Il Papa tabagista

Cosa fuma il Papa? Se volete saperlo dovete guardare una serie Tv di Sorrentino (quello della Grande bellezza): The Young pope. Trovate le recensioni entusiaste su tutti i media, non potete non saperlo. Parlano di miracolo, di ascolti altissimi, “imponenti”, di circa un milione di spettatori a puntata. Il che significa che, siccome siamo 60 milioni, 59 milioni non lo vedono. Allora non mi pare che sia questo successo stratosferico che vogliono farci credere. Ma per i nostri critici è un evento da non perdere; anche i critici tengono famiglia e devono guadagnare la pagnotta. Non so nemmeno su quale rete vada in onda ed ho la vaga sensazione che perderò anche questo “capolavoro”.

Quello, però, che mi sorprende è la foto che solitamente accompagna gli articoli. E’ una foto di un Papa giovane, curato, belloccio. Forse i Papi di Sorrentino, invece che in Conclave, li scelgono in uno speciale “Talent show” sponsorizzato dal Vaticano.  O magari fra i tronisti della De Filippi.  Mah, tempi moderni. Lo si vede seduto, con lo sguardo rivolto al cielo (forse è in collegamento esterno con il Padreterno), e fuma beatamente. Forse (non si vede, ma possiamo immaginarlo) tiene anche in mano un bicchiere di cognac, e sul tavolino c’è l’ultimo numero di Playboy. Bisogna riconoscere che ai nostri autori la fantasia non manca. Solo che potrebbero usarla meglio.

Ma non è vietata la pubblicità delle sigarette? Da anni si fa tanto per scoraggiare il tabagismo, con campagne Pubblicità progresso e leggi che hanno stabilito il divieto di fumo nei locali pubblici e perfino nei parchi, e Sorrentino fa un film con un Papa che fuma. C’è qualche ragione speciale per cui si deve rappresentare un Papa che fuma? No, a meno che non si sia pagati dalle aziende del tabacco. E in ogni caso,  quella è un chiarissimo esempio di pubblicità occulta; esattamente come si faceva regolarmente in tutti i film negli anni ’70/’80 quando tutti gli attori fumavano in scena tenendo ben in vista il pacchetto delle sigarette dell’azienda sponsor.  Ma oggi quello che conta, nel mondo del cinema dell’arte e dello spettacolo, è mostrare qualcosa che colpisca il pubblico, che faccia scandalo, che scateni reazioni e polemiche: la classica provocazione. Magari nel prossimo film mostreranno un Papa nero e gay. Per il momento Sorrentino si accontenta di un Papa che fuma. A questo punto, guardando quella immagine, nasce spontanea la curiosità di sapere non cosa fuma il Papa, ma cosa fuma Sorrentino.

Bufale di giornata

L’informazione è sempre meno attendibile. Ormai sulla stampa, in TV ed in rete,  più che notizie serie, circolano bufale e inutili gossipate di vario genere, nazionali ed estere.  L’importante è riempire le pagine. Poco importa che spesso  si tratti solo di spazzatura. Vediamo qualche esempio recente.

L’arcivescovo ed il sesso orale.

Questa notizia compariva ieri su tutti i siti d’informazione. Ovviamente ha scatenato una bufera di commenti scandalizzati ed ha fornito l’occasione per rinnovare gli attacchi alla Chiesa. Oggi si scopre che si trattava di una bufala. Era in realtà un pezzo riportato, già quattro mesi fa,  dal settimanale umoristico spagnolo El Jueves, successivamente ripreso e divulgato in rete, spacciandolo per notizia vera.  Ma nessuno ammette la figuraccia. Solo il Giornale oggi riporta la notizia, scusandosi con i lettori e chiarendo l’equivoco: “La bufala del vescovo di Granada favorevole al sesso orale“.

La grande bellezza e Benigni.

