Gulag e orrore siberiano

Tutti commemorano la giornata della memoria e la Shoah. Ma nessuno si ricorda di queste tragedie. Amnesia, oppure?

Vedi: https://torredibabele.blog/2015/01/28/orrore-siberiano-e-dintorni/

 

gulag

Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori, più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici. Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth, nel libro “L’isola dei cannibali“.

Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

comunismo

Vedi: Laogai? Ssss, zitti e Mosca…(2007)

Crimini e talenti (giorno della memoria)

Giorno della memoria. Occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita. Per chi ha vissuto la tragedia della shoah il giorno della memoria si ripete e si rinnova tutti i giorni.

Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali e aria mesta e contrita di circostanza che, per l’occasione,  si indossa come una maschera, come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere.

Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali (e dei cerimonieri di turno), di corone deposte, di minuti di silenzio (ma a cosa pensano in quei minuti di silenzio? Non lo hanno mai spiegato), di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque. In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna di banalità, frasi fatte, luoghi comuni, retorica ed ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria ha la memoria corta, la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata nuova” in memoria di una vecchia tragedia.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)
Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov (Preludio n°2Preludio n° 5), il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso. (Vedi “Diritti e doveri“).

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.
Vedi
Shoah e buoni ideali
Shoah: El Male Rachamim (Scene dal Giardino dei Finzi Contini e traduzione del testo del canto)

El mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Giorno della memoria, fra crimini e talenti

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma giuriamo che  non ci dimenticheremo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riprendere parole vecchie per una “giornata” nuova.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

 

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Smemorati e ipocrisia di Stato

L’ipocrisia, insieme alla malafede, l’inganno e la mistificazione della realtà, sono gli ingredienti di base usati dal potere politico e dalla stampa di regime per cucinare il minestrone quotidiano da somministrare ai cittadini ingenui. Oggi è il “Giorno del ricordo“, istituito per ricordare la tragedia delle foibe ad opera dei comunisti di Tito, l’esodo dei profughi istriani ed il ritorno in patria, accolti dagli insulti dei comunisti e sindacalisti rossi. Un momento storico sul quale per decenni si è steso un velo di silenzio; non se ne doveva parlare. Ora non è il caso che ripeta cose dette da anni. Tanto vale riproporre un post di cinque anni fa “Foibe e amnesie” (con i link ad altri post sull’argomento) come esempio di ipocrisia di Stato, a cominciare dal suo più alto rappresentante, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il Giorno del ricordo e la Giornata della memoria, bisognerebbe istituire anche una “Giornata dell’ipocrisia“, così, tanto per non dimenticare nemmeno l’ipocrisia di chi governa, di chi celebra le giornate della memoria, ma poi ha la memoria corta e ricorda solo ciò che gli fa comodo.

Foibe e amnesie (10 febbraio 2011)

Ovvero: come commemorare le vittime delle foibe trucidate dalle milizie del comunista Tito senza mai nominare il “Comunismo“. Sembra impossibile, ma riescono a farlo. Oggi il Presidente Napolitano ha tenuto il discorso commemorativo al Quirinale. Ne leggiamo il resoconto sui maggiori quotidiani. E scopriamo che…

Il Corriere.it : “Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato“.

La Stampa: “Napolitano: mai ostaggio del passato“.

Repubblica: “Napolitano: non restare ostaggio del passato“.

Titoli in fotocopia; forse se li passano o li concordano fra loro. In ogni caso non figura la parolina proibita “Comunismo”. Ma c’è chi fa ancora meglio. L’Unità, giusto per evitare complicazioni evita il rischio: non ne parla proprio, non c’è nessun articolo in Home. Beh, magari non si cita il comunismo nei titoli, per brevità, ma poi se ne parlerà all’interno degli articoli. No, per niente. Leggete pure gli articoli citati nei link, rileggeteli due volte, ma quella parolina “Comunismo” non è mai citata, nemmeno per sbaglio. Certo, ci vuole una grande professionalità per parlare delle foibe senza citare i titini comunisti responsabili delle stragi. E’ come parlare dei casini senza citare le puttane.  Solo i giornalisti ci riescono. Ed il presidente Napolitano.

