Nichi, il baby pensionato (alla faccia vostra)

Quelli che dicono di combattere per il popolo, la giustizia, l’uguaglianza. Quelli che lanciano proclami  per combattere la povertà, per garantire uguali diritti a tutti. Quelli che denunciano i benefici, i compensi stratosferici e gli assurdi privilegi della casta politica. Ecco, quelli, sono i primi ad usufruire di tutti i privilegi che dicono di combattere. Anzi, siccome sono gli stessi che fanno le leggi, i privilegi se li fanno apposta, su misura.

Ecco, giusto per fare un esempio di questi giorni, cosa ha fatto Nichi Vendola, ex parlamentare ed ex presidente della Regione Puglia: “Vendola, il baby pensionato“. In pratica, mentre tutti gli italiani devono sottostare a norme sempre più rigide e restrittive  sul godimento della pensione, in Puglia si fanno le leggi ad hoc per garantire ai consiglieri privilegi assurdi; alla faccia degli italiani. Lui, il coomunista duro e puro, al contrario di tutti gli italiani, va in pensione a 57 anni con un vitalizio di 5.600 euro al mese (a cui si aggiungerà l’indennità da ex parlamentare), grazie ad una legge, approvata dal Consiglio della Regione Puglia, che sembra fatta apposta e cucita addosso a Vendola; manca solo il nome e la foto.

Eccolo, quello che disse che avrebbe abolito i vitalizi, quello che si appellava a “Un’Italia migliore“, quello che, giocando sull’ambiguità del termine, scriveva sui manifesti elettorali che lui era “Diverso…da quelli che avevano governato prima“. L’unica cosa vera è la sua diversità sessuale sulla quale, per carità cristiana, stendiamo un velo pietoso. Ma siccome questa gente ha la faccia come il culo, spesso confondono le due cose e scoreggiano mentre pensano di parlare e viceversa; per loro non c’è differenza, sono la stessa cosa. Lo si nota benissimo da questa foto in cui appare in tutta la sua faccia da…pensionato.

Vale la pena di capire come e perché il nostro Vendolino possa farla in barba agli italiani. Lo spiega chiaramente l’articolo del Corriere del 1° ottobre: “Vendola pensionato; 8 anni di servizio e 5.618 euro lordi“. Ecco un passo dell’articolo: “Come è noto, la legge pugliese ha abolito il vitalizio a partire dal primo gennaio del 2013, ma facendo salve le situazioni maturate fino al 31 dicembre 2012. Vendola, presidente (e consigliere) dal maggio del 2005 al luglio 2015, ha maturato sette anni e mezzo di contributi fino al momento dell’abolizione dei vitalizi. Ha poi aggiunto volontariamente – le norme lo consentono – la contribuzione necessaria a completare 8 anni. Ed è questo il periodo preso in considerazione per commisurare l’entità del vitalizio. Le norme consentono di percepire il vitalizio a 60 anni, ma concedono un anno di anticipo per ogni anno che superi il quinquennio minimo di contribuzione: gli otto anni di contributi, permettono dunque un anticipo di tre anni sulla data ordinaria. Compiuti 57 anni a fine agosto, dal primo settembre, l’ex governatore può legittimamente incassare l’assegno. A questo dovrà aggiungersi quello di ex deputato, sempre che Vendola non venga rieletto. In quel caso, gli assegni sarebbero interrotti.”.

Chiaro? Come dicevo, quella legge sembra modificata apposta per adattarla al presidente della Regione Puglia. Già il fatto che un Consiglio regionale (ma vale anche per il Parlamento) approvi delle leggi che si applicano a se stessi ed a proprio vantaggio, dovrebbe far sorgere qualche dubbio sule norme che regolano questa sbrindellata Repubblica, la sua “Costituzione più bella del mondo“, e qualche errore di progettazione presente nel sistema democratico e parlamentare.  Ma questa è un’altra storia. Ora, per capire la coerenza e l’onestà di questi tribuni della plebe, basterebbe ricordare quante volte per delle leggi proposte da  Berlusconi, la sinistra si strappava le vesti, urlava allo scandalo ed alle “Leggi ad personam”. Se questa non è una “Legge ad personam” cos’è? E come mai nessuno protesta? Semplice, perché quando le porcherie le fanno a sinistra è solo “rispetto della legge in vigore“, sono  “diritti acquisiti“; alla faccia degli italiani  e di chi crede ancora a questi tromboni..

Questi sono quelli che dicono di lottare per la giustizia, per i poveri, per i deboli e gli oppressi, per “gli ultimi” (come dicono Boldrini e Bergoglio). Quelli della sinistra radicale, quelli con “le mani pulite”, quelli che non fanno sconti a nessuno, quelli della superiorità morale. Questa è la quintessenza dell’ipocrisia, ancora più vergognosa e spregevole in quanto applicata a proprio vantaggio tradendo la buona fede dei propri sostenitori. Meglio ladri, mafiosi e truffatori; sono più onesti. Almeno rubano e basta e non hanno difficoltà ad ammetterlo. Non dicono di combattere la corruzione ed il malgoverno per il bene del Paese, e non dicono  di rubare per il tuo bene; come fanno, invece,  certi imbroglioni travestiti da comunisti per ingannare meglio il popolo.

Poltrone d’Italia

Momenti di suspense. Il “Bomba” Renzi è salito al Quirinale. E tutti i media sono in trepida attesa di conoscere la lista dei “nuovi ministri” del “nuovo governo” del “nuovo premier” Renzi. Come se cambiasse qualcosa. Non abbiamo ancora capito perché sia nato un “governo delle larghe intese” voluto da Napolitano. Non abbiamo capito nemmeno perché quello stesso governo, dopo programmi, buone intenzioni e tanti proclami rassicuranti, sia caduto per un capriccio della direzione del PD. Nessuno lo ha spiegato. Non abbiamo avuto il tempo nemmeno di capire il vecchio e già ci troviamo con un nuovo governo. Ma quando si tratta di problemi della sinistra è meglio evitare approfondimenti; meno se ne parla e meglio è. Compagni, zitti e Mosca!

E per evitare imbarazzanti riconoscimenti di fallimento di Letta, del suo governo, del PD, della sinistra e dello stesso Presidente Napolitano, si puntano gli occhi sulla nuova promessa della politica italiana, il fenomeno Renzi. Così si distrae l’attenzione della gente e del fallimento della politica di sinistra non se ne parla più. Ora tutti aspettano di sapere chi farà parte del nuovo governo e siederà sulle poltrone dei ministeri. Cambiano i ministri, i governi, i proclami, i programmi, gli slogan, ma l’Italia va sempre peggio. Viene quasi il sospetto che il problema dell’Italia non sia la politica ed i suoi esponenti, ma siano le poltrone: le poltrone d’Italia.

Eh sì, perché in quasi 70 anni di Repubblica abbiamo avuto governi di destra, di sinistra, di centro, di ogni colore, ma la situazione è sempre più tragica. Ad ogni tornata elettorale assistiamo al solito teatrino dei comizi, delle promesse, delle accuse reciproche tra fazioni avverse, della necessità di cambiamento, di moralizzazione della vita pubblica, di lotta all’evasione, di rilancio dell’economia, di potenziamento dei servizi pubblici, di riduzione degli sprechi…solita tiritera elettorale. E tutti si presentano come il “nuovo che avanza“, assicurano di rompere con il passato e tutti hanno in tasca la ricetta magica per risolvere i problemi, tutti sono capaci, onesti, preparati e chiedono la fiducia del popolo.

Poi, quando arrivano in Parlamento, sono colti da una strana ed improvvisa amnesia; la sindrome della poltrona. Dimenticano tutto ciò che hanno detto e promesso e si comportano  esattamente come tutti i predecessori: a cominciare dalla spartizione delle poltrone di governo, sottogoverno e giù a scendere fino alla sistemazione di assistenti, consulenti, portaborse, funzionari di partito, amici, parenti e conoscenti. Appena poggiano il culo sulle poltrone di governo cominciano a sproloquiare, a vaneggiare, ad inventarsi nuove tasse, nuovi balzelli e norme cervellotiche per complicare la vita dei cittadini. Vuoi vedere che in quelle poltrone c’è un pericolosissimo virus che contagia chi vi si siede sopra alterandone le facoltà mentali? Non c’è altra spiegazione, perché le uniche ad essere sempre al loro posto dopo decenni e superare indenni tutte le crisi di governo sono  sempre loro, le poltrone di governo. Eh, sì, le poltrone sono sempre le stesse; cambiano i culi!