Questo box compare oggi nella Home del Corriere. Il titolo non lascia adito a dubbi: il ruolo di Jep Gambardella era destinato a Benigni. Visto che lo dice l’autorevolissimo Corriere, prendiamo per buona la notizia e  non leggiamo nemmeno l’articolo; ci fidiamo.  Ma poi, leggendo altri quotidiani in rete, vediamo che c’è una smentita:  “Benigni nel cast di Sorrentino? Mai…”. Chi avrà ragione? Allora, per accertarci, torniamo sul sito del Corriere e leggiamo il pezzo. La cosa curiosa è che   già dal titolo si resta perplessi: “Contarello a Padova: il ruolo di Jep doveva essere di Benigni. Anzi no.” Ma come, si contraddice già nel titolo? Ebbene sì. Ecco l’incipit del pezzo che riporta virgolettata una dichiarazione dello sceneggiatore Contarello: “Vi svelo un piccolo segreto: Quando io e Paolo Sorrentino abbiamo finito di scrivere la sceneggiatura di La grande Bellezza, il copione è stato presentato a Roberto Benigni; era lui che doveva fare il ruolo che poi è stato di Tony Servillo. Ma Benigni ha rifiutato: diceva che la storia non stava in piedi.”. Chiaro, limpido, parole sue. Ma il giorno dopo smentisce tutto con un’altra dichiarazione: ” Non ho mai detto che il ruolo di Jep Gambardella fosse stato pensato per Roberto Benigni e che da lui fosse stato rifiutato: il personaggio è stato immaginato e costruito sin dall’inizio per Toni Servillo.”. Entrambe le dichiarazioni vengono riportate nello stesso articolo; dichiarazione e smentita. Ma allora perché nel titolo del box si dà per scontato che sia vera la prima dichiarazione? Ma, soprattutto, se è già appurato che si tratta di una affermazione smentita e, quindi, da non prendere in considerazione, perché la si pubblica in prima pagina? Giusto per riempire gli spazi? Misteri della comunicazione.

Il bacio fra sconosciuti.

Ecco un’altra bufala di giornata. Nei giorni scorsi veniva riportata la notizia di un video in cui degli sconosciuti si baciano. Veniva dato ampio risalto alla notizia perché, a quanto riportavano i media, quel video in pochi giorni aveva avuto quasi 30 milioni di visualizzazioni in rete. Ed oggi non conta l’importanza, la serietà, l’utilità, di ciò che viene divulgato, ma conta il fatto che milioni di imbecilli guardino un certo video. E diventa subito notiziona da prima pagina. Già questo dovrebbe farci venire qualche dubbio sulla serietà di quella che chiamano oggi informazione. Ma i nostri valenti sociologi, psicologi ed esperti di comunicazione sono distratti. Bene, oggi si scopre che anche questa era una bufala. Non si tratta di baci fra sconosciuti, ma di attori che recitano per uno spot pubblicitario: “Il video del primo bacio fra sconosciuti era uno spot”.

Il bambino nel deserto.

Questa immagine riportata da tutti i media, risale, invece, a circa un mese fa. Il quotidiano Repubblica on line, portavoce del politicamente corretto, che dedica sempre ampio spazio ai casi umani, specie se provengono dal terzo mondo, pubblicava la foto a tutta pagina (così è più toccante) e titolava “Siria, un bimbo nel deserto: Marwan diventa simbolo dei rifugiati”. Oh, poverino. Certo che non si può restare insensibili davanti a questa scena. Peccato che, come venne scoperto quasi subito, quella foto era stata tagliata, proprio per isolare il bambino che, in realtà, era solo rimasto indietro rispetto al gruppo di profughi che lo precedeva e che, subito dopo, si è ricongiunto alla famiglia. La foto è stata pubblicata su Twitter da Andrew Harper, rappresentante dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati (la stessa organizzazione di cui era portavoce Laura Boldrini, tanto per capirci…). Ma lo stesso Harper poi ha chiarito l’equivoco, pubblicando le altre foto che mostravano l’intera scena dei profughi. Intanto, però, quella foto aveva già fatto il giro del mondo, ripresa da tutti i media, fino alla scoperta della bufala: “La bufala del bambino siriano solo nel deserto“. Diciamo che il nostro collega della Boldrini…ci ha provato.

