Santi in paradiso

Beati i poveri, hanno un’altra santa: Madre Teresa di Calcutta. Un’ altra santa dei poveri, dei deboli, degli ultimi. dei malati. Massimo rispetto per la sua storia, la sua attività e la sua fede.  Certo, però, che i poveri saranno poveri, ma c’è un sacco di gente che si occupa di loro. Non passa giorno che il Papa  non parli dei poveri e lanci appelli al mondo perché li aiuti, li accolga e li sostenga. Nascono come funghi associazioni umanitarie che raccolgono fondi per i poveri del terzo mondo; sono tante che fra un po’ ci saranno più sigle umanitarie che poveri. L’ONU ed i governi del mondo da decenni stanziano miliardi di dollari per aiutare i paesi poveri. I nostri governanti, Boldrini in testa, accogliendo in pieno l’invito del Papa, dicono che dobbiamo pensare ai poveri, ai deboli, agli ultimi, ai migranti. Perfino i santi, quando li fanno santi, sono santi dei poveri. Non c’è e non si è mai sentito di un santo dei ricchi. E’ chiaro che per avere l’attenzione, l’aiuto ed il sostegno del mondo, bisogna essere brutti, sporchi e cattivi, poveri, malati, ultimi in tutte le classifiche e pure sfigati. Altrimenti nessuno ti pensa.

I ricchi, quelli che sono primi,  belli, sani, forti e fortunati,  non vengono neanche presi in considerazione; sono fuori gara. Ma anche quelli che non sono ricchi, ma solo benestanti, reddito fisso e ferie pagate, quelli di metà classifica, e pure quelli non del tutto nullatenenti, appena al di sopra della soglia di povertà, quelli con una salute così così, passabile, quelli non li pensa nessuno, non hanno né un santo, né un beato, nemmeno un apprendista santo o un beato in lista d’attesa. Niente, per avere dei santi in paradiso bisogna essere ultimi in tutte le graduatorie possibili, compresa quella degli alloggi popolari e delle mense Caritas, di salute precaria, più si è malaticci e meglio è, e così poveri che i piccioni vi portano le briciole di pane. Allora vi pensano tutti: il Papa, Boldrini, l’Onu, la FAO, e pure il WWF che considera i poveri come elemento tipico della fauna terrestre e quindi li protegge, come i panda.

I ricchi niente. Poveri ricchi. Non solo, dice il vangelo, i ricchi non entreranno in Paradiso, ma non hanno nemmeno un santo che li protegga, né in vita, né dopo morti. Poverini, che sfigati. Ecco cosa li frega; non sono poveri, sono solo poverini. Eppure, quando qualcuno, come suol dirsi, ha “santi in paradiso” non è mai un poveraccio, uno sfigato, uno in fondo alla classifica. No, è sempre uno che ha successo, fortuna, che se la cava sempre anche in situazioni difficili, uno ricco, un magnate, un banchiere, un “signur”. Ma allora vuol dire che i santi stanno con i ricchi, non con i poveri. Altrimenti farebbero di tutto per aiutare i poveri a migliorare la loro condizione; una bella vincita alla lotteria, fargli trovare un tesoro nascosto, ricevere un’eredità miliardaria dallo zio d’America. Insomma, se sono santi il sistema lo trovano. Se invece i “santi in paradiso” continuano ad aiutare i fortunati, i ricchi, vuol dire che la storia che i santi siano sempre dalla parte dei poveri è un trucco, un inganno; magari  per non pagare le tasse e avere l’esenzione sui ticket sanitari sulla Terra ed avere un sussidio celeste o il reddito di cittadinanza in Paradiso.

Eppure la gente ci crede e quando la Chiesa celebra un nuovo santo, accorrono tutti in Piazza San Pietro per partecipare  all’evento. Renato Farina dice che più di centomila persone  che, per testimoniare la loro fede, affrontano sacrifici e disagi, sono “persone diverse“, speciali: “Madre Teresa, la gigante più forte della povertà” (e dagli con la povertà). Certo, quelli che sono rimasti per 5 ore in piazza, sotto il sole, senz’acqua, in spazi angusti, sottoposti a mille controlli per motivi di sicurezza, sono persone “diverse”. Come sono diverse tutte quelle persone che ogni domenica si accalcano in piazza, con o senza beatificazioni in corso, aspettando che il Papa si affacci, reciti il suo pistolotto domenicale e benedica la folla. Poi il Papa rientra nelle sue stanze, la gente torna a casa felice e contenta, con la medaglietta benedetta, qualche foto ed il souvenir col Cupolone,  e tutto procede come prima. Ma la gente partecipa con lo stato d’animo di chi si aspetta che ogni volta che il Papa si affaccia alla finestra stia per succedere un miracolo; talvolta, invece succede questo “Papa, colombe e presagi funesti“.

