I ladri d’Italia

Si sono impadroniti dell’Italia, ne hanno fatto “cosa nostra”, l’hanno ridotta in pezzi e la stanno svendendo in offerta speciale ad affaristi arabi e cinesi, la stanno dando in comodato gratuito, la stanno regalando al miglior offerente. Hanno fatto dell’Italia terra di conquista per orde di nuovi barbari che stanno invadendo città e campagne, grazie all’ignavia dei governanti ed alla complicità interessata degli sciacalli che sfruttano la disperazione e le tragedie di guerre e persecuzioni; grazie al finto buonismo umanitario di chi campa sull’accoglienza di profughi veri o presunti e disperati di ogni provenienza, realizzando profitti milionari; grazie all’indifferenza di chi governa e con il sostegno morale di una sinistra sempre fedele al vecchio motto “Tanto peggio, tanto meglio”; grazie alla benevolenza di una magistratura che chiude non uno, ma due occhi su reati e malefatte quotidiane di centinaia di migliaia di immigrati che, senza casa e senza lavoro, non avendo fonti di sostentamento, hanno come unica risorsa la malavita e scorrazzano tranquillamente per la penisola dediti a furti, rapine, spaccio di droga, prostituzione, e costituiscono un pericolo sempre più crescente ed insostenibile per la sicurezza dei cittadini e finiranno per scatenare conflitti e disordini sociali.  Hanno rubato l’Italia agli italiani.

Questo stanno facendo. Ma l’Italia non è roba loro, non l’hanno ricevuta in eredità da chi ha combattuto le guerre d’indipendenza, da Mazzini, da Garibaldi, da chi ha dato la vita per l’unità d’Italia e per dare agli italiani un’unica patria, dagli eroi di Vittorio Veneto, per regalarla a cinesi, arabi e africani. L’Italia non è di Matteo Renzi, un ciarlatano che non è nemmeno stato eletto dai cittadini, ma è passato direttamente dall’ufficio di sindaco di Firenze a Palazzo Chigi a governare l’Italia e rappresentarla nei convegni e negli incontri internazionali. L’Italia non è nemmeno di Laura Boldrini, presidente della Camera, arrivata in Parlamento grazie all’accordo elettorale del suo partito SEL con il PD. Un partito che ha raccolto il 3% dei votanti, quindi nemmeno il 3% degli elettori e tanto meno degli italiani. Ed una persona che, ad essere buoni, rappresenta neanche il 2% degli italiani diventa di colpo presidente della Camera, la terza carica dello Stato. Con quale legittimazione popolare? Chi rappresenta? Eppure, in virtù del ruolo istituzionale ricoperto,  gode di ampio spazio mediatico, presenzia a cerimonie pubbliche, compie viaggi di rappresentanza all’estero, difende a spada tratta e propugna quotidianamente la sua idea di terzomondismo, immigrazione senza controllo, accoglienza ed assistenza dei migranti e, forte di quel 2% (circa 1.200.000 italiani), si sente legittimata a parlare a nome di 60 milioni di italiani. Eppure questo obbrobrio è ciò che chiamano “democrazia rappresentativa“.

L’Italia non è nemmeno di Cécile Kyenge, arrivata in Italia dal Congo e, grazie alla copertura dei preti, è riuscita a studiare e laurearsi, per diventare poi ministro per l’integrazione e parla e sparla a sostegno dell’immigrazione e dice che gli immigrati sono una preziosa risorsa e che  “La terra è di tutti”; mentre nella sua terra natale, non solo la terra non è di tutti, ma si scannano in lotte tribali per il possesso di un pozzo o di quattro mucche. Ma poi arriva in Italia si sente autorizzata a darci buoni consigli, imporre la sua visione del mondo, decidere come dobbiamo comportarci con gli invasori e dare lezioni di etica, pacifismo, tolleranza, accoglienza, solidarietà e diritti umani. Siamo davvero all’assurdo, al surrealismo puro: una congolese, appena arrivata dall’Africa, dove ancora milioni di persone vivono nelle capanne di fango,  che  pretende di dare lezioni di morale e diritti umani agli eredi di Roma che fu la patria del diritto e di tante altre cose che ne fecero la Caput mundi,  il faro di civiltà del mondo antico; una civiltà che  realizzò strade, acquedotti, teatri, basiliche, opere letterarie, capolavori d’arte, codici di diritto ed opere di ogni genere, cose che nel suo paese, dopo 2.000 anni, ancora se le  sognano.

L’Italia non è della Caritas e nemmeno delle associazioni umanitarie o cooperative rosse che guadagnano milioni di euro sull’accoglienza degli immigrati e l’assistenza agli zingari. L’Italia non è di quei buonisti e terzomondisti ad oltranza che amano predicare accoglienza per tutti, perché tanto non pagano di tasca propria, anzi ci guadagnano. L’Italia non è di questa gentaglia, cialtroni, tribuni improvvisati, volontari sovvenzionati con soldi pubblici, pseudo politici finto progressisti e finto buonisti col cuore a sinistra ed il portafoglio a destra, professionisti della carità che incassano milioni di euro o dollari da contributi pubblici, dall’ONU, dall’Unione europea o da donazioni private e vivono tra alberghi 5 stelle, palazzoni e lussuosi uffici in ogni area del globo ed usano gran parte degli introiti non per sfamare i poveri del mondo, ma per sostenere, finanziare e tenere in piedi le loro stesse associazioni. Chi volesse saperne di più sul business delle associazioni umanitarie legga “L’industria della carità” di Valentina Furlanetto. L’Italia non è roba loro, non è dei ciarlatani interessati a vendere la loro mercanzia ideologica avariata, taroccata, contraffatta  come i prodotti cinesi. L’Italia non è dei terzomondisti di facciata o dei buonisti ipocriti della domenica che ciarlano di accoglienza e tolleranza sorseggiando champagne nelle terrazze romane, ben distanti dal degrado dei campi rom, da Lampedusa, dai centri di accoglienza o dalle periferie urbane degradate, che sono  in completa balia di bande di delinquenti stranieri, dove gli italiani hanno paura ad uscire di casa e si sentono stranieri in casa loro.

L’Italia  è degli italiani, di quelli veri, quelli che ogni mattina si alzano e lavorano nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nei laboratori artigianali, nei negozi, negli ospedali; quelli che poi, terminato il lavoro, assillati da mille adempimenti fiscali e burocratici, devono anche pensare ai problemi della casa, dei figli, delle interminabili file in banca o alle poste, negli uffici pubblici, negli inestricabili labirinti della burocrazia a combattere contro uno Stato persecutorio nei confronti del cittadino; quelli che hanno sempre bollette, affitti, mutui, tasse e balzelli da pagare; quelli che lavorano e producono, che a fatica riescono ancora a mettere insieme il pranzo con la cena; quelli che non hanno tempo per fare fiaccolate, marce della pace o partecipare a cortei, convegni terzomondisti e manifestazioni umanitarie per la fame nel mondo, perché la fame ce l’hanno in casa; quelli che il volontariato lo fanno tutti i giorni a casa loro, assistendo familiari anziani o malati; quelle che non hanno tempo di scendere in piazza Duomo a farsi fotografare sorridenti con bandiere islamiche e non vanno in paesi stranieri dove ci sono guerre in corso a proporre progetti umanitari per ribelli e guerriglieri, per poi farsi rapire e rientrare in pompa magna in Italia con volo di Stato, ministro degli esteri ad accoglierle e, forse, dietro riscatto milionario pagato dagli italiani; quelli che non ne possono più di pagare tasse esorbitanti ed inique per sostenere politicanti incapaci, inutili, corrotti, traditori della patria.

L’Italia è di quegli italiani che sono al limite della sopravvivenza, che a malapena arrivano a fine mese, che mangiano alla Caritas, che  rovistano nei cassonetti per recuperare scarti dei mercati,  e che devono pagare tasse salatissime per sostenere le spese di accoglienza di immigrati che arrivano da noi sapendo di trovare il Paese di Bengodi dove, senza far nulla, avranno tutto gratis: vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, sigarette, ricariche telefoniche, assistenza sanitaria, assistenza legale e sindacale e paghetta settimanale; e che ci costano mediamente 1.000 euro al mese, mentre milioni di pensionati italiani campano con meno di 500 euro. Se tutto questo vi sembra normale dovreste cominciare a preoccuparvi per la salute mentale. L’Italia non è dei Renzi, Boldrini, Kyenge o delle cooperative rosse che “guadagnano più con gli immigrati che con la droga“. L’Italia è di quegli italiani che prima o poi perderanno la pazienza, imbracceranno i forconi e cacceranno questa gentaglia infame a calci nel sedere e li spediranno via mare su barconi scassati, verso quei lontani paesi che fanno finta di amare. Una volta i traditori della patria venivano condannati con ignominia e messi al muro. Oggi governano l’Italia.

