Varia umanità

Crisi idrica.

In Sardegna, a causa delle scarse piogge autunnali, la crisi idrica si aggrava; già da tempo, specie nel nord dell’isola, si ricorre al razionamento ed alla chiusura notturna della distribuzione. Si verifica così una curiosa e bizzarra situazione:  i sardi sono “con l’acqua alla gola” per mancanza d’acqua. Stranezze acquatiche.

Eppure, incredibile, ma vero, “l’acqua finisce in mare“. Possibile? Certo che è possibile, quando siamo amministrati da incoscienti, incompetenti, incapaci. Succede perché, nonostante i 40 bacini presenti nell’isola arrivino ad essere quasi pieni e potrebbero garantire l’approvvigionamento per l’intera isola senza problemi, gran parte delle riserve accumulate vengono scaricate in mare. La ragione è che molti degli invasi non sono mai stati collaudati, quindi, per ragioni di sicurezza, non possono essere riempiti fino al loro livello massimo di capienza. Così, quando si raggiunge il livello di guardia, l’eccesso viene scaricato in mare. Geniali, vero?

E così siamo già alla crisi idrica; a gennaio, in pieno inverno.  Avete idea di cosa succederà in piena estate, quando, oltre ai sardi, saranno presenti milioni di turisti che affolleranno spiagge ed alberghi, ai quali bisogna assicurare l’approvvigionamento idrico per lavarsi e togliersi dalla pelle quella fastidiosa salsedine marina? Come si spiega una simile idiozia?  Semplice, con l’idiozia. Non c’è altra spiegazione. Le cause, come riportava ieri il quotidiano regionale L’Unione sarda (ma non scopriamo niente, è noto da decenni), sono da ricercare nel conflitto di competenze fra le varie amministrazioni, enti locali Enti ed aziende interessate, e grazie alle lungaggini burocratiche che bloccano i collaudi e tengono l’isola in una situazione di crisi perenne ormai da sempre.

Ora, davanti alla gravissima crisi idrica che si annuncia (ed in futuro può solo peggiorare) bisognerebbe chiedersi chi è il responsabile di tutti questi intoppi burocratici che, mentre i campi sono asciutti, le coltivazioni sono in pericolo, uomini e animali soffrono per la mancanza d’acqua, stanno ancora discutendo di chi sia la competenza e chi debba intervenire, come e quando. Di chi è la colpa? La colpa è di chi ha inventato questa burocrazia soffocante che blocca tutte le attività.   Ed il responsabile non può che essere un idiota; un deleterio, devastante, mortale, perfetto idiota. Si annunciano tempi duri per i sardi e l’abbondanza di acqua sarà un ricordo amaro. A proposito, sapete come si chiama l’amministratore unico di Abbanoa, l’azienda che gestisce l’acqua in Sardegna? Si chiama Alessandro Ramazzotti; già, proprio come l’amaro.

Arrivano le preziose risorse (così le chiamano).

Visto che ci siamo, restiamo in Sardegna, terra notoriamente celebre per la sua proverbiale ospitalità. Durante tutta la bella stagione si sono succeduti gli sbarchi di immigrati africani (soprattutto algerini, tunisini, marocchini ed egiziani), oltre a quelli raccolti dalle navi al largo delle coste libiche ed accompagnati a Cagliari. Arrivano a piccoli gruppi, in genere una decina o poco più, su piccole imbarcazioni ed approdano nella costa sud occidentale dell’isola. Tempo fa, quando stabilirono le quote migranti da distribuire nelle varie regioni, dissero che la Sardegna avrebbe dovuto ospitarne circa 2.500. Bene, ne sono arrivati più di 5.000, ma noi accogliamo tutti perché “siamo ospitali“.

Ieri, dunque, nella località “Coequaddus” (Coda di cavallo) a Sant’Antioco, ne sono sbarcati 14 (ma oggi il numero è stato aggiornato a 19), tutti algerini; e sono stati subito accompagnati in un albergo, il 4 Mori di Cagliari, dove potranno trattenersi come ospiti, con vitto e alloggio a spese nostre.  Per i più curiosi, l’hotel Tre stelle (vedi qui foto interni Hotel 4 Mori) si trova al centro di Cagliari, a due passi dal porto e dalla stazione, ha una quarantina di camere con aria condizionata, TV, Wi-Fi, bagno privato e minibar. Ragazzi, questa è la proverbiale ospitalità sarda. Resta un dubbio su come abbiano fatto ad arrivare dall’Algeria su una barchetta di sei metri; roba che al massimo ci si può andare in 3 o 4 persone e non allontanarsi molto dalla costa. Non vi viene qualche sospetto? A me sì. Ma non approfondiamo, altrimenti ci accusano di xenofobia, e pure di razzismo.

