Non è satira

Santoro; che brava persona. “Com’è buono lei“, direbbe Fantozzi. Cerca un killer per uccidere Salvini.

santoro mani

Lo fa  per difendere l’amico vignettista Vauro che, sul sito dello stesso Santoro (fanno tutto in casa, le tagliatelle, la pizza, la satira, così risparmiano, forse dividono le spese). La strana coppia: Santoro scrive cazzate, Vauro le disegna. Devono essere una di quelle coppie moderne, quelle arcobaleno, le “coppie di fatto” che oggi vanno tanto di moda: mamme con barba e  baffi, papà con le tette e otto nonni assortiti, fra cui anche due trans brasiliani: oppure un giornalista ed un vignettista; o ancora ex comunisti ed ex democristiani (dicono che hanno le stesse radici e vogliono le stesse cose. Boh!?). Dicono che per giustificare un nucleo familiare basta che ci sia l’amore…dicono; quindi va bene anche la pedofilia e l’incesto o l’unione con una scimmia o una capra, o varie combinazioni possibili. L’importante è che ci sia l’amore “Amor, ch’a nullo amato amar perdona“, diceva il Poeta. Ah, l’amore! In questo caso, però, a tenere unita la coppia non è l’amore, ma l’odio verso un nemico comune (nemico, populista, razzista e fascista è chiunque non la pensi come loro).

Sotto, un esempio di nucleo familiare in posa per la classica foto ricordo. Quello seminascosto alle spalle del gruppetto si sente un po’ isolato, messo da parte, emarginato. Infatti sta pensando di creare un’associazione (una più, una meno, col sostegno dell’Arcigay, della lobby Lgbt e della Boldrini) per combattere le discriminazioni: “Tutte le scimmie nascono uguali“, è il suo motto. Si vede che non ha mai letto “La fattoria degli animali” di Orwell; saprebbe che non è vero che tutti gli animali sono uguali; lo dicono i maiali.

scimmie gruppo

 

Bene, Vauro, con il suo solito raffinato umorismo, si direbbe “humor inglese“,  aveva scritto un pezzo dal titolo “Sette modi per uccidere Salvini”. Salvini, che non ha trovato la “sparata” propriamente esilarante, ha risposto brevemente su Twitter “Sette modi per uccidermi. Se questo squallido personaggio pensa di essere divertente… No, direi che fa proprio schifo.“.  Affermazione che, evidentemente, è molto più grave e offensiva di quella di Vauro. Ecco perché ha provocato la dura reazione di Santoro che si è sentito in dovere di rispondere per difendere il suo Trottolino amoroso “du du da da da…) con il quale condivide la sua casa web. Minacce, istigazione alla violenza? Ma no, è un pezzo satirico.  Se queste cose le facesse la destra sarebbero già incriminati ed in galera. Se, però, le stesse cose le fanno e le dicono a sinistra, non è reato. Gli insulti e le minacce, anche di morte, dei comunisti sono solo umorismo e satira.  Pensate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse scritto “Cercasi killer per uccidere Laura Boldrini“. Sarebbe già nelle patrie galere, in isolamento. Santoro; che faccia da… Santoro; basta la parola, solo la faccia è un insulto vivente! Volete insultare e offendere qualcuno? Non usate i soliti epiteti, siate originali: ditegli che ha una “faccia da Santoro”; il massimo dell’ignominia.

santoro salvini

Questo titolo “Cercasi killer” fa ridere? No, questa non è satira, non è umorismo, non è ironia. E non fa ridere, fa piangere. Ma bisogna ricordare che questi esemplari difettosi della specie umana  (non tutti vengono bene; ci sono sempre gli scarti di lavorazione) sono comunisti. E notoriamente i comunisti non brillano per l’ironia.

No, questo non è umorismo o satira, è odio. E’ solo odio di classe, odio verso l’umanità, verso gli avversari, verso chiunque non la pensi come loro, odio verso le religioni, verso la società, verso le istituzioni, odio verso tutto ciò he rappresenta i cardini su cui, da secoli e millenni, si fonda la nostra civiltà. E’ l’odio che i comunistelli hanno nel Dna, gli scorre nel sangue fin dalla nascita al posto dei globuli bianchi (hanno solo globuli rossi, quelli bianchi generano crisi di rigetto, sembra). Ecco cos’è: è astio, rancore, cattiveria, malvagità, odio allo stato puro espresso graficamente e camuffato da satira. Sono un cancro sociale. Per avere la conferma basta guardare le loro facce, specie quella di un noto disegnatore satirico di casa nostra. Indovinate chi. Diceva Leo Longanesi: “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano quelle idee.”.  Ha ragione Salvini: fanno schifo.

Vauro vignetta salvini

Vedi “Vauro, che faccia da…

Alcuni post sulla Satira.

Sanremo; festival di regime

Comincia il festival di Sanremo, che non guarderò. Sarà la solita passerella di pseudo cantanti e intrattenitori militanti che fanno propaganda politica mascherandola da intrattenimento, spettacolo, satira. Tra le presenze c’è Virginia Raffaele, che ultimamente riscuote un buon  successo. Anni fa, alle sue prime apparizioni in TV, le dedicai questo post del 2013 “Satira monotematica” sulla comicità e satira a senso unico del mondo dello spettacolo. Da allora non ho cambiato idea su questa “comica e sulla Compagnia di giro”. Ecco cosa scrivevo:

Satira monotematica (2013)

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello, che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore? Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele.

Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Però lei, con un trucco pesantissimo riesce a renderle orribili. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere brutta. Spiegato il mistero.

virginia-raffaele
Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito? (Nota. Diceva Virna Lisi a proposito del mondo dello spettacolo, “Se non sei di sinistra non lavori“).

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre la stessa compagnia di giro. Li trovi ovunque ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata. Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio, che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.
E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“ (vi si riconoscono, fra gli altri, Umberto Eco, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari)

salone-del-libro

P.S.

Quest’anno non sarà molto diverso. Musicisti che, persa ormai ogni capacità di inventarsi qualche novità,  continuano a cantare la stessa canzone da 40 anni, ma non se ne rendono conto. Cambiano solo le parole, la musica è la stessa, la solita lagna.

A proposito, ecco alcuni vecchi post sul festival e dintorni:

Sanremo, polemiche (2004)

Bonolis, la fatina bionda e du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Sanremo, big e tubi (2012)

Sanremo, un rospo in carrozza (2013)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Sanremo bazar, c’è di tutto, anche musica (2016)

Sanremo e i riti collettivi (2017)

Facce da festival (2018)

Satira sinistra

Anche la satira non è tutta uguale; dipende. Nei giorni scorsi ha fatto notizia ed è finita sulle prime pagine dei giornali, la foto di un maiale che frugava tra i rifiuti nel quartiere Romanina, nel centro di Roma: “Il maiale di Roma; botta e risposta Meloni-Raggi.”. Sembra che quel maialino sia di un componente della famiglia Casamonica e che abbia il vizio di scappare dal recinto in cui viene custodito. Nella zona tutti lo conoscono e non fa notizia; ma viene usato come simbolo del degrado romano e, naturalmente, alimenta le polemiche politiche. Ieri al programma Di martedì condotto da Giovanni Floris, il comico (?) Gene Gnocchi, mostrando quella foto ha voluto dare un nome e cognome al suino ed ha affermato, suscitando la solita risatina idiota del conduttore: “Si chiama Claretta Petacci.“, la donna che ha avuto l’unica colpa di essere l’amante di Mussolini, stargli vicino fino all’ultimo e condividerne la tragica fine; ammazzata dai partigiani comunisti ed appesa a testa in giù a piazzale Loreto.

Ora, la cosa più facile è fare il solito discorsetto sulla doppia morale della sinistra che, anche quando fa satira, applica due pesi e due misure. Se un comico facesse un’allusione del genere su una donna di sinistra, mostrando una scrofa e chiamandola col suo nome (pensate se avesse mostrato il maiale ed avesse detto che “Si chiama Laura Boldrini o Emma Bonino, o Raggi, o una a caso delle belle statuine del PD…“, si leverebbero alti lamenti delle prefiche femministe che chiederebbero pesanti sanzioni sul malcapitato comico, accusandolo di tutti i reati possibili. Interverrebbe scandalizzata Laura Boldrini (quella che ha l’indignazione facile quando toccano donne di sinistra, ma quando offendono donne di destra è distratta, o non c’è, o se c’è dorme), tutto l’intellettualismo sinistro, ci sarebbero cortei di protesta e fiaccolate di solidarietà alla donna offesa. Forse interverrebbe anche l’Agcom, l’Ordine dei giornalisti, l’Arcigay (quelli intervengono sempre) e l’associazione Casalinghe disperate. Se però lo fa un comico (?) di sinistra è semplicemente spettacolo, intrattenimento; è satira (il vignettista Vauro ha fatto scuola anche in questo con le sue “Vignette sismiche“).

E la satira, questo è da tener presente, può essere solo di sinistra. La satira di destra non esiste e se qualcuno ci prova va incontro a guai seri (Forattini ne sa qualcosa: “Satira libera; dipende“). Ne sa qualcosa anche Fabio Ranieri, segretario della Lega nord dell’Emilia Romagna, condannato ad un anno e 3 mesi di reclusione ed a pagare 150.000 euro di danni  per “diffamazione aggravata da discriminazione razziale”, per aver pubblicato un fotomontaggio che, in questo caso, secondo i nostri ineffabili giudici,  non è satira“.

La rete è piena di fotomontaggi sui politici. Su Berlusconi, in 20 anni, altro che fotomontaggi; per sbeffeggiarlo e ridicolizzarlo in tutti i modi possibili hanno scritto canzoni (Daniele Silvestri), un centinaio di libri, testi teatrali, film (ricordate Draquila, Viedocracy, o Il caimano di Moretti?) e le imitazioni che per anni Sabina Guzzanti ha fatto di Berlusconi sulla TV di regime, programmi di satira (Uno per tutti “L’ottavo nano“) che ne facevano il personaggio principale, se non unico, della satira usata come arma politica (“Parla con me” del duo Dandini-Vergassola era il modello da seguire), Fra le definizioni più gentili  lo hanno paragonato ad un “cancro della politica” (Vendola), e “serpente a sonagli” (Di Pietro alla Camera), nonché rivendicare il diritto di odiarlo ed auspicarne la morte (Marco Travaglio). Ma quella è satira o, al massimo, dialettica politica e libertà di espressione e di stampa che deve essere completamente libera e priva di regole e censure (purché abbiate la tessera giusta). Guai però ad usare gli stessi metodi con la sinistra; la libertà di espressione, per miracolo, si trasforma in razzismo, calunnia, diffamazione. Su questa curiosa interpretazione scrivo da anni, riportando i casi più evidenti di questa insopportabile doppia morale. Uno per tutti: “Satira da morire“, in cui riporto anche un vecchio post del 2006 “Si può ridere dei musulmani?“.

