La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

RAI3, Kennedy e L’Unità

Venerdì scorso, 22 novembre,  RAI3 ha dedicato la serata alla commemorazione dei 50 anni dalla morte di J.F. Kennedy. Prima ha mandato in onda il film “Parkland” ed a seguire la “Serata Kennedy” curata dallo staff di Agorà, con il conduttore Gerardo Greco coadiuvato da Mia Ceran. Niente di particolarmente sconvolgente, se non fosse per un piccolo ed insignificante dettaglio che sembrerebbe casuale, ma non lo è. (Vedi qui il video della puntata “Agorà serata Kennedy“)

Ma partiamo con una piccola osservazione generale. La prima cosa che salta all’occhio è la presenza in studio di un’auto, una Lincoln Continental, simile a quella dove viaggiava Kennedy quando fu colpito. Viene spontaneo ricordare  quante volte Bruno Vespa è stato sbeffeggiato per aver usato a Porta a porta dei modellini, il famoso “plastico“, di luoghi teatro di avvenimenti tragici (classico il plastico della villetta di Cogne). I plastici di Vespa sono diventati un tormentone da usare per farsi beffe del suo programma. Se però certe cose le fa RAI3 allora diventano invenzioni da grande giornalismo.

Così, invece che un modellino di auto, i “compagni” di RAI3 fanno le cose in grande, non badano a spese e portano in studio una vera Lincoln Continental (tanto paghiamo noi). E’ l’occasione per il conduttore per illustrarci le caratteristiche del modello, dirci che è lunga quasi 6 metri (ma l’originale di Kennedy era anche più lunga), che ha 7.000 di cilindrata e che con un litro di benzina fa solo 3 chilometri. Forse nel corso del programma (non lo so perché l’ho seguito solo per una ventina di minuti) avrà rivelato anche la pressione delle gomme anteriori e posteriori.

 

Come se non bastassero le note sulla Lincoln, Greco ci mostra anche una vecchia cinepresa Bell & Owell degli anni ’60, e ci spiega che si caricava a molla. Tutti dettagli, ovviamente, fondamentali per capire e spiegare l’assassinio di Kennedy. Magari se l’auto fosse stata di un’altra marca e la cinepresa pure, forse non avrebbero ammazzato Kennedy. No? Se così non è che senso ha portare in studio una Lincoln ed una cinepresa Bell & Owell? Eppure deve esserci una relazione. Tanto è vero che la corrispondente da Dallas, Giovanna Botteri, azzarda un’osservazione acutissima, ripresa subito dopo anche da un altro acutissimo commentatore, Vittorio Zucconi. Dice la Botteri che se quel giorno a Dallas fosse stata una giornata di pioggia, la Lincoln sarebbe stata coperta e, quindi, non sarebbe stato possibile sparare al presidente. Per la serie “Se mio nonno avesse le ruote sarebbe una carriola“. Questo è grande giornalismo, ragazzi, mica quello di Vespa che porta in studio il plastico di Cogne!

Ma la sorpresa è un’altra. Quasi subito la telecamera riprende la Lincoln da dietro ed in primo piano appare, ben visibile,  una copia de L’Unità con il titolone in caratteri cubitali che annuncia la morte di Kennedy.

Domanda per i più distratti: perché si mostra in primo piano la testata de L’Unità? Anche questo è un dettaglio fondamentale per capire l’assassinio di Kennedy? Oppure? Direi “oppure“. La cosa strana è che  da una ripresa dello studio dall’alto si nota la postazione della giornalista Mia Ceran ed il suo tavolo  sul quale sono disposti a caso dei quotidiani che, immaginiamo, siano del giorno della tragedia. Ma su quel tavolo la copia de L’Unità con il titolone in grande non c’è.

E ancora, da una inquadratura frontale dell’auto si vede che dietro non c’è niente.

Ma allora come si spiega quella inquadratura con L’Unità in primo piano quando riprendono l’auto da dietro? Mistero! In realtà è probabile che la telecamera mobile, quella che fa le riprese da dietro, si sposti dietro un piccolo leggio seminascosto sul quale è posata quella copia de L’Unità. Bene, quella inquadratura viene riproposta ben 4 volte nel corso dei primi dieci minuti (esattamente 10′.5″, lo si può verificare rivedendo il video). Quattro volte in dieci minuti, fra collegamenti con Dallas ed interventi in collegamento esterno di Vittorio Zucconi, Paolo Guzzanti e Oliviero Toscani. Se tanto mi dà tanto, presumo che quella inquadratura sia stata riproposta ancora nel corso della puntata. Non ne sono sicuro perché, come ho già detto, non ho visto tutta la puntata.

