Cambiamo il mondo

Governo del cambiamento.
La cosa difficile non è formare un governo, ma decidere come chiamarlo. Dopo aver provato il governo di scopo, il governo di transizione, il governo tecnico, il governo politico, il governo del Presidente, finalmente abbiamo trovato la definizione giusta: “Governo del cambiamento”.

Governo cambiamento

E’ importante trovare la definizione giusta perché caratterizza il governo ed il suo programma, l’attività e l’immagine che se ne fa l’opinione comune. Anche se non c’è mai stato un governo che abbia promesso di non cambiare niente e di essere come quello precedente. Tutti annunciano grandi cambiamenti, ovviamente positivi. Ma non stiamo a sottilizzare. Troisi affermava che a Napoli non c’è lavoro. Si trova lavoro a cottimo, lavoro nero, lavoro precario, lavoro sporco, lavoretto (con eloquente gesto della mano per intendere lavoro poco pulito). Ma solo lavoro senza aggettivi non c’è. Ecco, lo stesso vale per i governi. Deve essere sempre accompagnato da un aggettivo che lo identifichi. Una volta erano famosi i governi balneari che duravano lo spazio di un’estate.

Oggi va di moda il cambiamento. Infatti molti usano questo termine per cercare di dare al proprio partito una finzione di rottura col passato, con la cattiva politica, con la corruzione. A parole. In pratica sono decenni che annunciano il cambiamento, ma tutto è sempre come prima, se non peggio. Anche Renzi annunciava che “L’Italia cambia verso”. Ricordate? Del resto anche Obama, in occasione della campagna per le elezioni presidenziali lanciò lo slogan “Change”. Ed anche Prodi si sentiva investito della missione di “cambiare l’Italia”. Da cosa nasce questa frenesia del cambiamento? Sostanzialmente dalla necessità di rinnegare le responsabilità delle passate amministrazioni che, stranamente, sono sempre responsabili di grandi errori, e promettere uno sconvolgimento della politica che, di colpo, dovrebbe diventare corretta, pulita, onesta, capace, diversa dal passato e garantire un roseo futuro in un paese in cui scorrano fiumi di latte e miele (Prodi affermava che il suo impegno era quello di assicurare agli italiani la “felicità”; modesto, vero?). Insomma i nuovi tribuni promettono il cambiamento per sembrare puri e diversi da tutti quelli che li hanno preceduti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e non sono propriamente esaltanti. Anni fa scrissi qualcosa su questa mania del cambiamento. E siccome è sempre valido, lo ripropongo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (2007)
Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo”. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Più si cambia meglio è. Alcuni si limitano a cambiare la biancheria o il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso.

In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel D’Alema in veste da lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri Ikarus, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

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Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S. Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.
Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste che riponevano in apposite cassettine, da cui poi nacque la celebre “testa in cassetta“. Alcuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re Luigi XVI. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“.

Ghigliottina

Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore”. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio.
Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti. Gli venne in mente perfino di cambiare l’Egitto. Fece una spedizione, ma poiché smontare la piramide di Cheope e rifarla quadrata (tanto per dare un segno tangibile di cambiamento) era impresa ardua, rinunciò all’impresa e si accontentò di portarsi dietro, come souvenir, la “Stele di Rosetta“.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente”, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi della potenza della vecchia Europa, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani”, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso”.
E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

indiani
Circa un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e sterminarono l’intera famiglia. A seguire cominciarono a sterminare aristocratici, nobili, ricchi borghesi, artigiani, commercianti, intellettuali e milioni di piccoli kulaki la cui unica colpa era quella di essere proprietari di piccoli appezzamenti di terra che coltivavano personalmente (i nostri “coltivatori diretti“) e a malapena campavano. Ma era una colpa gravissima, perché, come diceva Proudhon “La proprietà è un furto“. Quindi, dopo un primo repulisti dai nemici del popolo, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri
E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti, ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media. Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati; aggiudicato! In confronto, Hitler era un dilettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo”, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

NICOLA-ROMANOV

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori”, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiamenti” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, tutti con la stessa divisa, i cinesi sembravano uguali, ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, sono diventati una potenza economica mondiale (alcuni degli uomini più ricchi del mondo sono cinesi o russi), attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere. Cambia la definizione, ma la truffa ideologica e semantica è la stessa.

