Liberazione e imbecilli

Festa della Liberazione: corone di fiori, cerimonie ufficiali, sfilate di cortei con bandiere rosse (più che  la festa della Liberazione sembra una riedizione delle vecchie feste dell’Unità), discorsi di circostanza, Bella ciao cantata in coro a teatro  e tanta, tanta retorica in dosi industriali.  Giusto riconoscimento per coloro che combatterono e diedero la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo. Ma è  anche la giornata dei vincitori del giorno dopo (saltare sul carro dei vincitori è la specialità nella quale noi italiani non abbiamo rivali): quelli che dopo che l’Italia fu liberata dagli alleati, sostituirono la camicia nera con quella rossa, si accreditarono come combattenti della Resistenza  e divennero tutti “partigiani”, senza aver mai combattuto nemmeno contro la malaria.

Non solo, improvvisamente da un giorno all’altro, gli italiani si scoprirono tutti partigiani, ma si scoprirono anche antifascisti. Di colpo quelli che sfilavano al sabato fascista, che partecipavano ai Littoriali, che cantavano Giovinezza, vestivano la camicia nera e inneggiavano al Duce, divennero tutti antifascisti, anzi comunisti. Miracoli italiani.  E spacciandosi per partigiani ed antifascisti hanno campato per decenni su questi titoli di merito, facendo anche carriera politica. Su un ventennio ci campano da un settantennio. Ma oggi sono tutti in prima fila a fregiarsi di meriti altrui, a sbandierare drappi rossi e cantare Bella ciao. Gente che al massimo ha combattuto qualche battaglia navale a scuola.

Ma ciò che indigna è il fatto che, anche quest’anno, quella che dovrebbe essere una festa di tutti gli italiani diventa un’esclusiva della sinistra che si arroga il diritto di decidere chi può partecipare e chi no, chi ha diritto di sfilare in corteo e chi non può farlo. Hanno il copyright della festa. Così succede che, come negli scorsi anni, si insulta e si fischia la rappresentanza delle Brigate ebraiche (quelle che combatterono davvero a fianco degli alleati). Succede a Milano (Brigata ebraica e PD contestati). Succede anche a Cagliari dove dei filopalestinesi hanno cercato di stracciare le bandiere di Israele (Sotto il palco sfiorato lo scontro).: “Un militante di un movimento filopalestinese ha cercato di strappare la bandiera biancoceleste di un piccolo gruppo di persone che mostravano il vessillo di Israele. I militanti filopalestinesi si sono sistemati davanti agli oratori con le bandiere verde rosso nero e bianco.“. Cosa c’entrano i filopalestinesi con il 25 aprile? Hanno forse fatto la Resistenza insieme ai partigiani italiani? No. E perché allora sono in prima fila mentre cercano di vietare la partecipazione ai rappresentanti di chi per la Liberazione ha combattuto davvero? Se si è onesti bisognerebbe dare una risposta. Ma la aspettiamo invano da anni.

Sono cose dette e ridette, ma senza speranza di riuscire ad avere una risposta seria, perché l’ipocrisia di questa sinistra è tale che non vale la pena nemmeno di porre domande semplici come queste. Così ogni anno si ripete la sceneggiata di piazze occupate da bandiere rosse, alle quali si aggiungono, non si sa bene perché (anzi, lo immaginiamo), le bandiere palestinesi. E si ripete la indecente sceneggiata di chi si presenta come unica rappresentanza della lotta partigiana, come gli unici legittimati a festeggiare il 25 aprile. Come se tutti i partigiani fossero rossi e la Resistenza l’abbiano fatta solo i comunisti. Chi non è con loro è escluso dalla festa. Storia vecchia. Hanno liberato l’Italia dai nazifascisti e l’hanno consegnata a democristiani e comunisti. Ora, dopo 70 anni quella stessa Italia la stanno consegnando ai nuovi barbari che ci stanno invadendo nell’indifferenza generale; anzi, con il benestare e la complicità di quegli stessi cattocomunisti. Per questo sono morti i partigiani? Per regalare l’Italia ad africani, arabi e cinesi?