Quirinarie e diretta TV

Viviamo in mondi paralleli; intendo dire il mondo della gente normale che, alle prese con mille problemi quotidiani, si arrabatta per campare, ed il mondo quasi surreale di  quella rappresentazione tragicomica che è la politica e l’informazione. In questi tre giorni RAI3 e LA7 si sono contesi gli spettatori con lunghissime dirette televisive dalla Camera (fino a quattro ore)riprendendo la chiamata nominativa di oltre mille  parlamentari e “grandi elettori” regionali ed il successivo spoglio delle schede. Assistere per delle ore alla sfilata di facce note e meno note di quelli che  si dice siano i rappresentanti del popolo (ma qualcuno ne dubita) non è propriamente un passatempo piacevole e rilassante.  Anzi, se si pensa a quanto ci costa l’apparato parlamentare ed ai danni che fanno, si rischia di rovinarsi la giornata.

Se poi la chiamata viene fatta, con  la voce un po’ roca ed un po’ piagnucolosa da funerale in corso, dalla “presidentessa” Boldrini, allora questo rito potrebbe essere classificato a pieno titolo fra le torture in stile Arancia meccanica, ed essere perseguito a norma di legge. Se questa signora è arrivata a ricoprire la terza carica dello Stato (il come ed il perché è uno dei tanti misteri d’Italia, come l’unione contro natura di ex PCI ed ex DC, le convergenze parallele di Moro ed il disastro di  Ustica) deve avere certamente delle grandi doti nascoste. Ma osservando le doti che appaiono a prima vista, bisogna riconoscere che  madre natura non è stata molto benevola con lei in quanto a simpatia, fascino e gradevolezza vocale. Ma non si può avere tutto nella vita, bisogna accontentarsi di quello che si ha.

Per evitare di annoiare gli spettatori, in TV cercano quindi di riempire il tempo con interviste e commenti di politici, giornalisti “quirinalisti” (questo è il loro momento di gloria) e opinionisti più o meno esperti che si esibiscono in un ampio repertorio di ipotesi di voto, dietrologie su accordi più o meno segreti, patti nazarenici, aspetti tecnici delle votazioni, aneddoti, voci di corridoio, giudizi sui candidati preferiti, in perfetto stile reality o talent show, pronostici e  puntate sui cavalli di razza che partecipano al Gran premio Montecitorio; mancano solo gli allibratori e la sala scommesse tipo La Stangata.

Osservando questo rituale, si ha la netta percezione della incolmabile frattura tra la realtà quotidiana ed un mondo, quello della politica e dell’informazione,  fatto di parole e immagini che con la realtà hanno poco o niente a che fare. Per rendersene conto basta confrontare i due livelli esistenziali. La realtà è fatta, purtroppo, da gravissimi problemi economici, precarietà del lavoro, decine di migliaia di aziende che hanno chiuso definitivamente o stanno per chiudere o essere vendute ad imprenditori stranieri, livelli di disoccupazione drammatici (quella giovanile è al 40%),  povertà in aumento (le statistiche ufficiali parlano di circa 9 milioni di italiani in grave difficoltà), emergenza immigrazione con reali rischi per la sicurezza e la convivenza sociale; piccoli o grandi conflitti sono sempre più frequenti ed accrescono l’insofferenza degli italiani nei confronti di una immigrazione senza limiti e regole. Si aggiunga il pericolo concreto di azioni terroristiche da parte di gruppi organizzati, come Al Qaeda o Isis, o di pazzi e fanatici isolati pronti a farsi saltare in aria insieme a vittime innocenti, convinti di trovare nell’al di là 72 vergini a disposizione per l’eternità (c’è chi ci crede), ed il quadro della realtà risulta molto preoccupante e non lascia sperare niente di buono. A questi problemi pensano gli italiani, non alle beghe quirinalizie o nazareniche.

Ora si osservi l’altra faccia della realtà, quella della politica. Un mondo fatto di parole, promesse, dichiarazioni, slides, tweet, di toni sempre ottimistici se si è al governo, o di toni catastrofici se si è all’opposizione, di attribuzione dei meriti a se stessi o alla propria parte politica e di addebito delle colpe agli avversari, di assillante presenza in tutti i salotti televisivi a tutte le ore del giorno e della notte, di risse e scambio di accuse reciproche, di difesa del proprio branco, sempre e comunque e di demonizzazione dell’avversario, sempre e comunque. Mai, dico mai, in decenni di dibattiti televisivi, che grazie a questi confronti televisivi abbiano risolto anche uno solo dei problemi reali. Chiacchiere, sempre e solo chiacchiere su questioni che, più che interessare i cittadini, interessano quelli che campano di politica, i conduttori televisivi di turno ed i giornalisti che su quelle chiacchiere il giorno dopo riempiono le pagine dei giornali.

Al massimo questi politici da salotto si limitano a fare l’elenco dei problemi, come se già non li conoscessimo, senza mai fornire una risposta o una soluzione. E nessuno dei “bravi conduttori” di turno che gli dica chiaro e tondo “Guardi, onorevole, che i problemi dell’Italia li conosciamo  già da tempo e li viviamo drammaticamente tutti i giorni. Ma voi non siete in Parlamento per dirci quali sono i problemi, siete pagati per risolverli.”. In realtà, non solo non hanno la capacità di affrontare e risolvere i problemi (la Costituzione non prevede che chi va in Parlamento abbia particolari competenze, anche lo scemo del villaggio può essere eletto), ma sembra che il loro massimo impegno sia quello di complicare ulteriormente la vita alla gente, con sempre nuove norme, nuove tasse, balzelli, lacci e lacciuoli burocratici; un orrido antro in cui un Minotauro  sempre assetato di sangue divora cittadini e contribuenti; un labirinto inestricabile dal quale è impossibile uscire, nemmeno portandosi appresso il filo di Arianna.

Eppure sembrano davvero convinti che questa nuova sceneggiata di regime appassioni gli italiani.   Pensano che gli italiani credano che eleggere Tizio o Caio possa cambiare la loro situazione o risolvere un qualche problema. Sembra che aver proposto il nome di Mattarella sia stata una grande scelta democratica, fatta a nome e per conto degli italiani. Si tessono le lodi, si decantano le sue capacità e competenze, le grandi qualità umane, lo si presenta come il candidato ideale. Manca solo che spuntino dei testimoni che giurino che Mattarella abbia compiuto dei  miracoli. Strano, avevamo un santo in casa e nessuno, fino a ieri, se ne era accorto. Ora, però, riflettiamo un attimo. Se quel nome non fosse stato fatto da Renzi e, quindi, imposto alla sua coalizione di governo (come continua a fare, imponendo il suo punto di vista, per tutto ciò che decide il governo), quanti sarebbero, sinceramente, gli italiani che avrebbero pensato a Mattarella come presidente e lo avrebbero votato? Forse nemmeno lo stesso interessato o i familiari e  parenti, fino a pochi giorni fa ci avrebbero mai pensato.  Eppure sembra che i nostri parlamentari siano convinti che gli italiani abbiano un solo pensiero fisso quando si svegliano al mattino: chi sarà il nuovo presidente. Già, dimenticano problemi, tasse, mutui, salute, sicurezza, perfino gli affetti; la loro mente è interamente occupata dalle beghe politiche sul Quirinale e sul fatto che il patto del Nazareno regga o no. Ne sono convinti i nostri rappresentanti del popolo.

Non solo ne sono convinti, ma a forza di mostrarci questa faccia della medaglia, finiscono per convincere anche noi, grazie alla compiacenza e complicità dei media. Questo, infatti, è l’altro termine di quel binomio funesto politica-informazione. Si reggono a vicenda, sono complementari, vivono e si integrano in perfetta simbiosi. La politica fornisce la materia prima da trattare quotidianamente e la stampa ricambia mettendosi a completa disposizione e diventando un grande ufficio stampa del palazzo. Basta leggere la stampa, internet o ascoltare uno dei telegiornali per rendersene conto. Non è altro che una passerella dei soliti noti, delle solite facce, delle solite dichiarazioni di circostanza che ripetono come litanie, senza mai dire qualcosa di veramente interessante, intelligente e che abbia un riscontro ed una utilità pratica. I media non fanno altro che dare spazio, volto e parola ai professionisti della politica, sono il loro megafono, al loro servizio, sono lo strumento per condizionare l’opinione pubblica, creare consenso, indottrinare e  plagiare il popolo.

