Oche buoniste

L’immigrazione è un business, l’accoglienza una truffa. L’hanno capito tutti, ma siccome in molti ci campano non bisogna dirlo, si toccano troppi interessi. Hanno scoperto perfino che certe Ong vanno oltre i loro compiti e, in pratica, sarebbero d’accordo con gli scafisti. Oltre all’inchiesta del procuratore Zuccaro di Catania (quella che ha fatto scalpore e suscitato polemiche) sono in corso diverse inchieste della magistratura per accertare connivenze fra chi gestisce il traffico di migranti, Ong e mafia. Sinceramente qualche dubbio lo abbiamo sempre avuto che questa operazione di taxi di mare Libia-Italia, non fosse proprio dettata solo da spirito umanitario.

Lo sanno tutti che è un business sul quale speculano in tanti. Lo disse chiaro Buzzi, il patron delle Coop implicato nell’inchiesta “Mafia Capitale”: “Si guadagna più con i rom e gli immigrati che con la droga“, disse. Eppure, nonostante sia chiaro a tutti, si continua a sminuire l’aspetto truffaldino dell’accoglienza mascherata da operazione umanitaria. Si continuano a raccontare balle colossali per giustificare l’invasione e, soprattutto, guai a tirare in ballo le Ong, perché il settore del volontariato, dell’associazionismo umanitario, del terzomondismo, è un tabù intoccabile, come la Croce rossa o la Caritas.

Il fatto è che, secondo il pensiero unico politicamente corretto imposto dai media, questi organismi citati sono i “Buoni”; quelli che sollevano dubbi sulla loro bontà sono “Cattivi”.  Ecco perché il solo sospetto che le Ong che fanno servizio taxi andando a recuperare i migranti nelle acque libiche, non lo facciano solo per scopi umanitari, ma anche per interesse economico, ha sollevato un polverone. Quello è un argomento che non si deve nemmeno accennare. Le Ong, e tutte le associazioni umanitarie, sono “Buone” per definizione. Anche se non è propriamente così; ed anzi, molte riserve si possono avanzare sulla attività di organizzazioni che nascono, crescono, si mantengono ed operano con bilanci di milioni di dollari.

Ho citato spesso un libro che chiarisce molti punti oscuri di questo settore, con nomi, numeri e fatti circostanziati, che riguardano migliaia di Ong, Onlus, e organismi vari: “L’industria della carità”, di Valentina Furlanetto. Bisognerebbe leggerlo, se si vuole avere un’idea di cosa si nasconde dietro la facciata buonista delle varie iniziative a favore del terzo mondo. Ecco cosa scrive l’autrice nell’introduzione: “Perché anch’io, che avevo un ben radicato pregiudizio positivo, alla fine mi sono chiesta: che cosa differenzia il Non profit dal profit, una Ong o una Onlus da un’azienda o un’attività commerciale? Ormai molto poco.”.

Eppure, sospettare che esista un qualche motivo di carattere più economico che umanitario che anima certe ong è quasi una bestemmia, un sacrilegio. Tanto che nessuno si permette di mettere in dubbio che andare ad imbarcare i migranti fin nelle acque libiche e portarli in Italia, ospitarli e pagarne le spese di soggiorno sia proprio un nostro preciso dovere. In pratica stiamo favorendo l’invasione afroasiatica  e lo facciamo anche a spese nostre. Il massimo dell’incoscienza e dell’autolesionismo. Ma il pensiero politicamente corretto è ormai così penetrato nei media che nessuno osa contraddirlo. E chi lo fa viene iscritto subito nella categoria dei “Cattivi”, xenofobi, razzisti, fascisti e populisti. Così, quelli che dovrebbero rappresentare i cittadini, difenderli, metterli in guardia contro il pericolo dell’invasione (politici, media, intellettuali) sono proprio quelli che ogni giorno, su stampa, TV e web, sbraitano e ci impongono il verbo terzomondista, l’inevitabilità del meticciato e  preparano la società multietnica e multiculturale (e su questo progetto ricavano lauti guadagni). Mi ricorda un  vecchio post del 2009.

