Shoah e buoni ideali

Domani si celebra la Giornata della memoria, in ricordo della shoah e delle vittime del nazismo. Sarà il  trionfo, come avviene da anni, di dichiarazioni di circostanza piene di buoni propositi, di condanna del nazismo e di appelli alla ragione, alla solidarietà, ai principi della tolleranza, al rispetto reciproco, alla democrazia, alla libertà, alla pace; tutto il repertorio della migliore retorica di circostanza. Siamo bravissimi, in queste occasioni, a condannare i soprusi, la guerra, le ideologie totalitarie, lo sterminio di innocenti. Ma spesso ci lasciamo trasportare da reazioni emotive, confidiamo nella ipotetica, e mai dimostrata, fondamentale bontà dell’essere umano  e pensiamo di combattere il male facendo appello ai buoni sentimenti. E’ l’effetto liberatorio che deriva dal trovarsi di fronte a crimini aberranti e dalla convinzione illusoria che siano atti lontanissimi dal comune sentire, frutto di menti malate, e che mai più si ripeteranno. Il messaggio rassicurante è che noi non commetteremmo mai simili atrocità; quindi i nazisti sono mostri criminali, un caso eccezionale ed unico nella storia dell’umanità (ma la storia dimostra il contrario), mentre noi siamo buoni, docili e mansueti come innocenti agnellini.

Un esempio di tale atteggiamento ingannevole è questa frase che mi è capitato, tempo fa,  di leggere  fra i commenti in un blog. Diceva, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una bella frase, condivisibile, dettata da una visione ottimistica e positiva del mondo. Ma è anche vera? No, non lo è affatto. Non è vera perché si dà per scontato che tutti gli uomini seguano una fede e perseguano grandi ideali umanitari e che questi siano sempre positivi e portatori di pace, solidarietà e amore universale. Ma anche il male è un ideale; distorto, aberrante, ma un ideale.

Anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo, ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza, determinazione  e cieca follia, sostenuto dalla “fede” dei suoi seguaci, perché i nazisti erano sicuri di essere dalla parte giusta e  di avere Dio dalla loro parte;  “Gott mit uns“, anche quando sterminavano il popolo eletto di quel Dio il quale, forse, in quella occasione era distratto. Anche i crociati combattevano per un ideale, la riconquista della Terra santa, ed erano convinti di lottare per una causa giusta, anzi santa; “Dio lo vuole“.  Ma anche gli ottomani combatterono per conquistare terre e genti, dalla Spagna alle porte di Vienna, perché dovevano diffondere la parola del profeta e “Allah era con loro”. Anche  i conquistadores spagnoli, che sterminarono le popolazioni indigene, lo facevano con la benedizione della Chiesa e dei frati al seguito, i quali non mancavano di benedire i morti, innalzare croci sui territori conquistati e convertire gli indigeni, volenti o nolenti, perché “Dio era con loro“. Anche i coloni americani che avanzavano verso ovest appropriandosi delle terre e sterminando i pellerossa, avevano Dio dalla loro parte. Lo cantava benissimo già Bob Dylan in un brano del 1964 “With God on our side” (Con Dio dalla nostra parte): “Il mio nome non conta e la mia età nemmeno, il paese da cui vengo è chiamato midwest, là sono cresciuto ed ho imparato a obbedire alle leggi e che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte. I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene, la cavalleria caricava e gli indiani cadevano, la cavalleria caricava e gli indiani morivano, perché il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.”.   

Così le guerre del passato erano sempre determinate da qualche “alto ideale“: poteva essere l’indipendenza dai dominatori, la presunta necessità di civilizzare popoli barbari, la necessità di allargare i propri confini, la ricerca della “quarta sponda”,  o il nuovo irrinunciabile “ideale” del terzo millennio, il sacro dovere di esportare la democrazia. Dietro le bombe ci sono sempre “alti ideali” e tutti hanno un Dio dalla loro parte; anche i cannibali del Borneo.  Forse anche gli atei, pur non credendoci, hanno un loro dio: il dio degli atei (che, non essendo abilitato ad esercitare, in quanto non esiste ufficialmente, si scrive minuscolo e non compare nella guida ufficiale degli dei riconosciuti).

Oggi, per non perdere le buone abitudini ed essere fedeli a qualche ideale, anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente combattono per una “giusta causa”: la conquista dell’occidente e la sottomissione dei “cani infedeli“. Ed anch’essi compiono stragi in nome di Dio gridando “Allah Akbar“. E stanno attuando il loro piano criminale con la violenza, le armi, il terrorismo, lo sterminio dei cristiani e la conquista di interi territori dove instaurare il califfato e la sharia.  Anche l’ex premier iraniano Ahmadinejad aveva un suo ideale e lo dichiarava continuamente in ogni occasione; cancellare Israele dalle carte geografiche. Anche i militanti di Hamas hanno un ideale, espresso molto chiaramente nel loro statuto e nel loro programma politico: distruggere Israele, cacciare gli ebrei dalle loro case e impadronirsi del loro territorio. Tutti combattono per un “ideale” ed hanno Dio dalla loro parte. Così Dio, invocato a destra e a manca,  sta con tutti, si distrae e si dimentica di stare con  il popolo eletto, quelli che dovrebbero essere i primi ad averlo dalla loro parte: gli ebrei.

