I sardi sono ospitali

Sembra proprio che i sardi siano disposti a sopportare tutto e di più.  Non che gli italiani siano messi molto meglio, ma i sardi hanno qualcosa in più. Basta ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, un sardo su 4 è povero (il doppio della media nazionale), la disoccupazione è a livelli record, e che le province di Iglesias Carbonia e Medio Campidano sono le province più povere d’Italia. Ne parlavo qui “I sardi sono poveri“.

Ecco l’ultimo esempio di crisi infinita, riportato oggi da L’Unione sarda (Province: 300 interinali restano a casa): “La promessa era quella di trovare 600mila euro per prorogare i contratti fino al 31 dicembre, ma per ora né in Commissione né in Consiglio si è trovato l’accordo: da oggi rimarranno a casa circa 300 lavoratori interinali delle Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Ogliastra.”. Non entriamo nel merito dell’utilità di questi lavoratori interinali, sulle modalità di assunzione, sui compiti svolti e sulla loro effettiva utilità sociale; sarebbe un altro discorso lungo e complesso. Vediamoli semplicemente come “lavoratori” sardi che rischiano di perdere il posto di lavoro e lo stipendio. E confrontiamo il costo di questi lavoratori con i costi dell’accoglienza dei migranti in Sardegna.

Una bella notizia per quei 300 lavoratori, e le loro famiglie, che da un giorno all’altro restano senza lavoro e senza stipendio e che vanno ad aggiungersi alle  migliaia di disoccupati e cassintegrati sardi. Ma, a quanto sembra, mancano i finanziamenti, siamo in crisi, bisogna ridurre la spesa pubblica, fare sacrifici. Insomma, quei 600.000 euro per garantire il lavoro di quei dipendenti non ci sono. Eppure non si direbbe che l’Italia sia così in crisi. Non siamo la Grecia; almeno fino ad oggi. L’operazione “Mare nostrum“, voluta da quel genio di Enrico Letta, costava (e costa ancora) 300.000 euro al giorno, solo di spese per tenere in mare uomini e navi per assicurare il servizio navetta gratuito Libia-Sicilia. Ora ha cambiato nome, ma il servizio navetta è lo stesso ed il costo pure (se non è addirittura aumentato). Con il costo di soli due giorni di “Mare nostrum” si pagherebbero gli stipendi di 300 lavoratori per sei mesi. Ma per fare i taxi di mare gratis per gli africani i soldi ci sono, per i sardi no.  Questione di priorità.

Come se non bastasse, proprio ieri è partita l’operazione della Marina militare per recuperare il barcone affondato al largo della costa libica ad aprile scorso (Vedi “Italia: azienda recuperi“). Non basta andare fin sulla costa libica per caricare i migranti vivi, ora andiamo a recuperare anche i morti. Ma quanto siamo umanitari e generosi! Non siamo tenuti a farlo, niente e nessuno ci obbliga ad andare a recuperare quel barcone col suo carico di morti. Nessuna norma, nessun accordo europeo o internazionale ci obbliga a farlo. Lo facciamo semplicemente perché il premier Renzi (che, in barba alla spending review, quando vuole lui i soldi li trova sempre; vedi gli 80 euro) vuole farsi bello agli occhi del mondo. L’operazione ci costerà, salvo imprevisti, circa 20 milioni di euro (circa 15 anni abbondanti di stipendio per quei 300 lavoratori). E lo fa, ovviamente, non di tasca propria (a sinistra sono specialisti nel fare beneficenza coi soldi degli altri), ma a spese degli italiani (e dei sardi poveri, disoccupati, cassintegrati e precari). Abbiamo 20 milioni di euro per recuperare barconi africani, carichi di morti africani, in acque africane, ma non abbiamo 600.000 euro per i lavoratori sardi. E’ ancora questione di priorità. Evidentemente tutto viene prima dei lavoratori sardi.

E già, vedendo questo spreco di denaro pubblico alla faccia di chi ha difficoltà a campare, ci sarebbe motivo per incazzarsi di brutto ed andare a Palazzo Chigi a rincorrere con i forconi il fanfarone  toscano che si fa bello con i soldi degli italiani e spreca milioni di euro per inutili operazioni umanitarie in Libia, invece che per aiutare gli italiani in difficoltà. Ma c’è di più. Proprio due giorni fa, a bordo della nave “Rio segura” della Guardia civil spagnola, sono sbarcati a Cagliari 450 migranti, fra i quali sono stati riscontrati 87 casi di scabbia. Ma non dobbiamo preoccuparci, nessun allarme. I buonisti (specie quelli che campano sull’accoglienza) dicono che la scabbia è facilmente curabile. Quindi tranquilli, correte pure ad abbracciare gli africani appena sbarcati, Anche se scoppiasse un’epidemia di scabbia non c’è pericolo; si cura facilmente. Contenti?  Gli ultimi arrivati si aggiungono ai 900 sbarcati giusto un mese fa (“Cagliari, in arrivo nave con 900 migranti“) e che si aggiungono ad altre migliaia di migranti già presenti nei centri di accoglienza dell’isola, in strutture private ed hotel 3 stelle con piscina. Ma non è un problema, i sardi sono ospitali, accolgono tutti;  aggiungi un posto a tavola…che c’è un migrante in più.