Balotelli, il grande bluff.

A rigore non è una bufala, ma siamo lì. Questo Balotelli, osannato dai media e “pompato” dalla stampa sportiva come un fenomeno “Super Mario”, si sta rivelando solo un ragazzotto straricco, superpagato, bizzoso, capriccioso, incostante, inaffidabile, irascibile, irrequieto… e potremmo continuare con gli aggettivi di questo tenore. Già al momento del suo arrivo al  Milan, un anno fa, quando i quotidiani sportivi con grande enfasi titolavano “Colpo del Milan“, scrissi che forse qualcuno si sarebbe pentito di quell’acquisto (Razzismo e danza della pioggia). Temo di aver avuto ragione. Dopo le tante delusioni, sia in campionato che negli incontri di Coppa (l’ultima di due giorni fa quando ha perso per 4-1 con l’Atletico Madrid) e la crisi profonda della squadra, che sembra essere cominciata proprio col suo arrivo, molti si chiedono  se sia davvero un fenomeno o sia un brocco supervalutato. Qualcuno lo vede già in partenza per altri lidi e, dubitando del suo stato di forma,  ci si chiede anche se sia giusto inserirlo fra i convocati per il mondiale in Brasile: “Balotelli, il grande bluff, non è da mondiale”.

Hanno impiegato un po’ di tempo a capirlo, ma sembra che ci siano arrivati. Meglio tardi che mai. Non mi dilungo sul perché questo calciatore sia stato sempre al centro dell’attenzione, sempre in prima pagina. Addirittura la stampa estera lo ha esaltato ed il Time lo ha  definito addirittura come uno dei 100 personaggi mondiali più influenti del 2012(!?). Se Balotelli fosse bianco, sarebbe solo uno fra centinaia di calciatori più o meno bravi.. Ma se desta tanta attenzione ed è sempre in primo piano non è perché è più bravo di altri, ma perché è nero. Ne hanno fatto da subito il testimonial perfetto della campagna buonista a favore  degli immigrati e dell’integrazione, insieme a Cécile Kyenge, anche lei nera e diventata ministro non si sa bene in virtù di quali meriti e capacità personali, visto che gli stessi compagni di partito l’hanno giudicata inadatta a ricoprire l’incarico e ne hanno contestato la nomina.

Stranamente anche la Kyenge, illustre sconosciuta finché non è diventata ministro, ha ricevuto l’attenzione della stampa estera. La rivista americana Foreign Policy l’ha inserita, udite udite, fra icento più influenti pensatori del pianeta nel 2013” (!?). Oggi essere neri, immigrati, gay, lesbiche, zingari,  è un privilegio, un merito, costituisce titolo preferenziale; sono categorie protette.  Se sei nero, anche se non hai particolari meriti, vieni osannato, finisci in copertina su prestigiose riviste, sei supervalutato e puoi diventare anche ministro. Vedi qui una serie di post in cui parlo dell’eccessiva attenzione mediatica per il nostro Super Mario: Balotelli News

Arte anale e polistirolo

La grande bellezza di Sorrentino, del quale ho già parlato nei post precedenti,  mi offre l’occasione e lo stimolo per riprendere vecchie, ma sempre valide (per me), considerazioni sul mondo dell’arte in genere e su tutto ciò che consideriamo artistico in quanto frutto della creatività umana.  Chi ha visto il film ricorda che, fra le tante citazioni di decadentismo artistico, culturale e morale di cui il film abbonda, una in particolare riassume benissimo il concetto di degrado dell’arte. Mostra la scena di una bambina che getta secchiate di colore su un grande telone e lo spalma con le mani a caso: davanti all’ammirazione generale.

Potrebbe sembrare un’esagerazione voluta dal regista, ma non lo è. Purtroppo l’arte contemporanea è qualcosa di molto simile a dei getti di colore casuali su una tela. Ricordo il caso di un pittore che, molti anni fa,  si fece beffe di critici e galleristi, inviando ad una mostra collettiva una tela che usava per pulire i pennelli: fu premiato! Niente di particolarmente sconvolgente. E’ la logica conseguenza dell’orinatoio di Duchamp e della “Merda d’artista” di Manzoni.