Ora si pone un’altra domanda: perché tanta evidenza proprio all’Unità e non ad altri quotidiani? Perché? Perché L’Unità non è insieme agli altri quotidiani sul tavolo della Ceran e viene ripreso a parte con grande evidenza? E perché viene dato tanto rilievo  solo, dico solo, a L’Unità? Si tratta, forse, di una caso di pubblicità occulta?

Ora dovremmo ricordare che qualche anno fa Michele Cucuzza conduceva “La vita in diretta“, un programma pomeridiano di informazione ed intrattenimento, con servizi esterni registrati in varie località. In uno di questi servizi, curato da Gianfranco Agus, girato all’interno di un ristorante, venne inquadrato il nome del locale. Fu uno scandalo, scattò l’accusa di pubblicità occulta e sia Agus che il regista Pillittieri  furono sospesi. Più di recente, marzo 2013,  un altro conduttore televisivo, Alessandro Di Pietro, che conduceva in RAI “Occhio alla spesa“, un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari, ebbe l’infelice idea di presentare nel corso di una puntata una “pasta alla soia” specificando la marca.  Per decantarne le proprietà salutari intervistò due “esperti” che ne consigliavano il consumo a diabetici, sportivi e donne in menopausa, senza specificare che quegli esperti erano anche soci dell’azienda produttrice della pasta.  Altro scandalo, altra accusa di pubblicità occulta, multa di 25.000 euro alla RAI, programma chiuso e Di Pietro allontanato dalla RAI.

Già, alla RAI sono molto severi in quanto a pubblicità occulta. Basta un niente e ti chiudono il programma o ti licenziano. A meno che non lo si faccia su RAI3 ed il prodotto non sia “L’Unità“. Allora non è pubblicità occulta, è grande giornalismo. Del resto, fare pubblicità a L’Unità non è una novità per RAI3; nella rete dell’ex PCI è normale fare marchette al quotidiano dei “compagni“, giochiamo in casa. Tanto la Commissione di vigilanza non se ne accorge, quelli si svegliano solo quando devono verificare lo spazio che si dà a Berlusconi, poi dormono. Avevo già segnalato in passato un altro caso evidentissimo di pubblicità a favore de L’Unità. Succedeva ogni volta che a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio era ospite Gramellini che leggeva il suo vangelo sullo stile di Travaglio. Dedicai un post a questa sfacciata “Marketta“. Guardatelo qui (“Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità“).

 fazio 2

Naturalmente nessuno ha mai protestato e la Commissione di vigilanza dormiva. Nemmeno Brunetta lo aveva notato; si è svegliato solo pochi mesi fa ed ha scoperto che, udite udite, in televisione c’è una sperequazione di programmi, conduttori ed ospiti, a favore della sinistra. Ma va, sa Brunetta che non lo avevamo mai notato? Ben svegliato Brunetta.

Sarebbe bene prestare più attenzione a questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Sono parte integrante ed essenziale di una strategia mediatica funzionale alla creazione dell’opinione pubblica. Sono gli strumenti di lavoro quotidiano dei cosiddetti “persuasori occulti“. La cosa insopportabile di questi professionisti della manipolazione dei cervelli è che sono convinti di essere furbi, più furbi dei cittadini normali, e di poter usare tutti i trucchi possibili della comunicazione, tanto la gente non se ne accorge. Ecco perché i sinistri sono insopportabili. Hanno la pretesa di farci fessi e contenti. E magari in molti casi, purtroppo, ci riescono davvero.

Ma in questo caso non si tratta solo dell’ennesima “marketta” a favore dell’Unità. C’è di più e peggio. Quella inquadratura ripetuta più volte con L’Unità in primo piano, svolge anche un’altra funzione ancora più importante e subdola. L’abbinamento fra L’Unità ed il nome di Kennedy ha una spiegazione più complessa che va ricercata nelle regole e nei principi della comunicazione (pane quotidiano dei nostri persuasori occulti) e nei meandri della mente e dei riflessi inconsci. Ha uno scopo preciso: avvalorare l’idea che gli ex/post comunisti siano equiparati a tutti gli effetti ai democratici kennedyani USA.