Pensate che si tratti di una dimenticanza casuale? No, è così da anni.  Deve essere una amnesia cronica che colpisce i comunisti, anche ex o post, quando si parla dei loro crimini. Quando si accenna a gulag, foibe, laogai, hanno un pauroso vuoto mentale. Non ricordano più cosa siano.

–  “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe…” (13 febbraio 2007)

–  “Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna” (13 febbraio 2007)

–  “Foibe, profughi e smemorati” (11 febbraio 2009)

–  “Napolitano, il muro e le amnesie” (9 novembre 2009)

–  “Foibe, stragi, esodo” (10 febbraio 2010)

–  “Ricordi e amnesie” (11 febbraio 2010)

Vuoi vedere che anche i comunisti non sono mai esistiti? Devono essere la solita leggenda metropolitana. Eppure ricordo che qualcuno era comunista. Beh, almeno uno c’è stato, Togliatti “il migliore”. Ed ecco cosa pensava Togliatti dei profughi istriani che arrivavano in Italia, abbandonando tutto ciò che avevano, per sfuggire alla furia dei comunisti titini.

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (Lettera di Togliatti sui confini orientali)

Dimenticato anche questo? Strano che nel “Giorno del ricordo” siano tutti smemorati…

 

 

Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

Shoah e buoni ideali

Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

Guerra e pace

Tolstoj non c’entra. Parlo di quella tendenza ad organizzare cortei, marce, fiaccolate e manifestazioni per la pace. Per non parlare poi degli appelli alla pace nel mondo rilanciati quotidianamente da autorevoli personaggi; in primis il Papa. Ed ecco l’ultima manifestazione pacifista, svoltasi ad Ankara in Turchia: “Strage al corteo. I canti per la pace, poi le esplosioni“.

Cantano per la pace. Risultato: 97 morti e 400 feriti (intanto che scrivevo i morti sono già saliti a 130: e temo che cresceranno ancora). Canta, canta che ti passa, dice un vecchio adagio.  Forse il repertorio pacifista non era di gradimento degli attentatori; si sa che beduini, cammellieri e “mamma li turchi”  hanno strani gusti musicali. Potevano cambiare genere musicale per cercare di accontentare i bombaroli e provare, che so,  con brani liturgici, canti gregoriani; quelli di solito hanno un forte potere anestetizzante, calmante, soporifero, una specie di camomilla in musica. Certo che oggi, parlare di pace è sempre più difficile. Dalle notizie che si leggono, sembra che i governanti del mondo stiano cercando in tutti i modi un pretesto per scatenare un nuovo conflitto mondiale. Dopo decenni di rapporti cordiali ed amichevole collaborazione con gli ex nemici dello scomparso impero sovietico, siamo tornati alla guerra fredda. L’Europa, col pretesto della crisi ucraina, applica pesanti sanzioni nei confronti della Russia e schiera truppe e mezzi blindati al confine, minacciando scontri armati e rappresaglie.  Il  Nobel per la pace (assegnato preventivo, sulla fiducia) Obama rafforza le installazioni militari in Polonia e punta i missili americani verso est. Ora, in Siria, è in atto uno scontro politico e militare, tra gli americani che armano, istruiscono e sostengono i ribelli anti Assad, ed i russi che hanno inviato i caccia a difendere Assad. Basta un nulla perché si verifichi un incidente ed americani e russi si sparino addosso. E non parliamo dei pericoli del terrorismo islamico, della guerra santa di Al Qaeda contro l’Occidente, e dell’avanzare dello stato islamico e del califfato dell’Isis.

Come succede da sempre nella storia dell’umanità, si affrontano due blocchi opposti; quelli che vogliono la guerra (e la fanno) e quelli che auspicano la pace. La differenza fra i due schieramenti è sostanziale e la conclusione dello scontro è scontata: i guerrafondai fanno la guerra ed attaccano i nemici, portando morte e distruzione; i pacifisti sono contro la violenza, rifiutano l’uso delle armi e  cercano di fermare la violenza con le fiaccolate, le marce, gli appelli, i canti e gli inni all’amore universale e le bandiere arcobaleno. Il risultato è già scritto; non c’è partita. Parodiando una celebre battuta di un classico “spaghetti western“: “Quando un guerrafondaio incontra un pacifista, il pacifista è un uomo morto“. Amen. E non c’è bisogno di aver visto il film o di essere un genio per capirne il significato.

