Matteo La Qualunque

Matteo Renzi diserta l’assemblea del PD e sogna un nuovo partito tutto suo. Viste le sue doti caratteriali da bulletto di borgata (Er più de borgo gli fa un baffo!) presuntuoso, borioso, arrogante e strafottente, il motto del nuovo partito sarà quello famoso del marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un cazzo“. Ascoltate, nel video sotto, questo imbonitore da fiera paesana. Cetto La Qualunque è il più serio dei due. Ma come è possibile che in un paese normale questo personaggio circoli liberamente? E come è possibile che la gente lo ascolti? Questa non è politica, è cabaret. Ma non fa ridere.

Tele pollai

Simona Malpezzi, deputata del PD, la conoscono tutti. Non potete non conoscerla, visto che staziona in permanenza in qualche salotto televisivo. Passa più tempo in TV che in Parlamento. Ma non è la sola, è in buona compagnia di altre belle statuine del PD e della sinistra che dalla mattina alla sera le vedi, e le senti, starnazzare in qualche pollaio che scambiano per dibattito politico. Le facce sono sempre quelle, le stesse; inutile fare i nomi. Ma hanno in comune delle  caratteristiche che le rendono riconoscibili subito, appena le senti parlare anche per pochi secondi (anche senza vederle) perché inconfondibili: sono  invadenti, arroganti, presuntuose, saccenti, supponenti, boriose, prepotenti, garrule, ciarliere, petulanti, noiose, impertinenti, ripetitive, provocanti, insolenti, fastidiose, portatrici in dotazione di serie di una presunta e mai dimostrata “superiorità morale” e “mani pulite” (dicono ), perennemente in malafede, insopportabilmente faziose e irritanti come zanzare che ronzano nelle orecchie quando stai per prendere sonno. Tutti i mali d’Italia sono colpa degli avversari (del centrodestra e di Berlusconi), tutto ciò che hanno  fatto loro in questi 7 anni di governi di sinistra  è ottimo e abbondante, come il rancio delle reclute di una volta. Questo è il leitmotiv dei loro interventi in TV.

Fra i grandi meriti di questa gente figura il golpe presidenziale che ha portato al governo personaggi che tutto il mondo è felice di non avere in patria: Monti, Letta, Renzi e Renzi bis mascherato da Gentiloni. Fra le grandi realizzazioni delle quali essere fieri (l’elenco sarebbe lungo)  ricordiamo  le norme economiche, tasse e balzelli che, per compiacere la Germania della Merkel,  hanno ridotto l’Italia sul lastrico, l’invenzione degli “esodati“, una “perla” di lungimiranza politica che resterà nella storia,  la nomina di una “ministra” congolese (nessuno ha mai capito la ragione e l’utilità), la missione “Mare nostrum” (il servizio taxi gratuito per migranti; anzi, a nostre spese),  le leggi e norme a favore delle unioni omosessuali, la diffusione delle teorie gender nelle scuole, la nomina di una ministra dell’istruzione che ha mentito sul titolo di studio millantando il possesso di una laurea che non ha mai conseguito, aver favorito, incentivato, finanziato l’invasione afroislamica dell’Italia, e la realizzazione di quella società multietnica che è l’inizio della fine, il mezzo per l’annientamento dell’identità nazionale ed il dissolvimento economico, politico, morale della civiltà occidentale. Ce n’è d’avanzo per essere fieri ed orgogliosi. No?

A questo punto la domanda è questa: c’è qualcuno che riesce a reggere la visione e l’ascolto della Malpezzi, e delle altre belle statuine, per più di 30 secondi?

Il Papa si fa le scarpe

Anch’io ho le mie cose”, ha detto il Papa, intervistato dalla TV in un negozio di articoli sanitari di via del Gelsomino. Ha le sue cose? Per un attimo abbiamo avuto il sospetto che si trovasse lì per acquistare assorbenti.

Ma ha chiarito subito: non si riferiva a “quelle cose”, ma al fatto che soffre di disturbi alla schiena e per questo motivo deve usare delle scarpe ortopediche. Meno male, ci mancava solo un Papa transgender  (video: il Papa fa spese nel negozio di sanitari). E così, in attesa che siano i cardinali che lo contestano a fargli le scarpe, per evitare sorprese le scarpe se le fa da solo. Esce in utilitaria e, come un qualunque trasteverino, va in un negozio appena fuori dal Vaticano: “come una persona normale”, dice la gente.  Già, ma lui non è una persona normale, è il Papa. Ormai ci ha abituati a queste uscite inusuali. Tempo fa, sempre in utilitaria ed accompagnato solo dal suo autista, andò a cambiare le lenti presso un ottico nelle vicinanze di Piazza del popolo. Un giorno o l’altro lo vedremo seduto dal barbiere di Trastevere, oppure dietro un carrello che fa la spesa al market, scegliendo detersivi, broccoli, salumi e tagliatelle di nonna Pina.

