Uguali e diversi

Anche il Cern diventa femminista: “Presentazione sessista; il Cern sospende il ricercatore“. Ed ecco cosa si legge nell’articolo: “…la diversità fa parte del Cern ed è anche uno dei valori fondamentali alla base del nostro Codice di condotta e l’organizzazione è pienamente impegnata a promuovere la diversità e l’uguaglianza a tutti i livelli“. Pensavo che il Cern (Consiglio europeo per la ricerca nucleare) fosse un istituto serio, che si occupasse di ricerca, di fisica. Invece si occupa di sessismo, uguaglianza e diversità sessuale; come l’Arcigay. Magari in futuro si occuperà anche di cultura Lgbt ed applicheranno le teorie gender alla fisica ed alla possibilità che, nel nucleo atomico, protoni, neutroni  ed elettroni possano scegliere liberamente se avere una carica elettrica positiva, negativa o neutra. In compenso, forse, Luxuria terrà delle conferenze sulla fisica quantistica e le proprietà delle particelle subatomiche le quali pare che abbiano un’attività sessuale molto libera, creativa e sfuggente a qualunque classificazione spazio-temporale: impossibile stabilire nello stesso istante e luogo,  cosa fanno, dove lo fanno, quando lo fanno  e come lo fanno (lo dice la fisica).

scienza gender

Promuovere la diversità e l’uguaglianza a tutti i livelli“. Questa frase dimostra che ormai abbiamo raggiunto un grado di confusione mentale irreversibile. A forza di sostenere tutte le diversità possibili e, al tempo stesso, perseguire l’uguaglianza (concetti antitetici, contrapposti e inconciliabili, ma cardini del pensiero politicamente corretto) vi si sono intorcinati i neuroni; e adesso è quasi impossibile districarli. Nemmeno lo scemo del villaggio direbbe una simile castroneria. Ma se la dice il Cern c’è da preoccuparsi. Ecco uno dei tanti articoli dedicati a questa strana contraddizione che la sinistra continua a non capire o finge di non capire.

Diversamente uguali e ugualmente diversi (2013)

Sta andando in onda in questi giorni uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Uno dei soliti spot del governo per la serie “Pubblicità progresso“. Una decina di giorni fa il neo deputato Ivan Scalfarotto (chi era costui?) aveva protestato perché, a suo dire, la RAI intendeva bloccare lo spot. Immediata smentita della RAI che ha assicurato che lo spot sarebbe andato in onda dal 13 al 26 aprile, come in realtà sta avvenendo.

Così abbiamo rassicurato Scalfarotto. Ma non solo lui. Immagino che questo spot del Ministero del lavoro (!?) abbia rassicurato anche i milioni di precari, disoccupati, esodati e tutti coloro che il “lavoro” non ce l’hanno e che non sanno più come campare. Anche i minatori del Sulcis, in Sardegna, vedendo lo spot del Ministero del lavoro (!?) contro l’omofobia, si sentiranno tranquillizzati e guarderanno il mondo con rinnovata speranza e “buone prospettive per il futuro”. Ora, però, i minatori sono un po’ preoccupati. Vedendo questo spot a favore di gay e lesbiche, fatto dal Ministero del lavoro, si chiedono perplessi quale sia il rapporto fra il lavoro ed i gay, e se, per garantirsi il lavoro in miniera, devono cambiare gusti sessuali. Boh, misteri minerari.

Peccato che stia andando in onda solo da pochi giorni. Sono certo che se la RAI lo avesse trasmesso prima, anche quelle tre persone che si sono suicidate a Civitanova Marche per problemi economici, avrebbero rinunciato “all’insano gesto“. E così pure gli altri due suicidati due giorni prima. Ed anche i tre suicidati in Sardegna nel giro di due giorni (morti, asini e saggi), vedendo lo spot, avrebbero riacquistato fiducia nel futuro, grazie al Ministero del lavoro e delle pari opportunità. Già, perché il Ministero è sempre attento ai veri problemi del Paese, specie quelli del lavoro. E l’omofobia, a quanto pare, è uno dei problemi più gravi per quanto riguarda il lavoro, l’economia, la finanza, lo spread, il debito pubblico, la bilancia dei pagamenti ed il rilancio dell’occupazione. O no? Niente di strano che, per accontentare i “diversamente normali“, il prossimo governo crei un nuovo ministero ad hoc: il “Ministero delle estrosità sessuali“. Chi sarà il ministro? Ovvio, Nichi Vendola.

