Antitesi e priorità

Antitesi e priorità: Causa / Effetto – Domanda / Risposta – Problema / Soluzione – Prima / Dopo. Qualcuno pone un problema e qualcuno trova la soluzione. Normalmente si è portati a riconoscere grandi meriti a coloro che trovano la soluzione ad un problema. E passa in secondo piano colui che pone il problema. Eppure non può esistere risposta senza che sia stata posta prima una domanda. Non esiste soluzione ad un problema, se prima non esiste il problema. Non può esistere un “dopo” se non esiste un “prima“. E’ evidente che il primo termine delle antitesi citate sia ancor più importante del secondo termine. E’ una questione di priorità che diventano determinanti. La storia del progresso umano è un continuo porsi domande e trovare risposte, è un lunghissimo elenco di problemi ai quali si è trovata soluzione. Ma non ci sarebbero state soluzioni, né progresso, se non ci fossero state prima le “domande“.

Cosa significa? Facciamo un esempio concreto riferito al comportamento umano. Le nostre scelte quotidiane ed il nostro comportamento nei confronti della realtà sono un susseguirsi ininterrotto di “risposte” a problemi di diversa natura. La maggior parte dei gesti e delle scelte sono quasi istintive, essendo ormai acquisite come risposte consolidate. Ma di fronte a nuovi problemi e nuovi ostacoli la mente reagisce trovando la soluzione più o meno valida. La validità della risposta è direttamente proporzionale al nostro bagaglio culturale. Si tratta sempre, comunque, di risposte a delle domande, di soluzioni a problemi, di atti comportamentali che percepiamo come pensieri coscienti.

Posto che il “pensiero cosciente” sia la risposta ad una domanda, qual è la domanda stessa? Se la risposta è un pensiero cosciente la domanda non può che essere qualcosa che precede la domanda, ovvero preceda lo stato di coscienza. Ergo, la domanda è un pensiero inconscio. E come tale non è determinato dalla nostra “volontà cosciente“. E’ storia vecchia quella della contrapposizione fra genetisti e ambientalisti, in merito al comportamento umano. Quelli che non vogliono far torto a nessuno, magari “tengono famiglia“, risolvono il problema affermando che il comportamento è una conseguenza dell’interazione fra patrimonio genetico e ambiente. Il che vuol dire tutto e niente. Ma sembra un saggio compromesso. E poi si sa che…la verità sta nel mezzo (!?).

Ma, se ci fate caso, nessuno si pone la domanda più logica e sensata; quella riconducibile alle antitesi in premessa. Nessuno si pone il problema dell’importanza della “priorità“. Se non ci credete provate a fare una ricerca. Ora, se non si è d’accordo con questa ipotesi, dovrebbe essere semplicissimo confutarla; esistono stuoli di psicologi che dibattono l’argomento. Ma se è vero che non esiste risposta senza domanda e non esiste soluzione senza problema, e non può esistere un dopo se non esiste un prima…e non esiste “pensiero cosciente” senza che esista prima un “pensiero inconscio“…beh, allora la prima conseguenza è questa: Il pensiero nasce spontaneo nella nostra mente, indipendentemente dalla nostra volontà.

La volontà, che noi abitualmente riteniamo essere libera e cosciente, non è una caratteristica della coscienza, ma dell’inconscio. La soluzione ad un problema, o la risposta ad una domanda, hanno la loro ragion d’essere nella domanda stessa alla quale rispondono, che ne costituisce la causa e la ragione. La risposta è giustificata dalla domanda. Ma cosa giustifica la domanda? Come nasce, e perché? Evidentemente deve esserci un atto di volontà che faccia nascere, scaturire e formulare la domanda. Allora, come appare evidente, l’esistenza di un atto volontario è caratteristica precipua non della risposta, ma della domanda. La risposta è giustificata dalla domanda, ma la domanda , non essendoci termini precedenti che la condizionino, non avrebbe ragione di esistere se non esistesse una “volontà” che la crea. La volontà è insita nella domanda, ne è la ragione prima della sua esistenza. Ed è un pensiero inconscio. E’ un atto spontaneo della mente non condizionato o determinato da un atto cosciente. Ma siccome siamo tanto orgogliosi della nostra volontà e del libero arbitrio, immagino che sia molto difficile accettare questa ipotesi. Allora, invece che limitarsi a non condividerla, provate a dimostrare il contrario.