Hillgate (i misteri del Colle)

Stamattina sul Corriere.it il titolo d’apertura era questo: “Ammazziamo il gattopardo; già nel 2011 Napolitano contattò Monti come futuro premier“. Siccome di questo fatto gravissimo (e lo è davvero) se ne parlerà a lungo nei giorni a venire, sarebbe opportuno leggere tutto il pezzo e guardare il video. Si tratta del titolo di un libro del giornalista e scrittore Alan Friedman “Ammazziamo il gattopardo” che verrà presentato dall’autore mercoledì a Milano e, nello stesso giorno, uscirà nelle librerie. Sul sito del Corriere c’è anche un video con le interviste fatta da Friedman a De Benedetti, Prodi e Monti. Friedman, ospite stasera a Piazza pulita, su LA7, ha preannunciato che già domani sul Corriere ci saranno altre rivelazioni ed anticipazioni del suo libro. E scoppia la bomba i cui effetti si valuteranno a breve e non saranno né lievi, né indolori.

Già oggi le prime reazioni, com’era prevedibile, vedono impegnati i diversi fronti a valutare i fatti secondo la propria visione della realtà. La visione della sinistra è di piena solidarietà a Napolitano (ci avremmo scommesso) il quale, anzi, avrebbe agito in perfetta buona fede e, ovviamente, nell’interesse supremo del Paese. Secondo l’autore, nell’estate del 2011, con il governo Berlusconi ancora in piedi e senza che ci fossero segnali di crisi di governo, il presidente Napolitano si attivò per contattare Mario Monti e preannunciargli di tenersi pronto , nel caso fosse necessario, per diventare capo del governo. Ovvero, cinque mesi prima che Berlusconi di dimettesse dall’incarico, a novembre, Napolitano aveva già in mentre di sostituirlo con Monti.  L’esistenza di questi antefatti, e degli incontri segreti, è confermata da De Benedetti (a che titolo era informato di questi contatti e delle intenzioni di Napolitano?), da Prodi e dallo stesso Monti.

Napolitano dovrà spiegare all’Italia il perché delle sue scelte. E non può pensare di cavarsela con una letterina generica, come quella inviata oggi al Corriere, in cui non spiega nulla e nulla smentisce: “Complotto? Solo fumo“.  Vedremo se si tratta solo di fumo, oppure c’è anche dell’arrosto. Intanto, nella puntata citata, oltre a Friedman, era ospite anche Vittorio Zucconi, una delle “grandi firme” di Repubblica. Il povero Zucconi, rosso come un peperone (era evidente il suo enorme imbarazzo) ha tentato disperatamente di difendere Napolitano, nonché il suo giornale e l’editore De Benedetti, cercando di minimizzare le rivelazioni di Friedman. Ma le sue argomentazioni erano talmente fasulle e vaghe che il suo arrampicarsi sugli specchi, se ne sentiva lo stridore scorrere lungo la penisola, è risultato del tutto vano, sempre ripreso e rintuzzato, anche in maniera molto decisa, dallo stesso Friedman. Non è stato capace di trovare una sola giustificazione valida. Povero Zucconi, poco ci mancava che gli venisse un collasso.

Fra l’altro, Presidente, oltre ad alcune inesattezze contenute  in quella lettera e rilevate proprio durante la puntata di Piazza pulita, il “brillante pubblicista” come Lei, con una punta di ironia, definisce il “giornalista” Friedman (Lei sa benissimo che la differenza fra pubblicista e giornalista esiste solo in Italia e che, quindi, chiamarlo “pubblicista” è come sminuirne il valore), si chiama Alan (è americano) e non Alain, alla francese, come scrive Lei.

Certi errori possiamo accettarli da un blogger di provincia che scrive frettolosamente due righe su Facebook o su Twitter, non da un Presidente della Repubblica (che ha uno stuolo di consulenti lautamente retribuiti) che scrive una lettera su carta intestata della Presidenza indirizzata al direttore del Corriere della sera. Eh no, caro Presidente, certe sviste (con quello che ci costano i suoi collaboratori) non sono proprio ammesse.

Procedura anomala quella di Napolitano che, anche in caso di crisi di governo, avrebbe dovuto trovare una soluzione in Parlamento e non affidando l’incarico di premier ad un soggetto esterno come Monti. O, in alternativa, andare a nuove elezioni. Questa decisione suscitò già allora critiche e perplessità sulla correttezza istituzionale della scelta presidenziale, ma si è voluto considerarla come un’azione necessaria “per il bene del paese“. Tanto che lo stesso Berlusconi, nonostante non ci fosse stato un voto di sfiducia in Parlamento, dopo aver rassegnato le dimissioni, votò a favore del governo Monti. Una delle tante prove del fatto che Napolitano, durante il suo mandato, spesso e volentieri, ha travalicato i limiti delle sue competenze e prerogative. Cosa che ripeto da sette anni e che solo di recente giornalisti “grandi firme“, politici ed acutissimi osservatori politici hanno capito. Forse la richiesta di impeachment avanzata dal M5S li ha risvegliati bruscamente dal lungo letargo. Meglio tardi che mai. Ma questa è un’altra storia.

Quello che, però, non si sapeva è che Napolitano avviò i contatti per portare Monti al governo, già 5 mesi prima, a giugno, quando non c’era aria di crisi e lo spread era. come ricorda lo stesso Monti, a 150. Improvvisamente, da quel momento lo spread cominciò la sua folle corsa per arrivare ad oltre 500. E tutta la stampa di sinistra ogni giorno tuonava contro Berlusconi, additandolo come responsabile della crescita dei tassi d’interesse e chiedendone le dimissioni, sempre, ovviamente, “per il bene del Paese“, in nome del quale tutto è lecito e tutto è concesso. Tanto fecero che Berlusconi si dimise, Napolitano nominò Monti senatore a vita (guarda che combinazione) e, subito dopo, gli assegnò l’incarico di formare il nuovo governo. Tutto ciò che fece Monti, per il bene del Paese, fu quello di aumentare le tasse ed avviare quella “austerità” che ci veniva chiesta dall’Europa e che si rivelò una sciagura, favorendo la recessione (lo ammise lo stesso Monti) e generando un effetto  domino che portò la chiusura di imprese, licenziamenti ed aumento della povertà.

Solo pochi giorni fa, Napolitano a Strasburgo, ha ammesso i danni provocati da quella politica di austerità, esortando a cambiare rotta. Dimenticando di dire che quella austerità l’aveva voluta lui, nominando Monti premier e ponendo come programma di governo un documento predisposto da Passera, accettato da Monti e dallo stesso Napolitano. Se c’è un responsabile, quindi, dei danni causati dall’austerità, il primo in lista è proprio lui, Giorgio Napolitano, Ma questo ha evitato di dirlo a Strasburgo.

Si è trattato di un vero “golpe” economico e politico, voluto dai poteri forti europei, dalle banche e dalla finanza. Lo conferma l’intervista a Prodi il quale afferma di aver detto a Monti, già a giugno del 2011, di tenersi pronto, perché quando lo spread fosse arrivato a 300 lo avrebbero chiamato al governo. Come sapeva Prodi, quando lo spread era ancora sotto 200, che sarebbe salito ancora, come è poi successo veramente? E come sapeva che Monti sarebbe diventato premier? E perché Napolitano preparava il cambio di governo cinque mesi prima che Berlusconi di dimettesse? A queste, ed altre domande scomode, qualcuno dovrà pur rispondere. E’ prevedibile che in questa occasione scenderanno in campo tutte le forze mediatiche, gli intellettuali e gli strilloni di regime  per tutelare l’immagine di Re Giorgio, ma non sarà facile convincere l’opinione pubblica della correttezza di Napolitano.

