Facce da RAI

La Commissione di vigilanza boccia la nomina di Marcello Foa a presidente della RAI. Questa è la notizia. In realtà è stato Berlusconi e Forza Italia a bocciare Foa. Infatti, con i voti di FI Foa sarebbe stato eletto. La sinistra (com’era prevedibile, visto che Foa non è di sinistra) non lo considera candidato di garanzia, e vota contro. Berlusconi critica il “metodo” della scelta e dice che si tratta di un “Pessimo segnale“.

Il pessimo segnale è, invece, che Berlusconi sia contrario alla nomina di Foa, giornalista e storico collaboratore del Giornale. Avrebbe forse preferito Lucia Annunziata, Michele Santoro o Gad Lerner? E’ un segnale preoccupante di totale deriva culturale del centrodestra. Due giorni fa i sondaggi davano FI al 7%. Se continua così dal 7 passeranno al 3. Non il 3%, proprio in 3 tre; Silvio, Francesca e Dudù. Abbiamo assistito per decenni alla spartizione politica della RAI, totalmente in mano alla sinistra, senza reagire. Ed ora che, finalmente, c’è la possibilità di avere un presidente non di sinistra, ci formalizziamo sui dettagli, sul metodo e votiamo contro Foa? Da incoscienti, per non dire altro di più pesante.

Dice il Giornale che il “No di Berlusconi irrita Salvini“. Ma non è esatto. Il no di Berlusconi non irrita solo Salvini, irrita soprattutto gli elettori che ancora hanno fiducia in FI e nel centrodestra. Berlusconi sta esagerando e rischia davvero di perdere anche quel misero 7% che gli viene ancora accreditato. Se insiste nel No a Foa, bisognerebbe fare un sondaggio il giorno dopo e verificare la percentuale che resta fedele a FI. Temo che sarà una catastrofe; peggio di Waterloo. Non condivide il metodo? Strano, è lo stesso metodo che la sinistra usa da decenni per occupare, gramscianamente, le “casematte” del potere (compresa la Rai, la scuola, la magistratura, la cultura, l’informazione, lo spettacolo). Come mai Berlusconi non si è mai lamentato del metodo? Si è risentito perché non è stato interpellato? Può avere ragione, ma una persona saggia non risponde con reazioni infantili e dispetti che possono avere conseguenze molto serie sui rapporti con gli alleati e, quindi, sulla tenuta del governo. Dice un vecchio adagio popolare “Tagliarsi le palle per fare un dispetto alla moglie”. Appunto.

La sinistra, invece, da par suo, attacca Salvini (qualsiasi cosa faccia, dica, o pensi di fare; è sempre tutto sbagliato e gravissimo, a prescindere), considera Foa non adatto perché non super partes e di garanzia (tradotto; perché non è dei nostri) e denuncia il tentativo di “occupazione e “spartizione della RAI“. La sinistra accusa Salvini e di Maio, che sono appena arrivati al governo (nemmeno il tempo di sedersi) di occupare la RAI. La sinistra, quella che nella RAI ha occupato tutto quello che poteva occupare; TG, talk show, intrattenimento, fiction, documentari, inchieste, previsioni del tempo, perfino sgabuzzini e ripostigli di scope e stracci. Basta fare qualche nome: Santoro, Gad Lerner, Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, Lucia Annunziata, Roberto Saviano, Corrado Augias, Iacona, Gabanelli, l’elenco è lungo. Per non dimenticare i programmi di “satira” (la propaganda politica fatta dai comici la chiamano così: satira) come l’Ottavo nano, Avanzi, con Sabina Guzzanti, o “Parla con me” di Dandini – Vergassola: propaganda politica mascherata da satira, ma sempre e solo a senso unico, contro Berlusconi.

Per non dimenticare quel grande spot propagandistico a favore di Prodi, nel 2005 (giusto in prossimità delle elezioni) che fu “Rockpolitik” di Celentano (quattro puntate che ci sono costate 20 miliardi di vecchie lire), con ospiti imparziali come Dario Fo, Santoro, Sabina Guzzanti, Roberto Benigni. Lo ricordiamo, sì? Ecco, quella è la sinistra, quella che ha fatto della RAI un mezzo di propaganda a senso unico e di RAI3 un feudo del PCI. Avete dei dubbi? Fate il nome di un giornalista conduttore di programmi e servizi RAI che non sia di sinistra, che sia chiaramente contro l’immigrazione, contro le teorie gender, contro la pubblicità Lgbt, contro le adozioni gay, contro la società multietnica, contro le tematiche care alla sinistra. Pensateci, ma fate pure on calma, perché la ricerca sarà lunga (e infruttuosa). Non ne trovate uno. Sbraitano tanto per chiedere la libertà di espressione, ed il pluralismo dell’informazione, ma hanno uno strano concetto del pluralismo. Intendono sì, dare voce a più interpreti, ma purché siano di sinistra. E’ l’aggiornamento del motto di Stalin che, quando riuniva i suoi collaboratori, soleva precisare: “Potete esprimere liberamente le vostre idee, purché siate d’accordo con me.”. Chiaro? Un esempio pratico e concreto di questo strano concetto di pluralismo dell’informazione, con nomi e cognomi degli ospiti in studio, potete leggerlo in questo vecchio post del 2010 (Santoro e il pluralismo).

Ora, sentire che la sinistra accusi Salvini di voler occupare la RAI è ridicolo e ci sarebbe da ridere, se non sapessimo, purtroppo,  che questo è il metodo normale della sinistra; accusare gli avversari delle proprie colpe. E per farlo occorre avere una bella faccia tosta; e a sinistra ce l’hanno. Anzi, ad essere sinceri la migliore definizione per quelle facce resta sempre la vecchia e mitica prima pagina di Cuore. Questa…

cuore

 

Vedi: Rockpolitik è finito, andate in pace.

Vedi: “Gad Lerner e san Faustino“.

Gli italiani sono scemi

Alla RAI sono convinti che gli italiani siano propri deficienti. Altrimenti non farebbero certi programmi. Domenica scorsa, dopo il TG1 di regime, parte il programma di Massimo Giletti. Dice che, in sostituzione dell’Arena,  parte una nuova serie che continuerà fino a luglio: “Una domenica da leoni”. Giletti, per il suo bene, ed anche per il nostro, farebbe meglio a riposarsi, rilassarsi e scomparire dal video per qualche mese, per un anno o anche un decennio (pazienza, cercheremmo di sopravvivere), tanto per consentire anche a noi di riprenderci dallo stress della vista domenicale di quell’angosciante spettacolo di disgrazie e scandali nazionali e pistolotti moralistici di finti bravi ragazzi dall’indignazione facile e l’ipocrisia in dotazione di serie. Ne guadagnerebbe l’umore e la digestione. Invece no. Questi personaggi televisivi sono talmente presuntuosi, narcisisti e pieni di sé, che sono convinti che la gente non possa vivere senza la loro presenza. Ecco perché sono sempre lì su qualche canale; si sacrificano per il nostro bene (e ci campano).

