Facce da festival

Riecco Sanremo, puntuale come le tasse. Sulla Home del Corriere vedo un pezzo sul festival: “Lo Stato sociale ed  The Kolors sono i preferiti”. E mi sembra di riconoscere uno degli inviati speciali. Non mi sbagliavo. E’ lo stesso al quale, 4 anni fa, dedicai un post “Le facce“. Ha solo 4 anni di più ed ha tolto il cappello. Ma questa faccia ha un’espressione così vivace ed arguta che merita di essere riproposta.

  

Ecco cosa scrissi: “Questo signore (mi dispiace, ma non ricordo il nome) era l’inviato speciale del Corriere della sera al festival di Sanremo. Ho salvato la foto perché pensavo, vista l’espressione particolarmente sveglia ed intelligente,  di dedicargli un post. In quei giorni era sempre in prima pagina sul Corriere.it, dove scriveva i suoi pezzi sugli eventi festivalieri. Poi passa il tempo, me ne dimentico ed il post non l’ho mai scritto. Ma la foto è sempre lì in archivio. Ed ecco che, visto che mi è passata sotto gli occhi, questa è l’occasione buona per mostrarla (mi sa che la fisiognomica in certi casi ci “azzecca“, come direbbe Di Pietro). Anche in questo caso non potevano trovare un inviato migliore per parlare di canzoni, musica e suoni. Uno dall’aria così “suonata” è difficile da trovare.”.

Non ho visto il festival, non lo vedo da molti anni; anzi, forse è più esatto dire da decenni. Ma oggi leggendo le prime notizie sembrerebbe che sia partito col botto, come sempre (ma i media hanno tutto l’interesse a spararle grosse per ingigantire gli eventi e le notizie): “Fiorello scalda il pubblico“, titola il Giornale. Fiorello scalda il pubblico? Forse non funzionava il riscaldamento centralizzato. Non l’ho mai capito (e non solo lui). Ci sono dei personaggi nel mondo dello spettacolo dei quali è difficile spiegare l’esistenza. Appaiono all’improvviso senza una ragione precisa, cominciano a fare comparsate e passerelle in TV (grazie ai loro agenti) e, da un giorno all’altro, diventano grandi showman o showgirl (Belen Rodriguez è l’esempio più eclatante); e nessuno sa spiegarsi il perché. Sono i “succedanei” dello spettacolo. Ha cominciato come animatore nei villaggi turistici, dove si fa spettacolo con battute da bar sport, giochini insulsi per casalinghe disperate, karaoke ed immancabile elezione di Miss villaggio;  e lì doveva restare. Il suo repertorio  ed il livello dell’umorismo e delle sue battute resta sempre quello ((buono per feste e comitive da Cral aziendale alla Fantozzi, per i quali il massimo della goduria sono i tortellini alla panna, il karaoke ed il trenino a Capodanno), a livello di villaggio turistico; e nemmeno dei migliori. Ma c’è gente che gradisce. A quanto pare il clou della serata è questo: “La vecchia che balla”, il massimo. Contenti voi! Auguri.

Ma quando non c’è di meglio bisogna accontentarsi di quello che passa il convento. Se non c’è il caviale, anche le uova di lompo vanno bene; sembra uguale. ”Beati monoculi in terra caecorum”, dicevano i latini. Ovvero, come si dice oggi, “Nel paese dei ciechi l’orbo è re.”. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ma tanto per mantenere fede alla tradizione, anche quest’anno ecco il solito disturbatore, quello che sale sul palco perché deve denunciare qualcosa, deve protestare per un’ingiustizia, vuole parlare con qualcuno o deve lanciare un messaggio al mondo: “Chi è l’intruso di Sanremo“. Fa quasi parte della storia del festival e serve a creare quel tanto di suspense e di curiosità per far crescere gli ascolti. La cosa curiosa è che tutti fanno finta di essere sorpresi. “Il blitz sul palco dell’Ariston ha stupito e non poco i telespettatori.“, scrive il Giornale. Stupiti?