E la volontà ? (2005)

Ho appena letto una notizia curiosa sulla pagina di Tiscali Notizie/Medicina. “Colori che vengono “ascoltati” o suoni da “gustare”. Accade più o meno questo nelle persone colpite da “sinestesia“, una sensazione che può essere indotta da alcune droghe o, in casi più rari, insorgere spontaneamente. E’ successo ad una musicista svizzera che si è accorta di percepire le note come colori e gli intervalli che le separano come “sapori” ben definiti.” Curiosa notizia, quasi bizzarra, ma…

E’ solo una delle tante scoperte, che ultimamente si susseguono con sempre maggiore frequenza, che ci consentono di capire sempre meglio il funzionamento di quella ancora misteriosa macchina che è la mente umana. E giorno per giorno ho la conferma di una vecchia idea secondo la quale la mente umana non è altro che una macchina biologica, molto complessa, che risponde agli stimoli esterni. Basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre risposte non corrette e generare anomalie di comportamento.

Ma cosa c’entra la volontà? C’entra, c’entra… E’ opinione piuttosto diffusa che il nostro comportamento e le scelte, più o meno complesse, che operiamo quotidianamente, siano solo frutto di un preciso atto di volontà. E’ come dire che l’uomo è artefice del proprio destino e che siamo noi, nel limite delle reali e concrete possibilità, a determinare la nostra vita. La volontà personale sembra essere l’unica e fondamentale causa del comportamento umano, del modo di pensare, di agire, di operare le scelte, di porsi in rapporto con la realtà circostante. Ora, se così fosse, non dovrebbe mai insorgere un qualunque difetto di funzionamento nel meccanismo mentale. E’ ovvio che tutti, con un semplice atto di volontà, deciderebbero di avere una mente che funzioni in modo perfetto. Saremmo tutti dei geni, dei superuomini.

Ma visto che così non è, e che basta un piccolo difetto nel meccanismo per indurre comportamenti e risposte errate, anomale o non rispondenti alle aspettative, bisogna concludere che la volontà, così come la intendiamo, non è determinante. Anzi, dal momento che anche la volontà non è altro che una delle tante funzioni mentali, essa può manifestarsi in maniera più o meno corretta, più o meno forte e decisa, più o meno “normale”. E’ una semplice “funzione mentale” e, quindi, condizionata da meccanismi cerebrali che ne determinano il funzionamento più o meno corretto. Tutta l’attività cerebrale, che è alla base del nostro comportamento, la chiamiamo “pensiero“. Ed il pensiero è ciò che noi percepiamo a livello cosciente.

Ma non tutto il pensiero è cosciente. Prima che si abbia consapevolezza di un pensiero deve esserci una attività mentale precedente, che avviene ad un livello “non cosciente“. Il pensiero cosciente è solo l’ultimo atto di un processo mentale complesso. La volontà non è altro che un pensiero cosciente. Ma cosa avviene un attimo prima che si abbia coscienza del pensiero che definiamo “volontà” ? Avviene che la nostra mente elabora autonomamente, a livello non cosciente, una serie di informazioni che “creano” il pensiero di volontà.

Quindi la nostra volontà nasce in maniera non cosciente, non “volontaria”. La volontà è un effetto del pensiero, non la causa. In conclusione: la volontà è involontaria. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il vero paradosso è affermare il contrario, ovvero che la volontà sia determinata da un nostro atto volontario e cosciente. Come dire che è la volontà a creare la volontà. Come dire che la volontà è, al tempo stesso, causa ed effetto. Non solo non è un paradosso, ma è una delle poche certezze. Eppure il mondo continua a comportarsi come se così non fosse.