Ci conviene non allontanarci troppo dal luogo dello sbarco di ieri. Da Sant’Antioco ci spostiamo di poco, a Sant’Anna Arresi, località “Is pillonis” (gli uccelli) dove oggi ne sono arrivati altri 10, sempre algerini, su un barchino  andato alla deriva e non rintracciato. Anche questi li ospiteremo all’hotel 4 Mori? Ma se vogliamo restare informati sugli sbarchi ci conviene restare in zona. Tanto domani o dopo, ci potete scommettere, ci sarà un altro sbarco. E siamo in pieno inverno; aspettiamo la bella stagione e vedremo che gli sbarchi si moltiplicheranno. Così, se vogliamo seguire tutti gli sbarchi minuto per minuto, come si faceva con il calcio di una volta, troviamo alloggio in un alberghetto 3 stelle sulla costa e aspettiamo fiduciosi il prossimo barchino con le “preziose risorse“. Tenete presente, però, che noi il soggiorno lo dobbiamo pagare, e pure il ristorante. Gratis è solo per gli algerini. Beh, siamo ospitali; no?

Vedi: “Scusi dov’è la guerra?”, I sardi sono ospitali“, “I sardi sono poveri“, “Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia“.

Cose da pazzi

C’è chi ama la vita tranquilla e chi ama l’avventura. Questione di predisposizione. E c’è chi non solo ama l’avventura, ma predilige le situazioni estreme, a rischio. Se non mettono in pericolo la loro vita non si sentono realizzati. Qualcuno dice che in queste esperienze al limite dell’umano cerca le emozioni forti, la scarica di adrenalina. Se per questo, basta darsi una martellata sulle dita; vedrai che scarica di adrenalina. Ecco perché c’è gente che pratica attività pericolose, sport estremi, imprese al limite delle capacità umane. Hanno bisogno di mettersi continuamente alla prova, di dimostrare qualità particolari, di sentirsi eroi, di sfidare il destino. Contenti loro! Ecco uno di questi eroi in cerca di gloria. E’  Henry Worsley, esploratore britannico, che ha deciso di attraversare da solo l’Antartide. Dopo 71 giorno e 900 chilometri percorsi, però, non ha dato più segnali di vita. I soccorritori lo hanno trovato, dicono le cronache, “morto di stenti“.

Su questa impresa si possono esprimere molti commenti, secondo le proprie tendenze, simpatie, visione della vita e più o meno spiccata predisposizione all’avventura ed al rischio. A parte le personali valutazioni, però, non provo mai né ammirazione, né particolare rispetto per questo tipo di imprese. E non solo perché non amo particolarmente le avventure pericolose, ma perché trovo inutile e stupido rischiare la vita per qualcosa che non porta alcun beneficio né a se stessi, né all’umanità. L’istinto naturale dell’uomo, ma anche degli animali, non è quello di cercare il pericolo, ma di evitarlo. Quindi qualsiasi giustificazione di attività pericolose è del tutto infondata. Se si ama il pericolo c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel cervelletto. Punto.

E’ di pochi giorni fa la notizia (Turisti rapiti dai cannibali) di una coppia di turisti, anche questi in cerca di avventure, che si sono inoltrati nella foresta della Papua Nuova Guinea, sono stati catturati dagli indigeni (nella foto a lato alcuni esemplari della specie) ed hanno rischiato seriamente di essere cucinati in un pentolone, come nelle classiche vignette sui cannibali, ed essere mangiati. L’hanno scampata per miracolo. Sai che scarica di adrenalina! Ma per la ricerca dell’avventura si fa questo ed altro. Così avranno da raccontare per anni a figli, nipoti e pronipoti, la loro incredibile avventura nella foresta.

In quanto al nostro esploratore solitario, se fosse rimasto a casa sarebbe ancora vivo (come direbbe monsieur de Lapalisse). Se uno cerca di attraversare da solo l’Antartide, proprio normale non è. Anzi, direi che deve essere un po’ matto; ma non si può dire. Allora, invece che dire che è morto perché un po’ matto, e forse  anche un po’ stronzo, diciamo che è morto “per gli stenti“. Basta trovare le parole giuste ed anche le pazzie umane diventano imprese eroiche.