Volete dire che in tempi di controlli severissimi in tutti i luoghi pubblici, per prevenire attacchi e attentati terroristici, (nei concorsi per magistrati si fanno togliere anche le mutandine; non si sa mai che abbiano degli appunti nascosti), qualcuno riesce ad entrare in teatro incontrollato, “posizionandosi vicino a Tomaso Trussardi ed Aurora Ramazzotti”? Con quale biglietto, visto che i posti sono rigorosamente numerati e gli spettatori vengono accompagnati al loro posto dal personale di sala e non credo che avesse il biglietto per la poltrona a fianco a Trussardi. Nessuno glielo ha chiesto? Vuol dire che uno entra e si siede dove vuole? E riesce pure a salire sul palco (dove salgono solo gli artisti che, dopo giorni e giorni di prove tutti conoscono benissimo), vestito con un giubbotto stile caccia&pesca, sotto il quale poteva nascondere qualunque arma e fare una strage, ancora senza che nessuno notasse lo sconosciuto “intruso“, il suo strano abbigliamento inadatto al contesto, e nessuno lo abbia fermato? E voi ci credete? Io no.

Vedi:

Sanremo e i riti collettivi.

Sanremo bazar; c’è di tutto, anche musica.

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

– Televisione, snob e Flaiano (2015)

 

Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Salvini e il razzismo

Quando  si assumono forzatamente atteggiamenti e comportamenti inusuali per cercare di sembrare quello che non si è, si diventa ridicoli. Dopo decenni di propaganda buonista, terzomondista e antirazzista, la nostra società è imbevuta (apparentemente) di buoni sentimenti, di fratellanza  universale, di tolleranza, di rispetto delle diversità, di elogio della società multietnica, di accoglienza di chiunque arrivi per terra o per mare e di tutto il repertorio buonista militante. E guai ad esprimere qualche opinione divergente da quella dominante; si viene subito accusati di razzismo, intolleranza e xenofobia. Il “razzismo” ormai  spunta ad ogni angolo, in ogni occasione, in tutte le discussioni ed i dibattiti. L’accusa di razzismo è diventata l’arma vincente contro chiunque si opponga al pensiero unico dominante. Basta sollevare qualche preoccupazione sui pericoli che l’immigrazione incontrollata ed inarrestabile crea per la sicurezza dei cittadini o lamentarsi per l’eccessiva insistenza di ambulanti che quasi ti obbligano ad acquistare cianfrusaglie o pagare l’obolo per un parcheggio o per fornirti aiuto non richiesto nelle stazioni ferroviarie e scatta subito l’accusa di “razzismo”.

L’antirazzismo, assunto come principio cardine della cultura del meticciato universale,  e la conseguente necessità di adeguarsi alla nuova ideologia terzomondista, è diventato, quindi,  la formula magica che, giorno dopo giorno, ha preparato il terreno all’invasione di africani, asiatici, arabi, zingari e disperati di mezzo mondo. Dobbiamo accogliere tutti, a costo di andare a prenderli direttamente sulla costa africana, costi quel che costi, aumentarci le tasse, toglierci il pane dalla bocca, ospitarli in hotel o accoglierli in casa (vedi l’ultima proposta oscena del sindaco di Roma, Marino, che offre 900 euro a chi ospita un immigrato).

Col risultato che, per evitare di sentirsi lanciare l’ignominiosa accusa di razzismo, si finisce per assumere atteggiamenti e comportamenti contrari alle proprie idee e perfino al buon senso.  Ecco perché su stampa e televisione, è una continua passerella di personaggi della politica, della cultura, dello sport, dello spettacolo, che ogni volta che si parla di immigrati e di problemi legati all’invasione africana, si sentono in dovere di chiarire in premessa che “Non sono razzista…”. E per dimostrare che non siamo razzisti, nominiamo una congolese ministro e poi la mandiamo anche a Bruxelles a rappresentare gli italiani. Poi nominiamo Fiona May all’interno della Federazione calcio (cosa c’entra la May con il calcio? Boh!), per occuparsi di discriminazione razziale. Sempre per dimostrare che non siamo razzisti e che combattiamo qualunque tipo di discriminazione razziale, religiosa o di genere, al concorso per Miss Italia negli anni ’90, abbiamo fatto vincere una ragazza di Santo Domingo (che non era nemmeno tanto bella).

