Parliamoci chiaro

Tre giorni fa nel post “Pensioni e supercazzole” prendevo di mira le dichiarazioni dei politici e gli articoli di stampa, spesso incomprensibili. Sembra che godano nell’esprimersi in maniera complicata, astrusa, criptica, ermetica; insomma, incomprensibile. E’ un vecchio vizio duro a morire. Mi viene in mente un vecchio post del 2006 “La ricetta segreta di Change” dedicato all’allora premier Romano Prodi che era solito esprimersi proprio in maniera così contorta e cervellotica da rasentare il nonsense. Eccolo:

La ricetta segreta di Change (2006)

Ieri i TG ci hanno mostrato il nostro bofonchiante Premier, dall’eterna e inconfondibile risatina sdentata, durante un suo intervento ad un convegno di Confesercenti, o Confcommercio, o qualcosa di simile. Ed hanno riportato una frase del suo intervento. Ovviamente, se si riporta una frase scelta all’interno di un discorso più ampio, in genere si sceglie una frase che riassuma in poche parole il concetto di fondo del discorso. E visto che, dato il carattere del convegno, i temi in discussione non potevano che essere quelli economici, evidentemente la frase del nostro Premier ridens non poteva che essere una profonda considerazione tesa al rilancio dell’economia italiana; una sua ricetta segreta, la summa del suo discorso. Ed ecco la frase riportata dai TG: “(L’Italia)…deve perdere dieci chili di grasso. Ma deve anche fare cinque chili di muscoli.

Oh, finalmente, questo si chiama parlar chiaro. Queste sono le grandi riforme per far ripartire l’economia. E tanto ci voleva? Basta mandare tutti gli italiani in palestra e l’economia riparte, anzi vola. Se frasi simili le avesse dette Berlusconi, i comici ci avrebbero campato per mesi. Ma forse, ormai siamo a luglio, tutti i comici sono in vacanza e quindi si perdono queste perle. Oppure sono distratti. Certo che se si raccogliessero queste “perle” ci si ricaverebbe un best seller. Anche se la migliore resta sempre quella detta a Palermo: “Quando saremo al Governo dovremo rimettere il dentifricio dentro il tubetto“. Geniale!

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Quest’uomo mi ricorda Chance, il protagonista di una deliziosa commedia del 1979 “Oltre il giardino“, interpretata da Peter Sellers e Shirley MacLane. La trama, in due parole, è questa. “Un giardiniere ignorante, e da anni imbottito solo di TV, grazie alle sue dichiarazioni vaghe, al limite del nonsense, e metafore riferite sempre al giardinaggio, interpretate come profonde riflessioni dense di significato, viene scambiato per un saggio filosofo. Di equivoco in equivoco diventa una celebrità nazionale, e viene ricevuto alla Casa Bianca come consigliere.“. Se volete saperne di più e vedere dei video del film, fate una ricerca in rete digitando “Oltre il giardino“.

Bene, il nostro saggio Prodi-Change, in quanto a dichiarazioni fumose ed incomprensibili, non ha niente da invidiare al giardiniere Change il quale, grazie ai suoi nonsense diventa presidente degli Sati Uniti. Ma Prodi, al contrario del giardiniere Change, farebbe bene a fare il percorso inverso, lasciare la politica e dedicarsi al giardinaggio, anzi in questo caso…ai salumi: dice che si toglie un po’ di grasso, si aggiunge la giusta quantità di carne muscolosa, qualche condimento, magari il pistacchio, e si ottiene un’ottima mortadella. Appunto.

Vi sembra che abbia esagerato con Prodi? E allora leggete questo:

 

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Non basta? E allora beccatevi anche questa del 2006: Prodi e le grandi riforme 

Prodi ha annunciato che, se andrà al governo, attuerà una serie di “Grandi riforme”. Ecco la prima…

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Rottamazioni e mondi da cambiare

C’è sempre qualcuno che vuole cambiare il mondo. Non gli sta bene come l’ha fatto il Creatore e vuole fare qualche modifica. Specie quando si avvicinano scadenze elettorali la parola d’ordine è “cambiamento“. L’ultimo aspirante novello Demiurgo è Matteo Renzi, il nostro premier per caso (anzi, per grazia ricevuta; da Napolitano), che ha cominciato a rottamare tutti quelli che gli stavano intorno ed ha deciso che “L’Italia cambia verso“. Ora poi vuole convincerci che con le riforme proposte nel referendum si apre un’era di cambiamenti epocali. In realtà il quesito referendario è ingannevole e truffaldino, perché così come sono poste le domande invitano a dare una risposta positiva sia alla riduzione dei parlamentari, sia alla riduzione delle spese della politica. Ma in realtà avere un centinaio di senatori in meno è del tutto irrilevante sia come numero, sia come costo. Ma le implicazioni della formazione del nuovo Senato, unitamente alla legge elettorale, apre la strada a derive pericolose per la democrazia. Il fatto è che fanno finta di cambiare, ma  tutto resta come prima, in perfetto stile gattopardesco. Le poltrone sono sempre le stesse. Al massimo cambiano i culi che vi si adagiano. Ma cambiare i culi dei politici non è la soluzione dei problemi, perché la politica è il problema, non è la soluzione. Non serve a molto cambiare le persone se il sistema resta quello che conosciamo da sempre, marcio e corrotto. Se il cavallo è un brocco non serve cambiare il fantino, bisogna cambiare il cavallo. E poi diceva bene Marcuse già negli anni ’60: “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.  Dieci anni fa scrissi un post sull’argomento. Eccolo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (23 maggio 2007)

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso. In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio. Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente“, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani“, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“. E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Più di un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri“. E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti; ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo“, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori” degli altri, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, con la stessa divisa, i cinesi sembravano tutti uguali. Ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese“. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno. Poi mi sveglio e mi tengo il mondo così com’è.

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

Parigi, stragi, cortei, fiori e un minuto di silenzio

Parigi ha commemorato le vittime della strage terroristica del Bataclan di un anno fa. Holland in giro per la città ha inaugurato targhe, deposto corone di fiori, ha stretto mani, ha indossato la maschera mesta ed afflitta che si addice all’occasione, ha fatto i soliti discorsi di circostanza pieni di belle parole (le parole sono sempre quelle, le stesse ormai collaudate), ed ha osservato il classico “minuto di silenzio“. Mi sono sempre chiesto a cosa pensino questi personaggi pubblici, e la gente,  in quel minuto di silenzio. A cosa pensano quando vanno a deporre una corona al monumento del Milite ignoto, a luoghi storici di tragedie e stragi, a tombe di personaggi illustri. Davvero pensano agli eroi che hanno sacrificato la vita per la patria, al personaggio che commemorano, oppure cercano di ripassare mentalmente gli impegni della giornata? Non lo sapremo mai. Ma quella per me resta una delle immagini emblematiche dell’ipocrisia umana. E quando si parla di ipocrisia in prima fila, i portabandiera, sono i politici.

Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che sia dolore/ il dolore che davvero sente.”, diceva Pessoa. Ma i poeti, in confronto ai politici, sono dei dilettanti, apprendisti. La vera finzione,  la quintessenza dell’ipocrisia è la politica: l’arte di fingere.  Vedendo le scene della commemorazione parigina mi è venuta in mente un’altra manifestazione simile. Quella che si svolse a Parigi dopo la strage di gennaio 2015, quella del settimanale satirico Charlie Hebdo. Grande partecipazione di folla (un milione, si disse) che sfilò in corteo attraversando Parigi. Ed in testa a quel corteo una folta rappresentanza di capi di Stato. C’erano quasi tutti. In realtà, però, non erano proprio in testa al corteo. Come si scoprì quasi subito, quel gruppo di governanti sfilò per poche centinaia di metri,  a favore di fotografi e telecamere. lungo una strada laterale, circondati e protetti da centinaia di agenti. Ma questo dettaglio nei servizi televisivi non si vedeva. Si lasciava intendere che Hollande, a braccetto con gli altri capi di Stato, fosse proprio in testa al corteo. Ecco, questa è una dimostrazione pratica di ipocrisia. Allora dedicai un post a questa strana manifestazione. Tanto vale riportarlo, per capire con chi abbiamo a che fare, quale sia l’affidabilità dei politici (e dei mezzi d’informazione) e per regolarci in futuro quando vediamo commemorazioni, cerimonie pubbliche e qualcuno che, con espressione compunta, osserva “un minuto di silenzio“.

