Sanremo e i riti collettivi

Anche questo festival è passato e, per fortuna, siamo sopravvissuti. Anche perché non l’ho visto nemmeno per sbaglio. Ma a quanto riporta la stampa ha avuto un successo enorme, toccando oltre il 50% di share. Non esprimerò giudizi sul festival, né sui conduttori, i cantanti e le canzoni, né su chi lo segue; non meritano tanta attenzione. Stendiamo un velo pietoso. Mi viene in mente, però, qualcosa che scrissi tempo fa sui riti collettivi. La gente ne ha bisogno, sono appuntamenti fissi che scandiscono il ritmo dell’esistenza. E più si è numerosi a seguire un evento, più ci si sente gratificati ed in buona compagnia. La condivisione del rito ci rassicura, perpetua la nostra appartenenza al branco. Così c’è sempre qualche evento musicale, sportivo, politico, che rinnova periodicamente questo rito. Ecco, Sanremo è uno dei riti collettivi che ci accompagnano nella vita; puntuali, come le tasse e l’influenza invernale.

Masquerade (Riti collettivi – 2013)

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

Festa di popolo

Masquerade.

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta nessuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

A proposito…

Oggi a Cagliari si celebra la festa di Sant’Efisio. Per curiosità accendo la TV su una rete locale che trasmette in diretta la sagra alla quale partecipano numerosissimi gruppi “folk” provenienti dai paesi della Sardegna, nei loro caratteristici costumi, tutti diversi, ricchi e colorati e impreziositi da monili in oro, argento e corallo. Uno spettacolo. Ora, a parte la bellezza dei costumi, c’è però un dettaglio: la festa dovrebbe essere religiosa. Anticamente era una lunga processione di fedeli che devotamente, con preghiere e canti religiosi, accompagnava il cocchio con il simulacro del santo, attraverso le vie della città. Chi vuole maggiori notizie può trovarle in rete. Poi, col passare degli anni e la partecipazione di sempre più numerosi gruppi provenienti dall’interno dell’isola, si è trasformata in una sfilata di persone in costume che, più che una processione religiosa, è molto simile alle classiche sfilate di moda. Diciamo una rassegna dei costumi sardi, a beneficio di chi non li conosce. Un evento mondano a beneficio dei turisti. Con l’avvento della televisione, infine, è diventata uno dei tanti eventi mediatici, con tanto di commentatori, più o meno esperti, e di telecronisti che fanno sfoggio di tutte le banalità di repertorio.

Prova ne sia il fatto che vengono allestite apposite tribune per consentire a turisti ed ospiti illustri di assistere alla “sfilata”. Altra prova della “laicità” della sagra è data dai commentatori televisivi, che si sforzano di trovare sempre qualcosa da dire sui costumi e la provenienza dei gruppi (hanno orrore del silenzio, così continuano a ripetere per delle ore la solita tiritera sulla bellezza dei costumi e sulla loro ricchezza) mentre le persone in costume sfilano e sorridono alle telecamere, non in atteggiamento di preghiera e di devota partecipazione, ma consapevoli di essere ammirati dalla folla e ripresi dalla TV. Una cronista di strada, invece, chiede alle persone che affollano il percorso, un parere sulla festa. Ma non sull’aspetto religioso. No, chiede cosa pensano della sfilata, dei costumi e quali hanno ammirato di più.

Ecco, il protagonista della festa non è Sant’Efisio, sono i costumi e le belle ragazze che li indossano. E’ una festa religiosa, ma il santo passa in secondo piano. Non si partecipa per pregare e testimoniare la fede, ma si intervistano le persone per sapere quali costumi hanno ammirato. Un trionfo di retorica e banalità. Se poi intervista un turista venuto apposta per vedere la sagra e ci delizia esprimendo giudizi entusiasti sulla “sfilata” e sulla Sardegna, allora andiamo in brodo di giuggiole, dimentichiamo tutti i guai che affliggono la Sardegna e siamo appagati. Giusto perché qualcuno ci dice “Bella la Sardegna…”.