La televisione è talmente presente nella nostra vita, che ne fa parte integrante, come tutti i mezzi, apparecchi, elettrodomestici e strumenti di uso quotidiano ai quali ormai è impossibile rinunciare. Ma è molto più pericolosa di un frigorifero, di un forno a microonde, di un tostapane o un frullatore. Questi li usi, li spegni e sono innocui. La televisione no, è sempre presente, anche quando non vuoi, perché la gente ne parla al lavoro, a casa, al mercato, a passeggio, al mare, dalla parrucchiera,  e discute dei programmi, dei conduttori, degli ospiti, delle litigate; i nostri discorsi quotidiani sono pieni di riferimenti televisivi a base di citazioni, battute, opinioni, fiction, reality, talent, cuochi e ricette, cani commissari, preti investigatori, diete e chiacchiere da cortile; linea alla regia, pubblicità.  La televisione si è impossessata della nostra vita e ne determina in buona parte lo svolgimento, le relazioni personali, i rapporti sociali, i gusti ed i consumi. E non sempre questa influenza è positiva; anzi, molto spesso è negativa e genera gravi danni a livello psichico: ci rovina l’esistenza.

Saranno, dice Giletti, delle puntate dedicate ai “grandi personaggi dello spettacolo”, dei veri e propri “numeri uno”. E chi è il primo “Leone” della serie? Per aiutarci a capire chi sia il primo di questi “numeri uno”, cita alcune sue frasi celebri, dando quasi per scontato che tutti sappiano riconoscerla. “Se dico “Crederci sempre, arrendersi mai…A chi tocca non se ‘ngrugna… Guardatevi le spalle”, è chiaro, dice, che stiamo parlando di una grande donna che domina la televisione. Et voilà, il primo leone è una leonessa: Simona Ventura (è lei quella nella foto a lato, al naturale, senza il quintale di trucco e gli effetti speciali). Sul valore letterario e filosofico delle sue affermazioni, che secondo Giletti sarebbero delle frasi famose, stendiamo un velo pietoso. Certo che una frase come “A chi tocca non se ‘ngrugna ( o s’engrugna?) resterà nella storia del pensiero umano. Non siamo proprio a livello del “So di non sapere” socratico, ma poco ci manca. No? E qui, inevitabilmente, scappa da ridere; se il livello dei personaggi è quello della Ventura, chissà cosa ci aspetta nelle prossime puntate; magari Fabio Volo, Valeria Marini, Platinette, Al Bano (quello c’è sempre, come il prezzemolo), Maria De Filippi, Mara Venier, Malgioglio, e chissà quali altri autorevoli personaggi che danno lustro e prestigio all’Italia.

La cosa ridicola è che questa gente, che per grazia ricevuta campa benissimo a spese nostre facendo televisione (e fingendo che questo sia un lavoro), è davvero convinta di fare qualcosa di speciale, importante, altamente meritorio ed essenziale per la comunità umana. Così hanno messo su una specie di compagnia di giro di attori, cantanti, conduttori, opinionisti, comici, saltimbanchi, giullari e buffoni di corte, che di mestiere fanno “televisione”, quella specie di grande discarica di rifiuti indifferenziati che scambiano per informazione, intrattenimento, spettacolo. Così possiamo anche fare zapping disperatamente e cambiare cento canali, ma, salvo pochissime eccezioni, cambia solo l’inquadratura, il cassonetto, il tipo di contenuto; ma  sempre spazzatura è, stessa discarica.  Ma fanno finta che sia spettacolo, si invitano e si ospitano a vicenda nei rispettivi programmi, si scambiano elogi e complimenti, che poi vengono ricambiati alla prima occasione, si attribuiscono meriti, premi e riconoscimenti, si autoesaltano e ci credono pure; insomma, se la suonano e se la cantano. Ed i telespettatori fanno come le stelle; stanno a guardare.

Ovviamente ci saranno, immancabili, gli “opinionisti” in studio che ci delizieranno con le loro profonde riflessioni. L’opinionista è una nuova figura professionale, nata negli studi televisivi, che ormai è indispensabile in qualunque talk show, non se ne può fare a meno. Per fortuna fare l’opinionista è abbastanza facile, tutti possono farlo, e infatti tutti lo fanno: preti, cuochi, giornalisti, comici e attori in cerca di scritture, aspiranti show girl e show girl in disarmo; basta occupare una poltrona ed intervenire a proposito o a sproposito, su qualunque argomento in discussione. E’ chiaro che tutti possono farlo, anche lo scemo del villaggio. Infatti di scemi e di scemenze in TV se ne vedono a quintali; l’unico dubbio è se vengano da un villaggio, dall’alta montagna, da una periferia urbana o dalla “Val Brembana“, come disse il vigile milanese a Totò e Peppino; ma le differenze sono quasi irrilevanti. In realtà, però, gli opinionisti di successo sono una categoria ristretta di pochi privilegiati che, proprio grazie alle loro particolari capacità e competenza (e le conoscenze giuste, che fanno sempre comodo e aiutano), saltano con disinvoltura da una rete all’altra. Infatti le facce che vedete più spesso in questi programmi sono sempre le stesse, e parlano di tutto; dalla politica allo sport, dall’arte alla psicologia, dalle diete al riscaldamento globale, dal buco nell’ozono alla musica dodecafonica. Parlano di tutto. Le facce sono le stesse, cambiano le stronzate.

E chi sono gli autorevoli opinionisti della puntata? Il primo è Alfonso Signorini, direttore di Chi, rivista gossipara che pubblica pettegolezzi da lavandaie spacciandole per notizie. Le altre due sono personaggi dalla “grande vivacità intellettuale”, come le definisce Giletti: Alba Parietti e Vladimir Luxuria. Altra risatina amara di sconforto. Se queste rappresentano la grande vivacità intellettuale, figuriamoci a che livello sono gli idioti. Mi sa che siamo messi male, molto male. Un’idea di cosa abbiano di “vivace” ce l’ho, ma non è propriamente una vivacità di tipo intellettuale; diciamo che  si trova, più o meno, a metà strada fra la testa ed i piedi. Ma non si può dire (autocensura). E di cosa si parla? Si parla del perché e del per come Simona Ventura abbia partecipato al reality “L’isola dei famosi”. Ragazzi, questi sono gli argomenti del giorno, i grandi problemi che angosciano gli italiani; sapere perché Simona Ventura ha partecipato ad un reality. Un pollaio di oche e galline starnazzanti sarebbe più interessante.