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni (14 gennaio 2015)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Vedi (a proposito di libertà di satira e dintorni)

Vignette sismiche

E’ satira

Satira da morire

Satira libera: dipende…

Satira a senso unico: vietata la satira su Prodi

Vauro e gli imam pedofili

C’è poco da ridere

Si può ridere dei musulmani?

Razzismo, ebrei e censura.

Il razzismo sta diventando come il prezzemolo; lo mettono dappertutto. Basta uno sguardo infastidito verso l’ambulante troppo insistente o verso la centesima zingarella che ti chiede l’elemosina in strada, basta un accenno di protesta o semplice preoccupazione per la presenza sempre più numerosa di immigrati sul territorio, basta una semplice allusione a banane e oranghi, e sei marchiato a fuoco: razzista. Pochi giorni fa il solito Tavecchio è finito di nuovo in prima pagina perché avrebbe espresso un gravissimo insulto razzista verso gli ebrei: (Tavecchio nella bufera; insulti a ebrei e omosessuali).

Ecco la frase incriminata: “La sede della Lega Nazionale Dilettanti? Comprata da quell’ebreaccio di Anticoli.”. Ebreaccio è un insulto? Lo è per quella desinenza in “accio” che di solito ha un significato spregiativo? Quindi anche toscanaccio e romanaccio, termini usati normalmente senza alcun intento offensivo, sono insulti razzisti? Allora perché nessuno denuncia come razzista chi li usa? Ma allora “polpaccio” è un grave insulto ai cefalopodi? E brogliaccio, carpaccio, Ajaccio, poveraccio, ghiaccio, laccio, braccio, castagnaccio, pagliaccio, sono tutti insulti? Chiamare Boccaccio e Masaccio per nome era un’offesa?

Anche il grande Gino Bartali veniva chiamato non solo “toscanaccio” per le sue vena polemica, ma era soprannominato “Ginettaccio” (doppio insulto, quindi), e così lo chiamavano tutti anche sulla stampa (La Gazzetta dello sport: “Ginettaccio, l’uomo di ferro che spianava le montagne“). Era un gravissimo insulto razzista? E se così era perché  né Bartali, né altri, hanno mai denunciato la Gazzetta e tutti gli altri giornali che usavano quell’insulto razzista?  Ed il quartiere romano di Testaccio è un insulto alle teste di…? Sì, forse alle teste di certi giornalisti e moralisti di borgata.

A proposito di teste ecco un altro titolo, nello stesso quotidiano, nel quale compare proprio il termine “toscanacci“: “Una testa di legno, ma di buon senso.”. A rigore, se “ebreaccio” è un insulto agli ebrei, questo dovrebbe essere  un insulto ai toscani.  Ma nessuno ha accusato Mascheroni di insulto razzista per quell’articolo. Infatti, nell’uso comune del termine, non è un epiteto offensivo, anzi è un’espressione gergale usata bonariamente quasi con simpatia nei confronti della  gente toscana per indicare il loro spirito polemico e  la battuta sempre pronta, caustica, salace, arguta e spesso sarcastica. Tanto è vero che, mentre i media accusano Tavecchio per il suo “ebreaccio”, nessuno crocifigge Mascheroni o altri per l’uso di “toscanacci”.

Non sono questi gli insulti verso gli ebrei, e non sono nemmeno razzismo, che è tutt’altra cosa. Insulto agli ebrei è quello di chi brucia le bandiere di Israele durante i cortei “pacifisti”. Insulto è quello di chi, qualche anno fa, contestava ed organizzava la protesta in piazza contro la presenza di Israele al Salone del libro di Torino. Insulto è aver venduto gli ebrei in cambio dell’assicurazione da parte del terrorismo palestinese dell’OLP di Arafat che non ci sarebbero stati attentati in Italia (Vedi “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani” – “Vi abbiamo venduti” –  “Mani libere a noi palestinesi“, e “Cossiga, Moro e i misteri d’Italia“). Insulto è aver spedito in Libano la missione Unifil che parteggiava spudoratamente per Hezbollah a danno di Israele (vedi “Amenità libanesi“) Insulto è quello di chi, come la COOP, boicottava i prodotti israeliani, col pretesto che provenissero dai territori occupati dai coloni. Insulto è quello dell’Unione europea che, col pretesto di fornire aiuti per lo sviluppo di Gaza, versa miliardi di euro (450 milioni solo per il 2015) ad una organizzazione terroristica come Hamas,  che nel proprio statuto afferma esplicitamente di avere come fine la distruzione totale di Israele, che poi usa quei fondi per acquistare armi, esplosivi e razzi da lanciare verso Israele.

Insulto agli ebrei è quello di D’Alema il quale, arrivando in Israele in visita ufficiale come ministro degli esteri, a chi lo riceveva all’aeroporto salutandolo con “Benvenuto in Israele“, rispose correggendolo “In Palestina…”. Lo stesso D’Alema che non perde occasione per dichiarare la sua simpatia e vicinanza alla causa palestinese (vedi “Il baffetto velista ha strambato“). Insulto agli ebrei è ancora quello dello stesso D’Alema che, sempre in qualità di ministro degli esteri, volava in Libano e  dichiarava di essere orgoglioso di andare a passeggio a Beirut tenendosi a braccetto con i capi di Hezbollah e di andare a cena con loro, e subito dopo andava ad abbracciare i capi di Hamas a Gaza; tutta gente che ha come scopo dichiarato la distruzione di Israele. (vedi “L’equivicinanza secondo D’Alemhamas“)  Insulto agli ebrei è quello di Prodi, allora capo del governo, che al palazzo dell’Onu correva ad abbracciare affettuosamente Ahmadinejad, lo scravattato capo dell’Iran, il quale dichiarava un giorno sì e l’altro pure che avrebbe cambiato la carta geografica, facendo scomparire Israele dalla faccia della Terra. Insulto è la politica della sinistra italiana, sempre spudoratamente a favore della Palestina, contro Israele (vedi “Mi ricordo, sì, io mi ricordo“). Quelli sono i veri insulti, e non chiamare qualcuno ironicamente “ebreaccio”; quelli sono insulti che fanno davvero male agli ebrei ed all’intelligenza umana.

Ennesima dimostrazione (come sostengo da anni) del fatto che, specie sui mass media, i concetti di etica, estetica, giustizia, deontologia professionale, sono molto elastici e variano secondo le circostanze e la convenienza (di chi scrive). Ecco perché un’affermazione o una battuta che in altri tempi sarebbe stata del tutto normale e sarebbe passata inosservata, e sulla quale lo stesso Anticoli avrebbe sorriso, oggi diventa un insulto razzista. E ci si chiede perché “ebreaccio” sia un insulto e “toscanaccio” non lo sia. Perché? Semplice, è la quotidiana dimostrazione che esiste una doppia morale; quella ormai consolidata dei sinistri detentori della “superiorità morale” che hanno l’esclusiva di questa sorta di morale a tempo e che  la tirano fuori e la usano a loro piacimento e la applicano secondo la convenienza per condannare gli avversari, delegittimare chi  non la pensa come loro ed emarginare, bollando pretestuosamente con l’infamia del “razzista”, chi  non è allineato al pensiero unico dominante. E’ lo stesso principio caro a certa magistratura per cui la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Per questi ipocriti moralisti col timer, morale e giustizia diventano micidiali armi improprie da usare per demolire gli avversari.

Censura (attenzione, post scurrile)

Ora vediamo un altro esempio di criteri molto elastici, applicati alla censura dei commenti sui forum e quotidiani.

Di recente, commentando un pezzo sulla revoca delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e l’immediata reazione di 26 consiglieri che, dimettendosi, lo hanno mandato a casa, (Per Marino è finita: 26 consiglieri si dimettono) scrissi questo breve commento: “Avrebbe fatto meglio a mantenere le dimissioni. E’ stata proprio una sceneggiata ridicola che conferma la pochezza di quest’uomo. Come direbbero a Striscia citando la famosa espressione del direttore Fede. “Marino, che figura di merda!”.  Ma quando il commento viene pubblicato quel termine finale diventa “mxxxa“.  Non so dire con certezza se la correzione sia opera di un solerte censore, oppure di un correttore automatico che non gradisce certi termini e sostituisce alcune lettere con delle X o degli asterischi. I termini più censurati, oltre a merda, sono culo, stronzo e stronzate, cazzate, cazzo, fica, etc…

Non dico che il turpiloquio debba essere libero, e nemmeno che debba essere censurato. Dico che ancora una volta di applicano due pesi e due misure; è questo che è incomprensibile ed intollerabile. Ciò che lascia perplessi è che quei termini vengono usati tranquillamente in televisione, a tutte le ore del giorno, senza che nessuno intervenga o si scandalizzi. Per esempio, quella espressione ormai mitica di Emilio Fede, la sentiamo e risentiamo a Striscia la notizia, ogni volta che c’è qualche figuraccia da evidenziare; invariabilmente, a chiusura del servizio,  parte il video originale con l’esclamazione “Che figura di merda…”. Ormai è un classico, come la mitica  “La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca…” del ragionier Fantozzi..