In occasione del precedente sbarco il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, accogliendo con grande soddisfazione i nuovi arrivati e convinto di parlare a nome di tutti i sardi e della loro proverbiale ospitalità, disse: “Siamo un’isola al centro del Mediterraneo, il Mediterraneo è il nostro mondo. Mentre qualcuno specula sulla paura per l’arrivo di 800 migranti in fuga dalla fame e dalla guerra. Io so invece che la Sardegna è una terra generosa che, nonostante i suoi molti problemi, è pronta a dare una mano a chi ne ha bisogno, quando ne ha bisogno.“.  Ecco, noi accogliamo tutti perché i sardi sono generosi. Magari sono disoccupati e poveri, ma si tolgono il pane dalla bocca per  aiutare i migranti africani. Prima pensiamo ai migranti, poi, se abbiamo tempo, voglia e avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

Siamo così ospitali che, mentre non si hanno 600.000 euro per garantire la sopravvivenza a 300 lavoratori, e loro famiglie, fino a dicembre, abbiamo 372.000 euro, e spiccioli,  da usare per il progetto “Beni benius” finalizzato a finanziare “Percorsi formativi per migranti, con particolare attenzione all’integrazione culturale, lavorativa e all’autoimpiego” (Vedi qui documento originale in formato Pdf).  E non basta, perché questo è solo uno dei tanti progetti “inventati” dalla fervida fantasia delle associazioni umanitarie sarde per intascare lauti contributi pubblici col pretesto delle iniziative umanitarie a favore dei migranti. Buzzi e le sue cooperative hanno fatto scuola.

Stranamente questi buonisti in servizio permanente non inventano nessun progetto per aiutare i disoccupati, cassintegrati, precari e poveri della Sardegna. Per i sardi non ci sono soldi; ci sono solo per gli africani. Ed i soldi non si trovano solo per accogliere i migranti, si trovano per altre iniziative utilissime per superare la crisi economica e garantire un lavoro ai sardi: progetti, manifestazioni varie, festival, attività imprenditoriali, eventi artistici e culturali, sagre paesane, gruppi folk, mostre d’arte, letture pubbliche di poesie, artisti di strada, cantanti, attori, ballerine, buffoni e ciarlatani. Ce n’è per tutti (Vedi qui: Regione Sardegna, finanziamenti). Ci sono soldi per tutti, eccetto per chi rischia di perdere il lavoro.

Ed ora facciamo un conticino facile facile. Dicevamo dell’arrivo di 450 migranti che, aggiunti ai 900 di fine maggio, fanno 1.350. Per facilitare il calcolo arrotondiamo a 1.500. Come ormai sanno anche i bambini, ogni migrante ci cosata 35 euro al giorno (ma per i minori il costo è superiore). Questo ci dicono, ma in realtà il costo totale è molto maggiore perché quei 35 euro coprono solo vitto, alloggio, pulizia e paghetta settimanale. A questo costo base vanno aggiunti altri oneri relativi al personale militare e civile impiegato per l’accoglienza, controlli sanitari e assistenza medica al momento dello sbarco e durante il soggiorno nelle varie strutture, ricoveri in ospedale, assistenza legale, sindacale e culturale, progetti specifici destinati all’integrazione (il sopra citato “Beni benius” è uno di questi). E’ tutto un mondo che gira attorno ai migranti e che ha un costo enorme per gli italiani. Ma anche questo è prioritario rispetto ai problemi dei sardi.

Ma i media fanno finta di ignorare questo business e si limitano a quantificare in 35 euro la spesa per ogni migrante. Ed a chi si lamenta per l’eccessivo ed insostenibile costo dell’accoglienza,  rispondono, con la sfacciataggine di chi fa il finto tonto, che quelli sono soldi della Comunità europea. Ma quei soldi vengono dai contributi che i paesi dell’Unione versano alla cassa comune europea. E l’Italia è uno dei maggiori contribuenti. Solo nel 20013 l’Italia ha versato nelle casse europee 15 miliardi di euro. A vario titolo (compresi i fondi per l’accoglienza migranti) ce ne sono statti restituiti solo 9 miliardi. Restiamo in credito di 6 miliardi. Quindi, a chi dice che il costo dell’immigrazione è pagato con fondi europei, bisogna ricordare che quelli sono, comunque, soldi nostri, degli italiani. Chiaro?

Un po’ di conti: l’affare migranti spiegato ai bambini.

Bene, allora facciamo il conticino della serva, di quelli che si facevano alle elementari. Problema: “Se arrivano 1.500 migranti ed ogni migrante ci costa 35 euro al giorno, quanto ci costano ogni giorno 1.500 migranti?”. Soluzione: “Ci costano 52.500 euro al giorno.”.

