Natale è andato ( e i cretini?)

Meno male che anche questo Natale è passato. Aveva ragione Brecht: “Grazie a Dio, tutto passa presto, anche l’amore e persino l’affanno. Dove sono le lacrime di ieri sera? Dov’è la neve dello scorso anno?”. (Da “La canzone di Nanna“). Già, tutto passa, anche il Natale.

Natale con gli ultimi (2016)

Non ne potevo più di questa bontà che esonda, tracima, deborda, straripa da tutti i media, un gigantesco e micidiale blob di melassa retorica buonista così mielosa e sdolcinata che si rischia il diabete. E’ vero, a Natale siamo tutti più buoni; o quasi. Siamo così buoni che trasudiamo bontà da tuti i pori. La bontà è così prorompente che ci esce dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, ma soprattutto dalla bocca; perché è a parole che siamo particolarmente buoni. Con i fatti forse lasciamo un po’ a desiderare, ma a parole siamo tutti santi, o quasi; diciamo apprendisti beati.

E questa bontà la si vede dappertutto, negli addobbi delle strade, degli alberelli, i presepi, i bambini che cantano canzoncine di Natale e ricevono regali, imbecilli vestiti da Babbo Natale che spuntano ad ogni angolo di strada ed in tutti i mercati, mercatini e centri commerciali. E la televisione ci mostra un mondo che di colpo sembra uscito dalle favole, con casette di marzapane, elfi, fatine e animali parlanti, dove tutti sono buoni e vivono a lungo felici e contenti. Il mondo diventa un grande parco divertimenti in stile Disneyland, con sottofondo permanente di musichette natalizie ed un personaggio di bianco vestito che fa da gran cerimoniere del mondo delle favole: il Papa.

Lo vediamo a reti unificate mentre ripete il suo ritornello preferito: la vicinanza ai poveri, ai diseredati, agli emarginati; in una parola, agli ultimi. Ecco la parola magica; gli ultimi. Glielo sentiamo ripetere ogni giorno, in qualunque occasione, ma specialmente per Natale diventa una parola d’ordine. Così tutti si adeguano, preti e fedeli, Papi e sagrestani. Si visitano ospizi e ospedali, si portano doni ai barboni di strada e allestiscono mense speciali per il pranzo di Natale con i poveri. Tutta questa improvvisa attenzione nei riguardi dei poveri, degli ultimi è anche encomiabile, finché non diventa eccessiva e rischia di sembrare falsa. Non voglio dire che si debba prestare attenzione anche ai primi, ai ricchi, ai fortunati, alle persone di successo; non ne hanno bisogno. Ma a quelli che non sono primi, né ricchi, ma neppure ultimi e poveri, quelli che stanno a metà classifica e che a malapena vivacchiano, almeno uno sguardo ed un pensiero ogni tanto glielo vogliamo dare? Invece niente, nessuno li pensa. Sembra che il mondo sia composto esclusivamente di poveri buoni e ricchi cattivissimi. In mezzo non c’è niente. Tanto che sentendosi ignorati, anche quelli di metà classifica finiranno per sentirsi emarginati. E così, finalmente, qualcuno se ne occuperà.

 Stranamente, però, fra i diseredati, gli emarginati, gli ultimi dimenticano qualcuno. Anche gli ultimi non sono tutti uguali. Per esempio, quasi in tutte le città per Natale si allestiscono mense per i poveri. Ma avete mai sentito che si allestisca una mensa per i cretini? No, vero? Eppure, a pensarci bene, la categoria più emarginata è proprio quella dei cretini. Non li pensa e non li vuole nessuno.
I poveri invece sono ricercati perché stare con i poveri è di moda, è politicamente corretto. Fanno a gara le autorità religiose e politiche per fare il pranzo con i poveri; si acquisisce punteggio per il premio “Bontà”. Lo fa il Papa, lo fa Boldrini, lo fa Virginia Raggi, sindaco di Roma, che va al pranzo dei poveri a Santa Maria in Trastevere.

Natale: S. Egidio, 800 persone a pranzo poveri a Roma
Un momento durante il pranzo di Natale per i poveri della Comuità di Sant’Egidio alla Basilica di Santa Maria in Trastevere cui ha partecipato anche la sindaca Virginia Raggi. Roma, 25 dicembre 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Stare con i poveri è motivo di onore ed orgoglio. Ma i cretini non li vuole nessuno. Eppure sono in tanti, molti, troppi. “La mamma dei cretini è sempre incinta”, si usa dire, con il massimo disprezzo e con l’invito a starne alla larga; come e peggio degli appestati. La categoria più maltrattata, emarginata e vessata è proprio quella dei cretini.

Eppure nemmeno i Radicali, sempre pronti a tutelare i criminali, li difendono. Neppure i sindacati e le associazioni umanitarie li aiutano. Nemmeno qualche organismo dell’ONU. Gli assassini, delinquenti e terroristi sì, i cretini no. Avete mai sentito qualcuno che si fa vanto di stare con i cretini, di andare a mangiare con loro, di assisterli, difenderli, tutelarli, portargli conforto e sostegno umano? Esiste un pranzo di Natale dei cretini? No, Esiste una mensa dei poveri, ma una mensa dei cretini non esiste. Strano, vero? I poveri mangiano alla Caritas, i panda li tutela il WWF, gli ultimi hanno l’attenzione particolare del Signore, ma ai cretini niente, né una parola buona, neanche una fetta di panettone, e nemmeno un panino con salame.

E nemmeno il Papa, che pure ha parole di conforto per tutti, ha mai detto una sola parola per i cretini. Non vengono citati nemmeno nel Vangelo, dove tutti trovano una parola buona ed il perdono, compresi ladri e prostitute. Gesù perdona tutti, ma non i cretini. Non c’è una parabola che li riguardi. Dimenticati anche dal Signore. Evidentemente non sono abbastanza “ultimi“. Oppure non sono figli di Dio? C’è qualche passo del Vangelo in cui si dice “Ama il prossimo tuo come te stesso; eccetto i cretini“? No. Allora è chiaro che anche il Papa fa figli e figliastri e tutti gli uomini sono figli di Dio eccetto i cretini. Più ultimi di così non si può; sono fuori classifica.