Basta poi sentire il linguaggio di certi personaggi in televisione, con Maurizio Crozza in testa seguito da uno stuolo di comici, meno comici e personaggi assortiti anche tragici, e si sentono “cazzi e culi” volare come farfalle. Allora è ovvio chiedersi come mai certe parole si possono usare tranquillamente in televisione, davanti a milioni di spettatori, in prima serata, in fascia protetta e in orari di massimo ascolto, e se invece  vengono scritte in un commento che leggono in pochissimi, all’interno di un articolo di un quotidiano in rete, viene censurato. Perché? Non sto dicendo che il linguaggio scurrile sia o non sia consentito in pubblico. Mi chiedo solo perché si applica la solita doppia morale; questo è insopportabile. E’ il sintomo della completa confusione culturale e morale di una società che ha smarrito tutti i riferimenti e, in mancanza di criteri precisi, decide di volta in volta e secondo le circostanze, ciò che è o non è permesso, ciò che è o non è consentito e legittimo. E con lo stesso principio molto elastico decide anche ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, bene o male.  Abbiamo adottato una nuova morale; usa e getta, come la carta igienica.

Ma torniamo al commento censurato. Visto che la parola “merda” viene sostituita con le X, se ne deduce che sul Giornale, attentissimo a non usare termini scurrili, quella parolina non si possa usare. Giusto? No, sbagliato. Infatti, negli stessi giorni, leggendo la stessa prima pagina, bastava spostare lo sguardo sulla colonna laterale riservata ai blog dei giornalisti, per vedere in bella evidenza (è rimasto lì per almeno 15 giorni) questo titolo a lato in cui figura proprio la parolina proibita (vedi “Troppo merda, Caritas“).  Ed ecco che ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, ad un principio ballerino. Si può usare la parola “merda” sul Giornale? Dipende; i giornalisti sì, i lettori no.  Perché Enrico Galletti può scriverlo in prima pagina ed io non posso farlo in un commento? Perché? Come James Bond aveva la licenza di uccidere, Galletti ha una speciale “licenza di merda” negata ai comuni mortali?

Questa strana applicazione dei criteri di ciò che è corretto o non lo è, di ciò che si può o non si può dire o scrivere, è un dilemma che pongo da anni in rete ed al quale nessuno ancora ha risposto. Ed ogni volta che mi ritrovo di fronte a simili casi di morale ballerina e ipocrisia mediatica (il che, leggendo le notizie sui vari quotidiani, capita tutti i giorni) è come un pugno nello stomaco. Ne parlavo anche sei anni fa nel post “Si può dire culo?”. Sono le cose incomprensibili della vita; come i balletti di Don Lurio o gli occhiali neri a mezzanotte. Sono quelle incongruenze e contraddizioni di una strana morale elastica che si applica secondo criteri che non hanno alcuna spiegazione logica e razionale. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione di questa curiosa doppia morale. Perché Crozza può parlare tranquillamente di cazzi in prima serata TV e noi no?  Spiegatecelo, cazzo!

Vedi:

Si può dire culo?

Bavagli e querele

Satira libera: dipende

Cossiga e il tonno

Vedi qui altri post su “Censura, trucchi e inganni mediatici e morale ballerina“.

Eclissi di sole

Domani potremo assistere ad una eclissi di sole. L’ultima volta che ne abbiamo vista una fu circa dieci anni fa.  Ecco che cosa scrivevo allora sulle reazioni delle diverse forze politiche. Oggi non cambierebbe di molto. Basta cambiare qualche nome; niente di nuovo sotto il sole.

Eclissi di sole (marzo 2006)

L’eclissi di sole, visibile anche in Italia, non ha mancato di suscitare reazioni contrastanti da parte delle due coalizioni politiche. La sinistra accusa il Governo di non aver fatto nulla per evitarla. Fassino attacca: “L’Italia è stata oscurata da un Governo incapace e fallimentare”.  Berlusconi ribatte assicurando di aver fatto tutto il possibile e specifica “L’Italia è nella media europea. L’eclissi è stata contenuta entro i limiti previsti dalla Commissione europea per le eclissi, si è tenuta al di sotto del 70% e comunque ha fatto meglio del Kenia, dove è stata del 100%”.  Bertinotti replica “La Groenlandia ha fatto meglio dell’Italia. Questo governo ha penalizzato le fasce più deboli ed i pensionati, togliendogli anche un po’ di sole”.

Di Pietro chiarisce che “L’Italia dei valori chiede che Berlusconi riferisca in Parlamento, che vengano accertate le responsabilità del Governo ed i colpevoli siano assicurati alla giustizia”. Pecoraro Scanio, leader del sole che ride, considera l’eclissi un gravissimo attentato alla democrazia ed un tentativo di scoraggiare l’uso dell’energia solare, e denuncia la destra che vuole sfruttare l’evento a scopi elettorali: “Hanno voluto oscurare il nostro simbolo”. Emma Bonino, rivendicando il laicismo dello Stato, stigmatizza l’eclissi come una inaccettabile interferenza clericale ed un tentativo della Chiesa di tornare all’oscurantismo. D’Alema accusa Berlusconi di non aver rispettato il contratto con gli italiani: “Aveva promesso più sole per tutti”. Rutelli è molto più esplicito e chiaro, e con la solita acutezza precisa che non ci sono più le eclissi di una volta e  Berlusconi dimentica che “Chist’è o paese do sole. E quando saremo noi al governo garantiremo eclissi controllate e finalizzate a garantire un’abbronzatura ai ceti più deboli”. E lascia i giornalisti cantando a squarciagola “O sole mio sta in front’a te…”.

Santoro, sentendo Rutelli cantare, ne approfitta per rivendicare “Voglio il mio microfono”. Giovanni Floris (quello di Ballarò), prima che Santoro gli freghi il microfono, si affretta a porre una domanda cruciale sulla eclissi: “Dove ha fallito il Governo?”. Il “Sole 24ore” esce in edizione straordinaria con un titolo a nove colonne: “Attentato alla libertà di stampa. Vogliono oscurarci”. Diliberto denuncia che l’eclissi è un complotto ordito dalla CIA e dal  Mossad israeliano per lasciare al buio gli amici palestinesi ed annuncia una manifestazione al grido di “Più sole alla Palestina”. Parisi e Castagnetti, non avendo capito bene di cosa si parla, accusano comunque il Governo e chiedono le dimissioni di un ministro, uno qualunque, a caso.

Prodi ribadisce che “Non ci saranno nuove tasse sulle eclissi”. Bertinotti insiste nel voler tassare le eclissi dei più ricchi. Mastella smentisce Bertinotti, affermando che questo non è nel programma concordato. Vladimir Luxuria smentisce Mastella affermando che anche i PACS non sono nel programma, ma si faranno comunque. Rosi Bindi fa notare che anche Vladimir Luxuria non era nel programma, eppure è in lista. Grillini smentisce Rosi Bindi facendo notare che Luxuria, come i PACS, era nel programma, ma sotto un altro nome.

Prodi invita a restare uniti e ribadisce che, se andrà al Governo, non ci saranno tasse sulle eclissi. Qualcuno tenta di smentire Prodi, altri smentiscono chi smentisce Prodi e mentre tutti si smentiscono a vicenda, il gruppo si allontana, seguito a distanza da Santoro che continua ad urlare “Voglio il mio microfono!”. E mentre Rutelli commenta con la solita profonda acutezza “Domani è un altro giorno…”, il sole lentamente si eclissa all’orizzonte.

