Sanremo e i riti collettivi

Anche questo festival è passato e, per fortuna, siamo sopravvissuti. Anche perché non l’ho visto nemmeno per sbaglio. Ma a quanto riporta la stampa ha avuto un successo enorme, toccando oltre il 50% di share. Non esprimerò giudizi sul festival, né sui conduttori, i cantanti e le canzoni, né su chi lo segue; non meritano tanta attenzione. Stendiamo un velo pietoso. Mi viene in mente, però, qualcosa che scrissi tempo fa sui riti collettivi. La gente ne ha bisogno, sono appuntamenti fissi che scandiscono il ritmo dell’esistenza. E più si è numerosi a seguire un evento, più ci si sente gratificati ed in buona compagnia. La condivisione del rito ci rassicura, perpetua la nostra appartenenza al branco. Così c’è sempre qualche evento musicale, sportivo, politico, che rinnova periodicamente questo rito. Ecco, Sanremo è uno dei riti collettivi che ci accompagnano nella vita; puntuali, come le tasse e l’influenza invernale.

Masquerade (Riti collettivi – 2013)

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

Psicologia, cani e pulci

Se il mondo non vi piace curatevi. Quando si ha una visione della realtà diversa da quella comunemente accettata dalla collettività, si vive male, in perenne conflitto con il mondo. E non è detto che sia l’individuo ad essere sbagliato e debba sentirsi in colpa: può essere che sia sbagliato il mondo. O almeno è così quando non ci siano situazioni patologiche che, a causa di malformazioni o traumi, impediscano o limitino la funzionalità mentale. Se così non fosse vivremmo in un mondo perfetto, ideale e unanimemente riconosciuto come tale;  “il migliore dei mondi possibili”, diceva Leibniz. Ma il mondo proprio perfetto non è; anzi, la percezione comune è di un mondo profondamente ingiusto e ben lontano dalla perfezione. Allora significa che non esiste un mondo perfetto in cui vivono degli esseri umani sbagliati che non sanno o non vogliono adeguarsi, ma esistono degli individui “giusti” in un mondo sbagliato. E sono quelli che pagano più alto il prezzo dell’esistenza, perché gli idioti ed i matti, non avendo consapevolezza della loro condizione, sono quasi felici, come pure gli ipocriti che fanno finta che il mondo vada bene com’è perché ci campano, ingannando e sfruttando l’ingenuità della gente (una categoria a caso: i politici).

Eppure la cultura dominante sembra volerci convincere del contrario. Così, invece che cercare di migliorare il mondo per renderlo più vivibile ed a misura dell’uomo, si cerca di cambiare l’uomo per adeguarlo alla realtà, e se non vi adeguate siete condannati a vivere in uno stato di continua conflittualità. Se avete dei problemi esistenziali, provate insofferenza verso le ingiustizie del mondo, trovate insopportabile la cattiveria e la stupidità umana, e ciò vi procura degli stati di depressione o altri problemi nei rapporti sociali, lavorativi ed affettivi, ne pagate le conseguenze anche pesanti; ne risente la vostra serenità, l’autostima, possono scatenarsi reazioni anche patologiche, sia mentali che fisiche, e vanno in crisi le vostre relazioni familiari, affettive  e sociali. In questa condizione si può facilmente cadere nella trappola dei guru mediatici che propongono terapie miracolose per tutte le patologie; una sorta di “specifico”, come quello di Dulcamara, che cura tutti i mali, dai calli al mal d’amore.

Spopolano in TV e sui media gli esperti vari che dispensano rimedi e consigli per tutti gli usi. Specie per i problemi di carattere psicologico, difficili da identificare, difficili da curare, ed altrettanto difficili da considerare guarite. Una terra di nessuno in cui facilmente possono celarsi imbroglioni e truffatori. Ma è anche il terreno in cui operano con autorevolezza e professionalità gli psicologi che imperversano sulla stampa, in rete, in televisione; si giocano la visibilità mediatica alla pari con politici, giornalisti e cuochi. Non c’è programma che non abbia lo psicologo come ospite, non c’è rivista che non abbia pagine e pagine dedicate a problemi di psicologia, l’angolo dei consigli dell’esperto o la rubrica di consulenza che risponde alle domande dei lettori e fornisce risposte e consigli. Perfino il tuttologo Maurizio Costanzo,  oltre a tutti i suoi impegni e presenze in radio e televisione, aveva, e forse ce l’ha ancora, una rubrica su un quotidiano nazionale, in cui rispondeva alle lettere dei lettori (ma più spesso lettrici; chissà perché) su argomenti vari, dalla ricetta dell’amatriciana ai problemi di coppia.  Infatti, quello che si trova più spesso su stampa, rete e televisione sono consigli di psicologia e ricette gastronomiche.