 “Le oche buoniste” (2009)

oche buoniste

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città.  I pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito, si asserragliarono sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

Oggi assistiamo ad una vera e propria invasione. Già, perché se vogliamo capirci, bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome. Ora, finché si tratta di accogliere pochi esuli perseguitati per motivi politici o religiosi, passi. Che si voglia accogliere anche qualche centinaio o migliaio di persone che scappano dai loro paesi e che cercano lavoro, passi pure. Ma se si tratta di un flusso continuo, ininterrotto, senza controllo, di milioni di persone che arrivano in Italia, senza arte, né parte, e finiscono necessariamente per accrescere la delinquenza comune e la malavita organizzata, allora non si tratta più di accoglienza: questa è una vera e propria “invasione“.

Allora, memori delle antiche leggende, si potrebbe pensare che anche oggi qualcuno ci avverta del pericolo. Magari delle oche moderne che, starnazzando sui media, ci mettano in guardia e ci consentano di respingere gli invasori. Invece no. Stranamente le oche moderne fanno a gara nel rassicurarci, nel convincerci che, in fondo, sono un bene, che non c’è nessun pericolo. Anzi, sono per noi una ricchezza e dobbiamo diventare una società multietnica e multiculturale, perché…perché lo dicono loro. Insomma, le oche moderne non solo non starnazzano per avvertirci del pericolo, ma ci tengono buoni e, nottetempo, aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste.

oche campidoglio

Che tempi, signora mia, non ci sono più le oche di una volta!

Sgarbi, capre e animalisti

Animalisti contro Vittorio Sgarbi. Lorenzo Croce, presidente dell’AIDA (Associazione italiana difesa animali e ambiente: questa ci mancava, vero?) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Ferrara, chiedendo di “verificare se l’uso spregiativo del termine ‘capra’, che lo stesso critico d’arte usa a sproposito, non sia un incitamento al maltrattamento di animali”.

Certo anche questo è uno dei gravi problemi che affliggono gli italiani ed è urgente dare una risposta. Chissà quanti disoccupati, precari e pensionati si svegliano al mattino ponendosi questa angosciante domanda: dare della capra a qualcuno può indurre ad atti di violenza nei confronti dell’animale? Strano che di un problema così grave non se ne siano ancora occupati Renzi, Mattarella, l’Unione europea, l’ONU, il WWF, Pannella e Bonino (quelli si occupano di tutto, specie delle cose di cui alla gente non interessa un tubo).

In effetti se qualcuno presenta un esposto significa che ci sono fondati motivi, e magari anche le prove, che ogni volta che Sgarbi usa apostrofare qualcuno in televisione con l’epiteto di “capra”, si registrino reazioni incontrollate da parte della gente e si vedano cittadini apparentemente normali, colti da improvviso ed irresistibile raptus, andare per prati e pascoli di montagna alla ricerca di capre da violentare. Ironia a parte, si vede proprio che c’è gente che a questo mondo non ha un cazzo da fare e si inventa la prima stronzata che gli viene in mente giusto per avere un po’ di visibilità e 5 minuti di notorietà sui media.

Il motivo per cui Sgarbi usa il termine “capra” nel senso di ignorante, imbecille, idiota e sinonimi vari, è semplicemente per evitare querele per insulti, calunnie, diffamazione ed offese personali. Pare che, nel corso della sua ormai pluridecennale carriera di personaggio pubblico, abbia collezionato circa 470 querele per questi motivi; il che comporta anche un notevole esborso economico, sia per spese legali, sia per i danni morali pagati alle persone offese. La prima querela la ricevette da un’insegnante che, in una puntata del Maurizio Costanzo show nel 1989, lesse una sua poesia,  giudicata subito negativamente da Sgarbi. Alle rimostranze della poetessa che lo definì “Un asino poetico”, Sgarbi rispose “E lei è una stronza”. Gli costò 60 milioni di risarcimento danni. Ecco perché ad un certo punto ha ritenuto più conveniente, e meno dispendioso, sostituire termini come ignorante, incapace, idiota, e sinonimi dello stesso tenore, con un meno offensivo “capra”. Ne fece un tormentone, tanto che anni fa, nel corso di un programma su Rai1 che lo vedeva come conduttore (e che fu un flop, durò solo una puntata), portò una capra in televisione. Solo pochi giorni fa, per sua fortuna, l’insulto è stato depenalizzato. Quindi ora Sgarbi può tornate ad usare, al posto di capra,  termini ed insulti più precisi.

