’ultimissima della giornata: “Il Papa lava i piedi agli immigrati“.

Ora, già spendiamo 300.000 euro al giorno di spese fisse per il servizio taxi della Marina  che va a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia, poi li accogliamo in deliziosi alberghetti 3 stelle o in agriturismo, gli assicuriamo vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, lavaggio e stiratura, assistenza sanitaria, sindacale e legale, TV satellitare, wi-fi, sigarette, ricariche telefoniche, paghetta settimanale, corsi di lingua e di formazione professionale. C’è davvero bisogno che gli laviamo anche i piedi , la testa, le orecchie e magari anche le palle?  Bergoglio, non è che sta un po’ esagerando?

 

Non è il caso di ripetere cose già dette. Quindi, giusto una breve considerazione. Questo Papa si sta rendendo ridicolo. Quando si esagera con l’ostentazione di una  esasperata, eccessiva, ipocrita forma di pauperismo, falsa umiltà e di amore per i poveri, e si confonde il Vangelo con il Capitale di Marx, si diventa ridicoli e si rende ridicolo anche il cristianesimo e tutta la Chiesa.  L’ho già detto in passato e lo ripeto: non si rende conto di quello che fa, di quello che dice, del suo atteggiamento, delle sue dichiarazioni, delle conseguenze e della strumentalizzazione mediatica del suo operato. Un Papa non può permettersi di avere queste gravissime carenze caratteriali e culturali. Sta distruggendo la Chiesa, la sua storia e sta stravolgendo anche il Vangelo e pure il messaggio di Francesco al quale crede di ispirarsi. E’ la perfetta guida spirituale del cattocomunismo, ma un pessimo capo della Chiesa. Non so, come dicono quelli pratici di profezie, che in San Pietro sia entrato il fumo di Satana. Ma certo se proprio non c’è fumo, c’è almeno una leggera puzza di bruciato. Speriamo che si tratti solo di una stufetta difettosa.

Sgarbi, capre e animalisti

Animalisti contro Vittorio Sgarbi. Lorenzo Croce, presidente dell’AIDA (Associazione italiana difesa animali e ambiente: questa ci mancava, vero?) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Ferrara, chiedendo di “verificare se l’uso spregiativo del termine ‘capra’, che lo stesso critico d’arte usa a sproposito, non sia un incitamento al maltrattamento di animali”.

Certo anche questo è uno dei gravi problemi che affliggono gli italiani ed è urgente dare una risposta. Chissà quanti disoccupati, precari e pensionati si svegliano al mattino ponendosi questa angosciante domanda: dare della capra a qualcuno può indurre ad atti di violenza nei confronti dell’animale? Strano che di un problema così grave non se ne siano ancora occupati Renzi, Mattarella, l’Unione europea, l’ONU, il WWF, Pannella e Bonino (quelli si occupano di tutto, specie delle cose di cui alla gente non interessa un tubo).

In effetti se qualcuno presenta un esposto significa che ci sono fondati motivi, e magari anche le prove, che ogni volta che Sgarbi usa apostrofare qualcuno in televisione con l’epiteto di “capra”, si registrino reazioni incontrollate da parte della gente e si vedano cittadini apparentemente normali, colti da improvviso ed irresistibile raptus, andare per prati e pascoli di montagna alla ricerca di capre da violentare. Ironia a parte, si vede proprio che c’è gente che a questo mondo non ha un cazzo da fare e si inventa la prima stronzata che gli viene in mente giusto per avere un po’ di visibilità e 5 minuti di notorietà sui media.

Il motivo per cui Sgarbi usa il termine “capra” nel senso di ignorante, imbecille, idiota e sinonimi vari, è semplicemente per evitare querele per insulti, calunnie, diffamazione ed offese personali. Pare che, nel corso della sua ormai pluridecennale carriera di personaggio pubblico, abbia collezionato circa 470 querele per questi motivi; il che comporta anche un notevole esborso economico, sia per spese legali, sia per i danni morali pagati alle persone offese. La prima querela la ricevette da un’insegnante che, in una puntata del Maurizio Costanzo show nel 1989, lesse una sua poesia,  giudicata subito negativamente da Sgarbi. Alle rimostranze della poetessa che lo definì “Un asino poetico”, Sgarbi rispose “E lei è una stronza”. Gli costò 60 milioni di risarcimento danni. Ecco perché ad un certo punto ha ritenuto più conveniente, e meno dispendioso, sostituire termini come ignorante, incapace, idiota, e sinonimi dello stesso tenore, con un meno offensivo “capra”. Ne fece un tormentone, tanto che anni fa, nel corso di un programma su Rai1 che lo vedeva come conduttore (e che fu un flop, durò solo una puntata), portò una capra in televisione. Solo pochi giorni fa, per sua fortuna, l’insulto è stato depenalizzato. Quindi ora Sgarbi può tornate ad usare, al posto di capra,  termini ed insulti più precisi.

Però è curioso che questi animalisti si siano sentiti in dovere di mettere sotto accusa Sgarbi per l’uso di quel termine e non si siano mai preoccupati di altre espressioni ben più gravi nei confronti degli animali. Per esempio, non è più preoccupante dire “In culo alla balena”?  Cosa ha fatto di male la povera balena per essere oltraggiata in quel modo? Oppure sentire usare comunemente “Tagliare la testa al toro”, per indicare la necessità di prendere una decisione drastica e risolutiva. Questa sì è una espressione forte che incita esplicitamente ad un atto di violenza estrema nei confronti del povero toro, auspicandone la morte per decapitazione. E poi, perché mai per superare una situazione di stallo e di incertezza, spesso a causa dell’incapacità umana di assumere decisioni,  ci deve andare di mezzo un toro che non c’entra niente con la discussione e non ha alcuna responsabilità? Nessuno ha mai presentato un esposto per vietare l’uso di questa espressione popolare.