 

Satira e cortei, fra ipocrisia e inganni

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si usa dire. Un conto sono le parole, altro è fare  ciò che si dice, si promette o si lascia credere di fare, di voler fare o saper fare. Noi, con l’ascesa al potere del fanfarone toscano ex boy scout, ex democristiano, ex concorrente della Ruota della fortuna, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore (prossimo ex premier, speriamo), ne abbiamo la prova vivente. Così come, aggiornando il precedente motto, si potrebbe dire che, specie quando si parla di informazione, tra l’apparenza e la realtà c’è di mezzo…l’ipocrisia. Ovvero, ciò che ci mostrano i media non è mai quello che è in realtà. Ho già accennato, in conclusione del precedente post “Diritti e doveri“,  alla forte componente di ipocrisia presente nelle  relazioni sociali, nelle dichiarazioni ufficiali, nei principi universali e nell’esercizio del potere in tutte le sue forme.

L’ultima grande manifestazione svoltasi a Parigi, dopo l’attentato e la carneficina al giornale Charlie Hebdo ne è l’ennesima prova. Trasmessa in diretta da tutte le emittenti televisive,  con inviati speciali sul posto o commentatori in studio che davano il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista) facendo sfoggio di tutto il loro repertorio di retorica buonista ed emotivamente coinvolgente, per esaltare la risposta popolare all’attacco terroristico e riaffermare la libertà di stampa, al grido unanime di “Je suis Charlie“.  Queste sono le occasioni in cui i cronisti si esaltano e fanno a gara per trovare l’episodio più toccante, la frase più ad effetto, individuare l’immagine simbolo, ripetere per la centesima volta dettagli già visti e rivisti, ribadire la grande volontà popolare di non cedere alla minaccia del terrorismo, la necessità di difendere i principi di tolleranza, convivenza, integrazione, lotta al razzismo ed alla discriminazione, la libertà religiosa, la libertà di stampa e di satira. Insomma, un delirio di buoni sentimenti. E le immagini della folla che riempiva piazze e strade era la conferma della grande partecipazione popolare.

Una marea di gente che ha sfilato lungo le vie di Parigi rispondendo all’appello del premier Hollande. Oggi sfilare in corteo è all’ordine del giorno; c’è sempre un buon pretesto per scendere in piazza con bandiere, magliette, cappellini, palloncini e striscioni con lo slogan adatto. E’ diventata quasi una necessità fisiologica. L’abitudine al corteo crea dipendenza e assuefazione, come il fumo o la droga. C’è gente che, abituata da decenni a sfilare con megafoni, fischietti, tamburi e trombette, se gli manca il corteo per troppo tempo, va in crisi d’astinenza. Ecco perché sfilare è un rito consolidato, un’abitudine irrinunciabile, una necessità, un’esigenza, un evento che si ripete periodicamente, come le stagioni, le tasse, l’influenza, Sanremo, Montalbano e i digiuni di Pannella.  La sfilata è di moda.

Ma invece che le modelle con abiti firmati, sfilano i modelli in divisa da protesta, i capipopolo, i portatori sani dei valori culturali politicamente corretti. E le uniche cose firmate sono i documenti, i proclami, gli appelli e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei tribuni di turno che lasciano il tempo che trovano. Così qualunque sia il problema da affrontare, invece che risolverlo, si scende in piazza, si marcia in corteo, si urla qualche slogan, poi si va tutti in osteria, si banchetta, si canta Bella ciao e si torna a casa soddisfatti e convinti di aver contribuito alla soluzione del problema. E tutto resta come prima; l’importante, però, è sfilare. E se  non si sfila per protesta lo si fa per solidarietà con una bella fiaccolata. Cortei e fiaccolate sono il nostro pane quotidiano, si fa finta di partecipare alla comunità, si rafforza il legame col branco, ci si sente più buoni e si mette a tacere la coscienza. Missione compiuta.

Anche a Parigi hanno sfilato. Ed il clou della sfilata è stata la presenza di una quarantina di Capi di Stato arrivati da tutto il mondo. Li abbiamo visti schierati ordinatamente, tenendosi sotto braccio, scambiandosi parole e gesti di solidarietà e fratellanza cosmica. Che carini, sembrava una riunione di famiglia, la foto di gruppo di una carrambata, il toccante incontro di lontani parenti emigrati ai quattro angoli della Terra che, dopo anni di lontananza,  si ritrovano insieme per festeggiare. Roba che neppure don Vito Corleone sarebbe riuscito a realizzare. Sarà davvero così idilliaco il loro rapporto? Non credo proprio, anzi, appena conclusa la manifestazione, torneranno a dividersi e scontrarsi su tutto. Ma intanto vanno a braccetto per la delizia dei commentatori. Ecco la foto di gruppo dei potenti del mondo in gita istituzionale a Parigi.

Questa è l’immagine che tutti abbiamo visto, trasmessa in TV e riportata dalla stampa. Hollande, Merkel, Cameron, il premier spagnolo Rajoy, il premier israeliano Netanyahu a distanza di sicurezza dal palestinese  Abu Mazen, i nostri Renzi e Mogherini e tutti gli altri.  La loro sfilata non dura moltissimo, una mezz’oretta forse, giusto il tempo di farsi riprendere dalle TV mondiali  mentre percorrono qualche centinaio di metri. E tutti siamo convinti che stiano marciando in testa al corteo. Anche perché le uniche riprese televisive vengono fatte sempre di fronte e ad altezza d’uomo. Così, anche quando le telecamere staccano per inquadrare la folla, pensiamo che i nostri premier in trasferta siano sempre lì, in testa al corteo. O almeno questo è quello che lasciano credere i commentatori. Ma sarà davvero così? Vediamo cosa succede se facciamo una ripresa dall’alto…

Oh, bella, questi non solo non marciano in testa al corteo, ma il corteo non c’è proprio, è da tutt’altra parte. Come riferiranno  poi alcuni osservatori  che non si fanno gli affari loro, stanno marciando lungo una strada secondaria, circondati e protetti da imponenti misure di sicurezza che li sorvegliano davanti, dietro, sopra e sotto e di lato. Fanno un centinaio di metri, allineati e abbracciati a favore di telecamera, poi tutti a casa, chi s’è visto s’è visto, amici come prima (si fa per dire), chi muore tace e chi resta si dà pace. Amen.

Ecco l’ennesima dimostrazione che questa gente, anche in circostanze drammatiche come questa, grazie alla compiacenza e la complicità dei media, riesce a mistificare la realtà, mostrando un’immagine diversa da quella reale. In apparenza esprimono solidarietà e perfetta sintonia con la partecipazione popolare, schierandosi in testa al corteo, in segno di sfida verso il terrorismo e le loro minacce. In realtà fanno solo atto di presenza, per dovere istituzionale, per salvare la faccia e per legittimarsi agli occhi del popolo come difensori della libertà di stampa, dei diritti umani e di tutti i principi fondanti della democrazia. Balle, ancora una volta, alla faccia degli ingenui, mostrano una realtà che non esiste. Non stanno sfilando con il popolo e per il popolo, lo stanno prendendo per il culo. Come sempre.

La satira deve essere libera

Ed ecco, infine, la dimostrazione di quanto sia attendibile la manifestazione di solidarietà da parte di Hollande e di tutta l’allegra brigata degli strenui  difensori della libertà di stampa e di satira. Oggi in Francia è stato fermato e interrogato dalla polizia il comico Dieudonné (Arrestato l’umorista Dieudonné per apologia di terrorismo). Ma Hollande non ha sfilato per difendere la libertà di satira? Sì, ma dipende, bisogna valutare, ponderare, distinguere. E poi un conto è sfilare in strada e rilasciare dichiarazioni di condanna del terrorismo e difesa della libertà, altro è poi essere coerenti. Siamo politici, mica persone normali!

Ma non è che noi stiamo molto meglio. Ricordavo pochi giorni fa, nel post “Satira da morire” delle disavventure di Giorgio Forattini, querelato da D’Alema e Caselli per due vignette e del sito di satira fatto chiudere da Prodi perché “nuoceva” alla sua immagine. Beh, la satira deve essere libera, ma non sempre, dipende.

Ecco, infatti,  l’ultimissima di casa nostra che dimostra come anche noi abbiamo uno strano concetto della satira che applichiamo a discrezione (cosa che ripeto da anni). Per questo fotomontaggio a lato,  pubblicato su Facebook, Fabio Ranieri, segretario regionale della Lega nord di Emilia Romagna, è stato condannato per diffamazione aggravata da discriminazione razziale, ad un anno e tre mesi di reclusione ed al pagamento di 150.000 euro di danni all’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge (Fotomontaggio della Kyenge: non è satira). Questa donna viene dal Congo, lavora a Bruxelles ed ha trovato l’America in Italia. Già, ma la libertà di satira?