Però è curioso che questi animalisti si siano sentiti in dovere di mettere sotto accusa Sgarbi per l’uso di quel termine e non si siano mai preoccupati di altre espressioni ben più gravi nei confronti degli animali. Per esempio, non è più preoccupante dire “In culo alla balena”?  Cosa ha fatto di male la povera balena per essere oltraggiata in quel modo? Oppure sentire usare comunemente “Tagliare la testa al toro”, per indicare la necessità di prendere una decisione drastica e risolutiva. Questa sì è una espressione forte che incita esplicitamente ad un atto di violenza estrema nei confronti del povero toro, auspicandone la morte per decapitazione. E poi, perché mai per superare una situazione di stallo e di incertezza, spesso a causa dell’incapacità umana di assumere decisioni,  ci deve andare di mezzo un toro che non c’entra niente con la discussione e non ha alcuna responsabilità? Nessuno ha mai presentato un esposto per vietare l’uso di questa espressione popolare.

Ma le azioni irrispettose nei confronti degli animali hanno radici antiche. Perfino nel Vangelo si racconta che, per festeggiare il ritorno del figliuol prodigo, si ammazza il vitello grasso. Cosa c’entra il vitello grasso? E’ colpa sua se quel ragazzino scavezzacollo in cerca di avventure ha abbandonato la casa paterna per andare in giro per il mondo? E’ colpa sua se poi è tornato? No, il vitello non se ne preoccupava minimamente; pensava solo a pascolare, trovare le sue erbe preferite, mangiare in santa pace e ruminare con calma (perché “prima digestio fit in ore”) e ingrassare. Ecco l’errore, essere grasso. Avesse mangiato di meno, sarebbe rimasto magro e l’avrebbe scampata. Ma allora, purtroppo per lui, non c’era la televisione, né riviste specializzate, e non c’erano tutti quei dietologi e nutrizionisti che ad ogni ora invitano a mangiare con moderazione e, per combattere l’obesità, consigliano esercizio fisico e diete stravaganti. Nessuno allora avvertiva i vitelli del pericolo di ingrassare (specie se c’era il pericolo che un figlio giramondo tornasse a casa all’improvviso) .

Ci sono poi espressioni usate comunemente che, anche se non proprio violente, sono almeno poco rispettose. Pensiamo a “menare il can per l’aia”. Si può intendere che si accompagni il cane a fare una tranquilla passeggiata per l’aia. Ma “menarlo” lascia intendere un’azione che potrebbe non essere gradita all’animale. E se il cane non avesse voglia di farsi menare per l’aia? Non sarebbe un atto violento? E se così fosse, perché gli animalisti non lo hanno mai denunciato? Due pesi e due misure: capre sì e cani no?

Che dire poi della frase “Il bue che dice cornuto all’asino”. E’ altamente offensiva per entrambi gli animali. Per il bue che, dando del cornuto all’asino, passa per ipocrita, falso, bugiardo ed in malafede, lanciando un’accusa infondata e attribuendo all’asino i propri difetti. Ed anche per l’asino che, sentendosi dare del cornuto, può pensare di essere tradito dall’asinella dai facili costumi. Ed ancora del detto “Fare come lo struzzo… che nasconde la testa sotto terra”. Ma voi avete mai visto uno struzzo comportarsi in quel modo stupido? No, è un’invenzione senza riscontro; pura cattiveria.  Ed ancora “Lavare la testa all’asino”, o  “Dare le perle ai porci”, per dire di azioni inutili. Come dire che questi animali sono ignoranti e irriconoscenti, perché non conoscono il valore delle cose e delle azioni.