Proprio ieri sera, sul canale 23 “RAI 5” (uno dei pochi canali televisivi che offre qualcosa di guardabile), ho seguito una puntata di Cool Tour Arte, un programma condotto da Michela Moro che si occupa di  nuove tendenze, mostre ed eventi artistici. A proposito, se siete amanti della musica (quella vera), segnatevi in agenda questa data: 20 marzo, ore 21.15. Sullo stesso canale RAI5  andrà in onda “Il Trovatore“, dal Teatro alla Scala.

Torniamo al nostro Tour artistico. Si può rivedere tutta la puntata a questo link (Cool Tour Arte – 6 marzo). Ma ciò di cui voglio parlare è un servizio, quasi a fine puntata (si può saltare al minuto 30′),  sui “Gelitin“. Chi o cosa sono i Gelitin? Sono un collettivo artistico viennese che definire d’avanguardia sarebbe riduttivo; loro sono già oltre l’avanguardia, oltre le mode del momento, oltre le installazioni (Cattelan gli fa un baffo), oltre la provocazione, sono oltre tutto, oltre l’umana comprensione. L’anno scorso, per esempio, furono i protagonisti a Milano di un evento artistico in cui, davanti ad un pubblico attento ed interessato di veri “intenditori”  realizzavano degli “Ana – ritratti” che prendono il nome non da “analisi“, ma da “Ano“. Già, sono ritratti fatti con l’ano, letteralmente. Qui alcune recensioni e immagini : “Pennelli nell’ano” – “Milano, arte con il culo“. Già da questo si capisce con che razza di “artisti” abbiamo a che fare.

Visto che a Milano riscuotono tanto successo (si vede che i milanesi sono veri intenditori di arte anale), sono tornati sul luogo del delitto ed alla galleria De Carlo hanno allestito un’altra mostra per gli appassionati del genere. Il servizio, oltre all’intervista agli “artisti“, mostra la preparazione e la realizzazione delle opere durante una performance (oggi le cagate artistiche si chiamano così, è più fine e la gente le prende sul serio) fatta a Vienna l’estate scorsa. A lato un’immagine della preparazione. Con dei picconi gli “artisti” scavano dei buchi (come viene viene) in un enorme cubo di polistirolo. I buchi vengono poi riempiti di gesso umido sul quale si infila un bastone. Quando il gesso è asciutto, si estrae l’opera (come fosse un gelato col bastoncino o un lecca lecca) e la si espone al pubblico. Et voilà, l’opera d’arte è servita.

Questa sembrerebbe la foto di un ripostiglio, invece è la sala in cui sono esposte le opere. Già, perché quei grumi informi di gesso  sono “arte“. O meglio, ciò che oggi uno stuolo di galleristi, mercanti, artisti anali e intenditori (anali anch’essi) hanno l’ardire di chiamare “Arte“. Viene spontaneo domandarsi se questa sia arte o sia qualcos’altro. Ma viene spontaneo anche porsi un’altra domanda: ma questi pseudo artisti sono davvero così idioti come sembrano, oppure fingono di esserlo? Forse, è molto probabile,  fingono perché ci campano. E ci campano finché trovano dei polli ingenui,  che si danno aria da intenditori, che gli danno spazio e credibilità e li sovvenzionano. Ma allora la vera domanda finale è un’altra: è possibile che ci siamo tanti imbecilli che danno credito a queste espressioni della idiozia umana camuffata da creatività artistica? Sì, purtroppo, è possibile, perché su questa totale mistificazione molti ci campano (artisti e mercanti d’arte), molti ingenui si lasciano abbindolare dai pifferai magici che si spacciano per critici d’arte (ma anch’essi ci campano), ma soprattutto perché la stupidità umana è infinita, come diceva anche Einstein.