Dicono che questo suo modo di comportarsi sia segno di umiltà, di vicinanza alla gente, di rottura con la vecchia immagine di un Papa isolato, distante, inavvicinabile, chiuso nella sua austera residenza pontificia, immerso in una dimensione spirituale e distaccato dalla gente e dalle cure terrene.

Bergoglio ha introdotto un nuovo stile, alla mano, da persona normale. E forse sogna proprio di vivere e fare cose normali: andare a passeggio per il Lungotevere, chiacchierare con i pensionati al parco, andare in pizzeria con gli amici. Gli manca la normalità quotidiana. Ecco perché ogni tanto fa delle cose inconsuete per un pontefice.  Ieri mattina, per esempio, ha sorpreso tutti telefonando alla RAI mentre in studio festeggiavano i 30 anni di Uno mattina, per fare gli auguri di Buon Natale in diretta (“Pronto? Sono Francesco” Il Papa chiama in diretta RAI1). Niente di strano che domani chiami una radio libera romana per dedicare “Tu scendi dalle stelle, o Astro del ciel” alle suore di Santa Marta. Si ha l’impressione che quest’uomo abbia sbagliato strada nella vita. Doveva fare altro; il sindacalista, il contadino, l’artigiano, il gaucho, il suonatore di bandoneon. Tutto, meno che fare il prete. E’ diventato Papa per caso.

Anche il suo modo di esprimersi, che spesso lascia perplessi i fedeli più tradizionalisti, viene giudicato positivamente e, secondo alcuni osservatori, quel suo “linguaggio colloquiale” piace alla gente. Pochi giorni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno del Papa, Serena Sartini sul Giornale ha scritto: “È un linguaggio colloquiale, un linguaggio non ingessato, un fraseggio vicino alla gente comune, che ben si addice a questo Papa che vuole essere più un sacerdote «con l’odore delle pecore» e che ama definirsi vescovo di Roma, prima ancora che Pontefice.” (“Il sacerdote con l’odore delle pecore“). Appunto, un curato di campagna che nella piazzetta del paese si intrattiene con i paesani a parlare di pecore e agnelli, di mungitura, di ricotta e pecorino.  Più che un Papa ricorda un don Camillo della Barbagia. Ma siamo sicuri che sia questa l’immagine del Papa che i fedeli prediligono? Ho molti dubbi in proposito, vista la crescente contestazione nei suoi confronti sia su temi di fede, sia su questioni sociali, specie in merito all’immigrazione, non solo da parte dei fedeli, ma anche di preti e vescovi (Ultimatum del cardinale Burke a Papa Bergoglio: chiarisca entro Epifania gli “errori dottrinali“).

Un Papa non deve usare un linguaggio colloquiale, da gente comune, per il semplice fatto che non è una persona comune; è il Papa. E deve parlare da Papa, non da curato di campagna o da sagrestano. Quando si ricoprono ruoli pubblici importanti la forma è sostanza; ed il linguaggio, l’aspetto, l’abbigliamento, il comportamento devono essere consoni al ruolo ricoperto. Ecco perché trovo intollerabile l’atteggiamento di Renzi; perché un presidente del Consiglio non può presentarsi di fronte ai capi di Stato in maniche di camicia e con le mani in tasca. E’ cafonaggine pura.

Così in tempi di attentati, terrorismo, disagi e insicurezza della gente a causa dell’invasione degli immigrati che mette a rischio la stessa sopravvivenza della nostra civiltà, Bergoglio non può dire “L’Europa è invasa dagli arabi, ma non è un male“, senza suscitare reazioni critiche e perfino insulti e sospetti sulla sua salute mentale. Allo stesso modo il Papa non può dire “Chi sono io per giudicare?”; una delle sue prime affermazioni, riferita ai gay, che lasciarono stupiti molti fedeli ed osservatori. Sei il Papa, ecco chi sei; sei il capo e la guida spirituale del cristianesimo e come tale non solo hai il diritto, ma hai il dovere di giudicare e di essere faro e riferimento spirituale e  morale per la Chiesa.

Non puoi assumere atteggiamenti falsamente umili da sguattero. Non puoi fare ciò che fanno le persone comuni. Non puoi andare in utilitaria dall’ottico di Piazza del Popolo a cambiare le lenti, come un qualunque coatto di periferia. Non puoi andare con gli amici a farti una pizza alla “Bella Napoli”. Non puoi farlo perché non sei una persona qualunque, sei il Papa. Se Bergoglio non ha ancora capito questa piccola differenza farebbe bene a rinunciare ad un ruolo troppo alto e gravoso per il quale, evidentemente, è inadeguato. Per sentirsi più a suo agio, farebbe bene a tornare nelle periferie di Buenos Aires o nelle pampas a bere mate con i gauchos e discutere di pecore e vitelli. Memento: “Quod licet Iovi non licet bovi”. E viceversa.

