Renzi si è dimesso

Era ora. Ancora oggi qualcuno aveva dei dubbi sulle responsabilità di Renzi nello sfascio del PD. Timidamente si accenna a problemi di immagine, di carattere, di personalità. E’ risaputo che a sinistra hanno i riflessi lenti, hanno bisogno di tempo per capire, spesso di anni. Ancora avete dei dubbi? Mi è bastato seguirlo per pochi minuti alle sue prime apparizioni, vedere l’espressione, la mimica, il tono di voce, la gestualità, l’atteggiamento nei confronti degli interlocutori, per capire chi era questo bulletto di periferia. E nel PD, dopo anni, c’è ancora chi non vuole capirlo. Facciamo un breve riepilogo.

Il Bomba a palazzo (2014)

Al liceo lo chiamavano il Bomba perché le sparava grosse“.

Lo riferisce Aldo Cazzullo nelle brevi note biografiche su Matteo Renzi. (Quando Renzi al liceo…). Fra aneddoti, curiosità e citazioni, ricostruisce la carriera politica del “rottamatore“. Dai lupetti dei Boy Scout a palazzo Chigi. Una carriera così folgorante che, parafrasando Brecht, la si potrebbe definire come “La resistibile ascesa di Matteo Ui“. Nella sua opera Brecht narrava l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui, una parodia di Adolf Hitler, grazie al potentissimo “Trust dei cavolfiori“. Nel nostro caso, visto che il nostro Matteo deve la sua notorietà alla “rottamazione“, si potrebbe dire che Matteo Ui è sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“.

Che ami “spararle” è un dato di fatto. Anche di recente, per la serie “Le ultime parole famose”, rispondendo ad una precisa domanda di Lucia Annunziata, a “In mezz’ora“, ha detto chiaramente che sarebbe andato a palazzo Chigi “solo attraverso elezioni e non per inciuci di palazzo“. Infatti! E’ chiaro che il nostro “lupetto” ha perso il pelo, ma non il vizietto…di spararle grosse.  Fra i tanti commenti in rete, riportati oggi dall’ANSA (Renzi premier, tutta l’ironia social), quello di Antonello Piroso conferma quanto detto sulle “sparate” renziane e solleva molti dubbi sull’affidabilità futura di questo leader per caso.

Se aggiungiamo quest’altra dichiarazione sul rispetto della parola data, ci rendiamo conto che l’affidabilità di questo ragazzotto di belle speranze è quasi a zero. Il che lascia molti dubbi sui suoi programmi, sulle promesse e su tutto ciò che ha dichiarato fino ad oggi per ottenere consensi. Ricorda un po’ la promessa di Veltroni a Fazio, quando disse, anni fa,  che avrebbe abbandonato la politica e sarebbe andato in Africa per dedicarsi ad opere umanitarie. Evidentemente la coerenza dev’essere un termine scomparso dal vocabolario in dotazione ai dirigenti del PD.

Del resto basta guardarlo in faccia il nostro ex lupetto boy scout e sentirlo parlare. E’ la perfetta rappresentazione dell’immagine popolare del  classico toscanaccio, con quell’aria da  sbruffone, ciarliero, fanfarone, un po’ gradasso, che le spara grosse. Appunto. Più che a palazzo Chigi sembrerebbe più adatto a partecipare, in compagnia di altri comici toscani come Pieraccioni, Panariello, Ceccherini, ad un cine-panettone di Natale. Sarebbe un grande quartetto comico.

Invece il Bomba finisce a palazzo Chigi a governare l’Italia. Ci arriva dopo una campagna mediatica che nel corso degli ultimi anni, ne ha fatto un personaggio di primo piano del PD. Durante le ultime primarie lo si vedeva praticamente a reti unificate in TV. Ha fatto il giro di tutti i salotti, tutte le poltrone, tutti i programmi televisivi. Sarebbe interessante conoscere i dati sulla presenza di Renzi in TV e compararla con gli altri politici e con gli stessi candidati alle primarie. Ma nessuno farà questo conteggio. In questo caso la Commissione di vigilanza dorme. Si sveglia solo quando in TV compare Berlusconi. Allora contano i secondi di apparizioni sullo schermo. Se però Renzi “occupa” tutti i canali a tutte le ore, è normale. Compagni, zitti e Mosca!

Sabato scorso Napolitano ha tenuto le consultazioni per avviare il nuovo governo. Intanto, riferiscono i media, Renzi era a Firenze impegnato a stilare la lista dei ministri. Significa che Renzi sapeva già, sabato, di essere il nuovo premier designato. Ma allora se Napolitano stava ancora tenendo le consultazioni, come faceva Renzi a sapere di essere il premier in pectore? E se Renzi sapeva già di essere il nuovo premier, a che scopo Napolitano faceva le consultazioni? Misteri del Colle.

