Scuola in piazza

Una volta gli studenti andavano a suola; oggi vanno in piazza. Comincia l’anno scolastico e, immancabilmente, cominciano le proteste, i cortei, i vandalismi e le prove di guerriglia urbana. Ieri sono scesi in piazza in diverse città, bloccando il traffico, inscenando le solite prove di guerriglia urbana e vandalismo, bruciando i manichini di Salvini e Di Maio, e creando disagi alla popolazione, per protesta contro il “governo del cambiamento“. (Vedi immagini)

studenti corteo

Sono i nipotini di quelli che nel ’68 scendevano in piazza contro il conformismo borghese e chiedevano il “cambiamento“; volevano cambiare il mondo. Oggi sono contro il cambiamento; avranno avuto una crisi esistenziale ed hanno cambiato idea. Oppure hanno cambiato gli spinelli e gli effetti derivanti.

 Studenti d’Italia (ottobre 2015)

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale (con interrogazione di gruppo e 6 politico).

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“. Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri.

studenti milano

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura. Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti, e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro? Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”.

In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.
Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e non ha, quindi, la capacità di informarsi, come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile, alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica?

Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.
Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto normale e scontato. Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese, occupando posti di responsabilità  in politica, scuola, magistratura, cultura, informazione; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri generano allievi ancora peggiori. Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Scorie culturali e residui tossici. 

Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“.”. (Da Scuola e residui tossici)

 

Geni, cani e ovini estinti

Cosa succede in questo mondo di pazzi.

Ladri e cani da guardia

Tempi duri per i cani. Una volta si tenevano in casa non solo per compagnia, come si usa oggi, ma anche perché facessero la guardia. Oggi  rischiano di andare in pensione, non servono più. Anzi, tenere un cane da guardia è pericoloso. Se dovesse entrare un ladro in casa ed il vostro cane fa quello che da sempre fa un cane da guardia, ovvero spaventare il ladro e, se è il caso, anche azzannarlo, si rischia di dover risarcire il ladro: “Ladro magrebino morso dal cane chiede i danni“.  Sono le conseguenze del nuovo indirizzo giuridico della nostra magistratura progressista, di leggi che sembrano fatte apposta per tutelare i delinquenti (ed i malviventi, capita l’antifona, ne approfittano) e del pensiero unico dominante politicamente corretto che è sempre pronto a correre in difesa dei ladri contro i padroni di casa. Poveri padroni; e poveri anche i cani che rischiano di perdere il lavoro, essere licenziati, pensionati o, peggio, “esodati“: che vita da cani!

Nella vecchia fattoria, quante bestie ha zio Tobia…

C’era una volta. Ora non c’è più lo zio Tobia, non ci sono più le sue bestie e, fra poco, non ci sarà nemmeno la fattoria: al suo posto sorgerà un grande centro commerciale con ampio parcheggio intorno, dove la gente con poca fantasia, per distrarsi,  andrà a passare il tempo, ed i bambini penseranno che i polli crescano dentro le vaschette in polistirolo, abbiano quattro zampe, due lunghe e due corte come i canguri, e nascano già morti. Lo denuncia la Coldiretti (La vecchia fattoria è quasi vuota). Stanno scomparendo, o rischiano di scomparire 130 razze animali: 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini. Una strage.

Forse non rendono abbastanza o non sono in linea con i gusti dei consumatori, o con le direttive europee di quelli che stabiliscono la circonferenza dei piselli, la lunghezza delle vongole e la curvatura delle banane. E dire che è grazie a questi animali, utilissimi per il lavoro nei campi, per le varie attività umane e fondamentali ed insostituibili per l’alimentazione, che l’umanità deve la sopravvivenza e l’evoluzione della stessa civiltà. Ma oggi, se non sono in linea con il progresso ed il trend del mercato diventano inutili. Poi, una volta scomparsi, si andrà alla ricerca dei pochi esemplari rimasti per mostrarli come reperti da museo. Come si fa con le vecchie ricette della nonna, quelle che abbiamo dimenticato per sostituirle con i prodotti già pronti, precotti, preconfezionati, predigeriti, prodotti industrialmente a base di additivi, coloranti, conservanti e chissà quali porcherie: quelle che oggi cerchiamo di ritrovare disperatamente alla riscoperta di sapori perduti e antiche tradizioni. Stiamo cominciando a capire, un po’ tardi, quanti errori abbiamo commesso e che li pagheremo molto cari. Idioti; e non aggiungo altro perché se anche glielo spieghi non lo capiscono perché sono idioti. Di quanto sia scellerata, incosciente e criminale la scelta progressista che cancella il passato a favore della tecnologia, ho già parlato in un post del 2008 “Il cappellino di Lianne“.

Evoluzione della specie

Molti anni fa dicevo che in un futuro neanche molto lontano la scienza avrebbe trovato il modo di manipolare i geni umani per modificarli e “creare” una nuova specie umana migliorandone le caratteristiche psicofisiche (quello che poi hanno fatto con gli organismi geneticamente modificati: intanto lo applichiamo al mais, poi…). La chiamavo “ingegneria genetica”, senza sapere che, dopo pochi anni, la scienza avrebbe usato proprio quel termine per definire le ricerche in quel settore. E’ passata solo qualche decina d’anni ed ora ci stiamo arrivando.

 Così come sta mutando l’ambiente naturale (e continuerà a mutare nel tempo) esisterà una nuova razza umana creata in laboratorio. Ormai le conoscenze scientifiche ci mettono in condizioni di manipolare a piacere i geni, ed il futuro, che ci piaccia o no e con tutti i pro ed i contro possibili,  è nell’ingegneria genetica. Il fine della ricerca sarà quello di creare una nuova razza umana, o umanoide (più o meno come quella ipotizzata nei film di fantascienza), con migliori potenzialità psicofisiche e caratteristiche che lo rendano più adattabile a condizioni di vita alterate e precarie (come le missioni spaziali o un ambiente terrestre devastato dall’inquinamento, dalle mutazioni climatiche o scenari da Day after) e dotato di capacità fisiche ed intellettuali predefinite e graduabili, secondo la finalità prevista. Non sembri sconvolgente. Basta pensare che solo 50 anni fa gran parte delle conquiste recenti della scienza, ma anche leggi e norme, che hanno modificato profondamente la società di oggi e che fanno parte integrante della nostra vita quotidiana, erano pura fantasia.

