Essere o apparire

Molti anni fa la domanda ricorrente di tutti coloro che si sentivano “impegnati” era l’inquietante interrogativo posto da Erich Fromm: ” Avere o essere?”. E su questa domanda si imbastivano grandi discussioni, più o meno colte e pertinenti. Aveva ragione Fromm, ma lo si è capito, come succede spesso all’homo sapiens, solo dopo molti anni. Già, perché stranamente l’uomo ha bisogno di anni, spesso decenni, per capire e assimilare certi concetti. E meno male che è “sapiens”; figuriamoci se non lo fosse! Eppure anche Fromm non avrebbe mai immaginato che il vero pericolo non fosse quello di rincorrere a tutti i costi l’Avere, anziché l’Essere. Povero Fromm, siamo andati ben oltre. Oggi l’imperativo categorico non è l’Essere, e nemmeno l’Avere. Basta far finta di avere, far finta di essere. Oggi il fine ultimo dell’esistenza è l’Apparire, il sembrare, il mostrarsi per ciò che si vorrebbe essere o per ciò che si vuol far credere di essere o di avere, secondo le circostanze e la convenienza. I moderni mezzi di comunicazione (televisione, internet, social network)  hanno contribuito ad accrescere questa trasformazione e creato la nuova società dell’immagine, dell’apparire. E così viviamo in un mondo di immagini in cui in cui le persone usano tutti i mezzi a disposizione per apparire e mostrarsi;  copie di se stessi, alter ego, cloni, avatar, ologrammi, che sembrano, credono, o vogliono farci credere di essere ciò che non sono. E non si rendono conto di essere schiavi, succubi e vittime di quegli stessi mezzi che idolatrano come totem della libertà.  Sembrano Galli, invece sono Polli.

Piazza (quasi) pulita

Come fare pubblicità a un macellaio e farla passare come inchiesta sugli allevamenti intensivi di animali.

Lunedì sera, facendo zapping sul tardi, capito su La7 dove è in corso Piazza pulita di Corrado Formigli (programma che di solito evito perché il conduttore, degno allievo di Santoro, è leggermente indisponente, come tutti i conduttori sinistrorsi), quello che ha sempre la penna stretta in mano e la agita continuamente davanti alla telecamera per ricordarvi che è un giornalista  e sa leggere e scrivere. Forse si porta la penna anche in bagno, seduto sul water; non si sa mai che gli venga l’ispirazione per un pezzo giornalistico, una grande inchiesta, o una battuta su Berlusconi, che ci sta sempre bene. Una volta in televisione i conduttori, presentatori e moderatori, si presentavano sempre in giacca e cravatta, rasati e in ordine. Ora va di moda lo stile trasandato, da centro sociale o bar dello sport;  si presentano in jeans, camicia, meglio se con le maniche arrotolate (fa più proletario), possibilmente con barba lunga e capigliatura incolta (anche questo fa molto anticonformismo). Bene, stava per lanciare un servizio sull’allevamento di animali da carne destinati al consumo umano. Vediamolo, qualche informazione su ciò che portiamo in tavola è sempre utile.

Il servizio è stato realizzato dalla giornalista Sara Giudici che, nottetempo e con l’aiuto di alcuni attivisti dell’associazione Essere animali, ha visitato e filmato alcuni allevamenti intensivi di polli, maiali, conigli e bovini. 

Com’era prevedibile, le scene sono da inorridire. Animali costretti in spazi angusti, spesso (come nel caso dei maiali e dei conigli) in gabbie così strette da impedire perfino di girarsi. Locali sporchi, escrementi ammucchiati, animali malati o con vistose infezioni. Insomma, le solite scene già viste che, più che ad un allevamento, fanno pensare ad un lager per animali. Questo a lato è un capannone di una grande azienda nazionale. Quando si sente dire che i polli sono allevati a terra,  i consumatori immaginano che pulcini e galline razzolino allegramente in grandi spazi aperti, beccando granaglie nel verde della Vecchia fattoria, ia-ia-o. Invece nascono in incubatrici e  crescono fino alla macellazione in grandi capannoni come quello nella foto, alla luce artificiale, non vedono mai la luce del sole, né un prato, alimentati con mangimi spesso integrati con farmaci e ormoni per accelerarne la crescita e antibiotici per prevenire infezioni e malattie.