Uno scandaletto che si annuncia molto intrigante e con precise e gravissime responsabilità, compiute “in buona fede e per il bene del Paese” (diranno i compagni), con una interpretazione spesso del tutto personale e molto discutibile dei compiti e delle prerogative presidenziali previste dalla  Costituzione, da parte di colui che è il massimo garante della Costituzione stessa. Al confronto il Watergate  che portò alle dimissioni di Nixon era uno scandaletto da oratorio parrocchiale. Noi abbiamo  il nostro “Hillgate“, che fa tremare il “Colle” e che potrebbe rivelarsi fatale per Napolitano, per la democrazia e per la credibilità, già ai minimi storici, delle istituzioni e dell’intera classe politica; specie di quella sinistra che predica bene e razzola male, che ad ogni piè sospinto tira in ballo la Costituzione (la più bella del mondo, dicono), ma che poi, alla prima occasione ed opportunità, stiracchia, plasma e adatta alle proprie esigenze. Ma, ovviamente, sempre nell’interesse supremo del Paese!

Che ci sia stato una sorta di “complotto“, o se non vi piace il termine “complotto”, chiamatelo come vi pare, in cui erano coinvolti i vertici politici ed economici europei, non c’è dubbio. Giusto mercoledì scorso, al programma La Gabbia su LA7, Paolo Barnard, che non è certo di destra o berlusconiano, ha escluso una responsabilità di Berlusconi nella crescita dello spread ed ha detto chiaramente che si è trattato di “golpe“, e lo ha illustrato molto bene anche con l’ausilio di un grafico in cui dimostra che il famoso spread è schizzato in alto perché la Banca centrale europea e le banche europee, su invito della Germania, nell’estate del 2011 smettono di acquistare i titoli di Stato italiani, anzi liberandosi anche di quelli che possedevano, Questo ha comportato un immediato rialzo dei tassi che, grazie alla speculazione finanziaria, a novembre arrivò a superare i 500 punti (dai 150 di giugno), stabilizzandosi e cominciando a scendere lentamente solo dopo l’incarico di governo a Monti (guarda caso!), quando BCE e banche europee hanno ricominciato ad acquistare i titoli italiani. Possiamo anche pensare che il fatto sia casuale, pura coincidenza. Ma neanche i bambini dell’asilo ci crederebbero.

Ma attribuire la colpa a Berlusconi, con una continua campagna mediatica (guidata, guarda caso, da Repubblica di De Benedetti), e chiederne le dimissioni fu un tutt’uno. Operazione di guerriglia a mezzo stampa e azione politica e mediatica perfettamente coordinata. E Napolitano era un artefice di primo piano di quella operazione. Ecco, nel video sotto, come Barnard spiega quei giorni, la crescita dello spread e l’intervento di Napolitano.

Ora, in conclusione, non possiamo non constatare delle strane coincidenze. Ai primi di giugno 2011 Napolitano contatta Monti preannunciandogli di prepararsi a diventare premier. Contemporaneamente parte la speculazione sui titoli di Stato italiani che, nel giro di pochi mesi, fa balzare lo spread da 150 a 550 punti.   Di questa improvvisa e gravissima crisi dei mercati finanziari, che si ripercuote sull’intera economia nazionale,  viene addossata la responsabilità a Berlusconi il quale, a novembre 2011, si dimette. Ora, la domanda finale è questa: Berlusconi si è dovuto dimettere a causa della crisi, oppure la crisi è stata voluta e pilotata dai poteri forti europei, politici e finanziari, per costringere Berlusconi a dimettersi? E Napolitano, ai primi di giugno, ha contattato Monti per ispirazione divina, oppure  perché volutamente ed a pieno titolo era uno degli artefici principali di quella congiura politico/finanziaria, e Monti era già designato come parte integrante di quel piano?  Che strane coincidenze. Sarà un caso? Direbbero a Striscia “Eccheccasoooo !

Tele Quirinale

Il Presidente Napolitano, che ogni giorno lancia messaggi, proclami, sentenze, giudizi, commenti, esternazioni, consigli, suggerimenti ed indicazioni su tutto e tutti, oggi parla di televisione. E dice: “Le donne siano rappresentate con sobrietà e  dignità nei media, così come si è impegnata a fare la Rai“. Ecco, ci mancava giusto che  dicesse anche come bisogna trattare le donne in TV. Domani, forse, farà anche le previsioni meteo a reti unificate. In futuro, forse, potrebbe creare una propria rete “Tele Quirinale” dove, ovviamente, sarà il factotum: autore, conduttore, regista, ospite, opinionista, etc…

Poi ci dirà come devono vestirsi, truccarsi, pettinarsi, come usare le luci, le inquadrature. E poi come impostare i programmi, come fare le interviste, come commentare le notizie, come costruire la scenografia, come disegnare i costumi, come scegliere il sottofondo musicale. Finirà per togliere il mestiere ad Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere.

Dice ancora: “La dilagante rappresentazione del corpo femminile come bene di consumo rafforza fuorvianti atteggiamenti possessivi nei confronti della donna“.  Dopo il Napolitano programmista, autore, regista, costumista, scenografo, abbiamo anche il Napolitano moralista, sociologo, psicologo e fustigatore dei costumi.

Ma davvero un Presidente della Repubblica deve occuparsi anche dei palinsesti televisivi? Teniamo in piedi un Quirinale che ci costa 238 milioni di euro all’anno (più della regina d’Inghilterra o della Casa Bianca, vedi “Quanto mi costi?”)  perché dia consigli su come trattare le donne in televisione? E nessuno ha il coraggio di dire al Presidente di attenersi alle sue prerogative e di smetterla, come fa ogni giorno da sette anni,  di occuparsi di tutto e di tutti, travalicando le competenze presidenziali? Allora non dobbiamo meravigliarci di essere diventati una Repubblica delle banane.

Vedi:

Quirinale, ultime scoperte

Scimmie, serpenti e presidenti

L’intervista

Il galletto del Colle

L’intervista

Ne sentivamo proprio la necessità urgente. I grandi vecchi della politica e del giornalismo faccia a faccia. Eugenio Scalfari intervista Giorgio Napolitano. Più invecchiano e più sono convinti che senza di loro il mondo si fermi. Ne era convinto anche quell’altro grande vecchio, Enzo Biagi, che ormai, alla veneranda età di 87 anni, doveva essere accompagnato nel suo studio in Galleria, a Milano, su sedia a rotelle e con l’ascensore. Ma non demordeva. Così ebbe la sua rubrichetta in televisione, su RAI 3, dove continuava a fare interviste. Forse lo reggevano con una speciale impalcatura, per tenerlo dritto davanti alla telecamera, ma lui, stoicamente, con lo sguardo quasi perso nel vuoto, aveva l’aria di chi sente l’imprescindibile dovere di sacrificarsi per l’umanità; perché l’intervista è fondamentale per il progresso umano e come le faceva lui le interviste non le faceva nessuno. O almeno, forse, lui ne era convinto.

Si sbagliava, ovviamene. Il mondo continua a girare, le interviste si fanno ancora ed oggi un altro grande vecchio, novantenne,  anche lui convinto che come le fa lui le interviste non le fa nessuno, invece che godersi il meritato riposo, si sacrifica per il bene dell’umanità e, dando fondo alle poche energie residue, dopo l’enorme sforzo intellettuale che lo portò a scoprire che “L’uomo è come una mosca“, affronta un’altra fatica improba; intervista Giorgio Napolitano. In realtà più che un’intervista è una lunga ed amichevole conversazione fra “vecchietti” che rievocano avvenimenti della giovinezza per arrivare, poi, ai giorni nostri. Il video compare su Repubblica e l’intervista viene ripresa da tutti i media: “La mia vita, da comunista a Presidente”.

Meno male che si ricorda di essere stato comunista. Non come Veltroni che, dopo una vita passata nel PCI, PDS, DS, PD, ricoprendo tutti gli incarichi possibili, dichiarò “Non sono mai stato comunista”. Napolitano era comunista. Così comunista che approvò l’invasione dei carri armati russi a Budapest perché, secondo lui, la protesta popolare contro il regime comunista era un “pericolo per la democrazia“. Poi ebbe qualche piccolo ripensamento ed una piccola crisi di coscienza e divenne esponente di spicco di quelli che chiamavano  “Miglioristi“, termine che lascia intendere chissà quale linea politica distante o in contrasto con l’ortodossia del PCI. Invece no, “Miglioristi” sì, ma sempre comunisti erano.