Ma l’altra faccia della medaglia è che sarà possibile “creare” anche una razza di umanoidi facilmente controllabili, da usare per particolari lavori e attività pericolose o che richiedano speciali attitudini psicofisiche. Sono certo che nei laboratori di ricerca gli studi su questo argomento sono già avanzati. Ma tutto avviene in gran segreto, non se ne può parlare perché potrebbe sconvolgere la società e si scatenerebbe la solita battaglia etica tra i sostenitori della massima libertà di ricerca e quelli contrari alla manipolazione genetica (ma è solo questione di tempo). E siccome non possono dirlo apertamente (o forse per ricevere finanziamenti ed autorizzazioni ufficiali devono giustificare gli studi), fingono di fare esperimenti per scopi terapeutici. Questa ricerca ne è la prova concreta (Sì alla modificazione genetica degli embrioni umani). Al confronto di quello che avverrà nei prossimi decenni, gli esperimenti di eugenetica nazisti saranno giochini da ragazzi, roba da “piccolo chimico”.

Il dramma del bambino dotato

E’ il titolo di un libro di Alice Miller del 1985. Fate una piccola ricerca in rete e scoprirete che l’autrice aveva molte e fondate  riserve sulla psicanalisi, sui metodi terapeutici e pedagogici. Mi viene in mente leggendo questa curiosa notizia: “Bill Gates: sono stato in cura da uno psicologo infantile“.

Bill Gates, il genio informatico che ha fondato Microsoft, quel sistema grazia al quale qualcuno dall’altro capo del mondo può leggere in tempo reale quello che scrivo. Il sistema che ha cambiato radicalmente la società, il lavoro, il gioco, lo studio, la comunicazione, e le relazioni sociali.  Da bambino fu portato in cura da uno psicologo perché era irrequieto ed insofferente alle regole: “Ero davvero indisciplinato. Dovevo rispettare regole severe, ma le respingevo.”. Questo è il problema dei bambini intelligenti, la difficoltà di accettare le regole imposte dagli adulti stupidi. Ma gli adulti, essendo stupidi, non lo capiscono e pensano che quei bambini siano da curare. E purtroppo comandano gli adulti. Vedi “I bambini ad alto potenziale intellettivo“.

Guarda guarda, un altro genio che viene mandato dallo psicologo per curarsi. Viviamo in uno strano mondo. I bambini difficili, quelli che per qualche motivo hanno difficoltà ad apprendere, li facciamo assistere da un insegnante di sostegno (perché, sapete, in ossequio al principio di uguaglianza e delle pari opportunità, tutti devono andare avanti, essere promossi, e diventare dottori, anche gli asini; altrimenti i genitori ci restano male, si risentono e fanno ricorso al TAR). I bambini dotati, invece, i piccoli geni che da grandi faranno invenzioni e scoperte a beneficio dell’umanità e diventeranno protagonisti della cultura, della politica, della scienza, dell’arte, quelli che avrebbero bisogno di un’attenzione particolare perché dotati di una grande sensibilità,  non solo non li facciamo seguire da un insegnante adatto, ma li consideriamo iperattivi, irrequieti, e li mandiamo dallo psicologo per curarsi. Vi sembra che questo sia un mondo normale?

No, non è normale, è un mondo stupido. Bisognerebbe curare il mondo, invece curiamo i bambini. Sarà un caso, ma è esattamente quello che dicevo proprio 15 giorni fa nel post “Psicologia, cani e pulci“.   E per oggi basta e avanza, altrimenti la cronaca di questo mondo di pazzi finisce per essere troppo deprimente. Ma non ci sono molte speranze di vedere un mondo migliore, almeno finché sarà governato da idioti; tutti dottori e sapienti, ma idioti. “Oggi anche il cretino è specializzato“, diceva Ennio Flaiano. Ed il guaio è che la democrazia insegna che tutti gli uomini sono uguali; anche i cretini.

Vedi

What a wonderful world (2003)

Come vivere felici con 5 euro (2006)

La psicoanalisi ed i peni volanti (2006)

Donne, uomini, erotismo ed altro (2009)

Ritorno al passato (2015)

P.S.

A proposito di terapia, l’ultimissima delle ore 21, da L’Unione sarda: “La neuropsicanalisi per curare l’alzheimer: camici bianchi a processo“.

Studenti d’Italia

Puntuali come le tasse, con l’inizio del nuovo anno scolastico, arrivano le prime manifestazioni studentesche. C’è sempre qualche buon motivo per scendere in piazza, urlare qualche slogan inventato per l’occasione  dal creativo del gruppo, agitare bandiere, cartelli e striscioni e farsi una giornata di vacanza col pretesto di manifestare per una giusta causa (c’è qualcuno che ci crede davvero). La manifestazione di protesta, lo sciopero, la contestazione, fanno parte dell’immagine pubblica dello studente modello; così intrinseche alla scuola che, forse, la “contestazione studentesca” diventerà materia di studio e verrà  inserita direttamente nei programmi scolastici ministeriali, con tanto di ore settimanali di lezione, esercitazioni, interrogazioni, prove pratiche e, naturalmente, esame finale.

La contestazione studentesca è ormai istituzionalizzata e fa parte, a pieno titolo, dei riti sociali che scandiscono il calendario delle celebrazioni ufficiali, delle festività nazionali, dei santi patroni. Forse, per facilitare la partecipazione e l’organizzazione programmata degli eventi, le date verranno riportate direttamente nel calendario ufficiale; così sarà più facile prepararsi in tempo e non correre il rischio di saltare qualche manifestazione importante. Che sia una cosa seria e fondamentale lo si capisce anche dall’incipit di questa breve nota Ansa di ieri: “Gli studenti, medi e universitari, sono tornati in piazza oggi in decine di città per la prima mobilitazione ufficiale del nuovo anno scolastico.“.  Sembra che contestino per le riforme introdotte con la “Buona scuola” di Renzi. Se protestano contro la buona scuola, figuriamoci cosa farebbero contro quella cattiva: una strage.

Poche parole, ma confermano esattamente quanto dicevo: 1) Si tratta di una manifestazione “ufficiale“, da non confondere con altre manifestazioni sporadiche e non approvate ed autorizzate dai capetti locali del movimento. 2) E’ la “Prima” del nuovo anno scolastico. Il che sottintende che ce ne saranno molte altre e che sono ormai riconosciute come manifestazioni “ufficiali” all’interno della scuola. Le occasioni ed i pretesti per giustificarle non mancheranno. Ed ecco un’immagine della manifestazione di ieri a Milano.

Da cosa si capisce che questi sono studenti e non militanti comunisti? Non è facile, ma lo si può capire dalle bandiere rosse; queste sono più piccole di quelle solitamente usate dai compagni rossi più o meno camuffati da anarchici, antagonisti, No global etc. Un po’ a causa della crisi che consiglia di risparmiare sul formato delle bandiere ed un po’ perché gli studenti non hanno grandi disponibilità economiche; la loro paghetta settimanale è poco più di quella di un migrante africano. Quindi è d’uopo risparmiare sulla tela delle bandiere; tanto l’effetto cromatico nel corteo c’è comunque e la bandiera rossa fa sempre la sua bella figura.  Se poi si vuole aggiungere un tocco di impegno socio/politico, un pizzico di antifascismo, un omaggio alla Resistenza (cose che ci stanno sempre bene, fanno parte del folklore caratteristico di ogni corteo che si rispetti,  e fanno contento Dario Fo), basta intonare Bella ciao ed il gioco è fatto: il massimo.