Giusto per fare un altro esempio pratico, basta ricordare che il leghista Calderoli, per aver detto in un comizio che quando vede Cècile Kyenge pensa ad un orango, è stato querelato ed ha dovuto pagare i danni. Stessi guai ha passato Mario Borghezio il quale ha dovuto pagare danni per 50.000 euro. Guai a toccare personaggi di sinistra; sono come i fili dell’alta tensione. Se dici che Kyenge ricorda un orango è razzismo: e ne paghi le conseguenze. Se Gene Gnocchi paragona  Claretta Petacci a un maiale non succede niente; è satira. Chiaro? Non aggiungo altro; questi spregevoli e rivoltanti personaggi sinistri e sinistrati che hanno la faccia come il culo (e con quello ragionano) fanno schifo anche solo a parlarne.

Di seguito alcuni post su questo argomento e sulla strana morale della sinistra:

Libertà di satira e dintorni.

Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

Vignette sismiche

E’ satira

Satira da morire

Satira libera: dipende…

Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

Vauro e gli imam pedofili

C’è poco da ridere

Si può ridere dei musulmani?

Vignette sismiche

C’è un limite alla satira? Che è come chiedersi se c’è o deve esserci un limite alla libertà di espressione, quella per la quale tutti sono pronti a stracciarsi le vesti e fare appello all’art.21 della Costituzione. Guai a mettere paletti a quella libertà, si rischiano accuse pesanti, insulti e proteste. Eppure sono in tanti oggi ad essersi posti la domanda, dopo la pubblicazione da parte del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, di una vignetta che ha provocato reazioni indignate quasi unanimi.

Eccola la vignetta incriminata “Sisma all’italiana“. Giocando sull’appellativo di italiani “mangia spaghetti”  vede i terremotati come “penne al pomodoro e penne gratinate” quelli solo feriti, e come classiche “lasagne” i morti sepolti sotto strati di macerie. Sinceramente la trovo di pessimo gusto. Ma non mi sorprende più di tanto; non mi sento indignato, né scandalizzato, né offeso. La stupidità umana non merita tanta attenzione. Ma il clamore è stato grande su tutti i media, tanto che perfino l’ambasciata di Francia si è sentita in dovere di intervenire per dire che quella vignetta “non rappresenta assolutamente la posizione della Francia“: ci mancherebbe altro che rappresenti l’opinione comune del popolo francese.  Leggendo le varie reazioni si vede che mentre c’è un coro quasi unanime di persone indignate  che si sentono offese e vedono la vignetta come un insulto ai morti ed agli italiani, c’è anche chi invece difende la vignetta e l’autore, sempre in nome della libertà di espressione, trovando, o tentando di trovare, delle spiegazioni accettabili all’ironia discutibile dell’autore Felix. Il mondo è bello perché è vario, di dice. Infatti si può prendere un fatto qualunque, un evento tragico, un atto violento, o perfino terroristico, ma ci sarà sempre qualcuno che si discosta dall’opinione comune, giustifica l’ingiustificabile e trova scusanti ed attenuanti anche per i crimini più orrendi.

Ed è questo che mi sorprende, più che la legittimità o il valore della vignetta e quel tipo di satira molto discutibile. Mi sorprende sempre la diversa visione della realtà che porta ad esprimere sentimenti contrastanti. Ed ecco che la domanda “C’è un limite alla satira?”, rischia di non trovare risposta perché ci saranno sempre posizioni diverse e opposte. Ma comunque è almeno lecito porsi la domanda: “Fin dove può spingersi la satira?”. Già, ma la domanda bisognerebbe porsela prima, non dopo la pubblicazione delle vignette, perché dopo può essere troppo tardi. Come bisognerebbe chiedersi prima di scatenare una guerra se è giusta o meno, perché chiederselo dopo, piangendo sulle macerie, non avrebbe più senso. Ricordiamo ancora le reazioni violente suscitate  nel mondo arabo dalle “Vignette sataniche” pubblicate su un quotidiano danese nel 2005: manifestazioni di protesta davanti alle ambasciate, bandiere bruciate, chiese incendiate. Ma ancor più ricordiamo la più recente strage compiuta da terroristi islamici nella redazione parigina di Charlie Hebdo, a seguito della pubblicazione di altre vignette che ironizzavano su Maometto (Vedi “Satira da morire“).

Forse è meglio evitare di ironizzare su Maometto, anche perché i musulmani sono molto sensibili, per un niente gli animi si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco. Allora forse è bene riflettere un attimo e chiederci cosa è lecito e cosa non lo è. Dovremmo stabilire, una volta per tutte, dove comincia e dove finisce la libertà di espressione (e non solo quella di satira). Quando fecero l’attentato al grido di Allah Akbar, scesero tutti in piazza con i cartelli “Je suis Charlie” per difendere il diritto alla libertà di espressione e la satira libera.  Ci fu addirittura una imponente manifestazione a Parigi con la partecipazione di moltissimi capi di Stato, a braccetto in corteo, in segno di solidarietà alla redazione della rivista ed alla Francia ed a difesa della libertà di espressione.(Vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni“). Ma allora perché oggi si scandalizzano per le vignette di quel giornale per il quale sono scesi in piazza?