mao libretto rosso

 

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare e ricambiare il mondo, di rifarlo ex novo,  perché hanno uno strano concetto del mondo. Ma siccome non coincide con la realtà, invece che cambiare le idee sbagliate, vogliono cambiare il mondo per adattarlo allo loro ideologia balzana e tragica. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia, la Patagonia ed i pinguini dell’Antartide. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo”. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.
Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese”. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali, radicali e irreversibili?
Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno… Poi mi sveglio. E mi tengo il mondo così com’è!
Nota
Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso  capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. Più istruttivo di un corso di scienze politiche. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero ed ingenuo Gondrano, la sintesi di quel libro:

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”.

fattoria animali

 

Rottamazioni e mondi da cambiare

C’è sempre qualcuno che vuole cambiare il mondo. Non gli sta bene come l’ha fatto il Creatore e vuole fare qualche modifica. Specie quando si avvicinano scadenze elettorali la parola d’ordine è “cambiamento“. L’ultimo aspirante novello Demiurgo è Matteo Renzi, il nostro premier per caso (anzi, per grazia ricevuta; da Napolitano), che ha cominciato a rottamare tutti quelli che gli stavano intorno ed ha deciso che “L’Italia cambia verso“. Ora poi vuole convincerci che con le riforme proposte nel referendum si apre un’era di cambiamenti epocali. In realtà il quesito referendario è ingannevole e truffaldino, perché così come sono poste le domande invitano a dare una risposta positiva sia alla riduzione dei parlamentari, sia alla riduzione delle spese della politica. Ma in realtà avere un centinaio di senatori in meno è del tutto irrilevante sia come numero, sia come costo. Ma le implicazioni della formazione del nuovo Senato, unitamente alla legge elettorale, apre la strada a derive pericolose per la democrazia. Il fatto è che fanno finta di cambiare, ma  tutto resta come prima, in perfetto stile gattopardesco. Le poltrone sono sempre le stesse. Al massimo cambiano i culi che vi si adagiano. Ma cambiare i culi dei politici non è la soluzione dei problemi, perché la politica è il problema, non è la soluzione. Non serve a molto cambiare le persone se il sistema resta quello che conosciamo da sempre, marcio e corrotto. Se il cavallo è un brocco non serve cambiare il fantino, bisogna cambiare il cavallo. E poi diceva bene Marcuse già negli anni ’60: “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.  Dieci anni fa scrissi un post sull’argomento. Eccolo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (23 maggio 2007)

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso. In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio. Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente“, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani“, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“. E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Più di un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri“. E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti; ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo“, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori” degli altri, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, con la stessa divisa, i cinesi sembravano tutti uguali. Ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese“. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno. Poi mi sveglio e mi tengo il mondo così com’è.

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

Rivoluzioni vegane

Mai fidarsi delle apparenze. Per esempio, Chiara Appendino ha vinto le elezioni a Torino. E, a parte le considerazioni  politiche  sul M5S, sembrava una persona normale. Poi comincia a parlare di programmi e priorità e viene qualche dubbio sulla normalità. Ecco una delle sue priorità programmatiche.

Ecco le urgenze di Torino: “Promuoverò la dieta vegana“. Questi sono quelli che vogliono cambiare il mondo (dicono). Sono i nuovi rivoluzionari 2.0, la generazione digitale; nascono e vivono in rete, come avatar in un mondo virtuale. Qualcuno dubita che esistano nella realtà; forse quelli che vediamo in TV sono degli ologrammi. Forse i personaggi sono virtuali, ma le cazzate sono reali: da chi insegue scie chimiche a chi, come la Raggi, vuole costruire delle teleferiche a Roma, dalla dieta vegana dell’Appendino a Paola Massidda, sindaca 5stelle di Carbonia  in Sardegna, che ha inserito nel suo programma la “pulizia delle spiagge” (lodevole iniziativa, se non fosse per il fatto che Carbonia è all’interno e nel suo del territorio non ci sono spiagge).  Ma quando si è presi dal sacro fuoco del rinnovamento queste sviste succedono.

