Cento lire di felicità.

Spesso ci vengono in mente ricordi dei tempi andati, dell’infanzia, della giovinezza; così, senza un motivo. Ultimamente, quando sembra che il denaro non abbia più valore e senti parlare di milioni di euro come fossero noccioline, mi capita di tornare indietro nel tempo e di pensare a come era una volta il rapporto con il denaro. E penso non alle famose “Mille lire al mese” della canzone degli anni ‘40, ma alle cento lire degli anni ‘50/’60.

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Il primo ricordo risale a quando ero ancora un bambino e quasi tutti gli anni, d’estate, andavo a trascorrere un mesetto dai nonni paterni, in un delizioso paese del nord Sardegna, Castelsardo, posto non sul mare, ma dentro il mare. Era, infatti, ed è tuttora, costituito nella sua parte vecchia, da un antico castello, passato diverse volte di mano nel corso della storia, dai Doria agli aragonesi, costruito su un promontorio sul mare. E’ li che, già all’età di 5 o 6 anni, imparai a nuotare. La casa dei nonni era proprio nel castello, un intricato dedalo di viuzze strette, acciottolate, che odoravano di umido, di salmastro e di tutti gli odori possibili, compresi odori di stalla, visto che al piano terra delle abitazioni veniva spesso ricavato l’alloggio per gli animali da lavoro, soprattutto asini e muli. Uno dei ricordi rimasti nella mente è proprio quello delle cento lire. Ogni giorno passavano per le stradine dei ragazzini con una grande cesta sulla testa colma di frutta di stagione e la vendevano, gridando per attirare l’attenzione. Il grido che mi è rimasto in testa è questo: “cento lire al chilo i fichi buoni“. La cosa mi sorprendeva perché da noi, nel mio paese natale, nessuno andava in giro a vendere fichi, per il semplice fatto che le campagne erano piene di alberi di fichi ed anche nel centro abitato e dentro le grandi case con cortile, tipiche degli agricoltori, si trovavano spesso dei fichi. Quasi tutti, poi, possedevano un pezzo di terreno e quei frutti, data l’abbondanza, erano a disposizione di chiunque, pur non avendo alberi di sua proprietà, volesse coglierne un po’ per consumarli in famiglia; più o meno, e purché non si esagerasse. Diciamo che era un “furto” tollerato, così come succedeva per olive, fichidindia, uva, piselli e favette fresche a primavera ed altri prodotti della terra. Quindi nessun bambino sarebbe andato in giro a vendere quello che tutti potevano cogliere in campagna. Chissà perché, mi è sempre rimasto in testa quel “Centu franchi”, cento lire. Allora era già una somma di rispetto. Ma anche successivamente negli anni, quelle cento lire mantennero un certo valore.

Ancora a cavallo degli anni 50/60 cento lire era, per esempio, il costo di una bibita al bar. Costavano cento lire i primi succhi di frutta, quelle bottigliette piccole, quasi sempre al gusto di pera o albicocca, ma che di tali frutti avevano poco o niente ed erano fatti, come si scoprì molti anni dopo, a base di semi di girasole e chissà cos’altro. Cento lire era anche il costo, lira più lira meno, di un “bicchierino” di liquore. Allora non c’era tutta la grande scelta di liquori che arrivarono dopo. Erano pochi, si potevano contare sulle dita della mano. Il più diffuso era un liquore forte dal gusto leggermente dolce e dall’aroma di anice, che prendeva il nome dal paese in cui veniva prodotto: il Villacidro. Per il resto si beveva ancora birra o vino, oppure dei vini più pregiati, tipo vernaccia, malvasia o moscato. Data la scarsità di scelta gli avventori al bar non chiedevano un liquore particolare, ma semplicemente “un bicchierino”, lasciando in pratica decidere al gestore quale liquore versare. Il caffè costava 40 lire e quando, dopo anni, venne portato prima a 45 e poi a 50 lire fu quasi uno scandalo. Ma nessuno rinunciò alla tazzina al bar. Un’altra bevanda che ebbe successo per alcuni anni e poi scomparve era la “Spuma”, una specie di ibrido, di miscuglio, di “incrocio” fra bevande: faceva la schiuma come la birra, ma aveva il gusto del chinotto. Ancora cento lire, nei primi anni ‘60, era la moneta da inserire nei primi distributori automatici delle bottigliette di Coca Cola.