Anche i segni zodiacali sono tutti diversi. Ognuno ha il proprio segno e, come dice lo spot, “Non c’è niente da dire“. Per chi ci crede, anche il segno zodiacale può condizionare la vita, le scelte, la personalità, il carattere e, perfino, la fortuna. Chi non crede all’astrologia, vive benissimo lo stesso. Anzi, evita di perdere tempo a leggere o ascoltare ogni giorno l’oroscopo e può occupare quel tempo in maniera più proficua. Ma ognuno è libero di credere quel che vuole ed a chi vuole. Perfino il mago Otelma vanta seguaci. Si dice che ci siano segni più fortunati di altri e che, grazie alle caratteristiche proprie di quel segno, siano più avvantaggiati in amore, lavoro, affari, rispetto ad altri. Ma ognuno ha il proprio segno e, piaccia o no, se lo tiene. Così va il mondo, da sempre: c’è chi nasce con la camicia e chi non ha nemmeno le mutande. E solitamente quelli con la camicia sono più fortunati degli smutandati. Ed anche su questo “Non c’è niente da dire“.

uguaglianza spot

Sì alle differenze“, conclude lo spot. Sì, però, bisogna ricordarsi che ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono animali docili come agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti, vergini e puttane. Tutto fa parte della natura. Il fatto che tutto sia naturale non significa, però, che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore.

Impariamo fin da piccoli, grazie anche all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che può essere pericoloso. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.
E’ strano, tuttavia, che questa campagna ormai continua, assillante che occupa sempre più ampi spazi nei media, si basi sostanzialmente su due concetti opposti che vengono usati ed abusati seconde le circostanze. Il primo è il concetto di “Uguaglianza” che viene spiattellato continuamente come il vero toccasana della società e che, servito in salse diverse secondo le necessità, tende ad eliminare le discriminazioni nei confronti della diversità di qualunque genere. Ottimi propositi, encomiabili. Peccato che le stesse persone che si battono tanto per l’uguaglianza, subito dopo (vedi il “Sì alle differenze” dello spot), comincino a rivendicare il diritto ad essere “diversi” e si strappino le vesti per affermare il valore della “Diversità“. Ma allora siamo per l’uguaglianza o per la diversità? Oppure, secondo i giorni, le paturnie, l’oroscopo e le previsioni del tempo, un giorno siamo “Ugualmente diversi” ed il giorno dopo “Diversamente uguali“? Decidiamoci, ragazzi.

Un vecchio aneddoto racconta dell’accalorato discorso, nell’assemblea parlamentare francese ai primi del secolo scorso, di un deputato che si batteva per il riconoscimento dell’uguaglianza e pari diritti per le donne. Concluse il suo appassionato intervento con questa considerazione: “In fondo, fra l’uomo e la donna non c’è che una piccola differenza”. Dal fondo della sala un altro deputato si alzò e gridò: “Viva la differenza“. Seguì un lungo applauso di tutta l’assemblea in omaggio alla “differenza“, fonte primaria dell’origine del mondo (come immortalata da Courbet) e della sopravvivenza della specie umana.

Una vecchia barzelletta, quelle basate sulle “differenze“, diceva: “Sai che differenza passa fra un piatto ed un vaso da notte?”. E di fronte al silenzio dell’interlocutore che attendeva la battuta finale, il primo concludeva: “No? Allora non andrò mai a cena a casa tua”. Ecco, non vorrei che con questa mania di considerare tutto normale, tutto naturale, tutto “uguale“, tutto legittimato e mettere vizi e virtù sullo stesso piano, facendo di ogni vizio una virtù e di ogni ghiribizzo sessuale un diritto naturale, si finisse per tenere sul cuscino uno scorpione o servire la cena in un vaso da notte. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Il Gattopo e l’uguaglianza