Nella loro ingenuità ricordano molto i “Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”; il dramma è che questi ne sono convinti. Si sentono dei rivoluzionari; infatti si fanno chiamare “cittadini” e si ispirano ai “sans-culottes”. Ma sono più moderati, mansueti come agnellini, sono rivoluzionari erbivori. Una volta i francesi fecero una rivoluzione e presero la Bastiglia al grido di “Liberté, Egalité, Fraternitè“. Questa conquista la Mole al grido di “Broccoli, finocchi e misticanza” e vuole mettere i torinesi a dieta (Povero Fassino, già è messo male di suo…). E’ una rivoluzione leggera, incruenta, senza sangue e senza carne. Ecco perché non usano la ghigliottina; per il momento.

 

Diritti e doveri

In questi giorni, dopo l’attentato dei terroristi islamici a Parigi, si sta consumando un’abbuffata di buoni sentimenti e di dichiarazioni di solidarietà a sostegno della libertà di pensiero e di stampa.  Il corteo che sfilava a Parigi è la dimostrazione che la società, incapace di gestire e risolvere concretamente i problemi, rimedia con manifestazioni popolari che, solo apparentemente, salvano la faccia dei governanti e la coscienza dei cittadini. In realtà non risolvono il problema di fondo, l’effetto catartico è solo apparente e fugace, e sono solo l’ennesimo rito collettivo di cui la società ha bisogno periodicamente per rafforzare la presunta unità della nazione e la rivendicazione di libertà e diritti, che altro non sono che l’attuazione umana di quell’istinto naturale, primordiale ed ancestrale, che è la legge del branco (Vedi “Masquerade“).

In queste circostanze è forte il richiamo a due momenti cruciali dell’evoluzione del pensiero moderno: il motto della rivoluzione francese “Liberté, egalité, fraternité” e la Dichiarazione universale dei diritti umani. Sul motto dei “sans coulottes“, al di là della letteratura che ne esalta la spinta rivoluzionaria che sarebbe alla base della società moderna,  basta considerare che i suoi principi restano tranquillamente sulla carta. La “fraternité” la si può trovare, forse, in qualche convento di clausura (non esiste nemmeno fra i cuccioli appena nati, c’è sempre qualcuno che cerca di prevalere a scapito degli altri), la “egalité” è solo un’invenzione letteraria ed un concetto astratto di cui non c’è traccia nella realtà e la “liberté” è un’arma usata dal potere (in tutti i suoi aspetti) che la interpreta, secondo le circostanze e la convenienza, a proprio uso e consumo. Sulla pomposa dichiarazione dei diritti dell’uomo, infarcita di retorica e buoni sentimenti, invece che ripetermi, riporto quanto già scritto, a proposito di qualche incongruenza, nel seguente post di sei anni fa.

Diritti e doveri (13 dicembre 2008)

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Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, si sono celebrati i 60 anni della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo“. Bel documento, pieno di lodevoli propositi e buone intenzioni. Peccato che restino tali. Peccato che sia un lungo elenco di “diritti” che restano sulla carta. Peccato che non sia citato, fra i tanti diritti, nessun dovere. Quando avremo anche una bella “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, forse, saremo a posto.

Peccato, infine, che il principio stesso della “libertà”, che è alla base della Carta, sia messo in dubbio, o contraddetto, già nel primo articolo.

Art. 1): ” Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Già la prima frase dell’articolo 1 si presta a molte considerazioni sul concetto di “eguaglianza”, che però ci porterebbero molto lontano. Limitiamoci, quindi, alla seconda proposizione. Ci sono in una sola riga due affermazioni ed entrambe discutibili. La prima riguarda l’affermazione che tutti gli esseri umani siano dotati di ragione e di coscienza. E’ un’affermazione o un auspicio? Già, perché la ragione è la capacità raziocinante, che può manifestarsi in misura diversa in ciascun individuo, fino ad essere molto limitata o quasi inesistente, se non, per traumi o malformazioni congenite, inibita del tutto. Lo stesso dicasi per la coscienza che, al di là di differenze concettuali astratte e non rispondenti alla realtà, non è altro che un aspetto della capacità raziocinante, ovvero della stessa ragione, o della attività mentale, o di quello che chiamiamo genericamente “Pensiero“. Questa differenza della capacità ragione/coscienza, presente nei singoli individui in maniera diversa, contraddice il principio di eguaglianza.