Così anche il vescovo di Ales, in Sardegna alla periferia dell’impero, per non essere da meno si adegua al coro ed alla moda “ultimista” e per Natale va a fare un giro pastorale fra gli “ultimi”: “Vescovo di Ales, Natale fra gli ultimi“. Visita un centro sanitario per l’assistenza ai disabili ad Ales, un ospedale a San Gavino per incontrare i malati, e la colonia penale di Is Arenas ad Arbus. Ma qualcuno ha avvisato questi malati e carcerati che sono “ultimi“? Ed hanno qualche speranza di risalire la classifica? Cambieranno allenatore? Ma poi, cosa succede quando ricevono il conforto della parola del Signore? Gli scontano la pena? Scompaiono i dolori? Gli cambiano il pappagallo o il catetere? Cosa succede? E poi, siamo sicuri che questa gente trovi davvero conforto da queste visite pastorali? Mi ricorda quelli che si vestono da pagliacci e vanno negli ospedali a portare conforto, dicono, e far ridere i malati per tenerli su di morale. Ho sempre pensato che se fossi in un letto d’ospedale ed arrivasse un imbecille con una palla rossa sul naso, il volto dipinto e vestito da clown, per farmi ridere, gli lancerei addosso il pappagallo con tutto il contenuto.

Sarebbe interessante sapere se, dopo queste visite, ci siano state delle guarigioni miracolose nell’ospedale o se i detenuti della colonia penale si siano convertiti ed abbiano promesso che, appena usciti dalla colonia penale, si rinchiuderanno in un convento di carmelitani scalzi per espiare i peccati. Qualcuno dovrebbe spiegarci, prima o poi, quale sia l’effetto reale di queste visite e discorsi di circostanza delle autorità religiose e politiche e della “vicinanza” del Papa agli ultimi. Cosa significa portare una parola di conforto? Ci sono parole speciali che confortano ed alleviano le pene, e si possono usare all’occorrenza come una compressa o una supposta? Si trovano sul vocabolario, oppure queste parole miracolose che guariscono le malattie e alleviano le sofferenze, si vendono in farmacia o in libreria? E’ una domanda che mi pongo da sempre e temo che resterà senza risposta. L’importante, però, è stare vicini agli ultimi, anche se e quando gli ultimi preferirebbero restare da soli.

Penso, per esempio, alla visita di Mattarella ai terremotati per portare la “vicinanza” dello Stato e, ovviamente, una parola di conforto (Mattarella visita Amatrice). Ma voi avete presente la faccia di Mattarella?

mattarella jpg

Ha un’espressione così abbacchiata, triste, da funerale, che viene spontaneo fargli le condoglianze perché pensate che gli sia successa una disgrazia recente. Ed uno con quella faccia va a sollevare il morale dei terremotati? Mi sa che sono i terremotati a confortare Mattarella, dargli una pacca sulla spalla e sussurrargli “Coraggio Presidente, non si abbatta, riuscirà a superare questo momento difficile.”.

Ma così va il mondo. Ed oggi per chi ricopra più o meno alte cariche pubbliche o religiose l’imperativo categorico è stare con gli ultimi, portare conforto e vicinanza ai poveri ed alle vittime di cataclismi e disgrazie varie. Quindi, se anche voi volete adeguarvi e sentirvi in linea col pensiero corrente, trovatevi un “ultimo” da tenere vicino e coccolare. Se non avete qualche “ultimo” a portata di mano, nelle vicinanze, chiedete all’ufficio “Natale con gli ultimi, Onlus” che, su richiesta, fornisce poveri, diseredati, emarginati e ultimi (tutti garantiti con bollino, certificato e marchio C€) , per cerimonie, pranzi, cene e foto di gruppo. Se fossero momentaneamente sprovvisti, a causa della grande richiesta, non vi resta che una soluzione. Andate in un ufficio o sportello pubblico dove la gente è in fila, o in una sala d’attesa affollata, chiedete “Chi è l’ultimo?”. Appena lo individuate, accostatevi e stategli vicino il più possibile. Meglio ancora seguite il vostro “ultimo” fino a casa. Più è lunga la “vicinanza agli ultimi” e più si acquisisce punteggio bontà.

Ecco perché oggi è quasi un obbligo stare vicino ai poveri ed agli ultimi; è diventato un segno distintivo, uno status symbol. Così si fa a gara ad assistere barboni, zingari, immigrati e derelitti vari, purché siano “ultimi” Doc e certificati (meglio se puzzano; più puzzano e più la vicinanza è meritoria). Ma il massimo è ospitarne uno a pranzo, al posto d’onore. Poi si fanno le foto e si appendono alle pareti del salotto in ricordo dell’evento, o si mettono insieme alle foto del matrimonio, dei battesimi e cresime dei bambini e dei compleanni della nonna. Fanno parte integrante dell’album di famiglia, sono cari ricordi, documenti e testimonianze da tramandare a figli e nipoti, tesori di famiglia di cui andare fieri e mostrare orgogliosamente ad amici e parenti. Gli ultimi e i poveri, specie in occasione di importanti festività, sono così ricercati che, a quanto pare, in certe località in cui scarseggiano, i pochi poveri che hanno se li giocano, fanno una specie di tombolata e vengono estratti a sorte i fortunati che potranno ospitarli a pranzo. Del resto è giusto che godano di tanta attenzione, perché, come dice il Signore “Gli ultimi saranno i primi”.

beati gli ultimi

Anche i Radicali, come loro consuetudine, per Natale, Pasqua e feste comandate, invece che passarle in famiglia, vanno in carcere a portare conforto, solidarietà e sostegno morale ai detenuti. Curiosi questi Radicali. Il loro pensiero fisso è quello di tutelare i delinquenti: non è un’offesa, se non fossero delinquenti non sarebbero in carcere. Mai una volta che vadano a portare conforto anche alle vittime dei delinquenti, truffatori, criminali, assassini, alle persone che subiscono furti, rapine, violenza sessuale, anziani massacrati e spesso ammazzati barbaramente dentro casa per rubare pochi euro. Non succede mai: si vede che le vittime dei criminali non sono abbastanza “ultimi”.