Gentiloni chi?

Paolo Gentiloni ha ricevuto da Mattarella l’incarico per formare il nuovo governo. Chi è Gentiloni?

Eccolo qui, immortalato in questa foto che ne esalta l’acutezza e lo sguardo vivo ed intelligente. Non è chiaro cosa stia guardando: avrà le visioni mistiche, ha visto un UFO, gli è apparsa la Madonna? Mistero. E’ un mistero anche quella sua eterna espressione sempre assonnata. Casca dal sonno perché è in piedi da tre giorni e non vede l’ora di andare a dormire? Oppure è stato buttato giù dal letto e non si è ancora svegliato del tutto? Boh, certo è che ogni volta che lo si vede in TV sembra che dorma in piedi, come i cavalli. Né è più sveglio il suo eloquio. Roba che i suoi discorsi si possono usare tranquillamente come sonnifero. Immaginate cosa può scaturire da un incontro fra Gentiloni e Mattarella: dopo dieci minuti dormono tutti, anche i corazzieri.

E’ un mistero anche il fatto che in Italia un personaggio simile arrivi a fare il ministro. Del resto se in Parlamento ci sono andati Cicciolina e Luxuria, perché non Razzi e Gentiloni? Davvero questo è il livello della classe politica? Tanto vale affidarsi a Topo Gigio. Ma è anche la dimostrazione che i giovani devono aver fiducia in questa società, perché se un Gentiloni qualunque può diventare capo del governo, vuol dire che chiunque può farcela.  Stamattina, nella sua dichiarazione di accettazione dell’incarico da parte di Mattarella, ha avuto parole di elogio per Matteo Renzi al quale ha riconosciuto la grande “coerenza” nell’aver rispettato la promessa di dimettersi in caso di esito negativo del referendum. Dopo una sconfitta come quella subita, con uno scarto di 20 punti, non doveva dimettersi solo da premier, ma per la vergogna doveva dimettersi anche da segretario del PD, da semplice iscritto e perfino dagli elenchi anagrafici di Pontassieve; dovrebbe scomparire proprio per la vergogna. Ma a sinistra sono fatti così. Anche quando prendono una batosta tragica come sul referendum, invece che riconoscere la pesantissima sconfitta, mettono in risalto, come grande qualità morale, il fatto che Renzi si sia dimesso. E’ lo stesso criterio che usano quando qualcuno dei loro amministratori (quelli della superiorità morale, quelli che “noi abbiamo le mani pulite“) viene preso con le mani nella marmellata (cosa che succede sempre più spesso). Pensano di chiudere la storia e uscirne puliti dicendo che “si è dimesso“. Come se le dimissioni annullino il reato.  Sono ladri dimissionari. Ma sempre ladri sono.

Ma Gentiloni dice che bisogna avere rispetto per la coerenza di Renzi. Coerenza? Quella è una parola sconosciuta al nostro Pinocchietto, non c’è nemmeno nel suo vocabolario; forse qualcuno ha strappato la pagina. State a vedere che adesso il ballista toscano diventa anche modello, emblema e icona di “coerenza”. Ma Gentiloni parla di quel Renzi che aveva scritto a Enrico Letta “#enricostaisereno” (quello che sarà ricordato come il tweet più ipocrita della storia) e poi una settimana dopo lo sfiducia in direzione PD e gli frega la poltrona a Palazzo Chigi? E’ quel Renzi oppure è un omonimo? E’ quello che nel 2014, intervistato da Lucia Annunziata, disse che sarebbe andato a Palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“?  E’ quello che disse che le riforme non si fanno a colpi di maggioranza? E’ quello che scrisse: “C’è bisogno di serietà in politica. Occorre imparare a mantenere la parola data. Io non sarò mai presidente del Consiglio senza essere eletto dai cittadini, non farò mai come D’Alema nel 1998.”. E’ quello che, appena insediato, disse che avrebbe fatto una riforma al mese? E’ quello che in questi mille giorni di governo è andato avanti a forza di bugie e promesse non mantenute? E’ sempre lo stesso Renzi? Beh, allora è davvero affidabile, un mito, un simbolo di coerenza e affidabilità. Cominciamo bene; non ha ancora cominciato a fare il premier e già ha sparato la sua prima cazzata. Sarà difficile riuscire a superare o almeno eguagliare il piazzista toscano. Ma mai dire mai.  Ha ragione Davigo, questi non hanno smesso di rubare, o di raccontare balle, hanno smesso di vergognarsi.