Gran parte dei problemi relazionali sarebbero più chiari se visti ed esaminati tenendo conto di questa semplice verità. Ma ci piace illuderci, ci piace pensare che tutto, o quasi, dipenda dalla nostra volontà. Ci piace pensare di essere gli artefici della nostra vita, del nostro destino. Contenti voi! Ma quando fra non molto, ormai ci siamo quasi, scopriranno i segreti dei meccanismi mentali, allora sarà tutto più chiaro, anche se sarà molto, ma molto difficile accettarne le implicazioni e le conseguenze. Ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. E soprattutto ricordate che “La volontà è un effetto del pensiero, non la causa.” E che, quindi…La volontà è involontaria.”

ll pensiero corto

Ci sono vari tipi di pensiero. C’è il “pensiero debole” di Vattimo, c’è il “pensiero breve” dei 140 caratteri di Twitter, e c’è anche il “pensiero corto“, quello che non va oltre la punta del naso. Gli esempi di questo tipo di pensiero si sprecano. Uno dei casi più eclatanti, e che ogni giorno trova ampio spazio sulla stampa è quello di papa Bergoglio. Ha una curiosa predisposizione a sparare sentenze senza rendersi conto delle conseguenze di ciò che dice. Ne parlavo anche 3 giorni fa nel post “Il Papa è sereno” a proposito di una frase del Papa che dice di fare sua una abitudine degli italiani: per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo. Questo dice, senza rendersi conto che se tutti applicassero quel principio salterebbero in aria di colpo tutte le opere di carattere umanitario, assistenziale, di volontariato e solidarietà. Perché mai dovremmo rovinarci la vita, occupandoci di poveri, deboli, bambini africani e barboni? Un po’ di sano egoismo e menefreghismo e campiamo tranquilli; gli altri si arrangino.

Papa pedofiliMa dice anche altro. Per esempio, a proposito dello scandalo dei preti pedofili, dice: “Parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti di questo, non si potrà risolvere il problema. Quindi, attenzione a ricevere in formazione candidati alla vita religiosa senza accertarsi bene della loro adeguata maturità affettiva.”. Di recente, commentando l’ennesimo caso di pedofilia venuto a galla in Sardegna (don Pascal Manca) dicevo ironicamente che, visto che i casi di preti pedofili o dediti a varie pratiche sessuali sono in crescita, forse deve esserci un virus che si diffonde in seminari, chiese, canoniche e sagrestie. Oggi lo conferma il Papa: è una malattia. Che scoperta. Tutti pensavano che abusare sessualmente di bambini fosse pratica del tutto normale, “cosa buona e giusta”. Meno male che c’è il Papa ad informarci che, invece, è una malattia. In quanto alla “maturità affettiva”, magari ce l’hanno quando entrano in seminario; la perdono dopo proprio grazie alla convivenza forzata tra maschietti ed alla necessità di dare sfogo alle pulsioni sessuali che hanno tutti gli essere umani; compresi i preti. Pulsioni così forti che qualche prete (vedi don Andrea Contin a Padova) esagera ed organizza addirittura un giro di prostituzione in canonica a beneficio suo e di altri amici e preti “amanti del genere”. Per capire che non si tratta di casi isolati, basta prendere i dati riportati di recente dalla stampa, risultati dall’inchiesta della Royal Commission. Pare che solo in Australia negli ultimi decenni siano stati accertati 1880 religiosi coinvolti in più di 4.000 casi di abusi sessuali. Caro Papa Bergoglio, quello che diceva sui gay “Chi sono io per giudicare?”, vale anche per i preti pedofili e puttanieri?

Ora però, dopo l’ultima dichiarazione papale, si pone un problema. Se è vero che “la pedofilia è una malattia”, allora non è perseguibile secondo la dottrina della Chiesa. Non si è mai sentito che avere l’influenza o la scarlattina sia peccato. Nelle Tavole della legge c’è scritto “Non rubare, non ammazzare, non dire falsa testimonianza…”; ma non c’è scritto Non ammalarti”, altrimenti finirai allo spiedo arrostito a fuoco lento come un kebab. Allora se la pedofilia è una malattia e la malattia non è peccato, i pedofili possono stare tranquilli, non violano nessun comandamento. Non devono nemmeno pentirsi, confessarsi, né chiedere perdono; puri come angioletti. La cosa strana, però, è che, come tutti i maschietti sanno (l’incubo di tutti i ragazzini quando si andava a confessarsi: non bastava sapere che ti toccavi, volevano sapere anche “quante volte“), “toccarsi il pisellino” vuol dire finire all’infermo per l’eternità, perché  è un gravissimo peccato mortale. Se invece sono i preti a “toccare” i ragazzini, è malattia; quindi non è neppure peccato veniale. Che strana morale. No?