Certo che è uno strano Paese quello in cui, più che dare sostegno alle vittime, ci si preoccupa di aiutare e consolare i carnefici. Così succede che esiste un’associazione come “Nessuno tocchi Caino” che tutela e difende criminali e terroristi, ma non esiste un’associazione “Nessuno tocchi Abele”; come sarebbe logico, visto che ad essere “toccato a morte” è stato Abele e non Caino. Anzi, per come vanno le cose e ragionano certi intellettualoidi sinistri di casa nostra, poco ci manca che accusino Abele di aver provocato Caino e, quindi, di essere la causa, il responsabile morale del fratricidio. Non è una battuta; certi ragionamenti che si sentono fare oggi (e certe sentenze) seguono proprio questa strana logica tutta sinistra.

Eppure tutto questo eccessivo ed ostentato sfoggio di buoni sentimenti diventa quasi fastidioso, irritante. E appare falso, ipocrita, una forzatura, come una nota stonata, qualcosa fuori posto, avulso dalla realtà, artefatto, una bontà taroccata, costruita per l’occasione, da consumare nello spazio di una festività. Poi, come dice il vecchio adagio “Passata la festa, gabbato lo santo”, si smontano alberelli e presepi e si torna alla normalità.

Da domani cambia già lo scenario. Basta con la vicinanza agli ultimi, basta pranzi con i poveri, si sparecchiano le modeste tavolate con piatti di plastica e tovaglioli di carta e si imbandiscono ricche tavolate con porcellane, cristalli,  argenteria e tovaglie di lino ricamate a mano.

E via con i preparativi del gran botto di fine anno, con feste in piazza, concerti, spumante, luci, fumi, musica ed effetti speciali, spettacoli pirotecnici, cenoni pantagruelici, abbuffate proletarie in squallide trattorie di borgata, Capodanni aziendali fantozziani, e raffinati banchetti in palazzi aristocratici.

E la cronaca, abbandonati gli “ultimi” tornerà ad occuparsi dei primi e di quelli di mezza classifica con servizi quotidiani su malasanità, corruzione, beghe politiche, tangenti, immigrati, terrorismo, Sanremo, sesso droga e rock’n roll, violenza assortita a tutte le ore, morti ammazzati, TG come bollettini di guerra, immagini splatter, mostri in prima pagina, scoop gossipari su chi scopa con chi, fiction e reality, commissari cani, squadre speciali e “Signor giudice, Montalbano sono“.

E la bontà col timer la lasciamo al Papa, ai preti di periferia ed a quelle sempre più rare vecchiette che continuano ad andare in chiesa per inerzia, perché lo hanno sempre fatto, e per assicurarsi il paradiso. Ma resta il dubbio che questa sceneggiata buonista sia solo un paravento per nascondere le brutture della realtà e mettere a tacere la coscienza sporca. Ed evitiamo di entrare nel merito della morale, dei riti e della liturgia che non sempre hanno giustificazione nel Vangelo.

Non entriamo nemmeno nel merito delle magagne della Chiesa, perché si aprirebbe un baratro di abominio, tra cardinali che vivono da nababbi, speculazioni finanziarie di banche Vaticane, preti che cantano Bella ciao alla messa di Natale (vedi “El gallo rojo“) ed altri che sul pulpito leggono L’Unità invece che il Vangelo. Dovremmo parlare di preti che a Potenza fanno un Presepe islamico con un San Giuseppe vestito come Totò in Un turco napoletano ed una Madonna in burqa sotto una tenda beduina con una bandiera arcobaleno al posto della Stella cometa ed il motto papale che invita all’accoglienza degli immigrati; oppure di preti di strada che fanno le barricate coi No global, preti che hanno la stanza del sesso nella canonica dove fanno prostituire l’amante, ed altri che abitualmente si sollazzano sessualmente con donne e ragazzini.

Costoro non sono certo “ultimi”. Anzi sono già ben piazzati in classifica. Forse, mentre il Papa è distratto perché intento ad occuparsi degli ultimi, i primi, non sentendosi osservati, ne combinano di cotte e di crude. Ecco perché dicevo che, forse, ogni tanto bisognerebbe dare uno sguardo non solo agli ultimi, ma anche a quelli di metà classifica. Così, tanto per evitare sorprese.

Morale da schiavi

La Chiesa ha molte colpe ed errori da farsi perdonare. La prima è che si fonda su una morale da schiavi, sull’esaltazione e la beatificazione della povertà, sulla falsa promessa che gli ultimi saranno i primi, sull’amore per il prossimo, sul perdono delle offese, sul porgere l’altra guancia ed amare il nemico come se stessi, anche se minaccia la tua vita. Con una morale simile un popolo può solo soccombere a chiunque lo attacchi e lo minacci. Ecco perché ci stiamo calando le braghe davanti a quattro sfigati africani che ci stanno invadendo grazie alle nostre stesse leggi ed alla nostra “morale da schiavi”. La nostra tragedia è che siamo in mano ai cattocomunisti che alla morale da schiavi cattolica abbinano la scellerata ideologia marxista ed il progetto comunista mai accantonato che sogna ancora il totale sconvolgimento della società occidentale, con o senza rivoluzione armata. E per realizzarla fomentano e sostengono qualunque situazione favorisca disordini e conflitti sociali. Un mix tragico e letale.

