Fiorello e violenza in TV

Se l’ha capito anche Fiorello vuol dire che la questione è seria. Parlo dell’eccesso di violenza in TV. Ieri ha lanciato un appello a RAI e Mediaset: “Basta sangue e violenza in TV“. Chi ha la bontà di dare uno sguardo al mio blog sa che è un argomento che tratto da sempre. Basta dare uno sguardo alla sezione “Mass media, società e violenza” nella colonna a destra, dove sono riportati i link di alcuni dei tanti post dedicati all’argomento “Media e violenza” (nella vecchia piattaforma Tiscali; qui non è visibile).

Forse non ci facciamo più caso perché la cronaca nera è talmente diffusa su stampa e TV che sembra normale. Proprio ieri ho seguito un TG5 che ha dedicato un quarto d’ora abbondante alle notizie di nera accaduti nelle ultime ore: sono almeno 5 i fatti di sangue e violenza, tra genitori ammazzati dai figli, donne bruciate o sfregiate con l’acido o accoltellate. Praticamente metà TG era dedicato a fatti di violenza, con dovizia di dettagli, sangue, inviati davanti ai luoghi della tragedia, interviste volanti ai passanti, ricostruzioni dei delitti. Niente di straordinario, è la solita informazione quotidiana. Ormai i TG sembrano bollettini di guerra.

Ma non basta. Si comincia già al mattino a riprendere i fatti delittuosi e discuterne in TV. L’ho ricordato spesso, anche di recente. E poi si continua per tutta la giornata a parlare degli stessi fatti nei salotti pomeridiani, e poi la sera in programmi espressamente dedicati alla cronaca nera: Quarto grado, Amori criminali, Storie maledette, Chi l’ha visto, Il terzo indizio etc. Basta? No, perché poi ci sono tutta una serie di fiction e  film horror, thrilling, di azione, polizieschi; insomma a base di violenza, sparatorie, sangue e morti ammazzati. Non li cito perché l’elenco è lungo. Fiorello ha ragione, c’è troppa violenza in TV. Sbaglia, però, quando dice che di questi delitti se ne dovrebbe occupare solo la magistratura ed i TG. La magistratura è giusto che se ne occupi, ma perché i TG devono riversare ogni giorno una valanga di notizie violente? Possibile che siano queste le notizie che interessano i cittadini? Io credo di no, da sempre. L’ho detto e scritto ogni volta che ho avuto la possibilità di farlo. E lo sto scrivendo anche in rete fin da quando ho cominciato ad usare internet; lo sto scrivendo da 15 anni. Ma sembra di scontrarsi con un muro di gomma. E nessuno se ne preoccupa, nemmeno coloro che per professione (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, sociologi, giornalisti ed addetti ai lavori) dovrebbero farlo.

Stavo per scrivere proprio un post sulla follia umana che sembra essere ormai inarrestabile. Ma prima, visto l’intervento di Fiorello, mi fermo a parlare per la millesima volta dell’eccesso di violenza in televisione.  E’ un problema che ho accennato da subito, appena ho cominciato a frequentare la rete e diversi forum di discussione, tra i quali anche la Community RAI che aveva diverse sezioni e forum nei quali si poteva intervenire.  Parlo di 15 anni fa. Allora la connessione era a 56 kb ed il problema più frequente era che cadeva spesso la linea. Il che significava che se stavi scrivendo qualcosa perdevi tutto. Così presi l’abitudine di scrivere i messaggi, commenti ed interventi anche brevi, prima su una pagina word e poi col copia/incolla inviarli nel forum. Molti di quei messaggi si sono salvati e li tengo ancora in una cartella documenti. Così ho rintracciato dei commenti che avevo inserito proprio in un forum della Community RAI riservato proprio al problema della violenza in TV.

Il forum era moderato dal prof. Scandaletti. Pensai subito che un forum sulla violenza in TV all’interno della Community RAI fosse il posto giusto per porre il problema dell’eccesso di violenza in TV (cosa che osservavo già da tempo), e che magari il prof Scandaletti avrebbe potuto darmi una risposta o, comunque, si poteva avviare una discussione. L’illusione è durata poco, nessuna risposta, né dal moderatore, né da altri frequentatori del forum. Così cominci a pensare che, in fondo, se agli altri non interessa, magari sono io ad essere troppo critico.

Non solo nessuno rispondeva, ma qualche mese dopo addirittura chiusero il forum; così si evitano domande scomode. Pensate quanto gli interessa il parere del pubblico. Riporto quei pochi interventi fatti in quel forum nel 2002 a dimostrazione che quello che lamenta Fiorello oggi, lo denunciavo già 15 anni fa, purtroppo senza ottenere risposta. La “Carta di Treviso” alla quale accenno nei commenti è un protocollo deontologico d’intesa fra Ordine dei giornalisti e TV che risale al 1990 e che dovrebbe tutelare i minori dall’eccesso di scene violente in TV e tutelarne la privacy. La cito perché l’intestazione della sezione faceva riferimento proprio a quella “Carta”.