Purtroppo Bergoglio non è il solo cultore del “pensiero corto“, è in buona compagnia. La classe politica è piena di autorevoli rappresentanti della categoria, come anche l’ambiente culturale, quello dello spettacolo, dell’informazione e perfino della scienza. Tutta gente che ama più l’effetto retorico, l’estetica delle parole,  l’eleganza dell’aforisma, invece che il contenuto. Quindi si crogiolano nell’autocompiacimento e non si rendono conto che spesso le loro affermazioni portano, se applicate, a conclusioni aberranti. Uno dei casi più gravi, e drammaticamente attuale, di questo pensiero corto riguarda un articolo della nostra Costituzione “più bella del mondo“. L’art 10, che riguarda il diritto d’asilo, fra l’altro dice: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.“. Non parla di quelli che sono perseguitati nei loro paesi perché oppositori del governo o non rispettosi delle “loro leggi“, ma quelli che provengono da paesi in cui non sono riconosciute le libertà garantite dalle “Nostre leggi“, dalla  nostra Costituzione.  Facile immaginare lo spirito che ha portato alla stesura di questo articolo. Si era appena usciti da un ventennio fascista, quando il regime mandava al confino gli oppositori e gli antifascisti emigravano all’estero per sfuggire all’arresto o alle persecuzioni. Lo spirito è, dunque, quello di garantire ad eventuali perseguitati politici il diritto d’asilo.

Ma nessuno si è chiesto quali sarebbero state in futuro le conseguenze di questo principio, se applicato in condizioni estreme, non applicate a pochi casi di profughi, ma a migrazioni di massa. Eppure, se si vuole capire quali siano le conseguenze di un qualunque atto, legge, norma o regola sociale, bisogna ipotizzare la sua applicazione non in condizioni normali, ma in condizioni estreme. In poche parole, in base a questo articolo noi siamo tenuti ad accogliere tutti coloro che vivono in paesi nei quali non vige la “Nostra Costituzione“. Ovvero, più della metà della popolazione terrestre.  Per esempio tutti i paesi arabi musulmani in cui vige la legge coranica, Cina, Cuba, Cambogia, Corea del Nord e, se non fosse crollato il comunismo, tutti i paesi dell’Unione sovietica. Un po’ troppi per ospitarli tutti in Italia, non credete? Eppure questo dice l’art. 10. Ora, non prevedere queste conseguenze, non è ingenuità, non è nemmeno eccesso di solidarietà; è proprio idiozia. O, in termini più morbidi, “pensiero corto“, quello che vede solo l’immediato, il presente, che guarda solo dentro il proprio orticello e non prevede le possibili conseguenze in futuro.  E non è il solo esempio di “pensiero corto” nella nostra Costituzione.

Un altro illustre cultore del “pensiero corto” è il noto sociologo Francesco Alberoni. Una volta scriveva sul Corriere, poi è passato al Giornale, ma il suo stile è sempre lo stesso. Sono 40 anni che, con qualche piccola variazione sul tema, continua a rimuginare sugli stessi argomenti di Innamoramento e amore, il libro che molti anni fa gli diede grande notorietà e successo. Ricordo che cominciai a leggerlo, ma mi sembrava di leggere la posta del cuore della Contessa Clara. Chiusi il libro senza neppure finire di leggerlo. Se non sapete cosa sia la banalità, leggete Alberoni, lo capirete subito. Oggi ci ha deliziato con l’ultima sua fatica “Chi va con persone chiare impara ad essere geniale“. E per dimostrare che intende parlare proprio di geni e non di concorrenti dei talent show televisivi o degli Amici della De Filippi, unisce all’articolo questa foto di gruppo del 1927. Si tratta della foto di un congresso di fisici organizzato da Solvay a Bruxelles. Vi sono presenti le più belle menti scientifiche di quegli anni, da Bohr ad Heisenberg ed Einstein (lo si riconosce al centro della prima fila.