 

Parliamo di frivolezze; così evitiamo i discorsi seri

L’informazione è costituita in gran parte da notizie inutili. Si usa riempire le pagine con l’abbondanza del superfluo perché non si può e non si vuole parlare di ciò che è essenziale e veramente importante.  Si evita di parlarne per due buoni motivi: il primo è che non sempre si hanno sufficienti conoscenze e specifiche competenze per parlarne con cognizione di causa; il secondo è che affrontare il tema e dare rilevanza a ciò che è importante ed essenziale rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico e sociale basato sul mito del superfluo.

Basta dare uno sguardo alle notizie del giorno per  rendersi conto che il mondo sta attraversando una crisi profonda che prelude a grandi cambiamenti economici, politici e sociali. Capisco la necessità editoriale di riempire le pagine, ma non possiamo concederci il lusso di dedicare tempo, attenzione ed energie preziose a pettegolezzi da comari al mercato, a falsi scoop, ad esercizi di scrittura per opinionisti della domenica ed ai  tipici argomenti di conversazioni  che la casalinga di Voghera, sua cugina e sua cognata, tengono con grande passione e coinvolgimento, mentre sfogliano riviste gossipare sotto l’ombrellone. Eppure questo è lo scenario dell’informazione. Questi sono i temi frivoli trattati non solo da riviste specializzate in gossip, ma anche da illustri ed autorevoli firme della stampa nazionale che, spesso, cadono nella tentazione di esprimere il loro profondo pensiero su argomenti che sono di casa nelle sale di attesa delle parrucchiere per signore. Capisco che anche le persone serie, talvolta, possano lasciarsi andare a cinque minuti di leggerezza; è naturale e comprensibile. Ma lo si fa in privato fra amici, al bar dello sport, dal barbiere o al circolo del tennis, non in prima pagina su quotidiani seri o che si ritengono tali.

Il fanatismo islamico ha scatenato la jihad con una crudeltà inaudita, una guerra che nessuno sembra in grado di fermare. Le minacce di attentati terroristici sono all’ordine del giorno e si tratta di minacce molto serie, concrete e tragiche. L’economia è sempre in crisi profonda, la povertà aumenta, le aziende chiudono o vengono acquistate da imprenditori stranieri. Il debito pubblico, nonostante le promesse dei governanti, è in costante crescita e costituisce una bomba che non sappiamo quando esploderà; la Grecia dovrebbe insegnarci qualcosa. La migrazione di centinaia di migliaia di disperati del terzo mondo continua senza sosta e senza possibilità, e volontà,  di essere fermata o controllata. L’invasione afro/arabo/asiatica dell’Italia, e dell’Europa, è un fatto concreto e drammatico, un impegno ed una mobilitazione di uomini e mezzi insostenibile, che ci sta costando miliardi di euro e causerà tensioni e conflitti sociali gravissimi (oltreché pericoli di attentati terroristici, di possibili epidemie e di crescenti rischi per  la sicurezza) che non saremo più in grado di contrastare.

Circa un anno la stampa ha riportato la notizia che il Comune di Forni Avoltri, un paesino friulano della Carnia con 600 abitanti rischia il fallimento a causa dei costi per l’assistenza di quattro immigrati minorenni (il costo dell’accoglienza dei minori è  a carico dei Comuni che li ospitano). La fattura inviata dalla cooperativa che li assiste è di 10.000 euro per due mesi (Il paesino rischia fallimento: colpa dei profughi). Il che significa 1.250 euro a testa al mese. Alla faccia dei pensionati al minimo, di cassintegrati, disoccupati, alla faccia della maggior parte dei pensionati che non arrivano a mille euro al mese (molti sarebbero felici di avere 10.000 euro all’anno), alla faccia dei precari e perfino dei lavoratori che percepiscono stipendi e salari spesso inferiori a quello che ci costa mantenere un ragazzo africano. Gli italiani sono tartassati da controlli fiscali che scoraggiano le attività produttive e puniscono anche le minime infrazioni con multe anche di migliaia di euro (Vedi: “Pensionato vendeva 35 pesche; multa di 5.000 euro“, e “Olbia, vendeva le palmette di Pasqua; multa di 5.000 euro).