Non è diventando poveri che si aiutano i poveri. Non è amando il prossimo come se stessi e porgendo l’altra guancia che si ferma la violenza. Non è vestendosi di stracci e predicando agli uccelli che si porta la pace nel mondo. Non è con la bontà che si ferma la cattiveria umana. Non è con l’amore che si ferma l’odio. Scegliere volutamente di vivere in povertà non è da santi, è da idioti. Fare gli eremiti non serve a nessuno, è una scelta vigliacca e stupida. Francesco, se voleva fare davvero qualcosa di utile avrebbe dovuto usare con parsimonia le ricchezze della sua famiglia per portare aiuto vero e reale ai poveri della città, senza necessariamente dover rinunciare alla sua ricchezza.  Chi continua a predicare queste sciocchezze è fuori dalla realtà e fuori di testa; che sia Papa o sagrestano.

 

 

Vedi

Chiesa e censura

Servire gli altri (pensierino pasquale)

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri.

Bastardi islamici e moralisti col timer.

Servire i servi.

Ama il prossimo tuo.

Aspiranti cadaveri.

Il Papa e la pace.

FAI paura

Il Fai è il Fondo ambiente Italiano, un ente che si occupa di difendere e tutelare le bellezze artistiche, naturali, ambientali e paesaggistiche d’Italia. Insomma, valorizza le bellezze nazionali. Specie adesso, con l’arrivo della primavera, la natura si fa bella, veste i suoi colori più smaglianti, tutto rifiorisce in un tripudio di fiori, colori, profumi. Insomma, un inno alla bellezza. Poi capita sotto gli occhi questo articolo che oggi sul quotidiano regionale L’Unione sarda, annuncia la 25° edizione delle “Giornate di primavera“, organizzata proprio dal FAI.

Questa nella foto è la presidentessa del FAI Sardegna. Ora, si resta un po’ perplessi, perché associare questa immagine al concetto di bellezza tutelata dal FAI sarebbe un’impresa molto azzardata. Con tutto il rispetto per la signora, forse poteva agghindarsi in maniera più sobria. Passi per quel rossetto sparato; passi per quella collanona da charleston anni ruggenti; passi per quel collettino bianco da educanda;  passi per quella pettinatura da scolaretta anni ’50; ma quei super mega occhialoni sovradimensionati dove cavolo li ha acquistati, nella terra dei giganti di Brobdingnag? Se il Carnevale non fosse finito si potrebbe pensare ad uno scherzo o una mascherata. Infatti, mi è venuto spontaneo scrivere questo commento di getto: “Ma questa si guarda allo specchio prima di uscire di casa?  Se la vede la strega di Biancaneve le viene un infarto per lo spavento. Una volta per far stare buoni i bambini si minacciava di chiamare l’uomo nero. Oggi forse dicono “Guarda che se non FAI da bravo chiamo il FAI. Boh…”. Forse ho esagerato, ma mica tanto. Oggi l’estetica è un optional.  Come immaginavo, questo commento non è stato pubblicato; censura.

Non mi sorprende, è normale. La media dei commenti pubblicati, su questo e su altri siti in rete,  è di 2 su 5. Forse sono io che esagero. Eppure non uso scurrilità, volgarità e turpiloquio. Mi limito ad esprimere pacatamente la mia opinione. Allora comincio a pensare che ciò che disturba non è il linguaggio, ma il pensiero espresso. Ma davvero il mio commento era da censurare? Era così esagerato ed offensivo? No, sono certo che la maggioranza delle persone, vedendo, questa foto, penserebbe esattamente quello che ho pensato io. Ma siccome una delle componenti fondamentali di questa società è l’ipocrisia, allora certe cose si pensano, ma non bisogna dirle. “Si fa, ma non si dice…”, era il titolo di una maliziosa canzoncina cantata da Milly negli anni ’30.  Alla faccia della libertà di espressione. E’ la stampa, bellezza.

Papa fra gli ultimi

Eccolo di nuovo in viaggio. Proprio non riesce a stare a casa. Forse non si trova bene a Santa Marta, o forse ha lo spirito del giramondo che deve sempre cercare nuove avventure. Ma una cosa è sempre uguale: la vicinanza agli ultimi. E’ il suo pensiero fisso: gli ultimi. Santità, non dico di pensare anche ai primi, ma almeno ai penultimi, i terzultimi, quelli di mezza classifica. E che diamine, sono tutti figli di Dio, no?

 

 

Al ristorante: l’ordinazione.

Gli inconvenienti di un menu troppo ricco di scelte. Ecco cosa può succedere quando si hanno a disposizione troppe varianti e possibilità. E’ una scena da “Qua la mano picchiatello” (Cracking Up) del 1982, con Jerry Lewis. Peccato che non ci sia la versione in italiano. Ma si capisce benissimo anche in originale. Meglio farci una risata.

Natale con gli ultimi

Meno male che anche questo Natale è passato. Aveva ragione Brecht: “Grazie a Dio, tutto passa presto, anche l’amore e persino l’affanno. Dove sono le lacrime di ieri sera? Dov’è la neve dello scorso anno?”. (Da “La canzone di Nanna“). Già, tutto passa, anche il Natale.

Non ne potevo più di questa bontà che esonda, tracima, deborda, straripa da tutti i media, un gigantesco e micidiale blob di melassa retorica buonista così mielosa e sdolcinata che si rischia il diabete. E’ vero, a Natale siamo tutti più buoni; o quasi. Siamo così buoni che trasudiamo bontà da tuti i pori. La bontà è così prorompente che ci esce dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, ma soprattutto dalla bocca; perché è a parole che siamo particolarmente buoni. Con i fatti forse lasciamo un po’ a desiderare, ma a parole siamo tutti santi, o quasi; diciamo apprendisti beati.

E questa bontà la si vede dappertutto, negli addobbi delle strade, degli alberelli, i presepi, i bambini che cantano canzoncine di Natale e ricevono regali, imbecilli vestiti da Babbo Natale che spuntano ad ogni angolo di strada ed in tutti i mercati, mercatini e centri commerciali. E la televisione ci mostra un mondo che di colpo sembra uscito dalle favole, con casette di marzapane, elfi, fatine e animali parlanti, dove tutti sono buoni e vivono a lungo felici e contenti. Il mondo diventa un grande parco divertimenti in stile Disneyland, con sottofondo permanente di musichette natalizie ed un personaggio di bianco vestito che fa da gran cerimoniere del mondo delle favole: il Papa.