Basta poco per farci dimenticare l’inquinamento del territorio, la disoccupazione, la povertà, la crisi del Sulcis, i danni ed i morti delle devastanti alluvioni, gli incendi che bruciano ogni anno la nostra terra, le promesse mai mantenute dal potere (sia dal governo centrale, sia da quello locale), le cattedrali nel deserto, autentiche fabbriche di cassintegrati.  Basta che qualcuno dica che la Sardegna è bella e che i nostri costumi sono fantastici e  siamo felici, beati come bambini davanti ad un regalo inatteso. Del resto abbiamo sempre avuto un mare stupendo e le spiagge più belle del mondo. Ma non lo abbiamo mai capito, sulla sabbia bianchissima delle nostre spiagge transitavano le greggi. Finché non è venuto l’Aga Khan, ha inventato la “Costa Smeralda” ed ha rivelato al mondo che la Sardegna era bellissima.

Solo allora lo abbiamo capito. E per ammirare le bellezze che erano da sempre sotto i nostri occhi si partiva in pullman, in gita turistica per scoprire la Costa Smeralda. Ecco, noi siamo così, per sapere chi siamo e cosa vogliamo, deve venire qualcuno da fuori a dircelo. Vale anche per la sagra di Sant’Efisio in versione sfilata moda primavera/estate. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che è bella. Ma tutto passa, tutto cambia, tutto si evolve, anche la sagra di Sant’Efisio: da processione religiosa è diventata sfilata di costumi. Indecente, irriguardoso, ridicolo, osceno, quasi oltraggioso. Non è la sagra di Sant’Efisio, è la “sfilata” di Sant’Efisio. Dovrebbero inserirla in calendario fra sfilate di moda nazionali. E non dico altro per carità cristiana. Un ultimo consiglio per i telecronisti della sfilata di moda: se qualche volta restate in silenzio non casca il mondo. Anzi, è solo un modo per dire meno banalità.

Forconi d’Italia

Quasi quasi avrei voglia di armarmi di forcone e diventare anch’io “protestante“. E se mi sono stancato io che non ho mai creduto nelle proteste, nei cortei ed ancor meno nella violenza, di nessun genere, come metodo di lotta sociale, allora vuol dire che veramente siamo giunti a fine corsa. Siamo davvero arrivati al limite di sopportazione. Non se ne può più di una classe politica incapace, che sta rovinando l’Italia e sta mettendo a dura prova la pazienza dei cittadini, anche dei più pacifici e restii a scendere in piazza per protestare. Difficile trovare anche dei termini appropriati per definire questi politicanti da strapazzo, pieni solo di parole vuote, di inutili dichiarazioni d’intenti, che sproloquiano nei salotti televisivi, si nutrono di slogan e dedicano tempo ed energie alla loro occupazione principale; salvaguardare poltrone e potere, incuranti dei problemi e dei bisogni della gente. Incuranti perché del tutto incapaci di trovare una sia pur minima soluzione.

Basta vedere la faccia di gomma, inespressiva, inebetita del nostro premier Letta affermare con grande soddisfazione che il peggio è passato, che l’Italia sta uscendo dalla crisi, che siamo sulla buona strada, che “L’Italia ce l’ha fatta…”. Basta guardarlo in faccia, osservare la sua espressione tranquilla, serena, soddisfatta dell’azione del governo, e pensare ai dati che ogni giorno ci vengono forniti dalla stampa. Dati terrificanti sulla disoccupazione, la povertà che cresce, 93 mila aziende che hanno chiuso solo nel corso del 2013. Imprenditori che continuano a suicidarsi per la disperazione, cittadini oppressi da tasse in aumento ed insostenibili, burocrazia che scoraggia chiunque voglia avviare un’attività, corruzione dilagante a tutti i livelli.  Giustizia schizofrenica che condiziona l’azione politica e l’economia e che può decidere della vita e della morte dei cittadini, senza mai pagare pegno per gli errori commessi. Un Parlamento che, mentre gli italiani sono alla disperazione, si preoccupa degli immigrati, di femminicidio, di omofobia e si trastulla in rappresentazioni grottesche fingendo di occuparsi di politica.