Sono complici di una sorta di grande “famiglia” affaristica, da far invidia a don Vito Corleone, istituzionalizzata e legittimata in nome della democrazia e finalizzata al mantenimento dello status quo, delle poltrone, dei privilegi di Stato e del potere. I titoli di prima pagina sono sempre per loro, i primi servizi sui TG pure e così  le poltrone dei talk show; ogni giorno dobbiamo sorbirci la indecorosa lagna di cosa dice Tizio, cosa risponde Caio e cosa ribatte Sempronio. Ogni giorno la stessa solfa. E questa la chiamano informazione. Ma davvero la gente crede o prende sul serio le dichiarazioni quotidiane delle ancelle renziane, del ciarlatano di Palazzo Chigi, dell’orecchinato Vendola o di quella specie di orso Yoghi che è il consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti? Credo di no, gli italiani non ci credono più, lo hanno dimostrato alle ultime elezioni regionali, con un tasso di assenteismo del 50% perfino nella regione rossa per eccellenza, Emilia e Romagna, dove fino a ieri andare a votare per i candidati del partito (il PCI, ovviamente, e suoi derivati e discendenti) non era solo un diritto o dovere del cittadino, era un obbligo morale.  Se si sono stancati perfino i compagni significa che la credibilità della classe politica è in caduta libera.  Come è sempre meno credibile il loro megafono ufficiale, la stampa. Politica e  informazione sono pappa e ciccia, culo e camicia, il gatto e la volpe. Anche quando fanno finta di essere in  disaccordo o fingono di litigare; sono come i ladri di Livorno.

Mi chiedo che male abbiano fatto gli italiani per meritarsi questa gentaglia in Parlamento. Sembrano acquistati ai saldi estivi, in offerta speciale prendi tre paghi uno, o forse  da ambulanti africani, o  a Porta Portese. Forse non sono nemmeno originali, non possono essere politici veri. Sembrano falsi, parodie, controfigure, maschere, cattive imitazioni.  Quando vediamo parlare Renzi abbiamo il dubbio che sia lui o sia  Crozza che lo imita, oppure sia Renzi che imita Crozza quando imita Renzi; e non riusciamo più a distinguerli. Ci siamo cascati, ce li hanno venduti per buoni, ma sono il solito pacco, una fregatura, come le borse firmate dei marocchini. Anche questi non sono originali, sono  taroccati made in China. Ma ormai, in preda alla confusione totale, nessuno ci fa più caso. L’importante è partecipare al grande circo della politica e tirare a campare.

 

Italiani brava gente

Diceva Prezzolini che gli italiani si dividono in due grandi categorie: i furbi ed i fessi. Forse aveva ragione, ma oggi bisognerebbe aggiornare quella definizione, anche alla luce degli ultimi scandali e della reputazione nazionale nel mondo.

Ecco, per esempio, cosa ne pensa il New York Times “Non c’è angolo d’Italia immune dal crimine“. L’articolo, poco lusinghiero nei nostri confronti, è stato pubblicato nell’edizione internazionale del NYT. Ovviamente per noi che tocchiamo con mano ogni giorno la situazione di totale degrado è la scoperta dell’acqua calda. Ormai il malaffare, la corruzione, la criminalità piccola o grande, isolata o organizzata, mafia o camorra, è talmente diffusa e pervasiva che nessuno si salva. Siamo immersi in un fetido mare di merda in cui bisogna sforzarsi di stare a galla per sopravvivere.  E l’esempio, purtroppo, viene dall’alto, da quella classe dirigente politica, economica, culturale,  che ormai è talmente corrotta e marcia che appare come un’unica, sola, grande  società d’affari (sporchi), o meglio, una associazione a delinquere, una sorta di Banda Bassotti che controlla il Paese.

Ma il premier Renzi, quello che vive in un suo mondo parallelo dove, circondato da belle statuine e da compiacenti servitori, regna incontrastato, fa finta di essere del tutto  estraneo a questo tsunami di escrementi maleodoranti. Lui guarda tutti dall’alto, con sdegno, lui sta mocciosamentetre metri sopra il cielo“, guarda dall’alto il popolo dei mortali e grida “Che schifo…”, poi si volta e, per mostrarsi attivo e propositivo, continua a ripetere tre volte al giorno che lui “cambierà l’Italia”. Ancora stiamo aspettando di vederla cambiata (in meglio, si spera), ma  lui pensa di cavarsela con le solite dichiarazioni quotidiane da libro dei sogni. Promette, annuncia, fra una slide e l’altra annuncia e promette e così tira avanti prendendo per i fondelli (a Firenze dicono così, dalle nostre parti si dice…prendere per il culo) gli ingenui, i giullari di corte, i miracolati di regime e quelli che accorrono festanti alle sue riunioni conviviali organizzate per finanziare il PD,  felici di pagare mille euro per un piatto di pennette (nemmeno tanto buone, a quanto dicono), sperando di entrare nelle grazie del ducetto di Rignano e di  intrecciare relazioni proficue con gli altri commensali.

E’ l’evoluzione del sistema. Una volta i compagni si finanziavano con le feste dell’Unità e la vendita delle salamelle ai proletari, alla classe operaia.  Ora si sono evoluti, all’americana, organizzano “Leopolde“, dove si discute di tutto e di niente, ma la gente si illude di partecipare alla vita politica,  e ci si finanzia con cene d’affari per banchieri, capitani d’industria, manager e ricchi borghesi radical chic ansiosi di mostrare quanto sono “de sinistra” e progressisti. I vecchi proletari non possono partecipare, perché non possono permettersi di pagare una cena mille euro e perché non hanno l’abito adatto. E meno male che sono “democratici“!

Ma non è il solo a sentirsi innocente e fuori dalla melma. Ieri anche il Presidente Napolitano, quello che fa politica da 60 anni, che è entrato in Parlamento a 30 anni e non ne è più uscito, quello che ha partecipato attivamente come esponente di primo piano del PCI/PDS/DS/PD a tutte le vicende nazionali del dopo guerra, quello che si sforza di mostrarsi super partes, quello che sembra nato ieri, puro ed innocente come un neonato, quello che non passa giorno che non dispensi perle di saggezza senile, anche lui “tre metri sopra il cielo“, quello… ieri, tomo tomo e cacchio cacchio (come direbbe Totò) se la prende con chi contesta il totale degrado della politica nazionale e afferma indignato “Antipolitica patologia eversiva, ma la politica deve recuperare moralità“.

Oh, bella, ma guardi Presidente che la vera e gravissima patologia dell’Italia è proprio la politica, di cui Lei è la rappresentazione più alta, non chi la contesta. Gli eversivi sono i politici corrotti, non chi ne denuncia le malefatte. E se proprio si voleva recuperare la moralità, Lei e tutta la “Casta” dei casti e puri di cuore avete avuto decenni di tempo per farlo. Ma stranamente, quando scoppia l’ennesimo scandalo, cadono tutti dal pero.  Dopo decenni di vita politica attiva, non si sono mai accorti di nulla, non c’erano e, se c’erano, dormivano. Per fortuna, sempre ieri, gli ha risposto a stretto giro di posta, anzi di agenzia, una nota dei vescovi: “Un corrotto è più eversivo di un anti-politico onesto“. Tieh, piglia, pesa, incarta e porta a casa!

Ma naturalmente, purtroppo, non sono solo i politici a partecipare al lauto banchetto della corruzione istituzionalizzata. Spiace dirlo, ma sembra che gli italiani la corruzione ce l’abbiano nel sangue. Praticamente non c’è settore che ne sia fuori. O si fa già parte della allegra comitiva di corrotti e corruttori, oppure ci si ingegna in tutti i modi, leciti e meno leciti, per entrare in quel mondo  e banchettare insieme all’allegra Banda Bassotti in versione italica.  Non è questione di sapere chi ruba, ma solo di sapere quanto ruba, perché l’entità del furto è direttamente proporzionale alla posizione sociale, agli incarichi ricoperti, alle occasioni favorevoli ed alle opportunità offerte.