Su  RAI Community 24/4/2002

Altro che Carta di Treviso; bell’elenco di buone intenzioni. Fossi in voi (intendo nei panni degli addetti ai lavori), comincerei a preoccuparmi seriamente anche dell’informazione per gli adulti. Ma, a quanto vedo, in questo forum non risponde nessuno. Per essere ascoltati, oggi, bisogna parlare di Fiorello o del “Grande fratello” o delle amenità varie del mondo dello spettacolo; insomma, di stupidità e affini. Prova ne sia che, a dieci anni dalla “Carta”, il pericolo della TV violenta, come risulta dai rapporti, è addirittura aumentato. Alla faccia della “Carta”. Ma siamo seri, per favore.”.

Ma, del resto, come si può pensare di essere ascoltati, quando addirittura si sentono certi psicologi (?) affermare candidamente che, in fondo, la violenza non è poi così pericolosa, anzi, contribuisce ad esorcizzare la paura. Ma dove hanno studiato certi personaggi? Nei corsi serali tenuti nella capanne del Burundi? Ma non sarebbe meglio, nell’interesse di tutti, che cambiassero mestiere? O devo credere che, veramente, nelle nostre università si insegna che essere sottoposti quotidianamente a visioni di violenza di ogni genere, e in tutte le salse, contribuisca ad esorcizzare la paura e che, quindi, abbia, addirittura degli effetti positivi? Ma davvero si insegna questo? Chiudete quelle università e ricavateci alloggi per i senzatetto, almeno servirà a qualcosa e non faranno danni.

Su RAI Community (1 maggio 2002)

Adesso capisco perché la “Carta di Treviso” resta carta straccia. E’ la solita trovata all’italiana. In Italia si svolgono ogni anno centinaia, o forse migliaia, di convegni, congressi, seminari, meeting etc. A parte il fatto che il più delle volte, direttamente o indirettamente, vengono organizzati col sostegno di Enti pubblici, quindi, con denaro pubblico, mi chiedo a cosa servano. Il più delle volte il loro scopo (non ufficiale) è il seguente:

– Dare la possibilità ai partecipanti di trascorrere qualche giorno di vacanza in località amene.

– Offrire l’opportunità di instaurare nuovi rapporti personali o professionali (tornano sempre utili).

– Consentire di degustare le varie specialità gastronomiche locali. In alcuni casi è possibile anche acquistare direttamente i vari prodotti locali, che sono sempre graditi, sia per consumo personale, sia come regalini per amici e parenti.

– Stilare un documento finale (ma, spesso, neanche questo) che giustifichi, con pretese scientifiche, quanto detto nei punti precedenti.

 Detto questo, quando sono entrato in questo forum, mi sono sorpreso di scoprire che, finalmente, qualcuno si occupa di un argomento così serio qual è l’informazione, con particolare riferimento all’informazione per i bambini. Ma, a distanza di dieci giorni, mi rendo conto che anche questo forum è “all’italiana”. Nessun commento, nessuna risposta ai vari messaggi. Ma nessuno potrà dire che nulla viene fatto. Vero? La RAI ha perfino aperto un forum ad hoc, dove discutere di informazione. Ed è un forum moderato dall’illustre prof. Scandaletti. Mica scherzi! Classica domanda all’italiana: “Il prof. Scandaletti viene anche pagato, per questo gravoso incarico di moderatore?”.

Ho la vaga impressione che, nonostante le buone intenzioni, non si sia ancora capito se e quanto la televisione possa influire sul comportamento sociale. Anzi, credo proprio che, nonostante lo si sia capito molto bene, non si faccia nulla, perché occorrerebbe adottare dei provvedimenti che, come sempre, sarebbero scomodi per molti. E allora, all’italiana, facciamo finta di occuparci del problema e che tutto resti come prima. Una cosa è certa; tutti gli italiani hanno letto “Il gattopardo“. Concludo, all’italiana, citando un noto ritornello di Sordi: ” Ti ci hanno mai mandato a quel paese?” Statemi bene! E se un domani i vostri figli o nipoti si ammazzano fra loro, o puntano un fucile o una pistola sulla vostra canuta testolina e fanno boom, non preoccupatevi, niente di grave; lo hanno semplicemente visto fare in televisione.