Una volta, molto tempo fa, osservando la natura, l’uomo si rese conto dell’ingiustizia del mondo. Vedeva i leoni inseguire le povere gazzelle, ammazzarle e cibarsene. Ascoltava i lamenti dei poveri topi eternamente costretti a scappare inseguiti dai gatti. Così l’uomo, che era un “animale intelligente“, cercò di trovare un rimedio. E volendo eliminare le disparità e l’ingiustizia fra gli animali, decise di intervenire ponendo fine all’eterna lotta fra prede e predatori e pensò che l’unica soluzione fosse quella di raggiungere la condizione di  uguaglianza fra le specie.

Eliminò i leoni e le gazzelle ed al loro posto creò delle specie intermedie: le leonelle ed i gazzelloni. L’unica differenza fra queste due specie era che i gazzelloni suonavano il flauto d’oro e le leonelle no. Accontentarono anche il topo creando un ibrido fra il gatto ed il topo: il Gattopo. Così fecero con tutte le altre specie, eliminando prede e predatori e creando, al loro posto, degli ibridi. Realizzata l’uguaglianza fra le specie animali, fu eliminata anche l’ingiustizia. Ma queste specie, avendo perso le caratteristiche proprie, non sapevano più come e di cosa cibarsi. Non sopravvissero e morirono di fame.
L’uomo, tuttavia, essendo un “animale intelligente”, non pensò mai che forse gazzelloni e gattopi non fossero adatti a vivere in questo mondo e che sarebbe stato meglio lasciare le cose come stavano, accettando e rispettando le leggi della natura. Pensò, piuttosto, che, dal momento che il proprio concetto di giustizia ed uguaglianza non poteva essere sbagliato, se i gattopi non erano adatti a sopravvivere, non fossero sbagliati i gattopi, ma fosse sbagliato il mondo.
E da allora l’uomo, che crede pur sempre di essere un “animale intelligente“, continua a modificare il mondo, stravolgendo l’ordine naturale delle cose e le leggi della natura, nella speranza di realizzare un mondo migliore e perfetto, adatto ai gattopi! (Post del 2006)

 

gattopo

Papa. parcheggi e onde

Una ne fa e cento ne pensa; instancabile, se non spara la sua cazzata fresca di giornata non è tranquillo. Non è che io ce l’ho con Bergoglio, è lui che ce l’ha con se stesso e con il mondo. Ha appena finito di dire che la fede bisogna insegnarla in dialetto (Papa e fede alla vaccinara) e mentre siamo ancora storditi da questa rivelazione e cerchiamo di ripassare le nostre reminiscenze dialettali per poter tramandare la fede ai posteri, ecco l’ultimissima: “Non esistono culture superiori o inferiori.”. Tutte le culture sarebbero uguali? Bergoglio, ma è sicuro di sentirsi bene? il discorso sarebbe lungo, ma vediamo di fare un esempio facile facile che capirebbe anche il sagrestano di Guamaggiore.

Nella foresta amazzonica, dove si trova ora, vivono delle tribù che non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo. Si hanno solo alcune foto riprese dall’alto da un elicottero che, mentre sorvolava la foresta, ha individuato e fotografato alcuni indigeni vicino ad una grande capanna di rami e fogliame. Li chiamano “uomini rossi” perché hanno il corpo colorato con un pigmento rosso, ed usano lance e frecce con le quali cercavano di colpire gli intrusi su quella strana e minacciosa macchina volante: “Amazzonia, scoperta tribù di uomini rossi.”. Bergoglio, vuol dire che tra la cultura degli “uomini rossi” (ed altre simili, come quella dei tagliatori di teste del Borneo), rimasta a livelli primordiali, e quella occidentale evoluta nel corso di millenni che ha portato progresso culturale, artistico, sociale, morale, invenzioni, capolavori dell’arte, letteratura, musica, scoperte scientifiche che hanno consentito di mettere piede sulla Luna, non c’è differenza e non si può dire che la nostra sia superiore? Si fa fatica a crederlo, ma dice esattamente questo. Chi continua a mettere sullo stesso piano le diverse culture, negando differenze sostanziali ed il loro diverso valore è un idiota; che sia Papa o sagrestano.