Insomma, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Esiste uno stuolo di esperti (sociologi, psicologi, psicanalisti, e strizzacervelli di varia scuola) che ci tempestano ogni giorno da tutti i mezzi di comunicazione, e vogliono farci credere che se abbiamo problemi di compatibilità con il mondo e questo ci procura stress, ansia, nevrosi, paure, conflitti della personalità e problemini vari,  è perché soffriamo di qualche forma di nevrosi che è la conseguenza di un complesso di fattori che interessano in vario modo la personalità individuale, la nostra formazione culturale, l’educazione e le esperienze di vita (gli addetti ai lavori tutto questo lo chiamano “vissuto”). Ma non è grave; basta consultare un esperto, sottoporsi ad un ciclo di sedute, ed il problema si risolve facilmente. Se sentite qualcuno che parla di “vissuto” state in guardia; o sono psicologi o sono persone in cura da strizzacervelli (gli americani li chiamano così e non ne hanno una grande stima). Avere a che fare con loro comporta sempre un’attenzione particolare e bisognerebbe seguire le avvertenze, come si fa con certi farmaci: “tenere lontano dalla portata dei bambini, seguire attentamente le istruzioni  e maneggiare con cura”.

A sentire loro, (non tutti, per fortuna), la conflittualità dell’individuo con la società, ha una causa patologica. E come tale si può e si deve curare. Secondo questa teoria bisognerebbe mandare in terapia quasi tutti gli artisti, i poeti, i filosofi, scienziati. La storia del pensiero umano è la storia di pazzi, esaltati, complessati, nevrotici e psichicamente instabili. Quasi quasi, viene da pensare che se la gente non sopporta più la classe politica corrotta, non è colpa dei politici corrotti, ma è colpa dei cittadini che sono incontentabili. Se non vi piacciono le oche starnazzanti nei salotti televisivi, non è perché in TV ci sono i pollai, ma perché avete gusti difficili; curatevi. Andate da uno psicologo e nel giro di qualche anno, con lunghe e costose sedute, magari riuscite a guarire, cambiare gusti e trovate appassionanti i pollai televisivi, gli oroscopi, Maria De Filippi, la Vita in diretta, Storie maledette, Forum, Don Matteo, Montalbano e via spazzaturando. Basta curarsi.

Non me ne vogliano gli psicologi, hanno tutta la mia stima; in molti casi il loro aiuto è prezioso e determinante per risolvere situazioni conflittuali o di disagio. Ma non sempre, specie oggi che si ricorre allo psicologo con troppa leggerezza, anche quando non sarebbe necessario, anche per normalissimi problemini affettivi e sentimentali da adolescenti, come se si andasse dalla parrucchiera. Ho sempre avuto una certa diffidenza nei confronti di certe teorie, scuole e terapie; oggi ancora di più. E continuo a pensare che la psicologia è quella “scienza” che cerca di convincervi che l’insofferenza verso la stupidità del mondo, che causa il vostro malessere esistenziale, sia una forma di psicopatologia e vi convince della necessità, per curarla, di sottoporvi a lunghe e costose terapie. Raramente risolve il problema perché, invece che affrontare la causa del male (esterna al paziente, nel mondo, quindi ineliminabile), cerca di curare gli effetti e alleviare i sintomi; il mondo resta stupido tale e quale, e voi vi tenete il malessere. Come dire che se voglio riprendere un bel paesaggio bucolico e fotografo una discarica di rifiuti puzzolenti, ottenendo una foto orribile, invece che cambiare il soggetto, cambio la macchina fotografica. Come dire che se un cane ha le pulci, invece che eliminarle, si cerca di convincerlo a convivere con le pulci e sopportarle pazientemente. Non sempre, ma talvolta è così!

 

Festa di popolo

Masquerade.