Finito il breve servizio, si torna in studio dove sono ospiti Giuliano Marchesin, presidente dell’associazione allevatori di bovini, Paola Maugeri vegana dichiarata, e Vittorio Zucconi, giornalista. Di recente facevo notare come un esponente della nuova scuola di giornalismo (Vedi “Giornalismo d’inchiesta“), per scoprire se a Cagliari tra gli immigrati musulmani ci fossero dei fondamentalisti islamici potenzialmente pericolosi, lo ha chiesto, indovinate un po’, al rappresentante della comunità musulmana! Ecco, Formigli, per sapere se gli animali subiscono maltrattamenti o sono trattati bene, lo chiede al presidente degli allevatori; come chiedere all’oste se il vino è buono.  E questo lo spacciano per giornalismo e informazione. Il primo ad intervenire nel dibattito è proprio Marchesin che contesta subito il servizio dicendo che non rende giustizia a quegli allevamenti, che le riprese notturne, la musichetta di sottofondo ed il tono di voce ansimante, come se dovesse succedere una catastrofe da un momento all’altro,  danno un’idea falsata, e che di giorno l’effetto sarebbe diverso. Stranamente nessuno fa a Marchesin la domanda più spontanea e naturale: “Marchesin, vuol dire che le gabbie dei maiali e conigli, che impediscono qualunque movimento agli animali, di notte sono strette, ma di giorno si allargano?”. Ma queste domande non si fanno, sono scortesi e provocatorie; sarebbe come dire “Marchesin, ma lei è scemo?”.

In TV c’è un sacco di gente che spara cazzate madornali e insulti reciproci da mattina a sera (li chiamano Talk show), ma siccome nessuno glielo fa notare., continuano imperterriti a spararle; tanto nessuno gli fa domande scomode. Gli risponde la vegana Maugeri, ricordando i danni provocati all’ambiente dallo sfruttamento della terra allo scopo di produrre mangimi per animali. Zucconi si dice subito inorridito dalla vista dei maltrattamenti subiti dagli animali. Ma, subito dopo, attacca la Maugeri, e le posizioni estremiste dei vegani e vegetariani. Afferma la necessità di mangiare carne e confessa che da emiliano di Modena, per lui il maiale è sacro e che senza prosciutto…è da suicidio. Così, invece che parlare degli allevamenti intensivi il dibattito diventa la solita contrapposizione fra carnivori e vegetariani.

E per sviare ancor più il discorso e farci dimenticare le immagini dei lager animali, Formigli lancia un altro servizio, un collegamento esterno con l’inviato Antonino Monteleone che si trova, lo specifica bene, nella “Antica macelleria Cecchini” a Panzano in Chianti, Firenze, che non è solo macelleria; ci sono anche due ristoranti ed una sala dove si organizzano convegni e lezioni sull’allevamento di bovini da carne di qualità. Ed ecco che entra nel ristorante dove, accanto ad una grande tavolata di clienti, intervista il titolare Dario Cecchini che indossa un grembiule che riporta in bella evidenza il logo della sua macelleria e mostra con orgoglio un classico taglio da “fiorentina” che si appresta a mettere sulla brace. Già questo farebbe scattare il sospetto che si tratti di pubblicità gratuita a Cecchini ed alla sua macelleria/ristorante.

