Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Doppia morale e numeri da Circo

La morale vista da sinistra: è bene ciò che mi fa comodo qui ed ora (domani chissà). E’ una particolare visione etica che viene da lontano. Già Togliatti, il Migliore, diceva: “La verità è ciò che conviene al partito“. Si può pensare di instaurare un dialogo, discutere e ragionare con chi parte dal principio che la verità è ciò che gli conviene? No, è tempo sprecato. Diceva Arthur Bloch, l’autore delle Leggi di Murphy: “Mai discutere con un idiota; la gente potrebbe non notare la differenza“. Con un idiota o, aggiungo io, con un comunista: non solo sprechi tempo, ma ci rimetti anche la salute  Ormai la doppia morale della sinistra è talmente scontata che non ci si dovrebbe più meravigliare. Invece, ogni volta che ne possiamo constatare un esempio pratico (cosa che succede spesso e volentieri) ci sorprendiamo della naturalezza con cui la sinistra finge di non saperlo: esempio, le unioni civili. Premetto che a me di queste unioni civili non può fregarmene di meno, fate un po’ come vi pare; unioni gay, lesbiche, miste e assortite, famiglie allargate,  due mamme, tre papà. otto nonni, dodici cognati, genitore 1 e genitore 2, omogenitoriali, plurigenitoriali, e plurigenitali, a piacere.

Ciò che mi sorprende è sempre l’atteggiamento degli schieramenti in campo e la quotidiana rappresentazione scenica, in perfetto stile da Gioco delle parti pirandelliano, di quel teatrino della politica che sta diventando ridicolo. Li osservo da lontano con curiosità per l’apparente serietà con cui si immedesimano nel ruolo. Sono così contrario a tutte le manifestazioni di piazza, ai cortei urlanti, ai riti collettivi, che la sola vista mi provoca attacchi di orticaria; come i programmi della De Filippi ed  i salotti televisivi per ochette starnazzanti e casalinghe disperate. Il giorno che mi ritrovassi a partecipare ad un corteo, urlando slogan con una bandiera in mano, (o a guardare C’è posta per te, Uomini e donne, Domenica In, Domenica live, Forum, Verdetto finale, La vita in diretta, Quarto grado, Chi l’ha visto, Storie maledette, Amori criminali, giochini con i pacchi e senza, etc…l’elenco è molto lungo) comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale (Vedi “Masquerade“).

La proposta di legge sulle unioni civili è un’altra prova della nostra predisposizione genetica a schierarci sempre in due fazioni opposte. Da una parte la sinistra unita preme per approvare la legge, dall’altra l’opposizione è contraria. Sull’argomento interviene anche la Chiesa a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Cirinnà. E qui scatta il timer della morale sinistra, quella che si applica a tempo, a piacere, secondo la convenienza, ed in perfetta sintonia col motto del Migliore. Il fronte laico e di sinistra protesta accusando la Chiesa di illecita interferenza politica, ricordando che lo Stato è laico,  e denunciando le ingerenze del Vaticano. Bene, fin qui niente di strano.

La sinistra ha perfettamente ragione a dire che il Vaticano non deve interferire, suggerire, consigliare, supportare, promuovere, approvare o condannare iniziative, leggi e provvedimenti di competenza dello Stato. E’ il suo punto di vista. Fermo restando, però, che chi è contrario ha perfettamente ragione di esprimere un’opinione  opposta e contraria; compresi preti, vescovi e Papa. Ma, libertà di espressione a parte,  bisogna chiedersi, se la sinistra protesta per le ingerenze della Chiesa sulle unioni civili (così come protestò con forza a suo tempo sull’eutanasia e prima ancora sull’aborto e sul  divorzio), come mai non si sente nessuna protesta, neppure una pallida allusione a ingerenze vaticane, quando il Papa ed  i vescovi invitano L’Italia ad aprire le porte ai migranti ed accogliere tutti a braccia aperte (ed a spese nostre), anche nelle case private, perché sono nostri fratelli? O quando il Papa, riferendosi ai gay dice “Chi sono io per giudicarli?”, lasciando intendere, anzi fraintendere, una qualche forma di approvazione? Come mai i nostri laicisti sinistri, duri e puri, sempre attenti alle ingerenze vaticane, non solo non aprono bocca, non protestano, ma fanno di più e di meglio; approvano gli appelli del Papa e lo citano come fonte autorevole alla quale ispirarsi. Abbiamo un Papa autorevole a giorni alterni? Oppure abbiamo una sinistra che ha la morale ballerina che è valida a giorni alterni? Una cosa è certa; per la sinistra la morale è mobile, ma la faccia da culo ce l’hanno sempre, è fissa.