Ora, a parte cambiare canale subito, restano nella mente delle domande. E’ pensabile e giustificabile che personaggi come Parietti e Luxuria (ma l’elenco degli “opinionisti” dalle opinioni opinabili sarebbe molto lungo) siano ospiti fissi in televisione, come autorevoli e serie rappresentanti del pensiero umano, e ricevano un compenso (pagato dai cittadini) per esprimere il loro autorevolissimo punto di vista sulle cause della partecipazione di Simona Ventura all’Isola dei famosi? E’ accettabile che si presenti Simona Ventura (uno dei tanti personaggi dello spettacolo convinti di aver fatto la storia d’Italia) come un personaggio importantissimo, di quelli che lasciano il segno nella società, un “numero uno“, e ci si faccia sopra un programma per spiegare le ragioni della sua partecipazione ad un reality (che già i reality in sé sono un’espressione aberrante della demenzialità mediatica)? E’ possibile che  un transessuale ambiguo e patetico come Luxuria sia tutti i giorni in qualche canale televisivo, come opinionista, concorrente o giudice di giochi giochini, reality e talent,  e venga presentato e trattato come personaggio di successo, quindi magari da prendere come modello e da imitare? Non sono un esperto, ma suppongo che debba esserci (e se non c’è bisognerebbe inventarla) qualche legge, una norma, un codicillo, un comma,  che si possa usare per mettere sotto inchiesta chi fa quest’uso spregiudicato della televisione, al limite del codice penale.

Alba Parietti, a dimostrazione e conferma delle sue doti poliedriche, dalla grande “vivacità intellettuale” e del multiforme ingegno,  dopo aver discettato delle peripezie finto-naufraga della Ventura su RAI1, il mercoledì successivo era in studio a La Gabbia, su La7, a discutere con grande autorevolezza e competenza, di politica e del risultato elettorale. Ma immagino che abbia partecipato anche ad altri programmi. Difficile che passi un giorno senza che la si veda ospite in qualche salotto TV. Ma se Parietti ha davvero questa vasta conoscenza enciclopedica che le permette di discutere indifferentemente di spettacolo, politica, sport, arte, letteratura, cinema, musica pop, canto gregoriano, Picasso e il periodo rosa, il bosone di Higgs, buchi neri e fisica quantistica, etc. non è sprecata a fare l’opinionista con Giletti o nei talk show televisivi? Mandatela al Cern di Ginevra, al MIT di Boston, alla Silicon Valley, oppure datele un incarico importante alla Treccani o all’Enciclopedia britannica. No? Ma la domanda cruciale è questa: alla RAI pensano davvero che gli italiani siano così scemi da potergli propinare queste demenzialità spacciandole per intrattenimento? Sì, evidentemente sì, lo pensano davvero; altrimenti, se non lo pensassero ed avessero un minimo di rispetto per i telespettatori, non li farebbero.

Vedi

Posto fisso, bambini e televisione

Pane, sesso e violenza

AdolesceMenza

Ipocriti, mille volte ipocriti

Il Papa ha ragione (Ratzinger, non Bergoglio)

Il mondo visto dalle murande

Don Benigni, la Bibbia e l’iperbole

E così, ancora una volta il nostro giullare di corte è riuscito a fare il pieno di ascolti e ad incassare un compenso di 4 milioni di euro per quattro ore scarse di catechismo, cosa che le brave catechiste della parrocchia una volta facevano gratis. I media riportano recensioni e commenti entusiasti, parlano di “strepitoso successo” e sbandierano trionfalmente i dati di ascolto; 33% la prima serata, il 38% la seconda e più di dieci milioni di spettatori (Benigni: boom di ascolti). In tempi in cui i bambini non frequentano più gli oratori e la gente non va più in chiesa, se non in occasione di matrimoni e funerali, è quasi incredibile sapere che  milioni di persone ascoltano due ore di lezione sui Dieci Comandamenti.

La cosa strana è che a tenere queste lezioni non sia un teologo, un catechista, un sacerdote,un rabbino, ma un comico e, per giunta, notoriamente mangiapreti, come nella miglior tradizione toscana. Ma ormai anche questo rientra nella prassi. I comici oggi non si limitano a fare i comici. Forse si sentono sminuiti dai limiti della comicità ed ambiscono ad esprimersi in ambiti più vasti che a rigore non sarebbero di loro competenza, ma che consentano di realizzare al massimo le enormi  potenzialità del loro genio creativo. Così fanno altro. La Guzzanti fa film d’inchiesta sulla ricostruzione de L’Aquila o  sulla trattativa Stato-mafia, Grillo fonda un movimento politico che ricorda un hotel di lusso e Benigni tiene lezioni sulla Divina Commedia, la Costituzione, l’Inno di Mameli. Ormai sono loro ad essere portatori e divulgatori della nuova cultura, della storia, l’etica, il diritto, la politica, ed ora anche interpreti della esegesi biblica, roba da far invidia a teologi e rabbini: sono i comici, la Treccani della Casa del popolo.

Tutto nel rispetto della generale e diffusa commistione di generi, ruoli e competenze che ormai imperversa in una  società in cui, grazie ad  un eccesso di libertà, tutti possono fare tutto con spregiudicatezza, senza limiti, senza riguardo, senza remore, senza scrupoli e senza vergogna.   Così Benigni, invece che fare il comico,  intrattiene il pubblico con lezioni sulla Bibbia e una monaca canterina, suor Cristina, invece di stare in convento a pregare, partecipa ad un talent in TV cantando e sgambettando come una qualunque ragazzotta in cerca di gloria alla vecchia “Corrida: dilettanti allo sbaraglio“. Forse, a breve,  vedremo don Mazzi partecipare a L’isola dei famosi, carmelitani scalzi raccontare barzellette a Zelig, trappisti fare monologhi a Colorado e monache di clausura partecipare al Grande fratello. Ecco perché poi, in tanta confusione, Benigni si sente autorizzato a fare il catechista. Ci mancava solo che si fosse presentato come don Benigni, curato di campagna, in abito talare, collarino e turibolo con l’incenso. In verità sono gli altri, i media di regime, ad incensare lui, il giullare di corte più pagato del reame.

Forse è anche bravo, non c’è dubbio. A quanto pare i toscani ultimamente stanno attraversando un periodo particolarmente favorevole. Più sono loquaci e logorroici e più hanno successo (vedi Renzi). Ha la parlantina facile da imbonitore, è un affabulatore nato, può parlare per delle ore su qualunque argomento, infilando una dopo l’altra battute, allusioni, metafore, citazioni colte, perle di saggezza popolare, il tutto mischiato, amalgamato sapientemente per farne “spettacolo”. Già, ecco il punto, il bagaglio lessicale ed espressivo è sempre lo stesso, identico, qualunque sia l’argomento che tratta. Ecco perché, a lungo andare, diventa perfino noioso, ripetitivo, prevedibile (cosa gravissima per un comico il cui fine è sempre quello di stupire), sai già cosa dirà, dove andrà a parare e quali aggettivi e superlativi userà, sai che ogni dieci minuti dirà che quel passo è straordinario, bellissimo, commovente, da far venire le lacrime, che non c’è niente di più bello al mondo. Lo sai già, lo aspetti, sia che parli della Costituzione, di Dante, dell’Inno nazionale o che parli della guida telefonica, dell’orario ferroviario o della lista della spesa.