Più che sospetto è una certezza. Non si tratta della cosiddetta “Pubblicità occulta”, questa è pubblicità vera e propria. Ancor più evidente quando, col pretesto di inquadrare la “fiorentina“, la telecamera stringe e riprende in primo piano proprio il logo della macelleria. Un simile servizio “giornalistico” è molto più efficace di un qualunque spot pubblicitario; ed è gratuito (ma su questo non scommetterei). Ora bisognerebbe tener presente che in TV la pubblicità occulta è vietata. Tanto è vero che gli spot vanno in onda in appositi spazi ben individuati, regolati da precise norme, e che, quando si propongono prodotti all’interno di un programma, appare la dicitura “messaggio promozionale” o l’avvertimento che nel corso del programma vanno in onda messaggi pubblicitari. A conferma di questo, notiamo che quando in televisione si fanno dei servizi su prodotti commerciali per chiarirne composizione, qualità, componenti, uso corretto, ed altre informazioni utili, i prodotti usati sono presentati in confezioni anonime o hanno sempre il logo dell’azienda coperto o mascherato.

A proposito di pubblicità più o meno occulta, e delle possibili conseguenze anche gravi,  sarà il caso di ricordare almeno due casi, verificatisi alla RAI e che hanno comportato pesanti sanzioni per gli interessati: Alessandro Di Pietro, che conduceva un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari “Occhio alla spesa“  (La RAI licenzia in tronco Alessandro Di Pietro: pubblicità occulta nella sua trasmissione) e Gianfranco Agus ed il regista Pietro Pellittieri per dei servizi, nei quali si prefigurava l’ipotesi di pubblicità occulta,  all’interno di “La vita in diretta” programma condotto da Michele Cucuzza (Pubblicità occulta alla RAI; via regista e inviato).  Giusto per ricordare che la pubblicità occulta è vietata. Ma, come tante altre cose in Italia, anche questa è a discrezione. C’è chi paga e chi no: dipende.

Ora, questo servizio di Monteleone sull’Antica macelleria Cecchini non è simile a quello fatto dall’inviato di Cucuzza? Non solo è simile, ma è anche peggio, è molto più evidente, perché in quello di Cucuzza, l’inviato faceva un servizio su un evento che vi si svolgeva all’interno del ristorante, ed il logo appariva di sfuggita durante le riprese. In questo caso, invece, si fa il servizio proprio sul ristorante, citandolo più volte, intervistando il titolare e mostrando in primo piano il logo. Allora, la domanda, ancora una volta, viene spontanea: perché i casi di Di Pietro e Cucuzza sono “pubblicità occulta” e questo servizio, sulla macelleria Cecchini non lo è?  Forse questo non rientra tra i casi in cui chi sbaglia paga; questo rientra fra quelli che “dipende“.  E l’Agcom, sempre così attenta a vigliare su tutto quello che passa in TV non lo ha visto, non ha niente da dire? Oppure anche l’Agcom controlla sì, ma “dipende“?  (Vedi alcuni post su “Pubblicità occulta“)

Ma poi questo servizio avrà fornito indicazioni utili? Vediamo. Marchesin, nonostante continui a fornire garanzie sugli allevamenti italiani, conferma che il 50% della carne che consumiamo arriva dall’estero. Ma allora che garanzia abbiamo? Oppure pensa che tutti gli italiani, quando devono prendere bistecche e fettine, vadano a prenderla in Toscana, alla Macelleria Cecchini? Così la casalinga calabrese al mattino saluta il marito (bracciante disoccupato; altrimenti non fa notizia) e siccome non si fida della macelleria sotto casa,  va a fare la spesa in Toscana: “Faccio un salto da Cecchini, prendo due bistecche e torno per il pranzo”. Funziona così? Ma siete proprio scemi o fate finta di esserlo? In fondo, però, non è necessario andare in Toscana per comprare la carne buona, basta saperla riconoscere. E come si fa? Lo chiedono all’Antico macellaio  Cecchini. Risposta. “Bisogna guardare il macellaio negli occhi“. Chiaro, ora abbiamo capito. Ma non guardatelo troppo intensamente, potrebbe scambiare quello sguardo per un tentativo di approccio.