Ricordo ancora quando scoprimmo il “trucco” dei prezzi, cosa che poi nel tempo non è certo cambiata, anzi. Solitamente usavamo organizzare feste e balli. Eravamo un bel gruppo di amici e amiche e la domenica pomeriggio, e tutte le feste comandate, inevitabilmente, ci si ritrovava a casa di qualcuno di noi che avesse una stanza abbastanza grande, e si ballava. In occasione, poi, di feste particolari, come la Pentolaccia o il Capodanno, allora si facevano le cose in grande, si organizzava una grande festa, il classico “Veglione”, si mandavano, pensate un po’, i bigliettini da visita con gli inviti scritti alle famiglie, si preparava un ricco buffet, con bibite, liquori, dolci di ogni genere, tartine (fatte da noi), insomma un gran festa alla quale partecipavano più di cento persone. Tutto questo ben di Dio era, naturalmente, a carico di noi ragazzi che, come organizzatori, ci quotavamo; per molti anni la somma fissa era mille lire, per sopperire alle spese. Si raccoglievano i soldi, si faceva un salto in città e si acquistava tutto il necessario; bibite, liquori, paste e pasticcini, pizzette, salatini e tutto l’occorrente per preparare panini e le nostre squisite tartine. Oltre che, naturalmente, grandi scorte di coriandoli, stelle filanti, festoni e addobbi vari per abbellire la sala. Fu in occasione di una di queste feste che scoprimmo che in un paese vicino c’era un deposito di bibite all’ingrosso. Tentammo, pensando che, essendo un negozio all’ingrosso, difficilmente ci avrebbero consentito di acquistare della merce. Invece, con nostra grande sorpresa, arrivati al deposito, non fecero nessuna difficoltà a venderci bibite varie. E la sorpresa fu nel constatare che quei succhi di frutta che al bar pagavamo 100 lire costavano, pensate un po’…25 lire. Una bella differenza, vero? Quella inspiegabile differenza fra costo all’origine e costo al banco nessuno l’ha mai spiegata e giustificata, nonostante ancora oggi sia in quei termini.

A fine anni ‘50, quando arrivarono i primi juke box nei bar, cento lire era il gettone per farli funzionare. Ma si poteva mettere anche una moneta da 50 lire per ascoltare una sola canzone. Per noi ragazzini, che già andavamo matti per il rock di Presley e di Little Richard, che ascoltavamo alla radio, era il massimo. Per gli anziani, invece, erano solo delle assordanti macchinette infernali. Celentano, ai suoi esordi, gli dedicò anche una canzone “I ragazzi del juke box”; un verso della canzone diceva “La felicità costa un gettone per i ragazzi del juke box…la gioventù, la gioventù la compro per cinquanta lire e nulla più.”. Beh, forse non proprio felicità, però era il nostro modo di sentirci al passo con i tempi. Le mie prime 50 lire al juke box? Per ascoltare “Tom Dooley” del Kingston Trio, un gruppo americano che faceva folk. Nello stesso periodo, quando si usciva da scuola per la ricreazione a metà mattinata, si andava in un vicino negozio di alimentari per acquistare il panino. La rosetta imbottita con mortadella costava 25 lire; con salame 30 lire. Sì, ma non pensate alla rosetta di oggi, quella specie di palla gommosa che a tutto serve, meno che ad essere mangiata. Era tutta un’altra cosa.

Con cento lire si potevano acquistare, per esempio, una decina di sigarette; allora si vendevano anche sfuse ed era quasi abitudine per molti acquistarne 5 0 6, o anche semplicemente due. Non si fumava molto e, forse, 5 o 6 sigarette era il consumo medio di molti fumatori. Le più scarse erano le “Alfa”, uno strano miscuglio triturato molto grossolanamente in cui “forse” c’era anche del tabacco; costavano 160 lire al pacchetto. Appena appena migliori, si fa per dire, erano le Nazionali; 180 lire al pacchetto. Un po’ più accettabili le “Nazionali esportazione” che costavano 200 lire. Tutte senza filtro. Quelle estere, specie americane, che anche noi acquistavamo nelle grandi occasioni, tanto per darci delle arie con le ragazze, costavano qualcosa in più, oltre le 250/300 lire.

Ma in periodo normale, visto che in un giorno difficilmente si fumavano più di una decina di sigarette, quando uscivi di casa con 500 lire eri quasi ricco. Perché in fondo, bastavano ad acquistare le sigarette, a bere un caffè o una bibita e per il resto si passava la serata a chiacchierare, ridere e scherzare con gli amici o addentrarci in impegnative discussioni letterarie, politiche o filosofiche, alla ricerca del “senso della vita”, quando i Monty Python erano ancora di là da venire. Bastava poco.