E intanto “The show must go on“, tra nani, ballerine, equilibristi, scimmiette ammaestrate, pagliacci e giullari di regime continua lo spettacolo del grande circo della politica. Cambiano i personaggi, chi entra e chi esce dalla pista, ma lo spettacolo è sempre lo stesso, e non fa nemmeno ridere; anzi, è squallido.

Insulti e par condicio

Più si avvicina la fatidica data del 4 dicembre, quando si voterà per il referendum, e più si accende la battaglia mediatica per il Si o il NO. Gli interventi in televisione dovrebbero essere regolati da norme che garantiscano la famosa “par condicio” ai due schieramenti. Ma, come succede sempre in Italia, le norme e le leggi sono elastiche: per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano.  Così vediamo Renzi (e la sua compagnia di giro con pagliacci e scimmiette ammaestrate) che imperversa su tutti i canali, praticamente lo vediamo a reti unificate; ha il dono dell’ubiquità, come padre Pio. Manca solo che presenti anche le previsioni del tempo, “Viaggiare informati” e l’oroscopo del giorno. Eppure sono proprio questi “Tipi sinistri”, come li chiamava Pansa, che quando era al governo Berlusconi si lamentavano per l’eccessivo presenza del premier in TV. Poi, andando a verificare, si scopriva che i più presenti erano proprio loro. Come successe nel 2006 quando il Corriere, proprio per far luce sulla polemica delle presenze in TV, pubblicò i dati ufficiali dai quali risultava che in testa alla classifica delle presenze c’era Bertinotti di Rifondazione comunista (42 presenze), seguito da Pecoraro Scanio dei Verdi (40 presenze) e da Piero Fassino dei DS (33 presenze); Berlusconi era solo all’ottavo posto insieme a D’Alema, entrambi con 10 presenze. Dimostrazione pratica del livello stratosferico della malafede e dell’ipocrisia che regna a sinistra. Guardate qui: “Politici in TV“.

La presidente della Camera Boldrini, in occasione della giornata mondiale per la difesa delle donne, ha pubblicato una raccolta di insulti che le vengono rivolti in rete dai cittadini, denunciandoli come gravissimi insulti sessisti e come una forma di violenza verbale contro le donne (Ecco chi mi insulta). Sono in gran parte insulti a sfondo sessuale e Boldrini li ha pubblicati proprio per denunciarne la gravità. Dice: “Ho deciso di farlo perché chi si esprime in modo così squallido e sconcio deve essere noto e deve assumersene la responsabilità.”. Giusto, un conto è la libertà di espressione, altro è l’insulto gratuito e volgare. Però, c’è un però. Non ricordo che Boldrini (o altre donnine dall’indignazione facile) si sia indignata quando Sabina Guzzanti, in occasione di un Girotondo a Piazza Navona, urlò dal palco che Mara Carfagna era diventata ministra perché “succhiava l’uccello a Berlusconi“, o quando insulti simili venivano rivolti a donne del centrodestra.

Normale. A sinistra hanno l’indignazione facile, ma a senso unico. Se Guzzanti allude a servizietti orali in stile Lewinski  è satira; se danno della “pompinara” alla Boldrini è un gravissimo insulto volgare e sessista.  Anche la par condicio la applicano in maniera elastica. A sinistra hanno una visione  double face della realtà; così cambiano visione secondo le circostanze e la convenienza. E’ una caratteristica che ho evidenziato spesso.  Mi viene in mente un post di dieci anni fa: “Gad Lerner e San Faustino“. Calza a pennello, anche perché il nostro ineffabile Lerner sta per tornare in TV, sulla RAI, con un nuovo programma “Islam, Italia” sulla cui imparzialità nutro molti e seri dubbi. Anzi, conoscendo la sfacciata faziosità del nostro ex Lotta continua, immagino che sarà un grande spot a favore dell’islam, dell’accoglienza, dell’integrazione e della società multietnica,  perfettamente omologato al pensiero unico politicamente corretto (ma pagato da tutti gli italiani). Lo riporto, a dimostrazione del fatto  che non solo questo della doppia morale è un vecchio vizio della sinistra, ma che non è cambiato niente fino ad oggi.