Così, dopo Monti e Letta avremo il terzo premier non eletto dal popolo, ma con la benedizione di Re Giorgio che, nel corso del suo mandato presidenziale, ha sempre condizionato pesantemente la politica e, specie dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, ha di fatto deciso in prima persona la composizione dei governi. Ma siccome a condurre il gioco è Napolitano, tutto è “normale”. Anzi è giusto, fatto nel rispetto della Costituzione (!?) e nell’interesse del Paese. E’ corretto anche il fatto che a decidere la sfiducia al presidente del Consiglio non sia stato il Parlamento, ma la segreteria del partito. E’ corretto che Letta non si presenti in Parlamento per essere sfiduciato. E’ corretto che Napolitano prenda atto di una votazione della direzione nazionale del PD e la ritenga valida per accettare le dimissioni di Letta. Ed è corretto che, alla sola luce di questa votazione interna ad un partito, abbia avviato le consultazioni, sapendo già che assegnerà l’incarico al nostro “Bomba” Renzi. E tutti fanno finta che questa procedura sia corretta. Specie quelli che aspirano ad incarichi di governo o di sotto governo e pregustano già la comodità di una poltrona.

L’Italia è ancora in piena crisi, ma nessuno ha uno straccio di idea su cosa fare. Anche il nostro “Bomba”, nel suo discorso alla direzione nazionale del PD, ha cianciato di tutto, dai sentieri poco battuti nel bosco, al vento in faccia, ma di fatti concreti nemmeno l’ombra: fuffa, solo fuffa della peggior specie. E con quella fuffa ha sfiduciato Letta. Ma non è con le citazioni, le metafore e le immagini poetiche che si crea lavoro, si rilancia l’economia, si riaprono le aziende, si aumentano le pensioni, si diminuiscono le tasse. Le chiacchiere fino ad oggi non hanno risolto nulla: né le chiacchiere di Monti, né quelle di Letta. Ma del resto è la nostra politica che è fondata sulle chiacchiere, quelle dei talk show televisivi, dove da anni si confrontano i diversi schieramenti, scambiandosi accuse reciproche e difendendo con le unghie il proprio orticello, senza risolvere mai un problema.

La politica è una delle nostre vergogne nazionali, come la corruzione, i rifiuti tossici in Campania, la spazzatura di Napoli, la malavita organizzata, l’informazione manipolata, schierata ed al servizio del potere, la giustizia politicizzata, gli scandali e scandaletti quotidiani della pubblica amministrazione, la assillante burocrazia che avvolge tutto come una ragnatela immobilizzando la società produttiva, la tassazione insopportabile che porta le aziende a chiudere e gli imprenditori a suicidarsi; e l’elenco potrebbe continuare. E noi che facciamo? Mandiamo al governo un ragazzotto di belle speranze che al liceo chiamavano “Il Bomba” perché le sparava grosse, che non ha mai messo piede in Parlamento, che è all’oscuro dei regolamenti, della prassi, della complessità della guida di un governo. L’unica cosa in cui è bravo è la rincorsa al potere, raccontare balle e rimangiarsi nel giro di 24 ore ciò che aveva appena affermato.

E’ questo il nuovo che avanza? E’ con questi personaggi che pensiamo di salvare l’Italia, di rilanciare l’economia, di aiutare i milioni di italiani che vivono in povertà? Con quale serietà stiamo affidando l’Italia ad un “rottamatore” sponsorizzato e sostenuto dal “Trust degli sfasciacarrozze“? Con quale incoscienza assistiamo alla “Resistibile ascesa di Matteo Ui“? Fino a quando sopporteremo l’inaccettabile interferenza politica di un Presidente della Repubblica che, di fatto, travalicando spesso e volentieri le sue prerogative costituzionali, ha trasformato l’Italia in una Repubblica presidenziale? Cosa deve ancora succedere perché la gente apra gli occhi, scopra che il Re è nudo e ponga fine ad un sistema politico corrotto fino all’osso? Quanto dobbiamo ancora aspettare per scoprire l’inganno tragico di una democrazia che è tale solo sulla carta? Se mandiamo al governo un “Bomba” siamo proprio a fine corsa. E speriamo che quando esplode non faccia troppi danni.

Il Bomba e Cetto Laqualunque

Renzi è Renzi e voi no (2016)

Sarà quella fastidiosissima Esse sibilante; saranno quegli incisivi sporgenti da castoro; sarà quell’andatura  da pistolero smargiasso al saloon di Kansas city;  sarà quell’aria da bulletto di periferia, da boss del quartiere, da “Er più de borgo”; sarà quella smisurata  presunzione da patologia clinica che supera abbondantemente i limiti di legge, le norme UE  e la sopportazione umana; sarà l’arroganza innata che usa con chiunque non sia d’accordo con lui; sarà la mancanza di  riguardo e considerazione, non solo nei confronti degli avversari,  ma perfino nei confronti dei compagni di partito che non siano del “cerchio magico“; sarà l’incapacità congenita di ascoltare suggerimenti e l’insofferenza per qualunque forma di critica o dissenso; sarà il rifiuto di accettare qualunque opinione non sia perfettamente allineata al suo pensiero unico; sarà quell’autoritarismo intransigente (nemmeno Adolfo e Benito giunsero a quei livelli) che chiude a qualunque forma di dialogo; sarà la sua naturale idiosincrasia e incompatibilità nei confronti della democrazia che, per il segretario di un Partito democratico, è il massimo dell’incoerenza.