Oppure. se volete essere sicuri, andate a mangiare direttamente da Cecchini. Ma tenete presente che la bistecca costa 24 euro al chilo e che, per averla, dovete prenotare due giorni prima. Del resto, la qualità ha un costo,  e non è per tutti.  Lo dice anche Formigli che, già in apertura, da buon toscano si era detto grande mangiatore di carne, in particolare di “fiorentina” che deve essere esclusivamente  della pregiata razza “Chianina“: “Non possiamo avere tutta la carne del mondo a un prezzo sempre più basso. Non possiamo avere la bistecca Chianina per tutti, sempre e comunque.”. Chiaro, è per pochi.  Solo un dubbio. Ma questo Formigli non è di quelli che pendono a sinistra, quelli che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e che qualunque diversità di trattamento è “discriminazione“? Sì, è di quella razza, ma anche in questo caso, certi principi di uguaglianza, per alcuni si applicano, per altri “dipende“. Formigli si mangia la Chianina (che è riservata a pochi privilegiati, specie toscani, che possono pagarla a 24 euro al chilo), voi dovete accontentarvi della bistecca gonfiata con ormoni e antibiotici che appena la mettete in padella si restringe e si riduce a metà. Sì, perché l’uguaglianza è bella, però “Io so’ io e voi non siete un cazzo“, diceva il marchese Del Grillo.

A proposito, ma perché le bistecche si restringono in cottura? Il motivo è che sono gonfiate da farmaci vari, ormoni e antibiotici. Ma questi antibiotici, negli allevamenti intensivi, vengono usati o no? Nessuno risponde. Pare che li usino a scopo preventivo, ma non è obbligatorio riportarlo nelle etichette. Insomma, li usano, ma non bisogna dirlo. Formigli prova a chiederlo direttamente a Cecchini, sempre in collegamento, mentre segue attentamente la cottura della Fiorentina sulla brace: “Come si distingue una bistecca buona da una meno buona?”. Domanda precisa alla quale ci si aspetta una risposta semplice e chiara.  Ed ecco la risposta dell’esperto, antico macellaio e ristoratore Cecchini: “Faccio questo lavoro da 41 anni e non sopporto che tutto sia formatizzato.  C’è un umano dietro a un animale, c’è qualcuno che deve essere responsabile…”.  Ci gira intorno, blatera alcune frasi sul rapporto fra uomo e animale, sull’occhio dell’allevatore, ma non risponde alla domanda. Questa abitudine di chiacchierare a vuoto e girare intorno al problema,  senza affrontarlo e senza dare risposte concrete, insomma da “supercazzola” alla Amici miei, deve essere tipico dei toscani. Ne abbiamo un esempio dalle parti di Palazzo Chigi.

Ma visto che non ha risposto alla domanda, ci riprova l’intervistatore Antonino (Cecchini lo chiama per nome e gli dà del tu, forse si conoscono bene) chiedendo: “La bistecca che si stringe quando la metti sulla brace…”. Non finisce nemmeno la frase, ecco la risposta: “Ma mangiate una patata…”. Non c’è verso di riuscire ad avere una risposta. Chiuso, lasciate perdere la carne (a meno che non andiate da Cecchini a 24 euro al chilo e prenotando due giorni prima); mangiate patate.  Nessuno ha risposto  sull’uso degli antibiotici, su come si riconosce la carne buona e sul perché la bistecca da 300 grammi in padella si riduce alla metà. Dopo aver visto la puntata ne sapete quanto prima. L’unica cosa che si è capita è che, col pretesto di parlare degli allevamenti intensivi si è fatto un grande spot pubblicitario, e gratuito,  a Cecchini (Ma l’Agcom non lo ha visto, era tardi, a quell’ora dormono; si svegliano solo quando devono richiamare Vespa che intervista Riina o Del Debbio perché non corregge gli ospiti che usano la parola “zingari” invece che Rom: beh, mica possono vedere tutto). Fine della puntata. Ragazzi, questo è grande giornalismo, è informazione, è inchiesta seria, è…(censura).