Ma le azioni irrispettose nei confronti degli animali hanno radici antiche. Perfino nel Vangelo si racconta che, per festeggiare il ritorno del figliuol prodigo, si ammazza il vitello grasso. Cosa c’entra il vitello grasso? E’ colpa sua se quel ragazzino scavezzacollo in cerca di avventure ha abbandonato la casa paterna per andare in giro per il mondo? E’ colpa sua se poi è tornato? No, il vitello non se ne preoccupava minimamente; pensava solo a pascolare, trovare le sue erbe preferite, mangiare in santa pace e ruminare con calma (perché “prima digestio fit in ore”) e ingrassare. Ecco l’errore, essere grasso. Avesse mangiato di meno, sarebbe rimasto magro e l’avrebbe scampata. Ma allora, purtroppo per lui, non c’era la televisione, né riviste specializzate, e non c’erano tutti quei dietologi e nutrizionisti che ad ogni ora invitano a mangiare con moderazione e, per combattere l’obesità, consigliano esercizio fisico e diete stravaganti. Nessuno allora avvertiva i vitelli del pericolo di ingrassare (specie se c’era il pericolo che un figlio giramondo tornasse a casa all’improvviso) .

Ci sono poi espressioni usate comunemente che, anche se non proprio violente, sono almeno poco rispettose. Pensiamo a “menare il can per l’aia”. Si può intendere che si accompagni il cane a fare una tranquilla passeggiata per l’aia. Ma “menarlo” lascia intendere un’azione che potrebbe non essere gradita all’animale. E se il cane non avesse voglia di farsi menare per l’aia? Non sarebbe un atto violento? E se così fosse, perché gli animalisti non lo hanno mai denunciato? Due pesi e due misure: capre sì e cani no?

Che dire poi della frase “Il bue che dice cornuto all’asino”. E’ altamente offensiva per entrambi gli animali. Per il bue che, dando del cornuto all’asino, passa per ipocrita, falso, bugiardo ed in malafede, lanciando un’accusa infondata e attribuendo all’asino i propri difetti. Ed anche per l’asino che, sentendosi dare del cornuto, può pensare di essere tradito dall’asinella dai facili costumi. Ed ancora del detto “Fare come lo struzzo… che nasconde la testa sotto terra”. Ma voi avete mai visto uno struzzo comportarsi in quel modo stupido? No, è un’invenzione senza riscontro; pura cattiveria.  Ed ancora “Lavare la testa all’asino”, o  “Dare le perle ai porci”, per dire di azioni inutili. Come dire che questi animali sono ignoranti e irriconoscenti, perché non conoscono il valore delle cose e delle azioni.

Usiamo dire di qualcuno che “è imbufalito”, o che “è matto come un cavallo”. Ma sia bufali che cavalli non sono matti, non vanno in escandescenze; sono gli umani che impazziscono senza motivo. E perché per identificare un’associazione malavitosa e criminale come la mafia dobbiamo usare il termine “piovra”? Le piovre non fanno pagare pizzi ai gamberetti, non chiedono tangenti sul plancton, non fanno niente che può essere assimilato alla cattiveria umana. Perché per definire delle ragazze prive di senno e cultura le chiamiamo “oche” o galline? Considerate nel loro ambiente, e confrontate con gli altri animali, oche e galline sono meno stupide di quanto si pensi e di quanto lo siano, paragonate ai loro simili della specie umana, certe ochette dalle sembianze femminili che starnazzano nei salotti televisivi (ma ci sono anche polli e capponi in sembianza maschile).  E sono anche più utili all’umanità (oche e galline).

C’è, infine, un’espressione che non ho mai usato perché non ne ho mai capito il senso. La sentiamo spesso, ogni volta che dobbiamo augurare a qualcuno il buon esito di una prova, un’impresa o un esame. Qual è l’espressione più usata? E’ questa: “In bocca al lupo”. L’immancabile risposta è “Crepi”.  E guai a dire semplicemente “Auguri”, porta male; a noi. Invece a noi porta bene quello che porta male al lupo. Sentendo questo strano modo di augurare fortuna mi chiedevo sempre, fin da piccolo, che senso avesse quella frase, e perché mai per assicurare qualcosa di positivo dovesse crepare un povero lupo che non c’entra niente con le nostre vicende personali. Così immaginavo che, di colpo, in qualche bosco, un lupo si accasciasse improvvisamente ogni volta che qualcuno ne augurava la morte. Una strage di lupi. Ecco perché ho sempre evitato di usare quello strano augurio, anzi credo proprio di non averlo mai usato, proprio per evitare di sentirmi rispondere “crepi”. Questione di sensibilità personale, anche quando ancora non c’era la Brambilla, il WWF, l’AIDA, Croce, gli animalisti e quelli che pensano che usare il termine capra possa invogliare all’uso della violenza. “Più conosco gli uomini, più amo i cani”, diceva Heinrich Heine. Oggi potrei aggiornare quella frase e dire che più conosco certi uomini, più amo le capre (ed anche i cani); sono più intelligenti di quanto sembrino, le capre (ed anche i cani).

Le vere oche sono quelle della TV, ed i polli sono quelli che le guardano. Punto.