La seconda affermazione, ove afferma che tutti gli esseri umani “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza“, è ancora più contradditoria. Non solo è l’esempio lampante di quelle belle affermazioni che sono solo buone intenzioni, ma non hanno alcun riscontro nella realtà, ma è anche in contraddizione con il diritto fondamentale alla libertà di pensiero e di espressione (articoli 18 e 19). Il verbo “devono” esprime, infatti, non un auspicio, ma una imposizione comportamentale che, come tutte le imposizioni, pone necessariamente dei limiti alla libertà di scelta individuale. Si stabilisce con una norma l’obbligo di agire in spirito di fratellanza. E se qualcuno non avesse voglia di agire secondo questo criterio? Non è libero di dissentire? Oppure è libero di essere un criminale, un assassino, un terrorista, un pedofilo, un razzista, un dittatore sanguinario che stermina milioni di avversari, e continuare a godere di tutti i diritti garantiti dalla Carta, nonché di essere dotato di “ragione e di coscienza“? La libertà di pensiero individuale non può essere limitata da un “obbligo” morale. Si può limitare, con opportune leggi, l’attuazione pratica di forme di libertà di pensiero che si concretizzino in atti dannosi per la comunità. Ma non si può obbligare qualcuno a pensare di dover agire in spirito di fratellanza. Non c’è Carta che tenga e che possa ottenere questo risultato.

Questa dichiarazione, quindi, o è solo una dichiarazione di buone intenzioni, oppure si applica solo alle persone che già, per natura, siano inclini ad agire in spirito di fratellanza. Ma in tal caso non avrebbero bisogno di regole scritte.

In fondo, affermare che gli uomini “devono” agire in spirito di fratellanza, non è altro che riconoscere ed affermare l’esistenza di un “dovere” dell’uomo. Ovvero, riconoscere che non esistono solo i diritti, ampiamente ribaditi dalla Carta, ma anche i doveri. Ecco, quindi, che la “Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo“, non è poi così campata per aria o provocatoria, come potrebbe sembrare.

La dichiarazione di principi astratti, che non tenga conto della natura umana, è destinata a restare solo una bella dichiarazione d’intenti. Come è, appunto, la Carta in questione che, al di là delle celebrazioni, resta inattuata e disattesa tranquillamente in gran parte del mondo. E se dopo 60 anni è ancora inattuata, qualche motivo deve esserci.

C’è ancora un’ultima considerazione, riguarda il razzismo. Oggi va come il pane, qualunque atteggiamento esprima anche solo un minimo di diffidenza o di fastidio per immigrati, neri, nomadi, gay e diversi di vario genere, viene immancabilmente definito “razzismo”. Basta che tu guardi storto il marocchino che cerca insistentemente di venderti i fazzolettini di carta o reagisca infastidito con quello che al semaforo, senza che tu lo chieda, vuole pulirti il parabrezza, e automaticamente sei razzista. Il concetto di razzismo, che era una teoria basata sulla presunta superiorità di una razza rispetto alle altre, ha esteso il suo significato; qualunque affermazione vada contro l’uguaglianza, in tutti i sensi, di tutti gli uomini è diventata razzismo. Ad avvalorare questa uguaglianza si citano spesso anche eminenti scienziati i quali confermano che non esistono le razze, ma esiste solo una razza alla quale appartengono tutti gli uomini, quella umana. E per difendere i diritti di tutti gli uomini ci si appella, come ad una Bibbia, ancora alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Bene, allora vediamo cosa dice la Dichiarazione.

Art. 2):Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere…”.