Usiamo dire di qualcuno che “è imbufalito”, o che “è matto come un cavallo”. Ma sia bufali che cavalli non sono matti, non vanno in escandescenze; sono gli umani che impazziscono senza motivo. E perché per identificare un’associazione malavitosa e criminale come la mafia dobbiamo usare il termine “piovra”? Le piovre non fanno pagare pizzi ai gamberetti, non chiedono tangenti sul plancton, non fanno niente che può essere assimilato alla cattiveria umana. Perché per definire delle ragazze prive di senno e cultura le chiamiamo “oche” o galline? Considerate nel loro ambiente, e confrontate con gli altri animali, oche e galline sono meno stupide di quanto si pensi e di quanto lo siano, paragonate ai loro simili della specie umana, certe ochette dalle sembianze femminili che starnazzano nei salotti televisivi (ma ci sono anche polli e capponi in sembianza maschile).  E sono anche più utili all’umanità (oche e galline).

C’è, infine, un’espressione che non ho mai usato perché non ne ho mai capito il senso. La sentiamo spesso, ogni volta che dobbiamo augurare a qualcuno il buon esito di una prova, un’impresa o un esame. Qual è l’espressione più usata? E’ questa: “In bocca al lupo”. L’immancabile risposta è “Crepi”.  E guai a dire semplicemente “Auguri”, porta male; a noi. Invece a noi porta bene quello che porta male al lupo. Sentendo questo strano modo di augurare fortuna mi chiedevo sempre, fin da piccolo, che senso avesse quella frase, e perché mai per assicurare qualcosa di positivo dovesse crepare un povero lupo che non c’entra niente con le nostre vicende personali. Così immaginavo che, di colpo, in qualche bosco, un lupo si accasciasse improvvisamente ogni volta che qualcuno ne augurava la morte. Una strage di lupi. Ecco perché ho sempre evitato di usare quello strano augurio, anzi credo proprio di non averlo mai usato, proprio per evitare di sentirmi rispondere “crepi”. Questione di sensibilità personale, anche quando ancora non c’era la Brambilla, il WWF, l’AIDA, Croce, gli animalisti e quelli che pensano che usare il termine capra possa invogliare all’uso della violenza. “Più conosco gli uomini, più amo i cani”, diceva Heinrich Heine. Oggi potrei aggiornare quella frase e dire che più conosco certi uomini, più amo le capre (ed anche i cani); sono più intelligenti di quanto sembrino, le capre (ed anche i cani).

Le vere oche sono quelle della TV, ed i polli sono quelli che le guardano. Punto.

Televisione, snob e Flaiano

Quando si parla di televisione bisogna sempre chiarire da quale punto di vista  la si guarda. Quelli che ci lavorano e ci campano ne parlano sempre bene, ci mancherebbe. Gli spettatori che la guardano, invece,  si dividono in varie categorie che vanno dagli entusiasti  ai nemici giurati della TV. In mezzo, tante sfumature più o meno favorevoli o contrari.

Poi ci sono quelli che non solo guardano la televisione, ma dovendolo fare per lavoro, come giornalisti e critici, ne parlano e sono pagati per farlo. Uno su tutti, Aldo Grasso che scrive sul  Corriere della sera e che, per dovere professionale, deve guardare tutto, ma proprio tutto quello che passa in TV sulle centinaia di canali terrestri e satellitari, dalla BBC a Tele Pompu libera. Non lo invidio. Roba da farsi venire le crisi isteriche, le allucinazioni e gli incubi notturni.  Strano che, dopo anni di schifezze televisive di ogni genere, dimostri ancora una apparente calma e tranquillità; sembra quasi normale. Non vorrei sembrare menagramo, ma temo sempre che da un giorno  all’altro arrivi la notizia che è stato ricoverato d’urgenza alla neurodeliri in preda ad improvvise ed acute crisi di convulsioni da telecomando. Se penso al lavoro del critico televisivo che deve guardare la televisione per ore ed ore ogni giorno, mi viene da paragonarlo alle torture in stile Arancia meccanica. Che Grasso sia al limite della sopportazione lo si capisce dal fatto che  solitamente è molto duro con i programmi televisivi. E di solito sono d’accordo con lui. Le uniche volte che non sono d’accordo con Grasso è quando, raramente, ne parla bene.