Vedi

Prodi e la pubblicità progresso…pardon, occulta (2006)

Facebook e i numeri ambigui (2009)

Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità (2011)

RAI3, Kennedy e L’Unità (2013)

L’asparago col trucco (2014)

Cena a Istanbul (2014)

Blog, frati e misticanza (2014)

Romanzi e polli

Nutro una certa diffidenza nei confronti di coloro che scrivono romanzi. Non tanto dei grandi romanzieri del passato (avevano una loro funzione che non stiamo qui ad analizzare), quanto di quei narratori moderni (specie americani) che negli ultimi decenni inondano le librerie di mostruosi polpettoni illeggibili. Spiegarne le cause sarebbe lungo e del tutto inutile; anche perché c’è libertà di scelta, molti apprezzano il genere ed ognuno è libero di torturarsi come più gli aggrada. Credo che, per riprendere una celebre battuta di Strauss su Schoenberg, molti romanzieri farebbero meglio a “spalare neve” o tornare a zappare la terra. Opinione del tutto personale, ma della quale sono sempre più convinto. Nella vita si possono scrivere romanzi e poesie, oppure piantare ulivi o allevare polli. La differenza è che ulivi e polli hanno una loro intrinseca utilità.

Spesso l’opera dello scrittore è solo l’appagamento del proprio egocentrismo ipertrofico, narcisismo patologico ed esibizionismo intellettuale. Il tutto spacciato come estro creativo e passione artistica; specie quando se ne ricava un proficuo tornaconto economico per sé e per l’editore. Ricordo una battuta di Sean Penn, protagonista del film “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Mi è rimasta nella mente perché molto sinteticamente esprime un concetto che è emblematico della società moderna. Dice: “Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.“. Già, oggi sono tutti artisti, filosofi, poeti o romanzieri; anche Snoopy e…Fabio Volo.

Televisione, snob e Flaiano

Quando si parla di televisione bisogna sempre chiarire da quale punto di vista  la si guarda. Quelli che ci lavorano e ci campano ne parlano sempre bene, ci mancherebbe. Gli spettatori che la guardano, invece,  si dividono in varie categorie che vanno dagli entusiasti  ai nemici giurati della TV. In mezzo, tante sfumature più o meno favorevoli o contrari.

Poi ci sono quelli che non solo guardano la televisione, ma dovendolo fare per lavoro, come giornalisti e critici, ne parlano e sono pagati per farlo. Uno su tutti, Aldo Grasso che scrive sul  Corriere della sera e che, per dovere professionale, deve guardare tutto, ma proprio tutto quello che passa in TV sulle centinaia di canali terrestri e satellitari, dalla BBC a Tele Pompu libera. Non lo invidio. Roba da farsi venire le crisi isteriche, le allucinazioni e gli incubi notturni.  Strano che, dopo anni di schifezze televisive di ogni genere, dimostri ancora una apparente calma e tranquillità; sembra quasi normale. Non vorrei sembrare menagramo, ma temo sempre che da un giorno  all’altro arrivi la notizia che è stato ricoverato d’urgenza alla neurodeliri in preda ad improvvise ed acute crisi di convulsioni da telecomando. Se penso al lavoro del critico televisivo che deve guardare la televisione per ore ed ore ogni giorno, mi viene da paragonarlo alle torture in stile Arancia meccanica. Che Grasso sia al limite della sopportazione lo si capisce dal fatto che  solitamente è molto duro con i programmi televisivi. E di solito sono d’accordo con lui. Le uniche volte che non sono d’accordo con Grasso è quando, raramente, ne parla bene.

L’atteggiamento più frequente e diffuso riguardo alla televisione è quello che tende a giustificare tutto ciò che viene propinato al pubblico; trovano sempre qualche motivo per mettere in luce l’aspetto positivo e rintuzzare le quotidiane critiche e polemiche sulla qualità dei programmi, visto che  ogni volta che  va in onda uno dei classici programmi della TV di casa nostra, parte la solita litania di pareri favorevoli e contrari. Succede sempre, immancabilmente, sia che si tratti del festival di Sanremo, del reality di turno, di Miss Italia o di  programmi quotidiani a base di cuochi e politici (sono le due categorie più presenti in TV).