Non è una novità. Ecco cosa scrivevo 9 anni fa; è sempre valido. Al massimo cambiano le facce, ma gli idioti sono sempre in prima fila.

Aspettando la prossima “Liberazione” (26 aprile 2006)

Il 25 aprile l’Italia festeggia la ricorrenza della liberazione dal nazi-fascismo. E così è stato; discorsi ufficiali, cerimonie e cortei per le strade. Ma ci viene un dubbio. Quelli che “la serietà al Governo“. Quelli che “L’Italia è divisa, lavoreremo per unirla“. Quelli dovrebbero spiegarci perché una ricorrenza che dovrebbe “unire” tutti gli italiani diventa ancora una volta un’occasione per occupare le strade e le piazze ed appropriarsi di una vittoria che è stata degli alleati, in primis, e poi di tutti gli italiani. E dovrebbero spiegarci quale nesso esiste fra slogan, cartelli, contestazioni varie che nulla hanno a che fare con la festa della liberazione.

– Cosa c’entrano gli slogan e gli striscioni contro Letizia Moratti che partecipava al corteo insieme al padre (su una carrozzella) ex deportato a Dachau e medaglia d’argento della Resistenza, obbligandola, a suon di fischi e insulti, ad abbandonare la manifestazione? Vergogna!

– E perché mai la Moratti ed il padre sarebbero “un corpo estraneo ai valori del corteo“, come ha dichiarato non un qualunque imbecillotto, ma Daniele Farina, deputato di Rifondazione comunista?

– Che significa quest’altra illuminata dichiarazione riferita alle contestazioni alla Moratti “…contro questi che sono gli eredi dei fascisti di allora una contestazione può anche ritenersi giustificata“. Un deportato a Dachau e medaglia d’argento della resistenza sarebbe un “erede dei fascisti di allora“? Chi può aver detto una simile cretinata? Un No global in preda ad effetti allucinogeni? No, l’ha detta l’ex giudice del pool Mani pulite, ed ora neo senatore DS, Gerardo D’Ambrosio. Complimenti!

– Cosa c’entra Zapatero?

– Cosa c’entra Che Guevara?

– Cosa c’entrano le bandiere palestinesi?

– Cosa c’entrano i soliti vigliacchi che a Roma urlano l’abietto slogan “Una, cento, mille Nassirya?

– Cosa c’entra una affermazione simile “Oggi è una festa in più perché è anche la liberazione da Berlusconi“, fatta non dal solito imbecillotto, ma da Pecoraro Scanio, leader dei Verdi?

– Cosa c’entrano gli slogans inneggianti a “Dario Fo, sindaco“?

– Perché viene contestata la “Brigata ebraica” che ha pieno titolo a partecipare alla manifestazione, avendo combattuto a fianco delle forze alleate, urlando “Palestina libera, Palestina rossa. Israele Stato terrorista, sionisti assassini“?

– Perché si bruciano le bandiere israeliane? Cosa c’entra tutto questo con il 25 aprile?

Ce lo spieghino, per favore, quelli che vogliono “unire” l’Italia. Ci spieghino perché tutte le occasioni sono buone per trasformare le nostre piazze in arene di scontro e di contestazione e perché solo le bandiere rosse possono sfilare nei cortei. Ci spieghino perché questi contestatori in servizio permanente fanno sempre capo alla sinistra e, allevati e nutriti a pane e comunismo, vorrebbero far diventare l’Italia un’unica grande “Piazza rossa”. Ci spieghino anche, visto che ci sono voluti anni di guerra, fame, miseria e morte, per liberarci dal nazifascismo, quanti anni ci vorranno prima di poter festeggiare la liberazione dagli imbecilli!

Ma intanto, in attesa di risposte che non arriveranno, parafrasando uno slogan a voi tanto caro, a questo vostro 25 aprile rosso di odio, di prepotenza, di arroganza e di violenza si può rispondere solo in un modo: “Dieci, cento, mille volte…VERGOGNATEVI Fate schifo!”

Liberazione-Milano

P.S.

In fondo è solo uno dei tanti e ricorrenti riti collettivi che periodicamente il potere mette in scena per omologare il popolo al pensiero dominante e tenerlo sotto controllo. Vedi “Masquerade“.