 E siccome alle idiozie  non c’è limite, ecco l’altra cazzata del giorno partorita dalle menti geniali che ci governano: “Parcheggi; i ricchi paghino di più.”. C’è gente che si sveglia al mattino e comincia a pensare; questo è il guaio, il fatto che pensino, che pensino cazzate, siano convinti di avere delle idee geniali e le impongono ai cittadini. Perché far pagare il parcheggio uguale per tutti? Non è giusto, meglio farlo pagare in base al reddito; più guadagni più paghi. Tempo fa fecero la stessa proposta per le multe; volevano stabilire l’importo delle sanzioni non in base all’infrazione, ma in base al reddito di chi le commetteva. E c’è ancora chi parla di uguaglianza degli uomini e stabilisce questa uguaglianza addirittura nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se Einstein diceva che la stupidità umana è infinita, forse aveva qualche motivo per pensarlo. Allora, se il criterio per stabilire i prezzi dei beni e servizi, non è il loro valore commerciale, ma la ricchezza di chi ne usufruisce, anche il pane, il caffè, il giornale, zucchine e carote, la pizza, non si pagheranno in base al prezzo di mercato, ma in base al reddito? Cari governanti, lasciate perdere la politica, non è roba per voi. Pensate a curarvi, avete chiarissimi sintomi di gravissime forme di psicopatologia. Curatevi, per il vostro bene; ed anche per il nostro.

Quando sento notizie di cataclismi naturali, terremoti, alluvioni, tsunami, attentati terroristici, resto sempre perplesso davanti alla sicurezza con cui i media forniscono, in tempo reale, i dati sulla gravità dell’evento, il numero delle vittime e l’importo dei danni. Ne ho parlato spesso in passato, anche per sottolineare errori e ridicoli dati forniti e sparati in prima pagina. Vedi “Corriere e terremoti” sul devastante terremoto che colpì il Cile nel 2015. O, ancora più divertente ed emblematico di come certi articoli siano scritti con i piedi, questo strano meteorite dalle dimensioni variabili “Meteoriti e Hiroshima” che cambia grandezza e potenza distruttiva secondo le testate che riportano la notizia. Storia vecchia quella dell’affidabilità della stampa. Ricordate il terremoto ed il successivo tsunami che devastò le Maldive nel Capodanno del 2004? I media facevano a gara a chi sparava numeri a pera. Allora scrissi questo: “Riepilogo (onda su onda). E siccome in tutti questi anni non è cambiato niente, pochi giorni fa una meteorina in TV annunciava forti venti sul Tirreno, burrasca e onde “alte 6 metri” (le avrà misurate lei?). Per fortuna, in questi giorni le onde si sono abbassate. Infatti ieri un quotidiano locale annunciava: “Sardegna, nuova allerta venti e mareggiate; onde alte 4 metri.“.

Ora, il vento lo possiamo misurare esattamente con gli anemometri, ma le onde?  Chi misura le onde? C’è qualcuno specializzato (con tanto di Master al MIT di Boston in misurazione delle onde marine) che sta in mezzo al mare con un’asta graduata e le misura tutte, una per una, e poi magari fa la media? Ma poi siamo sicuri che non ci freghi e invece che 4 metri siano alte solo 3 metri e 80 o siano alte 4 metri e 20? Bisogna essere precisi, perché, se devo uscire a pesca, anche 20 o 30 centimetri di differenza possono essere determinati per la sicurezza. No? Ed ecco che continuo a portarmi dietro questo dubbio: ma chi le misura le onde? Boh…

Tsunami e candele.

Non ci sono più candele, arrangiatevi.

La Luna nel segno del Leone.

Morti e candele.

Morti, candele e affari. 

Morti, candele e…come apparire bbbuoniii.

Sì, ma chi misura le onde?