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta nessuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status simbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

A proposito…

Oggi a Cagliari si celebra la festa di Sant’Efisio. Per curiosità accendo la TV su una rete locale che trasmette in diretta la sagra alla quale partecipano numerosissimi gruppi “folk” provenienti dai paesi della Sardegna, nei loro caratteristici costumi, tutti diversi, ricchi e colorati e impreziositi da monili in oro, argento e corallo. Uno spettacolo. Ora, a parte la bellezza dei costumi, c’è però un dettaglio: la festa dovrebbe essere religiosa. Anticamente era una lunga processione di fedeli che devotamente, con preghiere e canti religiosi, accompagnava il cocchio con il simulacro del santo, attraverso le vie della città. Chi vuole maggiori notizie può trovarle in rete. Poi, col passare degli anni e la partecipazione di sempre più numerosi gruppi provenienti dall’interno dell’isola, si è trasformata in una sfilata di persone in costume che, più che una processione religiosa, è molto simile alle classiche sfilate di moda. Diciamo una rassegna dei costumi sardi, a beneficio di chi non li conosce. Un evento mondano a beneficio dei turisti. Con l’avvento della televisione, infine, è diventata uno dei tanti eventi mediatici, con tanto di commentatori, più o meno esperti, e di telecronisti che fanno sfoggio di tutte le banalità di repertorio.

Prova ne sia il fatto che vengono allestite apposite tribune per consentire a turisti ed ospiti illustri di assistere alla “sfilata”. Altra prova della “laicità” della sagra è data dai commentatori televisivi, che si sforzano di trovare sempre qualcosa da dire sui costumi e la provenienza dei gruppi (hanno orrore del silenzio, così continuano a ripetere per delle ore la solita tiritera sulla bellezza dei costumi e sulla loro ricchezza) mentre le persone in costume sfilano e sorridono alle telecamere, non in atteggiamento di preghiera e di devota partecipazione, ma consapevoli di essere ammirati dalla folla e ripresi dalla TV. Una cronista di strada, invece, chiede alle persone che affollano il percorso, un parere sulla festa. Ma non sull’aspetto religioso. No, chiede cosa pensano della sfilata, dei costumi e quali hanno ammirato di più.

Ecco, il protagonista della festa non è Sant’Efisio, sono i costumi e le belle ragazze che li indossano. E’ una festa religiosa, ma il santo passa in secondo piano. Non si partecipa per pregare e testimoniare la fede, ma si intervistano le persone per sapere quali costumi hanno ammirato. Un trionfo di retorica e banalità. Se poi intervista un turista venuto apposta per vedere la sagra e ci delizia esprimendo giudizi entusiasti sulla “sfilata” e sulla Sardegna, allora andiamo in brodo di giuggiole, dimentichiamo tutti i guai che affliggono la Sardegna e siamo appagati. Giusto perché qualcuno ci dice “Bella la Sardegna…”.

Basta poco per farci dimenticare l’inquinamento del territorio, la disoccupazione, la povertà, la crisi del Sulcis, i danni ed i morti delle devastanti alluvioni, gli incendi che bruciano ogni anno la nostra terra, le promesse mai mantenute dal potere (sia dal governo centrale, sia da quello locale), le cattedrali nel deserto, autentiche fabbriche di cassintegrati.  Basta che qualcuno dica che la Sardegna è bella e che i nostri costumi sono fantastici e  siamo felici, beati come bambini davanti ad un regalo inatteso. Del resto abbiamo sempre avuto un mare stupendo e le spiagge più belle del mondo. Ma non lo abbiamo mai capito, sulla sabbia bianchissima delle nostre spiagge transitavano le greggi. Finché non è venuto l’Aga Khan, ha inventato la “Costa Smeralda” ed ha rivelato al mondo che la Sardegna era bellissima.

Solo allora lo abbiamo capito. E per ammirare le bellezze che erano da sempre sotto i nostri occhi si partiva in pullman, in gita turistica per scoprire la Costa Smeralda. Ecco, noi siamo così, per sapere chi siamo e cosa vogliamo, deve venire qualcuno da fuori a dircelo. Vale anche per la sagra di Sant’Efisio in versione sfilata moda primavera/estate. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che è bella. Ma tutto passa, tutto cambia, tutto si evolve, anche la sagra di Sant’Efisio: da processione religiosa è diventata sfilata di costumi. Indecente, irriguardoso, ridicolo, osceno, quasi oltraggioso. Non è la sagra di Sant’Efisio, è la “sfilata” di Sant’Efisio. Dovrebbero inserirla in calendario fra sfilate di moda nazionali. E non dico altro per carità cristiana. Un ultimo consiglio per i telecronisti della sfilata di moda: se qualche volta restate in silenzio non casca il mondo. Anzi, è solo un modo per dire meno banalità.