Tempo fa il Papa, a proposito del massacro dei cristiani attuato dall’Isis, disse che bisognava fermare la violenza, aggiungendo che però bisognava farlo senza usare le armi. E per non essere frainteso (cosa che succede spesso con Bergoglio, non perché chi ascolta non capisce ed interpreta male il suo pensiero, ma perché si esprime come la Sibilla Cumana), ripeté specificando la parola “Fermare” e scaricando la responsabilità della decisione sull’ONU (buoni quelli!). Santità, e come intende fermarla questa violenza? Ancora non lo ha spiegato; resta uno dei tanti misteri bergogliani (Vedi “Il Papa e la pace“). Si possono fermare le armi senza armi? Forse, come cantavano i Giganti negli  anni ’60, in clima da “figli dei fiori“, “Mettete dei fiori nei vostri cannoni“? Si possono fermare le armi con i fiori? Ma pensate davvero di fermare le bombe con le marce della pace, con i canti natalizi, gli appelli all’amore universale, il buonismo ipocrita di facciata, i sorrisi, gli abbracci, le frasi sdolcinate da baci perugina e la bandiere arcobaleno? Auguri.  Diceva Gandhi, il pacifista per antonomasia, il simbolo del pacifismo e della non violenza: “Non si può stringere la mano di chi ti porge il pugno chiuso“. Credo che anche questa frase non abbia bisogno di spiegazioni. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Intanto cresce ogni giorno la minaccia di nuovi conflitti ed il pericolo dell’aggravarsi di quelli in atto. E la parola “guerra“, che non ha bisogno di aggettivi per ricordarne gli effetti,  compare sempre più spesso nei titoli dei giornali, nei servizi dei TG e nelle discussioni dei tanti talk show televisivi dove politici per caso  si fronteggiano a base di chiacchiere inutili, scambiandosi accuse reciproche e, per nostra sfortuna, governano l’Italia e decidono dei nostri destini. Il pericolo lo si percepisce chiaramente, è nell’aria. Forse per questo si fanno tanti appelli alla pace. Il guaio è che, a guardare ciò che avviene nel mondo, specie nei territori più a rischio,  sembra che gli appelli pacifisti ottengano l’effetto contrario. Ogni volta che il Papa si affaccia alla finestra e “auspica la pace nel mondo“, scoppia un nuovo conflitto. Più cortei pacifisti si fanno e più aumentano le tensioni tra i popoli. Più si parla di pace e più ci si avvicina alla guerra. Allora viene un legittimo sospetto: non sarà che questi appelli pacifisti, Papa in testa, portano sfiga e sono controproducenti? Provate ad auspicare la guerra: hai visto mai che scoppi la pace!

Vedi: “Shoah e buoni ideali“.

I Giganti: “Proposta” (Sanremo 1967)

Orrore siberiano e dintorni

Ricordare la Shoah ed i crimini nazisti va bene. Ma perché nessuno si ricorda dei crimini comunisti? Eppure dai documenti storici risulta che anche in Russia gli ebrei siano stati perseguitati. Basta andare su Google e cercare “Persecuzione ebraica in Russia” e non avrete che l’imbarazzo della scelta, fra 150.000 voci. E magari scoprite con sorpresa che l’antisemitismo, i pogrom e le persecuzioni degli ebrei erano ben presenti in Russia fin dall’800, molto, ma molto prima  che in Germania si inventassero le leggi razziali, quando Hitler non era ancora nato. E non solo gli ebrei. E non solo in Russia; i laogai cinesi, campi di rieducazione attraverso il lavoro, non sono certo più confortevoli dei gulag. Che differenza c’è fra i lager tedeschi, i gulag russi ed i laogai cinesi? Eppure  i comunisti, russi o cinesi non fa molta differenza, in quanto a stragi ed orrori, non hanno niente da invidiare ai nazisti. Vedi: “Il lavoro rende liberi; anche in Cina“. E ancora “Laogai? Ssss, zitti e Mosca!” e “La Cina è vicina“, e “Bambini bolliti“.