E’ giusto intervistare Napolitano. Si hanno pochissime notizie di lui. Non si vede mai sulla stampa o nei TG, qualche notizia o servizio che lo riguardi. E’ così schivo, riservato, discreto, restio a rilasciare dichiarazioni e commenti, quasi timido.  Lo si vede raramente in televisione, appare in pubblico due o tre volte all’anno, solo in occasione di cerimonie ufficiali o quando, a reti unificate in TV, saluta gli italiani con il consueto messaggio di fine anno. Poi scompare nella sua modesta dimora che fu del Re e dei Papi, con 1200 stanze, arredi ed opere d’arte di inestimabile valore, cortili, giardini, scuderie, 2000 dipendenti (che ci costa circa 240 milioni di euro all’anno). Perché mai dovrebbe abbandonare la sua reggia per andare a trovare  regnanti e potenti della Terra?   Perché mai dovrebbe rilasciare dichiarazioni quotidiane su argomenti non di sua competenza? Ecco perché, a parte quelle occasioni ufficiali, il nostro Presidente preferisce non comparire e non invadere campi di competenza altrui. Preferisce defilarsi, ritirarsi nel suo angolino dorato. Cala il “silenzio Quirinale“. (Vedi Il galletto del Colle)

Più che giusto, quindi, che una volta tanto, vincendo la sua naturale ritrosia e riservatezza, rilasci un’intervista per raccontarci qualcosa della sua vita privata e riveli il suo pensiero sulla politica, l’attualità, l’economia, la nebbia in val padana, la corrente del Golfo, il banco di bassa pressione sull’Europa, le polveri sottili, i pollini primaverili e gli ingorghi stradali a Roncobilaccio. Ed è giusto che ad intervistare il grande vecchio della politica sia il grande vecchio del giornalismo. Fra vecchi ci si intende.

Che scoop ha fatto Scalfari! Fa un’intervista esclusiva per far parlare Napolitano che, tutti i santi giorni, immancabilmente, è sempre in prima pagina con dichiarazioni e commenti su tutto lo scibile umano. Ma Scalfari deve essere convinto di aver fatto qualcosa di speciale. Già, perché come le fa lui le interviste non le fa nessuno. Parla più l’intervistatore dell’intervistato. Scalfari usa il pretesto dell’intervista a Napolitano per esprimere il suo parere personale ed i suoi ricordi. Non è un’intervista, è un confronto di idee, ricordi, opinioni. Tanto per riuscire, ancora una volta, ad essere in primo piano, far notizia, comparire sui media, riaffermare la propria presenza nel mondo. Ma Scalfari è convinto di essere un grande intervistatore. Anche Napolitano, del resto, è convinto di avere l’obbligo morale di intervenire quotidianamente su tutti gli argomenti, anche quelli che esulano dalle sue competenze e prerogative. La gente, spesso, ha strane convinzioni. Specie quando invecchia.

La vecchiaia è una brutta malattia. O ti prende alle gambe o ti prende alla testa“, dice Luciano De Crescenzo.

Piazze d’Italia

Anche le piazze ormai sono diventate elastiche, come la morale. Si allargano e si restringono a piacimento. E secondo le circostanze possono essere piene o vuote. Dipende dal punto di vista. Quando è la sinistra a fare delle manifestazioni i media ci mostrano sempre le piazze piene in un tripudio di bandiere rosse. Quando è il PDL ad organizzare una manifestazione, invece, ce le mostrano come le “Piazze d’Italia” di De Chirico: deserte.

Oggi si è svolta la manifestazione del PDL a Piazza del Popolo a Roma. Si poteva seguire la diretta video su diversi siti in rete o su canali TV:  RAI News24,  TgCom,  Rete 4 e sul sito del Corriere on line. Tutti hanno potuto vedere che, al di là dei soliti numeri sparati a caso, la partecipazione è stata massiccia e la piazza era piena. Poi, per curiosità, si va a vedere cosa riporta la stampa in rete, giusto per avere un’idea delle varie reazioni. I diversi articoli nelle varie testate sono corredate, com’è ormai consuetudine in rete, da ampi servizi fotografici e video. Si dà uno sguardo alle foto e ci si aspetta di vedere qualche bella immagine ripresa dall’alto che mostri la piazza piena, come si è appena visto nelle dirette TV. Invece, sorpresa, solo poche foto e quasi tutte riprendono singoli partecipanti ripresi in primo piano, scegliendo quelli più pittoreschi.

Addirittura la foto più usata per accompagnare il titolo d’apertura è una foto che mostra la zona sotto il palco con ampi spazi vuoti, quasi deserta. Forse è una foto scattata ore prima dell’inizio del comizio, quando cominciavano ad arrivare i primi partecipanti. Questa…

Questa foto riportata dall’ANSA è quella che, insieme alle altre foto, viene ripresa da altre testate. Le foto sono quasi sempre le stesse, poche e nessuna che mostri l’intera piazza. Sarà un caso? Eccheccasoooo, direbbe Greggio a Striscia!

Per semplice curiosità, guardate i vari servizi fotografici: Foto ANSA – Foto Corriere – Foto Libero – Foto  Giornale Foto Messaggero (Roma)- Foto Stampa (Torino) – Foto RepubblicaFoto L’Unità

Salvo poche eccezioni tutti usano le stesse foto riportate  dall’ANSA. Foto di singoli, di piccoli gruppi, di cartelli e striscioni. Non c’è una foto dell’intera piazza neanche a pagarla a peso d’oro. Strano, i paparazzi erano tutti in vacanza? Sono foto scattate da passanti per caso? Eppure ricordo che in altre occasioni, tipo raduni politici e sindacali a piazza San Giovanni o al Circo Massimo, sempre a Roma, non mancavano le riprese dall’alto e dell’intera folla dei partecipanti.

Non si tratta di essere pignoli e cercare il pelo nell’uovo. Si tratta, purtroppo, di constatare che ancora una volta, anche riguardo alle manifestazioni,  si usa il doppiopesismo ormai connaturato a certa stampa ed un atteggiamento mediatico di sberleffo e di irrisione. Quando manifesta il PD, o i sindacati, si fanno ampi servizi fotografici con scene di massa per dimostrare la grande partecipazione popolare, la festa, la grande prova di democrazia, il tripudio di bandiere rosse. Quando manifesta il centrodestra si mostrano personaggi pittoreschi, banchetti di gadget, striscioni e cartelli singoli, e piccoli gruppetti. Più che una manifestazione politica la fanno sembrare la sagra della porchetta. Non è la prima volta che lo fanno, è la prassi che si ripete ogni volta che scendono in piazza gli avversari politici.

Tentano in ogni modo, anche con servizi fotografici mirati, di sminuire la partecipazione, di ridicolizzare i partecipanti, di delegittimare gli avversari. E’ semplicemente vergognoso. Ma ciò che è incomprensibile è che anche il Giornale e Libero usino le stesse foto. Se anche i quotidiani di destra si sono rincoglioniti, allora non c’è proprio speranza. Tanto vale mandare al governo Bersani, Grillo, Rosi Bindi e pure Topo Gigio.

Non c’è niente da fare, il taroccamento ce l’hanno nel sangue. Alterare e travisare la realtà per loro è un istinto naturale, congenito, primordiale.

Vedi:

Tarocchi e congiuntivi

CGIL flop flop…

Sindaci e sceriffi

Come si giudica un sindaco? Ovvio, dal suo operato. Se opera bene è bravo, altrimenti no. Semplice, vero? Invece no, troppo facile. Sarebbe semplice se non fossimo in Italia. Da noi, grazie a quel doppiopesismo ornai connaturato alle genti italiche di ispirazione sinistrorsa, l’operato di un sindaco ed i suoi provvedimenti si giudicano dall’appartenenza politica del primo cittadino. Se è un sindaco di sinistra tutto ciò che fa è bene, ammirevole e degno di lode. Se le stesse cose le fa un sindaco di destra è un atto gravissimo da condannare. Ecco l’ennesimo esempio quotidiano fornito dalla nostra stampa libera, indipendente, imparziale ed obiettiva (!?).

Titolo ANSA

Già il titolo è abbastanza allarmante. Una palizzata anti barboni lascia immaginare una specie di linea difensiva con lunghi pali acuminati, tipo fortini vecchio West selvaggio, che infilzano i malcapitati barboni alla stregua di minacciosi e cattivissimi indiani della tribù dei Piedi neri; terribili perché, com’è scontato,  i piedi emanano una puzza tremenda. E’ quasi naturale che un sindaco di tal fatta venga definito “Sceriffo“.