Ancora per lo stesso motivo, un personaggio ambiguo come il trans Luxuria (diventata nota molti anni fa grazie alla sua partecipazione al Maurizio Costanzo show) è stata eletta in Parlamento, poi è diventata personaggio mediatico conteso da tutti i canali TV, ed infine ha partecipato al reality L’isola dei famosi ed ha vinto. Ormai è diventata personaggio pubblico, contesa da tutti i salotti televisivi come opinionista del momento. Di recente il festival della canzone europea è stato vinto da un altro personaggio ambiguo con la barba e vestito da donna, tale Conchita, non perché fosse più bravo di altri concorrenti, ma per dimostrare che non c’è discriminazione. E per rafforzare il concetto della non discriminazione, è stata invitata a cantare al Parlamento europeo ed infine è stata ospite  d’eccezione a Sanremo.  Di questo passo, per dimostrare che non siamo razzisti e omofobi, i gay, neri, lesbo, trans, musulmani e rom, avranno un trattamento preferenziale nei rapporti sociali ed in caso di concorsi o graduatorie, gli verrà riconosciuto un punteggio maggiorato, come alle categorie protette; così, tanto per dimostrare che siamo contrari alle discriminazioni (Pare che in qualche caso questo criterio sia già in vigore).  Così ci sentiamo più sereni, abbiamo la coscienza a posto; non siamo razzisti. Razzisti no, ma un po’ ridicoli di sicuro.

Ed ecco che anche Salvini cade nella trappola e nomina, come responsabile dell’immigrazione,  il suo bel rappresentante nigeriano, così nessuno potrà più accusarlo di razzismo. Nominare un nigeriano responsabile dell’immigrazione per dimostrare che non si è razzisti è come farsi sodomizzare per dimostrare che non si è omofobi. Ma ormai in una società che ha perso tutti i riferimenti ed è in preda a delirio di comunicazione mediatica, non c’è più limite alle balzane e strampalate invenzioni dei “creativi” della politica che, abbandonate tutte le ideologie ed i principi, vive di immagine, di slogan, di apparenza. Ciò che conta non è il contenuto, ma la forma, il contenitore. Conta l’immagine mediatica. Del resto, anche quando facciamo la spesa al supermercato ci lasciamo abbindolare e suggestionare non dalla bontà dei prodotti, ma dalla bellezza della confezione e dal messaggio pubblicitario. L’apparenza è tutto. Ecco perché il boy scout fanfarone toscano in camicia bianca da gelataio ha gioco facile a spacciare per attività politica e rinnovamento  i suoi sproloqui da imbonitore da fiera paesana. E’ il trionfo dei piazzisti della politica, l’apoteosi dei moderni Dulcamara.

Oggi in televisione si vende di tutto: pentole, raccolta fondi per il terzo mondo, materassi, buonismo Doc col marchio CE, croste orribili spacciate per opere d’arte, auto blu poco usate, vasche da bagno, balle spaziali spacciate per programmi politici, attrezzi da ginnastica per gli addominali, riforme costituzionali in confezione famiglia, bastoncini di pesce, rottamatori d’occasione, pannolini,  politici usato sicuro (compresi alcuni reperti storici della prima Repubblica). Insomma, si trova di tutto. basta fare zapping e puoi trovare l’occasione del giorno “Prendi 3 paghi 2”. Attenti, però, alle contraffazioni ed alle patacche. Quando si tratta di politici, le offerte speciali sono truffaldine; sembrano di prima qualità, col marchio famoso, ma, sotto sotto, sono falsi, taroccati, di provenienza cinese, costano un sacco di soldi e sono pure tossici.

Tette, Papi e Femen

Non tutte le tette sono uguali. O meglio, come direbbero  i maiali di Orwell, si potrebbe dire che “Tutte le tette sono uguali, ma alcune tette sono più uguali di altre“. Insomma, secondo il più classico doppiopesismo dei moralisti a corrente alternata, c’è tetta e tetta.  Ha fatto scalpore il curioso “incidente hot” successo nel corso del programma  Tale e quale show, condotto da Carlo Conti.  Veronica Maya, durante la sua esibizione canora, forse per un movimento eccessivo del corpo, ha causato lo scivolamento del vestito lasciando in bella vista il seno (Video su Corriere.it).