E’ una campagna mediatica che va avanti da anni, da quando i nostri “compagni” orfani dell’URSS, dopo la fine dell’impero sovietico, il fallimento e la condanna storica del comunismo, hanno dovuto rifarsi un’immagine credibile, una nuova verginità. Così hanno cominciato a cambiare bandiere, nome, segretari, inni, per far credere che siano qualcosa di diverso dai comunisti. Così sono diventati “democratici“, progressisti, liberal, americani a Roma, fan di Obama e nipotini di Kennedy. Il gioco è fatto. Per mascherarsi e far dimenticare le origini hanno cambiato tutto, hanno smesso le bandiere rosse, non si chiamano più comunisti, Veltroni compra casa a Manhattan, Bersani porta corone di fiori sulla tomba di Kennedy, usano slogan tipo “I care…”, si presentano in maniche di camicia come Obama  e invece che Bandiera rossa cantano “Over the Rainbow“. E se gli si chiede quali siano i loro “padri nobili di riferimento” Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!?) e l’orecchinato Nichi Vendola indica il cardinale Martini (!?). Sembra una battuta da Zelig, invece è vero (Papi e cardinali ispiratori della sinistra).  Solo a sinistra si può trovare tanta falsità ed ipocrisia in quantità industriale.

Questa trasformazione degna di Fregoli è un’autentica truffa culturale, mediatica, ideologia e storica, messa in atto e portata a compimento con la complicità compiacente dei media nazionali, di  imprenditori in crisi d’identità con simpatie proletarie, di cattocomunisti confusi, di ricchi borghesi radical chic e di intellettuali di regime che si vendono per un premio letterario o una comparsata televisiva. Ma essi, gli americanini di  borgata, sono sempre gli stessi. Sono gli stessi che negli anni ’60/’70, un giorno sì e l’altro pure, scendevano in piazza per protestare contro la NATO e l’America imperialista, cresciuti a pane e Marx, assemblee, collettivi, 6 politico, anticapitalismo, lotta di classe, eskimo, libretto rosso di Mao, comuni e promiscuità, amore libero, spinello e lotta di classe. Sono sempre loro, un po’ invecchiati, pelati, ingrassati, imbolsiti, con la pancetta e la pappagorgia, ma sempre quelli sono. Hanno solo cambiato aspetto. Per sopravvivere hanno cambiato pelle: come i serpenti.

 

 

 

Marrazzo 2: la vendetta

Marrazzo torna in televisione. Ex conduttore di “Mi manda RAI3” ed ex governatore del Lazio, con la passione di trans e polverine bianche.  Dopo quattro anni di “fermo” biologico a causa dello scandalo delle sue frequentazioni con trans brasiliane e festini a base di coca.  Avrà un nuovo programma tutto suo “Razza umana” su RAI 3, la rete okkupata dal PCI/PDS/DS/PD. Si sa, i sinistri sono sempre molto comprensivi con i compagni che sbagliano. Così lo accolgono a braccia aperte, gli danno un nuovo programma ed un lauto stipendio. “La RAI paga bene“, ha detto Marrazzo. Bene, bene, un altro che non avrà difficoltà ad arrivare a fine mese.

Ecco cosa scrivevo quattro anni fa, ai tempi dello scandalo.

Routine quotidiana

Come va la vita, dottor Marrazzo?”

Mah, niente di particolare, solite cose, solito trans trans…quotidiano

E così, un po’ annoiato, il nostro governatore laziale lascia l’incarico. Ma non è un problema, troverà altro da fare. Magari tornerà a fare il giornalista in RAI. Così, forse, l’ex conduttore di “Mi manda RAI Tre”, avrà un nuovo programma: ” Mi manda RAI Trans…”. Oppure, anche questo sembra adeguato, “Mi manda RAI in Tre…” (Io, Brenda e Natalie…e non dimenticate un po’ di quella polverina bianca, mi raccomando, tanto pago io).

Breve riassunto dei fatti. (Storia di coca e travestiti)

Quattro carabinieri, travestiti da civili, hanno sequestrato un video compromettente su un governatore travestito da cliente che si intrattiene con un ragioniere (o geometra, non è chiaro) travestito da viado brasiliano che si fa chiamare Natalie ed afferma di essere la fidanzata del governatore travestito da cliente. Poi i quattro ricattatori, travestiti da carabinieri, hanno cercato di vendere il video porno travestito da scoop giornalistico. In seguito, quattro carabinieri, travestiti da investigatori, hanno arrestato i quattro ricattatori travestiti da carabinieri. Ma sembra che sia tutto un complotto. E’ probabile, quindi, che adesso quattro carabinieri, travestiti da inquirenti, arresteranno i quattro carabinieri travestiti da investigatori che hanno arrestato i quattro ricattatori travestiti da carabinieri che avevano incastrato il governatore travestito da cliente in dolce intimità con  un travestito vero travestito da fidanzata.