Ma una considerazione sulla manifestazione del Family day voglio farla. Non sul tema etico, ma sui resoconti dei media. Come sempre la cosa curiosa è che tutti danno i numeri. Non nel senso che sono impazziti, ma che sparano cifre a pera sulla partecipazione. Si leggevano titoli che  annunciavano “Un milione al Circo Massimo“. Altri più ottimisti rispondevano “Siamo due milioni“. Sembra un’asta in cui si aspetta chi offre di più. Ma c’è stato anche di peggio. Veltroni in occasione di una manifestazione del PD, sempre al Circo Massimo, urlava dal palco “Siamo due milioni e mezzo“. Ma ancora meglio fece la CGIL che, in occasione di una manifestazione nel 2009, annunciava trionfante la partecipazione di 2.700.000 persone; ma per la questura erano solo 200.000. Per avere un’idea dell’entità…anzi, no, diciamo chiaro e tondo, dell’enorme cazzata sparata dalla CGIL, basta pensare che quel numero corrispondeva all’intera popolazione di Roma. Non per essere pignoli, ma la questione della capienza del Circo Massimo è stata già accertata molti anni fa. Non capisco perché si continui a sparare numeri fuori da ogni logica. Ma questa è la serietà di politici, sindacalisti e pure “familydaysti“; mentono sapendo di mentire e pretendono di essere creduti. Lo riferivo già in un post del 2009 (CGIL flop, flop).  

Eppure lo sanno tutti quale sia la capienza di quell’area. Al Circo Massimo ci stanno circa 300.000 persone. Lo stabilì uno studio tecnico voluto da Veltroni quando era sindaco, proprio per accertare una volta per tutte l’effettiva capienza dello spazio. E tuttavia lo stesso Veltroni (quello che affermò “Non sono mai stato comunista” e che poi disse che avrebbe lasciato la politica per andare in Africa ad occuparsi di attività umanitarie; il che dimostra il grado di onestà ed affidabilità del personaggio), in occasione della solita adunata rossa, dimenticando quello studio (da lui stesso commissionato), disse che erano presenti in due milioni e mezzo. Non solo è inaffidabile e non mantiene ciò che promette, ma ha anche la memoria corta; carenze mnemoniche che sono qualità preziose in politica per dimenticare le sciocchezze che si fanno e si dicono.

Bisogna, però, riconoscere che questa volta i media hanno fatto notare l’esagerazione delle cifre, ricordando la giusta capienza dell’area. Lo ha fatto bene La Stampa (Il Family day e la bufala dei due milioni), calcolando esattamente la lunghezza (621 metri) e la larghezza (118 metri) dell’area, per un totale di circa 73 mila metri quadri, 3 o 4 persone a metro quadro, che fanno in totale circa 300.000 persone. Esattamente quanto calcolato da quel famoso studio voluto da Veltroni. Quando vogliono anche i giornalisti sanno fare due conticini facili facili da geometra; ma li fanno solo quando gli conviene. Per esempio quando va in piazza il Family Day sono bravissimi a fare i conti, quando invece va in piazza il PD o i sindacati, hanno delle improvvise lacune matematiche. 