Siccome, però, organizzare queste manifestazioni costa tempo, impegno e fatica, non si può pretendere che poi questi “studenti che studiano, che si devono prendere una laura“, come direbbe Totò, abbiano anche il tempo di applicarsi sui libri. Non si può chiedere tanto. Infatti non glielo chiedono; si chiude un occhio, si largheggia con i voti e si promuovono tutti, anche i bidelli; pardon, i collaboratori scolastici.

Tanto poi c’è sempre tempo per rimediare alle lacune culturali. Ci hanno già pensato le università di Venezia, Padova, Pisa, Roma; vista la diffusa ignoranza della lingua italiana da parte dei ragazzi appena diplomati, già da qualche anno organizzano per le matricole degli appositi corsi per l’insegnamento della grammatica e della sintassi. Non si parla di corsi di scrittura creativa per aspiranti romanzieri, ma di nozioni elementari di grammatica. Chiaro?  Lo ricordava di recente anche il Corriere, citando il caso dell’università di Pisa: “Se l’università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi“.

In verità, il problema è più serio di quanto sembri e non riguarda solo il mondo della scuola. Da una ricerca di alcuni anni fa risulta che un terzo dell’intera popolazione scolastica ha difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Come sia possibile, avendo difficoltà a capire quello che si legge, studiare su un libro di testo, conseguire un diploma ed arrivare all’università, resta un mistero. Ma se si prende in considerazione l’intera popolazione, allora il dato è preoccupante: “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano”. In questa percentuale ci sono, ovviamente, tutti coloro che la scuola l’hanno frequentata in passato. E se c’è questa diffusa difficoltà a capire un testo significa che tutta questa gente o  non ha studiato, o ha studiato male, oppure gli insegnanti non erano all’altezza del loro compito. In ogni caso la scuola ha fallito.

Più di 2/3 della popolazione ha difficoltà a capire il senso di un testo scritto. Un dato allarmante, anche perché nessuno sembra preoccuparsi delle implicazioni e delle conseguenze che, invece, sono devastanti per quanto riguarda la comunicazione, le relazioni interpersonali, l’informazione ed i livello culturale della nazione. Una popolazione che non capisce quello che legge, e  non ha, quindi, la capacità di informarsi,   come può partecipare in maniera attiva, consapevole e responsabile,  alla vita pubblica, lavorativa, sociale, politica? Così, se i dati forniti da quella ricerca sono reali (e non abbiamo motivo di dubitarne), ancora oggi abbiamo le scuole piene di ragazzi che hanno difficoltà a capire quello che leggono. Ma invece che preoccuparsi, applicarsi maggiormente nello studio e cercare di migliorarsi, scendono in piazza agitando bandiere rosse e protestando contro le riforme scolastiche. Forse il testo della riforma non l’hanno nemmeno letto. Oppure, se dobbiamo dar retta alla ricerca, non l’hanno capito.

Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto; anzi, è del tutto  normale e scontato.  Sono gli effetti di una scuola in mano ad insegnanti reduci del ’68, quelli che sono arrivati a conseguire una laurea, ed essere abilitati  ad insegnare, grazie alle interrogazioni di gruppo, al 6 politico, al vietato vietare, alla contestazione del potere e dell’autorità di qualunque genere, anche e soprattutto quella dei professori, arrivando perfino alle minacce ed all’aggressione fisica. Così intimorivano gli insegnanti ed hanno decretato lo sfascio dell’istituzione scolastica. Il risultato è questo; bandiere rosse  e studenti che possono essere scambiati per scioperanti durante un corteo sindacale.

Certo, non si può e non si deve generalizzare, né sui maestri, né sugli alunni. C’erano anche studenti coscienziosi ed insegnanti seri e responsabili; e ci sono ancora. Non tutti gli insegnanti, per fortuna, sono nostalgici sessantottini, cresciuti con il libretto rosso di Mao, Marcuse, fuori l’Italia dalla Nato, l’imperialismo americano, il Vietnam, il capitalismo dei padroni, la lotta di classe, i collettivi, le comuni, il sacco a pelo, sesso libero, il poster di Che Guevara, assemblee permanenti, occupazioni, autogestione, guerriglia urbana, Valle Giulia, spinello ed eskimo d’ordinanza. Non tutti, ma molti sì; qualcuno è anche al governo, è pure sottosegretario all’istruzione (Faraone), difende e giustifica gli studenti che occupano le scuole, e dice che “le occupazioni sono formative ed aiutano a crescere“.

Ed oggi ne paghiamo le conseguenze, perché molti di quei sessantottini hanno fatto carriera e sono diventati l’attuale classe dirigente del Paese; specialmente quella genìa di politici di professione, inetti, incapaci, corrotti e corruttori, terzomondisti ipocriti, cattocomunisti mascherati da democratici e progressisti, rivoluzionari mancati con la mente obnubilata da cascami culturali di tragiche ideologie condannate dalla storia, che stanno portando l’Italia alla rovina totale. Se questa è la classe dirigente di oggi, i figli non possono che fare ancora peggio in futuro, quando prenderanno il posto dei padri; cattivi maestri  generano allievi ancora peggiori.  Ed i segnali premonitori della catastrofe finale si possono già intuire in quella foto: la classe dirigente di domani. Arrangiatevi.

Vedi

Scuola e residui tossici

Okkupato

Cortei e branchi

Walkiria e manganelli

Studenti moderni

Tutti a sQuola 1

Tutti a sQuola 2

Scuola e residui tossici

Rifiuti, scorie, residui tossici, possono avere diversa origine e provenienza; scarti di lavorazione, scarichi fognari, residui industriali e ospedalieri, prodotti non biodegradabili, fumi e ceneri inquinanti, rifiuti urbani, acidi, detersivi, veleni di ogni genere. Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“. Sono tutti quei concetti, slogan, idee, miti e ideali,  nati sull’onda dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70 e che per decenni hanno caratterizzato e dominato l’opinione pubblica con effetti pesanti sulla cultura, la scuola, l’informazione, la società, l’etica e la politica. Gli effetti di questa ubriacatura ideologica si fanno sentire ancora oggi.