Ma cento lire era anche il costo di un litro di benzina. In quel periodo, uno del gruppo di amici, quelli più affiatati, eravamo in 5, appena raggiunti i 18 anni prese la patente, ed i suoi acquistarono una vecchia 600 Fiat di seconda mano. E su quella vecchia 600 si scorrazzava in lungo ed in largo. Così, d’estate, mettevamo 100 lire a testa, si mettevano 5 litri di benzina nel serbatoio e si andava a trascorrere la giornata al mare; al Poetto. Si partiva già col costume da bagno addosso, sotto i pantaloni, un grande asciugamano da mare, una busta con due o tre panini e via, non serviva altro. Qualcuno penserà “Ah, il Poetto, lo conosco.”. No, no, non dico quella specie di sterrato che è diventato oggi, parlo del Poetto quando c’erano i casotti multicolori e le dune di sabbia bianca e finissima, così alte in certi tratti del litorale che, venendo dalla strada, non vedevi il mare. Già, 500 lire di benzina, andata e ritorno, magari giusti giusti, magari al limite, magari al ritorno lampeggiava la spia rossa della riserva, ma bastavano. Una giornata al mare con 100 lire. Allora la felicità costava poco. E la giovinezza ce l’avevamo gratis.

P.S.

Ripensando a quei tempi mi viene in mente che spesso felicità fa rima con semplicità. E ricordo una vecchia canzone degli anni ‘50 che parlava di “Due soldi di felicità”. Era “Canzone da due soldi”, classificatasi seconda al festival di Sanremo del 1954. La cantava Katyna Ranieri. “E’ una semplice canzone da due soldi che si canta per le strade dei sobborghi…” dicevano i versi del ritornello. E concludeva: “Canzone da due soldi, due soldi di felicità…”. Qualche tempo fa cercai questa canzone su You Tube. Non c’era la versione originale, ma in compenso c’era l’interpretazione, in italiano, di una cantante, bella e brava, inserita in un vecchio film russo “Likvidazia”, a riprova che quella canzoncina, semplice ed orecchiabile, era diventata famosa anche al di là dei confini nazionali. Se ho capito bene l’annuncio del presentatore, la cantante dovrebbe essere Antonina Tzarikova. Ecco il video:

Realtà e finzione.

Potrebbe sembrare pura finzione.
A guardarla da un punto di vista esterno, la vita potrebbe apparire come un film o una commedia del teatro dell’assurdo.
Gli ingredienti ci sono tutti.
Attori più o meno bravi che recitano, interpretando personaggi di primo piano, caratteristi o semplici comparse.
Alcuni attori sono scadenti ed è evidente che recitano un ruolo senza averne la capacità, ma altri sono così bravi ed interpretano così bene il loro personaggio che sembrano essere esattamente ciò che vogliono apparire.
Sarebbe perfino divertente osservare questa rappresentazione se solo non durasse troppo a lungo e non fossimo noi stessi personaggi della storia. Ma, soprattutto, se talvolta non avessimo degli improvvisi lampi di lucidità e, come per rivelazione, capissimo di essere semplici comparse di una commedia e trovassimo insopportabili coloro che, invece, sono convinti, o fingono, di essere realmente ciò che appaiono per il ruolo interpretato e pretendono che li si riconosca come tali.

Come in tutti gli spettacoli che si rispettino, dovrebbe esserci un intervallo e ad un certo punto dovrebbe calare il sipario.
Così, finita la recita, la gente potrebbe tornare alla realtà, mostrarsi per ciò che è veramente ed occuparsi di cose più serie di una rappresentazione teatrale.

Ma così non è.
Non calerà il sipario, né si spegneranno le luci in sala.
Nessuno degli interpreti potrà abbandonare il proprio ruolo o cambiare personaggio.
Solo l’autore potrebbe modificare il copione. Ma nessuno può affermare con certezza di sapere chi sia l’autore.
Alcuni dubitano addirittura che esista un autore.

E per uno strano scherzo del destino, o dell’autore, ogni personaggio è convinto di essere reale e di essere l’autore del proprio copione.
Tutto procede come se non fosse una rappresentazione, ma fosse la realtà; la sola, unica realtà possibile e certa.
Solo un osservatore esterno potrebbe rendersi conto che, invece, è solo una finzione scenica.
Ma non ci sono osservatori esterni, non c’è pubblico in sala; ci sono solo attori in scena.
L’unico spettatore potrebbe essere, ammesso che esista, l’autore.
Purtroppo però non di finzione si tratta, ma della pura e semplice realtà quotidiana che, mutando continuamente scena, di volta in volta appare come dilettevole commedia o angosciante tragedia o farsa grottesca.