Bersani: li sbraniamo

Se qualcuno si azzarda ad insinuare una responsabilità del PD in merito all’affare MPS “Li sbraniamo“, dice Bersani. E lo fa usando, come al solito, quel tono di voce perentorio, stentoreo (che tanto piace e che rassicura  gli amici, sostenitori e simpatizzanti), che non lascia spazio a dubbi, interpretazioni e repliche; proprio di chi è convinto di avere la verità in tasca, innata, per concessione divina. Se lo dice lui è verità.

Una volta, per garantire l’assoluta attendibilità di una notizia, si usava l’espressione: “L’ha detto la radio“. Poi, col progresso tecnologico, si passò a “L’ha detto la televisione“. Oggi si potrebbe dire “L’ha detto Bersani“. Sì, al nostro uomo di Bettola (tutto un programma), quello che non passa il tempo a smacchiare giaguari, quello che si esprime per battute, metafore e similitudini, si potrebbe applicare quanto i discepoli di Pitagora usavano dire riferendo affermazioni del maestro “Egli stesso l’ha detto“, intendendo che, quindi, si trattava di assoluta verità. In tempi in cui regna il relativismo più sfrenato, l’unica eccezione è lui: se lo dice Bersani è verità assoluta. Ipse dixit!

In questi giorni di campagna elettorale, sta dando il meglio di sé per cercare di presentarsi come l’uomo nuovo, quello del cambiamento, quello che ha una missione speciale: salvare l’Italia. Quello che, essendo  scampato alla rottamazione viene già accreditato di poteri magici. Qualcuno sostiene che faccia anche miracoli. Si dice che al suo paese, Bettola, pronunciando strane formule davanti al distributore del padre, abbia trasformato la benzina in lambrusco. Altri hanno già preparato uno striscione “Bersani santo subito“.

E come apprendista beato (in attesa di santificazione) non accetta insinuazioni e critiche. Così alle contestazioni di Monti, invece che rispondere a tono, dice che “Monti ogni giorno ci trova un difetto“. Il che è un modo come un altro per non rispondere alle accuse. Ieri, in un convegno a Genova, ha riaffermato  che “La prossima legislatura dovrà essere caratterizzata dalle parole moralità e lavoro“. Senza approfondire troppo, per carità. Meglio accennare vagamente a moralità e lavoro, senza entrare nel merito e parlare di proposte concrete. Così ognuno ci vede quello che vuole e tutti sono soddisfatti.

Del resto il lavoro è un argomento complesso e pericoloso, specie se non hai le idee molto chiare su come affrontare la crisi economica. La morale, poi, è un argomento quasi tabù, da evitare accuratamente se non vuoi impelagarti in discussioni interminabili solo per stabilire cosa sia la morale e darne una definizione condivisibile da tutti.. Meglio evitare e restare sul vago. Però buttiamola lì, perché già appellarsi alla morale è quasi una garanzia di onestà. Loro hanno l’onestà preventiva, a priori. Si dà per scontato che siano onesti e brave persone. La loro è una onestà assiomatica. Un po’ come il premio Nobel per la pace assegnato ad Obama. Era stato appena eletto, ma gli venne assegnato il premio ancora prima che avesse fatto qualcosa. Una specie di acconto sui futuri miglioramenti. Prima gli conferiamo il premio, poi si vedrà.

Sono talmente onesti che loro sono sempre fuori da tutti gli scandali e scandaletti che li hanno sfiorati. Non sanno niente del “Tesoro di Dongo“, misteriosamente sparito, dopo essere stato preso in consegna dai partigiani rossi che arrestarono Mussolini mentre tentava la fuga. Non sanno niente delle vagonate di rubli che finanziavano il PCI, provenienti da Mosca, ovvero da una potenza che, in tempi di guerra fredda, era considerata una potenza ostile. In tempi di guerra vera sarebbero stati accusati di intelligenza col nemico ed alto tradimento. Ma in Italia per il quieto vivere, si chiudeva un occhio, anzi due. Compagni, zitti e Mosca!