Il nostro premier è appena rientrato dal corteo di Parigi dove ha manifestato contro la censura, il terrorismo e per la libertà di stampa e di satira ed ecco arrivare subito una denuncia perché la satira “non è satira“.. Ma avete idea di quanti fotomontaggi del genere sono stati fatti, e vengono fatti ogni giorno, con personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura. Avete in mente quante vignette e fotomontaggi sono stati fatti su Berlusconi in questi anni? E come mai non solo non ci sono denunce, ma si giustifica tutto col fatto che la satira deve essere libera? E com’è che, invece, se si tocca la Kyenge, si viene condannati e si pagano danni da 150.000 euro? Provate a dare una risposta seria ed onesta. In quanto all’allegra brigata dei premier che sfilano a Parigi in difesa della libertà di stampa, vale quanto già detto: buffoni, ridicoli e buffoni, ridicoli, buffoni e ipocriti. Amen.

Satira da morire

Si può ridere dei musulmani? Meglio di no, sono molto suscettibili, sensibili, si risentono e si offendono per un nonnulla. Per una vignetta (quelle danesi scatenarono reazioni violente in tutti i paesi arabi), una maglietta con l’effige del profeta (specie se mostrata da Calderoli in TV) o una semplice battuta, si scaldano gli animi, si accendono le coscienze e si scatenano reazioni così focose da incendiare bandiere (danesi, israeliane, americane…), chiese (meglio se con i cristiani dentro), ambasciate, assaltare giornali ed esplodere in reazioni a raffica (specie se raffiche di  kalashnikov).

L’attentato di ieri alla sede del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo, che ha causato 12 morti e 11 feriti, rilancia il problema della convivenza fra occidente e musulmani. La satira è solo uno degli aspetti, e nemmeno il più grave, delle incompatibilità fra due culture e due mondi profondamenti diversi. Solo le anime belle della sinistra possono ancora blaterare di società multietnica e multiculturalismo. Altre nazioni, che prima di noi hanno affrontato i temi dell’accoglienza e dell’integrazione, hanno dovuto riconoscere, a distanza di anni, che quel progetto di integrazione e di multiculturalismo è drammaticamente fallito. Ne parlavo nel post precedente “Eurabia news“, quindi non mi ripeterò.

Ma oggi si scatenano anche gli opinionisti del giorno dopo e l’indignazione col timer dei nostri osservatori, giornalisti, politici, intellettuali e strenui difensori della libertà di stampa e dell’art. 21 della Costituzione, quelli che “la satira deve essere libera“. Così in rete si scatenano i messaggi di solidarietà al grido di “Nous sommes tous Charlie” e si rilanciano le vignette incriminate. Già, libertà di satira, ma attenti a scegliere bene l’oggetto della satira, perché se sbagliate bersaglio correte grossi rischi. Ne sa qualcosa Forattini che anni fa venne querelato (con richieste di danni per miliardi di lire) per due vignette su D’Alema (questa a lato) ed il giudice Caselli, del tutto innocue e per niente offensive, quasi ingenue rispetto  alle vignette comparse sul giornale francese. Vedi qui “Satira libera: dipende…”.

E’ incredibile constatare quanta ipocrisia esista nel mondo della cultura, dell’informazione, dello spettacolo. Questa gente si nutre a pane e ipocrisia. Tutta gente che si straccia le vesti per garantire la libertà di pensiero, di stampa e di satira, ma guai a toccarli direttamente. Diventano ipersensibili. Romano Prodi, in piena campagna elettorale nel 2005, diede mandato ai suoi legali di denunciare un sito, e chiederne la chiusura (cosa che avvenne), che pubblicava vignette satiriche, perché aveva “contenuti altamente diffamatori del Partito Politico Uniti per l’Ulivo e del suo leader l’ex Premier Italiano ed ex Presidente della Commissione Europea Prof.Romano Prodi“. Chiaro? Questo è solo un esempio. La satira deve essere libera, ma guai a toccare Prodi, o D’Alema, o Caselli, si offendono. Eppure sono certo che oggi anche il Baffetto velista ed il Mortadella dichiarino la propria solidarietà a Charlie Hebdo e difendano la libertà di satira. Se questa non è ipocrisia cos’è? Vedi “Satira a senso unico, vietata la satira su Prodi“.

Noi, però, non corriamo i rischi dei francesi, sappiamo bene come regolarci e su chi fare satira, Non avremo mai attacchi terroristici alla stampa per vignette sui musulmani. Sappiamo come regolarci e ci autocensuriamo. Satira su tutto, o quasi, ma mai toccare l’islam. E’ una regola che abbiamo imparato presto. Già da una decina d’anni, da quando è cominciata l’invasione di africani e arabi, in gran parte proprio musulmani, abbiamo fatto una piccola modifica al tanto decantato art. 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero. Vale per tutto eccetto che per musulmani, neri, zingari, gay, trans, lesbo e categorie assimilate. Su questi non si può esprimere liberamente la propria opinione perché qualunque affermazione che non sia benevola nei loro confronti viene subito stigmatizzata come offensiva, discriminatoria, xenofoba, razzista e omofoba. Quindi, in questo caso l’art. 21 è momentaneamente sospeso, per il quieto vivere e per evitare guai.

Prova ne sia il fatto che di recente Magdi Cristiano Allam, per aver scritto in passato alcuni articoli in cui critica la religione musulmana e parla del pericolo del fondamentalismo islamico è finito sotto accusa dell’Ordine dei giornalisti ed è stato sottoposto a provvedimento disciplinare (Allam sotto processo. è islamofobo). Non ricordo casi di giornalisti o scrittori messi sotto accusa per aver parlato male del cristianesimo. Sulla Chiesa, il Papa, il cristianesimo, si può dire di tutto e di più, comprese vignette oltraggiose e blasfeme, ma guai a toccare l’islam; ti denunciano per islamofobia. Stesso discorso, naturalmente, vale per la satira. Ne parlavo, a dimostrazione che la questione è vecchia, 8 anni fa nel post che riporto sotto; ci si interrogava allora, a seguito dell’esplosione della rabbia nei paesi arabi in seguito alla pubblicazione delle famose vignette danesi (Vignette sataniche), sulla possibilità di fare satira sull’islam. E’ la conferma di ciò che dico e del fatto che in tanti anni non è cambiato nulla, anzi forse, visti gli ultimi tragici fatti di Parigi, è peggiorata.  Stiamo cominciando a raccogliere i frutti di una scriteriata e fallimentare campagna di accoglienza indiscriminata e di una cultura fondata sul mito del multiculturalismo, della società multietnica, sull’integrazione e sulla convivenza pacifica fra occidente e islam che non solo è impossibile, ma porterà conseguenze tragiche.

Si può ridere dei musulmani? (28 ottobre 2006)

Questo era il titolo della puntata odierna di “Otto e mezzo” di Ferrara su La7. Ospiti in collegamento esterno Lella Costa e Maurizio Crozza. In studio Freccero, autore televisivo, e Khaled Fouad Allam (o qualcosa del genere) deputato in Parlamento nel gruppo dell’Ulivo. Questo signore era ospite anche ieri in un altro dibattito TV ed avantieri pure. Ogni due giorni ve lo trovate in qualche rete TV. Il guaio di questi arabi è che è difficile ricordare i nomi. Hanno sempre una “H” da qualche parte, ma non ti ricordi mai dove sia esattamente. Pazienza. Ultimamente ci sono più islamici nella televisione italiana che non su Al Jazeera. Se non è Fouad Allam è Piccardo, o l’ex ambasciatore Scialoja convertito all’islam, o una certa Patrizia Del Monte, anche lei convertita, e responsabile delle pari opportunità dell’UCOII, o c’è la ragazzina col velo a Porta a Porta, o c’è l’imam di Segrate, o quello di via Jenner a Milano… Insomma, sembra che non si possa fare un programma se non c’è l’ospite islamico di turno.