L’occasione fa l’uomo ladro“, recita un vecchio proverbio. Ma oggi, grazie al progresso, i ladri sono talmente organizzati che quando l’occasione non c’è se la creano, la inventano. Arrivano migliaia di migranti? Ecco l’occasione buona per inventarsi l’affare. Tutti pensano che si tratti solo di accogliere dei disperati offrendo un letto ed un pasto caldo. Insomma, un’operazione umanitaria svolta da volontari. Ma i fantasisti della truffa ci vedono l’affare e ne fanno un’occasione per aggiudicarsi i contratti di gestione delle strutture di accoglienza per Rom e immigrati, portando a casa milioni di euro.

Tutto può essere sfruttato per creare il giro d’affari. Il denominatore comune, la chiave che apre tutte le porte è una: la bustarella, la tangente, la mazzetta. La bustarella è irresistibile, ci cascano tutti, è “una proposta che non si può rifiutare“, come diceva il Padrino. E non c’è settore che ne sia immune. Perfino sulla salute si riesce a speculare. Ecco l’ultimissima di ieri: “Sardegna; tangenti per le protesi acustiche, due arresti“. Bisognerebbe cambiare la Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sulle tangenti“. Voi penserete che, per fortuna, ci sono le forze dell’ordine (polizia, carabinieri e guardie di finanza) che vigilano e combattono la corruzione e le tangenti. Illusi, allora guardate questo video: “Tangenti; arrestati due ufficiali della Guardia di Finanza“. E ci fermiamo qui perché l’elenco sarebbe lunghissimo. Se, però, siete curiosi e volete accertarvi del reale livello di corruzione, basta fare una piccola ricerca su Google, digitare “tangenti” e compariranno circa 700.000 voci. Buona lettura.

Così, basta sfruttare le occasioni giuste e chiunque può cominciare a rubare. Il piccolo bottegaio ruba sul peso, piccoli artigiani rubano sul prezzo dei lavoretti domestici, borseggiatori e ladri di galline rubano qualcosa al mercato o ti sfilano il portafoglio, gli operai rubano utensili e materiali nelle fabbriche, dipendenti pubblici incassano bustarelle per accelerare le pratiche, funzionari e dirigenti pubblici incassano cospicue tangenti proporzionali all’entità degli appalti e concessioni e i grandi finanzieri che controllano l’economia mondiale rubano miliardi di dollari con affari sporchi e speculazioni finanziarie. E talvolta (Vedi l’ultimo scandalo di Mafia Capitale e delle Coop di Buzzi), fanno affari d’oro e incassano milioni di euro spacciandosi per operatori del sociale impegnati in attività umanitarie (Bassotti romani).

Non bisogna nemmeno cadere nel solito stereotipato concetto dei ricchi cattivi e disonesti e dei poveri buoni ed onesti. I poveri sono solo quelli che aspettano e sperano di diventare ricchi e cattivi, ma  non hanno ancora avuto l’occasione buona.  Ecco perché, forse, bisognerebbe modificare leggermente quella famosa, e tristemente vera, frase di Prezzolini. La verità è che gli italiani si dividono in onesti e disonesti. Gli onesti sono coloro che ancora non hanno avuto l’occasione e l’opportunità di diventare disonesti.

Vedi:

– “Re Luigi e la carrozza“.

– “La COOP sei tu? No, grazie; Coop sarà lei

Non si può fare a meno di ricordare “Tutti dentro“, un film del 1984, allora stranamente profetico ed oggi attualissimo; sembra la cronaca degli ultimi avvenimenti.

Matteo, Ginetto ed il pugno di pollice

Matteo Renzi e Ginetto Micidial hanno qualcosa in comune: il tutor. Chi è Matteo lo sanno tutti, se non altro perché ce lo ritroviamo tutti i santi giorni davanti agli occhi in TV; ampio spazio in tutti i Telegiornali, servizi speciali ed approfondimenti, ospitato in tutti i salotti televisivi politici e non (dalla De Filippi a Barbara D0Urso), talk show, quasi a reti unificate. Ginetto, invece, è un personaggio della serie TV “Mario“,  che va in onda sul canale 8 MTV ( Vedi qui “Mario, una serie di Macio Capatonda“). Una delle poche cose originali, divertenti e intelligenti della TV (E raramente io parlo bene della televisione).

Ginetto è il figlio di lord Micidial, capo e padrone  del canale televisivo “Micidial TV“, che decide di candidarlo alla presidenza del Consiglio. Ma Ginetto non è molto sveglio, anzi è decisamente deficiente. Quindi lord Micidial assume un tutor per insegnargli le elementari regole della politica e l’arte di presentarsi in pubblico. Missione impossibile per il povero tutor che, vista l’impossibilità di ottenere qualche risultato da Ginetto, rinuncerà ad ogni tentativo e finirà per suicidarsi. La prima cosa che il tutor gli insegna è proprio un gesto di forte impatto mediatico, che rappresenta al meglio la carica positiva e vincente di un aspirante leader: il pugno di pollice. Ecco nel video la prima lezione…

 Questo gesto che racchiude tutta la forza rivoluzionaria del nostro candidato, insieme al geniale slogan “Tutti famosi“, che costituisce il punto forte della sua campagna elettorale, dovrebbe garantirgli la vittoria. Eccolo ancora in una intervista in cui espone il suo programma. Il video, per disposizioni dell’autore, non è riproducibile su altri siti. Per vederlo cliccare qui: “Andrea Duprè intervista Ginetto Micidial“.

 

Ed ecco, invece, lo stesso gesto fatto dal nostro premier per caso; quello che, da un giorno all’altro, senza essere stato eletto e votato dai cittadini e per grazia ricevuta da San Giorgio (non quello del drago, quello del Quirinale)  è stato miracolato e promosso sul campo  ed è passato dall’occuparsi della riparazione delle buche stradali, pulire tombini e regolare la raccolta differenziata della spazzatura dei fiorentini, a traslocare da Pontassieve a Palazzo Chigi e  partecipare in giro per il mondo a vertici, summit, G8, G20 e “G ses’a frori” (questa è riservata ai sardi), dove discute  con Putin, Obama, Merkel, Cameron,  i quali forse si intendono di politica, di economia globale e rapporti internazionali, ma niente sanno di come si tengono puliti i tombini o come si raccoglie la monnezza. Ecco perché il nostro premier, anche quando si trova fra i grandi della Terra, ha sempre quell’aria di superiorità.

Fa lo stesso identico gesto di Ginetto Micidial. E’ evidente che hanno frequentato la stessa scuola. Ma onestamente bisogna riconoscere che, in realtà, Matteo e Ginetto non sono proprio uguali. Ginetto, essendo un personaggio di fantasia e nonostante, come Matteo,  voglia “cambiare il destino dell’Italia“,  fa solo finta di essere scemo.

 

Parassiti e culi

Pubblicato l’elenco della vergogna. Dopo ripetute pressioni da parte della stampa locale (Vedi L’Unione sarda), ieri è stato reso pubblico l’elenco degli ex consiglieri regionali della Sardegna che percepiscono il vitalizio. Si tratta di 317 ex “onorevoli” che percepiscono mediamente circa 4.000 euro al mese netti. Ma qualcuno arriva a prendere anche 5.550 euro al mese. Alcuni godono dell’assegno da decenni, anche se presenti in una sola legislatura, e dopo il decesso del titolare,  l’assegno viene percepito dai familiari o aventi diritto.

Questo elenco bisognerebbe farlo circolare fra i minatori del Sulcis, i cassintegrati sardi, i disoccupati, gli esodati, i giovani in attesa di lavoro, gli emigrati, i pensionati al minimo, a quei sardi ai quali hanno chiesto il voto in questi decenni ed ai quali avevano sempre fatto promesse e garantito il proprio impegno per risolvere i problemi dell’isola. Sono nomi di personaggi più o meno noti che hanno attraversato la scena della politica isolana negli ultimi 50 anni. Questo “assegno vitalizio” costa circa 16 milioni di euro all’anno. Se si è di stomaco forte si può vedere qui l’elenco completo: “Elenco dei percettori di assegno vitalizio diretto e indiretto“.

E non basta, perché si scopre che, oltre a questo vitalizio, “sudato” sui banchi del Consiglio regionale con chissà quale fatica, gli ex consiglieri godono anche di una speciale buonuscita di 50.000 euro esentasse che spetta a tutti, a fine legislatura, anche se rieletti, a titolo di “assegno di reinserimento”. Tutto qui? No, proprio di recente è venuto alla ribalta un altro scandalo che riguarda Claudia Lombardo, ex presidente del Consiglio regionale. Grazie alle norme vigenti, la Lombardo, può godere del vitalizio di 5.000 euro al mese da subito, a 41 anni! (Miss Vitalizio, in pensione a 41 anni).