Nei giorni scorsi, per esempio, la stampa ha riportato le dichiarazioni di Alessia Marcuzzi (rilasciate al settimanale Chi, diretto da Alfonso Signorini; buono quello) che, alla vigilia dell’avvio della nuova stagione del Grande fratello (se non ho capito male dovrebbe cominciare proprio oggi), gioca d’anticipo e se la prende con chi parla male dei reality e del suo in particolare (Marcuzzi contro gli snob). Dichiara: “Sapete cosa mi infastidisce? Il fatto che citando il Grande Fratello si parli di trash. Quella dei reality che sono trash è un’idea retrò, antica, perbenista.”. Lo dice Alessia Marcuzzi. Già, ma lei sui reality ci campa. So che è un consiglio sprecato, ma non sarebbe male se tutta questa gente che campa di beate idiozie in televisione, si prendesse la briga di leggere “Cattiva maestra televisione” di K.R.Popper, o “La civiltà dello spettacolo” di Mario Vargas Llosa. Così, giusto per avere un punto di vista diverso da quello delle veline, degli opinionisti tuttologi, delle conduttrici di programmi per casalinghe disperate, dei fan delle tagliatelle di nonna Pina. e di tutti quelli che campano di televisione e sono convinti di essere persone serie e che andare in TV a mostrare seni straripanti,  mutandine in primo piano e atteggiamenti da zoccole di periferia sia un lavoro.

Sorprende, invece, un intervento di Vittorio Feltri,  tre giorni fa sul Giornale (La selva oscura dei telecomandi), che, quasi a dare man forte alla Marcuzzi, se la prende con quelli che, secondo lui, la televisione la guardano, ma, per puro snobismo, lo negano. “La televisione è come il computer e il cellulare: tutti la criticano, talvolta la insultano, ma nessuno può farne a meno.”, dice. E ancora: “Coloro che snobbano la tv probabilmente vogliono soltanto darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue. In realtà, ciò che emettono le antenne, pubbliche o private, non è da rigettare in toto: bisogna sapere selezionare le trasmissioni in grado di soddisfare le attese personali.”. Assumere una posizione nazional-popolare nei confronti della televisione e lanciare accuse nei confronti dei presunti snob, è, a sua volta, una forma di snobismo. Ma forse Feltri non se ne rende conto. Devono essere i primi sintomi della senescenza. Del resto, di recente, forse per dimostrare apertura mentale e sentirsi al passo con i tempi,  si è iscritto all’Arci gay. Sì, l’età gioca brutti scherzi, anche alle menti migliori.

Feltri ha “quasi” ragione. E’ vero, basta saper scegliere i programmi giusti. Ma se i vari programmi si somigliano tutti e sono tutti spazzatura, c’è poco da scegliere. Cambia solo il cassonetto, la discarica, o il canale, ma sempre spazzatura è. Questione di gusti e di esigenze estetiche e culturali. Non so quali siano i gusti di Feltri, ma immagino, da quanto afferma, che si accontenti facilmente. Qualche programma  guardabile ogni tanto lo si vede, ma succede così raramente che, se non capita di beccarlo casualmente mentre nervosamente si fa zapping,  si rinuncia perfino a cercarli e, scoraggiati, si spegne la Tv. E non perché si abbiano, o si finga di avere, gusti particolarmente raffinati, come dice Feltri, ma perché ognuno ha un proprio limite di sopportazione delle schifezze catodiche. Anche se tutti gli spettatori sono convinti di avere “gusti raffinati” e di essere in grado di  valutare la qualità dei programmi: anche i polli.

E’ il caso di ricordare una famosa battuta di Groucho Marx: “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende vado nell’altra stanza a leggere un  libro“. Quella battuta è sempre valida; oggi, forse, più che in passato. Credo che i Groucho che vanno nell’altra stanza a leggere un libro siano più di quanti si pensi. Affermare che tutti la criticano, ma poi tutti la guardano, è anche poco onesto, perché non corrisponde a verità e rivela, da parte di certi giornalisti, una scarsa considerazione del livello medio di intelligenza del pubblico. Forse lo si dimentica spesso, per distrazione o perché fa comodo, ma non tutti gradiscono il livello culturale medio dei programmi televisivi. Non per snobismo, ma per convinzione.