Lo stesso concetto viene ribadito chiaramente nell’art. 16: “… senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione.”. Affermare che non devono esserci limitazioni per differenza di razza significa affermare, pari pari, che le razze esistono. Se non esistessero non avrebbe senso dire che non devono esserci distinzioni. Non si possono porre limiti a qualcosa che non esiste. Ma se si dice che tutte le razze hanno uguali diritti significa affermare che le diverse razze umane esistono. E’ pura e semplice logica elementare. Ma allora, visto che la Dichiarazione afferma l’esistenza delle varie razze, significa che questa Dichiarazione è razzista? Delle due l’una; o non è razzista, ma le razze esistono, oppure le razze non esistono e la Dichiarazione è chiaramente razzista. Tertium non datur.

Dunque, quando combattete il razzismo e dichiarate l’uguaglianza di tutti gli uomini, citate pure chi vi pare, ma non citate la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Oppure cambiatela.

Credo che la storia del pensiero umano, pur costellato di lampi di genialità, nella sua attuazione pratica in politica e nell’organizzazione sociale,  sia in parte condizionata da fattori spesso tragicamente concomitanti: la sostanziale stupidità di fondo dell’essere umano, una saltuaria e apparentemente casuale comparsa di dosi massicce di devastante follia ed una altrettanto buona dose di ipocrisia.

Ottobrata romana

Più calda del solito questa ottobrata romana: bombe carta, petardi, fumogeni, cassonetti incendiati, vetrine rotte, assalto ai blindati della polizia (foto). Abbiamo visto nei vari TG le immagini di queste “tranquille e pacifiche” proteste. Niente di nuovo, scene già viste centinaia di volte. Del resto in democrazia è garantito a tutti il diritto di manifestare, protestare, sfilare in corteo, insultare le istituzioni, aggredire le forze dell’ordine, sfasciare vetrine, incendiare cassonetti e auto, lanciare corpi contundenti addosso ai poliziotti. Tutto lecito, dicono che il diritto di manifestazione sia sacrosanto, garantito dalla Costituzione. E se lo dice la Costituzione deve essere vero.

Deve pensarlo anche Erri De Luca, scrittore e intellettuale “de sinistra” (in tutti i sensi), quello che giustifica le violenze ed i vandalismi dei No Tav. Violenze che dagli inquirenti sono state definite come “atti finalizzati al terrorismo ed all’eversione“, ovvero un reato gravissimo (Accuse di terrorismo per i No Tav). E De Luca li giustifica. Anzi, ha affermato di aver partecipato personalmente ad alcune proteste: “Ho partecipato ai sabotaggi No Tav(La Repubblica). Ma stranamente nessuna procura apre un fascicolo nei suoi confronti per “apologia di reato“. Strano, vero?  Sarà che quando gli indiziati sono di sinistra si chiude un occhio e “l’obbligatorietà dell’azione penale” viene momentaneamente sospesa?

C’era anche lui all’Ottobrata romana di oggi, per portare sostegno ai compagni No Tav. Non poteva mancare. Dove si protesta lui c’è. Lo abbiamo visto intervistato in strada, durante la manifestazione, dal TG2. Dice De Luca che i manifestanti di oggi sono come i “Comitati di salute pubblica…così li chiamo io“. Immaginiamo che, mentre lo dice,  veda scorrere nella mente immagini di sommosse popolari, sans culottes e teste mozzate. Già, gli intellettuali di sinistra sono così, hanno la fantasia fervida e sognano ancora di rivoluzioni, processi di piazza e nobili giustiziati in nome della libertà.

Non è il solo a sognare una nuova presa della Bastiglia. Anche i grillini si fanno chiamare “Cittadini“. Sarà un caso? Di questo passo torneremo presto al “Terrore“. A quando la ghigliottina in piazza?

Grillo for dummies

Spiegare il fenomeno Grillo è facile. Bisogna, però, fare un piccolo sforzo di fantasia ed  immedesimarsi in coloro che lo seguono, che lo osannano, che riempiono le piazze e lo applaudono. Non è difficile. In fondo sono persone normali, comuni mortali che campano alla meno peggio, sfogando rabbia e frustrazioni allo stadio di calcio o accalorandosi in accese discussioni con amici e colleghi di lavoro su tutti gli argomenti possibili, convinti di avere sempre la risposta giusta per tutto e la soluzione per ogni problema.  Gente così, un po’ Fantozzi, un po’ Filini. Gente comune, specialmente giovani, che una volta si limitava a scambiarsi commenti e  lamentele assortite al bar dello sport, dove tutti sono esperti di tutto, dal calcio allo spettacolo, dall’economia agli UFO, dall’alta finanza alla politica.