Gad Lerner e San Faustino (31 marzo 2006)

Ultima puntata di “L’Infedele” dedicata a Fausto Bertinotti (unico ospite “politico”; senza avversari, senza contradditorio e alla faccia della “Par condicio“). Il tema della serata è un ipotetico “Processo” a Bertinotti. Conoscendo Gad Lerner si può già immaginare, anche senza aver visto la trasmissione, quanto sarà duro questo “processo”. Ciò che continua a sorprendermi in gente come Gad Lerner e simili guru dell’informazione (ma il discorso si potrebbe estendere anche ad altri esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura) è constatare come essi siano, o mostrino di essere, del tutto convinti che i telespettatori siano tutti degli idioti o comunque…essi siano più “furbi” degli altri. Sembra incredibile, ma ne sembrano proprio convinti.

Ne sembra convinto anche Fabio Fazio quando annuncia Cornacchione che presenta Berlusconi come un matto che crede di essere Napoleone. O come quando ospita Gianni Minà che si esibisce in una vera e propria apologia di Che Guevara. Ne è convinta Serena Dandini, la conduttrice di quel programma “Parla con me“, quando con perenne sorrisino fintamente ingenuo ironizza su coloro che la accusano di invitare solo ospiti “comunisti“. Ne è convinto perfino Dario Vergassola, ancora a “Parla con me”, quando chiede ironicamente “E’ meglio un nano in giardino o un nano a palazzo Chigi?”. E ancora “E’ peggio il Mòse di Venezia o il Mosè di Arcore?”. O quando ironizza sulle liste di centro destra notando che hanno lasciato fuori qualche illustre esponente per far posto a Pippo Franco. Ovviamente accompagnando la frase con un tono di voce ed una espressione che significa che Pippo Franco è una specie di imbecillotto qualunque indegno di essere candidato. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe fare lo stesso con la parte avversa e chiedersi come mai Bertinotti ha lasciato fuori Ferrando, che rappresenta il 40% del partito, per far posto a Vladimir Luxuria.

Ma si sa, i comici sono fuori dalla par condicio, anche se, stranamente, continuano a fare satira solo ed escusivamente contro una certa parte. Ma non sono solo i comici a fare eccezione. Anche il programma di Lucia Annunziata fa eccezione. O almeno questa è l’opinione di Pierluigi Battista (autorevole vice direttore del Corriere) il quale, di recente a proposito delle polemiche successive all’intervista di Annunziata a Berlusconi, ha affermato che ci sono trasmissioni elettorali, dove i candidati possono illustrare i loro programmi di partito, ma quella di Lucia Annunziata non è una trasmissione elettorale, è una “rubrica giornalistica“. Ah, beh, allora. Abbiamo capito, anche lei è esente da par condicio. Come era esente “Rockpolitick” di Celentano che per quattro puntate, costate circa 20 miliardi a carico dei cittadini, è stato un enorme spot elettorale anti Berlusconi; ma quello è spettacolo, non è mica una trasmissione politica. Quindi è esente da par condicio e da censure perché guai a porre limiti alla satira.

E’ esente dalla par condicio anche la stampa. E così un quotidiano che si vanta di essere “indipendente” e che è il più importante d’Italia, il Corriere della sera, può tranquillamente schierarsi invitando i lettori a votare per il centro sinistra. E meno male che è “indipendente”! E’ fuori dalla par condico, ovviamente, anche il cinema. E così Nanni Moretti può permettersi di far uscire il suo “Caimano” contro Berlusconi ad appena 20 giorni dalle elezioni. Lo stesso possono fare Cremonini/Deaglio con un altro film su Berlusconi, ancora in piena campagna elettorale. Ma mica vorremo imporre limiti al cinema, quando mai. E poi, il fatto che escano in piena campagna elettorale è solo un caso, è, per restare in ambito cinematografico, come i riferimenti a persone e fatti della vita reale “puramente casuale“.

E’ curioso constatare come tutto ciò che gioca a favore della sinistra, per qualche strano motivo, sia sempre al di fuori delle regole. Davvero curioso e degno di una attenta analisi socio/culturale/antropologica. A patto, ovviamente, che tale analisi risulti utile e favorevole alla sinistra. Altrimenti non è il caso, zitti e Mosca! A quanto pare l’unico che in Italia deve stare attento a tutto ciò che dice e fa è Emilio Fede ed il suo TG4. Riceve critiche, contestazioni, denunce e multe per non osservanza della par condicio. Gli contestano i servizi, gli contano i secondi dedicati a questo o quel politico,il modo di porgere le notizie, perfino le fotografie che mostra e infine anche le espressioni facciali. E’ l’unico in Italia al quale controllano anche le pause. Neanche fosse Celentano! Tutti gli altri sono esclusi; per qualche strano motivo hanno sempre una giustificazione per eludere la par condicio.