Mi permetto di citare ancora uno dei più acuti osservatori del costume nazionale: Ennio Flaiano. Negli anni ’60, in pieno boom economico e televisivo,  gli chiesero se ritenesse che la televisione abbassasse il livello culturale degli spettatori. Rispose: “No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali.”. Quando leggo affermazioni come quelle di Feltri, e di altri intellettuali, critici e giornalisti (i cui giudizi spesso sono interessati e di parte, visto che ormai stampa e TV si sostengono a vicenda e procedono in perfetta simbiosi), che difendono la televisione ed i suoi programmi, ho la sensazione, anzi la conferma e la certezza,  che Flaiano avesse perfettamente ragione.

Ancora Flaiano, nel suo “Diario degli errori“, ricorda un episodio del 1968, riferito proprio alla televisione ed al festival di Sanremo di quell’anno. Dice: “Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena a casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per motivi di studio, essendo psicologi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva.”. A Flaiano, invece, no. E lo spiega chiaramente, con osservazioni molto critiche sulla qualità del programma, per poi concludere: “So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse.”.

Non credo che Flaiano si esprimesse in questi termini per snobismo o perché, come ipotizza Feltri, volesse “darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue” . Troppo onesto intellettualmente per assumere atteggiamenti ipocriti o fare affermazioni di cui non fosse convinto. Quello era semplicemente il suo pensiero. Allora bisogna concludere che non è vero che “tutti criticano la televisione, ma poi non possono farne a meno“. Non tutti sono snob o guardano con piacere Sanremo fingendo di farlo per motivi di studio. No, la verità è che esistono gli amici, snob ed ipocriti, di Flaiano (e ammettiamo pure che siano tanti). Ma per fortuna esistono anche quelli come Flaiano.

 Se si opera nel mondo dei media e dell’informazione, e si è onesti con se stessi e con il pubblico, bisogna tenerne conto e riconoscere che esistono molti Flaiano; più di quanto si pensi. Il giorno in cui mi sorprendessi a guardare per dieci minuti il Grande fratello o ciò che passa solitamente in Tv, e magari trovarlo interessante (l’elenco dei programmi spazzatura sarebbe troppo lungo, fino a comprendere quasi completamente i palinsesti televisivi), beh, comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale. Con buona pace di Feltri e di Marcuzzi, non solo si può fare a meno di guardare la televisione, ma meno la si guarda e più si guadagna in salute, ed anche in cultura (Groucho docet)..

Cavalli e polli

Gli animali ci sorprendono spesso con i loro comportamenti quasi umani. Tanto che usiamo “umanizzarli” in rappresentazioni letterarie e artistiche. Basta pensare all’enorme successo di personaggi dei fumetti, delle favole e della letteratura per ragazzi. Ma gli animali umanizzati li ritroviamo anche nelle varie attività propriamente umane. Dagli sciacalli che speculano sulle disgrazie altrui alle oche giulive che imperversano in televisione, dai cani che amano esibirsi come attori o cantanti ai gufi che gioiscono nel fare sempre previsioni funeree, dagli asini che proliferano a scuola ai porci che grufolano in rete e nei siti porno. Ma è in politica che spopolano questi esemplari: falchi e colombe, trote e caimani, asinelli democratici, elefantini repubblicani, pitonesse, giaguari, quaglie saltatrici, balene bianche ormai estinte e aquile imperiali finite al museo; un vero zoo.

E’ il nostro modo di esorcizzare le nostre peggiori caratteristiche identificandole come comportamenti tipici di alcuni animali ai quali attribuiamo, del tutto arbitrariamente e senza il consenso degli interessati, dei comportamenti negativi che, invece, sono solo ed esclusivamente umani. Ma talvolta alcuni animali, quasi per vendicarsi, ci sorprendono con atteggiamenti ed azioni imprevedibili.

E’ il caso di Metro Meteor, un cavallo da corsa di 11 anni che, data l’età avanzata e qualche acciacco di troppo che ne limitava le prestazioni,  non sentendosi più in grado di correre…la cavallina, si è dato alla pittura (Metro, il cavallo che dipinge; vendute tele per 100 mila euro). A quanto pare riscuote tanto successo che tiene delle mostre e vende tantissime tele. Qualcuno, incredulo, si chiederà: ma chi sono, per restare in tema di animali,  gli allocchi così ingenui da comprare delle tele dipinte da un cavallo? Semplice, altri animali: i polli.