Grande imbarazzo, ma la nostra “Maya desnuda” continua ad esibirsi, facendo finta di coprirsi ( sembra che sia  recidiva; lo stesso “incidente” le era successo già in passato), e intervento di Conti che  interrompe il numero e cerca di coprire le grazie nude della Maya. Del resto, scoprire improvvisamente alcune parti del corpo solitamente nascoste, è un “incidente” che succede molto frequentemente nel mondo dello spettacolo.  Basta ricordare Belen Rodriguez che in diretta TV a Sanremo mostra con disinvoltura la sua farfallina inguinale. O Laura Pausini che durante un concerto in Messico, rientra sul palco, dopo una pausa,  indossando solo un accappatoio che si apre sul davanti, lasciando vedere a tutto il pubblico che, forse per una dimenticanza o per la fretta di rientrare, ha dimenticato di indossare le mutandine (Guarda qui il video). Succede a tutti, no? Strani incidenti che lasciano molti dubbi sul fatto che si tratti di un “incidenti casuali“.

Si tratta, comunque, di immagini di nudità che, solitamente, sui media  appaiono ritoccate o censurate (esempio classico è quel ridicolo quadratino o fascetta che nasconde i capezzoli o la sfocatura su foto e video). Poi magari, subito dopo va in onda un film della serie Giovannona coscia lunga, dove si vede di tutto e di più, ma continuano a mettere le fascette sui capezzoli. E’ lo stesso principio per cui, quando ci sono espressioni forti o scurrili in TV vengono censurate col classico Bip. Poi guardate un talk show, dove piovono insulti di ogni genere, o un monologo di Crozza e comici vari, e volano cazzi, culi, fighe e coglioni  come libellule a primavera.  Valli a capire questi censori ed i loro criteri.  Infatti anche nel video pubblicato dal Corriere.it, sopra linkato, si può vedere che il seno viene offuscato da una macchia biancastra. Quanto pudore! E quanta ipocrisia, in dosi industriali.

Ma anche il pudore in Italia, come la morale,  è a corrente alternata. Questa a lato è Eva Grimaldi, reduce da non ricordo quale reality, ospite al programma “Quelli che il calcio” su RAI3, di primo pomeriggio, ora di massimo ascolto. Qui un servizio fotografico che documenta la sua performance da far invidia a Sharone Stone (Eva Grimaldi accavalla le gambe e infiamma lo studio). Il fatto è che indossa un vestitino che non può dirsi nemmeno “mini“, è già a livello pubico e, come se non bastasse, ha due lunghi spazi laterali, col risultato che quando si siede, praticamente è come se fosse in  mutande. C’è chi mostra il sopra e chi mostra il sotto. E sembra una gara a chi mostra di più. Le tette della Maya alle 10 di sera fanno scandalo, le mutande della Grimaldi alle 3 del pomeriggio no. Qual è, secondo voi, il parametro di giudizio su ciò che è lecito e ciò che non lo è? Ah, saperlo. Ma non è il caso di farsene un problema, non lo sanno nemmeno gli addetti ai lavori,vanno a caso; questo sì, questo no.

Ma torniamo alle tette. Abbiamo appena detto che mostrare il seno in TV non è consentito. Ora, proprio due giorni fa al programma Anno uno su LA7 si sono viste non due tette, ma addirittura 10, tutte nude, ben in vista e con i capezzoli in primo piano, senza sfumature o  quadratini che li coprissero. Erano le Femen, ormai famose per le loro azioni di protesta a seno nudo. Non sono capitate lì per caso, né si è trattato di una incursione, come sono solite fare. No, sono state espressamente invitate dalla conduttrice Giulia Innocenzi, quella che ha poche rivali nel giocarsi il ruolo di più antipatica della TV, grazie alla sua vocina leggermente nasale, il parlare cantilenante e l’aria spocchiosa e supponente della ragazzina  impertinente con la puzza sotto il naso. Ma questa esibizione è considerata del tutto normale. Infatti la Innocenzi, essendo “innocente“, ingenua e pura di cuore, non ci vede niente di male, non corre a coprile ed anzi le ringrazia per la partecipazione. Conclusione: le tette delle Femen sì, quelle della Maya no.

