Quirinale news

Il Quirinale è al centro dell’attenzione mediatica. Incontri, consultazioni, prove di dialogo, solita manfrina di politici vecchi e nuovi e solita pantomima di finta democrazia. E in primo piano la faccia imperscrutabile, impassibile, immutabile, inespressiva, fossilizzata, del nostro Presidente: impossibile da interpretare e cercare di capire cosa pensa o cosa prova perché, in quanto ad espressività, se la gioca a pari merito con il Mocio Vileda. Già, non ho voglia di ripetere cose che dico da anni. Allora tanto vale riproporre due dei tanti post dedicati al Quirinale. Cambiano gli attori, ma, a parte qualche piccola variante scenica o improvvisazione occasionale, la messinscena, il canovaccio,  la farsa tragicomica  è sempre la stessa.

Follie italiche (2014)

Quirinale, ma quanto mi costi? Periodicamente vengono forniti i dati dei costi stratosferici della politica; Camera, Senato, province, regioni, finanziamento ai partiti e via sperperando. Cifre pazzesche difficilmente comprensibili per un cittadino normale. Ma il dato più incredibile è quello che riguarda le spese del Quirinale. La cifra totale è di circa 228 milioni di euro all’anno. Circa 450 miliardi di vecchie lire; all’anno! Eppure, nonostante questo dato venga riproposto con frequenza sui media, nessuno si scandalizza, nessuno protesta, nessuno chiede interventi per ridurre drasticamente le spese, nessuno si vergogna; nemmeno Napolitano.

Pochi giorni fa il costo della residenza del nostro Presidente della Repubblica è stato ricordato nel programma “Quinta colonna“, che ha messo a confronto in una tabella i costi del Quirinale con quelli delle residenze del presidente francese, della regina Elisabetta e di Obama. La conclusione è che il Quirinale costa molto di più dell’Eliseo, Buckingham palace e Casa Bianca sommati insieme. Allucinante.

Quirinale costo annuo

Bisognerebbe ricordarci spesso di questa tabella. Almeno ogni volta che Napolitano appare in TV, lancia i suoi messaggi quotidiani o presenzia a cerimonie ufficiali. Dovremmo porci una semplice domanda: Napolitano, quanto ci costi? Dovremmo chiederci come mai e con quali giustificazioni, il Presidente della Repubblica italiana costa più del doppio di quello francese, quasi quattro volte la regina d’Inghilterra e quasi otto volte il presidente degli Stati Uniti. Noi italiani siamo più bravi degli altri? Siamo più belli, più simpatici, più furbi? O siamo più ricchi? La spiegazione possiamo trovarla in uno dei tanti articoli dedicati alle spese folli della casta politica, uno a caso, uno degli ultimi, questo: “Napolitano chiede sacrifici, ma vive in una reggia”. 

E’ per sostenere queste spese folli che tartassano i cittadini con sempre nuove tasse, imposte e gabelle? Ma con quale faccia tosta hanno ancora il coraggio di presentarsi in pubblico? Con che sfacciataggine osano ancora affollare i salotti televisivi a parlare del nulla, a cianciare del vuoto assoluto? Con che faccia si presentano ai cittadini spacciandosi per innovatori, riformatori e moralizzatori della politica? Con che coraggio chiedono ancora ai cittadini la fiducia? Come possono continuare a tassare i cittadini già stremati e sull’orlo della disperazione? Per sostenere queste spese? Per finanziare una reggia in cui alloggiare un presidente che ci costa più di un re o della regina Elisabetta? Dovrebbero vergognarsi…di esistere.

Quirinarie e diretta TV (2015)

Viviamo in mondi paralleli; intendo dire il mondo della gente normale che, alle prese con mille problemi quotidiani, si arrabatta per campare, ed il mondo quasi surreale di  quella rappresentazione tragicomica che è la politica e l’informazione. In questi tre giorni RAI3 e LA7 si sono contesi gli spettatori con lunghissime dirette televisive dalla Camera (fino a quattro ore)riprendendo la chiamata nominativa di oltre mille  parlamentari e “grandi elettori” regionali ed il successivo spoglio delle schede. Assistere per delle ore alla sfilata di facce note e meno note di quelli che  si dice siano i rappresentanti del popolo (ma qualcuno ne dubita) non è propriamente un passatempo piacevole e rilassante.  Anzi, se si pensa a quanto ci costa l’apparato parlamentare ed ai danni che fanno, si rischia di rovinarsi la giornata.

Se poi la chiamata viene fatta, con  la voce un po’ roca ed un po’ piagnucolosa da funerale in corso, dalla “presidentessa” Boldrini, allora questo rito potrebbe essere classificato a pieno titolo fra le torture in stile Arancia meccanica, ed essere perseguito a norma di legge. Se questa signora è arrivata a ricoprire la terza carica dello Stato (il come ed il perché è uno dei tanti misteri d’Italia, come l’unione contro natura di ex PCI ed ex DC, le convergenze parallele di Moro ed il disastro di  Ustica) deve avere certamente delle grandi doti nascoste. Ma osservando le doti che appaiono a prima vista, bisogna riconoscere che  madre natura non è stata molto benevola con lei in quanto a simpatia, fascino e gradevolezza vocale. Ma non si può avere tutto nella vita, bisogna accontentarsi di quello che si ha.

Per evitare di annoiare gli spettatori, in TV cercano quindi di riempire il tempo con interviste e commenti di politici, giornalisti “quirinalisti” (questo è il loro momento di gloria) e opinionisti più o meno esperti che si esibiscono in un ampio repertorio di ipotesi di voto, dietrologie su accordi più o meno segreti, patti nazarenici, aspetti tecnici delle votazioni, aneddoti, voci di corridoio, giudizi sui candidati preferiti, in perfetto stile reality o talent show, pronostici e  puntate sui cavalli di razza che partecipano al Gran premio Montecitorio; mancano solo gli allibratori e la sala scommesse tipo La Stangata.