Lo vediamo a reti unificate mentre ripete il suo ritornello preferito: la vicinanza ai poveri, ai diseredati, agli emarginati; in una parola, agli ultimi. Ecco la parola magica; gli ultimi. Glielo sentiamo ripetere ogni giorno, in qualunque occasione, ma specialmente per Natale diventa una parola d’ordine. Così tutti si adeguano, preti e fedeli. Si visitano ospizi e ospedali, si portano doni ai barboni di strada e allestiscono mense speciali per il pranzo di Natale con i poveri. Tutta questa improvvisa attenzione nei riguardi degli poveri, degli ultimi è anche encomiabile, finché non diventa eccessiva e rischia di sembrare falsa. Non voglio dire che si debba prestare attenzione anche ai primi, ai ricchi, ai fortunati, alle persone di successo; non ne hanno bisogno. Ma a quelli che non sono primi, né ricchi, ma neppure ultimi e poveri, quelli che stanno a metà classifica e che a malapena vivacchiano, almeno uno sguardo ed un pensiero ogni tanto glielo vogliamo dare? Invece niente, nessuno li pensa. Sembra che il mondo sia composto esclusivamente di poveri buoni e ricchi cattivissimi. In mezzo non c’è niente. Tanto che sentendosi ignorati, anche quelli di metà classifica finiranno per sentirsi emarginati. E così, finalmente, qualcuno se ne occuperà.

Stranamente, però, fra i diseredati, gli emarginati, gli ultimi dimenticano qualcuno. Anche gli ultimi non sono tutti uguali. Per esempio, quasi in tutte le città per Natale si allestiscono mense per i poveri. Ma avete mai sentito che si allestisca una mensa per i cretini? No, vero? Eppure, a pensarci bene, la categoria più emarginata è proprio quella dei cretini. Non li pensa e non li vuole nessuno.

I poveri invece sono ricercati perché stare con i poveri è di moda, è politicamente corretto. Fanno a gara le autorità religiose e politiche per fare il pranzo con i poveri; si acquisisce punteggio per il premio “Bontà”. Lo fa il Papa, lo fa Boldrini, lo fa Virginia Raggi, sindaco di Roma, che va al pranzo dei poveri a Santa Maria in Trastevere.

Natale: S. Egidio, 800 persone a pranzo poveri a Roma

Stare con i poveri è motivo di onore ed orgoglio. Ma i cretini non li vuole nessuno. Eppure sono in tanti, molti, troppi. “La mamma dei cretini è sempre incinta”, si usa dire, con il massimo disprezzo e con l’invito a starne alla larga; come e peggio degli appestati. La categoria più maltrattata, emarginata e vessata è proprio quella dei cretini.

Eppure nemmeno i Radicali, sempre pronti a tutelare i criminali, li difendono. Neppure i sindacati e le associazioni umanitarie  li aiutano. Nemmeno qualche organismo dell’ONU. Gli assassini sì, i cretini no. Avete mai sentito qualcuno che si fa vanto di stare con i cretini, di andare a mangiare con loro, di assisterli, difenderli, tutelarmi, portargli conforto sostegno umano? Esiste un pranzo di Natale dei cretini? No, Esiste una mensa dei poveri, ma una mensa dei cretini non esiste. Strano, vero? I poveri mangiano alla Caritas, i panda li tutela il WWF, gli ultimi hanno l’attenzione particolare del Signore, ma ai cretini niente, né una parola buona, neanche una fetta di panettone, e nemmeno un panino con salame.

E nemmeno il Papa, che pure ha parole di conforto per tutti, ha mai detto una sola parola per i cretini. Non vengono citati nemmeno nel Vangelo, dove tutti trovano una parola buona ed il perdono, compresi  ladri e prostitute. Tutti, ma non i cretini. Non c’è una parabola che li riguardi. Dimenticati anche dal Signore.  Evidentemente non sono abbastanza “ultimi“. Oppure non sono figli di Dio? C’è qualche passo del Vangelo in cui si dice “Ama il prossimo tuo come te stesso; eccetto i cretini“? No. Allora è chiaro che anche il Papa fa figli e figliastri e tutti gli uomini sono figli di Dio eccetto i cretini. Più ultimi di così non si può; sono fuori classifica.

Così anche il vescovo di Ales, in Sardegna alla periferia dell’impero, per non essere da meno si adegua al coro ed alla moda “ultimista” e per Natale va a fare un giro pastorale fra gli “ultimi”: “Vescovo di Ales, Natale fra gli ultimi“. Visita un centro sanitario per l’assistenza ai disabili ad Ales, un ospedale a San Gavino per incontrare i malati, e la colonia penale di Is Arenas ad Arbus. Ma qualcuno ha avvisato questi malati e carcerati che sono “ultimi“?  Ed hanno qualche speranza di risalire la classifica? Cambieranno allenatore? Ma poi, cosa succede quando ricevono il conforto della parola del Signore? Gli scontano la pena? Scompaiono i dolori? Gli cambiano il pappagallo o il catetere? Cosa succede? E poi, siamo sicuri che questa gente trovi davvero conforto da queste visite pastorali? Mi ricorda quelli che si vestono da pagliacci e vanno negli ospedali a portare conforto, dicono, e far ridere i malati per tenerli su di morale. Ho sempre pensato che se fossi in un letto d’ospedale ed arrivasse un imbecille con una palla rossa sul naso, il volto dipinto e vestito da clown, per farmi ridere, gli lancerei addosso il pappagallo con tutto il contenuto.