Qualcuno, non ricordo chi, ha detto: “Peccato che tutti coloro che sanno benissimo come governare il Paese siano impegnati a tagliare capelli o guidare taxi“. Già, barbieri e tassisti possono discutere di tutto lo scibile umano con l’apparente sicurezza di chi non ammette repliche. Ma una volta queste “autorevolissime” chiacchiere restavano confinate fra le quattro mura del bar, ma non restava traccia perché, come dice il vecchio adagio latino, “Verba volant“. Scenette da piccoli pseudorivoluzionari di periferia, da sfigati in attesa di posto fisso, roba da “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”, come dicevo nel post “Tutti giù per terra“.

Poi, grazie al progresso ed alla tecnologia, è successo qualcosa di imprevedibile e dalle conseguenze non ancora del tutto comprese nel loro potenziale rivoluzionario. E’ successo che questi commentatori ed opinionisti da bar dello sport si sono adeguati ai tempi, si sono informatizzati, si sono trasferiti nella rete internet, dove chiunque può aprire una sua pagina web ed esprimersi liberamente, hanno creato legami di affinità ideologica e si sono ritrovati uniti ed aggregati attorno al blog di un comico in crisi esistenziale che si è riciclato come guru spirituale e tribuno della plebe. Di colpo, il blog di Grillo è diventato come un faro nella notte, punto di riferimento per contestatori, rivoluzionari della domenica, individui dalla personalità debole in cerca di una figura paterna che funga da guida, cuccioli smarriti nella foresta della vita, felici di aggregarsi ad altri cuccioli smarriti per costituire un branco che li rassicura e li protegge.  Questo è successo.

Ora si trattava solo di dare una finalità a questa aggregazione. E Grillo, da uomo di spettacolo, sapeva benissimo come sfruttare la situazione. Il suo istrionismo si è espresso al meglio nelle piazze, davanti ad un pubblico che lo applaudiva perché diceva esattamente le cose che quel pubblico voleva sentire. E’ la regola d’oro di tutti i comizianti del mondo. Mischiando sapientemente battute ad effetto, ironia, insulti, sarcasmo, denuncia sociale e critica feroce alla politica, ha creato un mix dialettico che è un capolavoro dell’arte retorica. Cicerone non avrebbe saputo fare di meglio. Marcantonio, e la sua orazione funebre sul cadavere di Cesare, al confronto è nulla; un dilettante. Il trionfo della sofistica in versione moderna.

C’è un solo accorgimento da rispettare: evitare, finché è possibile,  di  fornire proposte precise e concrete, o stilare programmi dettagliati che potrebbero dividere il pubblico in favorevoli e contrari. Limitarsi, piuttosto, a poche cose essenziali sulle quali più o meno tutti sono d’accordo: lotta alla corruzione, al malaffare, al malgoverno, agli sprechi del denaro pubblico, ai privilegi assurdi ed ingiustificabili, denunciare gli imbrogli, i sotterfugi, gli inciuci, le truffe della finanza, lo strozzinaggio bancario, stigmatizzare  tutto ciò che è come uno schiaffo in faccia al popolo, tutto ciò che suscita rabbia e sdegno. Ma tenendosi sul vago, senza entrare troppo nei dettagli, perché prima o poi qualcuno dei duri e puri, quelli che predicano bene e razzolano male,  potrebbe essere scoperto con le mani nella marmellata.  Poi basta alimentare questa indignazione trasformandola in desiderio di rivolta. Ed il gioco è fatto. Si organizza una giornata di protesta in piazza, la si chiama “Vaffa Day” e così comincia l’avventura.

Sembra un gioco, un’allegra goliardata, una specie di gita fuori porta, un picnic fra amici, un semplice happening  o un flash mob, come dicono oggi, senza conseguenze. Ma è qualcosa di più serio e non se ne era colta appieno l’importanza. Tutte le rivoluzioni cominciano così, con semplici adunate di piccoli gruppi. Ed una volta partita la rivolta non si sa mai come va a finire, quali saranno gli effetti ed è sempre difficile, se non impossibile, fermarla, perché una piccola palla di neve che rotola giù dalla montagna diventa subito valanga.