Osservando questo rituale, si ha la netta percezione della incolmabile frattura tra la realtà quotidiana ed un mondo, quello della politica e dell’informazione,  fatto di parole e immagini che con la realtà hanno poco o niente a che fare. Per rendersene conto basta confrontare i due livelli esistenziali. La realtà è fatta, purtroppo, da gravissimi problemi economici, precarietà del lavoro, decine di migliaia di aziende che hanno chiuso definitivamente o stanno per chiudere o essere vendute ad imprenditori stranieri, livelli di disoccupazione drammatici (quella giovanile è al 40%),  povertà in aumento (le statistiche ufficiali parlano di circa 9 milioni di italiani in grave difficoltà), emergenza immigrazione con reali rischi per la sicurezza e la convivenza sociale; piccoli o grandi conflitti sono sempre più frequenti ed accrescono l’insofferenza degli italiani nei confronti di una immigrazione senza limiti e regole. Si aggiunga il pericolo concreto di azioni terroristiche da parte di gruppi organizzati, come Al Qaeda o Isis, o di pazzi e fanatici isolati pronti a farsi saltare in aria insieme a vittime innocenti, convinti di trovare nell’al di là 72 vergini a disposizione per l’eternità (c’è chi ci crede), ed il quadro della realtà risulta molto preoccupante e non lascia sperare niente di buono. A questi problemi pensano gli italiani, non alle beghe quirinalizie o nazareniche.

Ora si osservi l’altra faccia della realtà, quella della politica. Un mondo fatto di parole, promesse, dichiarazioni, slides, tweet, di toni sempre ottimistici se si è al governo, o di toni catastrofici se si è all’opposizione, di attribuzione dei meriti a se stessi o alla propria parte politica e di addebito delle colpe agli avversari, di assillante presenza in tutti i salotti televisivi a tutte le ore del giorno e della notte, di risse e scambio di accuse reciproche, di difesa del proprio branco, sempre e comunque e di demonizzazione dell’avversario, sempre e comunque. Mai, dico mai, in decenni di dibattiti televisivi, che grazie a questi confronti televisivi abbiano risolto anche uno solo dei problemi reali. Chiacchiere, sempre e solo chiacchiere su questioni che, più che interessare i cittadini, interessano quelli che campano di politica, i conduttori televisivi di turno ed i giornalisti che su quelle chiacchiere il giorno dopo riempiono le pagine dei giornali.

Al massimo questi politici da salotto si limitano a fare l’elenco dei problemi, come se già non li conoscessimo, senza mai fornire una risposta o una soluzione. E nessuno dei “bravi conduttori” di turno che gli dica chiaro e tondo “Guardi, onorevole, che i problemi dell’Italia li conosciamo  già da tempo e li viviamo drammaticamente tutti i giorni. Ma voi non siete in Parlamento per dirci quali sono i problemi, siete pagati per risolverli.”. In realtà, non solo non hanno la capacità di affrontare e risolvere i problemi (la Costituzione non prevede che chi va in Parlamento abbia particolari competenze, anche lo scemo del villaggio può essere eletto), ma sembra che il loro massimo impegno sia quello di complicare ulteriormente la vita alla gente, con sempre nuove norme, nuove tasse, balzelli, lacci e lacciuoli burocratici; un orrido antro in cui un Minotauro  sempre assetato di sangue divora cittadini e contribuenti; un labirinto inestricabile dal quale è impossibile uscire, nemmeno portandosi appresso il filo di Arianna.

Eppure sembrano davvero convinti che questa nuova sceneggiata di regime appassioni gli italiani.   Pensano che gli italiani credano che eleggere Tizio o Caio possa cambiare la loro situazione o risolvere un qualche problema. Sembra che aver proposto il nome di Mattarella sia stata una grande scelta democratica, fatta a nome e per conto degli italiani. Si tessono le lodi, si decantano le sue capacità e competenze, le grandi qualità umane, lo si presenta come il candidato ideale. Manca solo che spuntino dei testimoni che giurino che Mattarella abbia compiuto dei  miracoli. Strano, avevamo un santo in casa e nessuno, fino a ieri, se ne era accorto. Ora, però, riflettiamo un attimo. Se quel nome non fosse stato fatto da Renzi e, quindi, imposto alla sua coalizione di governo (come continua a fare, imponendo il suo punto di vista, per tutto ciò che decide il governo), quanti sarebbero, sinceramente, gli italiani che avrebbero pensato a Mattarella come presidente e lo avrebbero votato? Forse nemmeno lo stesso interessato o i familiari e  parenti, fino a pochi giorni fa ci avrebbero mai pensato.  Eppure sembra che i nostri parlamentari siano convinti che gli italiani abbiano un solo pensiero fisso quando si svegliano al mattino: chi sarà il nuovo presidente. Già, dimenticano problemi, tasse, mutui, salute, sicurezza, perfino gli affetti; la loro mente è interamente occupata dalle beghe politiche sul Quirinale e sul fatto che il patto del Nazareno regga o no. Ne sono convinti i nostri rappresentanti del popolo.