In compenso i nostri solerti vigili sono di manica larga quando si tratta di individuare irregolarità da parte degli ambulanti abusivi stranieri; chiudono un occhio, anzi due, tanto poi si rifanno con gli italiani. Solo a Roma, secondo la denuncia di Confcommercio operano tranquillamente 18.000 venditori abusivi, senza controlli e senza multe. E non solo Roma. Le strade, spiagge, parcheggi e piazze d’Italia sono invase da decine di migliaia di ambulanti, in prevalenza marocchini e senegalesi, che vendono, abusivamente,  cianfrusaglie e prodotti taroccati, senza che nessuno intervenga. Le anime belle ci ripetono ogni giorno che questa è gente che scappa dalle guerre e dalla fame. Ma non ci risulta che in Marocco o in Senegal ci siano guerre, né che la gente muoia di fame. Proprio ieri il TG3 regionale della Sardegna riportava la notizia dello sbarco di 22 algerini sulla costa di Sant’Antioco, che si aggiungono ad altre decine di migranti, sempre algerini, arrivati su piccole imbarcazioni nei giorni precedenti sulla costa sud occidentale sarda di Capo Teulada. Nemmeno in Algeria ci sono guerre.  Il nostro ministro Alfano ha scoperto solo di recente che l’Italia è invasa da “vu’ cumprà“, cosa che gli italiani sanno e vedono ogni giorno da almeno 20 anni. Ma non vi venga in mente di lamentarvi o guardarli con fastidio: sarebbe razzismo e xenofobia.

Le aziende italiane già da anni sono in vendita all’asta, in saldi e offerte speciali, al migliore offerente. Arrivano da tutto il mondo per fare acquisti vantaggiosi in Italia. Gli ultimi ad arrivare e concludere ottimi affari sono gli indiani di Mahindra: hanno acquisito Pininfarina, un simbolo dell’imprenditoria italiana, un marchio storico e prestigioso del design e del made in Italy.  Già, quegli indiani che, chissà perché nell’opinione comune sono ancora poveri da terzo mondo, quelli per i quali ancora qualche anno fa si facevano (e forse si fanno ancora) raccolta fondi e donazioni per aiutare i poveri. Poi quei “poveri” arrivano in Italia e si comprano la Pininfarina.  I poveri siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Siamo in piena recessione, non si vedono spiragli per il futuro, siamo letteralmente nella merda, ma paghiamo costi altissimi per finanziare quel servizio taxi diretto e gratuito via mare “Libia-Italy”, inventato da Enrico Letta e caldamente sostenuto dalla sinistra buonista e terzomondista, che hanno chiamato missione Mare nostrum, diventato poi Frontex e “Mare sicuro” (300.000 euro al giorno) e per garantire vitto, alloggio, assistenza, paghetta e tutti i diritti possibili ai disperati del terzo mondo; anche agli indiani e pakistani.

E la politica minimizza il pericolo dell’invasione, campa di improvvisazione e slogan, parla di riforme vaghe, di “sblocca Italia”, di diritti gay, di ius soli, di integrazione, di accoglienza, di legge elettorale, di unioni civili, di omicidio stradale, di cose che alla maggioranza degli italiani, ormai disperati e senza speranza, importa poco o nulla. In Iraq, Siria, Libia, Egitto, Nigeria, Pakistan, i jihadisti islamici bruciano le chiese, scacciano i cristiani o li massacrano (500 sepolti vivi in Iraq e 300 donne ridotte in schiavitù ad opera dei “nostri fratelli” dell’Isis). E noi niente, non ci scomponiamo, siamo troppo occupati ad accogliere i migranti, assisterli, vestirli, nutrirli, curarli, pulirgli il culetto, assicurargli wi-fi (dicono che sia un diritto), sigarette, schede telefoniche, la TV satellitare per seguire il calcio africano e adeguare la cucina ai loro gusti alimentari, altrimenti protestano. Sì, perché noi siamo buoni, ma quanto siamo buoni, troppo buoni, non applichiamo il biblico “dente per dente”, non rispondiamo all’odio e la violenza. No, noi sopportiamo pazientemente, porgiamo l’altra guancia, e quando finiamo le guance porgeremo altro, perché siamo buoni e perché  il Papa dice che i musulmani sono nostri fratelli.

Infatti, mentre nel mondo i musulmani fanno strage di cristiani, noi li aspettiamo a braccia aperte, anzi li andiamo a prendere direttamente alla partenza con le navi della Marina (poco ci manca che li accogliamo con la banda musicale, spari di razzi, granate e mortaretti, tarallucci e vino e ricco buffet),  creiamo le “Consulte” islamiche, gli garantiamo subito tutti i diritti umani possibili ed apriamo moschee in pieno centro storico. Poi si scopre che usano le moschee per fare opera di proselitismo per la guerra santa ed incitano all’odio. Alfano si sveglia di colpo e, giusto per mostrare al popolo che il ministro fa qualcosa per guadagnarsi la pagnotta, espelle il predicatore dell’odio: uno fra mille. E gli altri predicatori che operano indisturbati da anni nelle nostre città, in madrasse jihadiste mascherate da moschee ricavate in garage, scantinati, appartamenti privati o centri culturali, dove si predica il Jihad e l’odio verso l’occidente e gli infedeli? Niente, silenzio, anzi, meglio non protestare, altrimenti dicono che alimentiamo l’odio e la xenofobia, il Papa si addolora e la Boldrini, poverina, ne soffre.