Il caso sta suscitando reazioni diverse e contrastanti tra sfaccendati travestiti da opinionisti, opinionisti travestiti da politici, politici travestiti da moralisti, moralisti travestiti  da perbenisti, perbenisti travestiti da conservatori, conservatori travestiti da democratici, democratici travestiti da riformisti, riformisti travestiti da laici, laici travestiti da radicali e Luxuria travestita secondo le circostanze. In questo travestimento generale non è più molto chiaro se viviamo in una nazione travestita da paese civile o se viviamo in un gran casino a cielo aperto travestito da Italia. Per il momento è tutto, restate con noi, non cambiate canale, linea alla regia, pubblicità…

A proposito, ma questi non sono quelli della “superiorità morale“? Sì? Andiamo bene…

Ecco come il trans Pamela ricorda le serate con Marrazzo: “Con lui sette anni di sesso e cocaina“.

 

Arene e vecchie crocette

Facciamoci una Crocetta sopra, è meglio. Sono giorni di fervente attività politica. Non si sa come uscire dallo stallo che blocca la formazione di un governo. L’unica possibilità praticabile sembra essere un governo di minoranza PD (così lo chiamano), con Bersani premier,  sostenuto dal Mov. 5 stelle di Grillo. E’ l’unica soluzione per evitare a Bersani di dimettersi, dopo aver riconosciuto che “non ha vinto” le elezioni e per garantire un governo che duri almeno oltre il semestre bianco (durante il quale non si possono sciogliere le Camere), per poi andare a nuove elezioni con una nuova legge elettorale.

Tutti i commentatori, specie di sinistra e loro sostenitori, sulla stampa ed in TV sembrano sposare questa tesi e si fanno in quattro per dimostrare la fattibilità dell’accordo PD-M5S. Così, dopo aver snobbato per anni Grillo ed il suo movimento, improvvisamente lo esaltano come il rinnovatore della politica ed il salvatore della patria. Scoprono il suo blog e ne fanno il punto di riferimento della dialettica politica. Anche Napolitano, che solo di recente, dopo il successo dei grillini in Sicilia, disse che non sentiva nessun “Boom” e che l’unico Boom che ricorda è quello degli anni ’60, ora sembra essersi svegliato improvvisamente e deve riconoscerlo come soggetto politico di primo piano. Magari la prima cosa che fa al mattino è andare sul blog di Grillo e leggere le sue ultime dichiarazioni, tanto per regolarsi. Il blog di Grillo, di colpo, è diventato il più autorevole riferimento per Bersani, per i suoi eletti del PD e per tutti i commentatori politici. Più seguito dell’ANSA, del Corriere  e de L’Unità. In futuro, forse, il blog grillesco sostituirà anche la Gazzetta Ufficiale.

Anche autorevoli commentatori, politologi ed editorialisti di fama, si sforzano di trovare buone ragioni per favorire l’accordo PD-M5S. Questa è la posizione più diffusa (è quello che sentiamo in tutti i dibattiti televisivi), specie fra gli esponenti e sostenitori del PD, atterriti dall’ipotesi di non riuscire a formare un governo e, dopo aver perso le elezioni (lo dice Bersani) perdere anche la faccia. A sostegno di questa proposta riportano i numerosi messaggi lasciati sul blog di Grillo invitandolo a trovare un accordo col PD. Si dà per scontato, ovviamente, che questi messaggi siano di sostenitori di Grillo che siano favorevoli ad un governo PD-M5S. Ma ne siamo certi? Chi ha verificato l’autenticità di quei messaggi? E chi ci assicura che siano davvero grillini e non sostenitori del PD che si spacciano per grillini? Lo sanno questi acutissimi osservatori che perfino Bersani potrebbe inventarsi un nick (che so…Lo smacchiatore padano), lasciare un messaggio su quel blog e spacciarsi per grillino? Chi ci assicura che non sia una strategia precisa messa in atto dai furbissimi guru dello staff bersaniano, invitando migliaia di attivisti a lasciare messaggi di quel tipo sul blog? Non ci sarebbe niente di strano da parte di gente che riesce a truccare perfino le primarie, come successe a Napoli, facendo votare immigrati cinesi e pagandoli 10 euro. (Guarda il video).

L’ultimo assist a questa campagna pro Grillo viene dal prode Giletti, quello che conduce L’Arena su RAI1. Quello che tiene continuamente le braccia sollevate e allungate in alto, come uno spaventapasseri, e le agita come un vigile anni ’50, quando ancora non c’erano i semafori ed i vigili stavano in piedi su una pedana al centro dell’incrocio e, muovendo le braccia, davano segnali precisi agli automobilisti e regolavano il traffico. Quello che fa lo sdegnato quando la discussione si fa accesa ed invita tutti a lasciar parlare gli interlocutori senza interromperli. Quello che, invece, è il primo ad interrompere continuamente tutti, come se stare zitto per 30 secondi gli procuri chissà quale forma di insofferenza e di tormento psicofisico.