Papa: acqua e fogne per tutti

Il Papa ama viaggiare e portare nel mondo il messaggio evangelico. Ora è in Africa per il giro pastorale a base di vicinanza ai poveri ed agli ultimi, di baci ai bambini, di benedizioni alla folla, di appelli alla fratellanza, di rivendicazione dei diritti umani, di frontiere aperte, di accoglienza per tutti, di denuncia della ricchezza dell’occidente come causa della povertà del terzo mondo (questa è ancora tutta da dimostrare, ma a forza di ripeterla qualcuno ci crede davvero). Insomma, la solita litania buonista, il catalogo dei sogni, delle buone intenzioni, dei buoni sentimenti, di “beati i poveri…porgi l’altra guancia…ama il prossimo tuo come te stesso…etc”.  Poi la visita finirà, il Papa tornerà in Vaticano, i poveri di Nairobi continueranno ad essere poveri, e tutto resterà come prima.

Questa volta, visitando Kangemi, il quartiere povero di Nairobi, lancia il messaggio del diritto all’acqua e le fogne. Già “Acqua e fogne per tutti“, dice a gente che da sempre vive in mezzo alle fogne a cielo aperto. Sembra una battuta di spirito che richiama alla mente il motto di Cetto Laqualunque “Più pilu per tutti“. Solo che Cetto faceva ridere, il Papa no.

Il suo tema preferito è sempre lo stesso: più che un messaggio spirituale ricorda i temi del lavoro e dell’economia; diritto al lavoro per tutti, rivendicazioni salariali, sicurezza, garanzie, riposo, ferie, ridistribuzione della ricchezza, condanna del profitto, appello alla solidarietà globale. Più che il capo spirituale della Chiesa, sembra di ascoltare un sindacalista della Fiom o uno sfigato marxista dei centri sociali. Forse doveva fare il sindacalista, non il prete. Ecco che cosa ha detto agli “ultimi” di Kangemi: “L’emarginazione urbana nasce dalle ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate.”.  Più chiaro di così.

Gli africani sono poveri perché noi occidentali siamo ricchi, concentriamo il potere e sperperiamo. Viene quasi spontaneo pensare che in certe zone dell’Africa vivono ancora come 2.000 anni fa, nelle capanne di fango e paglia. E che fino a pochi secoli fa, gli europei non sapevano neppure dell’esistenza delle popolazioni africane, finché non sono cominciate le prime esplorazioni del continente africano. Ma intanto che  lì si viveva in condizioni da cavernicoli, a Roma si costruivano acquedotti e fognature già 2000 anni fa. E questi, ancora nel 2015, sono in quelle condizioni. Come mai, mentre in Europa si progrediva in tutti i campi, dall’architettura alla medicina, dalla scienza alla filosofia, l’arte, la musica, il commercio, si costruivano palazzi, basiliche, teatri, in quelle regioni lontane non c’è stato alcun tipo di progresso? Perché qualcuno li sfruttava? Oppure? Ma dicono che in Africa sono poveri per colpa nostra che siamo troppo ricchi e li abbiamo sfruttati. Ergo, se a Nairobi non hanno acqua e fognature, vuoi vedere che è per colpa dei romani che pensavano a costruire il Colosseo, invece che fare le fogne in Africa?

Ma il Papa ci accusa di essere noi la causa della loro povertà. E per rimediare dovremmo aiutarli e garantirgli il progresso, a spese nostre ovviamente. Infatti, riassunto in questo titolo, ecco il messaggio lanciato tempo fa in occasione del suo discorso all’ONU: casa, lavoro, terra.

Nient’altro? Beh, questo tanto per cominciare, poi si passa ai dettagli. Per esempio, possiamo aggiungere anche il diritto alla colazione abbondante con succhi vari, frutta esotica,  bacon e uova strapazzate, caviale, aragosta, champagne. Ancora il diritto al riposo pomeridiano (la pennichella è sacra), il climatizzatore, TV ultimo modello 40 pollici smart, Wi Fi (gli immigrati dicono che anche quello è un diritto), all’acqua minerale (liscia, gasata o Ferrarelle, secondo i gusti), una cantina fornita con vini di pregio, un’auto nuova in garage, un armadio pieno di abiti alla moda e capi firmati, la scopatina serale (o al mattino, a piacere; anche questo è un diritto, no?).

La casa, mi raccomando, che sia come quella di Topolino, una grande villetta bianca a due piani in stile coloniale con ampio prato verde intorno dove giocare col cane, possibilmente con ampio parco intorno, boschetto, piscina e giochi per i bimbi. Beh, tutti hanno diritto allo spazio vitale. Mica vorremo relegarli in quegli orribili casermoni di periferia, in spazi angusti come celle di alveari, pullulanti di brutti ceffi, maleodoranti e puzzolenti di fritto e minestra di cavoli. No, la casa deve essere bella, grande, confortevole, rilassante e profumata di gelsomini. E’ un diritto di tutti.

Il lavoro, invece, deve essere appagante, gratificante:  un buon impiego lautamente retribuito in un’azienda con sede in palazzo d’epoca in centro storico, con sale affrescate da Michelangelo (oppure Giotto), sculture del Bernini (ma va bene anche Canova), arazzi preziosi, tappeti persiani, ambiente lavorativo rilassante di tutta tranquillità (per evitare lo stress), segretaria di bella presenza sempre disponibile agli straordinari anche sul divano o dove capita, capita.

In quanto alla terra, che è un diritto di tutti, diciamo che non dovrebbe essere inferiore ad un centinaio di ettari per ciascuno, comprendenti grandi impianti eolici e fotovoltaici per l’autosufficienza energetica, e campi coltivati che forniscano tutti i possibili prodotti di prima necessità, cereali, legumi, ortaggi e frutta, al fine di garantire l’autosufficienza alimentare (non si sa mai, meglio essere previdenti), parco giochi, campo da golf, tennis, piscina, cottage per riposarsi durante le battute di caccia, cavalli purosangue da corsa, frutteti e vigne, boschi e ruscelli, e pista per il jet privato. Potrebbe bastare, salvo ampliamenti futuri.