Per i nostri politici, diversamente da tutti i cittadini normali, non valgono le norme di pensionamento, le riforme, le finestre di uscita, la spendig rewiew, il rischio di finire fra gli “esodati” senza stipendio e senza pensione. Per loro vigono norme ad hoc, riservate alla casta. I cittadini normali devono compiere 65 anni e lavorare 40 anni per poter andare in pensione e percepire un assegno che garantisce giusto la sopravvivenza (e spesso nemmeno quella). Gli “onorevoli“, invece, già dopo 5 anni di servizio in Consiglio regionale e senza limite di età anagrafica, percepiscono assegni di circa 3/4.000 euro…vita natural durante (e dopo la passano agli eredi).  Ma loro appartengono alla casta dei privilegiati, sono quelli che predicano bene e razzolano male, vengono da un altro mondo, sono quasi alieni. Sono una specie particolare e purtroppo molto diffusa sul territorio nazionale di un pericolosissimo parassita, il “politicus italicus“, una sorta di sanguisuga sociale.  Riconoscerli è abbastanza facile e si possono individuare subito, grazie alla loro esclusiva e particolare caratteristica: hanno la faccia come il culo.

Forse, pensando a questa particolarità del “politicus italicus“, la responsabile della comunicazione della lista “Tsipras“,  la sarda Paola Bacchiddu, ha pensato bene nei giorni scorsi di pubblicare in rete una foto che la mostra in bikini bianco che esalta un notevole “lato B” (La provocazione della lista Tsipras). Com’era prevedibile la foto è stata ripresa da tutti i media ed ha scatenato le solite polemiche sull’uso strumentale del corpo femminile.  Ma, polemiche a parte, l’operazione mediatica ha funzionato.  Ieri, per esempio, la Bacchiddu (che non è nemmeno candidata alle europee) era ospite a Matrix di Telese su canale 5 dove, senza la sua trovata mediatica, non sarebbe mai stata invitata. Raggiunto lo scopo. La responsabile della comunicazione ha capito benissimo che per far parlare di sé e della sua lista bisognava inventarsi qualcosa che poi la facesse finire in prima pagina. Ed oggi per finire in prima pagina il sistema migliore è sempre quello; spogliarsi. Bisogna però riconoscere che almeno è stata onesta. In un mondo in cui i politici   chiacchierano, promettono, straparlano ed hanno la faccia come il culo, lei (che essendo sarda è pratica, concreta e di poche parole), più onestamente e senza tante chiacchiere, mostra direttamente il culo. Viva la sincerità, la brevità, la Sardegna e…il culo!

Tutti dentro

Notizia d’apertura ANSA: Scajola arrestato. Subito sotto :”Appalti EXPO: arrestati Paris e Greganti“. E ancora oggi: “Arrestato presidente Mens sana Siena e Lega Basket“. Sono solo gli ultimi nomi di arresti eccellenti che si aggiungono alla lunga lista del “Bollettino quotidiano degli arresti d’Italia“.  Ormai è talmente “normale” leggere queste notizie che, quando al mattino si dà uno sguardo ai quotidiani in rete, ci si chiede “Chi avranno arrestato oggi?“. Ed i nomi sono sempre quelli: personaggi più o meno noti della politica, dell’economia, della finanza, amministratori e funzionari di Enti ed aziende pubbliche,  che finiscono in galera per reati vari. Se agli arrestati si aggiungono quelli indagati, sotto processo o coinvolti in affari poco leciti, la lista è lunghissima.

E cresce l’indignazione nei confronti di politici, dirigenti e della “Casta” in generale. Purtroppo, però, non sono solo i “potenti” a finire in galera o sotto processo. La lista dei “malviventi” comprende un elenco interminabile di persone comuni che delinquono abitualmente e commettono reati più o meno gravi. Truffe, raggiri, estorsioni, imbrogli di ogni genere, sono all’ordine del giorno. E non solo da parte della malavita organizzata. Mafia, camorra e ‘ndrangheta sono solo l’aspetto più conosciuto. Ma dietro i grandi delinquenti, come ci mostra ogni giorno la cronaca ed i servizi TV,  c’è un esercito di piccoli furfanti che campano di furti, scippi, rapine, prostituzione, droga, riciclaggio di denaro, ricettazione, contraffazioni, traffico e smaltimento illecito di rifiuti tossici, inquinamento ambientale, commercio di alimenti adulterati o scaduti, esercizio abusivo di professione, piccole o grandi evasioni fiscali, raggiri, malversazioni, abuso della credulità popolare etc. Ogni giorno ci sono milioni di persone che  commettono qualche reato: praticamente una rassegna quotidiana di tutto il Codice penale. Talvolta vengono segnalati in cronaca o da servizi televisivi, tipo Striscia la notizia o Le Iene, ma il più delle volte non solo non se ne sa nulla, ma non incorrono nemmeno in denunce o sanzioni.

Così la maggior parte dei reati di microcriminalità non trova eco sulla stampa e spesso, le vittime non sporgono nemmeno denuncia. Sono episodi di malavita e criminalità  ai quali ormai siamo assuefatti, li consideriamo parte integrante della vita quotidiana, inevitabili come calamità naturali. E molto spesso, se non si tratta di fatti gravi, siamo anche rassegnati a sopportarli senza reagire, perché rivolgersi alle forze dell’ordine, molto spesso è del tutto inutile.  Questo dilagare inarrestabile di malavita e violenza è la dimostrazione pratica che la nostra società è corrotta e marcia fino al midollo. Senza speranza.

Allora non dovremmo meravigliarci più di tanto se i “potenti” vengono frequentemente coinvolti in attività illecite. Chi è grande truffa in grande, chi è piccolo truffa in piccolo (in attesa di diventare grande). Ricorda un po’ quella famosa pubblicità “Per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello“. Chi tratta affari di miliardi ruba miliardi, chi campa alla giornata ruba pochi spiccioli. E’ solo una questione di occasioni e di opportunità, ma la tendenza a “rubare” forse è nell’animo umano. La corruzione e la malvagità ce l’abbiamo nel sangue. Esistono anche le persone oneste, buone e caritatevoli? Forse sì, ma non sono certo loro a governare il mondo. La storia, e la cronaca quotidiana, ce lo confermano; il mondo è in mano ai malvagi, ai corrotti, agli egoisti, ai cinici. E’ il male che governa il mondo.

Il seme della violenza

Per chi ancora si stupisce di guerre, odio, malvagità, egoismo, di atrocità di ogni genere, dei continui esempi della cattiveria umana e dell’orrore che semina nel mondo la follia umana. Per chi crede ancora nella innata bontà dell’uomo. Per chi continua a sognare un nuovo Eden. Per chi non sa, non ricorda o finge di non sapere. Perché tanta malvagità nel mondo? Volendo, potremmo trovare risposta nella storia del pensiero umano, ma poiché anche i maggiori pensatori possono essere contestabili, allora cerchiamo la risposta da fonte molto più autorevole, al di là dell’umana imperfezione, nei testi sacri. Ecco cosa il Signore (che avendo creato l’uomo, sa di cosa parla) disse a Noè, dopo la distruzione del mondo con il Diluvio universale: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza…” ( Genesi VIII,21 ) Firmato: Dio! Chiaro?

Democrazia in pillole

La democrazia si fonda sul rispetto della volontà popolare che si esprime attraverso il voto, che non ha valore qualitativo, ma solo quantitativo. Tutti i cittadini sono uguali, ogni testa un voto ed ogni voto, indipendentemente dalle qualità personali  di chi lo esprime, vale uno. Chi raccoglie più voti diventa maggioranza ed ha diritto di governare. Il diritto della maggioranza è fondato  esclusivamente sul dato numerico. La democrazia si basa, quindi, non sul riconoscimento del valore delle idee, ma esclusivamente sul valore della maggioranza numerica. Non contano le ide, ma i numeri. Questo è il succo della democrazia.

Ma un sistema politico che riconosce più valore al numero di persone che sostengono una certa idea, piuttosto che al valore dell’idea stessa, non ha alcuna giustificazione logica e razionale; è un principio che, più che all’organizzazione della Polis, si addice a  mercanti, contabili e bottegai. Se siete convinti che questo principio sia giusto e che il voto di un saggio valga quanto il voto dello scemo del villaggio, siete dei perfetti  democratici. Auguri (ma poi non lamentatevi).