Sembrano vivere in un altro mondo, insensibili ed indifferenti a tutti i segnali di allerta che da anni vengono dalla gente comune, dagli osservatori più attenti, dalla stampa, da tutte le categorie di lavoratori, tutti uniti dalla stessa sensazione di vivere in una società ormai senza controllo, senza guida e senza meta. E loro, i nostri rappresentanti, passano il tempo a litigare per le poltrone, per difendere il proprio orticello, per ritagliarsi uno spazio mediatico, per dividersi, riunirsi, ridividersi, inventarsi nuovi movimenti e partiti, pur di garantire la perpetuazione della specie di sanguisughe sociali. Si presentano come rivoluzionari, come il nuovo che avanza, come gli unici capaci, onesti, preparati, come quelli che combattono il sistema corrotto e promuovono il rinnovamento, la nuova era, l’età dell’oro. Sembrano estranei al degrado sociale, non sono mai responsabili degli errori, dei disastri, degli sprechi, del disfacimento economico, culturale, morale;  si sentono e si presentano tutti come innocenti fanciulli e pudiche verginelle. Come se fossero i salvatori della patria, i nuovi Messia, gli angeli custodi che ci assistono e ci conducono per mano verso il nuovo Eden, invece che essere i primi, veri responsabili del disastro sociale, economico, politico, culturale e morale.

Sono una specie anomala nata da strane modificazioni genetiche, sono un errore di percorso nella via dell’evoluzione umana. Si moltiplicano e si riproducono spontaneamente come le erbe infestanti e nessuno finora, purtroppo, ha inventato un antidoto adatto per eliminarli.  Non soddisfatti di riprodursi individualmente, si raggruppano secondo l’utilità collettiva di piccoli gruppi e quando ritengono di non avere sufficiente spazio cercano “un posto al sole“,  abbandonano la terra madre e fondano nuove colonie e partiti.  Come se non ce ne fossero già abbastanza. Come se creando nuove aggregazioni migliori la situazione. Come se con nuovi simboli e nuove bandiere diventino tutti più capaci, intelligenti e onesti.  Come se con un nuovo slogan si cancellino tutti gli errori del passato e si torni puri come angioletti. Come se un nuovo partito sia migliore dei precedenti. Come se mostrando in TV volti nuovi di giovani e belle ragazze anche le vecchie baldracche diventino tenere fanciulle in fiore. Ma la merda è sempre la stessa; anche se incartata elegantemente con carta a fiori e nastri dorati, non diventa profumata, sempre merda resta.

Ecco perché alla fine la gente ne ha le tasche piene, ed altro, di questa gentaglia. Ecco perché stiamo arrivando ad un punto di non ritorno. Ecco perché c’è voglia di forconi; la pazienza è finita. “Datemi un forcone (che cosa ne vuoi fare?), lo voglio dare in testa a chi non mi va!” Ecco cosa mi viene in mente, parodiando una vecchia canzoncina degli anni ’60 (Datemi un martello), versione italiana, lanciata da Rita Pavone, di “If I had a hammer” un successo internazionale di Trini Lopez. In realtà la canzone è di Pete Seeger, folk singer USA, mito della generazione (specie dei movimenti di protesta) degli anni ’60. La canzone venne incisa anche da un altro gruppo folk notissimo in quegli anni, Peter Paul and Mary. Erano i tempi dei primi movimenti pacifisti, della protesta contro la guerra, contro la discriminazione razziale. Figli dei fiori, spinelli, libertà sessuale, Woodstock e cantautori, eredi di Woody Gutrye, al quale si ispirò anche Bob Dylan ai suoi esordi, che cantavano le loro canzoni nei cortei, nei raduni giovanili o nei localini underground del Greenwich village a New York. Altri tempi, altre chitarre, altri forconi, altri ideali. Ora si avrebbe voglia di prendere un forcone semplicemente per rincorre uno per uno tutti, ma proprio tutti, quelli che a vario titolo e livello, si occupano di politica. E piantargli una bella forconata nel sedere.