L’atteggiamento più frequente e diffuso riguardo alla televisione è quello che tende a giustificare tutto ciò che viene propinato al pubblico; trovano sempre qualche motivo per mettere in luce l’aspetto positivo e rintuzzare le quotidiane critiche e polemiche sulla qualità dei programmi, visto che  ogni volta che  va in onda uno dei classici programmi della TV di casa nostra, parte la solita litania di pareri favorevoli e contrari. Succede sempre, immancabilmente, sia che si tratti del festival di Sanremo, del reality di turno, di Miss Italia o di  programmi quotidiani a base di cuochi e politici (sono le due categorie più presenti in TV).

Nei giorni scorsi, per esempio, la stampa ha riportato le dichiarazioni di Alessia Marcuzzi (rilasciate al settimanale Chi, diretto da Alfonso Signorini; buono quello) che, alla vigilia dell’avvio della nuova stagione del Grande fratello (se non ho capito male dovrebbe cominciare proprio oggi), gioca d’anticipo e se la prende con chi parla male dei reality e del suo in particolare (Marcuzzi contro gli snob). Dichiara: “Sapete cosa mi infastidisce? Il fatto che citando il Grande Fratello si parli di trash. Quella dei reality che sono trash è un’idea retrò, antica, perbenista.”. Lo dice Alessia Marcuzzi. Già, ma lei sui reality ci campa. So che è un consiglio sprecato, ma non sarebbe male se tutta questa gente che campa di beate idiozie in televisione, si prendesse la briga di leggere “Cattiva maestra televisione” di K.R.Popper, o “La civiltà dello spettacolo” di Mario Vargas Llosa. Così, giusto per avere un punto di vista diverso da quello delle veline, degli opinionisti tuttologi, delle conduttrici di programmi per casalinghe disperate, dei fan delle tagliatelle di nonna Pina. e di tutti quelli che campano di televisione e sono convinti di essere persone serie e che andare in TV a mostrare seni straripanti,  mutandine in primo piano e atteggiamenti da zoccole di periferia sia un lavoro.

Sorprende, invece, un intervento di Vittorio Feltri,  tre giorni fa sul Giornale (La selva oscura dei telecomandi), che, quasi a dare man forte alla Marcuzzi, se la prende con quelli che, secondo lui, la televisione la guardano, ma, per puro snobismo, lo negano. “La televisione è come il computer e il cellulare: tutti la criticano, talvolta la insultano, ma nessuno può farne a meno.”, dice. E ancora: “Coloro che snobbano la tv probabilmente vogliono soltanto darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue. In realtà, ciò che emettono le antenne, pubbliche o private, non è da rigettare in toto: bisogna sapere selezionare le trasmissioni in grado di soddisfare le attese personali.”. Assumere una posizione nazional-popolare nei confronti della televisione e lanciare accuse nei confronti dei presunti snob, è, a sua volta, una forma di snobismo. Ma forse Feltri non se ne rende conto. Devono essere i primi sintomi della senescenza. Del resto, di recente, forse per dimostrare apertura mentale e sentirsi al passo con i tempi,  si è iscritto all’Arci gay. Sì, l’età gioca brutti scherzi, anche alle menti migliori.