Curioso che i maggiori quotidiani abbiano scoperto improvvisamente che 2 milioni è un numero esagerato. Peccato che queste precisazioni le facciano oggi, ma non le facessero in occasione dei raduni del PD o della CGIL, quando, invece, si parlava solo di grande successo e partecipazione. Ma bisogna ricordare che per i nostri media tutte le manifestazioni organizzate dalla sinistra sono sempre grandi successi di partecipazione, feste di popolo e  di democrazia; quelle organizzate dalla destra sono sempre flop,  vengono ridicolizzate, sminuite e condannate come populiste, demagogiche e pericolose per la democrazia. Basta saperlo e sai già come titoleranno i vari quotidiani. Nel post citato in precedenza (CGIL flop, flop) riportavo apposta alcuni titoli di Corriere, Repubblica, Unità, i quali non si ponevano nemmeno il problema di verificare l’esattezza dei numeri e, stranamente, nessuno parlava di “bufale”. Le bufale le scoprono solo quando in piazza vanno quelli del Family Day. Tutti titolavano mettendo in evidenza i due milioni di partecipanti ed il grande successo della manifestazione. Ecco sopra, a conferma di quanto dico, il titolo del Corriere.it. Ma non stiamo a sottilizzare, altrimenti bisognerebbe parlare anche dell’affidabilità della stampa ed il discorso si complica. 

Numeri a parte, ma non è ridicola questa democrazia della piazza, dove vince chi riesce a portare più gente in corteo, bandiere più colorate ed urla più forte e dove anche i principi morali sono validi in base al numero dei partecipanti? Ma allora a cosa serve il Parlamento? La verità, la giustizia, il bene comune, sono concetti matematici che si stabiliscono in base al numero di persone che ne  riconoscono il valore? Deve essere un nuovo metodo epistemologico. Se tutti gli imbecilli d’Italia, e sono tanti, si radunassero al Circo Massimo per chiedere a gran voce, e con relativi striscioni “Idiot is beautiful“, bandiere colorate e palloncini, il riconoscimento giuridico che “Idiota è bello“, avrebbero ragione solo perché sono milioni? E dire che per millenni, da Socrate in poi, l’umanità si interroga su cosa sia la verità. Ci sono due risposte possibili. La prima è quella già riportata del Migliore “La verità è ciò che conviene al partito”. La seconda è quella  della democrazia della piazza; la verità è ciò che la maggioranza ritiene come tale (una variazione di “E’ bello ciò che piace” e del celebre “Ogni scarrafone è bello a mamma soja“). La verità si stabilisce a maggioranza, è una questione numerica (povero Socrate). Ora resta solo da stabilire cosa sia la maggioranza. Ma questo ce lo dice chiaramente una vecchia battuta di Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli.”. Chiaro?

Tsipras, democrazia e le diecimila lire di Macario

Quest’uomo è un genio. Sono certo che gli assegneranno il Nobel per l’economia. Se lo merita perché ha fatto una scoperta sensazionale che cambierà radicalmente l’economia mondiale. Ha scoperto come pagare i debiti facendo altri debiti. Una manna per tutti coloro che, come la Grecia, hanno dei debiti in scadenza e non sanno come pagare. L’idea è davvero geniale.

Non sapete come pagare il mutuo o rendere un prestito? Semplice, chiedete ai vostri creditori che vi facciano un altro prestito e con quello pagate il debito. Poi, quando arriverà il momento di pagare questo secondo prestito, chiedete un altro prestito e pagate il secondo debito. E così via, all’infinito. Facile vero? Perché nessuno ci aveva pensato prima? E’ esattamente quello che sta facendo la Grecia e quel geniaccio di Tsipras. Vogliono pagare i creditori facendosi prestare i soldi dagli stessi creditori. Insomma, come andare all’osteria e poi chiedere i soldi dall’oste per pagare il conto. Ragazzi, questo è genio puro. Ecco perché gli daranno il Nobel.