Ma cosa c’entrano le Femen in quel programma? Sono andate per protestare contro la visita del Papa al Parlamento europeo, programmata per il prossimo 25 novembre. Dicono: “Siamo qui per annunciare che la parità, i vostri diritti, i nostri diritti, sono in pericolo e, sfortunatamente, la fonte del pericolo è proprio qui in Italia. Il 25 novembre il Papa si reca a parlare al Parlamento europeo, a Strasburgo in Francia. E questo è un attacco diretto alla laicità, alla parità, ai diritti umani ed alla separazione fra Chiesa e Stato, che deve diventare una priorità oggi.“.  Insomma, queste ragazzotte accaldate vogliono decidere chi può e chi non può andare al Parlamento europeo. Alla faccia della libertà di pensiero. (Vedi qui Femen ad Announo)

Come se non bastasse, non si sono accontentate di fare la loro apparizione in TV. Visto che si trovano in Italia, approfittano delle “Vacanze romane” per fare, come tutti i bravi turisti, una visita a San Pietro. Ma loro sono turiste un po’ particolari e, quindi, si esibiscono in una performance non proprio rispettosa del luogo e del simbolo della fede cristiana.  Eccole che tengono un crocifisso in mano e se lo mettono…nel sedere.  Ecco, queste “brave ragazze“, invece di denunciarle e sbatterle in galera, noi le ospitiamo in televisione e le ringraziamo. Saremmo curiosi di vederle andare a Teheran (o in un altro paese musulmano) e fare una cosa del genere tenendo una copia del Corano sul culo. Non credo che le ospiterebbero sulla televisione nazionale. Di recente due cristiani (marito e moglie) in Pakistan, con l’accusa di blasfemia per aver offeso il Corano, sono stati bruciate in una fornace per laterizi. Altro che ospiti in TV. Ma è risaputo, la Chiesa ed  il Papa si possono offendere, sbeffeggiare, oltraggiare tranquillamente: è libertà di pensiero. Ma guai anche solo ad insinuare qualcosa di poco simpatico contro i musulmani: sarebbe gravissimo atto di islamofobia.  Ecco, questo è un perfetto esempio di doppia morale. (Qui è visibile il video della loro esibizione: “Femen a San Pietro“).

Ora, oltre alla sottile differenza fra tette sì e tette no, tette scandalose e tette lecite, fra “tette buone” e “tette No buone“, si pone un altro problema. Non solo le tette delle Femen sono permesse (forse sono politicamente corrette e progressiste, al contrario di quelle della Maya che, evidentemente, sono reazionarie),  ma si tira in ballo il Papa ed il suo diritto di intervenire al Parlamento europeo. Allora bisogna fare un passo indietro e bisognerebbe leggere questo articolo del 28 settembre “Conchita Wurst in Europa; nell’Unione europea si parla di gay e trans”.

Conchita Wurst è una trans (oggi vanno come il pane), ma con tanto di barba, che tempo fa ha vinto il festival europeo della canzone. Non è molto chiaro se abbia vinto perché più brava degli altri partecipanti, oppure perché è trans (sembra essere un titolo di merito: si vincono i festival, i reality, si va in Parlamento, si è ospiti fissi in TV)); resta il dubbio. Ovviamente è una delle attiviste militanti della lobby che raggruppa gay, lesbo, trans, bisex  e varia sessualità. Come programmato, lo scorso 8 ottobre, è intervenuta al Parlamento europeo dove ha tenuto un discorso sui diritti omosessuali, con interventi di altri europarlamentari di diversi gruppi. Successivamente si è esibita all’esterno interpretando alcune canzoni. (Vedi AnsaConchita e i diritti gay” e video “Conchita canta“).