In tempi di “Mani pulite” non sapevano niente del compagno Greganti, quello che aveva un conto molto consistente in Svizzera, ma dichiarò trattarsi di un conto personale, evitando di coinvolgere il partito. Non sapevano niente di una valigetta contenente 150 milioni, portata a mano nella sede di via Botteghe oscure, ma di cui non si scoprì chi avesse ricevuto i soldi. Né valeva, in quel caso, ciò che aveva portato in carcere altri esponenti di altri partiti, l’accusa che “Non poteva non sapere…”. Valeva per tutti, eccetto per il PCI. Non vale nemmeno per Bersani che sulla vicenda di tangenti, grandi appalti e finanziamento occulto al partito che vede imputato il suo stretto collaboratore, Filippo Penati, non sapeva nulla. Era all’oscuro di tutto, povero figliolo; non gli dicono mai niente.

Non sapevano nulla dell’acquisizione della banca Antonveneta, né di Fiorani, Consorte e della scalata alla Banca nazionale del lavoro. E se ti permetti di pubblicare la famosa telefonata di Fassino “Abbiamo una banca?” ti querelano e ti condannano a pagare i danni morali. Le intercettazioni di D’Alema, invece, non sono pubblicabili perché all’epoca dei fatti il nostro velista per caso era europarlamentare ed il parlamento europeo non concede l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni. In qualche modo ne escono sempre puliti; curioso, vero? Sì, perché in Italia, a quanto pare,  c’è una sola persona che si può intercettare tranquillamente: Berlusconi. E tutte le sue telefonate, anche quelle private, che nulla hanno a che vedere con inchieste in corso, vengono regolarmente pubblicate su tutti i giornali, compreso il Corriere delle giovani marmotte. Tutti gli altri sono coperti da segreto istruttorio e guai a chi svela qualche dettaglio. Se poi intercettano per caso il Presidente Napolitano, su questioni gravi come la trattativa Stato-mafia, allora scatta il conflitto di competenza e si chiede che le registrazioni vengano distrutte. Strano, ma vero.

Questi ex/post comunisti riciclati sono così: prendere o lasciare. E soprattutto non azzardatevi a sospettare niente di men che corretto sul partito. Loro sono sempre innocenti, puliti ed estranei a qualunque affare poco chiaro. Non sanno mai niente.  “Noi abbiamo le mani pulite” gridava Occhetto, mentre i magistrati milanesi facevano il lavoro sporco, inquisivano i maggiori esponenti dei partiti, facendo piazza pulita di tutta una classe politica, eccetto il PCI,  e preparando la strada alla vittoria della “gloriosa macchina da guerra” di Occhetto. “Noi siamo persone perbene“, gridava ancora Fassino, escludendo qualunque interesse e implicazione del partito sulla scalata alla BNL. Loro sono così, si autoassolvono. Si esaltano, si incensano, si ergono a modelli di onestà e perfezione morale. Lo ripetono ad ogni occasione, come un mantra. Così, a furia di sentirlo dire, entra nel cervello e si convincono davvero di essere diversi e migliori dagli altri; anzi, gli unici sulla piazza casti e puri come verginelle, senza macchia e senza paura, come antichi cavalieri. E’ un normalissimo processo mentale, si chiama “autosuggestione“.

Così, oggi, il nostro smacchiatore folle, dopo aver rilanciato il programma incentrato su “Lavoro e moralità“, dice che sui conti pubblici bisogna intervenire “con il badile” (!) E per essere ancora più chiaro(!?) sui costi della politica, afferma “Noi metteremo il cacciavite nella spesa pubblica“. Chiaro? Ecco la soluzione di tutti i problemi italici, dalle pensioni minime ai precari, dai cassintegrati alla chiusura delle aziende, dal debito pubblico alle spese della casta. Tutti si affannano per trovare il rimedio, ma solo lui ha la soluzione pronta e geniale: badile e cacciavite. Sfido io che poi i fedeli seguaci, incantati di fronte a tanta genialità, invocano “Bersani santo subito“. Ma se per salvare l’Italia bisogna intervenire con badile e cacciavite, perché hanno incaricato Mario Monti ed il suo governo di tecnici? Bersani, poteva svegliarsi prima. Bastava ingaggiare una decina di contadini e meccanici che, fra l’altro, ci sarebbero costati anche molto meno di Monti e i suoi discepoli. No?