La persecuzione degli ebrei non è finita con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Gli ebrei sono ancora oggi al centro di una campagna di odio razziale e sono bersaglio di attentati ovunque si trovino (le ultime vittime del terrorismo islamico sono i quattro morti nel negozio kosher a Parigi). Perfino Israele, che è l’ultimo rifugio dei sopravvissuti alla shoah e degli ebrei che vi sono arrivati provenienti da ogni angolo della terra, per vivere finalmente in pace nella terra dei Padri,  vede costantemente minacciata la propria esistenza; non solo dall’Iran, da Hezbollah e da Hamas, ma dall’opinione quasi unanime del mondo islamico.  Eppure i personaggi, le istituzioni, gli intellettuali, le nazioni che oggi commemorano la Shoah e la criminale violenza nazista contro gli ebrei, quelli che oggi depongono corone di fiori e tengono toccanti discorsi commemorativi, sono gli stessi che, passata la giornata della memoria, ricominceranno a sostenere i regimi islamici, a concludere lucrosi affari con loro, a tollerare, se non addirittura giustificare, l’antisemitismo mascherato da antisionismo in nome della libertà di espressione, aprire le porte all’invasione islamica dell’Europa, a rinnegare le proprie usanze e tradizioni per non urtare la sensibilità dei musulmani.

Ed infine, per dimostrare quanto siamo buoni e caritatevoli (ed “equidistanti”  o “equivicini” fra Israele, Hamas ed Hezbollah, come sosteneva  l’allora ministro degli esteri D’Alema, dichiarando di essere onorato di andare a cena con i capi di Hezbollah) continueranno a finanziare direttamente organizzazioni come Hamas, considerate terroristiche dalla comunità internazionale, con aiuti umanitari e milioni di euro versati dall’Europa a Gaza. Fondi che servono in gran parte a finanziare l’acquisto di armi, munizioni, missili e razzi da sparare contro Israele. Ma noi siamo fatti così, siamo umanitari, non facciamo differenza fra ebrei e tagliagole islamici, sono tutti figli di Dio. E giusto per non destare eccessiva preoccupazione o creare inutili allarmismi, i nostri media di solito usano tacere sugli attentati dei terroristi palestinesi e i razzi sparati verso i villaggi israeliani di confine. Ecco perché raramente le notizie di lanci di razzi verso Sderot trovavano spazio nella nostra stampa. Luoghi lontani, i botti dei razzi non arrivano alle tranquille, calde o fresche (secondo la stagione) ed insonorizzate redazioni romane o milanesi. Salvo svegliarsi improvvisamente, acuire la vista e l’udito e indignarsi appena c’è una qualche reazione israeliana. Allora ci si ricorda del medio oriente, si trova ampio spazio in prima pagina, si condanna l’aggressione,  si denuncia la risposta sempre “esagerata” di Israele, si contano le vittime civili (sono armati fino ai denti, ma risultano sempre civili), meglio se ci sono donne o bambini (fanno più notizia e servono alla causa palestinese) e si chiede l’intervento dell’ONU ed il cessate il fuoco.

Ma il 27 gennaio, nel “Giorno della memoria“, dimenticano di essere i finanziatori di Hamas, (quelli che vorrebbero portare a termine il lavoro iniziato da Hitler), e con una improvvisa e repentina metamorfosi da far invidia a Gregor Samsa, si trasformano in ferventi difensori del popolo ebraico. Manca solo che si appendano al collo, come si usa oggi, un bel cartello con la scritta “Siamo tutti ebrei“.  Ma fanno il percorso inverso a quello di Samsa.  Da insetti, blatte, scorpioni,  scarafaggi zecche, quali sono solitamente, assumono di colpo l’aspetto di uomini normali: vestono i panni della penitenza, assumono contrite espressioni, condannano la persecuzione degli ebrei, il razzismo, il nazismo, l’antisemitismo, sfilano in corteo sotto braccio con i pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, recitano un tardivo mea culpa, si addossano le responsabilità dei padri, si impegnano solennemente a riaffermare  “Never more“, lanciano in televisione qualche film intonato alla giornata, o qualche programma speciale con filo spinato, camere a gas, forni crematori, scheletriche parvenze umane,  fantasmi con la stella di David, SS in divisa di ordinanza e latrati di cani. Insomma, tutto il repertorio che, per l’occasione, recuperano dagli archivi polverosi dove poi quei documenti giaceranno per il resto dell’anno, per lasciare spazio a reality, fiction, talent, talk show, cuochi, comici, opinionisti tuttologi e  cialtroni assortiti. E così mettono a tacere la coscienza; per un giorno. Poi, passata la “festa“, ripetono la metamorfosi inversa, riacquistano le solite sembianze da coleotteri e affini, si scordano degli ebrei e…ricominciano ad amoreggiare con gli islamici, gli eredi di Arafat e gli arabi in genere; perché gli affari sono affari e “Tengo famiglia…”. Ipocriti, falsi, in malafede e vigliacchi. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, lo vincerebbero a mani basse.