Poi cos’altro?  Beh, si può aggiungere a piacere, tanto ormai tutto è diventato un diritto e tutti i diritti devono essere garantiti a tutti. Tutto a tutti; lo dice il Papa. Ultimamente fra il Papa e l’estrema sinistra c’è una strana convergenza di ideali e proposte, una corresponsione di amorosi sensi, una sorta di affinità elettive. O i comunisti si sono convertiti al Vangelo, oppure il Papa è diventato comunista. Il fatto è che è facile parlare di diritti a tutti, ma poi bisogna pensare alla realizzazione pratica. E ci si dimentica sempre di dire chi deve occuparsene e con quali mezzi e risorse. Ogni diritto presuppone un dovere. Già, perché se qualcuno rivendica un “diritto“, significa che qualcuno ha il “dovere” di riconoscerglielo.  E se tutti, dalla Polinesia alla Siberia, dalla Groenlandia al Kenya,  hanno diritto alla casa, al lavoro, alla terra e chissà cos’altro, chi è che deve provvedere a garantire quei diritti? Lo Stato, i cittadini volenterosi, i ricchi, la Caritas, i sindacati, il governo, lo Spirito santo? Questo il Papa dimentica sempre di spiegarlo.

Però, alimentando le speranze della gente si mostra vicino ai poveri e sembra che diffonda e applichi il messaggio evangelico che, dice il Papa, è rivolto ai poveri ed agli ultimi (Bergoglio tra gli ultimi del mondo). Anche Laura Boldrini dice che il suo pensiero è sempre rivolto agli ultimi. La nostra Laura è una fervente cattolica e segue alla lettera il Vangelo, oppure il Papa copia dalla Boldrini? Veramente il Vangelo non solo si rivolge agli ultimi, ma riserva loro un occhio di riguardo, un trattamento speciale, quasi un riconoscimento, un premio, quando afferma che “Gli ultimi saranno i primi“. “In che senso?”, direbbe Verdone con gli occhi al cielo. Meno male che il Signore non faceva il giudice di gara, altrimenti sarebbe stato un bel pasticcio al momento di decretare l’ordine di arrivo e la classifica finale.

Ma se questo è il messaggio, allora bisogna riconoscere che essere ultimi è una bella fortuna, perché alla fine si diventa primi. Il guaio è per i ricchi, perché è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri in paradiso. Se ciò che dice il Vangelo è vero, questi poveri che vivono nelle periferie di Nairobi, in bidonville senza acqua, né fogne, e magari anche senza cibo, dovrebbero gioire, ringraziare il Signore per essere nati poveri e pregare di non arricchirsi mai, perché se si arricchiscono rischiano di trovarsi in fondo alla classifica. Bisogna concludere, quindi, che quelli che nascono nella periferia di Nairobi hanno avuto una bella fortuna. Beh, questo dice il Vangelo. No?

Vedi

Gli ultimi saranno i primi

Servire i servi

Ultimi e penultimi

Servire i servi

Viaggio del Papa a Cuba. Folla di fedeli nella piazza della rivoluzione, sotto i grandi ritratti di Che Guevara e Fidel Castro (con i quali Bergoglio sembra essere a proprio agio), messa, omelia, canti liturgici e benedizioni per tutti (sempre in diretta TV, come le gare della Ferrari, il concerto del 1° maggio, i mondiali di calcio e le vendite promozionali del piazzista toscano di palazzo Chigi). Poi il Papa riparte e continua a fare il Papa, i cubani continuano a fare i cubani, e tutto torna come prima. Ma ciò che resta nella memoria sono le sue parole, riprese e diffuse da tutti i media. Alla fine dell’omelia  sono stati osservati due minuti di silenzio. Dice il commentatore in televisione che quel silenzio è voluto e necessario affinché le parole del Papa  siano assorbite meglio ed abbiano il tempo di decantare e “fare l’effetto”.  Un po’ come prendere una compressa per il mal di testa o un lassativo; bisogna aspettare che faccia effetto. Così sono i discorsi di Bergoglio. Chissà, mi chiedo, se la gente si rende conto di quello che dice.

Tutto incentrato sul concetto di servizio il discorso papale. “Chi vuole essere grande serva gli altri e non si serva degli altri.”, afferma. Prende spunto da un brano evangelico: “I discepoli  discutevano su chi dovesse occupare il posto più importante, su chi sarebbe stato il privilegiato, su chi sarebbe stato al di sopra della legge comune, della norma generale, per mettersi in risalto con un desiderio di superiorità sugli altri. Chi sarebbe asceso più rapidamente per occupare incarichi che avrebbero dato certi vantaggi.”. Ed ecco la risposta di Gesù alla domanda degli apostoli: “‘se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti’.  Un concetto chiaro e semplice che ricorre spesso nel messaggio evangelico: gli ultimi saranno i primi. Così semplice che il Papa chiude l’omelia con queste parole profondissime: “Chi vive senza servire non serve per vivere” (Boh!). Sarebbe stato uno slogan perfetto per i  comunistelli sessantottini di “Servire il popolo“. Ma chi gliele scrive queste frasi? O gliele suggerisce in sogno la buon’anima di Massimo Catalano, oppure gliele scrive Gigi Marzullo. Lo scopo della vita sembra essere quello di servire gli altri; l’ideale è essere servi. Una morale da schiavi, da servi felici di essere servi.  Questo Papa riesce a dire in un giorno più banalità di quante ne possa dire una persona normale in una vita intera. Ecco perché lui è Papa e voi no.