Arte e autoerotismo

Il commento al film di Sorrentino, scritto “a caldo” subito dopo la visione in TV di “La grande bellezza“, può sembrare eccessivamente negativo. La verità è che non sopporto più la quotidiana esibizione di prodotti “artistici” che con l’arte hanno poco o niente a che fare; sia che si tratti di film, musiche, canzoni, testi letterari, installazioni o quell’ammasso informe di ferraglie e tele imbrattate che chiamano “arte contemporanea“. Sarebbe ora di dire basta a questa oscena mistificazione che sta in piedi solo a beneficio di chi ci campa, a danno degli ingenui e di ipocriti estimatori che fanno finta di apprezzare ciò che nemmeno gli autori sono in grado di spiegare.

Non ho nulla di personale nei confronti di Sorrentino, né del suo “capolavoro“. Ma la prima impressione, già dopo la visione delle prime scene, è quella di chi usa il cinema (o il teatro, la canzone, il romanzo) per “comunicare un messaggio”. Ma se tu, regista impegnato con velleità artistiche ed amante della messaggistica mediatica, il messaggio me lo comunichi subito, in due parole, invece che perdere tempo a seguire il film, dedico la serata a fare qualcosa di più piacevole. E risparmio anche i soldi del biglietto! Ma il nostro regista si sente ispirato e vuole per forza lanciare il suo messaggio al mondo. E vuole farlo con pretese artistiche. Il continuo, eccessivo, ossessivo richiamo a Fellini ne è la prova. Non a caso perfino il protagonista di Sorrentino, lo scrittore in crisi,  riprende il tema del regista in crisi di ispirazione di “8 1/2” di Fellini. E, guarda che combinazione, proprio alla fine del film lo scrittore di Sorrentino, così come  il regista di Fellini, ritrova nuova ispirazione e slancio creativo.

Un vero e proprio omaggio a Fellini alla cui filmografia Sorrentino attinge a piene mani, da Roma,  8 1/2, La dolce vita. La ripresa di situazioni, ambienti, personaggi, atmosfere e macchiette felliniane è talmente evidente e spudoratamente marcata che l’operazione di Sorrentino più che un omaggio al maestro sembra un irriverente plagio mal riuscito. Ma non sempre le imitazioni dei maestri sono  segno di bravura; spesso sono solo velleitari tentativi di acquisire meriti artistici rendendo omaggi non richiesti ai veri maestri. Ma il risultato, molto spesso, è solo una serie di  brutte copie dell’originale malamente abborracciate. Sono le classiche uova di lompo al posto del caviale.

Poco importa che si cerchi di dare una lettura del film da Bignamino del cinema, spigandolo come il racconto della crisi artistica ed esistenziale di uno scrittore e del suo impatto col  mondo decadente di una Roma che, nonostante tutte le offese alla sua storia e bellezza, rimane pur sempre la “Caput mundi“; grandiosa, ricca di antiche vestigia, di innumerevoli capolavori e di meraviglie architettoniche che ne fanno il più grande museo all’aperto del mondo…e gratuito. Le bellezze di Roma sono conosciute da tutto il mondo. La decadenza di una società che ha smarrito tutti i riferimenti è sotto gli occhi di tutti. Il tormento intellettuale e lo smarrimento dello scrittore in crisi creativa lo hanno raccontato mille volte.  La vacuità dei salotti romani radical-chic la vediamo rappresentata ogni giorno sui media.

Allora poco importa quale sia la trama del film. Non contano le storie. Cambia il tempo e cambiano  i luoghi, ma  le storie dell’umanità si somigliano tutte. Non conta la storia, quindi, ma come la racconti. Ecco allora che, pur sapendo benissimo che la storia non è per niente originale, si cerca di rimediare raccontandola con l’introduzione di scene, bozzetti, flash, invenzioni (i classici “effetti speciali“) che possano colpire lo spettatore e dargli l’idea che stia vedendo qualcosa di mai visto, geniale, frutto della grande creatività dell’autore. Ma non sempre fare qualcosa di diverso dal solito, giusto per sembrare originali, è indice di bravura e creatività. Anche una ruota quadrata, a suo modo, è originale. Ma è del tutto inutile.