P.S.

Diceva una vecchia battuta di Guido Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli“.

P.P.S.

Due splendidi esempi storici di democrazia e di applicazione della volontà popolare: la morte di Gesù e di Socrate. In entrambi i casi sono stati condannati a morte dal popolo che ha votato e deciso “democraticamente” a maggioranza.

Forconi d’Italia

Quasi quasi avrei voglia di armarmi di forcone e diventare anch’io “protestante“. E se mi sono stancato io che non ho mai creduto nelle proteste, nei cortei ed ancor meno nella violenza, di nessun genere, come metodo di lotta sociale, allora vuol dire che veramente siamo giunti a fine corsa. Siamo davvero arrivati al limite di sopportazione. Non se ne può più di una classe politica incapace, che sta rovinando l’Italia e sta mettendo a dura prova la pazienza dei cittadini, anche dei più pacifici e restii a scendere in piazza per protestare. Difficile trovare anche dei termini appropriati per definire questi politicanti da strapazzo, pieni solo di parole vuote, di inutili dichiarazioni d’intenti, che sproloquiano nei salotti televisivi, si nutrono di slogan e dedicano tempo ed energie alla loro occupazione principale; salvaguardare poltrone e potere, incuranti dei problemi e dei bisogni della gente. Incuranti perché del tutto incapaci di trovare una sia pur minima soluzione.

Basta vedere la faccia di gomma, inespressiva, inebetita del nostro premier Letta affermare con grande soddisfazione che il peggio è passato, che l’Italia sta uscendo dalla crisi, che siamo sulla buona strada, che “L’Italia ce l’ha fatta…”. Basta guardarlo in faccia, osservare la sua espressione tranquilla, serena, soddisfatta dell’azione del governo, e pensare ai dati che ogni giorno ci vengono forniti dalla stampa. Dati terrificanti sulla disoccupazione, la povertà che cresce, 93 mila aziende che hanno chiuso solo nel corso del 2013. Imprenditori che continuano a suicidarsi per la disperazione, cittadini oppressi da tasse in aumento ed insostenibili, burocrazia che scoraggia chiunque voglia avviare un’attività, corruzione dilagante a tutti i livelli.  Giustizia schizofrenica che condiziona l’azione politica e l’economia e che può decidere della vita e della morte dei cittadini, senza mai pagare pegno per gli errori commessi. Un Parlamento che, mentre gli italiani sono alla disperazione, si preoccupa degli immigrati, di femminicidio, di omofobia e si trastulla in rappresentazioni grottesche fingendo di occuparsi di politica.

Sembrano vivere in un altro mondo, insensibili ed indifferenti a tutti i segnali di allerta che da anni vengono dalla gente comune, dagli osservatori più attenti, dalla stampa, da tutte le categorie di lavoratori, tutti uniti dalla stessa sensazione di vivere in una società ormai senza controllo, senza guida e senza meta. E loro, i nostri rappresentanti, passano il tempo a litigare per le poltrone, per difendere il proprio orticello, per ritagliarsi uno spazio mediatico, per dividersi, riunirsi, ridividersi, inventarsi nuovi movimenti e partiti, pur di garantire la perpetuazione della specie di sanguisughe sociali. Si presentano come rivoluzionari, come il nuovo che avanza, come gli unici capaci, onesti, preparati, come quelli che combattono il sistema corrotto e promuovono il rinnovamento, la nuova era, l’età dell’oro. Sembrano estranei al degrado sociale, non sono mai responsabili degli errori, dei disastri, degli sprechi, del disfacimento economico, culturale, morale;  si sentono e si presentano tutti come innocenti fanciulli e pudiche verginelle. Come se fossero i salvatori della patria, i nuovi Messia, gli angeli custodi che ci assistono e ci conducono per mano verso il nuovo Eden, invece che essere i primi, veri responsabili del disastro sociale, economico, politico, culturale e morale.

Sono una specie anomala nata da strane modificazioni genetiche, sono un errore di percorso nella via dell’evoluzione umana. Si moltiplicano e si riproducono spontaneamente come le erbe infestanti e nessuno finora, purtroppo, ha inventato un antidoto adatto per eliminarli.  Non soddisfatti di riprodursi individualmente, si raggruppano secondo l’utilità collettiva di piccoli gruppi e quando ritengono di non avere sufficiente spazio cercano “un posto al sole“,  abbandonano la terra madre e fondano nuove colonie e partiti.  Come se non ce ne fossero già abbastanza. Come se creando nuove aggregazioni migliori la situazione. Come se con nuovi simboli e nuove bandiere diventino tutti più capaci, intelligenti e onesti.  Come se con un nuovo slogan si cancellino tutti gli errori del passato e si torni puri come angioletti. Come se un nuovo partito sia migliore dei precedenti. Come se mostrando in TV volti nuovi di giovani e belle ragazze anche le vecchie baldracche diventino tenere fanciulle in fiore. Ma la merda è sempre la stessa; anche se incartata elegantemente con carta a fiori e nastri dorati, non diventa profumata, sempre merda resta.

Ecco perché alla fine la gente ne ha le tasche piene, ed altro, di questa gentaglia. Ecco perché stiamo arrivando ad un punto di non ritorno. Ecco perché c’è voglia di forconi; la pazienza è finita. “Datemi un forcone (che cosa ne vuoi fare?), lo voglio dare in testa a chi non mi va!” Ecco cosa mi viene in mente, parodiando una vecchia canzoncina degli anni ’60 (Datemi un martello), versione italiana, lanciata da Rita Pavone, di “If I had a hammer” un successo internazionale di Trini Lopez. In realtà la canzone è di Pete Seeger, folk singer USA, mito della generazione (specie dei movimenti di protesta) degli anni ’60. La canzone venne incisa anche da un altro gruppo folk notissimo in quegli anni, Peter Paul and Mary. Erano i tempi dei primi movimenti pacifisti, della protesta contro la guerra, contro la discriminazione razziale. Figli dei fiori, spinelli, libertà sessuale, Woodstock e cantautori, eredi di Woody Gutrye, al quale si ispirò anche Bob Dylan ai suoi esordi, che cantavano le loro canzoni nei cortei, nei raduni giovanili o nei localini underground del Greenwich village a New York. Altri tempi, altre chitarre, altri forconi, altri ideali. Ora si avrebbe voglia di prendere un forcone semplicemente per rincorre uno per uno tutti, ma proprio tutti, quelli che a vario titolo e livello, si occupano di politica. E piantargli una bella forconata nel sedere.

Ma almeno allora c’era in fondo al cuore la speranza di un mondo migliore. di un futuro in cui credere. Ora non c’è più nemmeno la speranza, c’è solo la disperazione, l’incertezza, la sfiducia totale, la rassegnazione ad un destino tragico. Un destino che non abbiamo scelto, né voluto e di cui siamo artefici solo in piccola parte. Ma è una parte determinante, è la responsabilità di aver scelto “democraticamente” questa classe politica. Ecco il dramma; li abbiamo scelti noi. Ed allora con chi dobbiamo prendercela? Chi dobbiamo rincorrere con i forconi? Siamo sicuri che la democrazia, come ci raccontano da sempre, sia il miglior sistema di governo? Ma se così è, come è possibile che dei cittadini apparentemente normali, coscienti e responsabili, eleggano al Parlamento delle persone che ci stanno portando alla catastrofe? Come è possibile che un intero popolo si faccia turlupinare, plagiare, irretire, fagocitare, angariare , vessare, per decenni senza ribellarsi, anzi dando vita ad una guerra civile permanente tra fazioni avverse per sostenere ed eleggere una classe dirigente che non fa altro che perpetuare l’inganno a proprio vantaggio ed a spese del popolo? E’ possibile, si chiama democrazia. Eppure la gente ci crede ancora, con grande soddisfazione di chi con questo sistema ci campa. Non restano che i forconi ed una amara constatazione; queste sanguisughe democratiche…

Non serve a niente, ma almeno mi sono sfogato. Eccheccazzo, quando ce vò ce vò!

P.S.