Ma restiamo al concetto dominante di questa omelia: mettersi al servizio degli altri. Dice Gesù che chi vuole essere il primo deve essere l’ultimo e porsi al servizio di tutti.  Così immagino che gli apostoli, per seguire l’insegnamento di Gesù, facessero a gara per essere gli ultimi e mettersi al servizio degli altri.  La cosa può sembrare normale, ma non lo è; avrebbe creato  disagi ed inconvenienti. Per esempio, per gli apostoli era quasi impossibile fare un biglietto per uno spettacolo a teatro o nell’arena, o mettersi in coda presso uno sportello pubblico; mettersi in fila era un’impresa impossibile, visto che tutti volevano essere ultimi. E diventava quasi impossibile anche  eseguire quelle piccole incombenze domestiche o lavoretti quotidiani, come pulire la casa, andare a prendere l’acqua al pozzo, preparare da mangiare, fare qualche piccola riparazione. Appena uno si apprestava a farlo, gli altri apostoli, memori delle parole di Gesù e della necessità di farsi ultimi e mettersi al servizio degli altri,  lo fermavano proponendosi di fare il lavoro al suo posto.

Il precetto fondamentale della comunità degli apostoli era quello di mettersi al servizio degli altri, servire il prossimo, essere gli ultimi, diventare servi. Ma poiché tutti volevano servire e non essere serviti, nessuno riusciva a seguire questo precetto, con grande disappunto degli apostoli che, a causa dello stress e del drastico calo dell’autostima, dovevano ricorrere alla consulenza di psicologi e psicoterapeuti, che c’erano già allora, ma si facevano chiamare con altri nomi per non farsi riconoscere. Col risultato che non riuscivano a combinare niente. E quel precetto dovrebbe essere ancora oggi, secondo Bergoglio, l’aspirazione di ogni buon cristiano;  mettersi al servizio degli ultimi. Ma gli ultimi sono i servi. Quindi, in breve, per essere bravi cristiani bisogna mettersi al servizio dei servi, servire i servi; il massimo.  Insomma, un’umanità di servi in cerca di padrone. Ma se tutti sono servi, non ci sono più padroni. Ma se non ci sono padroni non ci sono nemmeno servi. Quindi, se non c’è la possibilità di essere servi, nessuno può essere buon cristiano. O no?

Così fra gli apostoli nascevano lunghe ed interminabili discussioni, ognuno voleva fare il lavoro al posto degli altri, mettersi al loro servizio ed essere l’ultimo della compagnia.   Il guaio era che non si riusciva a portare a termine nessuna incombenza.  Certe volte arrivava la sera e gli apostoli erano ancora lì a battibeccare su chi dovesse preparare il pranzo o andare a prendere l’acqua. “Lo faccio io“, diceva Pietro. Ma subito interveniva Giovanni “No, voglio essere io a farlo, voglio essere l’ultimo di voi…”.  Ma ecco Matteo “No,  sarò io l’ultimo e sarò il vostro umile servitore…”. E così, mentre tutti insistevano per essere “ultimi“, mettersi al servizio degli altri e fare tutti i lavoretti più umili, passavano il tempo senza mangiare, né bere, né pulire la casa, né annaffiare i gerani che così appassivano, né  fare la spesa, né cucinare e neppure lavarsi i piedi perché, appena qualcuno accennava a farlo, gli altri 11 volevano farlo al suo posto. Insomma, era una situazione di stallo completo. E tutto perché ognuno voleva dimostrarsi più umile e mettersi al servizio degli altri. L’effetto finale è che se tutti vogliono essere servi, non c’è più nessuno da servire e, anche volendo, fare i servi è impossibile.

Sarebbero crepati di fame e sete, ed oggi non avremmo nemmeno i Vangeli,  se non fosse per Maria Maddalena che, vedendo che gli apostoli erano dei perditempo che passavano le giornate in chiacchiere e non riuscivano a mettersi d’accordo, per loro fortuna, pensava lei a fare la spesa, cucinare, lavargli la biancheria, pulire e tenere in ordine la casa, e annaffiare i fiori. Ecco perché bisogna stare attenti a ciò che si predica: può comportare conseguenze imprevedibili. Se tutti i  bravi cristiani, per essere i migliori  devono essere ultimi,  nessuno riesce ad esserlo perché c’è sempre qualcuno che vuole essere ultimo al suo posto. Diventa impossibile trovare qualcuno disposto a farsi servire. Se tutti sono servitori non ci sono più padroni da servire. Se non ci sono padroni è impossibile essere servitori. E se non si può essere servitori diventa impossibile essere ultimi e, quindi, seguire il messaggio evangelico. Ergo, il messaggio “Gli ultimi saranno i primi” è impraticabile. Non sarà che in questo messaggio c’è qualche errore di partenza? Boh, mistero della fede.

Vedi: “Gli ultimi saranno i primi“.

Ama il prossimo tuo

Amare il prossimo: anche se il prossimo è il tuo peggior nemico?  Sembrerebbe di sì. Questo dice il Vangelo e ripete spesso il Papa: “Ama il prossimo tuo come te stesso“. E se il prossimo è un criminale? Amarlo “come se stesso” significa identificarsi nel prossimo, significa che tu e il criminale siete simili; ovvero che anche tu sei o ti consideri un criminale. E se il “prossimo” è il tuo carnefice, significa che ti identifichi nel carnefice e diventi carnefice di te stesso. Non vi pare che ci sia qualcosa di contorto e aberrante in questo concetto? Amare il prossimo come se stessi significa, quindi,  amare anche il proprio nemico, amare chi ti odia e chi mette a rischio la tua stessa vita. Significa amare i malvagi, i truffatori, i ladri, gli assassini, i criminali. Significa mettere sullo stesso piano il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita e la morte. Significa cancellare di colpo l’etica dalla storia del pensiero umano ed annullare tutti i precetti morali.