Non solo ne sono convinti, ma a forza di mostrarci questa faccia della medaglia, finiscono per convincere anche noi, grazie alla compiacenza e complicità dei media. Questo, infatti, è l’altro termine di quel binomio funesto politica-informazione. Si reggono a vicenda, sono complementari, vivono e si integrano in perfetta simbiosi. La politica fornisce la materia prima da trattare quotidianamente e la stampa ricambia mettendosi a completa disposizione e diventando un grande ufficio stampa del palazzo. Basta leggere la stampa, internet o ascoltare uno dei telegiornali per rendersene conto. Non è altro che una passerella dei soliti noti, delle solite facce, delle solite dichiarazioni di circostanza che ripetono come litanie, senza mai dire qualcosa di veramente interessante, intelligente e che abbia un riscontro ed una utilità pratica. I media non fanno altro che dare spazio, volto e parola ai professionisti della politica, sono il loro megafono, al loro servizio, sono lo strumento per condizionare l’opinione pubblica, creare consenso, indottrinare e  plagiare il popolo.

Sono complici di una sorta di grande “famiglia” affaristica, da far invidia a don Vito Corleone, istituzionalizzata e legittimata in nome della democrazia e finalizzata al mantenimento dello status quo, delle poltrone, dei privilegi di Stato e del potere. I titoli di prima pagina sono sempre per loro, i primi servizi sui TG pure e così  le poltrone dei talk show; ogni giorno dobbiamo sorbirci la indecorosa lagna di cosa dice Tizio, cosa risponde Caio e cosa ribatte Sempronio. Ogni giorno la stessa solfa. E questa la chiamano informazione. Ma davvero la gente crede o prende sul serio le dichiarazioni quotidiane delle ancelle renziane, del ciarlatano di Palazzo Chigi, dell’orecchinato Vendola o di quella specie di orso Yoghi che è il consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti? Credo di no, gli italiani non ci credono più, lo hanno dimostrato alle ultime elezioni regionali, con un tasso di assenteismo del 50% perfino nella regione rossa per eccellenza, Emilia e Romagna, dove fino a ieri andare a votare per i candidati del partito (il PCI, ovviamente, e suoi derivati e discendenti) non era solo un diritto o dovere del cittadino, era un obbligo morale.  Se si sono stancati perfino i compagni significa che la credibilità della classe politica è in caduta libera.  Come è sempre meno credibile il loro megafono ufficiale, la stampa. Politica e  informazione sono pappa e ciccia, culo e camicia, il gatto e la volpe. Anche quando fanno finta di essere in  disaccordo o fingono di litigare; sono come i ladri di Livorno.

Mi chiedo che male abbiano fatto gli italiani per meritarsi questa gentaglia in Parlamento. Sembrano acquistati ai saldi estivi, in offerta speciale prendi tre paghi uno, o forse  da ambulanti africani, o  a Porta Portese. Forse non sono nemmeno originali, non possono essere politici veri. Sembrano falsi, parodie, controfigure, maschere, cattive imitazioni.  Quando vediamo parlare Renzi abbiamo il dubbio che sia lui o sia  Crozza che lo imita, oppure sia Renzi che imita Crozza quando imita Renzi; e non riusciamo più a distinguerli. Ci siamo cascati, ce li hanno venduti per buoni, ma sono il solito pacco, una fregatura, come le borse firmate dei marocchini. Anche questi non sono originali, sono  taroccati made in China. Ma ormai, in preda alla confusione totale, nessuno ci fa più caso. L’importante è partecipare al grande circo della politica e tirare a campare.

Vedi

La vecchia, il tiranno e le quirinarie.

Il galletto del Colle

Chisenefrega day

Presidenti e sesso

Quirinale News

L’acqua calda

Presidenti tuttofare

Che pale

Sconvolti d’Italia

Foibe e amnesie

Napolitano, il muro e le amnesie

Presidente, che diceva sui politici in TV?

Napolitano e l’Ungheria

Rosso Quirinale

Eurocomplotti

I misteri del Colle

Giorgio double face

Vedi “Re Giorgio e la cresta”.

 

 

PdC: Partito del cavolo

Domenica si vota. Finalmente, così la smettiamo con le passerelle televisive e gli appelli dell’ultimo minuto. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato, simm’e Napule paisà. Trullalero trullalà! Avete ancora le idee poco chiare e non sapete per chi votare? Votate per noi, l’unico partito veramente innovativo, diverso da tutti gli altri, l’unico che vi garantisce ciò che promette.

Ultimo appello

La politica è in crisi, l’economia è in crisi, il cinema è in crisi, la famiglia è in crisi, la RAI è in crisi, la scuola è in crisi, tutto è in crisi. Perfino gli psicologi, non riuscendo a contrastare il dilagare di questa epidemia di crisi globale, sono in crisi per eccesso di crisi.
In politica si naviga a vista e si tenta di tutto per far finta di cambiare le cose in modo che tutto resti come prima. Il  libro più letto in Parlamento è “Il gattopardo“.

In questa atmosfera di estrema confusione è necessario intervenire con proposte concrete che, una volta per tutte, riportino la politica nel suo ambiente naturale: il mercato delle vacche.
Per questo motivo abbiamo deciso di scendere in campo e fondare un nuovo partito che sia improntato alla massima chiarezza.

Premessa
Il nostro movimento si batterà per contrastare il confusionismo integralista del cerchiobottismo doppiopesista dello statalismo liberale perseguito dall’ateismo clericale, dal bigottismo ateo dei marxisti cattolici e dall’immobilismo movimentista del relativismo dogmatico.

Il programma
A tal fine proponiamo un liberalsocialismo cattolaicista conservatore e riformista che si batta per una democrazia totalitaria in un libero mercato di Stato, fondato sul capitalismo noglobalista autarchico. Un partito movimentista che nasca dal fusionismo dell’ultralibertarismo postradicale e neoreazionario e dell’ultraclericalismo dell’estremismo moderato, mediati da un garantismo giustizialista non disgiunto dall’anarchismo nazionalista del proletariato aristocratico. Chiaro?