Ecco perché, alla fine della visione, resta questa sensazione di già detto, già visto, già sentito, già fatto in passato ed anche molto meglio. Allora, forse, se non si ha niente di nuovo da dire, meglio tacere. Ma siccome bisogna pur campare e tutti tengono famiglia, facciamo finta di fare gli artisti. Si campa bene, si può avere successo, fama, gloria e soldini;  sempre meglio che lavorare. In fondo, però, queste considerazioni valgono per tutto il mondo dell’arte, ormai perduta in interpretazioni che ne stravolgono il significato in ossequio ad un relativismo che tutto giustifica ed accetta. Qualunque imbrattatele fa “ricerca cromatica“, qualunque esagitato in preda alle convulsioni su un palco fa “teatro gestuale” e qualunque accozzaglia casuale di suoni e rumori è “musica sperimentale“.

Questo è oggi il mondo dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura. Prove di intellettualismo ipertrofico ed autocompiacente che si nutre di idee confuse, appena abbozzate, indefinite, incompiute o, spesso, abortite. Raccogliere pietosamente questi feti artistici ed esporli in bella mostra, a beneficio di cineasti, editori, mercanti d’arte e radical-chic annoiati, diventa un lucroso gioco di società per  chi, non riuscendo a dare un senso alla vita, gioca a fare l’artista e scambia per talento artistico e profonda introspezione il proprio  autoerotismo mentale. Ma questa macabra mostra permanente di aborti del pensiero umano non è arte, è solo necrofilia intellettuale.

La grande bellezza

E’ appena finito, su Canale 5. Quasi tre ore, compresa la pubblicità. Di solito non guardo film in TV, se non raramente. Ma questo mi ha incuriosito, visto che da mesi non si parla d’altro. E poi tutti dicono che è un gran film. Ieri ha addirittura vinto l’Oscar del cinema come miglior film straniero. Quindi, se tutti dicono che è bello, dev’essere bello, per forza.

Sì, bello, anche se forse con qualche piccolo ritocco sarebbe stato ancora più bello. Per esempio Sorrentino, che oltre ad  essere il regista è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, poteva avvalersi di altri collaboratori, invece che fare il solito “One man show“.  Lo si poteva fare meno lungo, con un soggetto diverso, una diversa sceneggiatura e dialoghi più accurati. Magari con una fotografia diversa e colori meno accesi. Forse con meno scene notturne e riprese in interni. Forse con una migliore gestione del sonoro e della presa in diretta, consentendo di capire cosa dicono i personaggi quando bisbigliano sottovoce. Forse con meno esasperanti pause e lungaggini ingiustificate.  Forse con una diversa colonna sonora. Magari con meno frequenti (troppo) citazioni felliniane che, se non si sanno fare, è meglio non fare. Magari anche con interpreti diversi. Un po’ meno cupo ed angosciante. Più rispettoso della realtà.

Non è, come alcuni commentatori sostengono, un omaggio a Roma, né ai romani, né alla bellezza. Roma è più bella di come la si mostra. I romani non sono così stronzi come quei quattro debosciati che ballano in terrazza. I diversi personaggi sembrano delle figurine appiccicate a caso su un pannello, senza una storia, senza un filo conduttore che li tenga insieme, senza una logica, senza una trama. Ecco, forse con qualche piccolo ritocco, cambiando il soggetto, la sceneggiatura, la fotografia, il sonoro, gli attori, l’ambientazione e, perché no, cambiando anche il regista,  si poteva fare un film “più bello“. Bastava fare tutta un’altra cosa; un altro film. Ma gli esperti dicono che è un capolavoro e se lo dicono gli esperti deve essere vero, per forza. Infatti ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Figuriamoci gli altri!