E si arriva al paradosso che, mentre si invita all’amore universale, al tempo stesso, si dice che al mondo esiste il male, il diavolo, Satana, e che il male va combattuto con tutte le nostre forze. Si dice che alla fine dei tempi il male sarà sconfitto ed il bene  trionferà. Significa che è da sempre è in atto una lotta fra il bene ed il male. Sono, quindi, due entità perfettamente distinte, inconciliabili ed in eterno conflitto. Non sono sullo stesso piano, né simili, né equivalenti, né interscambiabili, né eticamente assimilabili; sono due entità che si combattono e cercano di annullarsi a vicenda. E, subito dopo, si afferma che dobbiamo amare il male come noi stessi. Ovvero, è come affermare che noi stessi siamo il male.

Se il male esiste ed è una minaccia  costante, significa che è diritto-dovere di ognuno combattere il male con tutti i mezzi. Significa che è diritto-dovere salvaguardare la propria esistenza e difendersi da chi la minaccia.  Amare il prossimo che ci minaccia è contro la prima legge di natura insita nel profondo dell’animo umano e di qualunque essere vivente: la sopravvivenza. L’istinto di conservazione, di riproduzione, di sopravvivenza, di perpetuazione della specie,  è la prima e più forte pulsione che anima qualunque forma di vita nell’universo; che sia uomo, animale, vegetale, che sia un santo, un filo d’erba o un’ameba. E’ la causa stessa della vita, della sua espressione e della sua perpetuazione. E qualunque forma vivente, fin dalla nascita, lotta per la propria sopravvivenza, anche a scapito e danno di altri membri della stessa specie. Chi attenta a questo principio, quindi, commette un crimine contro natura, perché tende a stravolgere ed annullare il primo e fondamentale principio della vita. E come si può mettere sullo stesso piano chi segue, ama e rispetta le leggi di natura e chi le combatte, le disprezza, le odia e vuole annullarle? Come si può affermare la necessità di combattere il male, se, al tempo stesso, si insegna ad amarlo? Come si può pretendere di identificare la vittima con il carnefice? Come si può amare chi ti odia? Come si può considerare simile a se stesso chi ti aggredisce, ti tortura e ti  toglie la vita?

Quel principio è chiaramente contradditorio, è un tragico paradosso. E’ un principio che genera una morale da schiavi, da sottomessi, da vittime designate e consenzienti, da aspiranti martiri che hanno in totale dispregio il dono più grande, la vita. Ed è deprecabile predicare la necessità di amare il prossimo come se stessi, a prescindere da qualunque considerazione, distinzione e valutazione di carattere morale. E’ deprecabile il principio e la sua attuazione pratica, poiché le conseguenze sono catastrofiche per chi le applica. Amare chi mette a rischio la nostra vita non solo è un peccato gravissimo contro la legge naturale che alberga nel cuore dell’uomo fin dalla nascita, ma è un evidente sintomo di grave patologia masochistica, quando non è vera e propria idiozia. Proprio i credenti dovrebbero avere molti dubbi sulla validità di questo precetto. Se è vero che l’uomo è creato di Dio è nostro dovere rispettare e difendere la vita come il dono più grande e prezioso che Dio ci abbia donato. Metterla a rischio porgendo l’altra guancia a chi ci offende o ci minaccia e, ancor più, amando il nemico che mette in pericolo la nostra vita, è come disprezzare il dono divino, è sminuire il valore della vita, è un peccato gravissimo contro Dio. Amare il nemico che ci minaccia e rinunciare ad usare tutti i mezzi per difendersi equivale a suicidarsi. Ed anche il suicidio, per i credenti, è peccato gravissimo. Amare il nemico non è da santi, è da idioti. Checché ne dica il Papa.

Papa, colombe e presagi funesti

Stamattina il Papa si è affacciato alla finestra per il consueto messaggio dell’Angelus e per salutare i fedeli che affollavano piazza San Pietro. Poi i fedeli hanno assistito ad un altro rito consueto; la liberazione, da parte di due bambini, delle colombe della pace.

papa-colombe

Gesto più che mai appropriato ed in sintonia con lo spirito della giornata, visto che la piazza era gremita in gran parte da partecipanti  alla “Carovana della pace”. Tante volte da quella finestra è stata invocata la pace.  Sembrerebbe però, visti i risultati, che i continui appelli papali alla pace ottengano addirittura un effetto contrario.  Più i Papi invocano la pace e più conflitti si scatenano nel mondo. Tanto che sarebbe quasi consigliabile che il Papa, almeno per una volta (tentar non nuoce), si affacci a quella finestra e invece che fare il solito appello alla pace,  auspichi una bella guerra; hai visto mai che sia la volta buona che scoppia davvero la pace.