Del resto, però, non dobbiamo meravigliarci; a sinistra si usa.  Questi geni social comunisti sono così: usano pagare i conti con i soldi degli altri. Fanno beneficienza con i soldi degli altri. Aiutano il terzo mondo con i soldi degli altri. Accolgono gli immigrati con i soldi degli altri. Insomma, come dicono a Roma “Fanno i froci col culo degli altri”. E’ la loro specialità.

E poiché l’Europa è un po’ restia a concedere altri prestiti a chi non può restituirli,  per evitare il fallimento e l’uscita dall’ Unione europea e dall’euro, si chiede alla Grecia  di fornire precise garanzie ed attuare una serie di riforme che, però, Tsipras e la sinistra vedono come inaccettabili imposizioni al limite del ricatto. Ecco perché hanno indetto un referendum chiedendo ai greci di votare “No” alle richieste di Bruxelles. Infatti i “No” hanno vinto. Ma ora Tsipras, come se niente fosse, invece che rispettare il risultato del referendum, ricomincia a trattare per trovare un accordo mediando sulle richieste dell’Unione. Alla faccia del rispetto della volontà popolare. Per la sinistra, come sempre, la democrazia è una variabile: sulla carta il rispetto della volontà popolare è sacrosanto; in pratica dipende dall’interesse momentaneo. Beh, i sinistri sono fatti così, hanno le idee un po’ confuse ed uno strano concetto della democrazia, della volontà popolare e della libertà di pensiero; vanno bene solo se gli conviene.

Per sostenere Tsipras, il referendum ed il “No” all’Europa, sono andati ad Atene autorevoli rappresentanti della politica italiana: dai fuorusciti dal PD, come Fassina, ai vendoliani di Sel, da Grillo con i suoi grillini ai militanti sinistri in servizio permanente che corrono ovunque ci sia aria di protesta e la possibilità di menar le mani. Tutti a cantare in coro le lodi di Tsipras, della sinistra greca e della democrazia. Sono gli stessi che quando Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia hanno esultato e gioito per la grande vittoria della democrazia. Già, perché la democrazia è bella quando vincono loro, la sinistra; altrimenti, se vince la destra, è regime e la democrazia è in pericolo. Punti di vista. Ecco perché tutti inneggiavano a Tsipras come salvatore della patria; perché è comunista.

Ed infatti, se fino ad allora la Grecia, sia pure con difficoltà stava cercando di superare la crisi, con l’arrivo al potere di Syriza e di Tsipras è finita in tragedia; fallimento totale, le banche chiuse e senza liquidità, prelievi bancomat di 60 euro al giorno e rischio di perdere i risparmi di una vita. Già, perché se è vero che il capitalismo ha dei difetti, è anche vero che il comunismo è molto peggio. Se il capitalismo è un dramma, il socialcomunismo è una tragedia e porta alla catastrofe, economica e sociale. Protestare è facile, più difficile è amministrare. Scendere in piazza con cartelli e striscioni ed accusare  chi è al potere di tutti i mali del mondo è facile; lo sanno fare anche gli idioti, anche lo scemo del villaggio. Ma un conto è protestare, altro è governare. Di esempi simili ne abbiamo a volontà; tutta gente che protesta e contesta e poi, messi alla prova, si dimostrano incapaci di governare, sono peggio degli altri e creano solo danni. Vedi il sindaco Marino a Roma, vedi Pisapia a Milano, vedi Renzi al Palazzo Chigi e l’elenco sarebbe lungo. Tutta gente che predica bene (prima) e razzola male (dopo). Ma tutti sono innamorati della democrazia, della sinistra e dello spirito rivoluzionario. Ne sono talmente convinti che vanno anche all’estero a combattere per la causa. Non riescono a risolvere i problemi dell’Italia, non saprebbero nemmeno amministrare decentemente un condominio, ma sanno benissimo come risolvere i problemi della Grecia. Il problema non è che vadano in Grecia,  il guaio è che poi tornano.