Dice Alberoni che la semplicità e chiarezza di pensiero “si raggiunge frequentando chi è chiaro“. Chiaro, chiarissimo; anzi per niente. La semplicità di pensiero, la chiarezza di idee, la genialità, così come il talento artistico, non si raggiunge. O si ha o non si ha, Ficcatevelo bene in testa una volta per tutte e piantatela con questa idea balzana che tutti possono diventare genietti “frequentando chi è chiaro” o esercitando la mente, magari con i giochini da Settimana enigmistica. Dice ancora Alberoni: “Spesso, dopo aver risolto un problema che ci appariva insolubile, abbiamo l’impressione che la soluzione fosse proprio sotto i nostri occhi.”. Già, ma “prima” di scoprire che la soluzione era sotto gli occhi, bisogna avere la capacità di risolvere il problema. E quella capacità o si ha o non si ha. Anche questo è un problema da risolvere. Ma stranamente nessuno vede, o non vuol vedere, la soluzione sotto gli occhi. Forse perché quella soluzione ci obbligherebbe a prendere atto dei nostri limiti e riconoscere la nostra incapacità e mancanza di talento. Meglio illudersi che con un po’ di impegno e “frequentando chi è chiaro” tutti possiamo diventare geni.

L’idea che si possano modificare le caratteristiche mentali individuali, il talento artistico e le predisposizioni intellettuali (che sono predeterminate geneticamente) con qualche trucchetto, l’esercizio o le “frequentazioni” giuste, è una delle più tragiche truffe culturali della storia del pensiero umano. Deriva dall’idea che gli uomini nascono tutti uguali (Vedi “Diritti e doveri“) come pupazzi di plastilina con una mente (una Tabula rasa, dice Locke) facilmente plasmabile con l’educazione, l’istruzione, o “frequentando chi è chiaro”. Una specie di apprendistato mentale da praticare andando a bottega dagli illuminati, dal guru del momento, o magari da un noto sociologo. A bottega si impara a fare il falegname, il meccanico, il gommista, non a diventare geni. In questa idea che si possa migliorare il proprio livello intellettivo o scoprire talenti nascosti (su questa sciocchezza ci campano in molti, scrivendo manualetti buoni per tutti gli usi),  c’è una piccola  parte di verità, ma è così piccola da essere insignificante. Se così fosse, tutti i familiari, amici, domestiche, compagni di lavoro e persone che per lungo tempo sono state a stretto contatto con artisti, scienziati, filosofi, scrittori, sarebbero diventati tutti geni. Vi risulta che la domestica di Verdi, a furia di sentire il maestro comporre, abbia scritto delle opere? Se è così ha ragione Alberoni. Altrimenti no; è solo un buon esempio di “pensiero corto“.

Ho parlato spesso di Alberoni e di quella strana categoria che passa sotto il nome di intellettuali. Ecco una serie di post.

Creativi si nasce, Alberoni si diventa

Diffidate degli intellettuali

Diffidare è d’obbligo

Creatività e movimento

Narcisismo intellettuale

Cazzate d’autore

Donne, uomini, erotismo ed altro(secondo Alberoni)

Alberoni e l’amore

Pensieri in offerta speciale, allegati alla rivista

Scalfari e la mosca(perfetto esempio di pensiero corto)

Pensieri casual

Come nasce il pensiero? E’ una domanda che mi pongo da sempre. Già 12 anni fa, appena aperto il blog, dopo un primo post di saluti alla compagnia, il secondo post era già questo “Come nasce il pensiero?”. Diamo per scontato che il pensiero nasca nel cervello: è chiaro “dove” nasce, ma non “come” nasce. Eppure, nonostante abbia una mia idea, talvolta dubito che il cervello sia il luogo in cui nasce il pensiero; almeno non sempre e non per tutti. Il dubbio viene leggendo articoli di stampa, blog, pensieri sparsi in rete, ascoltando certi interventi dei soliti esperti tuttologi in televisione. Vedi, leggi, ascolti, e una domanda sorge spontanea: ma come ragionano questi? Certe volte, davanti a ragionamenti sconclusionati, ci si chiede con quale logica e razionalità vengano formulate certe idee.