Per esempio, Gad Lerner. Nel giro di una ventina di giorni è riuscito a fare due trasmissioni che sono due capolavori di propaganda. La prima dedicata a Rossana Rossanda, una specie di glorificazione della Rossanda, della sua militanza comunista e del “Manifesto“. La seconda, giusto avantieri, una puntata che, dietro il titolo paraculistico di “processo” si è dimostrata quello che era e che voleva essere: una glorificazione di Fausto Bertinotti, della sua militanza comunista (pura combinazione) e del suo impegno politico. Mancavano solo l’altarino, i ceri, gli ex voto e l’aureola. Il resto c’era tutto, compreso il gran sacerdote officiante: Lerner. Alla faccia della par condicio. E degli italiani che ci credono.

Vedi:

– “La semantica sinistra di Gad Lerner“.

– “I coglioni sono due“.

– “La morale è un optional

– “Sessantotto, ma non li dimostra

– “Politici in TV

– “Doppia morale e meticciato

Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

Vignette sismiche

E’ satira

Satira da morire

Satira libera: dipende…

Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

Vauro e gli imam pedofili

C’è poco da ridere

Si può ridere dei musulmani?

La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Ponti, muri e fasce tricolori

Il Presidente Mattarella, intervenendo al Meeting di Rimini di CL, a proposito di immigrazione, dice che non sarà un cartello “Vietato l’ingresso” che li fermerà.  Dice che “Non faremo barriere, ma ponti“. Insomma, bisogna accogliere tutti a braccia aperte, tanto mica se li porta a casa sua. Sembra di sentire esattamente le parole di Papa Bergoglio; un altro che fa accoglienza e beneficenza con i soldi degli altri. Forse hanno lo stesso ghostwriter che gli scrive i discorsi. O forse, visti i tempi di crisi, per risparmiare lo hanno preso in comproprietà, al mattino scrive in Vaticano, la sera al Qurinale, o viceversa. O magari, visto che i concetti sono sempre quelli, lo stesso discorso se lo  passano in fotocopia al Vaticano, al Quirinale, a Montecitorio, alle redazioni di stampa e telegiornali (e per competenza, alle coop, la Caritas, la Kyenge, l’Unhcr, l’ONU, Al Jazeera e gli scafisti libici).

Certi personaggi, apparentemente del tutto normali, perfino banali e mediocri, quando si ritrovano ad occupare posti di potere subiscono una trasformazione improvvisa e sono convinti che avere addosso una fascia tricolore li autorizzi a pensare di avere la verità in tasca, di poter decidere in nome e per conto del popolo e, soprattutto, di interpretare il pensiero comune. E più sono in alto, più ne sono convinti. Caro Presidente, visto che sono gli italiani a subire le conseguenze e pagare le spese dell’accoglienza, lasci che siano gli italiani a decidere se costruire muri o ponti, o se accogliere o meno gli invasori sotto forma di migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo o ad altro titolo; e non il Presidente della Repubblica, quello della Camera, l’abusivo di Palazzo Chigi o il sindaco di Lampedusa. L’Italia non è di Mattarella, di Renzi, della Boldrini, della Kyenge, o delle belle statuine al governo. L’Italia è degli italiani, anche se lo si dimentica troppo facilmente. E se è vero che siamo una Repubblica ed il potere appartiene al popolo, si chieda al popolo come intende regolarsi. Si dovrebbe prendere esempio dalla Svizzera: quando si devono assumere decisioni importanti di particolare interesse nazionale si tiene un referendum. La nostra Costituzione non lo prevede? Si cambia la Costituzione. E se non lo si può fare con un referendum, almeno si tenga conto del sentire comune, della volontà popolare. Se il Presidente della Repubblica rappresenta la nazione deve tener conto dell’opinione dei cittadini, e non impartire lezioncine moraleggianti non richieste e, soprattutto, imporre con arroganza una politica di accoglienza incontrollata “contro” la volontà degli italiani.

E’ curioso come certe persone, prima quasi sconosciute, quando assumono importanti incarichi pubblici, con o senza fascia (specie se si tratta di Colli romani; uno a caso), come per miracolo, da un giorno all’altro diventino depositari di tutta la saggezza del mondo: un’enciclopedia vivente di tutto lo scibile umano. Ed in virtù di tale saggezza, comincino a pontificare ex cattedra in ogni occasione possibile. Succede a chi di colpo si ritrova a ricoprire alte cariche politiche, civili o religiose. D’improvviso li vediamo ovunque ci sia una cerimonia, una commemorazione, una corona da posare su un monumento, un nastro da tagliare. Ed in ogni occasione devono tenere il loro discorsetto di circostanza (sempre scritto dal ghostwriter di fiducia) in cui dispensano perle di saggezza.