Ecco perché ormai Benigni è un dejà vu, una continua rielaborazione di se stesso, una minestra riscaldata, un ferrovecchio al quale si dà una mano di vernice per farlo apparire nuovo, ma basta scrostarlo un po’ per scoprire che è sempre lo stesso ferrovecchio.  Se si potesse setacciare il contenuto dei suoi monologhi si noterebbe che, una volta ripulito il testo dei termini propri e riferiti al tema del discorso in esame, il resto è un insieme di parole, frasi fatte, luoghi comuni, aggettivi, similitudini, metafore, che lui usa in qualunque monologo faccia, dalle lezioni sulla Divina Commedia, alla Costituzione, all’Inno di Mameli, ai Dieci Comandamenti. La metà di un suo monologo potete prenderlo e trasportarlo, pari pari, in un discorso di argomento completamente diverso. Il grosso di ogni suo monologo è sempre basato su esclamazioni di ammirazione, meraviglia, esagerazioni, superlativi usati in dosi industriali, accostamenti lessicali finalizzati a sorprendere l’ascoltatore, elogio sperticato dell’autore o del testo in esame, sempre straordinario, fantastico, bellissimo, commovente, in un trionfo di verbosità, logorrea, enfasi, ridondanza e affermazioni di valore assoluto come assiomi. Insomma, l’ingrediente principale dei suoi monologhi è solo uno: l’iperbole. Solo che se tutto è straordinario, la straordinarietà non esiste più, diventa normale. E se è normale perde ogni valore e diventa irrilevante, inutile, superfluo, banale, scontato. Ed occuparsi con tanta enfasi di cose banali è stupido.

Ma per restare all’ultima performance, al di là delle lodi sperticate dei media, resta un dubbio. Chissà se parlando del settimo comandamento “Non rubare“, quello sul quale ha ironizzato, immaginando che Dio l’abbia scritto espressamente per gli italiani, non abbia avuto qualche momento di turbamento. Sì, perché rubare non è solo l’appropriarsi di qualcosa che non ci appartiene. Rubare è anche ricavare un profitto eccessivo dal proprio lavoro, ricevere un compenso stratosferico rispetto a quello  che sarebbe legittimo ed onesto ricevere, gonfiare le spese o truccare i conti per ricavarne un indebito profitto, pretendere un compenso molto superiore alla “giusta mercede” evangelica. Anche questo è rubare. E’ sicuro Benigni che ricevere 4 milioni di euro per la sua prestazione sia un compenso equo, sia la “giusta mercede” e non abbia niente da rimproverarsi? E’ sicuro di avere la coscienza pulita? E’ sicuro di poterci dare lezioni di etica e di rispetto dei Comandamenti divini, senza avere qualcosa di cui vergognarsi?

 Ha pensato che fra quei dieci milioni di spettatori che lo hanno seguito, forse ci sono milioni di persone che campano con una pensione minima con la quale è difficile conciliare il pranzo con la cena? E che nonostante facciano fatica a campare, dopo aver appena pagato la Tasi, fra poco dovranno mettersi di nuovo in fila agli sportelli postali per pagare il canone RAI…quello che serve poi per pagargli 4 milioni di euro? Sa che in Italia ci sono 9 milioni di persone che attraversano una gravissima crisi economica e che, se non sono già poveri, sono a rischio povertà? E che ci sono, lo hanno riportato le cronache questi giorni scorsi, circa un milione e mezzo di bambini che vivono in povertà completa e non hanno nemmeno di che sfamarsi?  Altro che spiegarci il settimo comandamento. Come fa a presentarsi in televisione a parlarci di amore per il prossimo, di “Non rubare” e poi intascare 4 milioni di euro alla faccia di chi lo sta ad ascoltare? A me sembra un vero e proprio insulto agli italiani, un oltraggio a chi deve pagare il canone obbligatoriamente, anche se a malapena ha i soldi per il pane, uno schiaffo in faccia a chi stenta a campare. Dovrebbe vergognarsi.

Già, ma tutti ne lodano la bravura, lo esaltano, gridano al successo del programma, agli ascolti esaltanti, quasi il 40% di share, dieci milioni di telespettatori, lo “strepitoso successo“. Ecco ciò che conta, gli ascolti. Tutto è finalizzato all’auditel, il nuovo idolo, il totem, il nuovo dio catodico al quale tutto si sacrifica e tutto è concesso. Non conta la qualità dei programmi, conta l’auditel. E’ la televisione spazzatura che legittima se stessa, si autoesalta. E’ la perfetta realizzazione dell’idiozia che si promuove a modello di vita. Se facesse buoni ascolti metterebbero in TV anche un asino che raglia. E tutti ne parlerebbero bene (Vedi “Asinerie; il segreto del successo“). Ma Benigni è così straordinario, così eccessivo, così fuori dalla normalità, che anche il suo compenso, ovvio, deve essere iperbolico. Ma voi italiani non fatevene un problema, pagate il canone e tacete; fessi e contenti.

RAI3, Kennedy e L’Unità

Venerdì scorso, 22 novembre,  RAI3 ha dedicato la serata alla commemorazione dei 50 anni dalla morte di J.F. Kennedy. Prima ha mandato in onda il film “Parkland” ed a seguire la “Serata Kennedy” curata dallo staff di Agorà, con il conduttore Gerardo Greco coadiuvato da Mia Ceran. Niente di particolarmente sconvolgente, se non fosse per un piccolo ed insignificante dettaglio che sembrerebbe casuale, ma non lo è. (Vedi qui il video della puntata “Agorà serata Kennedy“)

Ma partiamo con una piccola osservazione generale. La prima cosa che salta all’occhio è la presenza in studio di un’auto, una Lincoln Continental, simile a quella dove viaggiava Kennedy quando fu colpito. Viene spontaneo ricordare  quante volte Bruno Vespa è stato sbeffeggiato per aver usato a Porta a porta dei modellini, il famoso “plastico“, di luoghi teatro di avvenimenti tragici (classico il plastico della villetta di Cogne). I plastici di Vespa sono diventati un tormentone da usare per farsi beffe del suo programma. Se però certe cose le fa RAI3 allora diventano invenzioni da grande giornalismo.

Così, invece che un modellino di auto, i “compagni” di RAI3 fanno le cose in grande, non badano a spese e portano in studio una vera Lincoln Continental (tanto paghiamo noi). E’ l’occasione per il conduttore per illustrarci le caratteristiche del modello, dirci che è lunga quasi 6 metri (ma l’originale di Kennedy era anche più lunga), che ha 7.000 di cilindrata e che con un litro di benzina fa solo 3 chilometri. Forse nel corso del programma (non lo so perché l’ho seguito solo per una ventina di minuti) avrà rivelato anche la pressione delle gomme anteriori e posteriori.