Quello che, però, interrompe chi vuole e quando vuole. Mentre, infatti, Crocetta e Puppato del PD possono tranquillamente esporre il loro pensiero senza essere interrotti, appena Giletti dà la parola alla Biancofiore del PDL o a Salvatore Tramontano, vice direttore del Giornale, dopo 5 secondi già interviene con battute, domandine, chiarimenti o perché deve mandare la pubblicità o un servizio   Insomma, il risultato è che Biancofiore non riesce mai a finire un discorso e Tramontano non riesce nemmeno ad iniziarlo. Ma il “pluralismo” è salvo. O almeno, quello che a sinistra si intende per pluralismo: tutti hanno diritto di parola, purché siano dei nostri. E se non sono dei nostri, per far finta di garantire il pluralismo, li invitiamo in studio, gli concediamo la parola, ma subito dopo li interrompiamo con qualche pretesto o con la pubblicità, così   li facciamo fessi e contenti.

Ecco, questo è Giletti. Quello che basta guardarlo, ascoltarlo e ti si materializza davanti agli occhi il concetto di ipocrisia, in carne ed ossa. Ecco, quello. Qualcuno potrebbe pensare che Giletti sia tendenzialmente di destra, vista la sua vicinanza alla Chiesa e la sua presenza in programmi di carattere religioso. Errore, al “Massimo” Giletti è cattocomunista. Del resto, se così non fosse, non avrebbe  assunto come “inviato speciale ai citofoni” quel residuato televisivo di RAI3, Andrea Rivera, che era uno dei punti di forza di “Parla con me“. di Serena Dandini.

Anche Giletti, per dare il proprio contributo a chi spinge per un accordo PD-M5S, ha avuto una bella “pensata“: invitare in studio Crocetta, presidente della regione Sicilia, quello che governa grazie proprio al sostegno del M5S. Così si dimostra chiaramente che sinistra e grillini possono tranquillamente governare insieme. Non poteva inventarsi una trovata migliore; geniale. Ipocrita, ma geniale. Beh, anche Giletti tiene famiglia.

Crocetta è quello di cui l’unica cosa originale che si possa dire è che è dichiaratamente gay, come Vendola. Oggi pare che essere gay costituisca titolo preferenziale, di merito, come una medaglia da appendere al petto. E specie in politica costituisce un valore aggiunto; fai carriera e puoi diventare anche governatore di una regione. Come ormai è quasi d’obbligo nei corridoi della politica, tutti condannano la vecchia politica, si battono per il rinnovamento e si presentano come “Il nuovo che avanza“. Il guaio è che a presentarsi come “Nuovi” sono i vecchi, sempre gli stessi.  Anche Crocetta si presenta come il “nuovo” (o poco usato), come l’antipolitica, quello puro e verginello (si fa per dire) che vuole rinnovare la politica. Lo guardi, lo ascolti e ti ricorda stranamente vecchie facce da prima Repubblica; alla Colombo, Forlani, De Mita, Spadolini, La Malfa, Rumor, Cossutta, Occhetto, Craxi. Da come gesticola e parla sembra una specie di incrocio fra Renato Zero e Cristiano Malgioglio. Ragazzi, se questo è il nuovo,  ridateci Andreotti!

RAI 3 – Canti di Natale con scoregge…

In questa bella Italia che va alla deriva succede anche questo. Succede che il 25 dicembre, Natale, accendi la TV verso mezzanotte e facendo zapping capiti su RAI 3. E vedi una scena in bianco e nero che rappresenta una grotta con quattro personaggi seminudi, tre seduti ed uno sdraiato su un letto di paglia, con un panno bianco attorno ai fianchi. Il richiamo alla grotta di Betlemme, specie nel giorno di Natale, è fin troppo evidente. I personaggi sono quasi grotteschi, nello stile di alcuni filmati che ogni tanto vanno in onda sempre su RAI 3 e che, se non ricordo male, vanno sotto la sigla di “Cinico TV”. Ma questa volta non c’è alcuna didascalia. In sottofondo una canzoncina di Natale. E mentre ascolti la conzoncina, pensando si tratti di una rappresentazione forse solo “cinica” o provocatoria, in pieno stile RAI3, succede che uno dei personaggi seduto in fondo alla grotta, con un pancione da Buddha, si muova e…scoreggi.

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