Molti di quegli ideali rivoluzionari si sono persi per strada nel corso degli anni. Sono come l’acne giovanile, i brufoli e le malattie esantematiche; ci passano quasi tutti, poi si guarisce.  Ma qualche traccia è rimasta in alcuni personaggi che sembrano rimpiangere le assemblee studentesche, occupazioni, autogesione, comuni, collettivi e “sesso, droga e rock’n roll“. I residui tossici sessantottini sono peggio dell’amianto; hanno effetti mortali ancora a distanza di decenni.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la dichiarazione del sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che elogiava le occupazioni studentesche. Dice che sono formative ed aiutano a crescere. E ricorda con nostalgia i bei tempi del ’68 quando “nei sacchi a pelo si faceva sesso“. Sono i nostalgici dell’amore libero, della promiscuità delle comuni, di Marcuse, del 6 politico, dello spinello, delle occupazioni e dell’autogestione che sono “esperienze di grande partecipazione democratica“. Dice Faraone che “le occupazioni sono illegali“, ma sono necessarie per la crescita degli studenti. Un rappresentante dello Stato, delle istituzioni, che ricopre un importante incarico di governo e che dovrebbe educare i ragazzi al rispetto della legalità, sta legittimando l’illegalità ed invita esplicitamente gli studenti a compiere atti illegali. E per rispondere alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, oggi ha ribadito il concetto (Vedi ANSA “Faraone ribadisce difesa occupazioni; servono a crescere“).

Poi ci meravigliamo che l’Italia sia in piena decadenza e che i giovani non abbiano più valori. Ecco, non tutti i ragazzi di quegli anni ’60 sono maturati ed hanno superato senza traumi la patologia sessantottina. Alcuni ne portano ancora i segni, rimpiangono le occupazioni, il sacco a pelo, la contestazione della scuola e dell’autorità, il “Vietato vietare“.  Ma siccome bisogna pur campare, poi si danno alla politica, fanno carriera e possono diventare anche sottosegretari all’istruzione; ovvero impersonano e rappresentano quell’autorità e quelle istituzioni che hanno sempre combattuto. Alla faccia della coerenza.

Ma non è un caso anomalo vedere un ex sessantottino che dovrebbe occuparsi della scuola. Nel governo dell’ammucchiata ulivista di Prodi era sottosegretario all’economia Paolo Cento il quale, da buon rappresentante dei Verdi, esaltava i No global, le barricate, le proteste di piazza, la contestazione giovanile, la lotta alla globalizzazione, alle multinazionali ed al capitalismo. Così non deve destare stupore che oggi la formazione e l’educazione dei ragazzi e la funzionalità della scuola sia nelle mani di gente che nel passato ha contribuito a   distruggerla e che oggi, invece che insegnare il rispetto della legalità e  dell’autorità, invita gli studenti ad occupare le scuole; e magari a bivaccare con il sacco a pelo. E’ l’effetto dei residui tossici culturali non ancora smaltiti.

Cose di Sardegna

Notizie dalle scuole sarde (e non solo).

I genitori lasciano i bambini a casa per protestare contro la presenza, in una classe di quinta elementare,  di un bambino particolarmente irrequieto che minaccia i compagni, scaglia sedie per aria e va a scuola con un coltello in tasca. Così, due giorni fa il piccolo turbolento si è ritrovato solo in classe. “Finché ci sarà lui, i nostri figli non faranno lezione“, affermano i genitori degli altri alunni i quali sono entrati a scuola solo dopo che la madre del bambino troppo vivace lo ha ritirato ed accompagnato a casa. La soluzione prospettata da dirigente scolastico è trasferire il piccolo in altro istituto. Ma gli assistenti sociali che seguono la famiglia (evidentemente si tratta di una situazione familiare già sotto osservazione) sono contrari. Dicono che “sarebbe un trauma” per il piccolo. Quindi, per non creare traumi al piccolo, preferiscono traumatizzare l’intera classe. Fantastici questi assistenti sociali. (Vedi L’Unione sarda)

Anche a Cagliari (Vedi L’Unione sarda), per dimostrare che si è al passo coi tempi, nelle scuole organizzano “corsi gender“. Dovrebbero essere dei corsi che, secondo i “docenti” ed i sostenitori di questa nuova pedagogia,  educano alle “Pari opportunità, abbattimento degli stereotipi di genere e rispetto della diversità“, specie di genere sessuale. In realtà il dubbio è che siano delle vere e proprie lezioni che tendono ad inculcare la cultura omosessuale e trans.  Sembra che questo genere di lezioni siano presenti e si stiano diffondendo in molte scuole nazionali. Di recente ha fatto notizia, con tanto di proteste da parte dei genitori,  la lezione tenuta da Luxuria in un liceo di Modena (Lezioni di sesso al liceo) in cui la nota trans forse ha illustrato agli studenti le delizie dell’amore omosessuale. Stesso genere di lezioni si tengono in diverse scuole di Roma e di altre città. Ormai, a quanto pare, la cultura omosessuale, è entrata a far parte dei programmi ministeriali. Forse bisognerà portarla agli esami insieme alle altre materie; italiano, greco, matematica, fisica e…cultura gay. E nessuno si sogni di protestare; vi accuserebbero subito di omofobia. Poi non lamentiamoci se il mondo è in declino.

Ma non dobbiamo preoccuparci per i ragazzi. Sono sempre in ottime mani, seguiti da ottimi insegnanti, assistenti sociali e, quando non bastasse ed avessero problemi caratteriali, di personalità e crisi esistenziali,  possono sempre contare sul supporto anche di affidabilissimi psicoterapeuti. Eccone uno a caso…

Notizia di oggi (Vedi Corriere.it) che riguarda ancora il mondo della scuola, a Roma. Il nostro specialista, quello che dovrebbe essere un riferimento certo per i bambini e ragazzi, aveva il vizietto dell’esibizionismo. Si appostava nella sua auto nelle vicinanze delle scuole e si mostrava mentre compiva atti osceni. Ora bisognerà trovare un bravo psicoterapeuta che curi lo psicoterapeuta col vizietto, sperando che anche quello non abbia altri strani vizietti che ne consiglino la cura con altro psicoterapeuta.  Che brava personcina! Quello che dovrebbe curare i ragazzi problematici, è il primo a doversi curare. Ma potrà continuare la sua attività esibizionista in altri luoghi. Infatti ha solo l’obbligo di firma negli orari di entrata ed uscita dalle scuole. Per il resto del giorno può “esibirsi” tranquillamente. Ma siamo sicuri che questo mondo sia normale? Ho qualche dubbio.

Chiudiamo ancora con una notizietta dalla Sardegna, che non è solo Costa Smeralda, è anche una regione eternamente in crisi.