Il nostro programma completo sarà stampato, in elegante veste tipografica, in 24 volumi per complessive 25948 pagine, più un aggiornamento che, essendo un aggiornamento, verrà aggiornato continuamente secondo i ghiribizzi e le paturnie dei vari candidati, sostenitori, fiancheggiatori, amici, parenti e conoscenti e secondo gli umori dello zio Peppino il quale, essendo un bastian contrario per natura, ha sempre qualcosa da aggiungere.
Il programma verrà sottoposto ad approvazione dei cittadini i quali potranno, inoltre, scegliere i candidati nel corso di regolari elezioni primarie, secondarie e terziarie francescane che voteranno in convento a favore e convento contrario, tanto per garantire la par condicio.

Il nome, il simbolo.
Seguendo l’abitudine diffusa di adottare simboli di ispirazione naturalistica, alberi e fiori in particolare (garofano, margherita, quercia, ulivo), anche noi abbiamo deciso di adeguarci.
Ma per dimostrare da subito la grande democrazia e la natura popolare del movimento, piuttosto che scegliere fiori o alberi pregiati, abbiamo optato per un modesto ortaggio: il cavolo.
Dopo il PD ed il PDL abbiamo il  PDC: il Partito del Cavolo.

Aderisci anche tu al Partito del cavolo e risolveremo tutti i problemi, anche quelli che non hai (E se non hai problemi te li creiamo noi; gratis).
– Col cavolo troverai un lavoro fisso.
– Col cavolo avrai uno stipendio sicuro.
– Col cavolo avrai una casa.
– Col cavolo avrai una pensione garantita.

Che cavolo volete di più?

L’inno del Cavolo (Parole di Circostanza, musica di Atmosfera)

Con verze e cavolfiori
nessuno resta fuori.
Cavoli e broccoletti
Saremo tutti eletti.
Col broccolo e col cavolo
Si mangia tutti a un tavolo.
Col cavolo che avanza
Ci riempirem la panza.

Sosteneteci.
Col cavolo risolveremo tutti i problemi e fin da oggi promettiamo e garantiamo “Più cavoli a merenda per tutti”.
Aderite numerosi, altrimenti saranno cavoli vostri!

Nell’immagine sotto il ritratto ufficiale del fondatore e Presidente onorario del partito del cavolo.

Tele pollai

Simona Malpezzi, deputata del PD, la conoscono tutti. Non potete non conoscerla, visto che staziona in permanenza in qualche salotto televisivo. Passa più tempo in TV che in Parlamento. Ma non è la sola, è in buona compagnia di altre belle statuine del PD e della sinistra che dalla mattina alla sera le vedi, e le senti, starnazzare in qualche pollaio che scambiano per dibattito politico. Le facce sono sempre quelle, le stesse; inutile fare i nomi. Ma hanno in comune delle  caratteristiche che le rendono riconoscibili subito, appena le senti parlare anche per pochi secondi (anche senza vederle) perché inconfondibili: sono  invadenti, arroganti, presuntuose, saccenti, supponenti, boriose, prepotenti, garrule, ciarliere, petulanti, noiose, impertinenti, ripetitive, provocanti, insolenti, fastidiose, portatrici in dotazione di serie di una presunta e mai dimostrata “superiorità morale” e “mani pulite” (dicono ), perennemente in malafede, insopportabilmente faziose e irritanti come zanzare che ronzano nelle orecchie quando stai per prendere sonno. Tutti i mali d’Italia sono colpa degli avversari (del centrodestra e di Berlusconi), tutto ciò che hanno  fatto loro in questi 7 anni di governi di sinistra  è ottimo e abbondante, come il rancio delle reclute di una volta. Questo è il leitmotiv dei loro interventi in TV.

Fra i grandi meriti di questa gente figura il golpe presidenziale che ha portato al governo personaggi che tutto il mondo è felice di non avere in patria: Monti, Letta, Renzi e Renzi bis mascherato da Gentiloni. Fra le grandi realizzazioni delle quali essere fieri (l’elenco sarebbe lungo)  ricordiamo  le norme economiche, tasse e balzelli che, per compiacere la Germania della Merkel,  hanno ridotto l’Italia sul lastrico, l’invenzione degli “esodati“, una “perla” di lungimiranza politica che resterà nella storia,  la nomina di una “ministra” congolese (nessuno ha mai capito la ragione e l’utilità), la missione “Mare nostrum” (il servizio taxi gratuito per migranti; anzi, a nostre spese),  le leggi e norme a favore delle unioni omosessuali, la diffusione delle teorie gender nelle scuole, la nomina di una ministra dell’istruzione che ha mentito sul titolo di studio millantando il possesso di una laurea che non ha mai conseguito, aver favorito, incentivato, finanziato l’invasione afroislamica dell’Italia, e la realizzazione di quella società multietnica che è l’inizio della fine, il mezzo per l’annientamento dell’identità nazionale ed il dissolvimento economico, politico, morale della civiltà occidentale. Ce n’è d’avanzo per essere fieri ed orgogliosi. No?

A questo punto la domanda è questa: c’è qualcuno che riesce a reggere la visione e l’ascolto della Malpezzi, e delle altre belle statuine, per più di 30 secondi?

Grillocrazia e la sciolta politica

La democrazia secondo Beppe. A Genova si tengono le primarie del Movimento 5 stelle. Vince una donna, Marika Cassimatis. Ma a Beppe Grillo, padre padrone del Movimento, la sua vittoria non piace. Così annulla tutto col pretesto che Cassimatis ed altri componenti della sua lista, avrebbero “danneggiato l’immagine del M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e gli altri iscritti.”. Tanto basta per annullare tutto e proporre un altro nome ed un’altra lista semplicemente rivolgendosi agli iscritti e chiedendo la fiducia: “Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me.”, dice. Ormai il mondo va avanti sulla fiducia. Renzi ha governato per 3 anni col “voto di fiducia”. Obama, appena eletto, ricevette il premio Nobel per la pace; sulla fiducia, come incoraggiamento. Così anche Grillo annulla il voto degli iscritti e decide lui chi deve essere eletto; sulla fiducia.