Bastano questi pochi esempi (ma se ne potrebbero fare a centinaia) per  capire che, evidentemente, esiste una strana morale grazie alla quale certe nudità sono oscene ed altre sono del tutto naturali. Basterebbe ricordare che tempo fa la solita sinistra con la doppia morale fece una campagna contro Striscia la notizia, accusando il programma di Ricci di sfruttare il corpo femminile. Ora riguardate la foto di Eva Grimaldi e giudicate le differenze con le due veline che ballano a Striscia e che sono molto più coperte della Grimaldi. Basta ricordare le tante show girl che stazionano perennemente nei salotti TV ad ogni ora del giorno e della notte per notare che tutte sembrano impegnate in quel giochino del mostrare tette, gambe e culi, perché più mostri e più facilmente finisci sulla stampa.

Ma allora come si fa a distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è? Non è possibile; l’unico criterio è che non esiste un criterio, vale la regola della doppia morale. Tutto ciò che è in sintonia col pensiero unico dominante e politicamente corretto è bene, lecito, giusto e democratico. Tutto il resto, fossero anche le stesse cose (o le stesse tette), è deleterio, provocatorio, indecente, maschilista, osceno, esecrabile, fallocratico. Chiaro? Ecco perché le veline di Striscia sono un’offesa alle donne e sfruttano il corpo femminile e le tette della Maya sono un “incidente” e vanno subito coperte,  mentre le tette delle Femen dalla Innocenzi sono lecite e regolamentari.

Ma, soprattutto, si pone una domanda: perché al Parlamento europeo ci possono andare i trans e non ci può andare il Papa? E perché se una trans va al Parlamento europeo per sostenere la causa dei diritti gay, lesbo, trans, bisex, plurisex, annessi, connessi ed assimilati,  è una legittima e democratica espressione della libertà di pensiero,   mentre se ci va il Papa  è un grave attentato ai diritti umani? Provate a dare una risposta logica ed onesta.

Vedi anche “Pane, sesso e violenza“.

Le facce

Forse Lombroso esagerava nelle sue conclusioni sull’attendibilità scientifica della fisiognomica, però è innegabile che, trovandoci davanti ad una persona sconosciuta, la nostra prima impressione sia quella che riportiamo osservando il suo volto,  l’espressione e la mimica facciale, la gestualità, la voce e lo sguardo. Bastano pochi attimi e già, inconsciamente, formuliamo un primo giudizio su quella persona. Può risultarci simpatica, antipatica, gradevole, rassicurante, oppure ambigua, subdola,  indisponente ed insopportabile.E spesso questa prima impressione può risultare determinante e condizionare anche i successivi rapporti con quella persona.

E’ lo stesso meccanismo mentale che scatta anche quando non abbiamo un rapporto diretto e personale con una persona, ma ci limitiamo ad osservare delle immagini in rete, sulla stampa o in televisione, di personaggi famosi o semplici sconosciuti. Istintivamente siamo portati a formulare un giudizio. Ed anche se non ce ne rendiamo conto e non lo esprimiamo a parole, resta in sottofondo, come una vaga sensazione, a livello inconscio. Pensate a come, vedendo un film, solo sulla base del volto, riusciamo a stabilire subito se quel personaggio è da inquadrare fra i “buoni” o i “cattivi”. Detto questo, oggi vedo per l’ennesima volta una faccia che, da qualche tempo è sempre in prima pagina. Eccola.

Il ministro

E’ la faccia del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Lo trovo inquietante. Hanno fatto bene a nominarlo ministro dell’economia, si intona perfettamente all’aria di crisi profonda che stiamo attraversando. Ha una faccia da crisi; ingrugnito, torvo, gli angoli della bocca rivolti all’ingiù, tipica espressione di dissenso, scontrosità e quasi disgusto, accigliato, lo sguardo perso in lontananza, forse verso l’orizzonte tragico che ci riserva il futuro. Insomma, un’espressione per niente rassicurante. Dovrebbero vietarne l’esposizione a bambini, donne in gravidanza e persone sensibili. Da non mostrare in fascia protetta. Oppure con l’avvertenza “Si consiglia la visione ad un pubblico adulto”. Se avesse anche gli occhialini neri  sarebbe l’interprete ideale di Rosario Chiarchiaro, il personaggio menagramo e iettatore de “La patente” di Pirandello.