Stranamente quando si cerca di accennare ai crimini di parte comunista, scatta un’amnesia generale. Come è successo per le foibe; per decenni è stato proibito parlarne (“Foibe e amnesie“). Era così proibito che qualche anno fa il Presidente Napolitano, in occasione della commemorazione delle vittime delle foibe, riuscì a tenere un lungo discorso senza mai pronunciare la parolina proibita “comunismo“. Un capolavoro. Ecco come ne parlavo nel 2007 “Ahi, ahi, Presidente, mi è caduto sulle foibe“. E qui “Foibe, profughi e smemorati“. E ancora qui “Ricordi e amnesie” in cui dico che “Ci sono ricordi da “ricordare” e ricordi da scordare. Sì, anche i ricordi non sono tutti uguali; ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli di prima scelta e quelli di scarto. Insomma, parafrasando il famoso motto da “La fattoria degli animali”, si può affermare che “Tutti i ricordi sono uguali, ma alcuni ricordi sono più uguali di altri”.”.

Sembra proprio che quando si parla di foibe si verifichi una strana epidemia di amnesia collettiva; specie a sinistra (chissà perché). Ma da quelle parti è normale avere una visione “sinistra” della storia. Pensate che il presidente Napolitano, dopo essere riuscito a non citare il comunismo parlando delle foibe, riuscì in un’impresa ancora più disperata, quasi eroica. Riuscì a tenere un discorso in occasione della ricorrenza del ventennale della caduta del muro di Berlino, parlando non del comunismo, ma citando fascismo e nazismo. Il massimo dell’impudenza. Ovviamente, gli dedicai un post “Napolitano, il muro e le amnesie“. Già, forse sarà un segno di senescenza, ma troppe amnesie sono preoccupanti. Ecco cosa disse: “L’evento della caduta del Muro di Berlino, di cui oggi si celebra l’anniversario, è una data che al pari di quella del 9 maggio 1945 ha segnato uno spartiacque nella storia europea e mondiale del XX secolo.”. E fin qui ci siamo, niente da eccepire. Ma ecco come continua: ““…si aprì allora la strada nella Germania Est, ma il cambiamento era già iniziato in Polonia e in tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale, in direzione dell’affermazione dei diritti di libertà, che erano già stati sanciti, subito dopo la seconda guerra mondiale, in particolare con l’adozione della Costituzione a Roma e a Bonn, nei Paesi in cui erano stati sconfitti il nazismo e il fascismo.”.

Et voilà, geniale. Anche qui riesce, invece che parlare dell’obbrobrio di un muro costruito dai comunisti, a rigirare la frittata e parlare dei paesi che hanno sconfitto fascismo e nazismo. E accomuna tutti quei paesi, compresa l’URSS, nell’affermazione dei “diritti di libertà“, dimenticando (solita ricorrente amnesia) che quel muro non era proprio una dimostrazione di grande “libertà”, come non lo era l’invasione dei carri armati russi in Ungheria (invasione che lui giustificò come intervento a difesa della democrazia) o a Praga. Un capolavoro di retorica da far invidia a Marcantonio e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare. Ecco perché si diventa Presidenti; mica tutti riescono a fare queste giravolte, bisogna essere molto bravi per riuscirci.

Ma per rendersi conto che Hitler non era l’unico criminale in circolazione e che Stalin non era certo un benefattore dell’umanità, basta ricordare un altro episodio non solo taciuto per molto tempo, ma addirittura falsificato storicamente dai russi fino agli anni ’90. Si tratta della “Strage di Katyn  Per tanto tempo i russi attribuirono ai tedeschi la responsabilità della strage. In realtà, come venne alla luce da documenti riservati, fu Stalin ad ordinare l’esecuzione, nella foresta di Katyn nel 1940,  di oltre 20.000 detenuti polacchi, militari e civili, di cui circa un terzo erano ufficiali, fucilati insieme a mogli e figli. E’ solo un esempio di come la storia venga scritta spesso ad uso e consumo dei vincitori.

Ma torniamo ai gulag. Negli anni ’30, nel paradiso dei lavoratori,  più di 10.000 persone vennero deportate e internate in un campo nell’isola di Nazino, in Siberia. Erano state scelte fra “elementi declassati e socialmente nocivi” e destinate a fare da cavie ad un esperimento altamente umanitario; il “Progetto Nazino“, per verificare le possibilità di adattamento e sopravvivenza umana. Nemmeno Mengele era arrivato a tanto. In quel campo si verificavano orrori che al confronto i lager nazisti erano villaggi turistici.  Orrori che furono scoperti e narrati dallo storico francese Nicolas Werth,  nel libro “L’isola dei cannibali“. Ecco un passo molto eloquente: “Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Quando Kostja tornò, la ragazza era ancora viva. Lui voleva salvarla, ma lei aveva perso molto sangue e morì. Cose così erano all’ordine del giorno“.