Questo è la democrazia rivista e corretta ad uso e consumo di un comico che ha deciso di occuparsi di politica, fondando un movimento che gestisce secondo criteri di democrazia che trovano riscontro solo a Cuba e nella Corea del Nord. Ed i sudditi possono solo obbedire e rispettare le rigide regole interne; altrimenti rischiamo l’espulsione, come è già avvenuto per diversi casi di militanti M5S (vedi il sindaco di Parma Pizzarotti). Per questi dilettanti allo sbaraglio guidati da un comico in disarmo la democrazia interna ha questo significato: adeguarsi alla volontà di Grillo. Tanto è vero che probabilmente nel loro vocabolario il termine “democrazia” scomparirà e verrà sostituito con  “Grillocrazia“. La cosa assurda, e che dovrebbe creare qualche preoccupazione, è che, secondo gli ultimi sondaggi, dopo il calo del PD a seguito della scissione di Bersani & C. il M5S, nonostante il suo strano concetto della democrazia, è il primo partito in Italia.  Significa che la gente li segue e li preferisce agli schieramenti tradizionali. Ma non perché gli italiani abbiano fiducia nelle loro capacità, nei programmi, nei principi e l’ideologia (ammesso che ne abbiano una e sappiano quale sia). Nemmeno perché convinti dai risultati spesso disastrosi (vedi la Raggi a Roma) delle loro amministrazioni. Li sostengono perché esasperati da una classe politica inetta, corrotta, incapace e funesta come una calamità naturale o le piaghe bibliche che da decenni sta portando l’Italia alla rovina economica, politica, morale e sociale.

E così, dopo decenni di cambi della guardia, di partiti che nascono, muoiono e risorgono, si sfasciano, si moltiplicano dividendosi come le cellule, dopo l’alternanza di governi di destra e sinistra e tutti con esiti disastrosi, la gente non sa più a che santo votarsi. E per disperazione è disposta a dare fiducia perfino a Grillo ed al suo Movimento di ragazzini che hanno scambiato la politica per un talent show (infatti votano in rete; scelgono i candidati, i vincitori e quelli “nominati“, come fosse un televoto stile Grande fratello). Ma questo talent, dove per essere eletti alle primarie bastano i voti del condominio (Monza, primarie M5S: Doride Falduto eletta con 20 voti), invece che in TV si svolge sul Blog del padre padrone. Si fa tutto in casa; si votano, si eleggono, si sospendono, si sanzionano,  se la suonano e se la cantano. L’importante è rispettare la volontà del capo branco: il Grillo parlante. Eppure, nonostante abbiano uno strano concetto della democrazia,  sono il primo partito e la gente li sostiene; non per i loro meriti, ma per i demeriti degli altri, non perché siano migliori degli  altri politici, ma perché gli altri sono inqualificabili. Quindi sono visti come fossero l’ultima spiaggia, l’ultima ancora di salvezza, l’ultima speranza. In alternativa resta solo Lourdes e i miracoli.

Come volevasi dimostrare.

I partiti in Italia continuano a dividersi, anche quando sono a livelli di consenso minimi. A forza di dividersi restano in quattro gatti, ma si dividono: due gatti da una parte, due gatti dall’altra.

Ecco l’ultima della giornata: “Si scioglie Nuovo centrodestra; Alfano fonda Alternativa popolare“. Dite la verità, questa vi mancava, vero? Sì, sentivamo proprio la mancanza di un altro partito. E così il Nuovo centrodestra si scioglie. Ancora non si era nemmeno ben capito perché questo Nuovo centrodestra fosse nato, cosa fosse e cosa volesse (oltre alle poltrone), e già è finito e ne fonda un altro fresco di giornata. Oggi anche i partiti hanno la data di scadenza, come lo yogurt e le mozzarelle. Dopo lo scioglimento del Popolo delle libertà, fu tutto uno sciogli sciogli generale: tutti i “cani sciolti“, non soddisfatti della prima “sciolta”, continuarono a sciogliersi. Il primo a sciogliersi fu Gianfranco Fini. Poi si sono sciolti Meloni e La Russa. Poi, dopo la rottura del patto del Nazareno, desiderosi di sostenere Renzi per mantenere le poltrone, si sono sciolti Alfano, Bondi, Lupi, Verdini e l’allegra compagnia delle sciolte. Poi Schifani e Quagliarella si sciolgono da Alfano. Parisi si scioglie da Forza Italia per creare il “Megawatt” e “illuminare il sud”. Ed ora Alfano, ormai esperto di sciolte, si ri-scioglie e si inventa “Alternativa popolare” al posto del Nuovo centrodestra.  Cosa cambia non si sa. Forse ce lo spiegherà alla prossima sciolta.

Intanto anche a sinistra Bersani, Orlando, Emiliano si sciolgono dal Pd. Poi Emiliano prende gusto alla sciolta e nel giro di una notte ci ripensa, si scioglie da  Bersani e Orlando e resta nel PD. L’ex sindaco di Milano Pisapia, giusto per ricordare che è ancora vivo, visto che non ha un partito, né seguaci, ma volendo partecipare allo scioglimento generale, si scioglie da solo. Boldrini si scioglie da Vendola e va al “Misto” (non come “Fritto”, ma come gruppo parlamentare), Vendola si scioglie da Sel per accudire e cambiare i pannolini al pupo, e Sel si scioglie perché non c’è più nessuno da sciogliere. E’ tutta una sciolta generale. Questa classe politica ha la “sciolta” facile. Da noi la sciolta si chiama cagarella. Infatti, la si si riconosce dalla puzza; come la politica.