Shoah: El Male Rahamim

Giornata della memoria, giorno di ricordi, di dichiarazioni ufficiali, di cerimonie, di frasi fatte, di documentari, di servizi speciali, di articoli sulla stampa, di apparente presa di coscienza dell’esistenza del male. Apparente, solo apparente, perché in realtà non basta condannare il nazismo e dire che non deve più ripetersi una shoah. Non basta inaugurare un monumento alle vittime del nazismo. Non basta organizzare dei treni della memoria verso Aushwitz. Non basta se, al tempo stesso, non si prende atto dell’esistenza del male, della sua costante presenza nel mondo e della necessità di combatterlo. Perché non si ripeta un’altra shoah occorre combattere l’ideologia che ne è stata la causa. Per fermare il nascere di un’altra ideologia fanatica e criminale occorre fermare in tempo i suoi ideologi, promotori e sostenitori. Occorre avere il buon senso di riconoscerli subito, prima che sia troppo tardi. Ed una volta riconosciuti bisogna combatterli con ogni mezzo e senza falsi buonismi.

Leggevo un commento in un blog. Dice, fra l’altro: “Se tutti gli uomini vivessero i loro ideali e le loro fedi con coerenza non ci sarebbero guerre.”. Sembra una frase condivisibile, dettata da una visione ottimistica del mondo. Ma è anche vera? No, perché anche Hitler aveva un suo ideale, quello di creare un impero millenario con la Germania dominatrice del mondo ed ha perseguito questo suo ideale con coerenza.  Anche i fondamentalisti islamici che predicano la jihad contro l’occidente hanno un loro ideale. Anche Ahmadinejad ha un suo ideale; distruggere Israele. Chi vuole intendere in tenda, gli altri in sacco a pelo!

Ma non voglio essere polemico proprio oggi. Voglio dedicare, invece, a questa giornata della memoria, un post scritto tempo fa su un film ambientato a Ferrara negli anni delle leggi razziali e la tragica conseguenza per una famiglia di ebrei. Lo riporto di seguito…

El Mole Rachamim.

Il Giardino dei Finzi Contini” è un film del 1970, tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Bassani e diretto da Vittorio De Sica. Vinse L’Orso d’oro al festival di Berlino del ’71, l’Oscar per il miglior film straniero nel 1972 ed il David di Donatello per il miglior film. Premi ampiamente meritati perché si tratta di uno dei capolavori del cinema italiano. Quel cinema di Visconti, di Fellini, di Antonioni, dello stesso De Sica, quello che ha fatto grande il nostro cinema e che tanti riconoscimenti ci ha fruttato nel mondo. Lo vidi a suo tempo al cinema e l’ho sempre rivisto volentieri quando è stato riproposto in TV. In un ipotetico elenco di film da salvare questo occupa un posto di primo piano.

 

Mi torna spesso in mente; alcune scene, la fotografia, la storia, i personaggi, lo splendido giardino, il volto della bellissima Dominique Sanda. Ma, in particolare, mi tornano in mente le scene finali del film. La famiglia del professor Finzi Contini che viene prelevata dai fascisti, l’ultimo sguardo di Micol alla sua stanza, al grande giardino innevato, ai suoi oggetti e ricordi personali, alla sua vita, prima di lasciare la casa, conscia che non l’avrebbe più rivista. Il ritrovarsi, insieme ad altre centinaia di ebrei, ammassati nelle aule di quella scuola che aveva frequentato da bambina; gli stessi banchi. Tutti in silenzio, ammutoliti, con gli sguardi increduli, ma che già presagiscono la tragica fine. Sono le ultime scene, i tetti di Ferrara, alcuni flash back dei tempi felici, accompagnate in sottofondo da un canto, il più triste, struggente e disperato che abbia mai sentito.