Ed ecco come oggi Felix ringrazia l’Italia per l’espressione di solidarietà al suo giornale ed approfitta della libertà di espressione per “esprimere” la sua riconoscenza agli italiani; con una vignetta oscena sui morti. Rivedremo nelle piazze d’Italia quei cartelli “Je suis Charlie“? Ne dubito perché anche la solidarietà è elastica; dipende dalle circostanze. Anzi, la solidarietà va benissimo, ma solo quando ci fa comodo. Anche la satira va benissimo, ma solo quando ridicolizza gli avversari. Anche la libertà di espressione va benissimo ed è sacra, ma solo quando ad esprimersi sono i nostri: se lo fanno gli avversari non va bene (VediEsercizio di libertà“). Diceva il Nobel per caso Dario FoLa satira deve essere libera e contro il potere“. Ma, ospite in una puntata di “Parla con me” del 2006, a Serena Dandini che gli chiedeva se si potesse fare satira contro la sinistra (era appena salito al potere Romano Prodi), rispose: “E’ pericoloso, è difficile e pericoloso“. Aggiungendo, a dimostrazione della grande “onestà intellettuale“, tipica della sinistra e di questo Nobel per sbaglio, che è difficile fare satira sulla sinistra perché il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla. Ecco, questa è l’idea di satira libera per i nostri giullari di regime; va bene solo contro gli avversari (specie, ovviamente, se contro Berlusconi, come hanno fatto per 20 anni tutti i comici di regime); sulla sinistra è meglio non farla, non la capiscono, dice Fo. Che a sinistra avessero qualche difficoltà a capire (e non solo la satira) lo avevamo già sospettato. Fo ce lo conferma.

Bisogna ricordare che, da sempre, la rivista Charlie Hebdo è vicina alle posizioni dell’estrema sinistra e che, quindi, la sua satira molto spesso prende di mira personaggi della parte politica avversa o della Chiesa. E quale sia il loro concetto di satira lo abbiamo constatato spesso, vedendo vignette irriguardose e blasfeme nei confronti della Chiesa e della divinità. Questa a lato ne è un esempio lampante.  Guai a ironizzare su Maometto, ma sulla Chiesa c’è ampia libertà di offesa (Vedi “E’ satira“). Eppure il Papa, che di solito ha le idee confuse, in merito alla strage di Parigi si espresse molto chiaramente, condannando sì la violenza, ma condannando  anche la eccessiva libertà di satira e quasi giustificando gli attentatori islamici che, secondo lui, avevano fatto una strage perché la rivista aveva offeso Maometto provocando la reazione dei musulmani. Abbiamo un Papa che condanna la violenza, ma la giustifica se è una reazione ad una vera o presunta offesa. Bergoglio ha una morale elastica; si allunga o si accorcia secondo i casi (Forse usa un Vangelo taroccato Made in China). Disse: ” Se qualcuno parla male della mamma, gli arriva un pugno in faccia“. Espressione che, comunque la si voglia interpretare, giustifica una reazione anche violenza ad un’offesa; alla faccia del porgere l’altra guancia.  Eppure su questa vignetta che offende non la mamma, ma Dio e la Trinità, Il Padre, il Figlio Cristo e lo Spirito Santo, non ha detto una parola. Forse per Bergoglio Dio si può offendere, ma la mamma no. Non c’è dubbio, ha una copia taroccata del Vangelo. Ecco due idee opposte sulla satira. Per Dario Fo deve essere libera (purché non sia contro la sinistra), per il Papa deve essere controllata per evitare che possa risultare offensiva e provocare reazioni violente. Mettetevi d’accordo (Vedi “Papa, ci sei o ci fai?”)

La vignetta di Felix è disgustosa, ma bisogna dire che anche Vauro, il nostro vignettista di regime, in quanto a fantasia macabra non è da meno. Ne diede dimostrazione con una vignetta sui morti a L’Aquila (Vedi “Vauro ride sui morti“), e con altre sul Papa e sul crocifisso (ma siccome Vauro è di sinistra, tutto gli è concesso). La conclusione è che abbiamo una strana idea di ciò che è bene e giusto, e non solo in fatto di satira: dipende, se ci conviene o no, se ci piace o no, se serve alla causa o no. Diceva Togliatti: “La verità è ciò che conviene al partito”. Questo è ancora il principio etico al quale si ispira la nostra cultura dominante, la politica, l’informazione e l’opinione comune: la verità è ciò che ci conviene. Facile, no? Ecco cosa trovo intollerabile. Non le vignette che possono essere più o meno offensive, ma lasciano il tempo che trovano. E’ intollerabile la doppia morale che approva o condanna gesti, azioni, parole, giudizi, non per il loro contenuto e significato, ma a seconda di chi li esprime. Succede questo quando si ha un’idea molto confusa della morale e si scambia la libertà col permissivismo più sfrenato e si pone alla base della democrazia e della convivenza sociale non la verità, l’etica e regole certe e valide per tutti, ma l’opinione e la convenienza personale. Succede che la filosofia, l’etica, la logica, l’estetica, non hanno più ragion d’essere e qualunque cretino ha diritto di parola; e di satira.