Secondo problemino facile facile: “Se 1.500 migranti ci costano 52.500 euro al giorno, quanto ci costano al mese?“. Soluzione: “Ci costano 52.500 x 30= 1.575.000 euro al mese“.

Terzo problemino: “Se 1.500 migranti ci costano 1.575.00 euro al mese, quanto ci costano in sei mesi?“. Soluzione: “Ci costano 1.575.000 x 6= 9.450.000 euro

Bene, ora ricordiamo che garantire il lavoro e lo stipendio a 300 lavoratori per 6 mesi costerebbe 600.000 euro. Vitto e alloggio per sei mesi a 1.500 migranti ci costa 9.450.000 euro.  Come mai ci sono quasi 10 milioni di euro per gli africani e non si trovano 600.000 euro per i sardi?  Questo è il vero problema.  Questa è la domanda che bisognerebbe porsi, al di là della retorica buonista e dell’ipocrisia di chi specula sull’immigrazione per guadagnare milioni dietro la facciata dell’opera umanitaria. Bisognerebbe chiederlo a Renzi, alla Boldrini, al Papa, a tutte le belle statuine e scimmiette ammaestrate che ogni giorno in televisione recitano la litania buonista e cercano di convincerci che accogliere tutti i disperati della terra è un nostro obbligo, per le norme internazionali, per solidarietà e perché lo dice la Costituzione e gli accordi europei. Balle. Quando le norme non sono più applicabili perché hanno un costo insostenibile e creano gravi pericoli per la sicurezza nazionale e per la stabilità sociale, quelle norme si cambiano, gli accordi si rivedono e la solidarietà viene momentaneamente sospesa. Non ci si può impiccare ad articoli della Costituzione o Carte dell’ONU, accordi di Dublino o ai messaggi del Papa. In condizioni normali accogliere profughi è giusto. In presenza di una invasione di migranti africani non si può applicare il diritto d’asilo a centinaia di migliaia di persone: è un suicidio.

Ma, dicono, al di là degli accordi, dobbiamo accogliere i migranti perché “scappano dalla fame, dalla guerra“. Questo è il mantra che ripetono quotidianamente giornali, telegiornali, opinionisti, politici e giullari di regime. Balle, ancora belle. Quelli che arrivano da paesi in guerra sono una minima parte degli stranieri che arrivano in Italia, via mare o via terra dall’est. Ai primi di maggio in Sardegna arrivò un carico di marocchini e senegalesi, salvati da una nave mercantile ed accompagnati a Cagliari. In Marocco e Senegal non ci sono guerre. Negli stessi giorni arrivò sulla costa di Teulada un barcone con venti migranti: tutti algerini. Nemmeno in Algeria ci sono guerre. E nemmeno fame. E noi accogliamo tutti, a spese nostre. Ecco perché poi non ci sono soldi per i sardi.

Ma quei “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti… di fame” dovrebbero chiedere spiegazioni al Presidente della Regione, Francesco Pigliaru, così entusiasta di accogliere gli africani in Sardegna; sono certo che troverebbe una spiegazione plausibile ed esauriente in linea con lo spirito umanitario della sinistra e con la proverbiale ospitalità sarda. Ma sono certo che quei 300 lavoratori interinali quella risposta non la capirebbero. Ma non succederà niente. Nessuno prenderà i forconi, nessuno oserà contestare l’accoglienza dei migranti. I sardi ancora una volta, resteranno senza lavoro, senza stipendio, senza futuro, ma saranno felicissimi di sopportare crisi, privazioni e perfino la fame, pur di non venir meno al dovere di ospitalità. Perché i sardi sono poveri, sono ospitali e, soprattutto, sono pazienti. Sono molto pazienti; troppo pazienti. Troppo…

Vedi

Adotta un immigrato

Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

I sardi sono poveri

Cose di Sardegna

Sardegna, meloni, tartufi ed auto blu

– Cagliari, la città più felice d’Italia

Tutto va ben, madama la marchesa (#sardistatesereni)

Sardi e cataclismi

Parassiti e culi

Morti, Presidenti e Papi

Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia

Siamo la provincia più povera d’Italia. Finalmente ci facciamo notare, facciamo notizia, siamo i primi della classifica (partendo dal basso).  Fino a poco tempo fa la zona più povera d’Italia era il Sulcis iglesiente, sempre in Sardegna. Tanto è vero che molto spesso citavo il Sulcis come drammatica realtà sociale in contrapposizione ai vuoti discorsi dei politici di turno ed alle loro beghe lontanissime dai problemi quotidiani della gente. Quello che non specificavano  i media, e quindi non sapevamo, era che se il Sulcis iglesiente era la provincia più povera d’Italia, subito prima c’era il Medio Campidano, eravamo penultimi. Ora ci hanno superato anche i sulcitani, siamo proprio ultimi della classifica.