L’inviato speciale

Questo signore (mi dispiace, ma non ricordo il nome) era l’inviato speciale del Corriere della sera al festival di Sanremo. Ho salvato la foto perché pensavo, vista l’espressione particolarmente sveglia ed intelligente,  di dedicargli un post. In quei giorni era sempre in prima pagina sul Corriere.it, dove scriveva i suoi pezzi sugli eventi festivalieri. Poi passa il tempo, me ne dimentico ed il post non l’ho mai scritto. Ma la foto è sempre lì in archivio. Ed ecco che, visto che mi è passata sotto gli occhi, questa è l’occasione buona per mostrarla (mi sa che la fisiognomica in certi casi ci “azzecca“, come direbbe Di Pietro). Anche in questo caso non potevano trovare un inviato migliore per parlare di canzoni, musica e suoni. Uno dall’aria così “suonata” è difficile da trovare.

Il volto nuovo di Forza Italia

Questo è Giovanni Toti, il nuovo consigliere politico di Berlusconi e di Forza Italia. Il volto nuovo del centro-destra, l’uomo che dovrebbe dare nuova spinta al partito che, dopo l’uscita di Alfano e le altre defezioni di personaggi di primo piano come Bonaiuti e Bondi, sembra in preda ad una crisi profonda. L’unica giustificazione per la sua scelta è che anche Berlusconi, data l’età che avanza, abbia perduto smalto e lucidità e non abbia più la capacità di scegliere i collaboratori giusti. Lo spacciano come l’anti Renzi, quello che, in qualità di “consigliere politico“, dovrebbe rinvigorire FI con nuove proposte e programmi da contrapporre alla “rivoluzione” renziana. Lo presentano come l’alternativa alla vecchia dirigenza, il “nuovo che avanza“.  Ma basta guardarlo in faccia o ascoltarlo mentre parla per rendersi conto che questo “volto nuovo” della politica ha la grinta ed il carisma di un tapiro (quelli che regala Striscia la notizia sono più vispi e svegli). Eppure dicono che sia il “delfino” di Berlusconi. In verità, se lo intendiamo nel senso di fauna marina, più che un delfino sembra un polpo…bollito.

La patente (Totò)

Zapping festivo

Succede che facendo zapping in un pomeriggio domenicale ci si fermi per qualche minuto su RAI2 “Quelli che aspettano...”, condotto da Victoria Cabello. Di questa conduttrice si notano subito due caratteristiche: la frangetta sugli occhi ed i tacchi altissimi. I tacchi non sono semplicemente tacchi alti, sono trampoli bassi. E lei ci cammina a fatica, impacciata. Ma questa sembra essere una tortura alla quale si sottopongono volentieri in TV altre celebri conduttrici nostrane; Mara Venier, Barbara D’Urso, Antonella Clerici. Per tacere di Maria De Filippi, quella specie di disgrazia nazionale che parla con la voce di un bersagliere rauco. E tutte hanno in comune la difficoltà a camminare su quei trampoli. La Clerici, l’ho detto altre volte, si muove a piccoli passettini, sembra che stia correndo in bagno perché le scappa la pipì. Lei stessa, tempo fa, disse, alludendo ai tacchi altissimi, “Se cado da qui mi rompo le ossa“. Ma allora perché non usa le ciabatte? Perché si ostinano ad usare quei tacchi anche quando non è necessario? Boh, misteri della psiche femminile che  non capiremo mai.

La frangetta della Cabello mi fa venire in mente che , dal punto di vista psicologico, ha la stessa funzione degli occhiali neri dietro i quali si nasconde lo sguardo (oggi è una moda molto diffusa). Gli occhiali nascondono gli occhi, la frangetta nasconde la fronte. Ma entrambi hanno la funzione psicologica di nascondere qualcosa agli occhi di chi li osserva. O almeno, questa è la convinzione, forse inconscia, di chi si maschera ricorrendo a questi trucchi mentali. In verità cercano di ingannare se stessi ancor prima che gli altri. La Cabello, ha un’altra caratteristica che la accomuna ai tre personaggi al centro dello studio, dietro un tavolo. Tutti sono convinti di essere simpatici, spiritosi, brillanti ed originali. Ma questo è comprensibile. In un mondo mediatico in cui anche Flavia Vento è convinta di essere intelligente (lo dice lei), tutti sono autorizzati ad avere una qualche convinzione.