Lo immaginiamo avanzare nella polverosa strada del villaggio di confine immerso in un irreale silenzio denso di presagi funesti. I pochi paesani curiosi si affacciano guardinghi dall’ingresso del saloon, mentre improvvise folate di vento fanno sbattere ritmicamente le ante di una finestra aperta provocando un rumore sinistro e lugubre, come una campana a morto (beh, un po’ di atmosfera bisogna pur crearla. No?).

Il nostro sceriffo avanza  con passo lento, mentre una musica di sottofondo, molto drammatica ed intonata alla scena, si diffonde nell’aria (è un villaggio tecnicamente molto avanzato, all’avanguardia e dispone di filodiffusione pubblica. La colonna sonora è di Dimitri Tiomkin, sempre tragico). Lo sguardo fisso in avanti, fiero e sprezzante del pericolo, la mano all’altezza della fondina, pronta ad afferrare la sua fedele Colt ultimo modello superaccessoriata, stringendo fra i denti mezzo sigaro, con un sorriso beffardo di sfida, va incontro al destino ed al duello fatale, stile “Mezzogiorno di fuoco“.

Avvincente, vero? Eh sì, Sergio Leone mi fa un baffo! La verità è che questa storia dello “Sceriffo” mi fa un po’ sorridere. In questo caso il sindaco viene descritto in maniera poco simpatica per un semplice motivo; è della Lega Nord. In perfetta sintonia, quindi, con il classico stereotipo del leghista, così come viene normalmente presentato dalla propaganda di sinistra e dalla stampa.

Ora, per non dilungarmi troppo, cosa succede quando, invece, certi provvedimenti vengono adottati da sindaci di sinistra? Cambia la musica, invece che il drammatico Tiomkin suona un allegro motivetto popolare, stile sigla di Ballarò. Anni fa il sindaco di Padova fece costruire un lungo muro per isolare una zona periferica della città, diventata ritrovo di drogati e spacciatori: il famoso “Muro di via Anelli“.

Ecco come riportava la notizia, nel 2006, il quotidiano Repubblica, splendido esempio di stampa libera, imparziale, indipendente ed obiettiva: “Il muro dei clandestini, Padova si divide in due”. Se vi prendete la briga di leggere l’articolo linkato, noterete una curiosa dimenticanza. Si parla del muro, del problema dello spaccio di droga, dei problemi creati dall’immigrazione incontrollata, si riportano le dichiarazioni del rappresentante di un comitato spontaneo di inquilini della zona, tutto si dice, ma…senza mai citare il responsabile della costruzione del muro: il sindaco.

Stranezze giornalistiche. Una specie di miracolo che pochi sanno realizzare. Un altro specialista in miracoli simili è il nostro Presidente Napolitano il quale riesce a fare un lungo discorso sulla strage delle foibe (vedi “Foibe e amnesie“), attuata dalle truppe comuniste del comunista Tito,  senza mai usare il termine “comunismo“. Non è da tutti, bisogna aver frequentato scuole speciali. Bene, in questo caso, quindi, non solo non compare il nome del responsabile del muro, ma nemmeno il termine “sindaco“, così evitiamo possibili domande indiscrete del tipo: chi è il sindaco di Padova?

Beh, visto che Repubblica non lo dice, forse per discrezione (loro hanno la discrezione elastica, si applica o no, secondo le circostanze) ve lo dico io. Il sindaco di Padova che ha fatto costruire il muro è Flavio Zanonato, ex segretario provinciale del PCI, componente della direzione nazionale del partito e, a parte una breve parentesi dal 1999 al 2004, quasi ininterrottamente sindaco di Padova dal 1993 fino ad oggi. Una bella carriera. Ecco perché in questo caso la stampa obiettiva e libera, come Repubblica, non cita il suo nome: è un sindaco di sinistra, del partito democratico. Quindi tutto ciò che fa è bene, giusto, legittimo e sacrosanto.

Insomma, se il sindaco  di sinistra di Padova costruisce una palizzata agisce per il bene comune: è un sindaco “democratico e progressista“. Se il sindaco  leghista di Treviso fa costruire una barriera è un cinico e cattivissimo “sceriffo“. Chiaro, no? Obiettività, imparzialità, correttezza dell’informazione, deontologia? Sciocchezze, parole vuote di significato, buone solo per gli ingenui. E’ la stampa, bellezza!

 

Giaguari e caimani

Bersani, durante questa campagna elettorale, non riscuote molti apprezzamenti, nemmeno fra i sostenitori o simpatizzanti di sinistra. Gli si rimprovera di non essere abbastanza incisivo e determinato e di non fare proposte reali e concrete. Così lo rappresenta Crozza nelle sue imitazioni, debole, remissivo, quasi impaurito. Anche Travaglio, nell’ultima puntata di servizio pubblico, lo ha dipinto come insicuro, incapace di tenere un discorso serio, poco convincente, uno che parla per battute, metafore, frasi interrotte, incapace di finire un periodo. Beh, forse per questo, due giorni fa, il nostro Bersani ha finalmente deciso di parlar chiaro e lanciare una proposta seria, concreta, pratica, di quelle che  lasciano il segno. Eccola, riportata in apertura di pagina da L’Unità

Oh, finalmente, bravo Bersani, questa sì che è una proposta seria per superare la crisi, rilanciare l’economia ed assicurare il futuro ai giovani: smacchiare il giaguaro Berlusconi. Questo è parlar chiaro! Così mettiamo a tacere Crozza, Travaglio e tutti quelli che criticano lo smacchiatore di Bettola. Bersani è meglio di Mastro Lindo! A proposito, visto che ormai  è esperto in pulizia di capi speciali ed eliminazione di macchie ostinate, se anche le andasse male in politica potrà sempre aprire una bella lavanderia a Bettola. No?

Dai giaguari ai caimani. Sembra che questa campagna elettorale la facciano allo zoo. Due giorni fa la stampa riportava una dichiarazione di Nichi Vendola. Il nostro orecchinato col rosario sempre in tasca accusava Alemanno per il fatto che lui non si sentiva sicuro ad uscire a passeggio a Roma la sera. Ieri (ANSA: Berlusconi si appellerà a mafia) ha attaccato Berlusconi: “…possiamo aspettarci un appello al voto per Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra”. E ancora: “e’ stata una colpa grave aver sottovalutato il ritorno del Caimano”. Praticamente chiama Berlusconi mafioso e “caimano“. Appellativi , come si vede, eleganti e di massimo rispetto.

Ora, come riportavo nel post “L’uomo forte ed il leader“, il nostro Nichi si lamentava per il fatto che sui social network gli vengono rivolti insulti nazisti. E lui è così sensibile che ne soffre. Non è abituato ad usare un linguaggio offensivo. Lui è fine e delicato  come una mammoletta. Povero ragazzo. Ogni tanto gli scappa un “mafioso” ed un “Caimano“, ma si fa per dire, “Si scherza…”, come usa dire Benigni quando lancia le sue frecciatine al veleno su Berlusconi, sono complimenti, attestati di stima. E poi, si dirà, queste considerazioni fanno parte della normale dialettica politica. No? Certo, però resta un dubbio. Perché chiamare Berlusconi “Caimano“, “Psiconano“, “Mafioso“, “Giaguaro“, o “Serpente a sonagli” (come lo chiamò Di Pietro), “Ladro“, “Pedofilo” etc…  è normale dialettica politica e chiamare Vendola “frocio” è un gravissimo insulto nazista? Qualcuno dovrebbe spiegarlo, prima o poi.

A Berlusconi si è detto di tutto e di più, hanno usato tutti gli appellativi, gli epiteti e gli insulti possibili (l’unico limite è la fantasia), ogni sua dichiarazione viene stravolta ed usata per sbeffeggiarlo, denigrarlo ed attaccarlo a livello personale. E fanno passare questa campagna diffamatoria come informazione, libertà di stampa o satira. Se però un quotidiano come Il Giornale, si permette di usare gli stessi metodi di Repubblica o L’Unità, apriti cielo, si scatena tutta la stampa, si solleva l’opinione pubblica, il fior fiore del sinistrume intellettual/mediatico si indigna, scaglia anatemi e quello che a sinistra è giornalismo, inchiesta, libertà di stampa, diventa improvvisamente “Macchina del fango“.