Le colombe volano libere sulla grande piazza, per la gioia di adulti e bambini. Ma forse, abituate alla sicurezza delle colombaie vaticane, sono del tutto ignare dei pericoli che incombono nel mondo esterno. La loro innocenza sembra quasi la rappresentazione in chiave animale  dell’ingenuità del classico messaggio buonista fondato sulla pace, sulla bontà d’animo e sulla fratellanza universale; concetti che trovano ampio spazio nel mondo astratto dei buoni sentimenti, del mito del buon selvaggio alla Rousseau, dell’evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso“, delle pompose dichiarazioni di tanto sbandierati, inapplicati ed inapplicabili “diritti dell’uomo“.  Concetti astratti, costruzioni artificiose della mente umana che sembrano avere giustificazione e ragion d’essere nel mondo della metafisica, ma che poca o nessuna attinenza hanno con il mondo reale. E infatti…

L'Angelus di Papa Francesco

Ecco che le candide colombe, appena liberate, si rendono subito conto che la vita, fuori dalle loro rassicuranti voliere, è qualcosa di molto diverso da quello che immaginavano. Vediamo qui una drammatica sequenza fotografica che documenta la breve libertà di una colomba della pace: “La triste fine della colomba del Papa”.

Riferisce l’articolo che la colomba, appena volata via dalle mani dei bambini, è stata prima aggredita da un corvo e poi da un gabbiano che l’ha divorata. Fine della libertà e della pace. Gli antichi àuguri, che traevano auspici interpretando il volo degli uccelli, le viscere degli animali ed altri eventi, osservando questo fatto ne avrebbero tratto tristi presagi di sventura. Un corvo nero che aggredisce una bianca colomba della pace è un segno così inequivocabile che nemmeno i segni premonitori delle piaghe d’Egitto  furono così espliciti. Triste presagio ancora più inquietante perché avviene sotto gli occhi di chi, ogni giorno, auspica la pace. Vola la bianca colomba della pace. Poi arriva un corvo nero e, sotto gli occhi atterriti della “Carovana della pace“, aggredisce la colomba che diventa così messaggera di pace…eterna!  Ma per fortuna oggi non ci sono più gli àuguri a predire sventure. Ciò non significa, però, che le sventure non possano arrivare anche senza essere previste.

 Vedi: Corvi e colombe

Re Magi e stelle

Oggi sul Corriere.it un lungo articolo ci ricorda come è nata la leggenda della stella cometa che avrebbe guidato i Re Magi verso la grotta di Betlemme dove nacque Gesù (Ipotesi sulla stella dei Magi; cos’era in realtà?). Si ripercorre la storia di questa “stella” e dei Magi, citando la testimonianza riportata nel Vangelo di Matteo e le varie ipotesi che nel corso dei secoli hanno tentato di spiegare il mistero dello straordinario evento.

Ecco come inizia l’articolo: “Un astro che aveva guidato i Magi verso il luogo della Natività si fermò improvvisamente nel cielo, come a indicare: siete finalmente arrivati.“. Ora, ve la immaginate una stella che, dopo aver guidato i Magi dal lontano oriente, si ferma sopra una grotta a Betlemme? Roba da far invidia ai più moderni navigatori satellitari. O forse già allora i più fortunati avevano dei cammelli super accessoriati sui quali era installato, di serie, una specie di “navigatore” satellitare che funzionava con le comete. C’erano comete per tutte le destinazioni, bastava seguire quella giusta. Volevate andare a Roma? Bastava sintonizzare il navigatore sulla “Cometa Roma” e quella vi precedeva sul cammino,  vi segnalava le strade consolari, vi faceva evitare quelle più trafficate dalle bighe e vi conduceva dritti al Colosseo.

Così c’erano Comete guidaper tutte le località, anche le più lontane. A quei tempi nel cielo notturno c’erano più comete che pipistrelli. E per facilitare chi doveva seguirle, volavano così basse che erano frequenti gli incidenti. Specie quelli che abitavano nei piani alti o stavano in terrazza a godersi il fresco, rischiavano di prendere delle tremende botte in testa dalle comete di passaggio.  Uno sciame di comete che vagavano in tutte le direzioni. Tanto che, se non si stava attenti, era facile confondersi e seguire la cometa sbagliata.  Non vorrei sembrare oltraggioso, ma questa storiella non mi ha mai convinto. Starebbe benissimo in un libro di favole per bambini, ma quelli di una volta, ingenui, ignoranti, facilmente suggestionabili, che credevano agli asini che volano. Oggi, più smaliziati ed istruiti, non ci crederebbero nemmeno i bambini.  Ecco cosa scrivevo dieci anni fa in un post dedicato ai Re Magi ed alla loro stella guida…

Betlemme? Prima stella a destra.

Ieri sera su RAI3 ( era Geo & Geo ?), ho sentito il geologo Mario Tozzi raccontarci per l’ennesima volta la storia dei Re Magi che arrivarono dal lontano oriente e, guidati da una stella cometa, giunsero a Betlemme per adorare Gesù. Tozzi si è anche dilungato sulla possibile natura di questa stella cometa, citando diverse interpretazioni del fenomeno; dalla cometa di Halley alla possibilità di un effetto particolarmente luminoso dovuto a congiunzioni astrali. Ora, ogni volta che ho sentito raccontare la storiella dei Re Magi, vengo assalito da un dubbio atroce. Mi chiedo se coloro che raccontano questa storia e che, evidentemente, ci credono e tentano addirittura delle spiegazioni scientifiche, abbiano mai alzato lo sguardo al cielo, in una notte stellata.