Certo che Atene è il posto più adatto per celebrare la democrazia: l’hanno inventata loro.  Magari si ricordano ancora di quando, più di 2000 anni fa, gli ateniesi già facevano i referendum e votavano per esprimere la volontà popolare. Per esempio fu così che nel 399 A.C.  gli ateniesi condannarono a morte Socrate; democraticamente e con voto popolare. Qualche secolo dopo, a Gerusalemme, ancora democraticamente e con libera scelta, il popolo salvò Barabba e mandò a morte Gesù Cristo. E già allora, visti i risultati, poteva sorgere qualche piccolo dubbio sui rischi di affidarsi alla volontà popolare. Ma evidentemente la gente allora non capiva; e non lo ha capito ancora oggi. Bella la democrazia; ma bisogna fare attenzione perché è un’arma a doppio taglio, double face, c’è il pro ed il contro. Bisogna stare attenti a stare dalla parte giusta della democrazia, perché se stai dalla parte sbagliata puoi farti male e rischi perfino di bere la cicuta o finire in croce; democraticamente e per volontà popolare. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

La soluzione greca per pagare il debito sembra proprio la versione moderna di una vecchia scenetta di Erminio Macario (vedi “Macario e le diecimila lire“); tale e quale. Una volta faceva ridere, oggi è alta finanza.

 

Democrazia in pillole

La democrazia si fonda sul rispetto della volontà popolare che si esprime attraverso il voto, che non ha valore qualitativo, ma solo quantitativo. Tutti i cittadini sono uguali, ogni testa un voto ed ogni voto, indipendentemente dalle qualità personali  di chi lo esprime, vale uno. Chi raccoglie più voti diventa maggioranza ed ha diritto di governare. Il diritto della maggioranza è fondato  esclusivamente sul dato numerico. La democrazia si basa, quindi, non sul riconoscimento del valore delle idee, ma esclusivamente sul valore della maggioranza numerica. Non contano le ide, ma i numeri. Questo è il succo della democrazia.

Ma un sistema politico che riconosce più valore al numero di persone che sostengono una certa idea, piuttosto che al valore dell’idea stessa, non ha alcuna giustificazione logica e razionale; è un principio che, più che all’organizzazione della Polis, si addice a  mercanti, contabili e bottegai. Se siete convinti che questo principio sia giusto e che il voto di un saggio valga quanto il voto dello scemo del villaggio, siete dei perfetti  democratici. Auguri (ma poi non lamentatevi).

P.S.

Diceva una vecchia battuta di Guido Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli“.

P.P.S.

Due splendidi esempi storici di democrazia e di applicazione della volontà popolare: la morte di Gesù e di Socrate. In entrambi i casi sono stati condannati a morte dal popolo che ha votato e deciso “democraticamente” a maggioranza.

Il macaco socratico

Curiosa notizia del solito Corriere.it.  In un box a fondo pagina c’è questa notizia che riguarda i macachi. Sono tanto intelligenti da far proprio il celebre motto socratico “So di non sapere“. Peccato che non possiamo saperne di più perché il link rimanda ad una pagina non disponibile (per il momento). Forse più tardi riusciremo ad avere lumi su questa ennesima clamorosa scoperta scientifica. Mah…

Socrate macachi

Ovvio che ora ci si ponga una domanda inquietante. I macachi filosofi hanno studiato Socrate, oppure Socrate era un macaco? Boh…

Evoluzione della specie…


"Ma è ormai tempo di andar via, io per morire, voi per continuare a vivere: chi di noi vada verso una sorte migliore è oscuro a tutti, tranne che al dio." Così si conclude " Apologia di Socrate" di Platone. Quel dubbio socratico sull’al di là è tuttora valido. Se in 2400 anni l’umanità ancora non è riuscita a trovare una risposta soddisfacente a questo dubbio, di cosa continuano a "cianciare" i nostri pseudo pensatori? Boh…
Riferimenti: ( Torre di Babele)