Sarebbe interessante sapere se, dopo queste visite, ci siano state delle guarigioni miracolose nell’ospedale o se i detenuti della colonia penale si siano convertiti ed abbiano promesso che, appena usciti dalla colonia penale, si rinchiuderanno in un convento di carmelitani scalzi per espiare i peccati. Qualcuno dovrebbe spiegarci, prima o poi, quale sia l’effetto reale di queste visite e discorsi di circostanza delle autorità religiose e politiche. Cosa significa portare una parola di conforto? Ci sono parole speciali che confortano ed alleviano le pene, e si possono usare all’occorrenza come una compressa o una supposta? Si trovano sul vocabolario, oppure solo in testi segreti? Se esistono queste parole miracolose che guariscono le malattie, si vendono in farmacia o in libreria? E’ una domanda che mi pongo da sempre e temo che resterà senza risposta. L’importante, però, è stare vicini agli ultimi, anche se e quando gli ultimi preferirebbero restare da soli.

Penso, per esempio, alla visita di Mattarella ai terremotati per portare la “vicinanza” dello Stato e, ovviamente, una parola di conforto (Mattarella visita Amatrice). Ma voi avete presente la faccia di Mattarella?

mattarella jpg

Ha un’espressione così abbacchiata, triste, da funerale, che viene spontaneo fargli le condoglianze perché pensate che gli sia successa una disgrazia recente. Ed uno con quella faccia va a sollevare il morale dei terremotati?  Mi sa che sono i terremotati a confortarlo, dargli una pacca sulla spalla e sussurrargli “Coraggio Presidente, non si abbatta, riuscirà a superare questo momento difficile.”.

Ma così va il mondo. Ed oggi per chi ricopra più o meno alte cariche pubbliche o religiose l’imperativo categorico è stare con gli ultimi, portare conforto e vicinanza ai poveri ed alle vittime di cataclismi e disgrazie varie. Quindi, se anche voi volete adeguarvi e sentirvi in linea col pensiero corrente, trovatevi un “ultimo” da tenere vicino e coccolare. Se non avete qualche “ultimo” a portata di mano, nelle vicinanze, chiedete all’ufficio “Natale con gli ultimi, Onlus” che, su richiesta,  fornisce poveri, diseredati, emarginati e ultimi (tutti garantiti con bollino, certificato e marchio C€) , per cerimonie, pranzi, cene e foto di gruppo.  Se fossero momentaneamente sprovvisti, a causa della grande richiesta, non vi resta che una soluzione. Andate in un ufficio o sportello pubblico dove la gente è in fila, o in una sala d’attesa affollata, chiedete “Chi è l’ultimo?”. Appena lo  individuate, accostatevi e stategli vicino il più possibile. Meglio ancora seguite il vostro “ultimo” fino a casa. Più è lunga la “vicinanza agli ultimi” e più è meritoria.

Ecco perché oggi è quasi un obbligo stare vicino ai poveri ed agli ultimi; è diventato un segno distintivo, uno status simbol. Così si fa a gara ad assistere barboni, zingari, immigrati e derelitti vari, purché siano “ultimi” Doc e certificati (meglio se puzzano. Più puzzano e più la vicinanza è meritoria). Ma il massimo è ospitarne uno a pranzo, al posto d’onore. Poi si fanno le foto e si appendono alle pareti del salotto in ricordo dell’evento, o si mettono insieme alle foto del matrimonio, dei battesimi e cresime dei bambini e dei compleanni della nonna. Fanno parte integrante dell’album di famiglia, sono cari ricordi, documenti e testimonianze da tramandare a figli e nipoti, tesori di famiglia di cui andare fieri e mostrare orgogliosamente ad amici e parenti. Gli ultimi e i poveri, specie in occasione di importanti festività, sono così ricercati che, a quanto pare, in certe località in cui scarseggiano, i pochi poveri che hanno se li giocano, fanno una specie di tombolata e vengono estratti a sorte i fortunati che potranno ospitarli a pranzo. Del resto è giusto che godano di tanta attenzione, perché, come dice il Signore “Gli ultimi saranno i primi”.

Anche i Radicali, come loro consuetudine, per Natale, Pasqua e feste comandate, invece che passarle in famiglia, vanno in carcere a portare conforto, solidarietà e sostegno morale ai detenuti. Curiosi questi Radicali. Il loro pensiero fisso è quello di tutelare i delinquenti: non è un’offesa, se non fossero delinquenti non sarebbero in carcere. Mai una volta che vadano a portare conforto anche alle vittime dei delinquenti, truffatori, criminali, assassini, alle persone che subiscono furti, rapine, violenza sessuale, anziani massacrati e spesso ammazzati barbaramente dentro casa per rubare pochi euro. Non succede mai: si vede che le vittime dei criminali non sono abbastanza “ultimi”.

Certo che è uno strano Paese quello in cui, più che dare sostegno alle vittime, ci si preoccupa di aiutare i carnefici. Così succede che esiste un’associazione come “Nessuno tocchi Caino” che tutela e difende criminali e terroristi, ma non esiste un’associazione “Nessuno tocchi Abele”; come sarebbe logico, visto che ad essere “toccato a morte” è stato Abele e non Caino. Anzi, per come vanno le cose e ragionano certi intellettualoidi sinistri di casa nostra, poco ci manca che accusino Abele di aver provocato Caino e, quindi, di essere la causa, il responsabile morale del fratricidio. Non è una battuta; certi ragionamenti che si sentono fare oggi (e certe sentenze) seguono proprio questa strana logica tutta sinistra.

Eppure tutto questo eccessivo ed ostentato sfoggio di buoni sentimenti diventa quasi fastidioso, irritante. E appare falso, ipocrita, una forzatura, come una nota stonata, qualcosa fuori posto, avulso dalla realtà, artefatto, una bontà taroccata, costruita per l’occasione, da consumare nello spazio di una festività. Poi, come dice il vecchio adagio “Passata la festa, gabbato lo santo”, si smontano alberelli e presepi e si torna alla normalità.

Da domani cambia già lo scenario. Basta con la vicinanza agli ultimi, basta pranzi con i poveri, si sparecchiano le modeste tavolate con piatti di plastica e tovaglioli di carta e si imbandiscono ricche tavolate con porcellane, cristalli e argenteria; e via con i preparativi del gran botto di fine anno, con feste in piazza, concerti, spumante, luci, fumi, musica ed effetti speciali, spettacoli pirotecnici, cenoni pantagruelici, abbuffate proletarie in squallide trattorie di borgata, Capodanni aziendali fantozziani, e raffinati banchetti in palazzi aristocratici.