Di questi orrori riferivano alcuni articoli già in occasione dell’uscita del libro. Vedi “L’umanità divorata nell’isola dei cannibali” del 2007. E d ancora un anno prima “In un libro choc le infamie del comunismo“. E tante altre testimonianze si possono trovare in rete (Come l’URSS si inventò l’isola dei cannibali). Perché di questi orrori nessuno ne parla? Perché nessuno li ricorda? Che strane amnesie! Per attuare il comunismo non si esitava a eliminare fisicamente gli oppositori, rinchiuderli in carcere o  in manicomio,  o deportare gli indesiderati nei gulag siberiani, con metodi e sistemi che nulla avevano da invidiare alla pulizia etnica nazista contro gli ebrei ed al progetto della “Soluzione finale“. Ma il comunismo fece molte più vittime dei 6 milioni di ebrei morti nei lager; secondo le stime si va da 20 a 50 milioni di morti. Del resto, non si scopre niente di nuovo. Gli orrori dei gulag erano stati già ampiamente denunciati e descritti da Aleksandr Solženicyn nel suo libro “L’arcipelago gulag“. Ma sembrerebbe che nessuno lo abbia letto, oppure l’hanno dimenticato.

Allora, perché si parla sempre dei crimini nazisti e nessuno ricorda quelli comunisti? Perché si commemorano i 6 milioni di ebrei morti e non i 50 milioni di russi morti? I russi morti valgono meno degli ebrei morti? Perché sui crimini comunisti c’è sempre questa specie di barriera protettiva, un silenzio complice, una sorta di omertà culturale che impedisce di ricordare e commemorare anche le vittime staliniste?  I morti nei gulag sono meno morti di quelli dei lager? Perché sui media, specie in televisione, ci sono sempre ospiti, esperti, intellettuali, scrittori, politici, opinionisti, che ci ricordano un giorno sì e l’altro pure i crimini nazisti e quasi mai si vede qualcuno che ci parli di Stalin e delle delizie dei suoi villaggi vacanze siberiani?

Sul canale 54 “RAI storia” ogni giorno, dico ogni santo giorno c’è un programma su fascismo o sul nazismo. Da anni, anzi decenni,  su RAI 3 vanno in onda questi stessi programmi, visti e rivisti, ma sempre riproposti. Cambia il titolo, l’argomento, i personaggi presi in considerazione, ma si parla sempre di fascismo e nazismo. Per la RAI tutta la storia si limita a quel ventennio. Perché non si vedono mai programmi sulle delizie del regime sovietico o cinese? Perché nei programmi dei paladini della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione, vediamo sempre le stesse facce, gli stessi “autorevoli” opinionisti di regime e raramente vediamo e sentiamo voci dissonanti? Perché i programmi di storia vengono sempre presentati o commentati da Giovanni Minoli o da Paolo Mieli? Certo, il giorno della memoria è giustamente dedicato al ricordo delle vittime del nazismo. Forse sarebbe il caso di dedicare anche una giornata al ricordo delle vittime del comunismo. Oppure non si può perché non sarebbe politicamente corretto? Oppure facciamo finta di non saperlo o di non ricordarlo? Ma non è un controsenso avere delle amnesie nel giorno della memoria? Visto che questi vuoti di memoria sono così frequenti, la cosa è preoccupante. Troppe amnesie,  forse è meglio farsi vedere da uno specialista e curarsi.

Shoah: El Mole Rachamim

Giornata della memoria, di ricordi, di discorsi ufficiali, di cerimonie commemorative, di frasi di circostanza, di retorica, di documentari, di servizi speciali, di immagini strazianti, di sensi di colpa mai sopiti, di “Never more“, di apparente presa di coscienza collettiva dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo o deporre una corona di fiori al binario 21 di Milano. Non basta organizzare dei treni della memoria e partire in gita scolastica verso Aushwitz.

Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza reale e concreta del male, della sua costante e tangibile presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori ed i loro seguaci. Occorre avere l’intelligenza ed  il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi. Il male si combatte distruggendo le sue radici, non piangendone le vittime. Ma non voglio essere polemico proprio oggi e ripetere cose già dette e ripetute. Chi vuol capire ha già capito da tempo e chi non vuol capire non lo capirà mai.  Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e le tragiche conseguenze per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal racconto omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano, insieme ad altri capolavori del nostro cinema.

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, ai suoi oggetti, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina, gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste e disperato che abbia sentito. E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza struggente e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino.

Quel canto è proposto in un video che riprende i titoli del film ed  alcune scene. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim”. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz. Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. E’ la separazione che ci allontana dal passato, dalle cose amate, conosciute, dai suoni, dalle parole, dagli odori, dai volti, dai ricordi.

La separazione. Un ultimo sguardo, in silenzio. Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, con la disperata sensazione che non la si vedrà più. Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese. Separazione. Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più. Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera. “Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”.

Shoah e buoni ideali

Domani si celebra la Giornata della memoria, in ricordo della shoah e delle vittime del nazismo. Sarà il  trionfo, come avviene da anni, di dichiarazioni di circostanza piene di buoni propositi, di condanna del nazismo e di appelli alla ragione, alla solidarietà, ai principi della tolleranza, al rispetto reciproco, alla democrazia, alla libertà, alla pace; tutto il repertorio della migliore retorica di circostanza. Siamo bravissimi, in queste occasioni, a condannare i soprusi, la guerra, le ideologie totalitarie, lo sterminio di innocenti. Ma spesso ci lasciamo trasportare da reazioni emotive, confidiamo nella ipotetica, e mai dimostrata, fondamentale bontà dell’essere umano  e pensiamo di combattere il male facendo appello ai buoni sentimenti. E’ l’effetto liberatorio che deriva dal trovarsi di fronte a crimini aberranti e dalla convinzione illusoria che siano atti lontanissimi dal comune sentire, frutto di menti malate, e che mai più si ripeteranno. Il messaggio rassicurante è che noi non commetteremmo mai simili atrocità; quindi i nazisti sono mostri criminali, un caso eccezionale ed unico nella storia dell’umanità (ma la storia dimostra il contrario), mentre noi siamo buoni, docili e mansueti come innocenti agnellini.

Un esempio di tale atteggiamento ingannevole è questa frase che mi è capitato, tempo fa,  di leggere  fra i commenti in un blog. Diceva, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una bella frase, condivisibile, dettata da una visione ottimistica e positiva del mondo. Ma è anche vera? No, non lo è affatto. Non è vera perché si dà per scontato che tutti gli uomini seguano una fede e perseguano grandi ideali umanitari e che questi siano sempre positivi e portatori di pace, solidarietà e amore universale. Ma anche il male è un ideale; distorto, aberrante, ma un ideale.

Anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo, ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza, determinazione  e cieca follia, sostenuto dalla “fede” dei suoi seguaci, perché i nazisti erano sicuri di essere dalla parte giusta e  di avere Dio dalla loro parte;  “Gott mit uns“, anche quando sterminavano il popolo eletto di quel Dio il quale, forse, in quella occasione era distratto. Anche i crociati combattevano per un ideale, la riconquista della Terra santa, ed erano convinti di lottare per una causa giusta, anzi santa; “Dio lo vuole“.  Ma anche gli ottomani combatterono per conquistare terre e genti, dalla Spagna alle porte di Vienna, perché dovevano diffondere la parola del profeta e “Allah era con loro”. Anche  i conquistadores spagnoli, che sterminarono le popolazioni indigene, lo facevano con la benedizione della Chiesa e dei frati al seguito, i quali non mancavano di benedire i morti, innalzare croci sui territori conquistati e convertire gli indigeni, volenti o nolenti, perché “Dio era con loro“. Anche i coloni americani che avanzavano verso ovest appropriandosi delle terre e sterminando i pellerossa, avevano Dio dalla loro parte. Lo cantava benissimo già Bob Dylan in un brano del 1964 “With God on our side” (Con Dio dalla nostra parte): “Il mio nome non conta e la mia età nemmeno, il paese da cui vengo è chiamato midwest, là sono cresciuto ed ho imparato a obbedire alle leggi e che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte. I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene, la cavalleria caricava e gli indiani cadevano, la cavalleria caricava e gli indiani morivano, perché il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.”.   