Ma almeno allora c’era in fondo al cuore la speranza di un mondo migliore. di un futuro in cui credere. Ora non c’è più nemmeno la speranza, c’è solo la disperazione, l’incertezza, la sfiducia totale, la rassegnazione ad un destino tragico. Un destino che non abbiamo scelto, né voluto e di cui siamo artefici solo in piccola parte. Ma è una parte determinante, è la responsabilità di aver scelto “democraticamente” questa classe politica. Ecco il dramma; li abbiamo scelti noi. Ed allora con chi dobbiamo prendercela? Chi dobbiamo rincorrere con i forconi? Siamo sicuri che la democrazia, come ci raccontano da sempre, sia il miglior sistema di governo? Ma se così è, come è possibile che dei cittadini apparentemente normali, coscienti e responsabili, eleggano al Parlamento delle persone che ci stanno portando alla catastrofe? Come è possibile che un intero popolo si faccia turlupinare, plagiare, irretire, fagocitare, angariare , vessare, per decenni senza ribellarsi, anzi dando vita ad una guerra civile permanente tra fazioni avverse per sostenere ed eleggere una classe dirigente che non fa altro che perpetuare l’inganno a proprio vantaggio ed a spese del popolo? E’ possibile, si chiama democrazia. Eppure la gente ci crede ancora, con grande soddisfazione di chi con questo sistema ci campa. Non restano che i forconi ed una amara constatazione; queste sanguisughe democratiche…

Non serve a niente, ma almeno mi sono sfogato. Eccheccazzo, quando ce vò ce vò!

P.S.

Perché sono così inc…zato come una bestia (direbbe Joele Dix)? Perché sono uno dei milioni di italiani che, dopo aver sentito che il governo aveva abolito l’IMU sulla prima casa, dormiva sonni tranquilli. Poi ci hanno ripensato ed hanno abolito solo la prima rata. Poi ci hanno ripensato ancora ed hanno abolito anche la seconda, ma non per tutti. Resta in vigore l’IMU per i cittadini di quei Comuni che hanno modificato l’aliquota. E quali sono questi Comuni? Primo dubbio e primo problema. Come fa il cittadino a saperlo? Deve informarsi, perdere tempo, chiedere al proprio comune o ad un patronato o un esperto. Ma anche i commercialisti ed i CAF, fino a pochi giorni fa, non sapevano cosa fare e cosa rispondere ai cittadini. E allora il povero contribuente cosa deve fare?. Cerca disperatamente di informarsi con amici o sulla stampa o su internet.

Bene, chi sta in Sardegna, poteva leggere sul quotidiano regionale L’Unione sarda di pochi giorni fa, l’elenco dei 14 Comuni in cui si sarebbe pagata la seconda rata IMU. I Comuni sono quelli che ultimamente hanno elevato l’aliquota di imposta. Ma al di là di questa spiegazione tecnica si pone una questione di principio che riguarda l’uguaglianza dei cittadini. Domanda per i più svegli: i Comuni della Sardegna sono 377, perché in 14 Comuni si paga l’IMU e negli altri no? Intanto che cercate una risposta soddisfacente, se non siete fra quei 14 Comuni siete tranquilli, vi rigirate sul guanciale e continuate a dormire  “sonni tranquilli“. Ma sarebbe un errore gravissimo perché proprio ieri il tuo commercialista ti chiama e ti dice che, contrariamente a quanto letto sulla stampa, devi pagare l’IMU, il modulo è già pronto, stampato, devi andare a ritirarlo e poi accingerti ad una fila lunghissima in banca perché, essendo la scadenza fra 4 giorni, compresi sabato e domenica festivi, restano solo due giorni utili, venerdì e lunedì,  per il versamento.