Si organizzano proteste e manifestazioni di piazza (ricordiamo la grande manifestazione organizzata dalla Federazione della stampa a piazza del Popolo a Roma, contro Berlusconi, reo di aver querelato L’Unità per degli articoli offensivi), interviene l’Ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa, la magistratura ed i direttori vengono indagati, condannati (Sallusti docet) multati (vedi il risarcimento di 50.000 euro del Giornale a favore di Fassino, per aver pubblicato la famosa telefonata “Abbiamo una banca?”) o sospesi dall’Ordine (vedi il caso Feltri).

Vi risulta che altri quotidiani e direttori siano stati indagati e condannati per aver pubblicato telefonate coperte dal segreto istruttorio? No, eppure negli ultimi anni tutte le telefonate private di Berlusconi, inerenti o no a indagini giudiziarie, coperte o meno dal segreto istruttorio, finivano regolarmente pubblicate con grande visibilità e clamore su tutti i giornali e giornalini d’Italia, perfino sulla Gazzetta delle giovani marmotte. Sembra che i magistrati inquirenti, per tenersi aggiornati sugli sviluppi delle indagini, invece che leggere gli atti processuali, leggessero direttamente le intercettazioni sui quotidiani del mattino. Facevano prima.

Nessuno ha mai protestato. Il Presidente Napolitano non si appellava al riserbo della stampa, come ha fatto nel caso Monte dei Paschi (un “aiutino” ai compagni in difficoltà è quasi un “atto dovuto“), non c’erano conflitti di competenza (come nel caso delle intercettazioni delle telefonate fra Napolitano e Mancino), e non c’era alcun rispetto della privacy. “La gente vuole sapere” diceva Concita De Gregorio (allora direttore de L’Unità), rivendicando il diritto di pubblicare tutto, ma proprio tutto il gossipume che riguardava Berlusconi, anche se si trattava di telefonate private o di dettagli delle cene e feste ad Arcore, villa Certosa o palazzo Grazioli. Perché bisogna tener presente che il rispetto della privacy è garantito dalla Costituzione e deve essere garantito per tutti. Tutti, eccetto Berlusconi. Criticare Fini e l’allegra vendita della casa di Montecarlo al cognatino Tulliani  è “macchina del fango“, sputtanare quotidianamente Berlusconi è diritto di cronaca. Curiosa interpretazione della deontologia giornalistica, vero?

Ecco, a conferma di quanto appena detto, un’altra prova sotto gli occhi. Restiamo ancora sul sito de L’Unità. Leggo un pezzo di M. Novella Oppo: “Il trattamento Boffo“. Guarda caso, si riferisce proprio all’intervista a Sallusti e Oscar Giannino nel programma “Otto e mezzo“, di cui ho parlato nel precedente post “Punti di vista”. L’ira funesta della Oppo scatta perché Sallusti, sul Giornale, ha scritto un articolo non proprio benevolo nei confronti di quel curioso personaggio “La barba con gli occhiali“, Oscar Giannino, che si veste come un clown e poi pretende di essere preso sul serio.  Quello che pochi giorni fa, ospite a Ballarò, ha dichiarato di partecipare alla competizione elettorale con uno scopo preciso: far perdere Berlusconi. Un altro che staziona in permanenza in tutti i salotti televisivi, in qualità di esperto di economia, ed ha le idee molto chiare, da esperto,  sul come e perché fare politica. E poi ci si meraviglia che non riusciamo ad uscire dalla crisi.

Ecco, scrivere un articolo critico nei confronti di un avversario politico per la Oppo, per Saviano (ricordate il suo sproloquio in forma di monologo a “Vieni via con me“?), per Repubblica, per L’Unità e per tutto il sinistrume mediatico/intellettuale/comico/satirico  è “Macchina del fango“. Se la logica è logica, allora L’Unità e Repubblica che da anni riportano articoli critici, spesso offensivi, pieni di insulti assortiti, nei confronti di Berlusconi o, come in questo caso, un articolo critico nei confronti di Sallusti sono “Macchina del fango”? Certo che lo sono. Anzi, sono un’intera batteria di macchine del fango che, come cannoni sparaneve, ogni santo giorno inondano i media non di fango, ma di letame puzzolente. I più acuti (sono sempre quelli di sinistra, ovviamente) diranno che dal letame nascono i fiori, come cantava De Andrè. Sì, ma alla fine della canzone i fiori restano fiori, ma il letame resta letame; e puzza.

Criticare Berlusconi è diritto di cronaca e criticare Giannino è macchina del fango? Dov’è la sottile linea rossa di demarcazione? Perché questi moralisti da mercatino rionale non rispondono una buona volta? Ah, già, i fan di Mastro Lindo sono tutti impegnati a smacchiare giaguari! A proposito, caro Bersani, ho una bella proposta per lei. Un’idea che le porterà riconoscimenti, onori e gloria, non solo in Italia, ma in tutta Europa, perché travalica gli stretti confini nazionali. Beh, visto che è dotato di così fervida fantasia, perché limitarsi a sprecarla a Bettola o dintorni? Pensi in grande, metta a frutto la sua grande esperienza acquisita in smacchiature speciali. Ecco la proposta. Una volta che ha finito di smacchiare i giaguari, vada a pulire le cagatine dei gabbiani sulle bianche scogliere di Dover. Vedrà che successo. Magari le assegnano un Nobel per la tutela dell’ambiente.

A proposito di insulti, in fondo allo stesso articolo della Oppo ci sono i commenti dei lettori. Ecco alcune simpatiche e gentili definizioni:

– Roberta: “sallusti è talmente uomo fogna che nemmeno i ratti non avrebbero il coraggio di  andargli vicino

– Carlo: “…cesso puzzolente e mafioso come sallusti“.

Che diceva Vendola? Ah, sì, che sui network lo insultano. Mah, forse hanno imparato l’arte dell’insulto leggendo Repubblica o L’Unità.

 

Punti di vista

Anche ieri il nostro Presidente Napolitano ci ha regalato la consueta e quotidiana lezioncina. Da buon padre premuroso, non passa giorno che non esterni le sue riflessione su tutto lo scibile umano e dintorni. L’uomo che sa tutto, vede tutto e pontifica su tutto (una specie di enciclopedia britannica), come riportato ieri dall’Osservatore romano, ha scritto una paginetta in occasione del compleanno del cardinale Ravasi. Ne dà notizia l’ANSA in un box che è visibile ancora oggi.

Cosa c’è di rilevante in questa dichiarazione? Una notizia che non ti aspettavi. Eccola: “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica  del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista”.

Che dire, una semplice presa d’atto di una realtà che il mondo aveva già riconosciuto da tempo: il fallimento del comunismo. Lo sanno tutti, eccetto gli ex/post comunisti, Napolitano compreso; quelli che pensano di ingannare il prossimo cambiando bandiera, inni, segretari, slogan, nome del partito, stemma, presentandosi in maniche di camicia e facendosi chiamare “democratici“. Ma sempre comunisti sono. Hanno solo cambiato pelle: come i serpenti.

Bene, questi sepolcri imbiancati della politica, hanno fatto, negli ultimi anni, sforzi immani per cercare di cancellare ogni ricordo del passato comunista. Per esempio evitano accuratamente di parlare del comunismo, della sua storia, di tutto ciò che li lega al passato. E’ una precisa strategia che mira a far dimenticare la loro provenienza e la loro militanza nel PCI. Così, per evitare di rinnegare il passato e, ancor più, condannare chiaramente il comunismo, semplicemente evitano di parlarne. Compagni zitti e Mosca!