Oscar, risate e Fiorello in moto

Miglior film? Ovvio, “12 anni schiavo“. Ci avrei scommesso. Stavo addirittura pensando, qualche tempo fa, di dedicargli un post, preannunciandone la vittoria. Perché ha vinto e perché era prevedibile? Perché è un grande film? Perché gli interpreti sono fantastici? Perché la storia è originale e coinvolgente? Perché è realizzato in maniera perfetta dal punto di vista tecnico? Perché la regia è perfetta? Perché si tratta di un film che segnerà una tappa fondamentale e resterà nella storia della cinematografia mondiale? No, niente di tutto questo. La spiegazione,  che nessuno avrà il coraggio di riconoscere, è molto semplice;  è il giusto coronamento cinematografico all’escalation del “Black power“, portato ai massimi livelli dall’avvento alla Casa Bianca di Obama. E’ l’ennesimo tentativo di lavare la coscienza sporca dell’America schiavista.  Ma il discorso sarebbe lungo e non politicamente corretto. Ergo, lasciamo perdere, tanto lascia il tempo che trova.

Ma restiamo in casa nostra. Grande tripudio per la vittoria del film di Sorrentino “La grande bellezza“, come miglior film straniero. Da molto tempo questo film ha ricevuto grande spazio ed attenzione da parte dei media. Come se lo si volesse pompare per portarlo alla designazione degli Oscar. Niente di male, semplice orgoglio nazionale e investimento pubblicitario per un prodotto nostrano. La foto che solitamente accompagnava tutti gli articoli ed i servizi video era questa a lato, la foto di Servillo che ride. In questi ultimi mesi lo abbiamo visto mille volte, sulla stampa, in video, su internet, in televisione, sempre quella brevissima scena e quella faccia con uno strano sorriso, ambiguo ed indecifrabile. Non capisco perché la produzione e gli addetti stampa abbiano scelto quella immagine come simbolo del film. Fin dalla prima volta che l’ho vista l’ho trovata irritante, antipatica, a mezza strada fra la risata di un drogato o alcolizzato e la risatina scema di chi vuol prenderti per i fondelli. Misteri della comunicazione. Si vede che oggi va di moda l’ambiguità, il sembrare invece che l’essere o l’essere sempre sopra le righe, sorprendere continuamente il pubblico o prenderlo per il culo. Ma forse è proprio questo che la gente vuole.

Incidenti e feriti

La notizia è questa. A Roma, in prossimità di un passaggio pedonale sulla via della Camilluccia,  una fila di macchine si ferma per lasciar passare un pedone. Arriva un motociclista che, pensando di fare il furbo (as usual), sorpassa a destra la fila di macchine e, non avendolo visto, investe in pieno il pedone sulle strisce. Entrambi finiscono all’ospedale. Il pedone, un anziano di oltre 70 anni,  riporta diverse fratture gravi ed è ancora in sala operatoria, dove dovrà essere sottoposto ad intervento chirurgico alla spalla. L’investitore accusa solo una lieve amnesia e, riporta la stampa, “si è staccata la visiera del casco” (Oh perbacco, oh poverino…).

Ora, immaginiamo che alla guida dello scooter ci fosse stato il solito rom o extracomunitario, magari in stato di ebbrezza o sotto gli effetti della droga. I titoloni dei giornali avrebbero sbattuto in prima pagina l’ennesimo mostro ubriaco o drogato che investe il povero vecchietto sulle strisce. Ma siccome su quello scooter che sorpassa a destra ed investe un vecchietto sulle strisce c’è il “Fiorello” nazionale…alt, il povero vecchietto passa in secondo piano e tutta l’attenzione si sposta sulla salute e sulle conseguenze riportate dal nostro idolo nazionale. Non ci si preoccupa dell’investito, delle varie fratture riportate e dell’intervento che subirà il vecchietto, con tutte le possibili conseguenze. No, ci preoccupiamo dello stato di salute dell’investitore Fiorello.  Poverino, ha una “leggera amnesia” e, come se non bastasse, gli si è “staccata la visiera del casco”. Oh, povera stella, ora dovrà comprare un casco nuovo! Ecco, questa è l’informazione oggi. E non si vergognano nemmeno. E’ la stampa, bellezza!