Non entriamo in dettagli, gli esempi sarebbero tanti e tali che ci si potrebbe ricavare non un post, ma un lungo saggio; e sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Basta un solo esempio ricavato dalla cronaca recente: le motivazioni e le argomentazioni usate dai terzomondisti, buonisti, accoglientisti, cattocomunisti, bergogliani, boldriniani, kyengiani, filo musulmani, renziani e varia umanità, per giustificare sempre e comunque l’invasione afro/arabo/asiatica (non è una razza di cavalli da corsa) e tutte le conseguenze in termini di aumento della violenza, di attriti e conflitti sociali, di delinquenza, di piccola e grande criminalità. Pur di non mettere in discussione la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, si ricorre a tutti i trucchi possibili per aggirare l’argomento, evitare di rispondere alle domande scomode e trovare giustificazioni astruse e ridicole.  Di tutto si parla, meno che del problema.

Lo hanno fatto anche dopo i gravissimi episodi di molestie, violenze e stupri a Colonia e altre città europee, avvenuti contemporaneamente, come se ubbidissero ad un preciso ordine per attuare un’azione programmata per punire ed umiliare le donne europee (cosa verificata e confermata anche dalla polizia). Una sorta di richiamo della foresta, un rito tribale violento, e spesso cruento, in cui scaricare l’aggressività. L’esplosione improvvisa ed incontrollata di una pulsione inconscia; l’applicazione di  una ancestrale, bestiale ed istintiva strategia che in natura è propria degli animali predatori, come lupi e iene, che amano cacciare in branco. Un fatto così grave che non ci sono e non possono esserci giustificazioni o spiegazioni di sorta. Eppure, pur di non riconoscere la gravità dell’accaduto, le responsabilità degli aggressori (ed ancora meno la loro provenienza, etnia e religione), e mettere in dubbio la scellerata politica di apertura incontrollata al flusso migratorio attuata irresponsabilmente dall’Europa, hanno inventato le giustificazioni più strampalate. Hanno perfino negato che gli aggressori fossero immigrati, hanno detto che in fondo gli stupri li commettono anche gli italiani, e che se centinaia di immigrati aggrediscono le donne è perché, poverini,  “hanno carenza d’affetto”.

Chiaro? Care donne europee, tenete bene a mente quello che dicono le illuminate menti delle anime belle buoniste: se domani qualcuno vi aggredisce e vi stupra, non allarmatevi, ricordatevi che forse lo fa perché “soffre di una carenza di affetto”. Allora, visto che è difficile immaginare ed accettare il fatto che certi ragionamenti possano essere partoriti dal cervello, o almeno da un cervello sano, normale, dotato dei neuroni regolamentari e di sinapsi funzionanti non intasate da ingorghi come a Roncobilaccio, ci si chiede con quale altro organo ragionino certi individui.

Ragionano con i piedi? O con le orecchie, il naso, la milza, il fegato, la cistifellea, il colon retto? Oppure con  l’alluce valgo, l’occhio di pernice, il labbro leporino, il ginocchio della lavandaia o il gomito del tennista? Boh, mistero. Però, a  ben vedere, quando si sente un ragionamento senza capo, né coda, comunemente  si usa dire, in senso spregiativo, che è un ragionamento del cazzo. Vuoi vedere che questa espressione popolare, pur se volgare, ha una sua base scientifica? Non c’è altra spiegazione, certa gente non ragiona col cervello, ma con quello: col cazzo. Ma allora si pone un altro problema: come nascono le ìdee del cazzo? Ovvio, con le seghe mentali. Adesso è tutto chiaro.

Scherzi della mente

E’ un passatempo affascinante giocare con la mente e con le sue stranezze. Tentare di scoprire il confine fra ciò che è conscio e ciò che non lo è può essere davvero coinvolgente, ma ha i suoi rischi. E’ in quella sottilissima linea di confine che andrebbero ricercate le risposte a tante domande sulla psiche umana. C’è uno spazio intermedio fra conscio ed inconscio, una linea di confine, in cui si intersecano vaghi barlumi di consapevolezza e vibrazioni bioenergetiche.