Sono diventati così bravi che riescono a non citare il comunismo nemmeno quando si parla di comunismo e dei suoi crimini.  Sembra una battuta, ma è vero. Guardate qui: “Foibe e amnesie“. Già, si vede che a forza di eliminare le tracce del vecchio partito, hanno eliminato anche le tracce di coscienza, onestà intellettuale. Scomparso anche il senso del ridicolo. Ma non infieriamo oltre. Bisogna, invece, riconoscere che il Presidente Napolitano, anche se in ritardo, ha riconosciuto chiaramente il fallimento comunista. Chissà quanto gli è costato affermarlo. Ma ormai, vecchio e privo di ulteriori aspettative di carriera, può trovare uno slancio di onestà. Curioso che sia necessario aspettare di oltrepassare gli 80 anni per riuscire ad essere sinceri e capire la realtà, anche quella più evidente. Ma bisogna essere comprensivi. Non tutti hanno la perspicacia di capire subito il mondo e distinguere la verità dal falso, la realtà dall’utopia. Ci vuole tempo. Ed i nostri ex/post comunisti sono lenti a carburare e capire, sono diesel. Hanno bisogno di tempo, di anni e, spesso, di decenni. Ma prima o poi ci arrivano.

Bene, questa era la notizia. Ora, ci si aspetta che, vista l’importanza di questa dichiarazione, un’autentica rarità, i media diano ampio spazio a questa condanna di Napolitano e che si scateni la solita ridda di commenti, interpretazioni e polemiche sulle dichiarazioni presidenziali. Invece niente. Diamo uno sguardo ai vari siti d’informazione e scopriamo che, a parte l’ANSA, gli altri sembrano ignorare questa notizia. Sui maggiori quotidiani on line (Corriere, Repubblica, Stampa) non c’è proprio traccia. E L’Unità, che dovrebbe sentirsi toccata direttamente, che dice? Ecco come presenta la notizia il quotidiano del PCI/PDS,DS,PD “fondato da Antonio Gramsci“…

Ecco la notizia, secondo L’Unità: “Non c’è politica senza ideali“. Bella frase, certo. Gli ideali sono una gran bella invenzione. Hitler aveva un suo ideale. Stalin aveva il suo ideale. Anche Mao Tse Tung aveva il suo ideale. Tutta gente piena di ideali. Ma, e il comunismo? Non lo si cita nel titolo, ma almeno all’interno, nell’articolo, se ne parlerà. Invece, se cliccate sul link, scoprite che anche nel pezzo, il termine proibito “comunismo” non viene nemmeno sfiorato. Miracolo. Beh, ma loro sono bravi, sono giornalisti liberi ed indipendenti, mica come quei servitori del padrone che scrivono sul Giornale. Sono della stessa scuola del Presidente Napolitano, quello che riesce a fare un lungo discorso sulle foibe e sulle vittime dei comunisti di Tito, senza mai citare la parolina proibita “Comunismo“.

Questa è quella che chiamano informazione. Specie quelli che si appellano alla libertà di stampa, si dichiarano indipendenti, imparziali, obiettivi, liberi e bla bla bla! Ora, per dimostrare questa obiettività giornalistica, faccio un altro piccolo esempio, preso ancora dalla cronaca di oggi.

Fabio Volo era ospite nel programma “Otto e mezzo” di Lilly Gruber, insieme a Oscar Giannino ed al direttore del Giornale Sallusti, in collegamento esterno. Ecco come riferiscono la notizia due autorevolissimi quotidiani come Corriere e Repubblica.

Repubblica, articolo  “Fabio Volo e gli alieni della politica in TV” a firma di Guia Soncini: “…prendiamo  Fabio Volo, col pretesto del film in uscita da promuovere, e mettiamolo davanti  a due ospiti che parlino in politichese purissimo“. Il concetto di Soncini è che Volo sia stato chiamato col pretesto di promuover l’uscita del film, ma in realtà per metterlo in contrapposizione a Giannino e Sallusti, smascherare i loro discorsi in politichese e metterli in imbarazzo.

Sarà così? Leggiamo ora cosa scrive il critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso, nella sua rubrica quotidiana in cui analizza i vari programmi TV: “Il regalo di Gruber all’indeciso Volo“. Dice Grasso: “E mentre Giannino e Sallusti discutevano animatamente del destino dell’Italia, si è infine capito il perché di Fabio Volo. Era lì a promuovere il suo ultimo film. Insomma, Lilli gli stava regalando una smisurata marketta“.

Personalmente credo ad Aldo Grasso, perché so come funziona la telepromozione in TV (ne abbiamo esempi ogni giorno su tutte le reti,  e perché Grasso, di solito, è un attento critico di tutto ciò che passa in TV. Basta ricordare come anche il salottino televisivo di Fazio sia una tappa fissa per tutti coloro che devono pubblicizzare un proprio libro, un CD o un film. Lo stesso sistema lo abbiamo visto proprio qualche giorno fa a Porta a porta di Vespa, dove era presente il cast del film “Il principe abusivo“, con Cristian De Sica e Alessandro Siani il quale è anche il regista del film. Siani è quello che è convinto di essere comico. Beh, è in buona compagnia di altri personaggi che hanno la stessa strana convinzione: lo stesso De Sica, Vincenzo Salemme, Paola Cortellesi ed uno stuolo di battutari da bar dello sport che si spacciano per comici in TV. Molti di questi non fanno altro che rimasticare vecchie gag, battute e atteggiamenti di Totò, Sordi ed altri grandi del passato. Ma solo chi si ricorda di questi interpreti ormai scomparsi è in grado di notare le citazioni.Tempi moderni.

Insomma, mentre per Soncini la promozione del film era solo un pretesto, per Grasso era, invece, il vero scopo della presenza di Fabio Volo. Sembra solo una sottigliezza di interpretazione giornalistica, Ma non lo è; cambia completamente il messaggio della notizia. Grasso ha semplicemente notato quello che tutti avrebbero visto, la promozione del film di Volo. Soncini, invece, usa la presenza di Volo per criticare Giannino e Sallusti e metterli in cattiva luce. C’è, dietro questa lettura del programma, una chiara visione politica tesa a screditare sia Giannino che Sallusti. Niente di straordinario, è normale applicazione della ormai collaudata strategia di Repubblica e della stampa di sinistra: usare la realtà per sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari; anzi, i nemici. E così, come se niente fosse, si scambia il vero scopo finale con un “pretesto“. E’ la stampa, bellezza!

Bene, questo è quello che sto cercando di dire da anni, segnalando l’uso spregiudicato, e spesso in perfetta malafede, dell’informazione. Ecco perché non bisogna mai prendere per oro colato ciò che leggiamo sulla stampa, in rete, o ascoltiamo e vediamo in TV. Ma i lettori e gli spettatori sono preparati ad affrontare in maniera critica i mezzi di comunicazione e, quindi, difendersi da una informazione manipolata ed usata in maniera subdola e strumentale? Ho molti dubbi.

Ballarò e i rubagalline

Ballarò è il nome di uno storico mercato di Palermo. Notoriamente nei mercati e nelle fiere paesane non mancano puttane, truffatori e rubagalline. Ci sono anche, aggiornati e corretti, nella versione televisiva. Ecco perché bisogna stare attenti a non lasciarsi fregare dal giochino delle tre carte nella versione mediatica. Oggi anche i rubagalline si sono evoluti e ricorrono ai più sottili e subdoli trucchetti della comunicazione.

Ieri, subito dopo il siparietto di Crozza (che non ho visto, per fortuna era appena finito) parte la puntata. Dopo l’enorme clamore mediatico sull’affare Monte dei Paschi, ci si aspetterebbe che questo sia l’argomento della puntata. E lo sarebbe stato di certo se MPS, invece che essere  la banca di riferimento del PCI/PDA/DS/PD, fosse stata controllata, a caso, dal PDL o da altra formazione di destra. Ma siccome, lo riferiscono tutti i media, quella banca è ampiamente controllata dal PD, meno se ne parla e meglio è. Quindi, la puntata si apre con il conduttore Floris, (quello che dice di non essere fazioso, né schierato) che afferma di voler affrontare l’argomento delle banche “da un diverso punto di vista“. Così, per cercare di essere originale, il nostro “bravo conduttore” è “diversamente giornalista“.

Quale sia questo punto di vista lo scopriamo subito. Invece che parlare di MPS e degli eventuali legami ed intrecci di potere fra la banca ed il PD (cosa che da diversi giorni, riempie tutta la stampa, compresa quella di sinistra), parla del rapporto fra le banche ed i clienti che, avendo chiesto un prestito o un mutuo, non sono più in grado di pagare il debito. Si parla, quindi, di clienti in difficoltà, di banche in crisi (poverine!) che non riescono a recuperare le somme e di società di recupero crediti. Ed il Monte dei Paschi? Niente di niente, neanche una parola, nemmeno sfiorata lontanamente.  Compagni, zitti e Mosca!