Bene, c’era anche a “Otto e mezzo“. Quindi è tutto OK. Se qualcuno non sapesse esattamente il significato dell’espressione “Arrampicarsi sugli specchi” dovrebbe farsi dare la registrazione di questa puntata e studiarsela. Capirebbe subito cosa significa quella espressione. Si è detto di tutto, ma nessuno ha risposto alla domanda. Niente di nuovo, è più che normale. E’ ciò che si vede spesso nei dibattiti TV nei quali tutti sono capaci di blaterare per due ore senza mai affrontare il vero problema.

Fuhad Allam la prende larga, come suol dirsi, e parte da lontano, tirando in ballo il “contesto culturale e politico…”. Lella Costa nei suoi pochi interventi insiste sulla necessità di individuare i “codici di comunicazione”. Freccero, noto autore (collaborò anche con Celentano a Rockpolitik), tira in ballo una serie di difficoltà generiche dello spettacolo, dagli autori all’individuazione del pubblico al quale far riferimento, il famoso “target”, chiedendosi chi poi guarderebbe un programma di satira sull’Islam. Ed infine aggiungendo perfino difficoltà varie di fare il “Casting”. Cosa non si riesce a tirare in ballo pur di non rispondere! Crozza, invece, se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a dire che lui non fa satira sull’Islam perché è un mondo che “Non conosce…”. Infatti, afferma, si limita a fare satira su Bush, sul Papa. Ed accenna una breve imitazione del Papa che manda in visibilio la conduttrice Luisanna Armeni che continua a sbellicarsi dalle risate. Certo, perché sul Papa si può ironizzare, si può ridicolizzarlo a piacere, ma l’Islam? Eh no, quello Crozza “Non lo conosce…”. Strano. Vuol dire, forse, che fa satira sul Papa e su Bush perché li conosce benissimo? Vanno a colazione insieme? Frequentano con Bush lo stesso circolo del golf? Fa le meditazioni serali insieme a Benedetto XVI? E’ per questo che si permette di sbeffeggiarli? Curioso dover constatare che Crozza conosce bene, e quindi può farli oggetto di satira, sia Bush che il Papa, che forse non ha mai incontrato, né incontrerà mai, e non “conosce” il mondo musulmano che, probabilmente, ha tutti i giorni sotto gli occhi, in TV o nella sua città. Strano, vero?

Già, questo è quello che si chiama “Arrampicarsi sugli specchi“. In realtà, tutta questa gente ha una paura matta di urtare la suscettibilità degli islamici e si guarda bene dal provocarli. Basta ricordare quanto è successo con le famose “Vignette sataniche”; il finimondo. E ancora con le parole male interpretate (intenzionalmente) della lezione del Papa a Ratisbona. Basta ricordare cosa è successo a Teo Van Gogh, accoltellato per aver osato fare un breve film sulla condizione delle donne islamiche. Di recente a Berlino è stata annullata una edizione dell’Idomeneo di Mozart, preoccupati delle possibili ritorsioni islamiche. Ed un professore francese, giusto per aver scritto un articolo critico sull’Islam, è dovuto scappare e nascondersi per evitare gli effetti della solita fatwa. E’ di pochi giorni fa l’altro scontro fra l’imam di Segrate e la Santanché, rea di aver negato che il velo islamico sia una imposizione religiosa. E’ stata accusata pubblicamente in TV di essere falsa, bugiarda e ignorante. E adesso gira con la scorta. Magdi Allam, colpevole di mettere in guardia l’Occidente sul pericolo dell’invasione islamica, vive da anni sotto scorta e sempre sotto minaccia. Questo è il vero motivo per cui non si può ridere dei musulmani. O meglio, non si può fare satira sull’Islam. Altro che “Codici di comunicazione…Contesto culturale…Difficoltà di casting…Mondo che non conosco…” e balle varie!

E come se non bastasse c’è anche un altro piccolo dettaglio da non trascurare. Tutto ciò che in Italia ha a che fare con l’Islam, con l’immigrazione, l’integrazione, le moschee, la tolleranza, ed annessi e connessi, in qualche modo è sotto tutela della cultura di sinistra. E tutto ciò che può essere sgradito alla sinistra non si può fare. O meglio, a rigore si potrebbe anche fare (non c’è alcuna legge che lo vieti), ma diciamo che è preferibile evitare. Così va bene? E’ un concetto che ripeto spesso e che può sembrare azzardato e non rispondente alla realtà, ma è la pura verità. E se stiamo attenti, ogni tanto, casualmente, qualcuno ha il coraggio di ammetterlo. Ma sono casi rari, non fanno notizia e vengono subito dimenticati.

Per esempio, tempo fa Rutelli, in un impeto di onestà, affermò che l’unica cosa che teneva unita la coalizione dell’Unione era “L’antiberlusconismo”. Lo disse in una intervista al TG. Mica mi invento le cose. L’esponente dei Verdi Francescato, ancora in una intervista in TV, a proposito dell’immigrazione ed in contrasto con la posizione di gran parte della sua coalizione, disse che bisognava affrontare il problema tenendo i piedi per terra e che, invece, la sinistra, spesso “Mette l’ideologia al di sopra della realtà.” E brava Francescato. Onestamente è quello che sospettavo da tempo, ma fa piacere che a dirlo sia una esponente dei Verdi, quelli che sono culo e camicia con i comunisti.

Ma a confermare quello che sostengo da tempo ecco che arriva un guru della cultura di sinistra, un mostro sacro, un Nobel che ha fatto della satira il suo regno. Quello che è sceso perfino in piazza per protestare contro le censure sulla satira. Quello che ha sempre dichiarato che la satira deve essere libera, che per sua natura è, e deve essere, contro il potere e bla, bla, bla… Bene, stiamo parlando di Dario Fo. E’ stato ospite alla prima puntata della nuova serie di “Parla con me” della ditta Dandini-Vergassola, in onda su RAI3 la domenica sera.

La stessa Dandini, in apertura della puntata si era mostrata un po’ preoccupata, scherzando sul fatto che loro avevano sempre, fino all’anno scorso, fatto satira sul Governo e chiedendosi cosa avrebbero potuto fare ora che il Governo è cambiato. Già, è quello che mi chiedevo anch’io. E infatti aspettavo proprio di vedere cosa sarebbe successo. Visto che per anni hanno ridicolizzato Berlusconi in tutti i modi possibili, perché era capo del Governo e la satira deve essere contro il potere, ora che il Governo è cambiato se la prenderanno con Prodi?

Ed infatti arriva l’ospite Fo e la prima domanda che Dandini gli pone è proprio questa: “Chi ha il cuore a sinistra può fare satira sulla sinistra?“. Bella domanda. Anche perché, come tutti sanno, i comici nostrani sono quasi tutti di sinistra. E allora ci si chiede cosa faranno adesso che al Governo c’è la sinistra. Ci si aspetterebbe che l’irriducibile difensore della libertà di satira rispondesse confermando la sua posizione, quella per la quale è sceso in piazza, ha organizzato convegni, serate teatrali. E invece? Invece no.

Ecco cosa risponde il nostro giullare Fo: “E’ pericoloso. E’ difficile e pericoloso…” “Oh bella, ma cosa mi dici mai?”, sembra pensare una sbigottita ed incredula Dandini. Già, e chiarisce che è difficile fare satira sulla sinistra perchè il popolo della sinistra non la capisce e non l’accetta. Ed è anche pericoloso perché potrebbe creare problemi di vario genere alla sinistra. Ed allora anche quando vorrebbe prendere di mira fatti e personaggi della sinistra deve rinunciare e “ingoiarsi la battuta“. Conclusione? E’ meglio non farla.

E bravo anche il Nobel Dario Fo che dopo tante giullarate riesce ad essere onesto, almeno una volta, e raccontarla giusta. Chiaro? Contenta Dandini? Ora sai come regolarti. Insomma, potere o non potere, continuate a fare satira su Berlusconi. Questa sì che la sinistra la capisce e l’apprezza. E non crea problemi. Alla faccia della libertà di satira. Alla faccia di chi ci crede. Alla faccia dell’onestà intellettuale. Alla faccia tosta di questi difensori della libertà di satira a senso unico. Alla faccia di bronzo di certi comici che fanno militanza politica mascherata da satira. E stranamente sono sempre sinistri; come gli incidenti.

Tranquillo Crozza, continua anche tu a fare satira solo su chi conosci molto bene, Bush, il Papa, Berlusconi… Gli islamici? No, no, quelli non li conosciamo. Anzi, forse non esistono neanche. Forse sono una leggenda, un falso storico. Si dice che ci siano, ma chi li ha mai visti? Io non c’ero e se c’ero dormivo. E poi Crozza…Tengo famiglia! Giusto? Viva l’Italia.