Scopriamo così che personaggi come Mattarella, Renzi, Boldrini, Grasso, presidenti di Regioni, segretari ed esponenti di partito, e giù fino all’ultimo sindaco della penisola (ai quali si aggiungono saltuariamente esponenti vari della politica, del sindacato, dell’imprenditoria, della cultura e perfino comici e cantanti, anche senza fascia d’ordinanza), hanno sempre la risposta pronta per tutte le domande, la soluzione per tutti i problemi, la sentenza giusta per ogni controversia, il consiglio giusto per ogni difficoltà, la scelta migliore per ogni momento storico. Ma allora, se c’è tanta gente che ha la soluzione per tutti i problemi d’Italia, com’è che siamo sempre più nella merda? Dov’erano questi sapientoni fino a ieri? Per decenni abbiamo avuto fra noi questi geni, tuttologi, queste fonti perenni di sapienza, da far invidia a Budda, Confucio, Zaratustra ed ai sette saggi dell’antichità, e nessuno lo sapeva, finché non gli hanno messo addosso una fascia tricolore. Meno male che li abbiamo scoperti in tempo. Pensate che fortuna. Comincio a pensare che quelle fasce abbiano un potere speciale, miracoloso, come le bacchetta magica di Merlino; ma solo a chiacchiere.

Islam, stragi e senno-fobia

L’autore della strage nel locale gay di Orlando in Florida è Omar Mateen, un fanatico islamico di origini afghane che, prima del massacro, ha fatto una telefonata “giurando fedeltà allo stato islamico“. Il padre curava un programma TV in cui elogiava e sosteneva i talebani afghani, esclude moventi religiosi e dichiara che il movente della strage è solo l’odio verso gli omosessuali. L’Isis rivendica l’attentato, “E’ un nostro combattente“, i jihadisti lo esaltano e gioiscono per la strage, “Possa Allah accogliere l’eroe che lo ha fatto e ispirare altri a fare lo stesso“, e nei paesi musulmani si esulta, come ogni volta che c’è una strage contro gli infedeli. Ed un imam di Orlando, subito dopo la strage, dichiara in un video “La sentenza per i gay è la morte“. Molto tolleranti questi islamici.

Ma Laura  Boldrini, quella che non riesce a dire qualcosa di serio e sensato nemmeno per sbaglio, dice che l’islam non c’entra, è solo odio verso i gay: “A Orlando solo odio omofobo“.  Il fatto che odiano i gay perché sono islamici e che l’islam condanna l’omosessualità, tanto che per i gay è prevista pena di morte, sembra non avere rilevanza. Diceva Oriana Fallaci: “Non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici“. In questo caso si potrebbe dire che non tutti quelli che odiano i gay sono islamici, ma tutti gli islamici odiano i gay: lo dice la sharia e lo predicano gli imam. Ma non si può dire perché non si deve generalizzare. Che curiosa interpretazione!  Perfino l’FBI sembra avere le idee un po’ confuse, dice: “Non è ancora stato accertato se la sparatoria al club gay di Orlando sia un crimine di odio o un atto terroristico.”. Non è ancora accertato? Ma all’FBI ci sono o ci fanno? Odio e terrorismo non sono due cose distinte, sono complementari, sono due facce della stessa medaglia. Sono decenni che ci stanno mettendo le bombe sotto il culo; ma questi ancora devono interpretare, analizzare, fare i distinguo,  capire bene se lo fanno “per odio o per terrorismo“.

Esiste un terrorismo che non sia alimentato dall’odio? Esiste il terrorismo animato dall’amore per il prossimo? Esistono attentati e stragi a fin di bene? Esistono terroristi che si battono per la pace universale? Si può ancora perdere tempo a distinguere fra terrorismo e odio per l’umanità? Hanno paura perfino di nominare l’islam associandolo al terrorismo, per non turbare la sensibilità degli “islamici moderati” che sono come l’Araba fenice. La strage di Orlando è semplicemente “un atto terroristico ispirato dall’odio”, pensato ed attuato da islamici fanatici e criminali. Come lo sono tutti gli atti terroristici messi in atto da jihadisti, militanti Isis, Al Qaeda. Chiamateli come vi pare, ma ciò che li unisce è solo l’odio verso l’occidente, verso gli infedeli, verso i cristiani e verso gli stessi fratelli musulmani che seguono una diversa interpretazione del Corano.  E’ l’odio che ispira la loro vita e l’odio alimenta il terrorismo. Solo dei perfetti idioti possono continuare a blaterare di accoglienza e integrazione. Non si integreranno mai; glielo vieta la loro stessa religione che è incompatibile con lo stile di vita occidentale. E questa incompatibilità genera odio; e l’odio genera terrorismo. Ma quei geni dell’FBI (ed i  buonisti ipocriti di casa nostra; boldriniani, bergogliani e pacifinti) non l’hanno ancora capito: o fingono di non capirlo (avranno il loro interesse).  Li facevo più svegli questi agenti 006,9 periodico con licenza di pesca dell’FBI.