 

Come se non bastassero le note sulla Lincoln, Greco ci mostra anche una vecchia cinepresa Bell & Owell degli anni ’60, e ci spiega che si caricava a molla. Tutti dettagli, ovviamente, fondamentali per capire e spiegare l’assassinio di Kennedy. Magari se l’auto fosse stata di un’altra marca e la cinepresa pure, forse non avrebbero ammazzato Kennedy. No? Se così non è che senso ha portare in studio una Lincoln ed una cinepresa Bell & Owell? Eppure deve esserci una relazione. Tanto è vero che la corrispondente da Dallas, Giovanna Botteri, azzarda un’osservazione acutissima, ripresa subito dopo anche da un altro acutissimo commentatore, Vittorio Zucconi. Dice la Botteri che se quel giorno a Dallas fosse stata una giornata di pioggia, la Lincoln sarebbe stata coperta e, quindi, non sarebbe stato possibile sparare al presidente. Per la serie “Se mio nonno avesse le ruote sarebbe una carriola“. Questo è grande giornalismo, ragazzi, mica quello di Vespa che porta in studio il plastico di Cogne!

Ma la sorpresa è un’altra. Quasi subito la telecamera riprende la Lincoln da dietro ed in primo piano appare, ben visibile,  una copia de L’Unità con il titolone in caratteri cubitali che annuncia la morte di Kennedy.

Domanda per i più distratti: perché si mostra in primo piano la testata de L’Unità? Anche questo è un dettaglio fondamentale per capire l’assassinio di Kennedy? Oppure? Direi “oppure“. La cosa strana è che  da una ripresa dello studio dall’alto si nota la postazione della giornalista Mia Ceran ed il suo tavolo  sul quale sono disposti a caso dei quotidiani che, immaginiamo, siano del giorno della tragedia. Ma su quel tavolo la copia de L’Unità con il titolone in grande non c’è.

E ancora, da una inquadratura frontale dell’auto si vede che dietro non c’è niente.

Ma allora come si spiega quella inquadratura con L’Unità in primo piano quando riprendono l’auto da dietro? Mistero! In realtà è probabile che la telecamera mobile, quella che fa le riprese da dietro, si sposti dietro un piccolo leggio seminascosto sul quale è posata quella copia de L’Unità. Bene, quella inquadratura viene riproposta ben 4 volte nel corso dei primi dieci minuti (esattamente 10′.5″, lo si può verificare rivedendo il video). Quattro volte in dieci minuti, fra collegamenti con Dallas ed interventi in collegamento esterno di Vittorio Zucconi, Paolo Guzzanti e Oliviero Toscani. Se tanto mi dà tanto, presumo che quella inquadratura sia stata riproposta ancora nel corso della puntata. Non ne sono sicuro perché, come ho già detto, non ho visto tutta la puntata.

Ora si pone un’altra domanda: perché tanta evidenza proprio all’Unità e non ad altri quotidiani? Perché? Perché L’Unità non è insieme agli altri quotidiani sul tavolo della Ceran e viene ripreso a parte con grande evidenza? E perché viene dato tanto rilievo  solo, dico solo, a L’Unità? Si tratta, forse, di una caso di pubblicità occulta?

Ora dovremmo ricordare che qualche anno fa Michele Cucuzza conduceva “La vita in diretta“, un programma pomeridiano di informazione ed intrattenimento, con servizi esterni registrati in varie località. In uno di questi servizi, curato da Gianfranco Agus, girato all’interno di un ristorante, venne inquadrato il nome del locale. Fu uno scandalo, scattò l’accusa di pubblicità occulta e sia Agus che il regista Pillittieri  furono sospesi. Più di recente, marzo 2013,  un altro conduttore televisivo, Alessandro Di Pietro, che conduceva in RAI “Occhio alla spesa“, un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari, ebbe l’infelice idea di presentare nel corso di una puntata una “pasta alla soia” specificando la marca.  Per decantarne le proprietà salutari intervistò due “esperti” che ne consigliavano il consumo a diabetici, sportivi e donne in menopausa, senza specificare che quegli esperti erano anche soci dell’azienda produttrice della pasta.  Altro scandalo, altra accusa di pubblicità occulta, multa di 25.000 euro alla RAI, programma chiuso e Di Pietro allontanato dalla RAI.

Già, alla RAI sono molto severi in quanto a pubblicità occulta. Basta un niente e ti chiudono il programma o ti licenziano. A meno che non lo si faccia su RAI3 ed il prodotto non sia “L’Unità“. Allora non è pubblicità occulta, è grande giornalismo. Del resto, fare pubblicità a L’Unità non è una novità per RAI3; nella rete dell’ex PCI è normale fare marchette al quotidiano dei “compagni“, giochiamo in casa. Tanto la Commissione di vigilanza non se ne accorge, quelli si svegliano solo quando devono verificare lo spazio che si dà a Berlusconi, poi dormono. Avevo già segnalato in passato un altro caso evidentissimo di pubblicità a favore de L’Unità. Succedeva ogni volta che a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio era ospite Gramellini che leggeva il suo vangelo sullo stile di Travaglio. Dedicai un post a questa sfacciata “Marketta“. Guardatelo qui (“Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità“).

 fazio 2

Naturalmente nessuno ha mai protestato e la Commissione di vigilanza dormiva. Nemmeno Brunetta lo aveva notato; si è svegliato solo pochi mesi fa ed ha scoperto che, udite udite, in televisione c’è una sperequazione di programmi, conduttori ed ospiti, a favore della sinistra. Ma va, sa Brunetta che non lo avevamo mai notato? Ben svegliato Brunetta.

Sarebbe bene prestare più attenzione a questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Sono parte integrante ed essenziale di una strategia mediatica funzionale alla creazione dell’opinione pubblica. Sono gli strumenti di lavoro quotidiano dei cosiddetti “persuasori occulti“. La cosa insopportabile di questi professionisti della manipolazione dei cervelli è che sono convinti di essere furbi, più furbi dei cittadini normali, e di poter usare tutti i trucchi possibili della comunicazione, tanto la gente non se ne accorge. Ecco perché i sinistri sono insopportabili. Hanno la pretesa di farci fessi e contenti. E magari in molti casi, purtroppo, ci riescono davvero.

Ma in questo caso non si tratta solo dell’ennesima “marketta” a favore dell’Unità. C’è di più e peggio. Quella inquadratura ripetuta più volte con L’Unità in primo piano, svolge anche un’altra funzione ancora più importante e subdola. L’abbinamento fra L’Unità ed il nome di Kennedy ha una spiegazione più complessa che va ricercata nelle regole e nei principi della comunicazione (pane quotidiano dei nostri persuasori occulti) e nei meandri della mente e dei riflessi inconsci. Ha uno scopo preciso: avvalorare l’idea che gli ex/post comunisti siano equiparati a tutti gli effetti ai democratici kennedyani USA.