E sarei davvero curioso di capire come sia possibile raggiungere una lontanissima località…guidati da una stella. Posso capire che la stella polare indichi il nord e che, quindi, chiunque voglia spostarsi in direzione nord, da un qualunque punto della terra, possa dirigersi nella direzione di quella stella. Ma dirigersi verso nord è una indicazione molto generica. Seguendo la stella polare andate sicuramente verso nord, ma provate a partire da Reggio Calabria e rintracciare la pizzeria ” Da Gennaro” ad Amsterdam, seguendo solo la stella polare! Stesso discorso vale per i Re Magi. Come hanno potuto partire dal lontano oriente e, guardando una stella in cielo, senza cartine geografiche, senza cartelli indicatori, senza una guida turistica, senza nemmeno uno straccio di depliant pubblicitario…arrivare dritti dritti davanti ad una precisa grotta a Betlemme?  Incredibile, a meno che quella stella cometa non viaggiasse terra terra,  precedendo di poco i Re Magi, e poi si sia fermata esattamente sopra la famosa grotta; magari con un annuncio fuori campo che annunciava l’arrivo a destinazione.  Certo che se avessero il coraggio e l’onestà di ammettere la propria impossibilità a fornire spiegazioni plausibili e la smettessero di raccontare stupidaggini sarebbe meglio per tutti!

El Gallo Rojo

El gallo rojo (Il gallo rosso) è una canzone popolare della guerra civile spagnola. La cantavano anarchici, socialisti e comunisti repubblicani. Potete ascoltarla qui: El gallo rojo. Mi viene in mente pensando alla morte di don Andrea Gallo, “prete dei deboli“, come titola l’ANSA. Perfetto esempio di quei “preti di strada“, come li chiamano oggi,  che vanno a braccetto con comunisti e rivoluzionari, fanno i cortei con i No global ed in chiesa, invece del brano evangelico, leggono gli articoli de L’Unità e dopo la messa di Natale cantano “Bella ciao“, agitando un drappo rosso, come un qualsiasi Santoro in TV.  Insomma, un Gallo rosso. L’ho citato spesso, proprio per le sue idee e le sue amicizie. Ecco l’ultimo post del gennaio scorso. Lo riporto integralmente.

Canta il Gallo

Niente di nuovo, normale, notoriamente il gallo canta. Ma canta nel pollaio. Non va a cantare a Sanremo, alla Scala o nei talent show televisivi. Esisteva un cantante napoletano, Nunzio Gallo, che cantava ai festival, ma da tempo ha abbandonato la scena. Questo Gallo, invece, non conosce la buona creanza, l’educazione e la deontologia gallinacea; canta in chiesa. Già, ma non è un gallo normale, è il famoso don Gallo, più conosciuto come “prete di strada“. Sarebbe facile ironizzare su questo prete d’assalto, ma per rispetto alla tonaca ed all’età avanzata, evitiamo considerazioni sarcastiche sui preti di strada.

La notizia viene riportata oggi dalla stampa: “Bella ciao in chiesa“. Pare che, alla fine della cerimonia religiosa, il nostro Gallo stradaiolo, invece che esibirsi nel più classico “Chicchirichì”, abbia intonato, agitando un drappo rosso,  il famoso canto dei partigiani; come un qualunque Santoro.  Noto per le sue simpatie di sinistra, non è nuovo a simili esternazioni di militanza politica attiva. Non ci troverei niente di strano se facesse un pubblico appello per sostenere Vendola o Ingroia. Altri lo hanno già fatto: “Preti e religiosi per Ingroia“.

 

Già in passato, qualche anno fa, salì su un palco dove l’amico Sanguineti, “poeta” momentaneamente in aspettativa poetica (nel suo caso si dovrebbe parlare di “licenza poetica“) per motivi politici, aveva appena concluso un comizio, come candidato al Comune di Genova (trombato; sì, anche i poeti vengono trombati), incitando a riscoprire l’odio e la lotta di classe. Lo abbracciò fraternamente in segno di stima e di solidarietà. Beh i poeti moderni sono così, eternamente incazzati come l’automobilista di Gioele Dix.  Sono finiti i tempi del Dolce stil novo, di “Passero solitario“, di “Cavallina storna“, del “Sabato del villaggio“; da “Rosa fresca aulentissima…” a Bella ciao. Come le stagioni; non ci sono più i poeti di una volta.

Ho ricordato spesso come ultimamente in ambiente cattolico regni un po’ di confusione. Fra cattocomunisti e cattolici confusi, c’è uno sbandamento pericoloso. Compresi preti come don Gallo che canta Bella ciao sventolando un drappo rosso, o il prete No-global don Vitaliano Della Sala  (quello che fa le barricate con gli antagonisti), o don Giorgio Morlin che in chiesa, invece che leggere il Vangelo, legge L’Unità. O quell’altro prete d’assalto, don Giorgio De Capitani  che invoca il Signore perché colpisca con maledizioni divine e piaghe bibliche l’odiato Cavaliere, augurando che gli venga un ictus.

Ecco perché poi i cattoconfusi si uniscono in matrimonio contro natura con gli ex/post comunisti, dichiarando di avere “radici comuni” (!?) e di volere le stesse cose (!?). Una confusione totale che si legge facilmente anche nei loro volti; basta guardare in faccia di Rosi Bindi! Forse non si avverano le antiche profezie che paventavano la minaccia del comunismo contro il Papa ed i cattolici, immaginando i cosacchi a cavallo in piazza San Pietro. Ma anche vedere un Gallo che canta Bella ciao e fa il comunista in chiesa non è proprio normale e rassicurante. Eh, signora mia, non ci sono più i galli di una volta.

Preti, Vangelo e Concita

Non c’è più religione

Nel 2005 scrissi una breve filastrocca su un Gallo giallo di Rapallo. Non è rosso e non è proprio di Genova, ma siamo lì (Il gallo di Rapallo).

Visto che il nostro Gallo rosso amava cantare, possiamo ricordarlo alla sua maniera, in musica, con questo “Il Gallo è morto“.