Poi i miracoli non avvengono, ma la gente continua ad andare in piazza, sotto il sole o la pioggia, e credere che la malvagità umana, le guerre, le malattie, le persecuzioni (ed anche i terremoti), si possano fermare con una preghiera, un sorriso, con l’amore per il prossimo, la fratellanza universale e porgendo l’altra guancia. Basta che il Papa auspichi la pace, garantisca la propria vicinanza alle vittime di tragedie, guerre e calamità naturali, o assicuri una preghiera per loro, e la gente è soddisfatta, si commuove ed è convinta che basti a risolvere i problemi. Ci sono persone che ci credono davvero e, come dice Farina, sono persone “diverse”. Appunto, sono diverse, non sono normali.

Ed infine questo amore sviscerato per i poveri e la povertà, ostentato come segno di santità, sinceramente ha stancato. Si accredita l’idea che i poveri siano tutti buoni ed i ricchi tutti cattivi: è falso, ma l’opinione corrente è quella. La solidarietà, la carità, l’aiuto verso i bisognosi sono opere meritorie, ma sono scelte personali. I principi morali non si possono imporre. Né si può imporre la solidarietà per legge, come sta succedendo con l’aiuto ai migranti; peggio ancora se diventa “beneficienza di Stato” contro la volontà dei cittadini. Così è l’amore per il prossimo, per gli ultimi, per i poveri e la povertà: fino ad un certo punto è comprensibile e lodevole; oltre un certo limite diventa patologico.

Un giornalista inglese, Christopher Hitchens, nel 1994 realizzò un documentario piuttosto critico nei confronti di Madre Teresa e della sua attività. Scriveva che la suora più che amare i poveri amava la povertà in sé: “Lodava la povertà, la malattia e la sofferenza come doni dall’alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia.”. Ecco, c’è gente che è innamorata della povertà. Papa Bergoglio ne è un esempio lampante. Se poi alla povertà si aggiunge anche qualche malattia grave, ancora meglio. Così questa visione della vita, e della fede, si diffonde e qualcuno si convince davvero che le malattie, la povertà, il dolore, le mutilazioni, la sofferenza, le malformazioni e tutte le disgrazie che possono capitare ad un essere umano, sono dei “doni del cielo” da accettare con gioia; anzi si dovrebbe ringraziare il Signore perché il metterci alla prova con la sofferenza è un segno del suo amore per l’uomo. Chi lo pensa dovrebbe farsi ricoverare d’urgenza; c’è un limite a tutto. Quella non è santità, è idiozia.

Vedi

Aboliamo la ricchezza

Come eliminare la povertà

Ricchezza e oscenità

I cristiani sono buoni

Ultimi e penultimi

Gli ultimi saranno i primi

Caro Papa ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Ama il prossimo tuo

Servire i servi

Papa: acqua e fogne per tutti

 

Pane e lavoro

Fin da piccoli ci hanno insegnato questa preghiera  “Padre nostro che sei nei cieli…dacci oggi il nostro pane quotidiano...”. Passano gli anni, si cresce, cambiano i tempi, le mode e, forse, bisogna cambiare anche le preghiere. Ecco cosa ha detto ieri il Papa (Per favore, pane e lavoro)…

Come? Ora siamo noi che dobbiamo dare il pane quotidiano a Dio?  Non ci sono fornai in paradiso? E magari con il pane vuole anche il companatico ed un bicchiere di Vin santo? E lo chiede a noi che siamo senza lavoro e non arriviamo a fine mese? E dovremmo anche procurargli un lavoro. A lui che ha un lavoro garantito per l’eternità,  posto fisso (anche senza art. 18 nessuno può licenziarlo), ruolo dirigenziale al massimo livello, possibilità di spostarsi dovunque senza permessi o autorizzazioni perché “è in cielo, in terra e in ogni luogo“, senza possibilità che qualcuno lo contraddica o gli imponga degli obblighi perché “sia fatta la sua volontà“, nessuna bega con i sindacati metalmeccanici, che  ha il suo ufficio su una bianca nuvoletta da dove si gode un panorama da Dio.