E’ una campagna mediatica che va avanti da anni, da quando i nostri “compagni” orfani dell’URSS, dopo la fine dell’impero sovietico, il fallimento e la condanna storica del comunismo, hanno dovuto rifarsi un’immagine credibile, una nuova verginità. Così hanno cominciato a cambiare bandiere, nome, segretari, inni, per far credere che siano qualcosa di diverso dai comunisti. Così sono diventati “democratici“, progressisti, liberal, americani a Roma, fan di Obama e nipotini di Kennedy. Il gioco è fatto. Per mascherarsi e far dimenticare le origini hanno cambiato tutto, hanno smesso le bandiere rosse, non si chiamano più comunisti, Veltroni compra casa a Manhattan, Bersani porta corone di fiori sulla tomba di Kennedy, usano slogan tipo “I care…”, si presentano in maniche di camicia come Obama  e invece che Bandiera rossa cantano “Over the Rainbow“. E se gli si chiede quali siano i loro “padri nobili di riferimento” Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!?) e l’orecchinato Nichi Vendola indica il cardinale Martini (!?). Sembra una battuta da Zelig, invece è vero (Papi e cardinali ispiratori della sinistra).  Solo a sinistra si può trovare tanta falsità ed ipocrisia in quantità industriale.

Questa trasformazione degna di Fregoli è un’autentica truffa culturale, mediatica, ideologia e storica, messa in atto e portata a compimento con la complicità compiacente dei media nazionali, di  imprenditori in crisi d’identità con simpatie proletarie, di cattocomunisti confusi, di ricchi borghesi radical chic e di intellettuali di regime che si vendono per un premio letterario o una comparsata televisiva. Ma essi, gli americanini di  borgata, sono sempre gli stessi. Sono gli stessi che negli anni ’60/’70, un giorno sì e l’altro pure, scendevano in piazza per protestare contro la NATO e l’America imperialista, cresciuti a pane e Marx, assemblee, collettivi, 6 politico, anticapitalismo, lotta di classe, eskimo, libretto rosso di Mao, comuni e promiscuità, amore libero, spinello e lotta di classe. Sono sempre loro, un po’ invecchiati, pelati, ingrassati, imbolsiti, con la pancetta e la pappagorgia, ma sempre quelli sono. Hanno solo cambiato aspetto. Per sopravvivere hanno cambiato pelle: come i serpenti.

 

 

 

Crozza, il maiale della RAI

Immancabilmente tutti i siparietti di Crozza finiscono in prima pagina.  Già dopo mezz’ora dalla sua apparizione a Ballarò, il video del suo intervento campeggia nella Home del Corriere. Stesso trattamento dopo le esibizioni del Crozza nazionale nel suo show su LA7. Ormai Crozza è diventato un autorevolissimo commentatore politico (visto che tutto il suo teatrino sempre lì va a parare, sulla politica e sui politici, specie su Berlusconi e gli esponenti di destra. Fateci caso, dei personaggi presi di mira 8 su 10 sono di destra. Sarà un caso?). Ecco perché i suoi interventi sono sempre in prima pagina accanto agli editoriali di Panebianco, Della Loggia, Ostellino. La satira è diventata una modalità di lettura della politica. Anzi, la più amata dal pubblico e, quindi, visto il consenso popolare, bisognerebbe dire che è la più autorevole, la vera interpretazione della politica.

La cosa strana è che gli stessi politici presi di mira, non rendendosi conto di essere presi per i fondelli, si divertono. Questo fatto, apparentemente incomprensibile, crea inquietanti interrogativi sulla statura politica ed intellettuale di certi personaggi della politica. Se un autorevole politico (spesso anche ministri in carica o presidenti di Camera e Senato) consente che un qualunque guitto da avanspettacolo lo sbeffeggi apertamente, pubblicamente ed in diretta televisiva, senza reagire, anzi divertendosi, svilisce il suo ruolo e quello delle istituzioni che rappresenta. Il che dovrebbe farci riflettere sull’infimo livello raggiunto, purtroppo, dalla nostra classe politica. Sono ormai a livello da Bar dello sport o da avanspettacolo da cinemino di periferia degli anni ’50. Ecco perché la “copertina di Crozza” a Ballarò dovrebbe essere oggetto di studio della psicologia e, forse, della psichiatria; potrebbe darci utili spiegazioni sullo stato di salute mentale dei politici.  Crozza satireggia, sbeffeggia, ridicolizza i politici, specie quelli in studio e loro lo trovano divertente. Crozza li umilia e loro si divertono! La scena consueta si è ripetuta anche ieri con in studio Gasparri. Crozza lo prende per il culo e Gasparri ride!

In uno degli ultimi siparietti a Ballarò, forse due settimane fa, il comico Crozza se l’è presa con Brunetta che, ospite a Che tempo che fa, rinfacciava a Fazio il suo contratto da 5 milioni di euro. A causa di queste polemiche sugli stipendi altissimi della RAI, è saltata anche la trattativa per portare Crozza alla RAI per un importo uguale, 5 milioni di euro, a quello di Fazio. La cosa, ovviamente, non è andata giù al nostro comico che, usando una metafora suina, ha detto che il macellaio che acquista un maiale non lo tiene per bellezza, lo paga perché poi lo lavora, lo vende e ci guadagna. Per dire che se la RAI lo avesse anche pagato 5 milioni, poi ne avrebbe incassato molti di più in pubblicità. E’ il classico principio del profitto delle TV commerciali, quelle che tanto schifo fanno ai nostri moralisti sinistri, finché non ci lavorano ed intascano milioni. “Potevo essere il maiale della RAI“, ha affermato il nostro incrocio fra un comico ed un suino.

Stesso discorso che ha fatto Fazio, rispondendo a Brunetta, ricordando che l’azienda paga i costi del programma interamente con gli introiti pubblicitari. Era anche lo stesso discorso che faceva Santoro, quando gli rimproveravano l’eccessiva faziosità del suo “Anno zero”. Invece che rispondere alle accuse di faziosità la buttava sul fatto economico dicendo che il suo programma era pagato dalla pubblicità. Ma questi sono discorsi da TV commerciale, non da RAI servizio pubblico, come amano definirsi. Oppure, si è servizio pubblico o commerciali secondo i casi e la convenienza? Temo di sì, la doppia morale della sinistra vale anche in questo caso, specie se ci sono di mezzo contratti milionari.

Strano che quando si tratta di incassare ingaggi milionari questi militanti della sinistra, che si presentano sempre come difensori dei deboli e fustigatori del capitalismo, della borghesia, dei ricchi brutti, sporchi e cattivi e dei facili guadagni, dimenticano di colpo tanti bei principi e difendono a spada tratta i propri lauti compensi. Ma tant’è, basta saperlo.