Arriva in studio Marco Mengoni, il cantante che ha vinto l’ultimo festival di Sanremo. Parla, guarda, si muove con una “leziosità mentale” che salta subito agli occhi. E’ una specie di via di mezzo fra Leopoldo Mastelloni (parla nello stesso modo e con lo stesso tono di voce) e Pino Strabioli, altro conduttore televisivo di RAI3 (non so se sia ancora in servizio o sia scomparso in LIbia). Così, quando appare Mengoni in TV, la domanda, direbbe Lubrano, sorge spontanea: Mengoni ci è o ci fa? Boh, misteri canterini.

Intanto la Cabello ha sempre l’aria di chi vuole per forza essere originale e divertente, anche quando non ci riesce (quasi sempre). Più che divertente e brillante ha l’aria di una ragazzina terribile ed impertinente, una specie di Gian Burrasca in versione televisiva. E’ simpatica come quelle bambine, maleducate e rompiballe che, mentre tu cerchi di intrattenere una piacevole conversazione con la sorella maggiore, ti assillano con domande inopportune, ti appiccicano la gomma sui pantaloni, ti tirano la giacca e ti danno calci sugli stinchi. Ecco, lei è una di quelle calamità naturali in sembianze di bambina. Perfino la sua frangetta diventa antipatica ed insopportabile. Ricorda molto quelle ragazzine bruttine che, per attirare l’attenzione e farsi notare, fanno scherzi stupidi. Del resto, le sue colleghe citate prima, non è che brillino per simpatia, bravura, eleganza e classe. Forse, però, in TV le scelgono apposta, per una buona causa. La gente normale, vedendo queste “prime donne” della TV, rivaluta molto ed accresce la propria autostima. Sì, hanno un effetto rassicurante che, anzi, esalta la propria personalità. Sono una specie di viagra mentale per la casalinga di Voghera e per tutte le casalinghe d’Italia.

Dialoghi pubblicitari

Figlia: Mamma, qualche volta ho un fastidioso prurito…intimo.

Mamma: Grattati…

Per oggi è tutto, a voi la linea, restate con noi, pubblicità…

Fini flop flop

Fini>Flini>Fli>Flip>FLOP; ovvero, l’evoluzione della specie. Povero Fini, forse pensava di passare per salvatore della patria voltando le spalle a Berlusconi (e tradendo la fiducia degli elettori),  mettendo in crisi la maggioranza in Parlamento e preparando le condizioni che avrebbero portato al “governo tecnico” imposto da Napolitano. Pensava, forse, di diventare il paladino degli antiberlusconiani, di poter contare su un largo seguito e consenso parlamentare e popolare e di avere assicurata, dopo 30 anni di presenza alla Camera, una lunga e gloriosa carriera parlamentare; magari con vista Quirinale o, come minimo, da senatore a vita.  Tutto per una ripicca personale nei confronti di Berlusconi.

Per dirla in termini eleganti, forbiti, colti,  con un linguaggio “aulico“, come quello usato dalla Littizzetto a Sanremo e diventato d’uso comune sui teleschermi in prima serata, si può dire che Fini abbia fatto come quello che per fare dispetto alla moglie si taglia le palle.

Risultato? Fino a qualche tempo fa i vari sondaggi gli assegnavano  circa l’1%.  Gli ultimi dati, invece, come ha detto qualcuno, lo davano con una percentuale da prefisso telefonico: zero virgola qualcosa. La prova? Eccola in questa notizia di stamattina riportata dal Corriere (ma già sparita dalla Home; chissà perché): “Sala vuota ad Agrigento: flop per l’incontro con Fini“.

Pochi, una cinquantina al massimo, i simpatizzanti che domenica al Cinema Astor di Agrigento  hanno partecipato alla manifestazione di Fli con il leader Gianfranco Fini“. Così la didascalia commenta la foto della sala desolatamente semivuota. Nelle prime file, addirittura, si vedono più bambini che adulti. Mah, forse Fini sta coltivando il futuro elettorato per le elezioni del 2030!

– Vedi: “Fini: metamorfosi di un cinefilo“.