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C’è poco da ridere

Scuola e residui tossici

Rifiuti, scorie, residui tossici, possono avere diversa origine e provenienza; scarti di lavorazione, scarichi fognari, residui industriali e ospedalieri, prodotti non biodegradabili, fumi e ceneri inquinanti, rifiuti urbani, acidi, detersivi, veleni di ogni genere. Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“. Sono tutti quei concetti, slogan, idee, miti e ideali,  nati sull’onda dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70 e che per decenni hanno caratterizzato e dominato l’opinione pubblica con effetti pesanti sulla cultura, la scuola, l’informazione, la società, l’etica e la politica. Gli effetti di questa ubriacatura ideologica si fanno sentire ancora oggi.

Molti di quegli ideali rivoluzionari si sono persi per strada nel corso degli anni. Sono come l’acne giovanile, i brufoli e le malattie esantematiche; ci passano quasi tutti, poi si guarisce.  Ma qualche traccia è rimasta in alcuni personaggi che sembrano rimpiangere le assemblee studentesche, occupazioni, autogesione, comuni, collettivi e “sesso, droga e rock’n roll“. I residui tossici sessantottini sono peggio dell’amianto; hanno effetti mortali ancora a distanza di decenni.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la dichiarazione del sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che elogiava le occupazioni studentesche. Dice che sono formative ed aiutano a crescere. E ricorda con nostalgia i bei tempi del ’68 quando “nei sacchi a pelo si faceva sesso“. Sono i nostalgici dell’amore libero, della promiscuità delle comuni, di Marcuse, del 6 politico, dello spinello, delle occupazioni e dell’autogestione che sono “esperienze di grande partecipazione democratica“. Dice Faraone che “le occupazioni sono illegali“, ma sono necessarie per la crescita degli studenti. Un rappresentante dello Stato, delle istituzioni, che ricopre un importante incarico di governo e che dovrebbe educare i ragazzi al rispetto della legalità, sta legittimando l’illegalità ed invita esplicitamente gli studenti a compiere atti illegali. E per rispondere alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, oggi ha ribadito il concetto (Vedi ANSA “Faraone ribadisce difesa occupazioni; servono a crescere“).

Poi ci meravigliamo che l’Italia sia in piena decadenza e che i giovani non abbiano più valori. Ecco, non tutti i ragazzi di quegli anni ’60 sono maturati ed hanno superato senza traumi la patologia sessantottina. Alcuni ne portano ancora i segni, rimpiangono le occupazioni, il sacco a pelo, la contestazione della scuola e dell’autorità, il “Vietato vietare“.  Ma siccome bisogna pur campare, poi si danno alla politica, fanno carriera e possono diventare anche sottosegretari all’istruzione; ovvero impersonano e rappresentano quell’autorità e quelle istituzioni che hanno sempre combattuto. Alla faccia della coerenza.

Ma non è un caso anomalo vedere un ex sessantottino che dovrebbe occuparsi della scuola. Nel governo dell’ammucchiata ulivista di Prodi era sottosegretario all’economia Paolo Cento il quale, da buon rappresentante dei Verdi, esaltava i No global, le barricate, le proteste di piazza, la contestazione giovanile, la lotta alla globalizzazione, alle multinazionali ed al capitalismo. Così non deve destare stupore che oggi la formazione e l’educazione dei ragazzi e la funzionalità della scuola sia nelle mani di gente che nel passato ha contribuito a   distruggerla e che oggi, invece che insegnare il rispetto della legalità e  dell’autorità, invita gli studenti ad occupare le scuole; e magari a bivaccare con il sacco a pelo. E’ l’effetto dei residui tossici culturali non ancora smaltiti.

Caro Papa ti scrivo (così mi distraggo un po’…)

Anche per Pasqua il Papa non ha mancato di distribuire benedizioni e saggi consigli. Tempo fa, a Lampedusa, davanti ai morti a causa del naufragio dei barconi che trasportavano i migranti, gridò “vergogna“. Ma non avendo specificato chi dovesse vergognarsi (era una vergogna globale “Urbi et Orbi) la gente non si è preoccupata più di tanto. Forse hanno pensato che a vergognarsi dovesse essere chi, invece di fermare gli sbarchi e la migrazione di massa su carrette del mare, li invoglia a venire in Italia promettendo accoglienza, assistenza, casa, lavoro, scuola, cittadinanza e cocktail di benvenuto (tanto pagano gli italiani, mica pagano di tasca propria i buonisti militanti).

Ed ecco il primo messaggio pasquale che viene ripetuto da anni come un mantra: combattere la fame nel mondo, causata dai nostri sprechi. La povertà del terzo mondo è causata dal nostro benessere (!).   Chiaro?  Che la povertà sia causata dal benessere dell’occidente è tutto da dimostrare, ma il concetto suona bene, piace ai buonisti e serve alla causa (lo ripete spesso anche don Ciotti). Così, a forza di sentirselo ripetere, la gente magari ci crede, se ne convince, prova un senso di colpa ed è più predisposto a donare aiuti vari al terzo mondo che, in gran parte, al terzo mondo non ci arrivano mai o solo in minima parte,  perché servono a  coprire le spese generali, di organizzazione e rappresentanza delle migliaia di associazioni che raccolgono fondi con la scusa di aiutare i poveri. In alcuni casi ben l’85% delle somme raccolte servono a coprire le spese di gestione e di lancio della campagne pubblicitarie per la raccolta stessa. Solo in Italia sono attive circa 300.000 (!?) associazioni di questo tipo.  (leggete qui: “No profit sotto accusa“). E ancora:  “Ecco dove finiscono gli aiuti per la lotta alla fame nel mondo”. Meglio sapere certe cose, perché essere buoni è un conto, ma essere fessi è un’altra storia.

Ieri, invece, dopo l’accoglienza degli immigrati e l’aiuto ai poveri del terzo mondo, ecco il nuovo messaggio: aiutare i disoccupati. Ora, capisco che il Papa deve fare il Papa ed il buonismo è il pane quotidiano, ma non bisogna esagerare. Eh, sì, Santità, perché vede, ormai gli italiani non sono, come suol dirsi, alla frutta: No, ormai sono già oltre, hanno preso anche caffè, sambuchina e amaro offerto dalla casa ed è arrivato il momento cruciale del conto. Ed il dramma è che gli italiani non sono più in grado di pagare quel conto sempre più salato. E’ vero, la disoccupazione è in aumento, così come la povertà, così come le aziende che continuano a chiudere, così come i pensionati che devono saltare i pasti non per fare dieta, ma perché devono campare con poche centinaia di euro e non riescono più nemmeno a comprarsi il pane o il latte.

Ha ragione, Santità, bisognerebbe rilanciare l’economia, primo per evitare che altre aziende chiudano e garantire, quindi, i posti di lavoro esistenti e poi per creare nuove opportunità di lavoro per i disoccupati di oggi e per i giovani che non vedono alcuna speranza nel futuro. Purtroppo la nostra classe politica campa di chiacchiere e promesse, ma nessuno ha uno straccio di idea per contrastare in maniera efficace la crisi.  Nessuno, dico nessuno, ha finora avanzato una sola idea pratica e realizzabile per combattere la crisi. Vivono alla giornata, si occupano di parità di genere, di legge elettorale, di vendite su E-Bay di auto usate, di rottamazione, di omofobia, di femminicidio, di creare nuovi gruppi e gruppetti politici, giusto per garantirsi poltrone e potere, di promuovere la propria immagine mediatica, di saltare da un salotto televisivo all’altro. Tutto fanno, meno che affrontare la crisi. L’ultima grande pensata è quella di dare 80 euro in più ai lavoratori e sembra che stiano rivoluzionando il Paese. Vede, Santità, aumentano lo stipendio a chi già lavora, invece che pensare ai disoccupati. Eppure, a sentir loro, sono convinti che sia un’idea geniale. Lo scemo del villaggio avrebbe fatto di meglio.