Proprio due giorni fa c’è stato l’ennesimo sciopero dei metalmeccanici che hanno sfilato in corteo a Cagliari, con in testa il segretario generale della Fiom, Landini. Ma è l’intera economia dell’isola ad essere in crisi: Alcoa, Portovesme, Meridiana, miniere del Sulcis, Eurallumina, Keller. Siamo la dimostrazione lampante di cosa siano le “cattedrali nel deserto“. Nei primi anni ’60 sono arrivati  in pompa magna imprenditori e grandi aziende, attirati dai fondi della Cassa per il Mezzogiorno e dai lauti contributi regionali finalizzati all’industrializzazione della Sardegna. Hanno aperto le fabbriche, hanno incassato i contributi pubblici, hanno lavorato un po’ per ripagarsi delle spese e poi hanno chiuso, lasciando a casa migliaia di lavoratori che,  con l’illusione del posto fisso in fabbrica, abbandonavano la terra, la pastorizia,  il lavoro artigianale o piccole attività commerciali, per ritrovarsi, dopo pochi anni, in cassa integrazione, senza niente o, i più fortunati, utilizzati nei cosiddetti “Lavori socialmente utili“.  Chi si ricorda più di Ottana, della Snia Viscosa, della Rumianca?

Evoluzione dei sardi

– dalle caverne ai nuraghi.

– dal nomadismo alla pastorizia.

– dalla pastorizia all’agricoltura.

– dall’agricoltura all’industria.

– dall’industria alla…cassa integrazione !

Né va meglio l’agricoltura o la pastorizia, settori fondamentali dell’intera economia sarda. Fra quote latte decise a Bruxelles, lingua blu, peste suina, alluvioni, incendi e calamità varie, siamo sempre a rischio fallimento. Forse per consolarci, da decenni continuano a venire in visita di cortesia segretari sindacali, leader politici, Presidenti, Papi, tutti a portare sostegno ai sardi. Abbracciano la gente, esprimono la loro vicinanza e solidarietà, fanno promesse, lanciano appelli e dichiarazioni di circostanza a beneficio dei media, fanno scorta di dolci, pecorino, vernaccia e cannonau, salutano tutti e ringraziano per l’accoglienza e la proverbiale “calda ospitalità” dei sardi.

Poi ripartono, tornano nei loro palazzi  e tutto resta come prima. Il Presidente torna al Quirinale, il Papa continua a fare il Papa in Vaticano, Landini tornerà nei salotti TV o a fare altri cortei, Vendola torna in Puglia dal suo caro Eddy…e i sardi continuano a fare i sardi, fessi e contenti, fino alla prossima visita di Stato. Bene, e cosa si scopre in questo panorama di crisi endemica? Niente di particolarmente eclatante, abbiamo visto e sentito di peggio. Ma anche questa notizietta dà un’idea di come si spreca il denaro pubblico, invece di utilizzarlo per progetti seri. Ecco la notizia: “La Regione spende 350 mila euro in foto mai utilizzate e nascoste da cinque anni“.

Avete capito bene? Qui in Sardegna c’è il più alto tasso di disoccupazione d’Italia, i poveri crescono ogni giorno, perfino la Caritas tempo fa ha lanciato un appello perché, visto che il numero dei poveri è in costante aumento, non riescono più a garantire i pasti, c’è gente che non ha nemmeno il pane, che soffre la fame e questi spendono 700 milioni di vecchie lire in…fotografie!

Si tratta di un progetto che risale al 2007 per conto dell’ISRE, Istituto superiore regionale etnografico. Le foto sono state scattate, dicono, da professionisti di “chiara fama” e, fino ad oggi, sono rimaste custodite negli archivi dell’Istituto.   L’ex direttore generale si giustifica così: “Non ci hanno dato soldi per fare mostre o un catalogo: visti i risultati, un investimento forse sbagliato.“. Non mettiamo in dubbio che i fotografi fossero di “chiara fama”, né che si sia trattato di un “investimento sbagliato“, non sarebbe il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo.

Sembra strano, tuttavia, che si spendano tanti soldi senza prevedere un utilizzo del materiale. Anzi, ad essere sinceri, sarebbe strano in un paese normale. Da noi, dove la serietà, la capacità e la competenza degli amministratori sono un optional, non è per niente strano; anzi è la regola. Ma, soprattutto, ci chiediamo, e se lo chiedono migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi, che bisogno c’è di sprecare 350 mila euro (700 milioni di vecchie lire) per fotografare pecore al pascolo, vecchiette intente a cucire, angoli pittoreschi di paesetti dell’interno e feste paesane, quando ci sono centinaia di migliaia di sardi che sono in povertà totale e devono mangiare alla Caritas? A quanto pare, per i nostri geniali amministratori, più che aiutare i poveri e dargli da mangiare, conta fotografarli. Magari creperanno di fame, però, prima o poi, finiranno in una mostra etnografica. Anche queste sono soddisfazioni.  Questione di punti di vista.

Dis-integrazione

Vogliono distruggere l’occidente, scardinarne l’ordine sociale, sconvolgere usi, costumi e tradizioni, annullare cultura e religione. E per raggiungere lo scopo  hanno messo in atto da anni una strategia scientifica con l’appoggio di esaltati, rivoluzionari di borgata, ingenui buonisti, cattolici in stato di confusione mentale, politici nostalgici cresciuti a pane e marxismo, terzomondisti di professione, speculatori che lucrano sull’accoglienza degli immigrati e malavita che li sfrutta col lavoro nero. Con l’appoggio determinante dei media schierati apertamente a favore di una società multiculturale, multietnica, multireligiosa, aperta all’accoglienza di tutti i disperati del mondo. Intellettuali, stampa, Tv, cinema, letteratura, tutto un mondo di persuasori più o meno occulti  o apertamente schierati e militanti per la giusta causa:  lo sfacelo economico, religioso e morale dell’Occidente.

Ed ecco il risultato. La tanto sbandierata “integrazione” (fallita in tutta Europa, insieme al multiculturalismo) è un boomerang di cui stiamo pagando le conseguenze. Questa notizietta, riportata oggi sul Corriere on line, è più illuminante di mille discorsi: “In una scuola materna di Padova su 66 bambini di una scuola materna solo una è italiana.”.  E non è il solo caso. Anzi, sta diventando la norma. Domanda: chi deve integrarsi con chi?

Ancora sul Corriere di oggi, poco sotto la notizia precedente, ecco un’altra conferma dell’invasione pacifica (per il momento) dell’Italia da parte di immigrati dell’est Europa, dell’Africa e dell’Asia: “Baranzate, il comune più multietnico d’Italia“. Su 11.000 abitanti, 3.000 sono stranieri. Di questo passo, fra non molto (è solo questione di tempo) dovremo cominciare ad occuparci seriamente di integrazione: l’integrazione degli italiani (che nel frattempo saranno diventati minoranza) con la maggioranza di stranieri. Ma questo sarebbe il male minore. In realtà, non si parlerà nemmeno più di integrazione,  perché a quel punto sarà già in atto la irreversibile, tragica, totale  e definitiva Dis-integrazione del mondo occidentale.