Ma su una cosa Crozza ha ragione, sarebbe stato davvero “il maiale della RAI“. E’ un ruolo che nessuno può insidiare, lui ha quel che si dice “le phisique du role“, il fisico adatto, la faccia giusta. Non ha nemmeno bisogno di trucco, la sua è una faccia da maiale naturale. Un vero, autentico suino. Il miglior porco  televisivo. Così,  persa l’occasione RAI, è rimasto a LA7. Tranquillo Crozza, non ha perso granché, ha solo cambiato porcilaia, ma sempre maiale resta!

Musica e tagliatelle

Ovvero, tagliatelle di nonna Pina e Giuseppe Verdi. Se non ho capito male, stasera in televisione sulla RAI dovrebbe esserci una serata speciale all’Arena di Verona. Serata dedicata alla grande musica di Giuseppe Verdi. Ospiti illustri, cantanti di “grido”. Insomma un omaggio al grande maestro ed alla sua musica immortale. E’ tutto quello che so e che ricordo dalla fugace visione, nei giorni scorsi, di un promo in TV, insieme ad una scena di cavalli e cavalieri, vestiti all’egiziana, che irrompono sul palco. Ovvio che si tratta di una scena dell’Aida.

E chi presenta la serata? A prima vista si penserebbe che sia un personaggio che abbia dimestichezza con l’opera lirica, il bel canto, il melodramma, le grandi voci, la storia della musica. Non sforzatevi di indovinare. Anche perché se l’ho visto io è molto probabile che quel promo l’abbiano visto in molti. Quindi sappiamo già chi sarà la conduttrice della serata: Antonella Clerici.  Quella che ogni giorno, cascasse il mondo, intorno a mezzogiorno, conduce il suo programma di ricette “creative” e di cuochi allo sbaraglio: “La prova del cuoco“.

Quella che quando parte la sigletta delle “Tagliatelle di nonna Pina“, si agita, scodinzola, ancheggia, ride, sgrana gli occhi e fa le smorfiette come una bambina. Sì, ma lei ha 50 anni! E allora ti chiedi “Ma questa ci fa o è proprio scema?”.  Quella che sembra un tortellone gigante che nelle serate speciali, tipo Sanremo e simili, si veste come un uovo di Pasqua (Bonolis, la fatina bionda e du’ palle!). Quella che non perde occasione per mostrare le tette in primo piano ed in bella evidenza (Le tette di Antonella). Quella che si ostina ad indossare scarpe col tacco 12 (vedi i tacchi della Clerici), non ci sa camminare e si muove a piccoli passetti come se corra in bagno perché le scappa la pipì. Ecco, quella.

Sembra che in Italia ci siano solo due conduttori che possono alternarsi in tutti i programmi, diurni, serali, notturni, di qualunque genere. Vanno bene per tutte le stagioni: Antonella Clerici e Carlo Conti. Infatti conducono giochini pomeridiani (L’eredità” ?), programmi serali (I migliori anni) e “speciali” TV. Due giorni fa Conti ha presentato una serata speciale di musica leggera dal grande piazzale della basilica di Assisi. Antonella Clerici, oltre a condurre programmi di cucina ha condotto in passato programmi con bambini canterini (non ricordo il titolo. Forse era “Ti lascio una canzone“?), poi ha condotto un altro serale ancora dedicato all’arte culinaria “La terra dei cuochi” (?). Insomma, non c’è scampo: o ti becchi Conti o la Clerici.

Conti è quello che è sempre cotto al punto giusto. Anche a dicembre sembra appena tornato da un mese di vacanza sotto il sole dei tropici. Si dice che sia un patito delle lampade. Ma forse non si tratta proprio di semplici lampade. Forse ogni giorno lo inseriscono per una decina di minuti in un forno da pizzeria. Ecco perché ha sempre quel bel colorito dorato da fette biscottate.

Già, e la Clerici? Quella che ogni giorno ti spiattella, letteralmente, ricette così assurde ed improbabili che bisognerebbe prendere i piatti e rovesciarli in testa ai cuochi? Cosa c’entra con il bel canto, con la lirica e l’opera? Cosa c’entrano le tagliatelle di nonna Pina con l’Aida di Verdi?

Ricordo di aver visto, tempo fa, un’altra serata speciale dall’Arena, sempre condotta dalla Clerici. Evidentemente deve avere un contratto speciale. Riuscii a seguire giusto qualche minuto, sempre con lo spirito di Totò nella scenetta di “Pasquale” che si chiedeva “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare“. Ecco, la guardavo e mi chiedevo “Vediamo cosa dice e dove va a parare”. I suoi interventi erano incentrati sull’immancabile sviolinata al pubblico, (sempre grande, fantastico, meraviglioso, così lo si lusinga e si guadagna un applauso) e sulle difficoltà del mettere in scena una serata come quella, i ringraziamenti ai tecnici, alle comparse, a tutti quelli che collaborano alla realizzazione, alla RAI, alle telecamere, ai ragazzini che portano le bibite, alle sarte, agli elettricisti, ai carpentieri, agli scenografi, alla “Regia” (ovvio), al pubblico che segue da casa, allo sforzo della produzione RAI, alla gran fatica delle prove, a tutti quelli che operano dietro le quinte.

Insomma, tutta la sua conduzione era basata non su ciò che accadeva sul palco, ma su ciò che “prepara” lo spettacolo. Come se un cantante o un attore che esca sul palco, invece che cantare o recitare si limitasse a raccontare quante prove ha fatto, com’è duro studiare il pezzo, quanta fatica ha fatto e cosa ha mangiato a colazione. Ecco, questo è il leit motiv della conduzione della Clerici. Sembra assurdo, ma è proprio così. Se avrete la pazienza di seguirla stasera, verificate se dico cose campate per aria, oppure se c’è un po’ di verità. E, giusto per curiosità statistica, provate a contare quante volte, sgranando gli occhi per l’ammirazione e la sorpresa, con un sorriso estatico da bambina al Luna Park, esclamerà “Ma che meraviglia!”.

Che meraviglia le “palle” di Antonella…

P.S.

Ho visto alcuni passi del programma. Questa volta non ha improvvisato parlando a vanvera delle prove, del lavoro dei tecnici e del dietro le quinte. Per evitare che straparlasse, questa volta gli autori le hanno scritto il testo con tutte le battute; giusto poche parole per presentare cantanti e brani. Infatti, abbassava lo sguardo e leggeva tutto dal gobbo. Ecco perché è stata “QUASI” normale e non ha fatto eccessivi danni. Il vestito, però, è sempre da uovo di Pasqua. I tacchi sono sempre troppo alti e le tette sono sempre in esposizione. Bisogna capirla, deve sostituire Eddy che l’ha mollata.

Facessero attenzione

E basta con questi strafalcioni lessicali. Sono un pugno nello stomaco. Ho detto spesso, notando errori grossolani  compiuti specie sui siti in rete, che un conto è lo scrivere distrattamente messaggi veloci sui social network, altro è scrivere titoloni sulle prime pagine dei maggiori quotidiani. Quando si ha la responsabilità della comunicazione e si è pagati per svolgere un compito in cui necessitano professionalità e competenza, non si può usare un gergo colloquiale da mercato rionale. Ci sono alcune regole fondamentali da rispettare. Soprattutto perché ciò che passa in rete e che tutti leggono, diventa, automaticamente, qualcosa da imitare, grazie alla supposta serietà ed autorevolezza della fonte.