Perché sono così inc…zato come una bestia (direbbe Joele Dix)? Perché sono uno dei milioni di italiani che, dopo aver sentito che il governo aveva abolito l’IMU sulla prima casa, dormiva sonni tranquilli. Poi ci hanno ripensato ed hanno abolito solo la prima rata. Poi ci hanno ripensato ancora ed hanno abolito anche la seconda, ma non per tutti. Resta in vigore l’IMU per i cittadini di quei Comuni che hanno modificato l’aliquota. E quali sono questi Comuni? Primo dubbio e primo problema. Come fa il cittadino a saperlo? Deve informarsi, perdere tempo, chiedere al proprio comune o ad un patronato o un esperto. Ma anche i commercialisti ed i CAF, fino a pochi giorni fa, non sapevano cosa fare e cosa rispondere ai cittadini. E allora il povero contribuente cosa deve fare?. Cerca disperatamente di informarsi con amici o sulla stampa o su internet.

Bene, chi sta in Sardegna, poteva leggere sul quotidiano regionale L’Unione sarda di pochi giorni fa, l’elenco dei 14 Comuni in cui si sarebbe pagata la seconda rata IMU. I Comuni sono quelli che ultimamente hanno elevato l’aliquota di imposta. Ma al di là di questa spiegazione tecnica si pone una questione di principio che riguarda l’uguaglianza dei cittadini. Domanda per i più svegli: i Comuni della Sardegna sono 377, perché in 14 Comuni si paga l’IMU e negli altri no? Intanto che cercate una risposta soddisfacente, se non siete fra quei 14 Comuni siete tranquilli, vi rigirate sul guanciale e continuate a dormire  “sonni tranquilli“. Ma sarebbe un errore gravissimo perché proprio ieri il tuo commercialista ti chiama e ti dice che, contrariamente a quanto letto sulla stampa, devi pagare l’IMU, il modulo è già pronto, stampato, devi andare a ritirarlo e poi accingerti ad una fila lunghissima in banca perché, essendo la scadenza fra 4 giorni, compresi sabato e domenica festivi, restano solo due giorni utili, venerdì e lunedì,  per il versamento.

Ma perché c’è stato questo contrordine? Ecco svelato l’arcano. Il nostro Comune non aveva finora modificato l’aliquota IMU. Quindi eravamo sicuri di non dover versare questa seconda rata IMU; fino a pochi giorni fa. Ma il guaio è che il sindaco di recente si è dimesso ed è arrivato un Commissario il quale, udite udite, tanto per agevolare la cittadinanza, ha deciso, proprio la settimana scorsa, in tutta fretta ed in gran segreto, di aumentare l’aliquota, facendoci rientrare fra quei Comuni che dovranno pagare l’IMU entro il 16 dicembre ed obbligando qualche migliaio di persone a fare i salti mortali per informarsi e regolarizzare il pagamento nel giro di due giorni.

Così i cittadini che erano sicuri di non dover pagare, ora devono affrettarsi (mancano due giorni utili),  informarsi sull’importo totale dell’imposta e  conteggiare il 40% della cifra totale.  Secondo problema:  quant’è la cifra totale? E la signora Assunta di 90 anni, analfabeta, sola e impossibilitata ad uscire, come fa ad informarsi,  calcolare la somma, compilare il bollettino e andare in banca a pagare? Ma  i cittadini come sono stati informati della variazione? Con dei volantini fotocopiati e affissi nei locali pubblici. Chi esce e frequenta i locali pubblici è avvertito, gli altri no. Terzo problema: e gli anziani che non frequentano bar e negozi in questi giorni?

Per fortuna il centro è piccolo, in due giorni la voce si spande e tutti corrono presso i pochi uffici che possono dare qualche spiegazione e compilarvi i moduli per il versamento. Ma data l’affluenza, comunque sono qualche migliaio di persone che si riversano in due o tre uffici di consulenza, si crea ressa, attesa e si perde una mezza giornata. E poi si perderà un’altra mezza giornata, se non una giornata intera, per pagare allo sportello bancario. Ammesso che, pure facendo gli straordinari, la banca riesca a servire tutti i clienti, con gravissimo disagio dei clienti normali che si rivolgono alla banca per normali operazioni, magari anche urgenti,  e che dovranno aspettare che, fra qualche giorno, non prima di martedì prossimo, finisca la buriana dell’IMU.

E tutto questo gran casino grazie a chi? Ai nostri governanti incapaci che invece che semplificare la vita ai cittadini, essendo incapaci, trovano sempre il modo di complicarci l’esistenza, farci perdere tempo, denaro, fatica, stressarci e portarci sull’orlo di una crisi di nervi. Ma poi, perché alcuni Comuni pagano ed altri no? Ma i contribuenti non dovrebbero essere tutti uguali? E perché mai gli abitanti di Pompu non pagano e quelli di Serramanna sì? Perché si paga a Nurallao e non a Guasila? E’ credibile che la maggiorazione delle tasse in alcuni centri sia dovuta alla presenza di servizi migliori o diversi fra Comuni della stessa area, con uguale numero di abitanti, stessi servizi sociali, che distano una decina di chilometri fra loro? Che differenza c’è fra Pompu e Masullas o fra Serramanna e Villasor?

Perché ci sono cittadini di serie A e di serie B? Ma chi è quella mente geniale che concepisce queste diversificazioni fra i Comuni del Sulcis, del Logudoro o della Marmilla? Ma i nostri governanti non farebbero bene a fare un salto al più vicino centro di salute mentale (tanto è gratis) e sottoporsi ad una piccola visita di controllo?. Ma sono davvero sicuri di essere sani di mente? E’ chiaro adesso perché alla fine si è così inc…zati? Datemi un forcone, lo voglio dare in testa, anzi nel culo a Letta e tutto il governo di larghe intese, così gliele allarghiamo un po’…le intese.

P.S. 2

E come se non bastasse, qualcuno, c’è sempre qualche genio in circolazione che decide di complicarvi la vita, ha deciso che le vecchie impostazioni di scrittura dei post avessero bisogno di qualche modifica, Così, non so come e perché, non è più possibile inserire un link nel testo ed anche inserire una foto nel post è un problema. Ma perché devono continuamente cambiare le cose? Ma non avete altro da fare? Ma se funziona bene così da anni, perché dovete modificare ciò che va bene? Ma sarà un’innovazione interna o sarà una nuova impostazione del browser Internet Explorer? Boh! Poi dice che uno s’incazza!

L’onorevole ed il Pi greco

Ma quanto fa 9×9? Lo sanno tutti i bambini delle elementari. Poi crescono, diventano onorevoli e dimenticano le tabelline, la geometria e confondono Pitagora con Archimede. Ecco perché poi sbagliano i conti degli esodati, dell’IMU, del debito pubblico e per compensare gli errori dei bilanci di previsione devono sempre aumentare le tasse. Già anni fa un servizio delle Iene dimostrò il livello di ignoranza dei nostri parlamentari. Ed ogni volta che qualche cronista d’assalto rivolge agli onorevoli delle domande un po’ inusuali, che mettono a dura prova le loro conoscenze, casca l’asino; è proprio il caso di dirlo.

Ogni giorno alle 20.30 su Rete 4 va in onda Quinta colonna che si occupa di temi politici e di attualità. Dura circa 40/45 minuti e la puntata si chiude con un brevissimo servizio che stila una divertente classifica che riguarda solitamente il mondo della politica.   Si va dalle risse in Parlamento alle scuse più frequenti per giustificare le spese pazze, dalle case da sogno agli amori dei leader.

Pochi giorni fa è stata la volta di un breve servizio di Nausica Della Valle che intervista alcuni parlamentari mettendo alla prova le loro conoscenze in matematica. Poche domande e risposte imbarazzate. Qualcuno risponde che 9×9 fa 72 (e ride), un altro si ingarbuglia sulla differenza fra seno e coseno (e lo trova divertente), un terzo non ricorda come calcolare l’area del quadrato (sembra fare i disegnini nella mente e ride), un altro ancora non sa cosa siano i numeri primi (e scappa ridendo), un altro ha un’idea molto approssimativa della tangente (e ride). Ridono tutti. Ignoranti sì, ma ilari, hanno il riso facile. “Risus abundat in ore stultorum“, dicevano i nostri saggi antenati.