Ma perché c’è stato questo contrordine? Ecco svelato l’arcano. Il nostro Comune non aveva finora modificato l’aliquota IMU. Quindi eravamo sicuri di non dover versare questa seconda rata IMU; fino a pochi giorni fa. Ma il guaio è che il sindaco di recente si è dimesso ed è arrivato un Commissario il quale, udite udite, tanto per agevolare la cittadinanza, ha deciso, proprio la settimana scorsa, in tutta fretta ed in gran segreto, di aumentare l’aliquota, facendoci rientrare fra quei Comuni che dovranno pagare l’IMU entro il 16 dicembre ed obbligando qualche migliaio di persone a fare i salti mortali per informarsi e regolarizzare il pagamento nel giro di due giorni.

Così i cittadini che erano sicuri di non dover pagare, ora devono affrettarsi (mancano due giorni utili),  informarsi sull’importo totale dell’imposta e  conteggiare il 40% della cifra totale.  Secondo problema:  quant’è la cifra totale? E la signora Assunta di 90 anni, analfabeta, sola e impossibilitata ad uscire, come fa ad informarsi,  calcolare la somma, compilare il bollettino e andare in banca a pagare? Ma  i cittadini come sono stati informati della variazione? Con dei volantini fotocopiati e affissi nei locali pubblici. Chi esce e frequenta i locali pubblici è avvertito, gli altri no. Terzo problema: e gli anziani che non frequentano bar e negozi in questi giorni?

Per fortuna il centro è piccolo, in due giorni la voce si spande e tutti corrono presso i pochi uffici che possono dare qualche spiegazione e compilarvi i moduli per il versamento. Ma data l’affluenza, comunque sono qualche migliaio di persone che si riversano in due o tre uffici di consulenza, si crea ressa, attesa e si perde una mezza giornata. E poi si perderà un’altra mezza giornata, se non una giornata intera, per pagare allo sportello bancario. Ammesso che, pure facendo gli straordinari, la banca riesca a servire tutti i clienti, con gravissimo disagio dei clienti normali che si rivolgono alla banca per normali operazioni, magari anche urgenti,  e che dovranno aspettare che, fra qualche giorno, non prima di martedì prossimo, finisca la buriana dell’IMU.

E tutto questo gran casino grazie a chi? Ai nostri governanti incapaci che invece che semplificare la vita ai cittadini, essendo incapaci, trovano sempre il modo di complicarci l’esistenza, farci perdere tempo, denaro, fatica, stressarci e portarci sull’orlo di una crisi di nervi. Ma poi, perché alcuni Comuni pagano ed altri no? Ma i contribuenti non dovrebbero essere tutti uguali? E perché mai gli abitanti di Pompu non pagano e quelli di Serramanna sì? Perché si paga a Nurallao e non a Guasila? E’ credibile che la maggiorazione delle tasse in alcuni centri sia dovuta alla presenza di servizi migliori o diversi fra Comuni della stessa area, con uguale numero di abitanti, stessi servizi sociali, che distano una decina di chilometri fra loro? Che differenza c’è fra Pompu e Masullas o fra Serramanna e Villasor?

Perché ci sono cittadini di serie A e di serie B? Ma chi è quella mente geniale che concepisce queste diversificazioni fra i Comuni del Sulcis, del Logudoro o della Marmilla? Ma i nostri governanti non farebbero bene a fare un salto al più vicino centro di salute mentale (tanto è gratis) e sottoporsi ad una piccola visita di controllo?. Ma sono davvero sicuri di essere sani di mente? E’ chiaro adesso perché alla fine si è così inc…zati? Datemi un forcone, lo voglio dare in testa, anzi nel culo a Letta e tutto il governo di larghe intese, così gliele allarghiamo un po’…le intese.