Questo è il messaggio che lanciano, sempre più apertamente, i fanatici islamici che predicano la jihad, la guerra santa, contro l’Occidente. E per  dimostrare che non sono minacce vuote, basta guardare ciò che sta succedendo in Iraq ad opera di fanatici dell’Isis che minacciano di portare il terrorismo direttamente in casa nostra. E le minacce dell’Isis non sono come le promesse di Renzi, che servono solo a riempire le pagine dei quotidiani con battute e slogan. Quelli sono pazzi sul serio. Ma noi, siamo buoni, siamo accoglienti, non crediamo nemmeno agli sgozzamenti in diretta, alle stragi di cristiani. Noi apriamo le porte a tutti ed accogliamo a braccia aperte migliaia di immigrati (in gran parte musulmani). Anzi, per favorire l’arrivo, lanciamo operazioni Mare nostrum, mandiamo in mare mezzi e uomini della Marina (che ci costano l’ira di Dio, ma noi per accogliere i migranti ci togliamo il pane di bocca) ed andiamo a prenderli direttamente alla partenza,  in acque libiche. Così non corriamo il rischio che ce li freghino i greci, tunisini, maltesi  o spagnoli. Sono una “preziosa risorsa“, come dicono la Boldrini, la Kyenge e tutte le anime belle di casa nostra. E come se non bastasse, ricordiamo che sono “nostri fratelli“: lo dice il Papa. Amen.

Vedi

– “Ipocrisia di Stato“.

– “Bollettino di guerra (Preziose risorse)”

Riforme e tagliatelle

Appena nominato premier, Matteo Renzi annunciò l’elenco delle grandi riforme per cambiare l’Italia. La prima della lista era la riforma della scuola, al fine di valorizzare le competenze e la professionalità degli insegnanti e combattere il fenomeno del precariato. La prima cosa che mi venne in mente allora fu che forse partiva dalla scuola perché il problema lo toccava da vicino in quanto la moglie era una “insegnante precaria“. Forse se la moglie avesse svolto un’altra attività avrebbe annunciato la riforma di quel settore ed avrebbe trovato anche la giustificazione. Che so, se avesse avuto una palestra, avrebbe proposto una grande riforma sociale per migliorare le condizioni atletiche degli italiani come rimedio alle malattie ed alle spese sanitarie. Sembra una battuta, ma questo, solitamente, è il metodo usato dai governanti per realizzare l’interesse privato facendolo passare per utilità pubblica. Il bello è che il giochino riesce quasi sempre e la gente è fessa e contenta.

Oggi, però, a proposito dell’annunciata riforma della scuola della ministra Stefania Giannini, in questo articolo “Riforma della scuola, come cambia l’esame di terza media e maturità“, leggo questa notizietta: “Con l’aiuto della moglie di Matteo Renzi, Agnese, che fa la prof, il ministro Giannini avrebbe preparato, secondo Corrado Zunino, un fascicolo che andrà approfondito e magari anche rivisto dopo l’approvazione della riforma contrattuale.”.

Oh, perbacco. Oltre a promettere una riforma al giorno (la domenica si riposa), il nostro sbruffoncello toscano, detto  “il Bomba” per la sua abitudine di spararle grosse fin da ragazzo,  tutto slides e chiacchiere, deve aver introdotto, grazie alla sua fervida fantasia, anche un nuovo metodo di lavoro per i ministri. Le proposte di legge e le riforme non si faranno tenendo conto del parere di esperti ed autorevoli esponenti dei vari settori, ma consultando familiari, amici e conoscenti. E’ una applicazione della spending review; valorizziamo le competenze dei parenti e risparmiamo qualcosa sulle consulenze. Geniale. Come se Berlusconi, per predisporre una qualche norma sulla tutela degli animali, si affidasse al parere di Dudù.

E così, la riforma della scuola si predispone con il parere della moglie Agnese. Forse si interpellerà anche una vecchia zia che faceva la maestra elementare, l’amica della colf che faceva la bidella ed un conoscente che fa piccoli lavoretti di  ristrutturazione nelle scuole della Toscana.

Un tipo deciso questo Renzi. Così sicuro di sé che dice di non prendere lezioni da nessuno. Lui sa tutto, può tutto, è una enciclopedia vivente, un pozzo di scienza ed una fucina di idee geniali. Al massimo si fa consigliare dalla zia, dal macellaio di fiducia, dal fornaio, dal barbiere di Rignano  o, per questioni particolarmente importanti come le grandi riforme, dalla moglie Agnese. Insomma, lui non ha bisogno di consigli, suggerimenti e pareri di esperti, non ha bisogno di rivolgersi a consulenti esterni, perché la mogliettina Agnese le grandi riforme gliele fa in casa; come le tagliatelle.

Vescovi, gay e ladri in chiesa

Gay e trans a scuola sì, vescovi no. Le recenti notizie circa lezioni sulle delizie della “diversità di genere” tenute dalla nostra trans nazionale ed onnipresente (Vedi “Luxuria in un liceo di Modena“), la distribuzione di opuscoli sull’amore omosessuale e lezioncine tenute dall’Arcigay sul sesso anale (Vedi: “Lezioni di sesso anale“), confermano la grande apertura  della scuola italiana verso la nuova didattica politicamente corretta che integra le normali materie scolastiche con altre iniziative più o meno attinenti alla formazione dei ragazzi. Spesso si tratta di iniziative molto discutibili, ma oggi, in tempi di “rottamazione“, tutto ciò che ricorda il passato sembra destinato a scomparire, sostituito da nuovi metodi, nuove ideologie, nuovi modelli educativi, nuova morale ed anche nuovi docenti. Ultimamente nelle aule scolastiche tengono  lezione fior fiore di…Fiorello, Jovanotti, Valentino Rossi, Checco Zalone, Vasco Rossi, e Luxuria!

In Veneto, però, succede che il vescovo abbia inviato una lettera alle scuole per annunciare la visita pastorale e chiedere conferma per concordare il calendario delle visite. E succede che la dirigente scolastica di un istituto di Brugnera abbia declinato l’invito, di fatto negando la disponibilità alla visita del vescovo (Vedi “La preside non vuole il vescovo a scuola“). Gay sì, preti no.

Questa è la nuova scuola italiana; Luxuria sì, il vescovo no. Dobbiamo rassegnarci, è il nuovo corso della società multietnica, multiculturale e multiconfusa. Già da qualche anno stiamo assistendo ad episodi di stravolgimento delle tradizioni e della cultura e delle consuetudini popolari, in nome di una generica necessità di integrazione con immigrati di ogni provenienza. Per non urtare la sensibilità dei “nuovi italiani” e per rispetto alla loro cultura, religione e tradizione, stiamo rinunciando alla nostra cultura ed alle nostre tradizioni. Stiamo abolendo  il Natale, i canti natalizi, il presepe ed anche l’alberello; per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani. In Europa hanno abolito direttamente la festa; non si chiama più Natale, ma “Festa d’inverno“, per non offendere i musulmani (vedi “Auguri di stagione“)..