Lo abbiamo appena scoperto e la cosa non ci rende particolarmente felici, né orgogliosi: “Disoccupati e povertà, allarme Sardegna. Medio Campidano maglia nera d’Italia“. La particolare graduatoria è basata sul PIL del 2013. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Infatti, il Sulcis fa solo un passetto in più e, invece che ultima, è penultima.  E’ un bel progresso, no? Ma anche le altre province sarde non è che fanno salti di gioia; sono tutte nella parte bassa della graduatoria. Siamo l’immagine vivente della crisi perenne, delle cattedrali nel deserto che hanno prodotto disoccupazione, dello spreco inutile di ingenti fondi pubblici e della funesta gestione di una classe politica che ha causato alla Sardegna più danni  delle calamità naturali.  Hanno fatto più danni degli incendi, delle alluvioni, della siccità, della peronospera, della lingua blu, della peste suina e perfino della malaria (se non ci avessero pensato gli americani a debellarla, avremmo ancora anche quella piaga). Noi la crisi la viviamo da sempre. I sardi nascono già con la crisi incorporata, in dotazione di serie.

Però, come ho scritto spesso, ogni tanto arriva in visita ufficiale qualche grosso esponente da Roma, tanto per consolarci e rassicurarci sul fatto che anche noi siano italiani e che  siamo sempre nei pensieri di chi ci governa (Vedi “Morti e presidenti“). Così, Presidenti, Papi, esponenti politici e sindacalisti, arrivano in pompa magna, prendono atto della endemica crisi economica, della disoccupazione, della chiusura delle fabbriche e delle miniere, assicurano vicinanza, attenzione, impegno, benedicono la folla, stringono mani, baciano bambini, intervengono a cerimonie ufficiali di benvenuto, sfilano in corteo, elogiano la Sardegna, ne decantano la bellezza selvaggia, e prima di ripartire fanno scorta di prodotti locali offerti dai sardi, notoriamente molto generosi ed ospitali, specie con chi arriva dal “Continente” (abbiamo ospitato tutti, fenici, punici, romani antichi, vandali, pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi, romani moderni; l’ospitalità è il nostro forte). Poi salutano tutti e tornano a Roma. I Presidenti tornano a fare i Presidenti, i Papi a fare i Papi ed i sardi a fare i sardi; tutto come prima. Va avanti così da 50 anni.

Il Medio Campidano comprende 28 comuni. Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana. Ma qui facciamo provincia, con tanto di consiglio, consiglieri, presidente, assessori, consulenti, sedi e auto blu. Eppure una volta questa zona era una delle più ricche della Sardegna, con grandi pianure fertili che producevano il miglior grano duro in commercio ed un’agricoltura fiorente che era la base dell’economia del territorio e garantiva un’esistenza decorosa a tutti. Poi è arrivato il progresso, i macchinari, nuove sementi, pesticidi, diserbanti, progetti di sviluppo, incentivi e contributi pubblici, esperti che hanno stravolto le storiche colture della zona, sciacalli che campano sfruttando il lavoro altrui e tromboni di Stato per abbindolare gli ingenui. Ed infine, ciliegina sulla torta, è arrivato il mercato globale, che ha aperto le frontiere, ha consentito l’arrivo di prodotti a minor costo da tutto il mondo, ha sconvolto l’equilibrio economico ed ha scardinato tutti i criteri che per secoli avevano regolato gli scambi, il commercio, l’artigianato e la vita delle comunità.  Il colpo di grazia. Vedi “Il cappellino di Lianne“.

Risultato, oggi l’agricoltura, che era l’asse portante dell’economia della zona, è in crisi perenne e molte terre restano incolte, abbandonate, un po’ perché i giovani sono attratti da lavori meno gravosi e abbandonano la campagna, ed un po’ perché i ricavi spesso non coprono i costi. Ed in molti casi, le aziende, confidando sui contributi pubblici, integrazioni, sussidi e vari aiuti di Stato, invogliati dalla facilità di ottenere mutui agevolati dalle banche (dietro ipoteca dei beni, ovvio), si sono indebitate e poi, non riuscendo a far fronte agli impegni, falliscono.  Gli ultimi anni hanno visto le fertili pianure della Sardegna diventare cimiteri di guerra, con centinaia di croci di agricoltori e allevatori che o hanno fallito, o sono sull’orlo del fallimento. Spesso le loro proprietà vengono pignorate e vendute all’asta dalle banche; perdono tutto, casa, terra e aziende.  Emblematico il recentissimo caso della famiglia Spanu (padre di 76 anni, madre e tre figli), ad Arborea, solo l’ultimo in ordine di tempo, che dopo una vita di lavoro hanno perso casa ed azienda, pignorate e messe all’asta dalla banca.  Ne dava notizia venti giorni fa l’Unione sarda: “Arborea, famiglia costretta a lasciare la casa, 100 agenti impegnati“.

Cento agenti di polizia per obbligare la famiglia, che minacciava di darsi fuoco, a lasciare casa e azienda. Nemmeno per l’arresto di Totò Riina si era visto un tale dispiegamento di forze. Ma evidentemente la famiglia Spanu era molto più pericolosa di un boss mafioso. Un patrimonio di circa 600.000 euro messo all’asta per 115.000 euro. Tutto per una cambiale non pagata di 15 milioni di vecchie lire (Una delle tante vittime di Equitalia). Vedi qui il servizio video “Arborea, sfratto ad alta tensione, sfiorato il dramma.”.