P.S. 2

E come se non bastasse, qualcuno, c’è sempre qualche genio in circolazione che decide di complicarvi la vita, ha deciso che le vecchie impostazioni di scrittura dei post avessero bisogno di qualche modifica, Così, non so come e perché, non è più possibile inserire un link nel testo ed anche inserire una foto nel post è un problema. Ma perché devono continuamente cambiare le cose? Ma non avete altro da fare? Ma se funziona bene così da anni, perché dovete modificare ciò che va bene? Ma sarà un’innovazione interna o sarà una nuova impostazione del browser Internet Explorer? Boh! Poi dice che uno s’incazza!

Masquerade

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

linus

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

I “pizzini” del Corriere

Ieri mattina i neo eletti del PDL si sono ritrovati presso il tribunale di Milano, in segno di protesta contro l’operato dei pm milanesi. Niente di particolarmente eclatante, una delle migliaia di manifestazioni spontanee che si svolgono in Italia. Ma questa merita un’attenzione particolare perché si tratta delle personalità di spicco del PDL. Ovvio che la notizia trovi spazio sulla stampa. Ma dipende da come la si propone.

Il Corriere la vede in forma ambigua. Da un lato pubblica la foto dei parlamentari PDL sotto il titolo ironico “La foto di famiglia“, nel tentativo di ridicolizzare la protesta (come usa fare quasi sempre sulle manifestazioni del PDL).  Ma la foto riporta, su piccoli riquadri, i nomi di tutti i presenti alla manifestazione. Una novità assoluta. Non si era mai visto che pubblicando foto di cortei, manifestazioni e comizi, si indicassero con tanta precisione i nomi delle persone partecipanti. E’ la prima volta che succede. Più che una foto di famiglia ha tutta l’aria di una foto segnaletica. Sembra un messaggio chiarissimo agli inquirenti milanesi: “Guardate chi c’era a protestare contro di voi. Prendete nota, nome e cognome…”.

Ha tutta l’aria di una segnalazione, una spiata, di un avvertimento, un autentico “Pizzino” mediatico. Oggi non si usa più la lupara, se non in casi particolari. Oggi, in tempi di trionfo della comunicazione in tempo reale,  può bastare anche una semplice macchina fotografica, una foto pubblicata su un quotidiano, una rivista o su internet ed una appropriata didascalia per lanciare un messaggio preciso dai toni che potrebbero anche apparire come una intimidazione nei confronti delle persone segnalate, una minaccia in perfetto stile mafioso. Dico “potrebbe“. Ma non è il caso del Corriere. Quando mai.

A proposito. era lo stesso metodo usato ai tempi delle BR, quando Lotta continua pubblicava i nomi dei nemici del popolo; praticamente invitando all’odio nei loro confronti o, ancora peggio, auspicando la loro morte, cosa che poi, spesso, trovava tragicamente riscontro. Un caso per tutti: il commissario Calabresi.

Tanto per essere ancora più chiari e mostrare la proverbiale “imparzialità ed indipendenza” del nostro Corrierone nazionale, ecco i titoli di apertura delle ore 14.

Chiarissimo, piena solidarietà ai pm (ma lo lasciamo dire a Grillo, così noi del Corriere sembriamo super partes) e indipendenza dei magistrati, ribadita dal Presidente Napolitano, il che non lascia adito ad interpretazioni di sorta. A proposito, Presidente, ma com’è che quando i magistrati tirano in ballo le registrazioni telefoniche delle conversazioni fra Lei e Mancino, l’indipendenza non vale più e Lei solleva il conflitto di competenza, evitando che quelle registrazioni restino agli atti e che, anzi, vengano distrutte? Già, anche l’indipendenza dei magistrati in Italia è elastica, si applica o no secondo le circostanze. Del resto anche lo stesso concetto di “Indipendenza” si presta a diverse interpretazioni. Ed a sinistra sono maestri nell’arte di “interpretare” le leggi secondo il proprio tornaconto.