Questa specie di aforisma è una mia vecchia battuta che ripeto spesso, quando parlo di questa classe politica inqualificabile e si adatta benissimo a questo post: “I partiti politici, per adeguarsi ai tempi e mostrarsi progressisti, ogni tanto fingono di rinnovarsi. Cambiano nome, stemma, bandiere, inni, segretari, pur di mantenere poltrone e potere. Per sopravvivere periodicamente cambiano pelle: come i serpenti!”. Appunto, come i serpenti. Amen.

Rottamazioni e mondi da cambiare

C’è sempre qualcuno che vuole cambiare il mondo. Non gli sta bene come l’ha fatto il Creatore e vuole fare qualche modifica. Specie quando si avvicinano scadenze elettorali la parola d’ordine è “cambiamento“. L’ultimo aspirante novello Demiurgo è Matteo Renzi, il nostro premier per caso (anzi, per grazia ricevuta; da Napolitano), che ha cominciato a rottamare tutti quelli che gli stavano intorno ed ha deciso che “L’Italia cambia verso“. Ora poi vuole convincerci che con le riforme proposte nel referendum si apre un’era di cambiamenti epocali. In realtà il quesito referendario è ingannevole e truffaldino, perché così come sono poste le domande invitano a dare una risposta positiva sia alla riduzione dei parlamentari, sia alla riduzione delle spese della politica. Ma in realtà avere un centinaio di senatori in meno è del tutto irrilevante sia come numero, sia come costo. Ma le implicazioni della formazione del nuovo Senato, unitamente alla legge elettorale, apre la strada a derive pericolose per la democrazia. Il fatto è che fanno finta di cambiare, ma  tutto resta come prima, in perfetto stile gattopardesco. Le poltrone sono sempre le stesse. Al massimo cambiano i culi che vi si adagiano. Ma cambiare i culi dei politici non è la soluzione dei problemi, perché la politica è il problema, non è la soluzione. Non serve a molto cambiare le persone se il sistema resta quello che conosciamo da sempre, marcio e corrotto. Se il cavallo è un brocco non serve cambiare il fantino, bisogna cambiare il cavallo. E poi diceva bene Marcuse già negli anni ’60: “La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni, né gli schiavi“. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.  Dieci anni fa scrissi un post sull’argomento. Eccolo.

Ma ci conviene cambiare il mondo? (23 maggio 2007)

Ultimamente sembra che si stia diffondendo un’epidemia strana; tutti si sentono in dovere di “Cambiare il mondo“. Perfino Prodi continua a ripetere, lo ha fatto anche qualche giorno fa, che “Bisogna cambiare il Paese.” Tutti sembrano in preda a quest’ansia di cambiamento ed il top della modernità è quello di essere progressisti, riformisti e cambiare tutto ciò che si può cambiare. Alcuni si limitano a cambiare il pannolino al pupo, ma altri si spingono molto oltre ed arrivano perfino a cambiare sesso. In alcuni casi il cambiamento è così radicale che non riconosci più ciò che era originariamente. Chi riconoscerebbe, per fare un esempio, in quel lupo di mare, fiero al timone della sua barca a vela da 18 metri, il vecchio proletario comunista che ce l’aveva a morte con i ricchi ed il capitalismo? Ecco un caso di cambiamento perfettamente riuscito.

Basta, quindi, con le vecchie ideologie, i valori del passato, le tradizioni culturali e religiose, le “buone cose del tempo antico”; tutte anticaglie ormai in disuso, vecchiume da relegare in un angolo della soffitta o da gettare fuori dalla finestra la notte di S.Silvestro. Eppure un minimo di buon senso dovrebbe farci riflettere. Prima di buttar via le vecchie sedie bisogna accertarsi di avere delle sedie nuove. Altrimenti si corre il rischio di restare in piedi.

Bisogna però dire che questa mania di cambiare il mondo non è una esclusiva dei nostri tempi. La storia dell’umanità è piena di gente che si proponeva questo nobile scopo, ma con risultati molto discutibili. “Ogni volta che qualcuno si propone di cambiare il mondo, subito dopo, qualcuno comincia a contare i morti.” (Questa è mia, coniata fresca di giornata per l’occasione). Senza andare troppo lontano nel tempo, vediamo i casi più eclatanti verificatisi in tempi più o meno recenti.

Il 14 luglio del 1789 i parigini presero la Bastiglia e cominciarono a cambiare il mondo al grido di “Libertà, uguaglianza, fratellanza“. Tutti diventarono “Cittadini” e, per festeggiare, cominciarono a tagliare migliaia di teste in tutta la Francia. Ancuni “cittadini” presero il potere e cominciarono a stilare elenchi per diversificare i cittadini di prima scelta da quelli di seconda e da quelli di scarto. Così anche molti “cittadini” di scarto persero la testa. Il fatto è che, secondo un concetto che vedremo applicato anche in seguito, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri.”. Così nacque la Repubblica. E per chiarire che non si tornava indietro e che la monarchia era finita, tagliarono la testa al Re. Soluzione drastica, ma efficace per evitare che il Re, un po’ seccato, facesse “colpi di testa“. Poi, nel giro di appena una decina d’anni, forse in preda ad una grave amnesia, presero il generale Bonaparte e, non potendolo nominare Re perché la monarchia era morta e sepolta, lo incoronarono “Imperatore“. Un cambio decisamente favorevole in termini di prestigio. Anche Bonaparte, tuttavia, era affetto dalla sindrome del cambiamento. Così decise di cambiare il mondo e cominciò a scorrazzare per l’Europa alla testa dei suoi squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria. E siccome non tutti erano d’accordo sui cambiamenti imperiali, al suo passaggio, si contavano sul campo migliaia di morti.