Secondo la strana interpretazione della Boldrini, non c’è mai alcun nesso fra i vari attentati e le stragi che da decenni insanguinano il mondo ed il fanatismo islamico; si cerca sempre di sminuire la responsabilità cercando cause diverse dall’odio. Anche gli attentatori della maratona di Boston nel 2013 erano islamici, ma i buonisti dicono che non bisogna generalizzare, l’islam non c’entra; forse non gli piace l’atletica, è solo sport-fobia. Anche l’attacco e la strage di Parigi, gennaio 2015,  contro la sede della rivista satirica Charlie Hebdo era opera di musulmani; ma non bisogna generalizzare, forse non apprezzano molto la satira francese, era solo humor-fobia. Ancora a Parigi, dicembre 2015, l’attentato del Bataclan durante un concerto, con 130 morti, era compiuto da terroristi islamici: ma l’islam non c’entra, forse hanno particolari gusti musicali e non amano molto la musica moderna; era solo pop-fobia. Anche la strage al museo del Bardo di Tunisi, nel 2015,  era opera di islamici; ma l’islam non c’entra, forse era solo una questione di gusti artistici, non apprezzavano le opere esposte, era solo arte-fobia. Anche i terroristi responsabili degli attacchi alle Torri gemelle, New York 11 settembre 2001,  erano musulmani: ma non bisogna generalizzare ed accusare l’islam. Forse si trattava solo di divergenza di opinioni sull’edilizia e urbanistica; magari non apprezzano le costruzioni troppo alte come le due torri e volevano solo accorciarle un po’; era solo  torre-fobia. Anche gli ultimi attentati del marzo scorso all’aeroporto ed alla stazione di Bruxelles era opera di islamici, così pure gli attentati alla stazione ferroviaria di Madrid nel 2004 ed alla metropolitana di Londra nel 2005: ma l’islam non c’entra, forse è solo perché non amano le ferrovie ed i trasporti troppo rumorosi, preferiscono ancora viaggiare sui cammelli, più tranquilli e silenziosi, è solo treno-fobia. Anche gli attentati a Mumbai nel 2008 e quelli contro le comunità cristiane nelle Filippine, dicembre 2015, erano opera di islamici fanatici: ma forse l’islam non c’entra, era solo un caso di momentaneo raptus di cristiano-fobia.

L’elenco di attentati, compresi quelli falliti o sventati all’ultimo momento, sarebbe lungo: dall’Egitto all’India, da Londra al Pakistan, da New York alle Filippine, e dietro ci sono sempre islamici. Ma non bisogna generalizzare, dicono i buonisti. I terroristi sono islamici, compiono attentati e stragi in nome di Allah, al grido di “Allah akbar”, ma le anime belle dicono che l’islam non c’entra. E’ quello che continuano a sostenere Boldrini, il Papa, Renzi, gli imam improvvisati di quartiere, e tutta la compagnia di buonisti ipocriti che, in preda a grave carenza di lucidità e buon senso, sembrano non voler vedere quello che hanno sotto gli occhi: anzi li chiudono per non guardare in faccia la realtà e continuare a sognare il loro mondo perfetto fondato sulla fratellanza universale dove tutti vivono a lungo felici e contenti, come nelle favole.

Chi continua a negare la responsabilità dell’islam negli attentati terroristici, o il pericolo dell’invasione islamica dell’Europa grazie all’immigrazione incontrollata, è un idiota. E se non è idiota è un cattocomunista che specula e lucra sull’accoglienza dei migranti. E’ vero che non tutti i cattocomunisti sono idioti, ma (quasi) tutti gli idioti sono cattocomunisti; il “quasi” è optional. Eppure, secondo la visione della realtà diffusa negli ambienti del buonismo ipocrita, non si può accusare il cattocomunismo di essere responsabile dell’acquiescenza nei confronti dell’islam. Se le critiche all’islam vengono stigmatizzate come “islamofobia”, anche le critiche al buonismo irresponsabile potrebbe essere definito come una forma di “fobia”. E perfino l’atteggiamento buonista sembrerebbe una forma di “fobia”. Ma non sarebbe esatto. L’atteggiamento buonista dei cattocomunisti non è fobia, non è paura, è piuttosto una forma di odio, di incompatibilità, di idiosincrasia, di intolleranza, di allergia verso il ragionamento, il pensiero logico, l’osservazione razionale della realtà, l’onestà intellettuale, la saggezza, il semplice buon senso, il senno: non è cattocomunismo finto-pacifismo ipocrita, è solo senno-fobia, è una grave forma di intolleranza verso l’intelligenza. Ecco perché dicono tante stronzate.