Giorno della memoria, fra crimini e talenti

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che  non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata” nuova.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

 

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

La diversità è una ricchezza: dipende

In questi giorni sta passando in televisione uno spot ministeriale  realizzato a cura dell’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza: riguarda il tema della diversità intesa come valore e ricchezza. E’ interpretato dai ragazzi protagonisti di “Braccialetti rossi“, una fiction improntata proprio sulla diversità e la tolleranza.

E’ un tema ricorrente sui media, uno dei capisaldi del pensiero “politicamente corretto“. In apparenza è del tutto condivisibile, ma il rischio è che si tratti di un messaggio “civetta”, dietro al quale si celi un fine più ampio e subdolo che, col pretesto della tolleranza, vuole imporre l’accettazione di tutto ciò che può essere non solo diverso, ma anche in contrasto con la nostra cultura ed il sentire comune. Si coinvolge il pubblico con fiction, racconti e rappresentazioni emotivamente coinvolgenti,  per poi far passare, dietro quel messaggio apripista, di tutto e di più. Ho parlato spesso di queste ambiguità mediatiche e del pericolo di una interpretazione distorta dei concetti maldigeriti di diversità e uguaglianza. Per dirlo chiaramente ed in maniera sintetica, con un’espressione che non è molto elegante, ma esprime benissimo il concetto: “La difesa della diversità non giustifica l’esibizione e l’ostentazione di ciò che è contro la morale corrente, la buona educazione ed il buon senso. Anche la merda esiste ed è del tutto naturale. Ciò non significa che la si debba portare a tavola.”. Chi vuol intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma visto che sono cose già dette e ridette, tanto vale riprendere un vecchio post di due anni fa su un altro spot del governo dedicato al tema dell’omofobia.

Natura e diversità (settembre 2013)

Circa tre mesi fa è andato in onda in TV uno spot contro l’omofobia promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ne ho già parlato nel postDiversamente uguali e ugualmente diversi“. Quello spot riportava, in apertura e chiusura, lo slogan “Sì alle differenze, no all’omofobia” e, dopo aver mostrato alcune persone con caratteristiche diverse (chi è alto, chi è intonato, chi è gay, chi è rosso, chi è lesbica…), concludeva conE non c’è niente da dire“. E fin qui ci siamo; sul fatto che nella realtà ci siano “differenzenon c’è proprio niente da dire. C’è, invece, qualcosa da dire proprio sullo spot, sul messaggio in esso contenuto e sull’interpretazione distorta del significato delle diversità.

In natura la diversità è la norma. L’uguaglianza non esiste (con buona pace dei nipotini di Marianne). Anche gli animali nascono diversi. C’è chi nasce aquila e si libra elegante sulle alte vette delle montagne e chi nasce scarabeo e per tutta la vita continua a rotolare palline di sterco. C’è chi nasce leone e chi gazzella. Chi nasce ape e vola di fiore in fiore succhiando il nettare e chi nasce mosca ed ha una fortissima passione per gli escrementi. Sono tutti diversi e “Non c’è niente da dire”, così va il mondo. Ma non si può convincere un’aquila a rotolare palline di sterco, né un’ape a succhiare merda, né una gazzella a giocare serenamente con un leone. Così ognuno segue la propria strada e, pur essendo tutti diversi e parte della natura, non necessariamente le loro esistenze devono relazionarsi in maniera pacifica ed affettuosa. Anzi, è vero proprio il contrario. In natura non esiste la stasi, è una continua lotta per la sopravvivenza.

Così la gazzella sa benissimo, lo scopre ogni giorno a proprie spese,  che esistono i leoni e che sono parte della natura. Ma, incontrandone uno, sarebbe autorizzata a pensare: “Caro leone, tu sarai anche il re della foresta, sei del tutto naturale e su questo…Non c’è niente da dire. Però, stammi lontano“. Se siamo onesti dobbiamo riconoscere che anche sulle riflessioni della gazzella…Non c’è niente da dire. Certo, gli uomini non sono animali, si dirà. Sono dotati di ragione e non devono seguire gli istinti bestiali. O meglio, bisognerebbe dire che “Non dovrebbero…”. In realtà le leggi della natura valgono anche per l’uomo che della natura fa parte integrante. Il fatto che l’uomo dimentichi questo piccolo dettaglio e pensi di essere superiore a queste leggi, grazie alla sua supposta “intelligenza“, e di poterle stravolgere o piegare al proprio volere, è solo un’illusione, frutto della presunzione umana, che genera mostri ideologici che portano solo sciagure.