E’ lì che le informazioni “biologiche” si trasformano in pensieri e parole. Ed è sempre lì, in quella sottile striscia di terra di nessuno, che, per uno strano scherzo della mente, prendiamo coscienza dei pensieri. E’ davvero una crudele illusione quella che ci fa credere che sia la nostra volontà conscia a creare i pensieri. In realtà è come se un lettore, davanti ad un testo scritto, fosse convinto di creare egli stesso le frasi nello stesso momento in cui le legge. Buffo, falso, ma è proprio ciò di cui siamo convinti.

                                                       (“Mani che disegnano” – M.C. Escher)

Pensieri molleggiati

Silenzio: parla Celentano. No, forse è meglio dire: “Parla Celentano: silenzio”. Sì, perché la caratteristica di Adriano è proprio il silenzio. L’aspetto più celebre dei suoi monologhi televisivi sono proprio quelle lunghissime pause durante le quali sembra che stia facendo chissà quali profonde riflessioni. In realtà è solo che non sa cosa dire o non se lo ricorda.

Bene, ora i media ci informano che Adriano ha deciso di aprire un blog ed una pagina facebook. Immagino che, fedele al suo stile, al posto dei messaggi potranno esserci dei grandi spazi vuoti. Saranno un luogo di riflessione, ma non sui pensieri del molleggiato. Saranno occasione di riflessione per i fan che potranno sbizzarrirsi cenrando di immaginare quale recondito significato si celi in quegli spazi vuoti.

Il nostro predicatore silenzioso sta cercando da tempo di inventarsi e proporsi come pensatore. Ma la capacità di pensare non è da tutti e, se non ce l’hai, non te la puoi inventare. Celentano ed il pensiero si inseguono da tempo, ma raramente si incontrano.

Scalfari e la mosca

Ho appena seguito, su La7, la puntata di Otto e mezzo dedicata ad un tema sempre attuale “Religione e politica“. Unico ospite in studio l’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. L’argomento trattato prende spunto proprio da un editoriale nel quale Scalfari  chiede espressamente alla senatrice Binetti di rivelare se abbia avuto delle comunicazioni telefoniche con un alto prelato che avrebbe condizionato il suo voto negativo al Senato.

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L’ignoranza rende liberi.

Non voglio parafrasare l’aberrante motto posto all’ingresso di Auschwitz, né porre un titolo ad effetto. E’ esattamente ciò che intendo dire e che cercherò di spiegare brevemente. La libertà, nel senso comune del termine, è intesa come facoltà di operare una scelta o di compiere un’azione senza condizionamenti, imposizioni, limiti, divieti che possano alterare o annullare la nostra autonomia decisionale.

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Pensiero e volontà

Ogni volta che affronto il tema della volontà, come nel post precedente (Fohn, il vento che uccide), ho la sensazione di non riuscire a spiegarmi come vorrei. In verità, benché il concetto possa apparire molto chiaro nella mente, esprimerlo a parole non è poi impresa facile. La questione è semplice. Per spiegare il pensiero, e quindi la volontà, occorre riflettere sul pensiero, bisogna cercare di conoscerlo, di comprenderlo, per poi poterlo spiegare con le parole. Ma le parole non sono altro che l’espressione del pensiero. Allora è come dire che cerco di spiegare il pensiero con il pensiero. Ma siccome per spiegarlo devo prima “pensarlo”, vuol dire che il pensiero “per spiegare il pensiero deve pensare il pensiero”. Ma il pensiero può pensare se stesso?

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Scherzi della mente.

Mi piace giocare con la mente e con le sue stranezze. Una mia vecchia fissazione è quella di scoprire il confine fra ciò che è conscio e ciò che non lo è. E’ in quella sottilissima linea di confine che andrebbero ricercate le risposte a tanti quesiti esistenziali. C’è uno spazio intermedio fra conscio ed inconscio, una terra di nessuno, in cui si intersecano vaghe sensazioni di consapevolezza e bagliori di inconscio. E’ lì che le informazioni "biologiche" si trasformano in pensieri e parole. Ed è sempre lì, in quella sottile striscia di terra di nessuno, che, per uno strano scherzo della mente, prendiamo coscienza dei pensieri.

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