Ma non è un caso unico o isolato. Solo ad Arborea sono almeno una cinquantina le aziende a rischio, come riportava La Stampa un anno fa: “Presidi e barricate ad Arborea, 50 aziende sotto procedimento giudiziario.”. Ma l’episodio di Arborea non è che l’ultimo di una lunga serie di sfratti forzati e l’esempio di quella tragedia che colpirà presto  centinaia o forse migliaia di famiglie che dovranno abbandonare le loro abitazioni. Secondo le stime di associazioni di consumatori, solo  nei prossimi due mesi si andrà incontro ad un’autentica svendita per circa” 700 immobili pignorati e messi all’asta“. Ma per capire qual è il perverso meccanismo che porta a queste tragedie e quale sia la portata devastante per la comunità sarda (ma il problema è nazionale) basta leggere quest’ultima notizia che riguarda una vedova di Macomer, Maria Citzia: ” L’ipoteca giudiziaria le porta via la casa da 300.000 euro, venduta a 30.000“. Ed a quanto riporta l’articolo, solo a Macomer sono una sessantina le famiglie nelle stesse condizioni e che rischiano di perdere case e attività. E noi pensiamo a Sanremo!

Arborea, un gioiello che è sempre stata un fiore all’occhiello del settore agroalimentare e sede della più importante azienda lattiero casearia della Sardegna. Un paese giardino con grandi viali alberati, giardini fioriti, belle ed eleganti palazzine, aziende modello, così diversa dai paesi agricoli del Campidano che negli anni ’50/’60 era diventata meta delle gite di Pasquetta (Vedi “Arborea“). Nacque per volontà di Mussolini negli anni ’30 e fu creata dal nulla (così come Carbonia), ricavata dalla bonifica di una vasta area paludosa nel territorio dell’oristanese. Ed una volta terminata l’opera di bonifica, i poderi vennero assegnati ai coloni veneti. Già, ai coloni provenienti dal Veneto, quella che allora era una delle zone più depresse d’Italia. Ma siccome i sardi sono generosi ed ospitali, si fanno le bonifiche, si crea un paese modello, con poderi, case, stalle e animali, ma invece che assegnarli ai sardi, li diamo ai veneti. In verità anche i sardi, in precedenza, erano andati in Veneto ed al nord nel ’15/’18; non per prendere possesso di case e terre, ma per morire nelle trincee del Carso. Poi il tempo cancella croci e ricordi, i veneti diventano ricchi, si inventano la “Padania“, si dimenticano di quando erano poveri contadini, dimenticano quanti sardi e meridionali sono morti per difendere le loro case, vogliono creare la Repubblica veneta, staccarsi dal resto d’Italia  e ci chiamano terroni. Così va il mondo.

Ma torniamo al Medio Campidano. Ha due centri capoluogo; Sanluri e Villacidro. A Sanluri ha sede la presidenza, la giunta e la sede legale, a Villacidro si riuniscono il Consiglio provinciale e le commissioni. Non bastava una sola sede? No, meglio averne una di scorta, non si sa mai. E poi anche il Parlamento europeo ha due sedi, Bruxelles e Strasburgo. Mica potevamo essere da meno, ne va del prestigio della provincia.  Così abbiamo due sedi, giusto per adeguarci alla spending rewiev e risparmiare sui costi. Sanluri è il paese di nascita dell’inventore di Tiscali, Renato Soru, che oltre ad essere attualmente europarlamentare, è stato anche governatore della Sardegna per 5 anni. Ma forse, oberato dal gravoso lavoro del ruolo ricoperto, non ha avuto molto tempo da dedicare al suo paesello di nascita, né al territorio circostante. Tuttavia la provincia, è stata amministrata, fino al 2013, quando è stata commissariata, da compagni del suo schieramento politico, giunte di sinistra guidate per 10 anni dallo stesso presidente, Fulvio Tocco, anch’egli proveniente dal PCI/PDS/DS/PD. Insomma, da quello schieramento che è sempre pronto ad accusare gli avversari di malgoverno, di corruzione, di incapacità e bla bla bla. Quelli che quando sono all’opposizione accusano gli avversari di ogni malefatta e nefandezza. Poi, quando riescono ad andare al potere, fanno esattamente come gli altri, se non peggio. Quelli che sono convinti di essere gli unici onesti, buoni, perbene, capaci, competenti, mani pulite e superiorità morale. Ecco, quelli, in dieci anni di governo della provincia, non solo non sono riusciti a rilanciare l’economia, il commercio e l’agricoltura, ma non sono riusciti nemmeno ad inventarsi uno stemma. Uno stemma, anche piccolo, senza pretese ce l’hanno tutti, regioni, province e comuni. Ce l’ha perfino Setzu, il paesino con 146 abitanti.  Il Medio Campidano è l’unica provincia d’Italia a non avere uno stemma (fonte Wikipedia). Eppure se si visita il sito istituzionale (Vedi “Provincia Medio Campidano“) sono elencate tante di quelle attività e settori di interesse da far invidia ad un ministero. Ecco perché non hanno avuto tempo, in dieci anni, per inventarsi uno straccio di stemmino che potrebbe fare qualunque ragazzino al computer con un programmino di grafica da quattro soldi. In compenso, però, si sono attivati moltissimo per riuscire a far diventare la provincia del Medio Campidano la più povera d’Italia. Bravi, complimenti.