Ma questa non è satira. Non è nemmeno umorismo o ironia. E’ solo una maschera dietro la quale si nascondono per dissimulare la loro vera musa ispiratrice: l’odio. Questi sono comunisti; che si camuffino o si chiamino con altri nomi sempre comunisti sono e restano. E notoriamente i comunisti possiedono molte caratteristiche che li contraddistinguono, ma non brillano per l’ironia, non hanno un grande senso dell’umorismo. Quello che rappresentano è solo odio di classe, odio verso l’umanità, odio verso chiunque non la pensi come loro, odio verso gli avversari politici, odio verso le religioni, verso la società, verso le istituzioni e chi le rappresenta. E’ l’odio atavico che i comunistelli hanno nel Dna, gli scorre nel sangue fin dalla nascita al posto dei globuli bianchi (hanno solo globuli rossi, quelli bianchi generano crisi di rigetto). Ecco cos’è: è odio allo stato puro espresso graficamente e camuffato da satira. Per avere la conferma basta guardare la faccia di un noto disegnatore satirico di casa nostra che appartiene a quella stessa specie di iena ridens gallica. Indovinate chi.

Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

E’ satira

Charlie Hebdo, per ricordare l’attentato di un anno fa, esce con una edizione speciale con questa vignetta in copertina.

Un anno dopo, l’assassino è ancora libero“, dice. La vignetta  mostra chiaramente il Dio biblico, come viene spesso rappresentato nella iconografia classica, che scappa armato di mitra. Ora, tutti sanno che gli attentatori erano musulmani che hanno fatto la strage al grido di “Allah è grande”. Se proprio volevano attribuire la strage ad un dio, avrebbero dovuto raffigurare Allah o, al massimo il suo profeta Maometto. Ma evidentemente, preferiscono non provocare ulteriormente i troppo suscettibili musulmani; così invece che Allah, raffigurano il Dio cristiano. Vanno sul sicuro, sanno bene che i cristiani sono buoni, perdonano, porgono l’altra guancia e, quindi, non scateneranno nessuna vendetta. Qualcuno oggi ha scritto che in questa vignetta hanno raffigurato “un dio generico“. Altri sostengono che quel triangolo sulla testa sia il simbolo massonico. E no, caro cronista distratto, e cari commentatori ugualmente distratti, quello non è un dio generico, e se è vero che è “anche” un simbolo massonico, non lo è in questo caso, è la classica icona che rappresenta il Dio biblico.

La conferma l’abbiamo in un’altra vignetta della stessa rivista nella quale il triangolo che racchiude un occhio rappresenta, come sempre nelle raffigurazioni sacre, lo Spirito santo. La spiegazione è che quella rivista da sempre è schierata all’estrema sinistra e, come tutti i compagni sinistri, hanno un occhio di riguardo per la Chiesa e ne fanno il bersaglio preferito della satira. Un altro degno compare di questa congrega di umoristi a senso unico è il nostro vignettista Vauro. Da noi, come nell’intera Europa, per un ipocrita senso di rispetto verso l’islam, stanno stravolgendo le tradizioni, si attacca la Chiesa in tutti i modi, si cancella il Natale, si vietano canti e simboli religiosi, si annullano presepi ed alberi, si evita qualunque riferimento sacro “per non urtare la sensibilità dei non credenti” (leggi musulmani). Guai a provocarli, sono molto sensibili. Ma nessuno, stranamente, si preoccupa della sensibilità dei cristiani.

Meglio prendersela con la Chiesa, il Papa, i cristiani. Infatti la rivista satirica francese lo fa spesso e volentieri. Ecco a lato un’altra vignetta in cui raffigura la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo (in forma di triangolo con l’occhio al centro), visti con l’occhio della satira. Anche questa non ha suscitato nessuna protesta, nessuna reazione, nessuno scandalo. E nessuno si chiede se questa vignetta possa risultare offensiva, blasfema e possa urtare la sensibilità dei cristiani. No, i cristiani si possono insultare e sbeffeggiare tranquillamente, tanto sono tolleranti, buoni e perdonano sempre. E’ una curiosa interpretazione della satira e della libertà di pensiero. Me lo chiedevo nel post “Satira da morire” di gennaio scorso, e già 10 anni fa nel post “Si può ridere dei musulmani?”, ed in altri post dedicati a questo mistero della libertà di satira: “Satira libera, dipende…”, “Vauro e gli imam pedofili“, “C’è poco da ridere“, ed altri. E’ un aspetto della comunicazione che tratto spesso perché è un esempio chiarissimo dell’ipocrisia e della doppia morale dei mezzi di comunicazione e della cultura dominante del pensiero unico politicamente corretto.

E’ un enigma irrisolto dell’applicazione del principio della libertà di espressione, e di satira, garantita dalla nostra Costituzione; quella più bella del mondo, ma solo quando e se fa comodo. Chissà perché fare ironia sul Corano e su Maometto è mancanza di rispetto per i musulmani,  mentre insultare la Chiesa, sbeffeggiare i cristiani, usare immagini e linguaggio blasfemi, è espressione della libertà di pensiero.  Ridere dei musulmani è islamofobia, oltraggiare Cristo, la Chiesa ed i cristiani è satira. Mah, misteri della fede.