Così le guerre del passato erano sempre determinate da qualche “alto ideale“: poteva essere l’indipendenza dai dominatori, la presunta necessità di civilizzare popoli barbari, la necessità di allargare i propri confini, la ricerca della “quarta sponda”,  o il nuovo irrinunciabile “ideale” del terzo millennio, il sacro dovere di esportare la democrazia. Dietro le bombe ci sono sempre “alti ideali” e tutti hanno un Dio dalla loro parte; anche i cannibali del Borneo.  Forse anche gli atei, pur non credendoci, hanno un loro dio: il dio degli atei (che, non essendo abilitato ad esercitare, in quanto non esiste ufficialmente, si scrive minuscolo e non compare nella guida ufficiale degli dei riconosciuti).

Oggi, per non perdere le buone abitudini ed essere fedeli a qualche ideale, anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente combattono per una “giusta causa”: la conquista dell’occidente e la sottomissione dei “cani infedeli“. Ed anch’essi compiono stragi in nome di Dio gridando “Allah Akbar“. E stanno attuando il loro piano criminale con la violenza, le armi, il terrorismo, lo sterminio dei cristiani e la conquista di interi territori dove instaurare il califfato e la sharia.  Anche l’ex premier iraniano Ahmadinejad aveva un suo ideale e lo dichiarava continuamente in ogni occasione; cancellare Israele dalle carte geografiche. Anche i militanti di Hamas hanno un ideale, espresso molto chiaramente nel loro statuto e nel loro programma politico: distruggere Israele, cacciare gli ebrei dalle loro case e impadronirsi del loro territorio. Tutti combattono per un “ideale” ed hanno Dio dalla loro parte. Così Dio, invocato a destra e a manca,  sta con tutti, si distrae e si dimentica di stare con  il popolo eletto, quelli che dovrebbero essere i primi ad averlo dalla loro parte: gli ebrei.

La persecuzione degli ebrei non è finita con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Gli ebrei sono ancora oggi al centro di una campagna di odio razziale e sono bersaglio di attentati ovunque si trovino (le ultime vittime del terrorismo islamico sono i quattro morti nel negozio kosher a Parigi). Perfino Israele, che è l’ultimo rifugio dei sopravvissuti alla shoah e degli ebrei che vi sono arrivati provenienti da ogni angolo della terra, per vivere finalmente in pace nella terra dei Padri,  vede costantemente minacciata la propria esistenza; non solo dall’Iran, da Hezbollah e da Hamas, ma dall’opinione quasi unanime del mondo islamico.  Eppure i personaggi, le istituzioni, gli intellettuali, le nazioni che oggi commemorano la Shoah e la criminale violenza nazista contro gli ebrei, quelli che oggi depongono corone di fiori e tengono toccanti discorsi commemorativi, sono gli stessi che, passata la giornata della memoria, ricominceranno a sostenere i regimi islamici, a concludere lucrosi affari con loro, a tollerare, se non addirittura giustificare, l’antisemitismo mascherato da antisionismo in nome della libertà di espressione, aprire le porte all’invasione islamica dell’Europa, a rinnegare le proprie usanze e tradizioni per non urtare la sensibilità dei musulmani.

Ed infine, per dimostrare quanto siamo buoni e caritatevoli (ed “equidistanti”  o “equivicini” fra Israele, Hamas ed Hezbollah, come sosteneva  l’allora ministro degli esteri D’Alema, dichiarando di essere onorato di andare a cena con i capi di Hezbollah) continueranno a finanziare direttamente organizzazioni come Hamas, considerate terroristiche dalla comunità internazionale, con aiuti umanitari e milioni di euro versati dall’Europa a Gaza. Fondi che servono in gran parte a finanziare l’acquisto di armi, munizioni, missili e razzi da sparare contro Israele. Ma noi siamo fatti così, siamo umanitari, non facciamo differenza fra ebrei e tagliagole islamici, sono tutti figli di Dio. E giusto per non destare eccessiva preoccupazione o creare inutili allarmismi, i nostri media di solito usano tacere sugli attentati dei terroristi palestinesi e i razzi sparati verso i villaggi israeliani di confine. Ecco perché raramente le notizie di lanci di razzi verso Sderot trovavano spazio nella nostra stampa. Luoghi lontani, i botti dei razzi non arrivano alle tranquille, calde o fresche (secondo la stagione) ed insonorizzate redazioni romane o milanesi. Salvo svegliarsi improvvisamente, acuire la vista e l’udito e indignarsi appena c’è una qualche reazione israeliana. Allora ci si ricorda del medio oriente, si trova ampio spazio in prima pagina, si condanna l’aggressione,  si denuncia la risposta sempre “esagerata” di Israele, si contano le vittime civili (sono armati fino ai denti, ma risultano sempre civili), meglio se ci sono donne o bambini (fanno più notizia e servono alla causa palestinese) e si chiede l’intervento dell’ONU ed il cessate il fuoco.