Feltri ha “quasi” ragione. E’ vero, basta saper scegliere i programmi giusti. Ma se i vari programmi si somigliano tutti e sono tutti spazzatura, c’è poco da scegliere. Cambia solo il cassonetto, la discarica, o il canale, ma sempre spazzatura è. Questione di gusti e di esigenze estetiche e culturali. Non so quali siano i gusti di Feltri, ma immagino, da quanto afferma, che si accontenti facilmente. Qualche programma  guardabile ogni tanto lo si vede, ma succede così raramente che, se non capita di beccarlo casualmente mentre nervosamente si fa zapping,  si rinuncia perfino a cercarli e, scoraggiati, si spegne la Tv. E non perché si abbiano, o si finga di avere, gusti particolarmente raffinati, come dice Feltri, ma perché ognuno ha un proprio limite di sopportazione delle schifezze catodiche. Anche se tutti gli spettatori sono convinti di avere “gusti raffinati” e di essere in grado di  valutare la qualità dei programmi: anche i polli.

E’ il caso di ricordare una famosa battuta di Groucho Marx: “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende vado nell’altra stanza a leggere un  libro“. Quella battuta è sempre valida; oggi, forse, più che in passato. Credo che i Groucho che vanno nell’altra stanza a leggere un libro siano più di quanti si pensi. Affermare che tutti la criticano, ma poi tutti la guardano, è anche poco onesto, perché non corrisponde a verità e rivela, da parte di certi giornalisti, una scarsa considerazione del livello medio di intelligenza del pubblico. Forse lo si dimentica spesso, per distrazione o perché fa comodo, ma non tutti gradiscono il livello culturale medio dei programmi televisivi. Non per snobismo, ma per convinzione.

Mi permetto di citare ancora uno dei più acuti osservatori del costume nazionale: Ennio Flaiano. Negli anni ’60, in pieno boom economico e televisivo,  gli chiesero se ritenesse che la televisione abbassasse il livello culturale degli spettatori. Rispose: “No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali.”. Quando leggo affermazioni come quelle di Feltri, e di altri intellettuali, critici e giornalisti (i cui giudizi spesso sono interessati e di parte, visto che ormai stampa e TV si sostengono a vicenda e procedono in perfetta simbiosi), che difendono la televisione ed i suoi programmi, ho la sensazione, anzi la conferma e la certezza,  che Flaiano avesse perfettamente ragione.

Ancora Flaiano, nel suo “Diario degli errori“, ricorda un episodio del 1968, riferito proprio alla televisione ed al festival di Sanremo di quell’anno. Dice: “Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena a casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per motivi di studio, essendo psicologi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva.”. A Flaiano, invece, no. E lo spiega chiaramente, con osservazioni molto critiche sulla qualità del programma, per poi concludere: “So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse.”.

Non credo che Flaiano si esprimesse in questi termini per snobismo o perché, come ipotizza Feltri, volesse “darsi delle arie a buon mercato e passare per intelligentoni dotati di gusti più raffinati rispetto a quelli del popolo bue” . Troppo onesto intellettualmente per assumere atteggiamenti ipocriti o fare affermazioni di cui non fosse convinto. Quello era semplicemente il suo pensiero. Allora bisogna concludere che non è vero che “tutti criticano la televisione, ma poi non possono farne a meno“. Non tutti sono snob o guardano con piacere Sanremo fingendo di farlo per motivi di studio. No, la verità è che esistono gli amici, snob ed ipocriti, di Flaiano (e ammettiamo pure che siano tanti). Ma per fortuna esistono anche quelli come Flaiano.

 Se si opera nel mondo dei media e dell’informazione, e si è onesti con se stessi e con il pubblico, bisogna tenerne conto e riconoscere che esistono molti Flaiano; più di quanto si pensi. Il giorno in cui mi sorprendessi a guardare per dieci minuti il Grande fratello o ciò che passa solitamente in Tv, e magari trovarlo interessante (l’elenco dei programmi spazzatura sarebbe troppo lungo, fino a comprendere quasi completamente i palinsesti televisivi), beh, comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale. Con buona pace di Feltri e di Marcuzzi, non solo si può fare a meno di guardare la televisione, ma meno la si guarda e più si guadagna in salute, ed anche in cultura (Groucho docet)..