Vedi:

– “I sardi sono poveri

– “Sardegna: province, meloni, tartufi ed auto blu“.

Sardegna: province, meloni, tartufi ed auto blu

Quando la volontà popolare conta poco. Un anno fa in Sardegna si è tenuto un referendum per l’abolizione delle  8 (otto) province sarde (La Sardegna decide sull’abolizione delle province). Il risultato fu un plebiscito a favore del Sì. Il 97% dei votanti ha espresso parere favorevole all’eliminazione (La Bulgaria ci fa un baffo). Ma siccome l’abrogazione delle province non è proprio facile e non è attuabile da un giorno all’altro, il Consiglio regionale prese tempo e per un anno le province hanno continuato ad operare. Il termine della proroga scadeva il 30 giugno. A quanto pare gli unici favorevoli al mantenimento delle province sono proprio tutti coloro che in qualche modo ci lavorano; consiglieri, funzionari, dipendenti, collaboratori e consulenti. Insomma quel 3% è costituito da coloro che con le province ci campano.

Per dare attuazione al referendum occorreva approvare una apposita legge entro la scadenza del 30 giugno. Ma i consiglieri regionali dell’opposizione di  centro sinistra, in barba alla volontà popolare, hanno presentato degli emendamenti alla legge tendenti a prorogare ulteriormente l’esistenza delle province. Forse perché le province sono rette da giunte di centro sinistra. La volontà popolare è sacra per la sinistra. Ma se significa rinunciare alle poltrone, allora non è più tanto sacra. In extremis, però, la Giunta di centro destra ha ritrovato la compattezza ed ha bocciato gli emendamenti, procedendo al commissariamento delle Enti. Tutto a posto? No, perché ora i presidenti delle province soppresse difendono fino all’ultimo le loro poltrone. Hanno dichiarato che presenteranno ricorso, per illegittimità ed incostituzionalità, contro il commissariamento ed accusano il presidente Cappellacci di abuso d’ufficio. (Province: oggi i commissari)

Non ci addentriamo in questioni giuridiche. Ora, però, facciamo un passo indietro. A Natale scorso il quotidiano regionale L’Unione sarda pubblicò una notiziola che destò scandalo e polemiche. Eccola: “Natale a spasso con l’auto della provincia. Alla guida c’era il presidente Tocco“. Riprendevo questa notizia nel post “Razzismo e danza della pioggia“. E siccome erano poche righe, tanto vale riportarlo per intero:

Natale; a spasso con l’auto della provincia“. Non solo le province non sono state abolite, ma  i presidenti vanno a spasso, per i fatti propri con l’auto di servizio. Solo grazie ad una multa per eccesso di velocità in un tratto di strada controllato dall’autovelox, nei pressi di Monastir, si è scoperto che, udite udite…il giorno di Natale, di primo pomeriggio, quando tutti i comuni mortali sono ancora a tavola, banchettando allegramente, il presidente della provincia del Medio Campidano, Fulvio Tocco, se ne va a spasso con l’auto della provincia. Ed in assenza dell’autista, ancora alle prese con dolcetti, vernaccia e mirto digestivo (erano circa le ore 15 del giorno di Natale…), l’auto di servizio la guida da sé. Olè.

Fatta questa premessa, non sto a dilungarmi sul come e perché, sono capitato in rete su alcune notizie che riguardavano proprio la provincia in questione, il Medio Campidano, una di quelle che verranno soppresse e che suscitano l’ira del presidente Tocco che, in tal modo, perderà incarico, poltrona e auto di servizio da usare a propria discrezione. Ed infatti non ha mancato di rilasciare dichiarazioni accorate, rivendicando i grandi meriti della sua amministrazione e prospettando un futuro drammatico per il Medio Campidano che, sotto l’amministrazione di sinistra, era diventata una sorta di Eden dove scorrevano fiumi di latte e miele e che ora, con l’abolizione della provincia, diventerà un deserto peggio della valle della morte.

Immaginiamo, quindi, quanto duro lavoro e fatica abbiamo profuso per il bene della zona. Immaginiamo gli amministratori impegnati in lunghe e fruttuose sedute consiliari in cui esprimono il meglio delle capacità umane, politiche, organizzative e propositive. Possiamo solo immaginarlo. Del resto apprendiamo di grandi iniziative da attuare in zona; la sagra del melone in asciutto (emblema culturale!?!), consulenze esterne affidate ad  illustri professoroni (36.000 euro per cercare i tartufi) per la ricerca  del pregiatissimo tartufo della Marmilla (ad Alba sono disperati e, temendo la concorrenza del tartufo di Pompu, già pensano al suicidio), allevamento di lumache e chissà quali altre geniali trovate.