Chiaro che davanti a queste dimostrazioni di genio italico non si possa nemmeno per sbaglio tentare una qualche critica o insinuazione su rapporti poco chiari sulla relazione fra il PD e la banca MPS, da sempre e notoriamente controllata dal PCI/PDS/DS/PD. Lo sanno tutti e, in questi giorni, tutti lo ripetono su stampa e TV. Vedasi, in proposito, un articolo che figura oggi sul Corriere firmato da Sergio Rizzo. E’ il classico segreto di Pulcinella, lo sanno tutti, ma se qualcuno si azzarda, dice Bersani, ad ipotizzare relazioni e responsabilità del PD “Li sbraniamo“. Mamma che paura.

Bene, allora caro Bersani, visto che lo sanno tutti e tutti lo ripetono e lo scrivono, non le resta che cominciare l’opera di sbranamento generale. Sbrani, sbrani pure a piacere. Mica vorrà rimangiarsi la parola. E no, questa è gente seria, onesta, perbene, hanno le mani pulite e quando fanno una promessa (o una minaccia), poi mantengono la parola data. Coraggio, Bersani, sbrani pure e…buon appetito.

Quelli che “Noi abbiamo le mani pulite…”

A proposito del tesoro di Dongo e dei moralisti rossi

Il 29 aprile 1957, alla Corte d’ Assise di Padova, cominciò il processo per scoprire la fine fatta dall’ oro di Dongo e per condannare i colpevoli e i mandanti dei delitti che ne erano stati la conseguenza. Fra gli imputati, i capi partigiani comunisti Fabio Vergani e Dante Gorreri, accusati di avere ordinato gli assassini e di avere consegnato la maggior parte del tesoro al Pci. Ma un giudice del processo si tolse la vita e siccome non verranno supplenti, la causa fu rimandata e da allora nessuno ne ha più  sentito parlare. In compenso Vergani e Gorreri vennero salvati col solito sistema di eleggerli deputati per più legislature, fino a prescrizione del crimine. E le autorizzazioni a procedere nei loro confronti richieste dalla magistratura furono sempre, come usa anche oggi, respinte dalle Camere.” (Silvio Bertoldi – Corriere della sera 14 settembre 1993)

D'Alema e le amnesie senili.

E’ davvero curioso leggere oggi i vari commenti alla Waterloo finiana in Parlamento. Dice Fini che la conferma della fiducia a Berlusconi è una vittoria numerica, ma non una vittoria politica. Non dice, però, che la sua è una sconfitta numerica, politica ed anche morale.  Sullo stesso tono altri autorevoli esponenti dell’opposizione, maestri nel ribaltare la realtà a loro uso e consumo. Tutti impegnati, sostenuti ampiamente dai media, ad accusare Berlusconi di aver “comprato” i voti. Ne hanno fatto la giustificazione della sconfitta. Di Pietro si era perfino affrettato, sospettando qualche defezione in casa propria, ad andare in procura per fare un esposto “verbale” (così riportava la stampa qualche giorno fa) ai suoi ex colleghi magistrati i quali saranno anche oberati di lavoro, ma se Tonino chiama rispondono prontamente, il tempo lo trovano. E così, basandosi fiduciosamente sulle rimostranze verbali di Tonino e su “notizie apparse sulla stampa” (anche questo era riportato dai giornali), aprono seduta stante un’inchiesta sulla compravendita di voti.

Ora, a quanto pare, si sta arrivando a perfezionare il metodo “Toga rossa trionferà“. Non c’è più nemmeno bisogno che ci siano esposti o denunce, reati comprovati e prove. Basta che un solerte magistrato legga qualche notizia su Repubblica, L’Unità, il Fatto o, perché no, sul blog di Tonino da Bisaccia, in cui si vagheggia il sospetto che qualche parlamentare possa essere “comprato” e via, scatta l’inchiesta. Poi dicono che la magistratura non lavora e la giustizia è lenta. Malelingue. Uno dei tanti che anche oggi ribadisce questo sospetto è Max baffo D’Alema, “il più intelligente” dei suoi, come viene definito. Figuriamoci gli altri.