Infine, tanto per dare un tocco di folklore, il Corriere pubblica anche le foto di quelli che definisce “Fan di Boccassini“. Voi vi aspettate una marea di manifestanti che inneggiano alla pm d’assalto. Invece ecco la folla di fan: tre persone tre

Non ci sono altri fan, sono solo loro, come confermano altre foto. Forse non avevano altro da fare, forse volevano finire sulla stampa per poi raccontarlo ad amici e parenti. Forse, come diceva Andy  Warhol, vogliono solo “essere famosi” per un quarto d’ora. Ma d’improvviso diventano “Fan della Boccassini“, testimoniano la solidarietà e la stima popolare per “Ilda la rossa“, in qualche modo bilanciano la manifestazione del PDL e confermano e rafforzano il parere di Napolitano e di Grillo. Anche questo è pluralismo. Ed il Corriere è uno splendido esempio di pluralismo, di indipendenza e di imparzialità. No?

Il naso di Terzi

Ancora una volta, col pretesto di un film su Maometto, si scatena la violenza degli  islamici. Era già successo in occasione delle famose vignette danesi sul profeta. Furono incendiate chiese e partì la caccia ai cristiani. Ora il copione si ripete. Al Qaeda rivendica la rivolta ed incita ancora alla guerra santa ed a colpire l’occidente. Ormai, grazie alla stoltezza di americani ed europei che hanno fomentato e sostenuto le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia, consegnando quei paesi ai fondamentalisti islamici, abbiamo i terroristi sotto casa. E’ solo questione di tempo, prima o poi troveranno un altro pretesto per colpire direttamente in casa nostra.

Intanto la rivolta si estende in Africa, Arabia, Asia e perfino in Australia. Si contano già una decina di morti, decine di feriti e non è finita. E’ di poche ore fa la notizia che la protesta arriva anche in Europa registrando “scontri fra manifestanti e polizia a Parigi“. E noi che facciamo? Niente, siamo come le famose stelle, stiamo a guardare. Il nostro ministro Terzi dice che per gli italiani “Non ci sono rischi“. Che ci frega? Può crollare il mondo, ma per noi l’importante è che non ci siano coinvolti italiani.E aggiunge oggi, con notevole sforzo intellettuale, che “Dobbiamo riflettere sui valori della tolleranza“. Ecco, fra non molto ci ritroveremo le città in preda alla violenza e con una bomba sotto il culo, ma noi non l’abbiamo ancora capito, dobbiamo ancora riflettere. Questo significa non vedere al di là della punta del naso. E, a quanto pare, il naso di Terzi e dei politici europei è anche molto corto.

Primavera araba

Bella la primavera araba. Magari un po’ vivace e turbolenta, però si sa che ormai le stagioni sono bizzarre ed anche la primavera non è più quella di una volta. Così in Egitto, fatto fuori il dittatore Mubarack ed i cattivi del regime, ora comandano i buoni, una giunta militare. E per dimostrare che sono buoni ogni volta che c’è una protesta popolare la polizia spara direttamente sui manifestanti causando 30 o 40 morti e centinaia di feriti. Ma i morti non creano problemi. Come ha mostrato un video, i cadaveri vengono gettati direttamente nella spazzatura, fra i rifiuti vari. Si vede che in Egitto non fanno ancora la raccolta differenziata.

I Black bloc, la sera…

Le idee rivoluzionarie e sovversive o, più moderatamente, il senso di ribellione verso la società, sono come le malattie esantematiche: ci passano quasi tutti. Per fortuna si superano abbastanza facilmente e senza conseguenze. Poi si cresce e restano solo un ricordo. Ma non sempre. In alcuni casi i sintomi permangono anche in età giovanile o adulta. Così, capita di incontrare persone che continuano a propugnare la necessità di cambiare il mondo e fare le loro piccole o grandi rivoluzioni contro le multinazionali, il capitalismo, la borghesia, il conformismo, la società consumistica, lo sfruttamento, i padroni o, più semplicemente, contro il potere di qualunque genere e colore. Ma è da giovani che si sente con più forza questo istinto rivoluzionario. E in qualche modo bisogna sfogarlo. Così, ogni pretesto è buono per innalzare nuove bandiere, scendere in piazza, sfilare in corteo, urlare qualche slogan, bruciare quello che capita, tanto per riscaldare il clima, e fare le prove di guerriglia in previsione del grande giorno della rivoluzione.