Ma noi facciamo finta di non vedere; sono nostri fratelli, dobbiamo accogliere tutti, buoni e cattivi, anche chi ci odia (lo dice ancora il Papa). Per dimostrare quanto siamo buoni e democratici, ospitiamo in televisione pittoreschi imam di borgata che fanno esercizio di dissimulazione davanti a gente che finge di credere a quello che dicono. Nessuno ha ancora capito come e perché si diventi imam e con quali titoli e credenziali; basta che un musulmano qualunque affitti un garage, ci sistemi alcune copie del Corano e quattro tappetini per terra rivolti a La Mecca e può proclamarsi imam e guida spirituale, viene intervistato, ascoltato come autorevole rappresentate del mondo musulmano e spesso finisce in televisione. Non c’è talk show che non abbia come ospite un imam, un mediatore culturale, un musulmano adulto o un rappresentante dei “giovani musulmani” (strano che non invitino anche i rappresentanti delle “Giovani marmotte”), o giovani virgulti maghrebini che hanno
la cittadinanza italiana per grazia ricevuta, fanno carriera politica e pretendono di insegnare agli italiani i diritti umani e la Costituzione.

E’ la conferma del villaggio globale; una donna viene dal Congo, trova l’America in Italia, lavora a Bruxelles, dopo essere stata anche ministra, e  pretende di dare lezioni di cultura, diritti e morale ai discendenti di chi quei concetti li praticava e li diffondeva 2.000 anni fa. Per un residuo di carità cristiana, evitiamo di dire cosa facevano e come vivevano 2.000 anni fa nelle savane o nei deserti africani (e forse qualcuno vive ancora così), gli antenati di coloro che oggi pretendono di darci lezioni. Intanto i media lanciano la “caccia al razzista“, come nuova crociata e guai a parlare di banane (Tavecchio ne sa qualcosa) o di vu’ cumprà; sono allusioni offensive, è razzismo! Ormai al mercato le banane si vendono sotto banco, di nascosto, per paura di essere accusati di razzismo. E nessuno reagisce, nessuno protesta, nessuno promuove un minimo di opposizione a questa truffa culturale, ipocrita e subdola, che ci condurrà in breve al totale disfacimento sociale. I nostri politicanti fanno le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano, e continuano indifferenti a godere i loro privilegi, alla faccia nostra e lontani dal fastidio dei campi rom, dei centri di prima accoglienza e dalle piazze, strade, interi quartieri o piccoli paesi occupati da immigrati che fanno sembrare i borghi d’Italia simili alle periferie di Nairobi. “Occhio non vede, cuore non duole”, si dice. Rom ed africani non bivaccano sotto Montecitorio.

 Ma i nostri mezzi d’informazione (giornali, TG, internet, salotti TV), invece che parlare di questi aspetti drammatici, sono pieni di dettagli sulla vita privata di calciatori, veline, VIP, personaggi dello spettacolo e della TV, dell’ultimo tweet di Renzi, del fascino della Boschi o dell’abito verde pisello della Santanchè, di resoconti e commenti di programmi TV, della farfallina di Belen, isole dei famosi, reality, fiction, dati auditel e share, chi scende e chi sale, cuochi, ballerine, comici, calcio, Luxuria e tagliatelle di nonna Pina. Questa specie di Blob mediatico è totale mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno leggono i quotidiani o seguono la TV, sperando di trovare risposte serie ai mille problemi quotidiani o sentire finalmente un motto di orgoglio, di rivolta, di  difesa di quello che resta dell’Italia, della sua storia, la cultura, le tradizioni, i valori; prima che sia troppo tardi e ammesso che resti ancora qualcosa da salvare. Ma niente, ormai non c’è speranza di fermare i barbari. Anche le oche del Capidoglio hanno tradito la patria, sono diventate buoniste. Invece che starnazzare per avvertirci del pericolo vanno incontro festosamente ai barbari, aprono le porte della città e si vendono per una manciata di granaglie geneticamente modificate (e pure di provenienza cinese).  Non ci sono più le oche di una volta.

 (Anche perché nella foga del magna magna generale, pare che abbiano “magnato” pure quelle)