Qualche tempo prima, sull’altra sponda dell’Atlantico, c’era chi, animato dalla stessa voglia di cambiamento del “Vecchio continente“, provvedeva a cambiare anche il “Nuovo mondo” che, pur se nuovo di zecca, aveva bisogno di qualche aggiustamento. E per farlo cominciarono a sterminare gli indigeni, considerati selvaggi. Visto che c’erano, sterminarono anche i bufali. Era facile prenderli, bastava avere una buona mira. Allora non c’erano molti passatempi e quindi si distraevano così. Era un po’ come quei video games di oggi in cui si spara agli omini alieni. Più ne ammazzi e più punti fai. Ma non soddisfatti ed essendo ansiosi di grandi cambiamenti, e mal sopportando di sentirsi dei sudditi, non potendo tagliare la testa alla regina, in quanto non era a portata di mano, si limitarono a proclamare l’indipendenza, diventarono tutti “Americani“, democratici e uguali. Ma ricordandosi di applicare il motto: “Tutti gli americani sono uguali, ma alcuni americani sono più uguali degli altri.” Subito dopo cominciarono ad esporre dei cartelli con scritto “Proprietà privata-Divieto di accesso“. E siccome gli indiani erano “meno uguali” li rinchiusero in una riserva, tanto per sapere dove trovarli nel caso avessero avuto bisogno di indiani Doc per spettacolini folk a beneficio dei turisti. I pochi indiani sopravvissuti li riconosci subito. Se vedi qualcuno dalla pelle rossiccia circolare con la spia rossa accesa è un indiano in riserva. Non puoi sbagliare.

Più di un secolo dopo, nella Russia dello Zar Nicola II°, un certo Lenin, non soddisfatto di come andavano le cose, decise di fare qualche piccolo ritocco. Tanto per non perdere tempo ammazzarono lo Zar e tutta la famiglia, diventarono tutti “Compagni” e cominciarono a cambiare il mondo. Come già successo a Parigi, anche qui alcuni compagni presero il potere applicando lo stesso principio per il quale: “Tutti i compagni sono uguali, ma alcuni compagni sono più uguali degli altri“. E per non essere da meno dei “cittadini” francesi, stilarono lunghi elenchi di compagni che non erano proprio convinti di certi cambiamenti. Erano considerati “compagni che sbagliano” e, giusto perché non intralciassero il cambiamento, venivano eliminati. La lista era così lunga che, nel corso dei decenni successivi, pare che di “compagni che sbagliano” ne morirono circa 20 milioni, secondo le stime più prudenti; ma secondo altri studiosi si arriva addirittura a 50 milioni. Facciamo una media? Ok, 35 milioni di compagni che sbagliano ammazzati, aggiudicato! In confronto, Hitler era un dlettante. Impiegarono circa 70 anni per capire che i compagni che sbagliavano non erano quelli morti, ma quelli vivi. Quando capirono di aver sbagliato a cambiare il mondo, abbatterono un lungo muro a Berlino e ricominciarono a “cambiare il mondo“, che avevano già cambiato, per rifarlo com’era prima che lo cambiassero. Tanto valeva lasciarlo com’era prima. No?

Negli anni ’30, in Germania, un altro esponente di questi appassionati di cambiamenti, il caporale Hitler, decise che bisognava “Cambiare il mondo” per fondare una sorta di nuovo impero millenario dominato dalla razza ariana, la razza superiore. Ma siccome non tutti i “superiori” lo sono allo stesso modo, e per chiarire che lui ed un gruppetto di fedelissimi ariani superiori erano un po’ più “superiori” degli altri, anche il caporale applicava il principio: “Tutti gli ariani sono uguali, ma alcuni ariani sono più uguali degli altri.” E per garantire un nuovo mondo di pace “ariana” scatenò la più grande e devastante guerra che l’umanità avesse mai visto.

Per non essere da meno dei grandi “Cambiatori” occidentali, in Cina Mao Tse Tung decise che anche lui avrebbe cambiato il mondo. Vestì i cinesi con una divisa uguale per tutti, distribuì un librettino rosso per insegnare che l’unico autorizzato a pensare era lui, il capo assoluto, sterminò qualche decina di milioni di cinesi allergici a divise e libretti e cominciò a cambiare il mondo. Così vestiti, con la stessa divisa, i cinesi sembravano tutti uguali. Ma era un errore, perché anche Mao applicava la regola: “Tutti i cinesi sono uguali, ma alcuni cinesi sono più uguali degli altri.” E riuscirono a cambiare tanto il mondo che oggi, dopo decenni di comunismo anti capitalista, si stanno avviando a diventare una potenza economica mondiale, attuando una strana forma di “Comunismo capitalista” o, se si preferisce, di “Capitalismo comunista“. A piacere.

Dopo tutti questi “cambiamenti”. e visti i risultati, non sarebbe il caso di darsi una calmata? No, c’è sempre qualcuno che ha voglia di cambiare il mondo. Oggi sono in tanti a sentire questa vocazione al cambiamento; dagli ecologisti ad oltranza ai no global, dai nostalgici di cambiamenti rossi e neri ai fanatici del fondamentalismo islamico, convinti che la loro missione nel mondo sia quella di islamizzare la Svezia e la Patagonia. Così oggi anche l’Islam ha deciso di “Cambiare il mondo“. Ed infatti ogni giorno si contano i morti.

Ecco perché in questo delirio di cambiamento anche un Prodi qualunque si sente investito del sacro ruolo di “Cambiare il Paese“. Ma siamo poi così sicuri che questo vecchio mondo sia proprio così mal ridotto da doverlo rottamare? Ci conviene davvero cambiarlo? Non ci converrà tenercelo caro, almeno finché non ne avremo uno di ricambio, nuovo e migliore, ma con le dovute garanzie? Non sarà il caso di tentare di migliorarlo piano piano, giorno per giorno, invece che tentare cambiamenti globali?