Parigi, day after bis

Come scrivevo due giorni fa nel post “Parigi e le stalle chiuse“,  da due giorni non si parla d’altro che della strage di Parigi. Praticamente i canali televisivi trasmettono, mattina pomeriggio e sera.,  lo stesso talk show a reti quasi unificate, e si ha l’impressione che gli ospiti (più o meno sempre le stesse facce che saltano da uno studio all’altro) praticamente bivacchino negli studi televisivi. E se ne sentono di tutti i colori. Analizzare i loro discorsi sarebbe lungo e noioso, visto che si ripetono come messaggi da segreteria telefonica. Ormai fanno più pena che rabbia. Ma ciò che lascia stupiti è il fatto che queste tragiche circostanze diano la possibilità a chiunque di esprimersi e di dire le sciocchezze più mastodontiche (e spesso autentiche cazzate madornali, tanto per usare un eufemismo), condite con una buona dose di ipocrisia e rispettose della disciplina di partito, di sagrestia o di moschea, e che tutto sia giustificato dal pluralismo e dalla libertà di espressione. Allora mi viene in mente un post di gennaio scorso, subito dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Tanto vale riproporlo per intero, senza cambiare una virgola, perché si adatta perfettamente, purtroppo, anche a questo secondo  “day after” parigino. Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris“, non è cambiato quasi niente: cambia  solo lo slogan ed i nomi dei morti. Ma la Francia e l’Europa, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione. Dopo ogni tragedia, come la strage di Charlie Hebdo o l’esplosione di violenza devastatrice nelle banlieue parigine,  si fanno dichiarazioni di circostanza, cortei, fiaccolate, solita passerella di autorità che esprimono solidarietà e posano per la foto di gruppo, e poi tutto procede come prima. Lo ricordava anche di recente, il 26 ottobre scorso, quasi come un tragico presagio di ciò che stava per succedere, questo articolo del Corriere.it: “Francia, le banlieue 10 anni dopo la crisi: non è cambiato niente.“.

Voltaire e l’islam (19 gennaio 2015)

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

 

Papa, mamme e kalashnikov

Dice il Papa che se qualcuno dice una parolaccia contro sua madre, gli arriva un pugno in faccia. “E’ normale…è normale…”, aggiunge, come a confermare che reagire anche in modo violento ad una offesa è cosa del tutto naturale, istintiva e giusta. E precisa ancora “Non si offende la religione degli altri...”, riferendosi esplicitamente alle vignette pubblicate da Charlie Hebdo e ritenute offensive dai seguaci di Maometto. Si può anche girarci intorno e cercare una spiegazione di comodo, ma sostanzialmente il Papa ha detto chiaro e tondo che quelle vignette sono offensive (quindi da censurare),  che di fronte all’offesa è più che giustificata la reazione anche violenta e che, per logica conseguenza,  i vignettisti, offendendo i musulmani, “se la sono cercata” e la strage compiuta è la “normale” reazione all’offesa.

Lo ha detto durante una conferenza stampa, mentre era in volo,  (guarda video).   Il senso è chiarissimo; se offendi qualcuno, devi aspettarti una reazione anche violenta. Non ci sarebbe niente di strano se lo avesse detto un bulletto di periferia. Ma se lo dice il Papa, in netto contrasto col messaggio evangelico, lascia perplessi per le implicazioni del principio che giustifica la violenza come reazione all’offesa; oltre, s’intende, a giustificare implicitamente  una reazione commisurata all’offesa. Così se per una parolaccia basta un pugno, a chi mi spara addosso col kalashnikov devo limitarmi a rispondere con un pugno, oppure posso usare metodi più efficaci di difesa?

Si ha l’impressione che questo Papa parli troppo e spesso a sproposito. Come se, invece che sul Soglio pontificio, pensi di trovarsi  ancora in un bar del Barrio Palermo a chiacchierare del più e del meno con amici, sorseggiare mate e  commentare l’ultima partita del San Lorenzo.  Ama parlare e viaggiare. Così viaggia e parla, parla e viaggia. Parla dalla finestra a Roma, parla sulla spiaggia a Rio de Janeiro, parla nella moschea a Istanbul, parla a Strasburgo, parla a Manila e spesso parla a…vanvera.

Quella frase ha suscitato reazioni, polemiche e commenti non proprio favorevoli. Il pugno del Papa, infatti, è un vero pugno nello stomaco  a chi fino a ieri ha sempre sentito da parte della Chiesa il messaggio evangelico del “porgi l’altra guancia…perdona settanta volete sette…ama il prossimo tuo come te stesso...” ed improvvisamente si ritrova davanti un Papa aggressivo che sembra uscito dal set di Gomorra.  Come si concilia quel messaggio con la frase  del Papa che giustifica una reazione violenta ad un’offesa? Il Papa ha finito le guance da porgere?

In quella dichiarazione si possono rilevare tre concetti diversi. Il primo è che la satira su aspetti religiosi è un’offesa. Il secondo è che si giustifica la violenza come reazione. Il terzo è che devono esserci delle limitazioni alla libertà di espressione. Con una sola frase ha sconvolto tre principi fondamentali, sia laici che religiosi. Ha preso non due, ma addirittura tre piccioni con una fava. Vediamoli uno per uno.