E così i nostri opinionisti da bar dello sport si ritrovano, di punto in bianco, in condizioni di partecipare alle elezioni sotto l’ala protettrice di Grillo e dell’eminenza grigia Casaleggio. Tutto quello che devono fare è proporre la propria candidatura nella sede virtuale del movimento, il blog di Grillo. Fanno una parodia di “primarie“, si autocandidano, si autovotano, nessuno controlla l’autenticità di quelle poche migliaia di persone che votano in rete e, senza sapere chi sono e cosa vogliono, si ritrovano in lista per le elezioni.

E siccome la gente ormai ha perso ogni speranza di vedere segni di cambiamento della politica, è talmente schifata della casta che vota per questi grillini che si propongono come anti politica. E’ l’unica cosa che si capisce di questo movimento, essere contro la politica e proporre un cambiamento radicale. Ma è l’idea che, come dicevo prima, accomuna gran parte degli italiani. Basta questo per dargli il voto.  E così, abbiamo svuotato bar, taxi e barberie, abbiamo preso gli opinionisti della domenica ed abbiamo mandato tassisti e barbieri in Parlamento. Poi non lamentiamoci se ci faranno barba e capelli.

Eppure, il buon senso dovrebbe farci riflettere. Va bene il cambiamento, va bene la protesta, va bene dare fiducia a chi si propone come rinnovamento, va bene cambiare le regole della politica, ma bisogna stare attenti ai cambiamenti improvvisi e drastici. Prima di gettar via le vecchie sedie, accertatevi che abbiate quelle nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

E poi, soprattutto, ricordiamoci che basta poco per passare da una semplice protesta ad innalzare il patibolo in piazza. Il passo è breve. Il paragone non sembri azzardato, visto che la stampa riportava, nei giorni scorsi,  un’altra delle proposte grillesche; gli eletti non dovranno chiamarsi “onorevoli“, ma “Cittadini“. Vi ricorda niente? Sì, evoca scenari di un lontano 14 luglio 1789, da presa della Bastiglia. E sembra di sentire il sinistro e lugubre sferragliare della lama della ghigliottina. Attento Grillo, perché Robespierre, col pretesto della giustizia ed in nome del popolo,  creò un terrificante tribunale degno della peggiore Inquisizione e grazie a quella stessa sua creatura, che gli si rivoltò contro, perse la testa; letteralmente. Tempo al tempo, scommettiamo che…

Il Papa mi copia il blog.

Oggi il Papa, durante la sua omelia, ha affermato: “Sono venuti tanti falsi profeti, ideologi, dittatori dicendo: ‘siamo noi che abbiamo cambiato il mondo’. Ma dalle loro dittature, da queste promesse, è venuto solo un grande vuoto e distruzione.”. Ha ragione, la storia è piena di esempi di personaggi che si ripromettevano di cambiare il mondo per renderlo migliore, ma hanno portato solo desolazione, distruzione e morte. Ne sono talmente convinto che espressi lo stesso concetto più di tre anni fa in un post: “Ma ci conviene cambiare il mondo?”. Santità, ma cosa fa, copia dal mio blog? Ma no, naturalmente sto scherzando. Però è curioso rileggere quello che scrivevo allora. Tanto vale riportarlo, eccolo…

Ma ci conviene cambiare il mondo?

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso.

In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa”. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio.

Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti. Gli venne in mente perfino di cambiare l’Egitto. Fece una spedizione, ma poiché smontare la piramide di Cheope e rifarla quadrata (tanto per dare un segno tangibile di cambiamento) era impresa ardua, l’unica cosa buona che ne riportò fu una stele di basalto, la “Stele di Rosetta”.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente”, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani”, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“.

E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Circa un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri

E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti, ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro e ricominciarono a “cambiare il mondo”, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Beh, tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ‘30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori”, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, tutti con la stessa divisa, i cinesi sembravano uguali, ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese”. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno… Poi mi sveglio. E mi tengo il mondo così com’è!

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

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