Ed ecco l’ennesima perla quotidiana presa, ancora una volta, dalla maggiore agenzia d’informazione italiana, l’ANSA.

La frase di Mastrangeli è un chiaro invito, rivolto al M5S, affinché prendano la decisione in “streaming“, ovvero in maniera che tutti possano vedere e sentire le accuse, le motivazioni e l’eventuale decisione in merito all’espulsione. Quel “Facessero” è quindi inteso come imperativo: “lo facciano…in streaming”. E non come congiuntivo: “Se lo facessero in streaming…sarebbe corretto“.

Si potrebbe osservare che, però, quel titolo riporta una frase virgolettata e, quindi, l’errore non sia del redattore, ma di Mastrangeli. In ogni caso, per correttezza d’informazione, si potrebbe riportare la frase all’interno del testo, ma si dovrebbe evitare di riportare l’errore nel titolo. Ma il guaio è che, invece, leggendo il pezzo per scrupolo, vediamo che già nelle prime righe viene ripresa la dichiarazione di Mastrangeli che dice: “Pretendo che ci sia una diretta streaming e rivendico trasparenza“. Non dice “facessero“. E allora da dove nasce quel titolo? Ovvio, dalla fantasia e dall’estrosità del redattore.

L’uso del congiuntivo al posto dell’imperativo, anche come esortazione,  è una caratteristica dialettale del meridione, specie della Campania. Niente da dire se viene usato nel linguaggio comune. Ma quella forma dialettale, usata per trasposizione nella lingua italiana, è un errore grossolano. Allora, tutti coloro che operano nel mondo della comunicazione (radio, televisione, stampa, internet) dovrebbero evitare di commettere simili errori. Anzi, hanno il dovere di usare un linguaggio corretto. Come dico spesso, noi possiamo sbagliare, voi no. Chiaro?

Una persona che usa regolarmente questa forma dialettale (facessero meglio a…andassero a dirlo a…dicessero cosa vogliono…) è Michele Santoro il quale, infatti, è di Salerno. Eppure il nostro tribuno televisivo è laureato in filosofia. E nessuno in tanti anni di studio, fra un’assemblea scolastica, un corteo ed una barricata sessantottina, gli ha insegnato l’uso corretto delle forme verbali? E nessuno, fra i tanti cervelloni che gli girano intorno, ha il coraggio di fargli notare l’errore? Nessuno si rende conto che poi quella forma dialettale, usata da Santoro in televisione, viene automaticamente legittimata, imitata e può diventare (come in effetti sta diventando) di uso corrente? Infatti sempre più spesso personaggi di primo piano della politica,  della cultura, dello sport, dell’informazione usano questa bizzarra deformazione verbale. Non è la prima volta, per restare al caso riportato oggi,  che compare l’uso disinvolto  di questa forma dialettale nei titoli dell’ANSA. Ci sarà un redattore di Salerno? Magari allievo di Santoro? Boh, misteri redazionali.

Ma il nostro Santoro non è il solo peracottaro televisivo. Un altro ex autorevole direttore del TG1, Gianni Riotta, poi passato a dirigere Il Sole 24ore e poi ex anche del Sole, usava dire “Te” (Come hai detto te…hai ragione te)  al posto del “Tu“. Ma non è un ragazzino di borgata, era il direttore del più importante telegiornale televisivo della RAI. E’ lo stesso discorso fatto a proposito di un altro “bravo conduttore” televisivo, Maurizio Costanzo, il quale usa dire “Se lo sapevo…non lo facevo“. Alla faccia dei congiuntivi e dei condizionali. Bene, anche il signor Costanzo non solo occupa gli spazi televisivi, tiene rubriche in radio e scrive sulla carta stampata ed in rete, ma, incredibile a dirsi, questo esimio ed autorevole cultore della lingua italiana, insegna (o insegnava) comunicazione all’università La Sapienza di Roma. Roba da non credere, ma è vero.

Se questi sono i “maestri“, è ovvio che gli allievi diventino degli emeriti ignoranti i quali, però, a loro volta, andranno ad insegnare ad altri allievi che, imparando da maestri ignoranti,  diventeranno ancora più ignoranti dei già ignoranti maestri. E così via, di male in peggio, verso il baratro dell’ignoranza. E nessuno cerca di porre rimedio. Questa gente sproloquia tranquillamente in TV e sforna strafalcioni quotidiani sulla stampa, ma nessuno sembra accorgersene, nessuno li richiama, nessuno li corregge. Ma non ci sono più direttori in RAI, direttori dei quotidiani o semplici correttori di bozze? E poi ci meravigliamo se l’Italia va a rotoli.

Si potrebbe anche chiudere un occhio, ma questa negligenza e superficialità, dove occorrerebbe più professionalità, a lungo andare diventa insopportabile e fastidiosa. Anche perché questi signori non sono dei ragazzi che inviano messaggini sui cellulari o su facebook o twitter. No, sono personalità di primo piano del mondo dell’informazione e della comunicazione. Sono conduttori televisivi strapagati, sono direttori e redattori di quotidiani, sono persone che si danno arie da grandi firme del giornalismo, di autorevoli esponenti della stampa, di professionisti dalle grandi capacità e competenze. E, soprattutto, sono pagati profumatamente. Gli si potrebbe far notare, con tutto il rispetto, che se avessero studiato  di più e fatto qualche assemblea in meno, oggi non farebbero certe figure di mer…come direbbe Emilio Fede. Già,  “Se facessero più attenzione…eviterebbero tanti strafalcioni“. E forse, se ci fosse più serietà, anche l’Italia sarebbe migliore di quella che è.

Visto che siamo in tema di bizzarrie redazionali, aggiungiamo anche questa. Compare da due giorni nella home page del Corriere.it.  E’ un servizio che mostra diverse foto di D’Alema che va a passeggio col suo cane. Anche in questo titolo c’è un errore evidente. Ed è lì da due giorni. Possibile che nessuno si accorga dell’errore? Sarà un redattore amico di quello dell’ANSA? Stessa scuola? Allora glielo diciamo in stile ANSA: “Caro redattore…facesse attenzione!”

Eh sì, faccia più attenzione a quello che scrive. Quella che viene evidenziata nell’ingrandimento non è una “Presa“, è una spina. C’è una bella differenza.  E’ la spina che ha staccato a Bersani. Se la porta appresso per cercare di nascondere il corpo del reato. Bisogna stare attenti a queste piccole differenze perché, talvolta, possono essere sostanziali. Leggere ogni giorno queste amenità può essere una “Spina nel fianco“. Ma, a lungo andare, questa superficialità redazionale sembra quasi una “Presa per il culo” ai lettori. Chiara la differenza?