1) Che la satira su temi religiosi sia un’offesa, è una affermazione alquanto azzardata, considerato che esistono decine e decine di  religioni e che  ciò che può essere del tutto normale per noi, può essere offensivo per altri.  Allora bisognerebbe concordare, con i rappresentanti di tutte le religioni,  una esatta definizione di “offesa” e stilare un elenco preciso di tutto ciò che può offendere (con parole, gesti, comportamenti) i cristiani, i musulmani, gli indù, i buddisti, i taoisti, gli animisti, i seguaci di Manitù e di tutti i riti tribali, compresi i tagliatori di teste del Borneo (Guardate qui quante sono le religioni praticate nel mondo).  Dovremmo forse lasciare libere le vacche di scorrazzare in piazza San Pietro per non offendere gli indù che le considerano sacre? Si finirebbe per vietare quasi tutto.

2) Un pugno non è una carezza, è un atto violento. Ma la reazione all’offesa deve essere commisurata all’entità dell’offesa. Più grande è l’offesa, più violenta sarà la reazione. E poiché per i musulmani offendere Maometto o il Corano è molto più grave che offendere la mamma (tanto è vero che per la blasfemia è prevista la pena di morte), non basterebbe un pugno a lavare l’offesa, ma sarebbe normale ricorrere anche alle armi. Da qui a giustificare una raffica di kalashnikov contro chi offende il profeta, il passo è breve.  Questa è l’interpretazione, portata alle estreme conseguenze, del principio papale del pugno in faccia.  Ma giustificare una risposta violenta ad una offesa non solo è contro le leggi vigenti, e perseguibile come reato, ma è anche  in netto contrasto con il messaggio evangelico da sempre insegnato dalla Chiesa. Ma non è pensabile che il Papa inviti a commettere un reato e stravolgere il messaggio evangelico. Allora significa che  il Vangelo fino ad oggi è stato interpretato in maniera errata?  Significa che ci sono delle eccezioni al “porgi l’altra guancia” o “ama il prossimo tuo come te stesso“? Oppure, più semplicemente, Bergoglio ha avuto solo un momento di confusione, forse a causa dell’affaticamento del viaggio? Ma allora dovrebbe correggere quella frase e scusarsi. E, soprattutto, riflettere bene prima di esprimere concetti che possono facilmente essere travisati; se si giustifica un pugno, si fa presto a giustificare anche le raffiche di mitra.

3) Porre dei limiti  alla libertà di satira e di stampa (ma anche un semplice giudizio o una critica che possa essere vista come offensiva) sarebbe in contrasto con il principio della libertà di espressione garantita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da tutte le Carte costituzionali dei paesi democratici. Ovvero, va contro il principio per il quale ed a difesa del quale sono scesi in strada ed hanno sfilato milioni di francesi; uno dei principi cardine delle società occidentali fondate sulla democrazia e sulla tutela dei diritti fondamentali. Si deve rinunciare a questo diritto per evitare di urtare la sensibilità di qualcuno? Anche in questo caso si finirebbe per vietare quasi tutto.

Forse il Papa si è lasciato andare ad un impulso “umano, troppo umano“. E’ comprensibile, del resto quella è la reazione istintiva di una persona normale. Ecco perché ha esclamato “E’ normale…è normale“. Già, ma allora, se questa è la natura umana, dovrebbero ricordarselo i predicatori, quando invitano a porgere l’altra guancia, a non reagire alle offese, a perdonare, ad amare anche il nostro nemico, perché stanno invitando i fedeli a fare qualcosa che non è nella natura umana. E se non è nella natura umana è contro natura. E se è contro natura è contro il Creatore che quella natura l’ha voluta così, esattamente com’è. Altrimenti l’avrebbe fatta diversa.  E se il Papa, che dovrebbe essere l’esempio vivente del messaggio evangelico dell’amore e del perdono, reagisce ad un’offesa con un pugno, perché non dovrebbe farlo l’ultimo dei cristiani? C’è una postilla poco conosciuta del Vangelo che prescrive libertà di pugno per il Papa e la vieta a tutti gli altri?

Ovviamente non si tratta solo di stare a cavillare sulla frase del Papa. Il problema si pone in generale sull’interpretazione del concetto di libertà che, spesso, diventa molto elastico e lo si adatta alle situazioni ed alla convenienza del momento. Posso essere d’accordo con il Papa sul fatto che bisogna evitare di offendere il prossimo e sul fatto che sia umano e normale rispondere con un gesto anche violento ad un’offesa. Ma allora è chiaro che non posso essere d’accordo con il Papa quando predica il messaggio evangelico che mi invita a perdonare, porgere l’altra guancia ed amare anche il nemico. Non si possono sostenere principi contrastanti: o il pugno o il perdono. Si decida, Santità, si decida.

Forse dovrebbe parlare meno. Ma non è la prima volta che fa delle affermazioni alquanto discutibili. Tempo fa, durante la sua visita pastorale a Cagliari, a chi gli chiedeva un giudizio sull’omosessualità e sui gay, disse “Chi sono io per giudicare?”. Chi è lui per giudicare? E’ il Papa, il capo spirituale della Chiesa, la guida suprema dei cattolici, il rappresentante di Cristo in terra, ecco chi è; mica il vice parroco di Pompu! Non solo ha il diritto di giudicare, ma ha il preciso dovere di fornire una guida morale ai fedeli. E non sarebbe male che si ricordasse anche di Sodoma e Gomorra. Non mi pare che Dio li avesse guardati con benevolenza, perdono e misericordia, dicendo “Chi sono io per giudicare i sodomiti…”. Ma quella frase fu subito colta al volo da gay, lesbo, trans e vari sessoconfusi per farne uno slogan da usare in tutte le circostanze e dire che anche il Papa non si permette di giudicare le loro tendenze sessuali. E bravo Bergoglio, ha fornito un ottimo argomento alla causa gay, gli ha dato anche la benedizione papale.