Come è possibile che Dio, che una volta si dava arie da padreterno perché ogni mattina faceva trovare la manna fresca al suo popolo eletto,  sia ridotto così male da chiedere a noi un pezzo di pane ed un lavoretto anche saltuario, anche in nero, a cottimo, precario? Non sarà che anche in Paradiso è arrivata la crisi, lo spread dei Bond celesti è schizzato alle stelle e San Pietro ha varato un governo tecnico? Oppure è arrivato un rottamatore ex boy scout che vuole far piazza pulita della vecchia gerarchia di santi, beati e cherubini? Mah, tempi duri per il regno dei cieli. E se lo dice il rappresentante in Terra del Padreterno bisogna credergli. Oppure il Papa sta attraversando un momento di crisi mistica?

Eh, signora mia, non c’è più religione e, soprattutto, non ci sono più i Papi di una volta.

 

Papa, colombe e presagi funesti

Stamattina il Papa si è affacciato alla finestra per il consueto messaggio dell’Angelus e per salutare i fedeli che affollavano piazza San Pietro. Poi i fedeli hanno assistito ad un altro rito consueto; la liberazione, da parte di due bambini, delle colombe della pace.

papa-colombe

Gesto più che mai appropriato ed in sintonia con lo spirito della giornata, visto che la piazza era gremita in gran parte da partecipanti  alla “Carovana della pace”. Tante volte da quella finestra è stata invocata la pace.  Sembrerebbe però, visti i risultati, che i continui appelli papali alla pace ottengano addirittura un effetto contrario.  Più i Papi invocano la pace e più conflitti si scatenano nel mondo. Tanto che sarebbe quasi consigliabile che il Papa, almeno per una volta (tentar non nuoce), si affacci a quella finestra e invece che fare il solito appello alla pace,  auspichi una bella guerra; hai visto mai che sia la volta buona che scoppia davvero la pace.

Le colombe volano libere sulla grande piazza, per la gioia di adulti e bambini. Ma forse, abituate alla sicurezza delle colombaie vaticane, sono del tutto ignare dei pericoli che incombono nel mondo esterno. La loro innocenza sembra quasi la rappresentazione in chiave animale  dell’ingenuità del classico messaggio buonista fondato sulla pace, sulla bontà d’animo e sulla fratellanza universale; concetti che trovano ampio spazio nel mondo astratto dei buoni sentimenti, del mito del buon selvaggio alla Rousseau, dell’evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso“, delle pompose dichiarazioni di tanto sbandierati, inapplicati ed inapplicabili “diritti dell’uomo“.  Concetti astratti, costruzioni artificiose della mente umana che sembrano avere giustificazione e ragion d’essere nel mondo della metafisica, ma che poca o nessuna attinenza hanno con il mondo reale. E infatti…

L'Angelus di Papa Francesco

Ecco che le candide colombe, appena liberate, si rendono subito conto che la vita, fuori dalle loro rassicuranti voliere, è qualcosa di molto diverso da quello che immaginavano. Vediamo qui una drammatica sequenza fotografica che documenta la breve libertà di una colomba della pace: “La triste fine della colomba del Papa”.

Riferisce l’articolo che la colomba, appena volata via dalle mani dei bambini, è stata prima aggredita da un corvo e poi da un gabbiano che l’ha divorata. Fine della libertà e della pace. Gli antichi àuguri, che traevano auspici interpretando il volo degli uccelli, le viscere degli animali ed altri eventi, osservando questo fatto ne avrebbero tratto tristi presagi di sventura. Un corvo nero che aggredisce una bianca colomba della pace è un segno così inequivocabile che nemmeno i segni premonitori delle piaghe d’Egitto  furono così espliciti. Triste presagio ancora più inquietante perché avviene sotto gli occhi di chi, ogni giorno, auspica la pace. Vola la bianca colomba della pace. Poi arriva un corvo nero e, sotto gli occhi atterriti della “Carovana della pace“, aggredisce la colomba che diventa così messaggera di pace…eterna!  Ma per fortuna oggi non ci sono più gli àuguri a predire sventure. Ciò non significa, però, che le sventure non possano arrivare anche senza essere previste.