E la cronaca, abbandonati gli “ultimi” tornerà ad occuparsi dei primi e di quelli di mezza classifica con servizi quotidiani su mala sanità, corruzione, beghe politiche, tangenti, immigrati, terrorismo, Sanremo, sesso droga e rock’n roll, violenza assortita a tutte le ore, morti ammazzati, TG come bollettini di guerra, immagini splatter, mostri in prima pagina, scoop gossipari su chi scopa con chi, fiction e reality, commissari cani, squadre speciali e “Signor giudice, Montalbano sono“.

E la bontà col timer la lasciamo al Papa, ai preti di periferia ed a quelle sempre più rare vecchiette che continuano ad andare in chiesa per inerzia, perché lo hanno sempre fatto, e per assicurarsi il paradiso. Ma resta il dubbio che questa sceneggiata buonista sia solo un paravento per nascondere le brutture della realtà e mettere a tacere la coscienza sporca. Ed evitiamo di entrare nel merito della morale, dei riti e della liturgia che non sempre hanno giustificazione nel Vangelo.

Non entriamo nemmeno nel merito delle magagne della Chiesa, perché si aprirebbe un baratro di abominio, tra cardinali che vivono da nababbi, speculazioni finanziarie di banche Vaticane, preti che cantano Bella ciao alla messa di Natale (vedi “El gallo rojo“) ed altri che sul pulpito leggono L’Unità invece che il Vangelo. Dovremmo parlare di preti che a Potenza fanno un Presepe islamico con un San Giuseppe vestito come Totò in Un turco napoletanoed una Madonna in burqa sotto una tenda beduina con una bandiera arcobaleno al posto della Stella cometa ed il motto papale che invita all’accoglienza degli immigrati; oppure di preti di strada che fanno le barricate coi No global, preti che hanno la stanza del sesso nella canonica dove fanno prostituire l’amante, ed altri che abitualmente si sollazzano sessualmente con donne e ragazzini.

Costoro non sono certo “ultimi”. Anzi sono già ben piazzati in classifica. Forse, mentre il Papa è distratto perché intento ad occuparsi degli ultimi, i primi, non sentendosi osservati, ne combinano di cotte e di crude. Ecco perché dicevo che, forse, ogni tanto bisognerebbe dare uno sguardo non solo agli ultimi, ma anche a quelli di metà classifica. Così, tanto per evitare sorprese.

Vedi

El gallo rojo

Preti, Vangelo e Concita

Non c’è più religione

Santi in paradiso

Aboliamo la ricchezza

Come eliminare la povertà

Ricchezza e oscenità

I cristiani sono buoni

Ultimi e penultimi

Gli ultimi saranno i primi

Caro Papa ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Ama il prossimo tuo

Servire i servi

Papa: acqua e fogne per tutti

Papa: acqua e fogne per tutti

Il Papa ama viaggiare e portare nel mondo il messaggio evangelico. Ora è in Africa per il giro pastorale a base di vicinanza ai poveri ed agli ultimi, di baci ai bambini, di benedizioni alla folla, di appelli alla fratellanza, di rivendicazione dei diritti umani, di frontiere aperte, di accoglienza per tutti, di denuncia della ricchezza dell’occidente come causa della povertà del terzo mondo (questa è ancora tutta da dimostrare, ma a forza di ripeterla qualcuno ci crede davvero). Insomma, la solita litania buonista, il catalogo dei sogni, delle buone intenzioni, dei buoni sentimenti, di “beati i poveri…porgi l’altra guancia…ama il prossimo tuo come te stesso…etc”.  Poi la visita finirà, il Papa tornerà in Vaticano, i poveri di Nairobi continueranno ad essere poveri, e tutto resterà come prima.

Questa volta, visitando Kangemi, il quartiere povero di Nairobi, lancia il messaggio del diritto all’acqua e le fogne. Già “Acqua e fogne per tutti“, dice a gente che da sempre vive in mezzo alle fogne a cielo aperto. Sembra una battuta di spirito che richiama alla mente il motto di Cetto Laqualunque “Più pilu per tutti“. Solo che Cetto faceva ridere, il Papa no.

Il suo tema preferito è sempre lo stesso: più che un messaggio spirituale ricorda i temi del lavoro e dell’economia; diritto al lavoro per tutti, rivendicazioni salariali, sicurezza, garanzie, riposo, ferie, ridistribuzione della ricchezza, condanna del profitto, appello alla solidarietà globale. Più che il capo spirituale della Chiesa, sembra di ascoltare un sindacalista della Fiom o uno sfigato marxista dei centri sociali. Forse doveva fare il sindacalista, non il prete. Ecco che cosa ha detto agli “ultimi” di Kangemi: “L’emarginazione urbana nasce dalle ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate.”.  Più chiaro di così.

Gli africani sono poveri perché noi occidentali siamo ricchi, concentriamo il potere e sperperiamo. Viene quasi spontaneo pensare che in certe zone dell’Africa vivono ancora come 2.000 anni fa, nelle capanne di fango e paglia. E che fino a pochi secoli fa, gli europei non sapevano neppure dell’esistenza delle popolazioni africane, finché non sono cominciate le prime esplorazioni del continente africano. Ma intanto che  lì si viveva in condizioni da cavernicoli, a Roma si costruivano acquedotti e fognature già 2000 anni fa. E questi, ancora nel 2015, sono in quelle condizioni. Come mai, mentre in Europa si progrediva in tutti i campi, dall’architettura alla medicina, dalla scienza alla filosofia, l’arte, la musica, il commercio, si costruivano palazzi, basiliche, teatri, in quelle regioni lontane non c’è stato alcun tipo di progresso? Perché qualcuno li sfruttava? Oppure? Ma dicono che in Africa sono poveri per colpa nostra che siamo troppo ricchi e li abbiamo sfruttati. Ergo, se a Nairobi non hanno acqua e fognature, vuoi vedere che è per colpa dei romani che pensavano a costruire il Colosseo, invece che fare le fogne in Africa?