L’istinto di sopravvivenza è innato nell’uomo. E’ una specie di campanello d’allarme che ci mette in guardia contro rischi e  pericoli. Scopriamo molto presto che la natura non è costituita solo da bei paesaggi, prati verdi, fiori profumati e teneri cucciolotti. Ci sono delle differenze da tenere bene a mente e da non sottovalutare. Impariamo così a stare alla larga da tutto ciò che può costituire un pericolo. Esistono giardini fioriti dove amiamo passeggiare ed esistono deserti infuocati letali per l’uomo. Esistono mansueti agnellini ed esistono vipere mortali. Esistono frutti dolcissimi ed erbe velenose. Esistono santi e delinquenti. Tutto fa parte della natura e della sua diversità. E su questo non c’è niente da dire.

Il fatto che tutto sia naturale non significa, però,  che tutto sia sullo stesso piano e con lo stesso valore. Impariamo fin da piccoli, grazie all’istinto di sopravvivenza, a diffidare di tutto ciò che non conosciamo e che potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Questa diffidenza innata è essenziale per la sopravvivenza della specie. Esistono teneri cucciolotti che amiamo accarezzare ed esistono scorpioni e serpenti a sonagli. Anche serpenti e  scorpioni fanno parte della natura. Ma non credo che qualcuno ami tenerli sul cuscino ed accarezzarli prima di addormentarsi.

La natura è formata da “diversità“. In natura non esiste l’uguaglianza, non c’è niente di uguale, nemmeno due fili d’erba sono perfettamente “uguali“. E’ il trionfo della diversità. Questa estrema diversificazione della natura è “normale“. In natura la diversità è la norma. Ciò non significa, però, che le diversità debbano essere considerate allo stesso modo e con lo stesso valore. Esiste la “normalità” all’interno della diversità. E’ questo piccolo dettaglio che dimentichiamo spesso, quando cerchiamo di definire cosa sia “normale“.

Nel mondo delle aquile è “normale” volare. Nel mondo degli scarabei è “normale” rotolare palline di sterco.  Ovvio che volare non è normale per gli scarabei e per le aquile non è normale rotolare palline. Entrambe le attività sono del tutto “normali” in natura, ma ciascuna è “normale” solo all’interno di un ambito definito; quello delle aquile e quello degli scarabei. Ciò che è normale nel mondo delle aquile non lo è nel mondo degli scarabei e viceversa. Così procede il mondo ed in natura ogni essere vivente sa bene quale sia il proprio ambito e cosa sia, all’interno della propria specie, “normale“. E vi si adegua, istintivamente, naturalmente, senza forzature e senza dubbi esistenziali.

Ci sono alti, intonati e gay, dice lo spot. Ed il senso sottinteso è che non c’è niente di male in queste differenze. Certo, ma quello che non si ha l’onestà di dire è che ci sono anche persone stonate che, incoscientemente, si ostinano a cantare. E nessuno può obbligarci ad ascoltarli secondo il principio che “Non c’è niente da dire“, che tutti sono normali e che essere stonati non sia una colpa. Certo che non è una colpa, però, come direbbe la gazzella al leone…stammi lontano. Ecco l’aberrante conclusione del mito dell’uguaglianza; considerare tutte le differenze come “normali“, metterle sullo stesso piano, attribuire a tutte lo stesso valore e convincerci ad accettarle.

Pur di giustificare l’appagamento dei propri vizi c’è chi addirittura si inventa una sua filosofia personale basata sul “Pensiero debole” e chi, facendosi scudo del concetto di uguaglianza, vuole legittimare l’anomalia biologia e renderla “normale“. E’ una delle prove della stupidità umana. O, se preferite, è la sciagurata conseguenza dell’ideologia nata dal motto “Liberté, Egalitè, Fraternité“, di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Già, perché anche la stupidità può generare rivoluzioni. Ed è senza limiti, come dice una vecchia battuta attribuita ad Einstein: “Due sono le cose infinite; l’universo e la stupidità umana. Della prima non sono proprio sicuro“. Ed anche su questo…Non c’è niente da dire!