Ma cos’è reale e cos’è finzione?
Anche la finzione teatrale, nel momento in cui viene rappresentata, è reale.
Gli attori che recitano sono reali, come è reale la rappresentazione della storia: è una reale rappresentazione di una finta realtà.
La finzione scenica è una componente della realtà e quindi è essa stessa reale.
La finzione è, dunque, realtà.
Ma non tutta la realtà, si potrebbe obiettare, è finzione.
E’ vero però che tutta la finzione è realtà.
Esiste, quindi, una parte della realtà che è solo realtà in quanto non contiene in sé la finzione.
Esiste, invece, la finzione che contiene sempre in sé la realtà.
Ma anche la finzione, essendo rappresentazione reale, fa parte della realtà.
La realtà, quindi, contiene in sé sia la realtà/realtà, sia la finzione/realtà.
Ora, per il semplice principio per cui il tutto contiene la parte, ma non viceversa, si dovrebbe concludere che sia la realtà/tutto a contenere la finzione/parte.
Questa conclusione è del tutto accettabile se ci limitiamo a considerare la realtà tridimensionale e misurabile secondo una geometria euclidea.
Tentiamo ora di trovare una definizione che vada oltre la realtà apparente e consideriamo i termini in esame sotto l’aspetto concettuale.

Abbiamo detto che tutta la finzione è realtà, ma non tutta la realtà è finzione.
Abbiamo anche detto che la realtà comprende la finzione.
Quindi la finzione fa parte integrante della realtà generale.
La realtà generale comprende sia la finzione/realtà, sia la realtà che non è finzione e che chiamiamo realtà/parte, per distinguerla dalla realtà/tutto o generale.
Poiché la realtà generale comprende necessariamente la finzione/realtà si deve concludere che non possa esistere una realtà che non contenga la finzione.
Quindi la realtà/parte (non finzione) non può esistere da sola, se non all’interno di una realtà generale che comprenda anche la parte finzione/realtà.
La finzione, invece, potrebbe esistere indipendentemente dalla realtà/parte, in quanto è essa stessa realtà ed essendo al tempo stesso realtà e finzione può essere considerata come una unità compiuta.
La parte finzione/realtà può esistere senza la realtà/parte, ma la realtà/parte non può esistere da sola in quanto, come abbiamo visto, non può esistere una realtà senza la finzione.
Ne consegue, per il principio che il tutto comprende la parte e che la parte non esiste senza il tutto, che se la realtà non esiste senza la finzione e la finzione/realtà può esistere senza la realtà/parte, significa che la realtà è solo una parte del tutto e che il "tutto" è la finzione.

L’unica realtà vera e possibile è, quindi, la finzione.
Se la finzione non fosse reale non esisterebbe e se non esistesse non potrebbe essere rappresentata.
La vita potrebbe essere, quindi, la reale rappresentazione della finzione che rappresenta la finta realtà.
Oppure, la finzione reale della finta rappresentazione della realtà.
Oppure la finta rappresentazione della reale finzione della finta realtà.
Oppure…

Oppure, anche questa storia è pura finzione, un semplice gioco di parole, come tanti altri giochi di parole che vengono partoriti da menti contorte con il solo scopo di confonderci le idee e millantare conoscenze e capacità non reali che giustifichino l’esercizio del potere politico, economico o culturale.
I sofisti si facevano pagare molto bene per insegnare questi trucchi dialettici.
I sofisti moderni sono più furbi; non perdono tempo ad insegnare i trucchi, li usano personalmente per raggiungere il potere.
Anche questo è progresso.

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Come pinguini nel deserto…

Talvolta, in questo mondo, ci sentiamo fuori posto. Ci sentiamo estranei in un luogo che non ci appartiene. Come se un destino burlone si fosse divertito a cambiare la segnaletica per farci finire fuori strada. Talvolta ci guardiamo intorno e non vediamo niente di familiare, niente che ci appartenga, niente da condividere. Talvolta si ha l’impressione che in questo mondo ci sia qualcosa che non quadra, qualcosa di sbagliato, fuori posto. E non è detto che la cosa sbagliata sia tu. Anche se cercheranno in tutti i modi di fartelo credere.

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L'ideale della vita.

Pensate che bello sarebbe non avere problemi di alcun genere. In fondo, sembrerebbe che per molte persone questo sia il vero ideale di vita.  Niente problemi di salute, né di lavoro, né litigi con mariti, mogli, figli, suocere. Niente problemi di carattere affettivo/sentimentale, né incomprensioni e sofferenze per legami conflittuali. Niente riunioni condominiali, né problemi con i vicini, né di parcheggio. Niente tasse, né multe da pagare. Niente file agli sportelli, né pratiche burocratiche, né scadenze fiscali. Niente diverbi fra colleghi o con i superiori o stressanti problemi di produzione, di marketing e di concorrenza aziendale.  Nessun problema. Questo sarebbe il massimo ideale di vita al quale molti sembrano aspirare.

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