Anch’io talvolta sogno di cambiare il mondo. Sogno un mondo migliore. Sogno un mondo in cui tutti siano belli, sani, ricchi e vivano a lungo felici e contenti, come nelle favole. Sogno. Poi mi sveglio e mi tengo il mondo così com’è.

Nota

Non c’è bisogno di leggere ponderosi trattati di storia, economia e politica, per sapere come vanno a finire, di solito, questi tentativi di cambiare il mondo. Basta leggere, se non lo avete già fatto, un delizioso e breve capolavoro di George Orwell: “La fattoria degli animali“. E bisognerebbe sempre ricordare, per evitare di fare la fine del povero Gondrano, la sintesi di quel libro: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.”

Ponti, muri e fasce tricolori

Il Presidente Mattarella, intervenendo al Meeting di Rimini di CL, a proposito di immigrazione, dice che non sarà un cartello “Vietato l’ingresso” che li fermerà.  Dice che “Non faremo barriere, ma ponti“. Insomma, bisogna accogliere tutti a braccia aperte, tanto mica se li porta a casa sua. Sembra di sentire esattamente le parole di Papa Bergoglio; un altro che fa accoglienza e beneficenza con i soldi degli altri. Forse hanno lo stesso ghostwriter che gli scrive i discorsi. O forse, visti i tempi di crisi, per risparmiare lo hanno preso in comproprietà, al mattino scrive in Vaticano, la sera al Qurinale, o viceversa. O magari, visto che i concetti sono sempre quelli, lo stesso discorso se lo  passano in fotocopia al Vaticano, al Quirinale, a Montecitorio, alle redazioni di stampa e telegiornali (e per competenza, alle coop, la Caritas, la Kyenge, l’Unhcr, l’ONU, Al Jazeera e gli scafisti libici).

Certi personaggi, apparentemente del tutto normali, perfino banali e mediocri, quando si ritrovano ad occupare posti di potere subiscono una trasformazione improvvisa e sono convinti che avere addosso una fascia tricolore li autorizzi a pensare di avere la verità in tasca, di poter decidere in nome e per conto del popolo e, soprattutto, di interpretare il pensiero comune. E più sono in alto, più ne sono convinti. Caro Presidente, visto che sono gli italiani a subire le conseguenze e pagare le spese dell’accoglienza, lasci che siano gli italiani a decidere se costruire muri o ponti, o se accogliere o meno gli invasori sotto forma di migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo o ad altro titolo; e non il Presidente della Repubblica, quello della Camera, l’abusivo di Palazzo Chigi o il sindaco di Lampedusa. L’Italia non è di Mattarella, di Renzi, della Boldrini, della Kyenge, o delle belle statuine al governo. L’Italia è degli italiani, anche se lo si dimentica troppo facilmente. E se è vero che siamo una Repubblica ed il potere appartiene al popolo, si chieda al popolo come intende regolarsi. Si dovrebbe prendere esempio dalla Svizzera: quando si devono assumere decisioni importanti di particolare interesse nazionale si tiene un referendum. La nostra Costituzione non lo prevede? Si cambia la Costituzione. E se non lo si può fare con un referendum, almeno si tenga conto del sentire comune, della volontà popolare. Se il Presidente della Repubblica rappresenta la nazione deve tener conto dell’opinione dei cittadini, e non impartire lezioncine moraleggianti non richieste e, soprattutto, imporre con arroganza una politica di accoglienza incontrollata “contro” la volontà degli italiani.

E’ curioso come certe persone, prima quasi sconosciute, quando assumono importanti incarichi pubblici, con o senza fascia (specie se si tratta di Colli romani; uno a caso), come per miracolo, da un giorno all’altro diventino depositari di tutta la saggezza del mondo: un’enciclopedia vivente di tutto lo scibile umano. Ed in virtù di tale saggezza, comincino a pontificare ex cattedra in ogni occasione possibile. Succede a chi di colpo si ritrova a ricoprire alte cariche politiche, civili o religiose. D’improvviso li vediamo ovunque ci sia una cerimonia, una commemorazione, una corona da posare su un monumento, un nastro da tagliare. Ed in ogni occasione devono tenere il loro discorsetto di circostanza (sempre scritto dal ghostwriter di fiducia) in cui dispensano perle di saggezza.

Scopriamo così che personaggi come Mattarella, Renzi, Boldrini, Grasso, presidenti di Regioni, segretari ed esponenti di partito, e giù fino all’ultimo sindaco della penisola (ai quali si aggiungono saltuariamente esponenti vari della politica, del sindacato, dell’imprenditoria, della cultura e perfino comici e cantanti, anche senza fascia d’ordinanza), hanno sempre la risposta pronta per tutte le domande, la soluzione per tutti i problemi, la sentenza giusta per ogni controversia, il consiglio giusto per ogni difficoltà, la scelta migliore per ogni momento storico. Ma allora, se c’è tanta gente che ha la soluzione per tutti i problemi d’Italia, com’è che siamo sempre più nella merda? Dov’erano questi sapientoni fino a ieri? Per decenni abbiamo avuto fra noi questi geni, tuttologi, queste fonti perenni di sapienza, da far invidia a Budda, Confucio, Zaratustra ed ai sette saggi dell’antichità, e nessuno lo sapeva, finché non gli hanno messo addosso una fascia tricolore. Meno male che li abbiamo scoperti in tempo. Pensate che fortuna. Comincio a pensare che quelle fasce abbiano un potere speciale, miracoloso, come le bacchetta magica di Merlino; ma solo a chiacchiere.