Cavalli e polli

Gli animali ci sorprendono spesso con i loro comportamenti quasi umani. Tanto che usiamo “umanizzarli” in rappresentazioni letterarie e artistiche. Basta pensare all’enorme successo di personaggi dei fumetti, delle favole e della letteratura per ragazzi. Ma gli animali umanizzati li ritroviamo anche nelle varie attività propriamente umane. Dagli sciacalli che speculano sulle disgrazie altrui alle oche giulive che imperversano in televisione, dai cani che amano esibirsi come attori o cantanti ai gufi che gioiscono nel fare sempre previsioni funeree, dagli asini che proliferano a scuola ai porci che grufolano in rete e nei siti porno. Ma è in politica che spopolano questi esemplari: falchi e colombe, trote e caimani, asinelli democratici, elefantini repubblicani, pitonesse, giaguari, quaglie saltatrici, balene bianche ormai estinte e aquile imperiali finite al museo; un vero zoo.

E’ il nostro modo di esorcizzare le nostre peggiori caratteristiche identificandole come comportamenti tipici di alcuni animali ai quali attribuiamo, del tutto arbitrariamente e senza il consenso degli interessati, dei comportamenti negativi che, invece, sono solo ed esclusivamente umani. Ma talvolta alcuni animali, quasi per vendicarsi, ci sorprendono con atteggiamenti ed azioni imprevedibili.

E’ il caso di Metro Meteor, un cavallo da corsa di 11 anni che, data l’età avanzata e qualche acciacco di troppo che ne limitava le prestazioni,  non sentendosi più in grado di correre…la cavallina, si è dato alla pittura (Metro, il cavallo che dipinge; vendute tele per 100 mila euro). A quanto pare riscuote tanto successo che tiene delle mostre e vende tantissime tele. Qualcuno, incredulo, si chiederà: ma chi sono, per restare in tema di animali,  gli allocchi così ingenui da comprare delle tele dipinte da un cavallo? Semplice, altri animali: i polli.

Oche e bikini

Tele-gallinacei

Gruppo di ospiti, figuranti, opinionisti, esperti, tuttologi, comari e lavandaie, mentre ordinatamente si avviano verso gli studi televisivi per partecipare ai quotidiani programmi di intrattenimento. (Foto Ansa)

Stampa e sesso mania

A Rio de Janeiro sono in corso violenti scontri fra manifestanti e polizia. Si protesta contro l’assegnazione di concessioni per nuove trivellazioni petrolifere offshore. Il Corriere on line ne dà notizia con un box in Home ed una serie di 28 fotografie che documentano gli scontri: fumogeni, auto ribaltate, cassonetti incendiati, solito repertorio da guerriglia urbana. Le foto sono visibili qui (Foto). Fra le 28 foto ben 27 mostrano immagini degli scontri ed una (solo una fra 28) mostra una ragazza brasiliana in bikini, forse non proprio interessata alla protesta, che avanza sulla spiaggia passando fra due poliziotti.

Piccolo quiz per i più preparati. Dopo aver visionato le foto, indovinate quale, fra le 28, finisce in prima pagina per documentare gli scontri. Indovinato? Bravi, esatto, proprio quella, la ragazza in bikini…

Che al Corriere abbiano una fissazione particolare per il lato B e per le foto erotiche da sbattere in prima pagina per attirare gli utenti? Può essere, anzi è quasi certo.  Altrimenti non si spiegherebbe perché per documentare “scontri in strada” usino la foto di una ragazza in bikini sulla spiaggia.

Ma non è solo il Corriere ad avere questa linea editoriale. Ormai è una mania dilagante che coinvolge tutta l’informazione, specie quella in rete, data la facilità di inserire immagini e video.  Ma a lungo andare si ha l’impressione che in realtà mentre mostrano il lato B di giornata stiano prendendo per il cul…per il lato B i lettori.  Vedi “Guardi siti porno?”.