In omaggio alle “nuove famiglie“,  composte non più da un uomo e una donna, marito e moglie, ma da due uomini o due donne (oggi si usa così, ma non mettiamo limiti alla provvidenza, potrebbe arrivare anche la poligamia),  in alcune scuole, quest’anno, hanno abolito perfino la festa del papà, per rispetto a quei bambini che invece che avere un papà ed una mamma (ormai la coppia normale è anacronistica, fuori moda) hanno due mamme (Abolita la festa del papà per non turbare l’alunno con due mamme”).  Non hanno risolto, però, un problema: se un bambino ha “due papà” o “due mamme” cosa deve fare? Deve festeggiare per due giorni di seguito, uno per ciascun papà o ciascuna mamma? Oppure due papà o due mamme, essendo dello stesso “segno”, algebricamente si annullano e, quindi, è come non averli, non si fa nessuna festa e addio torta? Oppure eliminiamo direttamente il 19 marzo, festa di San Giuseppe, dal calendario? Ma San Giuseppe era il genitore 1 o il genitore 2 di Gesù?  Mistero evangelico.

Infatti, per compiacere le coppie gay e lesbo, hanno abolito perfino i termini “padre e madre“, sostituiti con “genitore uno e genitore due” (La scuola abolisce padre e madre). Così si evitano imbarazzanti riconoscimenti di mamme con la barba e papà con le tette.  Fra poco, per adeguarci alle nuove disposizioni politicamente corrette, anche i “Dieci comandamenti” saranno modificati. Non si dirà più “Onora il padre e la madre“, ma “Onora il genitore uno e il genitore due“. Visto che ci siamo sostituiamo anche le feste comandate con un  Gay pride settimanale (come il sabato fascista) ed il VI° comandamento, che vieta gli atti impuri ed è difficile da rispettare, lo aboliamo direttamente: cassato. Il problema si pone con il “Padre nostro che sei nei cieli…”. Come dovremo chiamarlo; genitore uno o genitore due? Misteri teologici. Gli italiani devono farsene una ragione. Questo è il futuro che ci aspetta. Ed il cambiamento lo stanno già attuando proprio nelle scuole, dove le menti dei ragazzi sono più facilmente plasmabili. Ormai a scuola possono andare tutti a tenere la loro lezioncina, purché siano politicamente corretti: Luxuria e l’Arcigay sì, il vescovo no. (Vedi “Mamme, babbi e bebè“)

E’ la scuola moderna. Pian piano hanno cambiato i programmi, hanno eliminato materie, hanno inserito nuove discipline. Hanno eliminato il latino, perché ormai inutile. Hanno eliminato lo studio delle poesie a memoria perché sforza inutilmente la debole mente dei ragazzi. Hanno eliminato lo studio di nomi, date, eventi, formule, perché considerato “inutile nozionismo“. Vogliono abolire la geografia, la filosofia (Abolire la filosofia?) e, sembra, anche la storia dell’arte. Nel Paese che, secondo le stime ufficiali, detiene circa il 60% del patrimonio artistico mondiale, vogliono abolire lo studio della storia dell’arte. Roba da ricoverarli in manicomio, se non li avessero chiusi. Poi i risultati della nuova didattica possiamo constatarli ogni giorno, leggendo i giornali, guardando la televisione, leggendo i commenti dei lettori sui siti in rete. Si fa scempio della lingua italiana. E’ ignoranza pura e semplice, ma si giustifica qualunque arbitrio con la necessità di adeguare la lingua alla comunicazione moderna, più popolare, veloce e condizionata dalla tecnologia e dall’assimilazione di termini, specie inglesi, entrati ormai nel linguaggio comune. Il gergo ed il dialetto diventano così linguaggio letterario usato ed abusato anche da esimi professori, giornalisti, scrittori ed opinionisti televisivi da mercato rionale. Ma questi sono i tempi e bisogna adeguarsi.

Furto sacrilego.

Ecco un piccolo esempio delle conseguenze di una scuola “fai da te” ormai allo sbando. Notizia vista stamattina nella prima pagina della più importante agenzia di stampa italiana, l’ANSA. Nell’occhiello leggiamo “Padre Cantalamessa sferza gli amministratori che rubano, durante la celebrazione della Passione in San Pietro, presieduta da Bergoglio.”. Ad una lettura veloce sembra tutto regolare. Ma non lo è. La proposizione principale, escludendo l’inciso in rosso, sarebbe questa: “Padre Cantalamessa sferza gli amministratori che rubano…presieduta da Bergoglio“!  Che vuol dire? Non ha alcun senso logico. Una vera perla, una castroneria da finire a pieno titolo in una antologia umoristica. E non basta, perché l’inciso, evidenziato in rosso, se la sintassi ha ancora un valore, va riferito e collegato al termine che lo precede immediatamente; ovvero, agli “amministratori che rubano“. In conclusione il senso di quella frase è che, mentre padre Cantalamessa tiene la sua predica, gli amministratori rubano durante la cerimonia. Un vero furto sacrilego.

Si potrebbe pensare, tanto per trovare una giustificazione, che l’errore sia dovuto alla necessità di concisione del titolo. Allora entriamo nella pagina (Predicatore Papa…) e vediamo cosa dice il testo dell’articolo. Comincia così: “Il predicatore pontificio, padre Cantalamessa, sferza gli amministratori che rubano durante la celebrazione della Passione…”. Cambiata la costruzione della frase ed eliminata anche la virgola dopo “rubano”, che potrebbe lasciare qualche dubbio interpretativo, non ci sono più dubbi, il significato è quello: “gli amministratori rubano durante la celebrazione...”.  No, non si tratta di errore casuale, è proprio una evidente questione di incompatibilità genetica fra il redattore e la sintassi. Niente di straordinario, si legge anche di peggio.

Ho la sensazione che il cronista che ha scritto questa notizia sia lo stesso che inciampa spesso e volentieri sulla sintassi. Ecco due esempi presi sempre dall’ANSA: “Vivisezione umana” e “Pubblicità progresso: les liaisons dangereuses“. Che siano tutti opera dello stesso autore? Sembrerebbe proprio di sì. E’ una specie di marchio di fabbrica.