Silvio ci rovina

Berlusconi si dimette, con grande soddisfazione, giubilo, gaudio e tripudio degli avversari. Ma c’è una categoria che non solo non gioisce, ma è letteralmente nel panico: i comici. Ci hanno campato per anni, andavano sul sicuro, Berlusconi era il loro pane quotidiano garantito, una specie di assicurazione sulla vita. Se Silvio lascia di cosa parleranno? E’ una catastrofe, praticamente sono rovinati.

Alcuni stanno già pensando di riciclarsi in altre attività. Sabina Guzzanti, data la sua dimestichezza con le aragoste, aprirà un banco del pesce ai mercati generali. Serena Dandini, fedele al suo motto “Parla con me…” si dedicherà al volontariato ed attiverà una linea telefonica gratuita per l’ascolto ed il conforto di comici in crisi e depressi. Maurizio Crozza farà il testimonial per una nota casa produttrice di preservativi. Data la grande somiglianza della sua testona pelata con “l’utilizzatore finale” del prodotto, basterà infilargli in testa un preservativo extra-extra large e l’effetto è assicurato: testimonial perfetto.

Sì, ma tutti gli altri? Sembra che per cercare di sopravvivere abbiano fondato una compagnia comica itinerante, la “Iena ridens“, e si esibiranno nei grandi allevamenti avicoli improvvisando spettacolini per far ridere i polli.

La pollitica è un’arte

Premessa: La Pollitica è l’arte di rigovernare i polli ( e altri animali da cortile ).

Vista dal Governo: Qualunque cosa l’opposizione dica, abbia detto o dirà…è falsa e strumentale, comunque.

Vista dall’opposizione: Qualunque cosa il Governo faccia, abbia fatto o farà, è sbagliata. Qualunque cosa il Governo non faccia, non abbia fatto e non farà…è sbagliata, comunque. Qualunque cosa Berlusconi dica, abbia detto o dirà, è gravissima. Qualunque cosa Berlusconi non dica, non abbia detto o non dirà…è gravissima, comunque.

Vista da Peppantiogu Scrappudd’e para (opinionista della Trexenta) ” La Politica è una cosa sporca. E noi abbiamo finito il detersivo “. Arrangiatevi

Uova, galline, polli e insaccati misti…

E’ già la seconda volta in pochi giorni che vengono lanciate uova verso le sedi della CISL. Della faccenda si stanno occupando i servizi segreti (quelli deviati, gli altri hanno cose serie da fare…), la CIA, il Mossad, il KGB e l’ARCI (questi sono ovunque). Impegnati nelle indagini anche gruppi operativi del SSI (Servizi socialmente inutili), così almeno li tengono impegnati. La domanda che tutti si pongono è “Ma perché lanciano uova?”.  In seguito alle indagini sono trapelate alcune indiscrezioni.  Sembra accertato che si limitino a lanciare uova perché non possono lanciare direttamente oche e galline; sono tutte impegnate in televisione. Ed i polli? Impegnati anche quelli; tutti davanti alla TV…

La notizia del giorno, però, è che Bersani e Vendola hanno trovato un accordo per le primarie del PD. Vendola, l’uomo politico (si fa per dire), ex Rifondarolo, tutto rosario e orecchino, aspira a proporsi come leader della sinistra. Da Prodi a Vendola. Un bel salto di qualità per la sinistra salumiera: dal mortadella al culatello.

La pollitica.

La pollitica è l’arte di rigovernare i polli (ed altri animali da cortile). I polli mangiano, bevono e pensano di essere fortunati ad avere un padrone così premuroso che gli garantisce vitto e alloggio. Non sanno che li stanno solo ingrassando prima di cucinarli al forno, in tegame o allo spiedo. Ecco perché sono polli!foto_familia_pollos