E’ questo canto che, non so per quale ragione, mi torna molto spesso in mente, per la sua bellezza e per la capacità di esprimere, molto più che le parole, l’ineluttabilità del destino. Anche oggi. E così ho provato a cercalo su YouTube. Con mia grande sorpresa e gioia, c’è. E’ un video che riprende i titoli del film, alcune scene e, soprattutto, quel canto. Si tratta, lo riprendo dai titoli, di “El Mole Rachamim“. Ma lo troviamo scritto anche come “El Male Rahamim” o “El molah Rachamim” ed in altri modi ancora, ed è cantato da Sholom (o Shalom) Katz.

 Non so niente di più di questo canto, né dell’autore. Le uniche poche righe che ho trovato sono queste: “Nato nel 1919 nel villaggio di Nagyörság in Ungheria, noto allora con nome tedesco di Grosswardein, il “cantor” Shalom Katz fu catturato e deportato nel 1942. Nel lager, Shalom Katz era uno dei 1600 ebrei la cui esecuzione era stata programmata. Ebbe il permesso di cantare El Male Ra’hamim mentre ogni prigioniero scavava la propria tomba. Il comandante nazista, impressionato dalla sua voce, lo separò dagli altri in modo che potesse cantare per gli ufficiali. Il giorno dopo, Shalom Katz riuscì a fuggire dal lager. Fu il solo superstite di quei 1600 ebrei.”

http://www.youtube.com/watch?v=78uXhSugkrs

Perché quelle scene finali restano così impresse nella memoria? Perché sono il momento fatale della separazione, l’inizio della fine. Quando ci si rende conto che un mondo è finito per sempre, cancellato, disintegrato nello spazio di un giorno, di un attimo. Quando il destino è segnato da un nome in un elenco e dalla voce di qualcuno che legge quel nome. Essere o non essere in quell’elenco significa vivere o morire.  Quando ci si chiude alle spalle la porta di casa e davanti  si apre il baratro. E non si torna indietro. E’ quella sensazione difficilmente spiegabile a parole. Mi sono ricordato che tempo fa, in occasione della “Giornata della memoria”, scrissi poche righe cercando di esprimere quella sensazione condensata in una parola “Separazione“. Lo ripropongo qui, perché è un tentativo di esprimere ciò che, invece, esprime molto meglio lo sguardo di Micol che guarda per l’ultima volta la sua stanza, gli oggetti, i ricordi.

Separazione

Un ultimo sguardo, in silenzio.
Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, sapendo, sentendo che non la si vedrà più.
Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese.
Separazione.
Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più.
Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate.

Nota

Notizie sul canto e traduzione della preghiera “El Male Rahamim” (Grazie alla gentilezza dell’amica Ariela: Da un suo commento al post del 2009)

El male rahamim, in ebraico vuol dire Dio pieno di misericordia, cioè misericordioso, è una preghiera che si dice quando si seppellisce una persona. Siccome è una preghiera che si pregava nell’Europa orientale e in quei paesi parlavano yddish, hanno deformato l’ebraico e dicevano El mole rahamim. La preghiera originale è di qualche secolo fa, oggi si cambiano leggermente le parole se dedicata a soldati caduti sul campo di battaglia o a morti nella Shoà. In traduzione libera:

“Signore misericordioso che stai nei cieli, trova una giusta sepoltura sotto le ali del tuo spirito divino negli spazi luminosi per le anime dei nostri fratelli, figli d’Israele puri e santi, caduti per mano degli assassini che hanno versato il loro sangue ad Auschwitz, Maydanek, Treblinka e negli altri campi di sterminio in Europa. Che sono stati ammazzati, bruciati, sgozzati e sepolti vivi in tutte le strane e crudeli morti per aver santificato il tuo Nome, noi che siamo i loro figli, le loro figlie, i loro fratelli, le loro sorelle, facciamo voto solenne di ricordare le loro anime. Che il loro riposo sia in paradiso e che il Misericordioso li nasconda sotto le sue ali per l’eternità e raccolga nell’involto (pacco) della vita le loro anime. Dio è la loro strada, riposino in pace, diciamo amen.”

La separazione…


Un ultimo sguardo, in silenzio. Le pareti, i mobili, gli oggetti, l’impalpabile presenza dei ricordi di una vita. Assaporarli per l’ultima volta. Uscire da quella casa, con pochi stracci, sapendo, sentendo che non la si vedrà più. Separazione. Donne separate dai propri uomini, bambini separati dalle madri, mani separate da mani tese. Separazione. Occhi che si guardano, disperati, sapendo, sentendo che sarà l’ultimo sguardo, che non si incontreranno più. Radici antiche strappate alla terra con violenza. E bruciate. Quali sono le parole della separazione? Voi poeti, narratori, filosofi, voi giocolieri di parole, sapreste trovare le parole giuste? Se ne siete capaci narrate l’inenarrabile. Altrimenti…tacete!
Riferimenti: ( Torre di Babele)