Insomma, un crogiuolo di idee, di progetti e di interventi fondamentali che hanno contribuito all’enorme sviluppo del Medio Campidano nel campo dell’economia, dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, dell’arte, della cultura, della scienza. Una specie di “Rinascimento” campidanese (da Leonardo da Vinci a Fulvio della Marmilla) che è oggetto di studio da parte dei ricercatori delle più prestigiose università mondiali.  Tanto che il Medio Campidano è un’oasi felice che tutto il mondo ci invidia. Tutti vivono a lungo felici e contenti come nelle favole. Grazie al lavoro del consiglio provinciale e del suo eclettico e poliedrico presidente Tocco, non c’è crisi, non ci sono disoccupati, né precari, l’economia vola. Pare che anche Obama abbia inviato degli osservatori a Las Plassas per scoprire il segreto di tanto benessere e, soprattutto, i segreti dell’allevamento delle lumache (fondamentale per il rilancio dell’economia USA). Sarebbe bello, quindi, assistere ad una riunione del Consiglio e sentirli direttamente impegnati in questi progetti per poter ammirare tanta creatività.

Bene, ora abbiamo la fortuna di vederli all’opera, proprio intenti a discutere di quella notiziola riportata dalla stampa sulla gita di Natale del presidente Tocco con l’auto di servizio. La minoranza ha presentato un ordine del giorno ed il Consiglio si è riunito per discuterlo. Tanto per curiosità, come ha ricordato lo stesso presidente Tocco, ogni riunione di questa assemblea dei saggi (così saggi che, al confronto, i saggi di Napolitano sono dilettanti) costa circa 2.000 euro; quattro milioni di vecchie e care lirette per discutere del perché il presidente Tocco, alle ore 15 del pomeriggio del giorno di Natale se ne andasse in giro con l’auto della Provincia. Così potremo notare il livello della discussione. Roba che le riunioni della bocciofila, forse, sono più serie e di più alto livello.

Da notare, sulla parete di fondo, i due grandi maxischermi di cui, a prima vista,  sfugge l’utilità e la necessità. Ma se li hanno messi devono avere certo una buona ragione. Forse sono indispensabili per illustrare meglio le caratteristiche del melone in asciutto di Lunamatrona, delle lumache di Las Plassas o del tartufo di Pompu. Se non ci fosse il video la si potrebbe scambiare per una accalorata discussione fra amici al bar dello sport di Masullas, di Turri o di Pauli Arbarei. Invece è una serissima riunione di Consiglio. Il presidente Tocco, del PD, che guida una Giunta di centro sinistra, è quello col ciuffo bianco alla Cristiano Malgioglio. Ecco una seduta in diretta (cliccate qui): riunione del Consiglio della provincia del Medio Campidano.

Razzismo e danza della pioggia

Talvolta leggere le notizie può essere anche rilassante. Anzi, quasi divertente. Oggi, per esempio, ci sono alcune perle che meritano di essere segnalate.

Balotelli al Milan; che colpo!”  Super Mario (così lo chiamano) è stato acquistato dal Milan. Così il calciatore che una ne fa e cento ne pensa (ma nessuna decente), torna in Italia. Insomma, esportiamo cervelli ed importiamo piedi… dei pallonari. Sfido io che, come le palle, anche l’Italia vada a rotoli! Sempre in prima pagina per le sue trovate e intemperanze giovanili che destano scalpore, nonché critiche anche dure, dopo le avventure inglesi, ora verrà ad inventarsene di nuove direttamente in patria. I tifosi milanisti esultano. Io non sarei così entusiasta. Aspettate e vedrete. Non vorrei che qualcuno  (uno a caso, Berlusconi) debba presto pentirsi amaramente del nuovo acquisto. Ma tutti i quotidiani titolano “Colpo del Milan“. Sì, colpo di sole. Ancora più grave perché preso in pieno inverno.

Nuovo flop per Facchinetti“. Pare che DJ Francesco abbia fatto l’ennesimo flop televisivo. Il suo nuovo programma “RaiBoh”, in prima serata su RAI2, è stato già sospeso dopo la prima puntata. Ha registrato il 3% di share.  Le previsioni del tempo fanno più ascolti. Mi sa che torna a fare il DJ. Molto risentito per l’annullamento del programma, il nostro conduttore per caso, presagendo un futuro non proprio roseo dal punto di vista professionale, si è così espresso: “Oggi, dopo 32 anni, non so più cosa fare“.

Mi ricorda tanto il Pippo Baudo nazionale il quale, in un periodo in cui era assente dai teleschermi, si lamentava di essere stato dimenticato e messo da parte. Quasi implorando un nuovo programma, diceva che l’unica cosa che sapeva fare era stare in televisione. Lo stesso sfogo ebbe Michele Santoro, ospite a Rockpolitik di Celentano, invocando a gran voce il suo posto in TV: “Voglio il mio microfono“, urlò in diretta.