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Diversamente uguali e ugualmente diversi

Omofobia, xenofobia, razzismo

Razzismo o cosa?

Voltaire e l’Islam

Ama il prossimo tuo

Banane e razzismo

Carnevale romano

Elogio della diversità

Elicotteri blu

Spending rewiev all’italiana. Dopo le auto blu (che dovevano scomparire e sono ancora tutte lì dov’erano, anzi ne hanno acquistate altre nuove) e gli aerei blu (quelli che prende il rottamatore Renzi per andare a prendere la moglie a Firenze e poi andare insieme a sciare a Courmayeur: ma dice che è previsto dal protocollo di sicurezza) e chissà quante altre cose “blu” esistono in questa Italia repubblicana, democratica, antifascista, nata dalla resistenza, dove, come dicevano i maiali democratici della Fattoria degli animali di Orwell “ tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri“, scopriamo che esistono anche gli “elicotteri blu“; quelli che, in un’Italia democratica dove tutti i cittadini sono uguali,  sono a disposizione di alcuni cittadini privilegiati che sono “più uguali” degli altri.

Si sta ancora discutendo del recentissimo caso della piccola Nicole, “la neonata morta in un’ambulanza mentre la stavano trasportando d’urgenza a Ragusa perché negli ospedali di Catania non c’erano posti disponibili“.  Per la sua morte sono indagate, per omicidio colposo,  9 persone e la polizia di Stato ha acquisito cartelle cliniche, atti amministrativi e perfino le registrazioni telefoniche del 118. Ed ecco la notizia del giorno che arriva dalla Sardegna, da Alghero, perla della  riviera del corallo, dove proprio il direttore del 118 di Palermo, Gaetano Marchese, stava trascorrendo un periodo di vacanza. L’uomo è stato colpito da aneurisma; succede (Vedi “Capo del 118 sta male, arriva elicottero da Palermo“).

Un comune mortale qualunque sarebbe stato soccorso e portato in uno dei centri ospedalieri più vicini (per esempio, a Sassari, a venti minuti d’auto). Oddio, magari rischiava di essere rimpallato da un ospedale all’altro per mancanza di posti letto in zona e poteva rischiare di essere trasportato in ambulanza magari a Nuoro o a Iglesias. Anche questo succede, come dimostra la neonata morta a Catania. Forse per questo il nostro direttore del 118, per scongiurare questo pericolo, ha preferito andare sul sicuro: ha rifiutato il ricovero in una struttura della zona, ha chiamato la sua “centrale operativa di fiducia” palermitana ed ha fatto arrivare direttamente, con volo notturno,  il suo “elicottero di fiducia” del 118 da Palermo, per essere portato nella sua “città di fiducia” ed affidato, nella sua “clinica di fiducia”, alle cure dei suoi “medici di fiducia“. Beh, la fiducia è una cosa seria, specie da quelle parti.

Ovviamene, a spese nostre, in tempi di sbandierata riduzione della spesa pubblica, di moralizzazione della politica, di denuncia degli sprechi di Stato e dei privilegi della casta e di abolizione delle auto blu. Onestamente, però, bisogna riconoscere che il rottamatore Renzi, nel suo famoso discorso delle slides e del “Venghino, siori, venghino…”, in cui annunciava grandi cambiamenti sociali, tre riforme in tre mesi, rivoluzioni epocali e drastici tagli alla spesa pubblica, ha parlato di abolizione delle auto blu; ma non ha accennato agli elicotteri blu. E nemmeno agli aerei blu. Allora, è tutto a posto. Tranquilli ragazzi, è la spendig rewiev all’italiana: tutti devono risparmiare e fare sacrifici, perché tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni…