Masquerade

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

linus

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco.

 

Le facce del potere

Forse Lombroso esagerava, ma indubbiamente la fisiognomica fornisce informazioni preziose che ci aiutano a capire alcune caratteristiche della personalità. O almeno, certe espressioni facciali ci  stimolano reazioni e sensazioni immediate che hanno un ruolo determinante nelle relazioni sociali. Vediamo alcune di queste facce famose…

Mario Monti. Quando appare in TV e lo sentiamo parlare, calmo, pacato, troppo calmo e troppo pacato, col suo caratteristico eloquio soporifero, quasi anestetizzante, ci sorge un dubbio: Monti si è appena alzato e non si è ancora svegliato del tutto, oppure è in piedi da tre giorni e non vede l’ora di andare a letto perché casca dal sonno?

Stefano Fassina. Il responsabile economico del PD lo vediamo molto spesso ospite nei talk show politici. Lo contraddistingue quell’aria eternamente risentita, un po’ seccata, non si sa bene perché e contro chi, come se lo obbligassero ad essere in studio, mentre lui preferirebbe essere altrove. Se lo si incontra per strada viene istintivo fargli le condoglianze, proprio per quell’aria sempre  triste e afflitta, come se abbia il morto in casa. Lo avete mai visto sorridere? Le foto di Fassina sorridente sono rarissime, quasi come le vecchie figurine del Feroce Saladino.

Miguel Gotor. E’ il consigliere politico di Bersani, Lo abbiamo visto di recente in uno dei soliti programmi in cui si parla di politica, non ricordo quale. Ma appare poco in TV; forse è meglio. Sarà, non sarà, ma a me fa una strana impressione. Dal modo di parlare, di rispondere e di interloquire con gli altri ospiti, con la supponenza tipica della sinistra, mi dà l’idea di quello che vuole avere sempre ragione, che deve vincere sempre ed a tutti i costi, anche in un semplice dibattito in TV. E per vincere è disposto a ricorrere a tutti i trucchi, leciti o meno. Forse, pur di vincere, riesce a barare anche quando gioca al solitario.

Romano Prodi. Si è già detto quasi tutto di quest’uomo “dal multiforme ingegno“. Ora si sussurra che vogliano proporlo per il Quirinale. Niente di strano, ormai in Italia può succedere di tutto. Dopo le sue esperienze fallimentari come premier, lo abbiamo visto ripresentarsi in pubblico nel corso del comizio di Bersani a Milano. E’ salito sul palco ed ha ricevuto un lungo applauso dalla folla entusiasta. Forse, l’uomo che voleva curare l’Italia si è mostrato alla folla quasi presagendo una sua candidatura al Colle. Prove generali di attività presidenziale. Già, perché oltre alle varie doti di intelligenza, arguzia ed  una capacità oratoria non comune, è anche molto “lungimirante” e guarda lontano. Tutte caratteristiche che si intravedono benissimo guardandolo in faccia…

Bersani è nervoso

Ho appena finito di ascoltare l’attesissima conferenza stampa di Bersani. Solitamente chi vince le elezioni rilascia subito delle dichiarazioni in merito all’esito del voto ed al programma di governo. Bersani, contrariamente alla consuetudine,  ha aspettato un giorno. Ecco perché tutti erano ansiosi di sentire le sue dichiarazioni per capire, in questa confusa situazione di difficile governabilità creata dall’esito elettorale, quali siano le sue proposte per superare lo stallo politico ed eventualmente scoprire quali alleanze siano possibili per garantire un minimo di sicurezza al prossimo governo.

Bene, ora sarei curioso di sentire cosa avranno da dire i soliti esperti politologi dopo le parole di Bersani. Ma, soprattutto, sarei curioso di sapere cosa hanno capito gli spettatori normali, i cittadini, la casalinga di Voghera e l’uomo della strada. Insomma, la gente comune. Credo che avrebbero molte difficoltà a dare un senso compiuto alle dichiarazioni del segretario smacchiatore. Non si è capito niente, non una precisazione sulle intenzioni nell’immediato futuro, non una proposta concreta, non una indicazione su eventuali intese in Parlamento.   Niente di niente. Solita sintassi bersaniana ingarbugliata e difficile da seguire,  con frasi lasciate a metà, periodi confusi, allusioni vaghe,  risposte che non sono risposte, concetti fumosi, richiami alle regole parlamentari, alla Costituzione (quella va sempre bene), alle responsabilità di chi vince, tutto ha detto, ma  nessuna risposta concreta.