Meno male che Floris è un giornalista indipendente, imparziale, non fazioso, non schierato, neutrale, super partes. Figuriamoci se non lo fosse. Ora facciamo un semplicissimo esercizio di fantasia. Cerchiamo di immaginare cosa sarebbe successo se la banca in questione fosse controllata da, uno a caso, Berlusconi. Floris nella puntata di ieri si sarebbe occupato della difficoltà del recupero crediti delle banche? A voi la risposta, ma siate onesti.

Arrivano, infine, i classici e collaudati “cartelli” di Pagnoncelli, quello dei sondaggi. Ora, giusto per non perdere la memoria, cerchiamo di ricordare che quando, in passato, Berlusconi citava i sondaggi favorevoli al suo governo, l’opposizione lo accusava di fare un uso strumentale di quei sondaggi e che “Non si governa con i sondaggi“. Lo ricordiamo, sì? Bene, da quando i sondaggi sono favorevoli al PD,  i media sono invasi dai sondaggi, con aggiornamenti in tempo reale; sondaggi al mattino, al pomeriggio, alla sera. Tutti i sondaggi, minuto per minuto. Manca poco che se vai al bar a prendere un caffè, ti portino la tazzina, lo zucchero e l’ultimo sondaggio, sfornato fresco fresco, come i croissant.

E veniamo ai sondaggi del giorno. Sono tutti favorevoli al PD che risulta ancora in testa di diversi punti, nelle intenzioni di voto.  Fra i vari sondaggi, però, alcuni riportano le risposte degli intervistati a “domande all’americana” (così le definisce Floris). La prima domanda “all’americana” è questa: “Con chi andrebbe volentieri in vacanza?”. Ecco il cartello che ci svela il risultato. Primo in testa è Berlusconi. Immediata reazione del pubblico che sbotta in una grande risata. Come era prevedibile. Anche Floris, nonostante sia “diversamente giornalista“, ha la sua brava claque ammaestrata, come un qualunque Santoro.

Il secondo sondaggio, invece, è più impegnativo. Domanda: “A chi lascereste le chiavi di casa?”. Qui entra in ballo la fiducia. E la fiducia, si sa, è una cosa seria, come sentenziava un vecchio Carosello. Ma qui arriva la sorpresa. Contrariamente alla consueta impaginazione dei cartelli che vede in testa all’elenco sempre il personaggio o la formazione più votata dagli intervistati, qui Pagnoncelli si concede una variante. Anche lui, ogni tanto, vuole rompere gli schemi ed essere originale; “diversamente sondaggista“. Infatti, visto che la maggioranza  (41%) risponde “A nessuno” e questo dato potrebbe essere visto come un aspetto negativo nei confronti della politica in generale, modifica l’elenco. Quel dato finisce in coda ed in testa alla classifica dei politici che riscuotono maggiore fiducia risulta…indovinate chi…ma lui, ovvio, Bersani.  Questa invenzione è tutta da ridere; roba da far invidia a Crozza.

Questi sono i geni della comunicazione, i nuovi “rubagalline” mediatici. Ma non è la sola invenzione di questi “furbetti del quartierino televisivo“. In perfetto stile Ballarò, arriva un altro servizio sulle spese elettorali sostenute dai partiti e dai singoli candidati. Col solito tono mezzo inquisitorio (da cani da caccia che inseguono la preda) e mezzo sarcastico, in perfetta linea con l’eterno  sorrisino ambiguo del “bravo conduttore“, parte l’inchiesta. Via con le solite interviste volanti (quegli assillanti, irritanti e fastidiosi cronisti di strada con microfono incorporato, che si accaniscono come mosche cavalline su qualunque politico gli passi a portata di microfono).

Beh, non proprio su tutti. Per essere sinceri, intervistano Altero Matteoli, Denis Verdini, Lupi, Dell’Utri; E poi mostrano ancora Mariastella Gelmini, senza intervistarla, ma solo seguendola con la telecamera mentre attraversa un locale interno. Mah, forse vogliono mostrarci la camminata di Mariastella, o l’abito indossato, la pettinatura, la borsa. Non si sa, resta un mistero. Giusto per sembrare imparziali e garantire il pluralismo dell’informazione (loro ci tengono al pluralismo ed alla par condicio), intervistano, per pochi secondi, anche un funzionario del PD che si limita a mostrare un cartello con le spese delle ultime tornate elettorali dei democratici. Intervistano anche un giornalista. E visto che in studio è già presente un altro giornalista, Massimo Giannini di Repubblica, tanto per garantire il pluralismo dell’informazione, intervistano un giornalista de L’Espresso(!?). E’ una interpretazione speciale del pluralismo e della par condicio ad uso di Ballarò; sentire diverse fonti, purché siano dei “nostri”. Alè, Floris.

Cosa c’è di strano in questo servizio? C’è che tutto, dalla premessa alle interviste, alle conclusioni, lascia intendere un atteggiamento di lettura critica delle spese elettorali considerate e presentate come qualcosa di poco chiaro e lecito, un uso spregiudicato di denaro e di fondi sia personali che del partito. Se ne ricava l’idea che i candidati paghino, e profumatamente, per essere inseriti nelle liste e si contendano la posizione in lista, con più probabilità di essere eletti, grazie al più o meno consistente contributo a carico dei singoli candidati. Tutto questo lascia in chi vede il servizio una sensazione spiacevole di qualcosa di negativo e di esecrabile. E dov’è il trucco? Eccolo, tutti i politici intervistati, quelli sopra riportati, sono del PDL. Nemmeno uno, nemmeno per sbaglio, che so, del PD, della lista Monti, di Ingroia, di Grillo o di altre formazioni. No, tutti del PDL.

Quindi l’immagine negativa delle spese elettorali, come un mercato delle vacche, nella percezione degli spettatori, viene abbinato ai rappresentanti del PDL. E gli altri non competono, non hanno spese elettorali, non si accapigliano per avere un posto sicuro in lista? Possibile che i nostri agguerriti inviati speciali non abbiano incontrato un candidato del PD, dico anche solo uno, nelle strade di Roma? No, i brutti, sporchi e cattivi, sono solo quelli del PDL. Gli altri sono tutti puri, disinteressati, anime belle, cavalieri “senza macchia e senza paura” (come Oliviero Beha ha definito Ingroia). Anche questa è cattiva informazione e non rispetta né il tanto sbandierato pluralismo, né la par condicio.

E la Commissione di vigilanza che fa? Vigila? Ma quando mai, quella si sveglia e vigila solo quando in TV appare Berlusconi. Allora tirano fuori il bilancino, il cronometro e contano quanti secondi danno al Cavaliere e quanti agli altri. E guai a chi sbaglia; multa! Non dovrebbero contare solo i secondi. Non basta controllare il tempo assegnato ai vari leader, bisognerebbe vigiliare anche su come viene impegnato quel tempo. Non basta misurare la quantità, occorre valutare anche la qualità dei programmi. Non è par condicio se fai un servizio su Bersani di 5 minuti e lo esalti come un dio in terra e poi fai un servizio su Berlusconi di 10 minuti e lo presenti come un buffone coprendolo di sberleffi e ridicolo. Questa non è par condicio, è uso truffaldino dei media. Ma sono certo che ieri la Commissione di vigilanza non c’era, se c’era dormiva, oppure era momentaneamente in ferie. Oppure, visto il frettoloso rientro in patria di Ingroia, impegnato a fare la rivoluzione (civile), tutti i solerti “Vigilanti” era in missione speciale per conto dell’ONU in Guatemala, per “Vigilare” sulla corretta preparazione del “Fiambre“.

Sono trucchi mediatici ampiamente usati da tutti coloro che fanno informazione in televisione e sulla stampa. Trucchetti apparentemente innocui, ma che a lungo andare, producono il loro effetto. Trucchi che gli esperti di comunicazione conoscono molto bene e sfruttano in maniera scientifica. Trucchetti da mercato, da fiera paesana, da suburra, da rubagalline. O da Ballarò.

A proposito di trucchi mediatici dell’ìnformazione e di pluralismo secondo la sinistra vedi…

Tiscali e la par condicio

Titoli subliminali

Santoro e il pluralismo

Santoreide