 

Le oche buoniste

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città.  I pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito, si asserragliarono sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

Oggi assistiamo ad una vera e propria invasione. Già, perché se vogliamo capirci, bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome. Ora, finché si tratta di accogliere pochi esuli perseguitati per motivi politici o religiosi, passi. Che si voglia accogliere anche qualche centinaio o migliaio di persone che scappano dai loro paesi e che cercano lavoro, passi pure. Ma se si tratta di un flusso continuo, ininterrotto, senza controllo, di milioni di persone che arrivano in Italia, senza arte, né parte, e finiscono necessariamente per accrescere la delinquenza comune e la malavita organizzata, allora non si tratta più di accoglienza: questa è una vera e propria “invasione“.

Allora, memori delle antiche leggende, si potrebbe pensare che anche oggi qualcuno ci avverta del pericolo. Magari delle oche moderne che, starnazzando sui media, ci mettano in guardia e ci consentano di respingere gli invasori. Invece no. Stranamente le oche moderne fanno a gara nel rassicurarci, nel convincerci che, in fondo, sono un bene, che non c’è nessun pericolo. Anzi, sono per noi una ricchezza e dobbiamo diventare una società multietnica e multiculturale, perché…perché lo dicono loro. Insomma, le oche moderne non solo non starnazzano per avvertirci del pericolo, ma ci tengono buoni e, nottetempo, aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste.

Che tempi, signora mia, non ci sono più le oche di una volta!

Siena fra Palio e rete

A Siena devono avere una particolare passione per gli animali. Dopo aver fatto correre i cavalli al Palio delle contrade, hanno fatto sfilare gli animali da cortile nel Palio delle contrarie, quelle che sono sempre pronte a starnazzare contro qualcosa o qualcuno. Così si son potute ammirare oche, pavoncelle, anatre, gallinelle e vecchie galline da brodo. Ma invece che fare l’uovo, hanno fatto la “Rete“.  Deve trattarsi, ovviamente, della rete di recinzione del pollaio…

Sgarbi e la capra

La capra portata in TV da Sgarbi è una delle cose più dignitose viste ultimamente nell’affollato zoo televisivo. Forse, nella sua modestia di capra, si è sentita anche un po’ a disagio e fuori luogo, fra asini travestiti da opinionisti, iene travestite da comici, sciacalli travestiti da giornalisti, parassiti travestiti da politici, cani travestiti da attori e cantanti, oche travestite da donne dello spettacolo e travestiti che, essendo già travestiti, non hanno bisogno di travestirsi. Almeno la capra non cerca di sembrare diversa da quello che è.

Sgarbi capra

Uova, galline, polli e insaccati misti…

E’ già la seconda volta in pochi giorni che vengono lanciate uova verso le sedi della CISL. Della faccenda si stanno occupando i servizi segreti (quelli deviati, gli altri hanno cose serie da fare…), la CIA, il Mossad, il KGB e l’ARCI (questi sono ovunque). Impegnati nelle indagini anche gruppi operativi del SSI (Servizi socialmente inutili), così almeno li tengono impegnati. La domanda che tutti si pongono è “Ma perché lanciano uova?”.  In seguito alle indagini sono trapelate alcune indiscrezioni.  Sembra accertato che si limitino a lanciare uova perché non possono lanciare direttamente oche e galline; sono tutte impegnate in televisione. Ed i polli? Impegnati anche quelli; tutti davanti alla TV…

La notizia del giorno, però, è che Bersani e Vendola hanno trovato un accordo per le primarie del PD. Vendola, l’uomo politico (si fa per dire), ex Rifondarolo, tutto rosario e orecchino, aspira a proporsi come leader della sinistra. Da Prodi a Vendola. Un bel salto di qualità per la sinistra salumiera: dal mortadella al culatello.

Le oche buoniste.

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città ed i pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito asserragliato sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

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