Oggi l’ANSA riporta alcune dichiarazioni del “più intelligente“: “D’Alema: da cretini fare ditrofront...”. Tranquillo Max, non c’è bisogno di fare dietrofront, si può essere cretini anche da fermi. Dice, riferito a quei pochi parlamentari dell’opposizione e finiani che hanno votato la fiducia al premier: “deputati comprati, nascosti dietro le tende fino all’ultimo per proteggere la vergogna di un voltafaccia“. Ecco, ci siamo. E perché sarebbero stati comprati? Ovvio, perché Berlusconi è ricco e può permetterselo. Lui ed il PD, invece, non possono permettersi di “comprare” i voti; sono poveri…anzi, poverini! Aggiunge, infatti, riferendosi ai pochi mezzi del suo partito: “Certo, non ha né i soldi né il potere del Cavaliere“.

Ora, sarà anche il più intelligente, però, forse a causa dell’età che avanza, comincia ad avere qualche preoccupante amnesia. Dimentica, per esempio, che fino a 20 anni fa il suo “povero” partito in cui è nato, cresciuto e pasciuto, il PCI, ha ricevuto per decenni vagonate di rubli da Mosca. Caro Max, cosa ci avete comprato con quei rubli?  Vi è andata bene perché erano i tempi della guerra fredda. Già, perché se fosse stata una guerra un po’ più calda, ricevere soldi da una potenza ostile, com’era Mosca, significava essere al soldo del nemico. Il che vi avrebbe portati dritti dritti alla Corte marziale e sareste finiti al muro, fucilati come traditori della patria. Per vostra fortuna la guerra si è sfreddata e voi, invece che essere accusati di alto tradimento (come sarebbe stato più che logico e giustificato) siete finiti in Parlamento a darci lezione di libertà, democrazia e morale. L’unico muro contro cui siete andati a sbattere è il muro di Berlino. Quando è caduto avete preso una tale capocciata che siete storditi ancora oggi e vagate confusi e smarriti, in preda a crisi d’identità, alla perenne ricerca, come direbbe Battiato, di un centro di gravità permanente.

A proposito di ricchezza e di fondi del partito, ci sarebbe un’altra piccola curiosità da soddisfare. Che fine ha fatto, caro compagno Max, il tesoro di Dongo, recuperato dai partigiani rossi durante la fuga di Mussolini e di cui non si è saputo più nulla? L’unica ipotesi, sulla quale concordano molti storici e sulla quale ci sono pochi dubbi, è che quel tesoro sia finito nelle casse del PCI, ma Togliatti “Il migliore“, non ha mai fornito spiegazioni.  Che ci avete comprato? Come li avete investiti? Beneficenza ed opere di bene? Ah, saperlo…

Ma non basta. Dimentica anche un altro fatto che riguarda direttamente il trasformismo parlamentare. E qui la questione si fa seria, perché è davvero preoccupante che dimentichi una circostanza che lo riguarda personalmente: la sua nomina a presidente del Consiglio. Ricorda Max? Furono una cinquantina i parlamentari di altri schieramenti che votarono la fiducia al suo Governo. Possibile che l’abbia dimenticato? Non sarà che a furia di veleggiare, di strambare e di stare in mare aperto, anche la memoria vola via nel vento? Meno male che proprio ieri sera, a Ballarò, questa circostanza gliel’ha ricordata non il direttore del Giornale o di Libero, ma Paolo Mieli, ex direttore del Corriere, non certo berlusconiano. Così le avrà rinfrescato, speriamo, la memoria.

Allora, siccome noi, forse, non siamo all’altezza di capire a fondo certe sottigliezze della politica, lei, che è il più intelligente, non avrà difficoltà a spiegarci per quale arcano motivo se 50 parlamentari di altri schieramenti votano la fiducia al suo Governo è tutto normale e rientra nella prassi parlamentare, ma se 4 o 5 deputati dell’opposizione decidono di votare la fiducia a Berlusconi sono stati “comprati“. Ecco, Max, ce lo spieghi. Sa, non tutti sono intelligenti come lei (per fortuna).

Foibe, stragi, esodo…

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.

Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe”, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

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