Quando andò a Lampedusa, dopo il naufragio del barcone che causò centinaia di morti, per stemperare la possibile reazione negativa nei confronti degli immigrati e l’atteggiamento di diffidenza nei confronti dei musulmani, disse che dobbiamo accogliere tutti ed assisterli perché “Sono nostri fratelli“. Intanto, in tutti i paesi islamici i cristiani sono perseguitati, dall’Africa al Pakistan, vengono distrutti interi villaggi, bruciate le chiese e ammazzati i fedeli, è una strage continua; lo sport più praticato dai “fratelli musulmani” è la caccia al cristiano, che è sempre aperta, con o senza porto d’armi. Poi i “fratelli musulmani” dell’Isis non si sono accontentati più di sparacchiare a qualche cristiano di passaggio, hanno cominciato a fare le cose in grande e per realizzare il loro Stato islamico, hanno deciso che bisognava liberare l’intero territorio dalla presenza dei cristiani; un repulisti totale.  Più o meno quello che fece Hitler con gli ebrei. Così inizia lo sterminio sistematico dei cristiani, distruggendo le loro abitazioni, confiscando tutti i beni, seppellendoli vivi, ammazzandoli o abbandonandoli nel deserto senza acqua, né cibo.

E cosa dice il Papa di questo genocidio attuato con ferocia criminale dai terroristi islamici che, è bene ricordarlo, sono nostri “fratelli musulmani“? Ancora una volta parla durante una conferenza stampa improvvisata sull’aereo che lo riporta dalla Corea del sud. Curioso, sembra che volare stimoli la sua loquacità. Ogni volta che si trova in aereo si lascia andare a dichiarazioni alquanto discutibili (Vedi “E’ lecito fermare l’aggressore ingiusto“).

Un giornalista chiede al Papa se approva l’intervento aereo americano che bombarda i terroristi dell’Isis per fermare lo sterminio dei cristiani e l’avanzata in Iraq. Beh, mi pare che lo sterminio di migliaia di cristiani sia qualcosa di appena appena più grave di una parolaccia offensiva sulla mamma. Certo fa più danni. Quindi, si presume che se alla parolaccia si risponde con un pugno, a chi usa le armi per lo sterminio di un popolo si debba rispondere con qualcosa di più energico di un pugno. No? Ed ecco, infatti, la risposta papale: “In questi casi dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto.”.  Quindi, penserete voi, giustifica l’intervento armato? No, calma, non proprio. Ecco come prosegue: “Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati.”. Ad una parolaccia sulla mamma risponde con un pugno, ma a chi fa strage di cristiani non risponde nemmeno; si limita a suggerire di “fermarli”, senza specificare come.

Immagino che i circa settanta giornalisti al seguito, dopo queste parole, abbiano avuto un attimo di imbarazzante silenzio e di stupore, anche se nessuno ha osato porre al Papa la domanda che tutti avevano in mente. Anche noi ci siamo posti quella domanda ed avremmo gradito una risposta. Papa Bergoglio, come si “fermano” i terroristi islamici “nostri fratelli“, senza usare le armi o i bombardamenti? Al loro avanzare si  stende un tappeto rosso cosparso di petali di rose e li si accoglie  con la banda musicale che esegue allegre marcette? Gli si offrono, in elegante pacco regalo, confezioni giganti formato famiglia di sedativi, tanto per calmare i bollenti spiriti? Gli  offriamo confetti e cioccolatini purganti ad effetto immediato che li obbligherà a ripiegare velocemente in “ritirata“? Li invitiamo a trasferirsi in Honduras e partecipare al reality “L’isola dei famosi”? Santità, può darci un aiutino? E se azzecchiamo la risposta giusta, cosa vinciamo?

La risposta è nel vento, cantava Dylan. Ma non disperate, forse la risposta ce la darà al prossimo viaggio. Lui le idee  migliori le ha in volo, lontano dalle beghe terrene che lo distraggono. Sorvolando le nuvole si sente ispirato dalla vicinanza col regno dei cieli. Visti i risultato, però, abbiamo il dubbio che lo Spirito Santo sia momentaneamente distratto o in missione speciale in un universo parallelo. Così, continua a fare dichiarazioni confuse, contrastanti e pericolose; per la gioia dei “fratelli musulmani” dell’Isis che fanno strage dei cristiani, ma non si beccano nemmeno un pugno,  dei gay che “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu...”, con tanto di  benedizione papale, e dei terroristi parigini che hanno uno strano senso dell’umorismo e per qualche vignetta si offendono a morte (quella dei vignettisti), ma si sentono giustificati perché reagire con violenza ad un’offesa è normale…è normale. Lo ha detto il Papa.

N.B.

Questo Papa è gesuita. Sarà una strana coincidenza, ma il termine “gesuitismo“, nella accezione comune, è sinonimo di ipocrisia e di “dissimulazione“, atteggiamento tipico di chi si mostra buono e remissivo ed assume atteggiamenti tesi a nascondere intenti potenzialmente pericolosi (arma che l’islam usa benissimo, fa parte della strategia usata per infiltrarsi nell’occidente senza destare sospetti o paure: sarà un caso?).  (Vedi Treccani)

Voltaire e l’islam

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.