Poi, la sera, questi piccoli apprendisti rivoluzionari tornano a casa, dove sono assicurati vitto, alloggio, paghetta settimanale e dove c’è sempre la mamma che li attende con ansia e provvede a fare la spesa, cucinare, lavargli la biancheria e pulirgli il sederino. Mangiano, bevono, dormono tranquilli nella loro bella cameretta adornata con le immagini di Marx e Che Guevara e sognano la rivoluzione. E il giorno dopo si svegliano, fanno colazione con latte, burro, marmellata e biscotti (tutto preparato dalla mamma), come la famigliola del Mulino bianco. Poi riprendono, con calma, la loro opera di predicatori e salvatori del mondo, contro il capitalismo, il consumismo, il potere e le comodità borghesi. In fondo sono dei “bravi ragazzi“, tutto casa e corteo,  guerriglia e nutella.

Los indignados

Giornata della protesta globale. Cortei e manifestazioni in 80 paesi del mondo. Tutti insieme, all’unisono. Dicono che sia una protesta nata spontaneamente. Ma davvero pensate che questo coordinamento di protestanti di professione sia nato per caso, spontaneamente, tramite messaggini su Facebook? Beata ingenuità!

Ma chi sono poi questi indignados? Dieci giorni fa, in occasione della protesta contro la legge bavaglio, scrivevo in “Bavagli e querele” che i protestanti sono sempre gli stessi. Cambia solo il pretesto per scendere in piazza, cambiano le bandiere, gli striscioni, i cartelli, gli slogan, ma i protestanti sono sempre gli stessi. Oggi, forse senza volerlo, lo scopre anche il Corriere on line che annunciando la diretta della manifestazione, scrive: “In piazza migliaia di persone: studenti, disoccupati, operai, famiglie, no tav, centri sociali, popolo viola, precari…”. Appunto, e io che dicevo? Di volta in volta, secondo le circostanze, li chiamano No Global, No Tav, disubbidienti, antagonisti, collettivi studenteschi, centri sociali, popolo viola o…indignados.

Sono la mano armata di quella sinistra che non rinuncia al sogno della rivoluzione e che, sotto sotto, sostiene culturalmente, moralmente ed economicamente gruppi di professionisti della protesta, sempre pronti a scendere in piazza per addestrarsi alle tecniche di guerriglia urbana. Bene, oggi è dunque la loro ennesima giornata di gloria, ripresi dalle TV, osannati da commentatori compiacenti, conquistano le prime pagine dei giornali ed aprono i servizi dei TG. E’ la giornata de “Los indignados“. Domani, invece, sarà la giornata de “Los cojones“. Quelli che, finita la festa, ripuliscono piazze e strade, raccolgono i rifiuti, i cocci ed i segni del vandalismo, rimettono tutto a posto, per la prossima protesta, e, ovviamente, pagano i danni. E non finiscono nemmeno in prima pagina. Più cojones di così!

Siena fra Palio e rete

A Siena devono avere una particolare passione per gli animali. Dopo aver fatto correre i cavalli al Palio delle contrade, hanno fatto sfilare gli animali da cortile nel Palio delle contrarie, quelle che sono sempre pronte a starnazzare contro qualcosa o qualcuno. Così si son potute ammirare oche, pavoncelle, anatre, gallinelle e vecchie galline da brodo. Ma invece che fare l’uovo, hanno fatto la “Rete“.  Deve trattarsi, ovviamente, della rete di recinzione del pollaio…