E poi, Santità. vede, c’è un altro piccolo problema. Lei dice che bisogna aiutare i disoccupati, ma chi li deve aiutare, con quali iniziative (che non ci sono) e con quali soldi (che, pure, non ci sono)? Purtroppo il debito pubblico aumenta (“debito pubblico record“, siamo al 132% del PIL). Ma non doveva diminuire grazie a tagli alla spesa pubblica promessi da Monti, da Letta e da Renzi?  Le casse dello Stato sono sempre più vuote. Anche perché, seguendo le Sue accorate esortazioni, nonostante siamo col culo per terra, siamo molto altruisti e continuiamo a finanziare missioni all’estero, diamo aiuti al terzo mondo, finanziamo progetti di ogni genere in Africa, Asia, America del sud (Vedi qui gli  incredibili progetti che finanziamo nel mondo: “Sprechi d’Italia“). Ed infine, sempre ascoltando i Suoi appelli all’accoglienza, stiamo dando asilo a tutti i disperati del mondo che arrivano in Italia come fosse il Paese di Bengodi. Lo ha detto Lei che dobbiamo accogliere i migranti e noi, da buoni cristiani, accogliamo tutti. E, naturalmente, ne paghiamo le spese.

Solo l’anno scorso ne sono sbarcati sulle nostre coste 43.000, ma quest’anno, visto che nei primi tre mesi ne sono sbarcati già 12.000 (4.000 sbarchi in 48 ore), la stagione sembra favorevole e si prevede che, come minimo, gli arrivi saranno raddoppiati rispetto all’anno scorso. E quelli che arrivano via mare sono solo una minima parte del totale degli immigrati. Ora, Santità, Lei sa quanto ci costa accogliere tutti questi immigrati? Pensi che, per evitare nuove disgrazie in mare, abbiamo avviato un’opera di monitoraggio continuo del Mediterraneo, in maniera da individuare subito alla partenza nuove imbarcazioni di migranti. L’abbiamo chiamata operazione “Mare nostrum” ed impegna mezzi aerei e navali della Marina militare e della guardia costiera che, 24 ore su 24, controllano il traffico nel Mediterraneo. Sa quanto ci costa? Lo ha rivelato di recente il ministro Alfano; ci costa 300.000 euro al giorno.

Questi disperati partono dalle coste libiche, sapendo già che, comunque, arriveranno subito le navi della Marina a caricarli e accompagnarli a Lampedusa o sulle coste siciliane. Funziona così; si imbarcano su gommoni a barche scassate e subito telefonano alla Capitaneria di porto di Palermo, segnalando che sono in pericolo (Loro hanno il numero diretto. Non lo sanno nemmeno i palermitani, ma questi partono dalla Libia ed hanno già memorizzato nei cellulari quel numero. Curioso, vero?). Così, in men che non si dica, “arrivano i nostri” e li accompagnano in Italia. Si spingono fino a 130 miglia a sud di Lampedusa per salvarli; praticamente in acque libiche. Tanto vale andare a prenderli direttamente dalla spiaggia.

E non basta, perché poi bisogna ospitarli, garantirgli vitto e alloggio, abbigliamento, biancheria, sigarette, ricariche telefoniche, controlli sanitari ed assistenza medica, trasporto con mezzi aerei o navali in altre località di permanenza. E poi donare un fondo di 500 euro a quelli che lasciano l’Italia per altri Paesi europei. Anche se poi, vedi la Germania, ce li rimandano indietro. Abbiamo addirittura costituito qualche anno fa, grazie al governo Prodi ed alla ministra della salute Livia Turco, un apposito ente pubblico, l’INMP, un curioso acronimo dietro il quale si cela, nientepopodimenoche… “Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà” (!). Ci costa 10 milioni di euro all’anno (Vedi “Cos’è l’INMP e quanto ci costa). Ma siccome ci preoccupiamo anche di evitare eventuali atteggiamenti di xenofobia e razzismo nei confronti degli immigrati, abbiamo costituito un altro ente ad hoc, l’UNAR (Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali). Anche questo importantissimo ed indispensabile organismo ci costa 2 milioni di euro all’anno. Come vede, Santità, siamo così impegnati ad occuparci dei migranti che non abbiamo tempo, e fondi, da dedicare ai disoccupati italiani.

E siccome questi immigrati, il più delle volte, non hanno né arte, né parte, in qualche modo devono campare; si arrangiano. Si occupano di tranquille attività come scippi, furti, rapine, truffe, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione. Insomma, in qualche modo devono pur campare. E quando li beccano finiscono in galera…a spese nostre. Ce ne sono nelle patrie galere circa 20.000, un terzo di tutti i detenuti. Ecco da dove nasce il sovraffollamento carcerario. E sa quanto costa ogni detenuto? Costa 3.500 euro al mese (tutto compreso, vitto, alloggio e spese generali carcerarie). Lo riferisce il sito dei Radicali italiani (Giustizia; quanto costa un detenuto in carcere?). Sono più di 40.000 euro all’anno. Moltiplichi per 20.000  e veda un po’ quanto ci costano i detenuti stranieri. (Vedi “Bollettino di guerra; preziose risorse“)

Santità, come vede, accogliere tutti questi migranti ci costa un sacco di soldi (Vedi “Immigrati e business“). Ma dobbiamo accoglierli perché altrimenti ci accusano di razzismo, di xenofobia e di non rispettare i diritti umani. Guai a tentare di opporci all’invasione di africani, asiatici e cinesi; ci ritroviamo addosso le accuse dell’ONU, dell’EU, della Boldrini, della Kyenge di tutte le anime belle della sinistra ipocrita, del  buonismo e del terzomondismo militante. Così noi accogliamo tutti e va a finire che per aiutare gli immigrati poi non ci avanzano soldi per aiutare i poveri, i disoccupati, i giovani, i disperati di casa nostra. Prima gli immigrati africani, poi, se avanza tempo e soldi, gli italiani. Quindi, Santità, visto che non abbiamo più soldi per aiutare tutti, si decida; dobbiamo aiutare i poveri del terzo mondo, gli immigrati o i disoccupati italiani? E non chiedeteci altri soldi; abbiamo già dato.

Vedi

I cristiani sono buoni

Immigrati; siamo al collasso

Immigrazione e Al Qaeda (il legame fra il traffico di migranti ed il terrorismo islamico)

Migrazione e ipocrisia

Ipocrisia di Stato

Immigrati e risorse

Crisi, risorse e genio italico

Integrazione flop

Sprechi umanitari (dove finiscono gli aiuti internazionali per la lotta alla fame)

Immigrati e business (quanto ci costa l’immigrazione e chi ci guadagna)

Ammazziamo il gattopardo

Svelata la congiura di palazzo (meglio, del Colle) che portò Monti al governo. Fu un vero e proprio complotto ordito già a giugno 2011, dai poteri forti europei, politici e finanziari, che, facendo leva sull’innalzamento dello spread (pilotato dalla speculazione finanziaria), portarono Berlusconi a dimettersi. Alan Friedman documenta quegli avvenimenti in un libro appena pubblicato “Ammazziamo il gattopardo” ed in una serie di interviste registrate. E’ la dimostrazione che, a giugno 2011 (cinque mesi prima delle dimissioni di Berlusconi), De Benedetti, Prodi e lo stesso Monti fossero informati del fatto che il Presidente Napolitano  avesse in mente la possibilità di una crisi di governo per sostituire Berlusconi con Monti. Se questa non è una congiura o un complotto, cos’è? Ne ho già parlato ampiamente nel post “Hillgate (i misteri del Colle)”.

Si tratta di rivelazioni gravissime che ipotizzano la piena consapevolezza e la responsabilità di Napolitano (sostenuto dalla politica e dalla finanza europea) nel gestire e favorire la crisi del governo Berlusconi per preparare l’avvento del governo tecnico di Mario Monti. Ma stranamente nessuno ne parla. Il libro è primo nella classifica delle vendite, ma, salvo lo spazio dedicatogli dal Corriere (il libro è edito da Rizzoli!) e qualche servizio in TV, in concomitanza con l’uscita del libro, sembra che la cosa debba finire nel dimenticatoio; come sempre quando si tratta di magagne della sinistra e specialmente se riguarda Re Giorgio. Chi non avesse letto il pezzo sul Corriere (richiamato nel post citato), può almeno vedere questo video ripreso su You Tube che, date le dichiarazioni esplicite degli intervistati, lascia ben pochi dubbi sul fatto che si sia trattato di un vero e proprio complotto per far decadere Berlusconi e portare al governo Monti, ma, soprattutto, sulle pesanti interferenze del Presidente Napolitano sulla scena politica nazionale.