 Vedi: Corvi e colombe

Di chi è l’ombrello?

Leggo nella home page di un noto portale internet questo titolo curioso. Per rispetto verso chi ci ospita, non cito la fonte. Ecco il titolo:

San-Pietro-ombrello

 Si resta un po’ perplessi e ci si chiede: di chi è l’ombrello? Dopo un attimo di riflessione rileggiamo con calma: “San Pietro con l’ombrello“, dice chiaramente il titolo.  A prima vista, quindi, non ci sono dubbi: l’ombrello è di San Pietro.  Ma è poco verosimile che San Pietro sia dotato di ombrello. All’interno della Basilica non piove e all’esterno non ci sono statue del santo dotate di parapioggia. Allora, forse, esiste una piazza intitolata a “San Pietro con l’ombrello“? Non risulta, però, che esista un San Pietro 2 dotato di ombrello per distinguerlo dal più noto San Pietro 1 senza ombrello. Quindi resta il dubbio. L’ombrello sarà di San Pietro, della piazza o dei fedeli? Oppure sarà del gabbiano sul comignolo? Boh, misteri vaticani.

Bisogna stare attenti a come si fanno i titoli. Una disposizione casuale, non proprio corretta, dei termini può generare equivoci (anfibologia). Meglio sarebbe stato scrivere “Fedeli con l’ombrello in piazza San Pietro“. Oppure “In piazza San Pietro fedeli con l’ombrello“. Semplice, no? Oppure, terza ipotesi, togliere l’ombrello e lasciare che i fedeli si bagnino. Affari loro! Niente di grave, si scherza, tanto per non prendere troppo seriamente l’informazione. Vedi anche: “Vivisezione umana” ,  “Cacofonia mediatica” e “Mani, cervelli e cronisti”.

Sanremo porta sfiga

Sì, il festival di Sanremo non porta bene. Anzi, porta decisamente sfiga. Tanto per cominciare, quasi in contemporanea con l’inizio del festival, si verifica un caso quasi unico nella storia millenaria della Chiesa: si è dimesso il Papa, cosa che non succedeva da secoli, dal tempo di Celestino V. Nello stesso giorno un fulmine colpisce la cupola di San Pietro.  A seguire una serie di strane coincidenze.

Era prevista la partecipazione di Daniel Baremboim e dei Ricchi e poveri come ospiti d’onore e di Carlo Verdone come componente della giuria. Hanno dovuto rinunciare tutti. Baremboim e Verdone per sopraggiunti problemi di salute, ed i Ricchi e poveri per l’improvvisa scomparsa di Alessio, figlio di Franco Gatti, componente del gruppo. Come se non bastasse, arriva un inaspettato meteorite che cade sugli Urali esplodendo e provocando 1.200 feriti ed ingentissimi danni. Nello stesso giorno l’asteroide 2012 DA 14 passa a circa 27.000 Km dalla Terra, sfiorandola pericolosamente. Basta? No, ecco l’ultimissima sciagura targata Sanremo 2013: terremoto di magnitudo 4,8 colpisce il Lazio.

Tutto questo nei pochi giorni di svolgimento del festival. Solo semplici coincidenze? No, decisamente l’abbinata Sanremo-Fazio/Littizzetto porta sfiga. Ragazzi, toccatevi le…qualcosa. E meno male che il festival è finito ieri sera.

E non è tutto. Proprio in questo momento apprendo dal Corriere un’altra tragedia: al festival ha vinto Marco Mengoni.  Ho sentito nei giorni scorsi la sua canzone. Se questa è la canzone più bella del festival, figuriamoci le altre. E se il “ragazzo col ciuffo“, stile Little Toni, ha vinto…beh, allora tutto è possibile. Vuol dire che, Maya o non Maya,  siamo proprio arrivati alla fine del mondo.

Eppure, a sentire i media, è tutto un coro di voci entusiaste, di elogi sperticati per i conduttori, di esaltazione di canzoni e cantanti, di proclami di vittoria per i grandi ascolti (il festival è stato seguito da 13 milioni di spettatori). Come se il numero degli spettatori sia direttamente proporzionale alla qualità del programma; più un programma è seguito, più è di qualità. Bene, ammesso e non concesso che i grandi ascolti siano garanzia di qualità, bisogna ricordare un piccolo dettaglio, che ho rimarcato anche in passato a proposito dei grandi ascolti di Santoro: l’altra faccia della medaglia.