Banane e razzismo

Gravissimo episodio di “razzismo” (con sorpresa finale). Domenica scorsa, a Villarreal in Spagna, durante una partita di calcio, qualcuno ha lanciato una banana al giocatore brasiliano del Barcellona, Dani Alves, che si apprestava a tirare un calcio d’angolo. Com’era prevedibile, si è gridato subito al razzismo. E Neymar, altro brasiliano compagno di squadra di Alves, lancia subito la campagna di solidarietà antirazzista  al grido di “Somos todos macacos” (siamo tutti scimmie) e si fa fotografare con una banana in mano. Così l’iniziativa si diffonde in rete e migliaia di persone in tutto il mondo  si sono fotografati con una banana in mano ed hanno pubblicato il selfie (l’autoscatto; ma oggi si dice selfie, è più figo) in segno di solidarietà con il calciatore offeso e contro il “razzismo“. E la rete è impazzita, invasa dalle banane antirazziste (vedi foto su Google).

Sul Corriere on line si può vedere una carrellata di oltre 60 personaggi noti e meno noti che si fanno fotografare con la loro bella banana in mano: “Siamo tutti scimmie; per difendere Dani Alves”. Oltre alla Carrà col suo bananone uso telefono ci sono anche il premier Renzi (lui è ovunque) in coppia con l’allenatore Prandelli, Balotelli (anche lui non perde occasione per mostrarsi) ed altre persone comuni, uomini, donne, giovani, meno giovani, cani e porci. Sì, fra le altre, c’è anche un cane  che gusta la sua banana antirazzista. La didascalia dice: “Qualcuno espande anche il discorso agli animali. Il concetto base, comunque, resta: siamo tutti uguali“. Già, antirazzisti e “uguali“, questo è il mantra che domina i media e  risuona ovunque ogni giorno. Peccato che quelli che inneggiano all’uguaglianza siano gli stessi che, in altre occasioni (quando si parla, per esempio, di diverse etnie e culture o di gay, lesbo, trans, annessi e connessi…) si straccino le vesti per rivendicare il concetto che “la diversità è una ricchezza“. Ovvero, siamo uguali, ma diversi; secondo le circostanze e l’opportunità. Diversamente uguali e ugualmente diversi…”. Questo significa essere coerenti ed avere le idee chiare! (Vedi questo video dedicato a “Quelli che…il ’68” ed all’uguaglianza e diversità)

Ma ieri si scopre, sorpresa, che il lancio della banana razzista è solo una trovata pubblicitaria di una grande agenzia brasiliana che si occupa dell’immagine di Neymar: “La trovata di Dani Alves è solo una campagna di marketing studiata a tavolino“. Lo ha scoperto un quotidiano brasiliano (La banana di Dani Alves). “La campagna era già pronta da due settimane e si attendeva solamente il momento giusto per lanciarla“, ha dichiarato Guga Ketzer, il capo dell’agenzia  in questione. Sembra che addirittura fossero già pronte le magliette con il logo “Somos todos macacos” e che, già nell’arco di pochi giorni, ne siano state vendute migliaia, al costo di 25 euro. Tutta una  messa in scena, studiata e ben congegnata, per tutelare l’immagine di Neymar e ricavare dei profitti sfruttando il presunto atto di razzismo. Oggi anche l’antirazzismo sta diventando un affare.

Ma siccome c’è gente che, non avendo impegni ed occupazioni più serie, aspetta solo l’occasione ed il pretesto per seguire il branco e sentirsi così partecipe del rito collettivo del momento, ecco che migliaia di persone sbucciano la loro banana, si fotografano ed inseriscono il “selfie” in rete.   Perché una cosa è certa: se qualcuno fa una proposta seria nessuno lo segue, ma se proponete una emerita stronzata,  vi seguiranno in migliaia.

Ora, dopo aver scoperto che si è trattato di una semplice trovata pubblicitaria, tutti quelli che sono cascati nella trappola e sono rimasti con la banana in mano (compresi i nostri Renzi e Prandelli), dovrebbero fare un altro selfie, cambiando il motto “Siamo tutti scimmie” in un più appropriato “Siamo tutti boccaloni“.

Anni fa ho realizzato questo video sulle “banane” con una divertente e curiosa canzoncina cantata dalle Figlie del vento. Oggi casca proprio a pennello…