Pochi giorni fa, sul quotidiano L’Unione sarda, compariva un articolo “Da Zelig alla roulotte in Ogliastra“, in cui si riferiva di un comico sardo che, dopo essere stato protagonista sul palco di Zelig (ma dai commenti al pezzo sembra che nessuno lo abbia mai visto o lo ricordi), dato lo scarso successo è “tornato al paesello ch’è tanto bello“, in Ogliastra e vive in una roulotte. Anche questo comico mancato si lamenta della fine ingloriosa e, tanto per cambiare, rivendica il suo microfono e vorrebbe lavorare ancora in TV.

Ora, sembra che questa gente non possa vivere senza stare davanti ad una telecamera, come se quella sia l’unica vita possibile. E’ una specie di epidemia, una patologia che si diffonde sempre più, specie fra le nuove generazioni. Ecco perché spopolano i talent televisivi. Sono tutti in fila e fanno carte false per andare in TV. Abbiamo uno stuolo di giovanissimi il cui unico scopo nella vita è fare i cantanti, gli attori, i ballerini, i comici. Ricordo di aver letto in rete una battuta di un film recente: “Oggi nessuno vuole lavorare: Sono tutti artisti“.  Mi è rimasta impressa perché esprime e sintetizza benissimo l’attuale atteggiamento mentale dei giovani che sembra siano in crisi se non stanno davanti ad una telecamera o se gli manca il microfono. Che dire, cari ragazzi, io un’idea ce l’avrei: avete provato ad andare a lavorare?

Volkswagen; spot razzista“. Sotto accusa uno spot pubblicitario della casa automobilistica tedesca in cui “un impiegato bianco parla con un chiaro accento caraibico, secondo alcuni giamaicano. L’uomo invita tutti i suoi colleghi d’ufficio, a sorridere di più. E lo slogan finale e’ ”get in, get happy”. Ora, siccome l’uomo è bianco, ma parla con accento caraibico, sembrerebbe che lo faccia per irridere ai giamaicani. Quindi, è uno spot razzista. Siamo al ridicolo.

Significa che tutti quegli stranieri che, negli spot nostrani, parlano con accento francese o inglese (specie le pubblicità di profumi e cosmetici) lo fanno per sbeffeggiare inglesi e francesi? Se George Clooney, dopo chissà quali studi e prove, sussurra “Immagina…puoi“, con accento americano, sta prendendo per i fondelli gli USA? Gli sportivi che praticano le arti marziali, se durante la lotta urlano in coreano è razzismo verso gli asiatici? E se uno riuscisse a “piangere in greco” (come si diceva una volta), sarebbe razzismo verso i greci? Se un siciliano canta “O mia bella Madunina...” sta prendendo per il culo i milanesi? Se un piemontese canta “O sole mio” è razzismo nei confronti dei napoletani? E se un ragazzo suona i bonghetti è per sfottere i suonatori di tam tam africani e, quindi, suonare i bonchetti è razzismo? Sì, con questa fissazione di vedere razzismo dappertutto, stiamo davvero toccando livelli assurdi di ridicolaggine.

Natale; a spasso con l’auto della provincia“. Non solo le province non sono state abolite, ma  i presidenti vanno a spasso, per i fatti propri con l’auto di servizio. Solo grazie ad una multa per eccesso di velocità in un tratto di strada controllato dall’autovelox, nei pressi di Monastir, si è scoperto che, udite udite…il giorno di Natale, di primo pomeriggio, quando tutti i comuni mortali sono ancora a tavola, banchettando allegramente, il presidente della provincia del Medio Campidano, Fulvio Tocco, se ne va a spasso con l’auto della provincia. Ed in assenza dell’autista, ancora alle prese con dolcetti, vernaccia e mirto digestivo (erano circa le ore 15 del giorno di Natale…), l’auto di servizio la guida da sé. Olè.

Baggio, Guzzanti ed il buddismo“. Che il codino Baggio fosse buddista si sapeva. La novità è che sia buddista anche Sabina Guzzanti, quella che è sempre convinta di essere un’attrice comica. Contenta lei! La notizia, però, è un’altra. Lo scorso 11 dicembre il Parlamento ha approvato le intese con UBI (buddisti italiani) e UII (induisti italiani). Così, dopo i musulmani che aprono moschee, anche i buddisti e gli induisti potranno aprire pagode, scuole e luoghi di culto.

Pare che, a questo punto,  anche i leghisti, che rivendicano orgogliosamente ascendenze nordiche, ora chiederanno di poter erigere templi in onore delle divinità celtiche. Anche gli adoratori di Odino, prima o poi, chiederanno di poter innalzare templi in suo onore.  Prossimamente anche i pellerossa avranno il loro riconoscimento, innalzeranno un grande Totem colorato in piazza del Popolo e, invocando Manitù, faranno la danza della pioggia.  Boh!