Ma il Papa ci accusa di essere noi la causa della loro povertà. E per rimediare dovremmo aiutarli e garantirgli il progresso, a spese nostre ovviamente. Infatti, riassunto in questo titolo, ecco il messaggio lanciato tempo fa in occasione del suo discorso all’ONU: casa, lavoro, terra.

Nient’altro? Beh, questo tanto per cominciare, poi si passa ai dettagli. Per esempio, possiamo aggiungere anche il diritto alla colazione abbondante con succhi vari, frutta esotica,  bacon e uova strapazzate, caviale, aragosta, champagne. Ancora il diritto al riposo pomeridiano (la pennichella è sacra), il climatizzatore, TV ultimo modello 40 pollici smart, Wi Fi (gli immigrati dicono che anche quello è un diritto), all’acqua minerale (liscia, gasata o Ferrarelle, secondo i gusti), una cantina fornita con vini di pregio, un’auto nuova in garage, un armadio pieno di abiti alla moda e capi firmati, la scopatina serale (o al mattino, a piacere; anche questo è un diritto, no?).

La casa, mi raccomando, che sia come quella di Topolino, una grande villetta bianca a due piani in stile coloniale con ampio prato verde intorno dove giocare col cane, possibilmente con ampio parco intorno, boschetto, piscina e giochi per i bimbi. Beh, tutti hanno diritto allo spazio vitale. Mica vorremo relegarli in quegli orribili casermoni di periferia, in spazi angusti come celle di alveari, pullulanti di brutti ceffi, maleodoranti e puzzolenti di fritto e minestra di cavoli. No, la casa deve essere bella, grande, confortevole, rilassante e profumata di gelsomini. E’ un diritto di tutti.

Il lavoro, invece, deve essere appagante, gratificante:  un buon impiego lautamente retribuito in un’azienda con sede in palazzo d’epoca in centro storico, con sale affrescate da Michelangelo (oppure Giotto), sculture del Bernini (ma va bene anche Canova), arazzi preziosi, tappeti persiani, ambiente lavorativo rilassante di tutta tranquillità (per evitare lo stress), segretaria di bella presenza sempre disponibile agli straordinari anche sul divano o dove capita, capita.

In quanto alla terra, che è un diritto di tutti, diciamo che non dovrebbe essere inferiore ad un centinaio di ettari per ciascuno, comprendenti grandi impianti eolici e fotovoltaici per l’autosufficienza energetica, e campi coltivati che forniscano tutti i possibili prodotti di prima necessità, cereali, legumi, ortaggi e frutta, al fine di garantire l’autosufficienza alimentare (non si sa mai, meglio essere previdenti), parco giochi, campo da golf, tennis, piscina, cottage per riposarsi durante le battute di caccia, cavalli purosangue da corsa, frutteti e vigne, boschi e ruscelli, e pista per il jet privato. Potrebbe bastare, salvo ampliamenti futuri.

Poi cos’altro?  Beh, si può aggiungere a piacere, tanto ormai tutto è diventato un diritto e tutti i diritti devono essere garantiti a tutti. Tutto a tutti; lo dice il Papa. Ultimamente fra il Papa e l’estrema sinistra c’è una strana convergenza di ideali e proposte, una corresponsione di amorosi sensi, una sorta di affinità elettive. O i comunisti si sono convertiti al Vangelo, oppure il Papa è diventato comunista. Il fatto è che è facile parlare di diritti a tutti, ma poi bisogna pensare alla realizzazione pratica. E ci si dimentica sempre di dire chi deve occuparsene e con quali mezzi e risorse. Ogni diritto presuppone un dovere. Già, perché se qualcuno rivendica un “diritto“, significa che qualcuno ha il “dovere” di riconoscerglielo.  E se tutti, dalla Polinesia alla Siberia, dalla Groenlandia al Kenya,  hanno diritto alla casa, al lavoro, alla terra e chissà cos’altro, chi è che deve provvedere a garantire quei diritti? Lo Stato, i cittadini volenterosi, i ricchi, la Caritas, i sindacati, il governo, lo Spirito santo? Questo il Papa dimentica sempre di spiegarlo.

Però, alimentando le speranze della gente si mostra vicino ai poveri e sembra che diffonda e applichi il messaggio evangelico che, dice il Papa, è rivolto ai poveri ed agli ultimi (Bergoglio tra gli ultimi del mondo). Anche Laura Boldrini dice che il suo pensiero è sempre rivolto agli ultimi. La nostra Laura è una fervente cattolica e segue alla lettera il Vangelo, oppure il Papa copia dalla Boldrini? Veramente il Vangelo non solo si rivolge agli ultimi, ma riserva loro un occhio di riguardo, un trattamento speciale, quasi un riconoscimento, un premio, quando afferma che “Gli ultimi saranno i primi“. “In che senso?”, direbbe Verdone con gli occhi al cielo. Meno male che il Signore non faceva il giudice di gara, altrimenti sarebbe stato un bel pasticcio al momento di decretare l’ordine di arrivo e la classifica finale.

Ma se questo è il messaggio, allora bisogna riconoscere che essere ultimi è una bella fortuna, perché alla fine si diventa primi. Il guaio è per i ricchi, perché è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri in paradiso. Se ciò che dice il Vangelo è vero, questi poveri che vivono nelle periferie di Nairobi, in bidonville senza acqua, né fogne, e magari anche senza cibo, dovrebbero gioire, ringraziare il Signore per essere nati poveri e pregare di non arricchirsi mai, perché se si arricchiscono rischiano di trovarsi in fondo alla classifica. Bisogna concludere, quindi, che quelli che nascono nella periferia di Nairobi hanno avuto una bella fortuna. Beh, questo dice il Vangelo. No?

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Gli ultimi saranno i primi

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