Ma il 27 gennaio, nel “Giorno della memoria“, dimenticano di essere i finanziatori di Hamas, (quelli che vorrebbero portare a termine il lavoro iniziato da Hitler), e con una improvvisa e repentina metamorfosi da far invidia a Gregor Samsa, si trasformano in ferventi difensori del popolo ebraico. Manca solo che si appendano al collo, come si usa oggi, un bel cartello con la scritta “Siamo tutti ebrei“.  Ma fanno il percorso inverso a quello di Samsa.  Da insetti, blatte, scorpioni,  scarafaggi zecche, quali sono solitamente, assumono di colpo l’aspetto di uomini normali: vestono i panni della penitenza, assumono contrite espressioni, condannano la persecuzione degli ebrei, il razzismo, il nazismo, l’antisemitismo, sfilano in corteo sotto braccio con i pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, recitano un tardivo mea culpa, si addossano le responsabilità dei padri, si impegnano solennemente a riaffermare  “Never more“, lanciano in televisione qualche film intonato alla giornata, o qualche programma speciale con filo spinato, camere a gas, forni crematori, scheletriche parvenze umane,  fantasmi con la stella di David, SS in divisa di ordinanza e latrati di cani. Insomma, tutto il repertorio che, per l’occasione, recuperano dagli archivi polverosi dove poi quei documenti giaceranno per il resto dell’anno, per lasciare spazio a reality, fiction, talent, talk show, cuochi, comici, opinionisti tuttologi e  cialtroni assortiti. E così mettono a tacere la coscienza; per un giorno. Poi, passata la “festa“, ripetono la metamorfosi inversa, riacquistano le solite sembianze da coleotteri e affini, si scordano degli ebrei e…ricominciano ad amoreggiare con gli islamici, gli eredi di Arafat e gli arabi in genere; perché gli affari sono affari e “Tengo famiglia…”. Ipocriti, falsi, in malafede e vigliacchi. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, lo vincerebbero a mani basse.

Shoah: El Male Rahamim

Giornata della memoria, giorno di ricordi, di dichiarazioni ufficiali, di cerimonie, di frasi fatte, di documentari, di servizi speciali, di articoli sulla stampa, di apparente presa di coscienza dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo. Non basta organizzare dei treni della memoria verso Aushwitz. Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza del male, della sua costante presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori. Occorre avere il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi.

Leggevo un commento in un blog. Dice, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una frase condivisibile, dettata da una visione ottimistica del mondo. Ma è anche vera? No, perché anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza.  Anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente hanno un loro ideale. Anche Ahmadinejad ha un suo ideale; distruggere Israele. Chi vuole intendere in tenda, gli altri in sacco a pelo!

Ma non voglio essere polemico proprio oggi. Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e la tragica conseguenza per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano.

 

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, al grande giardino innevato, ai suoi oggetti e ricordi personali, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina; gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste, struggente e disperato che abbia mai sentito.

E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino. Anche oggi. E così ho provato a cercalo su YouTube. Con mia grande sorpresa e gioia, c’è. E’ un video che riprende i titoli del film, alcune scene e, soprattutto, quel canto. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim“. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz.

 Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

http://www.youtube.com/watch?v=78uXhSugkrs

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. Mi sono ricordato che tempo fa, in occasione della “Giornata della memoria”, scrissi poche righe cercando di esprimere quella sensazione condensata in una parola “Separazione“. Lo ripropongo qui, perché è un tentativo di esprimere ciò che, invece, esprime molto meglio lo sguardo di Micol che guarda per l’ultima volta la sua stanza, gli oggetti, i ricordi.

Separazione

Un ultimo sguardo, in silenzio.
Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, sapendo, sentendo che non la si vedrà più.
Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese.
Separazione.
Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più.
Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera:

“Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”