Vince la speciale classifica Monica Cirinnà del PD che confessa candidamente di non sapere quanto fa 9×9, identifica il teorema di Pitagora con il Pi greco e cerca di spiegarlo citando confusamente ed a sproposito la legge di Archimede sui corpi immersi in un liquido: “la linea di galleggiamento è inversa al suo peso…” dice (!). Una specie di miscuglio male assortito, indefinibile, incredibile ed inaccettabile da parte di gente che guadagna cifre esorbitanti a carico dei cittadini, che usufruisce di privilegi indecenti e che non conosce nemmeno le tabelline elementari, non sa cosa sia il PI greco e confonde Pitagora con Archimede. Ma dove hanno studiato, nel Burundi? O forse, come dicevo nel post “Cuperlo ed il complesso di superiorità”, si sono laureati a Tirana, come il Trota? E forti di tanta ignoranza, ogni giorno, mattino, pomeriggio e sera, saltano da una poltrona all’altra nei  salotti televisivi a blaterare del nulla, con l’aria insopportabile dei sapientoni, e fanno finta di occuparsi di politica.

Questi sono i nostri rappresentanti, quelli che dovrebbero essere i migliori. Quelli che grazie ai principi fondamentali della democrazia ed a norme e leggi assurde e senza alcun fondamento logico e razionale, che sembrano fatte apposta per favorire i furbi e gli arrivisti senza scrupoli,  consentono a chiunque, anche allo scemo del villaggio (lo dice la democrazia e la Costituzione), di entrare in Parlamento e governare l’Italia; senza presentare titoli, attestati e credenziali, senza dover superare alcun esame, selezione o test attitudinale.

Anche per fare i netturbini…pardon, gli “operatori ecologici” bisogna superare preselezioni, selezioni ed esami. Anche per assumere una “collaboratrice familiare” si richiedono delle referenze. Per fare i parlamentari non è richiesto niente.  La democrazia dice che anche gli idioti possono andare al governo. Caligola nominava senatore il suo cavallo, noi mandiamo in Parlamento gli asini. E’ l’evoluzione della specie. Bella la democrazia: i furbi l’hanno inventata (e la sfruttano a loro favore), dicono che sia il miglior sistema possibile e gli ingenui ci credono. E le conseguenze si vedono.

Vedi qui il video: “Politici e matematica“.

Psicopatologia del potere

Il potere è una forma di perversione mentale; in particolare il potere politico. Qualunque incarico sociale che comporti una corrispondente forma di potere implica l’accettazione di obblighi, doveri e responsabilità nei confronti della comunità. Significa dedicare tempo, impegno e fatica, usare le proprie capacità per la soluzione di problemi che spesso scontentano qualcuno, pochi o tutti. E’ inevitabile, quindi, generare inimicizie, rancori, ritorsioni e perfino minacce. Il potere implica una situazione perenne di conflitto. C’è sempre qualche avversario pronto ad insidiare chi detiene il potere e che usa tutti i mezzi, più o meno leciti e corretti, pur di attaccare il potente di turno, a qualsiasi livello, e prenderne il posto. Non si può certo dire che sia una vita di tutto riposo.

Ecco perché una persona tranquilla, onesta, mite ed amante della pace e della vita serena si guarda bene dall’occuparsi di politica. Bisogna concludere che coloro che, invece, dedicano la propria vita alla politica, amino le contrapposizioni, le lotte, i conflitti, gli scontri tra fazioni opposte. E cos’è questa se non una forma di perversione mentale scatenata dall’ambizione e dalla ricerca spasmodica dell’affermazione del proprio Ego? Eppure ci sono persone che fanno della scalata al potere lo scopo della propria vita. Spesso senza avere meriti o capacità particolari che giustifichino tale ambizione. E senza porsi fini specifici e particolarmente nobili: il potere per il potere. E tutti i mezzi sono buoni per raggiungerlo.

E’ evidente che tale ambizione sfrenata ed ingiustificata dovrebbe essere catalogata, a ragione, come una forma di psicopatologia; una forma di perversione mentale. Un incarico pubblico dovrebbe essere visto per quello che è, una sorta di “dovere sociale” al quale essere chiamati per meriti e capacità specifiche, e da adempiere per un breve periodo, per poi tornare ad attività più “normali”. Mai e poi mai dovrebbe diventare una specie di incarico a vita (una sorta di dittatura prorogata democraticamente), come se occuparsi di politica sia una professione come altre; come fare il medico o l’avvocato, il commerciante o l’artigiano. Ancora meno dovrebbe essere una specie di privilegio da tramandare di padre in figlio, come invece accade spesso.

La nostra classe politica è piena di esempi simili. Sarebbe lunghissimo l’elenco di politici che sono figli di politici; una tradizione di famiglia. O di casi in cui nella stessa famiglia marito e moglie si dedicano alla politica (vedi Fassino e Mastella, tanto per citare due casi). Ma ci sono casi ancora più eclatanti. Negli USA abbiamo intere famiglie che da generazioni si occupano di politica occupando posizioni di prestigio. Basta pensare ai Kennedy o ai Bush. Due Presidenti degli Stati uniti in famiglia, Bush padre e Bush figlio, mi sembrano troppi, o no? E solo per caso, dopo il Presidente Clinton, anche la moglie Hillary, candidata alle presidenziali, non è diventata a sua volta presidente; giusto perché nelle primarie del partito democratico è stata battuta da Obama. Bel colpo. Ma pare che abbia intenzione di ricandidarsi per la prossima tornata elettorale per la Casa Bianca. Ed il prossimo Presidente USA, quindi, chi sarà? Ancora un rampollo dei Bush, l’ultimo dei Kennedy, Hillary 2 “la vendetta“, oppure Chelsea, la figlia dei Clinton?

Non vi pare che ci sia qualcosa di perverso in questo sistema in cui gli incarichi politici vengono tramandati come “Eredità di famiglia”, come succede in Corea del Nord? Cosa avranno di così speciale queste persone per avere tanta predisposizione ad occuparsi di politica. E’ una questione genetica? Hanno delle doti molto particolari che li rendono insostituibili? Ma in fondo, gli uomini politici hanno davvero, non dico qualità speciali, ma almeno un minimo di competenza specifica? A giudicare dai risultati si direbbe proprio di no. Anzi, la storia ci dimostra che spesso sono proprio i governanti, con la loro ambizione, incompetenza, incapacità, in associazione con turbe psichiche più o meno gravi,  la causa prima di guerre o disastri sociali ed economici.

Ma allora, in assenza di requisiti specifici, cosa spinge queste persone a dedicarsi alla politica? L’ambizione, ecco cosa. Solo l’ambizione del potere, che fa sì che le nostre aule consiliari, nei comuni, nelle province, nelle regioni, in Parlamento ed in tutta una sterminata serie di Enti ed Aziende pubbliche, siano piene di persone che non hanno alcun merito o capacità specifica per occuparsi della “Res pubblica”, se non quell’unica volontà di raggiungere il potere, qualunque esso sia ed a qualunque costo.

Questo “errore di sistema” della democrazia non è normale, non è accettabile; è aberrante. Questa ricerca del potere che chiamiamo ambizione e che si esplica soprattutto in campo politico, ma che si può estendere ad altri campi, dall’arte allo sport, dallo spettacolo alla cultura in genere, ha un effetto devastante sulla società, poiché cerca di ottenere con mezzi non sempre chiari, leciti e corretti, quel riconoscimento di merito che dovrebbe essere invece dato spontaneamente dalla collettività a persone unanimemente riconosciute come meritevoli. L’ambizione sfrenata, al contrario, altera questo meccanismo naturale di riconoscimento del merito, sostituendolo con l’uso strumentale di mezzi economici e culturali, mascherati spesso dietro bandiere ideologiche, con l’unico scopo di raggiungere il potere, a scapito di chi, magari, ne avrebbe più titolo e merito.

Il potere, di qualunque tipo ed a qualunque livello, dovrebbe essere il naturale riconoscimento del merito e delle capacità individuali e non il frutto di una campagna elettorale con largo uso di mezzi di condizionamento di massa, di grandi capitali e di persuasori occulti. In tal modo non è mai il cittadino, ancorché ritenga di essere libero di decidere, a scegliere i rappresentanti più meritevoli e capaci, ma è un apparato propagandistico più o meno efficace che “impone” i rappresentanti designati.

L’aberrazione di questo sistema consiste proprio in questo: non è la bravura del candidato ad essere determinante, ma l’efficienza del proprio apparato elettorale e propagandistico. Tutto ciò è perfettamente funzionale allo scopo di raggiungere il potere contando non sui propri meriti, ma spesso solo sulla propria ambizione sostenuta da buone dosi di furbizia, spregiudicatezza, propensione alla corruzione ed uso di sistemi di creazione del consenso ai limiti, se non fuori, della legittimità. In tale contesto è evidente che l’eccessiva ambizione di potere non sia del tutto cosa normale. E’ una forma psicopatologica grave, una perversione mentale.