Su RAI Community 26/5/02 

Perché in questo forum non risponde nessuno? “In tutt’altre faccende affaccendati?”. Eh sì. E’ di ieri la notizia che un ragazzo ha ammazzato il padre e la madre. La sorella l’ha scampata per miracolo. Beh, normale no? Ormai questi delitti in ambito familiare si susseguono con un ritmo così frequente che è tutto normale. Pensiamo piuttosto ad altro; ai mondiali di calcio, e chissà se Carlo sposerà Camilla, e chi vincerà a “Saranno famosi”? In attesa del prossimo delitto. Sperando che non sia il nostro. Così, giusto perché da morti non potremmo vedere che anche noi abbiamo avuto i 5 minuti di celebrità in TV. Sì, vero, da morti, ma comunque siamo apparsi in TV.

Ma, visto che ormai vanno di moda, a nessuno viene in mente di fare un bel “Girotondo” contro la violenza in TV? No, vero? I girotondi si fanno per rivendicare la libertà d’informazione. O meglio, quella che si ritiene sia libertà di informazione. Ovvero la libertà di riversare quotidianamente sui cittadini montagne di residui digestivi e violenza, in tutte le salse. Questa è libertà di informazione. Meglio che i bambini imparino presto che ammazzare il padre o la madre è una cosa del tutto naturale, visto che succede così spesso. O no? Così, se ne avranno voglia, magari perché non gli comprano il motorino, potranno farlo senza eccessivi scrupoli, tanto è normale. Ma perché preoccuparci di queste cose? Pensiamo ai mondiali di calcio ed al giro d’Italia. A proposito, visto come procede…l’ultima tappa si correrà a S. Vittore? Ma l’atroce dubbio che tiene il mondo in ansia è: Carlo sposerà Camilla? Albertone…com’era quella canzoncina? Ah, sì: “Ti ci hanno mai mandato a quel paese?“.

Questi furono i soli commenti inviati, perché visto che regnava il silenzio totale, rinunciai a perdere tempo. Stesso esito su altri forum tra i quali quello del programma TV “Il Grande talk” divenuto poi “TV talk” (programma che, con l’intervento di analisti ed ospiti in studio analizza i programmi televisivi della settimana) che prima andava in onda il sabato mattina ed ora il sabato pomeriggio alle ore 15. Risposte zero, anzi qualche frequentatore  si lamentava delle mie segnalazioni con la solita idiota giustificazione che se un programma non ti piace sei libero di non guardarlo, c’è il telecomando; classica risposta da imbecille della comitiva. Anche quel forum è stato chiuso già da alcuni anni. Sembra che gli addetti ai lavori non gradiscano parlare di ciò che li riguarda. Possono parlarne solo gli interessati e, naturalmente, bene.

Popper Big

Allora ci si chiede perché nessuno si occupi di un problema così importante com’è la programmazione televisiva e degli effetti che può avere sul pubblico. La risposta può essere quella di Popper, riportata a lato, che cito spesso. E’ triste doverlo riconoscere, ma la spiegazione è proprio quella. La televisione ormai è diventata uno strumento il cui scopo principale è quello di creare programmi di successo in cui inserire messaggi pubblicitari a pagamento. Il che significa che, per venire incontro ai gusti del pubblico e aumentare i dati di ascolto che significano maggior valore commerciale delle inserzioni, si abbassa il livello dei programmi per assecondare i gusti della maggioranza della popolazione.  Senza mai chiedersi quali possono essere gli effetti di programmi basati su cronaca nera e violenza.

Abbiamo il più potente mezzo di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto nella storia e, invece che usarlo per diffondere conoscenza ed aumentare il livello  culturale del pubblico, lo usiamo per aumentare il livello di aggressività della gente e per fare pubblicità a detersivi, pannolini e porcherie alimentari industriali.  E non si può nemmeno lamentarsi, altrimenti il solito idiota vi dirà che basta cambiare canale. Sì, ma se cambi canale e vedi la solita spazzatura, stai cambiando solo la discarica, ma sempre spazzatura è. E fa anche molto male. Ma tutti fanno finta di non accorgersene, perché ciò che conta è lo share, l’auditel, i dati di ascolto. Una volta gli idioti erano solo idioti, oggi sono evoluti tecnologicamente, sono Teleidioti.

Vedi

Cuochi e delitti

Cara sorellina ti ammazzo, per gioco.

Donne da macello

Gli italiani sono scemi

Pane, sesso e violenza

Follie di giornata e futili motivi (2004)

Ipocriti (2004)

Mille volte ipocriti (2004)

. Quando i bambini fanno “Ahi” (2005)

Lo stupro quotidiano (2006)

AdolesceMenza (2006)

Cara sorellina ti ammazzo, per gioco (2007)

Il mondo visto dalle mutande (2007)

Manicomio Italia (2009)

Mamma, sono incinta (2009)

Cani e bestie (209)

Il Papa ha ragione (2009)

Luna nel Pozzo (2010)

Pane, sesso e violenza (2014)

E se non basta ecco cosa dice qualcuno molto più autorevole in una intervista TV:

– “K. R. Popper, la TV e la violenza”.

Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)