E adesso di cosa discuteranno i nostri opinionisti politici che da due giorni sono in attività permanente, pronti a commentare tutto e tutti, e che aspettavano con ansia il verbo dello smacchiatore folle di Bettola? Troveranno di sicuro qualche spunto, estrapolandolo dal discorso bersaniano e, arrampicandosi sugli specchi,  daranno fondo a tutti i trucchi dialettici di cui dispongono per far finta di aver capito qualcosa. Tenteranno una loro personale interpretazione. Ci proveranno, ma sarà un tentativo ridicolo di camuffare l’incomprensibilità delle dichiarazioni di Bersani. E’ politichese puro, un monologo in cui si dice tutto per non dire niente. Affermazioni prive di senso. Roba da far invidia a Jonesco ed ai migliori brani del teatro dell’assurdo. Come quando da ragazzi, durante un’interrogazione a scuola,  si cercava di inventarsi delle risposte improvvisate per nascondere l’impreparazione. E con questi commenti improvvisati si riempiranno gli spazi televisivi, facendo finta di spiegare gli eventi politici.

In verità, però, qualcosa si è capita. Ma non ha niente a che vedere con i programmi di governo. Attiene, piuttosto, alla personalità di Bersani. E’ qualcosa che i più attenti osservatori  della fisiognomica e della gestualità, hanno già notato da tempo. E sarebbe interessante che qualcuno analizzasse e commentasse la conferenza stampa sotto questo aspetto. La prima impressione è di un Bersani in difficoltà, che parla quasi controvoglia, impacciato, insicuro, imbarazzato, come se volesse scusarsi di aver commesso una marachella. E questo atteggiamento è confermato dalle prime parole, quando afferma che se non si riesce a dare un governo stabile al Paese non si può dire di aver vinto. Ecco il punto, Bersani ha avuto pochi voti in più rispetto agli avversari (che gli consentono di usufruire del premio di maggioranza alla Camera), ma sa, riconosce  ed afferma che non può dire di aver vinto.

L’altro aspetto è legato ai gesti, all’espressione. Il primo sintomo di disagio è quel continuo tic nervoso, sembra arricciare il naso, che lo tormenta ogni volta che parla in pubblico o deve rispondere alle domande. Si tocca il naso, si gratta, si passa la mano sulla testa pelata. Continua ad inforcare gli occhiali ed a toglierli (è una sua abitudine specifica), a far finta di assestarli, a toccarli, sfiorarli. Quante volte lo ha fatto? Anche questo sarebbe un dato interessante per capire il personaggio. E quando non si assesta gli occhiali, fa finta di  regolare le aste del microfono, cerca qualcosa nel taschino interno della giacca, poi infila le dita nel taschino esterno, Ripete più volte questi gesti. Sono gesti che denotano insicurezza e disagio. Bersani è nervoso, molto nervoso, troppo nervoso. Lo si nota durante tutta la prima parte della conferenza.

Subito dopo lascia spazio alle domande dei giornalisti. E comincia un altro “tormentone“, beve acqua da un bicchiere di plastica. Altra domanda: quante volte Bersani beve acqua durante quei pochi minuti in cui risponde alle domande dei cronisti? Sarebbe interessante contarle. Lo fa ripetutamente, a piccoli sorsi, sembra che quel piccolo bicchiere di plastica sia inesauribile e contenga litri di acqua. Altro segno del nervosismo eccessivo di Bersani. Perché questo bisogno impellenti di bere tanto? Ha mangiato pesante a pranzo? Impepata di cozze? Spaghetti all’arrabbiata con troppo peperoncino? Gli si è azzerata la salivazione come Crozza a Sanremo davanti alle contestazioni del pubblico? Mistero. L’impressione è che il nostro smacchiatore folle di Bettola, alla fine di una campagna elettorale in cui ostentava grande sicurezza dicendo di essere sicuro di vincere con largo vantaggio, sia alla Camera che al Senato,  abbia fatto la fine di quegli smacchiatori, pardon…di quei suonatori che vennero per suonare e furono suonati.