Dire che il festival è stato un grande successo perché seguito da 13 milioni di spettatori, significa dire che (la matematica non sbaglia), siccome gli italiani sono 60 milioni, ben 47 milioni di italiani non hanno guardato il festival. Ovvero, la stragrande maggioranza. E questo è un dato matematico, indiscutibile e che non si presta ad interpretazioni di sorta. Perché si conteggia solo e sempre il numero di coloro che seguono un programma e non il numero di coloro che non lo guardano? Misteri auditel!

Ora, la nostra società si basa su quel curioso principio (mai dimostrato, ma accettato come un assioma) che la maggioranza, in quanto tale, abbia diritto di prendere decisioni e amministrare la Res pubblica in nome della collettività (la verità è ciò che la maggioranza pensa sia vero). Il diritto della maggioranza a governare è un cardine del sistema democratico. Allora, nel nostro caso,  significa che per la maggioranza degli italiani, che non ha guardato Sanremo,  il festival è uno spettacolo inguardabile. E la maggioranza ha sempre ragione! Beh, questa è matematica e logica, mica è lo starnazzare degli opinionisti nei pollai televisivi pomeridiani. Anzi, questa  è la democrazia, bellezza!

Il mondo sotto choc

E’ la notizia del giorno. Nessuno se lo aspettava e adesso “Il mondo è sotto choc“. E’ davvero una notizia che sconvolge l’umanità ormai abituata alla sua presenza discreta, alla sua immagine familiare, alla sua autorevolezza come fonte di informazione, di ispirazione e modello etico ed estetico di vita. Un punto di riferimento unico ed insostituibile che ha formato e forgiato intere generazioni. Ora, con una decisione improvvisa ed inaspettata, viene a mancare e tutti si sentiranno orfani, smarriti. Un autentico fulmine a ciel sereno…

Avete capito benissimo di cosa sto parlando, potete leggere qui la sconvolgente notizia: “RCS annuncia 800 esuberi“. Che? Avete pensato che stessi parlando del Papa? Ma no, quello non è un problema. Come dice il vecchio adagio popolare “Morto un Papa se ne fa un altro“. In questo caso ne fanno un altro anche se il Papa è ancora vivo. E’ il progresso. Ora bisognerà aggiornare il vecchio motto.

La vera notizia sconvolgente è che RCS, nell’ambito di un piano di ristrutturazione aziendale, ha deciso che chiuderà o metterà in vendita una decina di testate storiche. E fra quelle destinate a scomparire c’è, incredibile dictu…Novella 2000! Sì, quella rivista che ci aggiorna costantemente sugli amori dei VIP, che ci mostra in anteprima i pancioni delle star, che ci informa sui loro gusti, su cosa fanno, cosa non fanno, cosa vorrebbero fare, sui compagni e compagne che si trovano, si lasciano, si ritrovano e si rilasciano, su chi scopa con chi, cosa mangiano, come si truccano, come si vestono, quali diete seguono, quali ritocchini consigliano, tutti i segreti sulla seduzione, tutto il Kamasutra minuto per minuto, etc, etc…

Quella insostituibile rivista di gossip, specializzata nel colmare i vuoti mentali, che segna un’epoca.  Una specie di Bibbia per signorine di belle speranze, di casalinghe disperate, di precarie disperate, nullafacenti comunque disperate, immancabile sui tavolini nelle sale d’attesa delle parrucchiere per signore. Una rivista storica che ha il grande merito di riempire  tante teste che, altrimenti, resterebbero desolatamente vuote. Eccola…

Ci mancherà da morire. “Ne avremo mai un altro?”, urlava alla folla Marcantonio piangendo sul cadavere di Cesare. Così, oggi, milioni di orfane gossipare  piangono e si interrogano disperate: “Avremo un’altra Novella 2000? Riusciremo a sopravvivere?”.  Ecco il vero interrogativo devastante che oggi attraversa l’Italia da Trento a Lampedusa: “Ne avremo mai un’altra?” Boh…

Noticina per giornalisti e paparazzi che dovessero restare senza lavoro. Provate a cercare un lavoro vero. Magari in campagna; c’è tanto bisogno di braccia in agricoltura!