Ma l’ANSA non è il solo sito ad avere redattori che usano un linguaggio casual. Strafalcioni anche peggiori di questi si leggono ogni giorno sui vari quotidiani. Sarà colpa dello stress, dei tempi sempre più ristretti per garantire l’informazione in tempo reale, delle news sparate senza accertare la fondatezza, della necessità di riempire gli spazi della pagina. Sarà, ma forse è anche colpa di una scuola che  offre una preparazione superficiale e, per garantire a tutti la prosecuzione degli studi, chiude un occhio, e spesso anche due, sulla preparazione degli alunni e promuove tutti. E le conseguenze le vediamo, purtroppo.

 Vedi anche…

Di chi è l’ombrello?

Dubbi sintattici

Cacofonia mediatica

Mani, cervelli e cronisti

Ma non ci sono solo gli svarioni sintattici e la superficialità di cronisti che scrivono con i piedi. C’è anche di peggio. Ci sono pezzi da prima pagina scritti da autorevolissimi professori che lasciano  senza parole per la loro banalità ed inconsistenza. Ecco uno splendido esempio di questo tipo di editoriali: “Donne, uomini, erotismo ed altro“.

Buona Pasqua a tutti, finché c’è ancora. Sì, perché, prima o poi, sempre per non turbare i non cristiani, dopo aver abolito il Natale, aboliranno anche la Pasqua. Che bella la società multietnica…

Renzinate bucoliche

Ogni giorno il Bomba ne deve sparare una, altrimenti va in crisi di astinenza da cazzate. Oggi, per esempio, nei titoli di apertura in rete si poteva leggere una frase pronunciata in un convegno elettorale a Torino: “La sinistra che non cambia diventa destra“. Bella frase, vero?  Non vuol dire niente, ma è bella, suona bene e sembra un geniale aforisma partorito  da un grande pensatore. Un po’ ambigua, sibillina e criptica, però di sicuro effetto, specie fra i gonzi che si nutrono di slogan, di battute e confondono i programmi di governo con le promesse elettorali e la politica con l’umorismo.

Ora, però, non state a chiedervi cosa vuol dire, non siate impertinenti. Spararle grosse non significa che poi deve anche spiegarne il significato. Basta spararle (ha regolare porto d’armi) e se la gente le prende per buone il gioco è fatto; si può anche farsi passare per grande leader e perfino diventare presidente del Consiglio.

Renzi, l’uomo che non dice niente, ma lo dice con convinzione. Renzi, ovvero, quando la caricatura è più credibile dell’originale. Renzi, l’uomo così esageratamente sbruffone che sembra la parodia di se stesso.  Renzi, in confronto a lui il Miles gloriosus era un esempio di modestia. Renzi, che quando parla fa lo stesso effetto del vecchio confetto Falqui “basta la parola“; un lassativo naturale! Renzi, il falso d’autore che sembra vero!

Chissà se le sue sparate il Bomba le pensa la notte oppure le trova già fatte nel prontuario delle cazzate in dotazione di serie ai rottamatori e sfasciacarrozze rampanti del PD. Dice ancora: “Se non siamo capaci di restituire dignità sociale alla scuola, il Pd non ha senso“. E per illudere gli italiani ormai al limite della sopravvivenza afferma: “Quest’anno non ce la facciamo, ma il 2015 sarà l’anno in cui interverremo sulle pensioni sotto i mille euro” (sì, campa cavallo…). Beh, certo, mica si può fare tutto. Intanto diamo 80 euro (forse) a chi ha già un lavoro ed uno stipendio, agli altri che non hanno né stipendio, né lavoro, né pensione, penseremo l’anno prossimo (forse). Basta aspettare e sperare di essere ancora vivi.

Ma non basta, perché grazie alla sua fervida fantasia, una ne dice e cento ne pensa. Eccone un’altra fresca fresca, sparata a Torino e ripresa come titolo dal Corriere on line: “Da maggio con la ruspa nella pubblica amministrazione“. La ruspa la tiene parcheggiata nel cortile interno di Palazzo Chigi, vicina alle auto blu, pronta ad iniziare l’opera di demolizione. I dipendenti pubblici stiano attenti ai detriti ed alla polvere, potrebbe  creare problemi polmonari.

Ed infine, sempre a Torino (si vede che la Mole lo ispira), un’autentica perla, questa: “Bisogna tornare a zappare…”. Sì, proprio così…tornare alla terra. Dice: “Oggi ci sono fiction su tutto, fuorché sull’agricoltura...”. Beh, certo, ecco cosa manca all’Italia per superare la crisi economica, rilanciare l’economia e creare posti di lavoro; una bella fiction in TV sulle delizie della vita in campagna. Poi, magari, anche una riedizione di “Heidi, ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao...”.

Vuoi vedere che il nostro Bomba tuttofare, dopo essersi dedicato con successo alla rottamazione ed aver avviato una attività edilizia di demolizioni, adesso si mette a fare anche il programmista TV e rottama anche la televisione? Via, chiudiamo gli studi.  Giornalisti, attori, costumisti, ballerine, macchinisti, cameramen, truccatrici, conduttori, tutti fuori in campagna, a cercare funghi, cicoria, coltivare patate, rape  e cavoletti di Bruxelles (come prova di europeismo convinto, così rassicuriamo Hollande e Merkel; meglio tenerseli buoni). Che animo bucolico ha questo ragazzo! E che fantasia, che grinta, che inventiva, che energia e… che palle (le nostre)!

Ma chissà perché a zappare, esponendosi  a tutte le intemperie possibili e “godere” delle delizie della vita agreste, devono andare gli altri, mentre lui e tutta la congrega di politici si “sacrificano“, per il bene del Paese, a stare in città  nei lussuosi, caldi ed accoglienti palazzi del potere. Misteri renziani.

 “Se vuoi goder la vita vieni quaggiù in campagna…“, cantava Beniamino Gigli. E concludeva “Torna al tuo paesello, ch’è assai più bello della città…”, Ecco, Matteuccio bucolico, segui il consiglio, torna al tuo paesello ch’è tanto bello, a Rignano sull’Arno o a  Pontassieve (è indifferente). E restaci. Farebbe tanto bene alla tua salute; e anche alla  nostra.

Beniamino Gigli, insieme alla grande Emma Grammatica (la pianista), in una scena del film “Mamma” del 1941, canta “Se vuoi goder la vita”.

 

L’acqua calda

Ieri, ricevendo una rappresentanza di studenti al Quirinale, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, il presidente Napolitano ha detto “Ognuno faccia la sua parte“. Ha aggiunto che finché c’è vita c’è speranza, chi la fa l’aspetti e non esistono più le mezze stagioni. Ha concluso con un prezioso consiglio, ricordando che se si mette sul fuoco una pentola con dell’acqua e la si lascia riscaldare si ottiene l’acqua calda. Maggioranza e opposizione hanno espresso vivo apprezzamento per le sagge parole del Presidente.