Sarà quella miscela irritante di superbia, boria, strafottenza, spocchia, supponenza, alterigia, insolenza, sfrontatezza, protervia (si possono aggiungere sinonimi a piacere, tanto gli si addicono tutti); sarà quell’aria di sufficienza e altezzosità congenita da “Io so’ io e voi non siete un cazzo”; sarà quell’essere sempre impettito e guardare il mondo intero dall’alto in basso; sarà il modo di muoversi, di camminare dondolando le spalle, da “Spaccone” (al suo confronto Eddie Felson era modello di umiltà e modestia); saranno le fanfaronate alla Miles gloriosus  che dispensa quotidianamente a reti unificate; sarà ciò che quelli che parlano forbito chiamano “allure” o “fisiognomica” o “prossemica” (ma quelli che parlano terra terra lo chiamano semplicemente “cafone“); sarà la ingiustificabile maleducazione di presentarsi in camicia con le maniche arrotolate e con le mani in tasca negli incontri ufficiali con Obama e gli altri capi di Stato (da vero ”cafone” Doc); sarà il suo eloquio a base di slogan, metafore, citazioni goliardiche da cultura di massa e battutine da bar sport; saranno le sue conferenze stampa da capo del governo in perfetto stile imbonitore da fiera paesana,  a base di slides e “Venghino, siori, venghino”; sarà quell’atteggiamento indisponente da ragazzino impertinente, petulante e maleducato; sarà che è davvero convinto di essere l’unico, il migliore, “Matteo, The One“.  Sarà quel che sarà, ma questo ciarlatano toscano mi sta tremendamente sulle palle. Oh, l’ho detto, mi sono sfogato. Un blog serve anche a questo. Quando ce vò, ce vò.

Bruto, pardon…Renzi è  un uomo d’onore (2015)

Romani, amici, concittadini, ascoltatemi. Sono qui per dare sepoltura alla democrazia, non per farne le lodi. V’ha detto il nobile Matteo, e gli altri insieme a lui, che il voto di fiducia è la forma più alta di democrazia. Così Matteo, che è un uomo d’onore, chiede il voto di fiducia alla Camera sulla legge elettorale e la maggioranza approva. Perché, dice Matteo, questa è la democrazia. Eppure Matteo, che è un uomo d’onore, solo un anno fa,  diceva che “Le regole si scrivono tutti insieme“. Diceva Matteo  che “Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato“. Lo diceva Matteo Renzi, e gli altri insieme a lui. E Matteo è un uomo d’onore.

Se questo è un uomo…

Vedi

Renzi, il premier con le mani in tasca. (2015)

La democrazia vista da sinistra

Continuano in USA  le proteste contro la vittoria di Trump. Proprio non gli va giù, non riescono a digerirla. Non ricordo che quando ha vinto Obama, i repubblicani siano scesi in piazza a protestare contro la sua vittoria. Non ricordo proteste, cortei e scontri nemmeno quando fu eletto Bill Clinton e gli altri presidenti del partito democratico. Vuol dire che in America la volontà popolare va bene solo se vincono i democratici?

Anche da noi la sinistra è in stato di agitazione in preda a crisi, convulsioni, delirio e violente “coliche elettorali”. Ieri Crozza ha dedicato la prima  mezz’ora del suo spettacolo interamente a Trump. Lo ha trattato come  la personificazione del male, Satana in Terra. Non si è ancora nemmeno insediato, ma già gli si attribuiscono progetti di sterminio dell’umanità. Se avesse parlato di Hitler sarebbe stato più benevolo. E’ appena cominciata quella che sarà una lunga campagna di denigrazione e screditamento a livello personale che durerà l’intero mandato presidenziale. Del resto, ormai abbiamo una lunga esperienza in proposito: è la stessa strategia che hanno applicato per 20 anni nei confronti di Berlusconi. Anche oggi pomeriggio, in una breve apparizione a TV talk, Piero Chiambretti, accennando a Trump, giusto per  adeguarsi all’andazzo generale, sapete come ha commentato la vittoria? Parlando dei suoi programmi, della sua linea di politica estera, delle misure economiche, delle relazioni estere? No, ha mostrato una foto della moglie nuda, risalente a quando faceva la modella. Ecco, questa è la serietà dei nostri commentatori.

Ma a sinistra la confusione e l’ipocrisia  è tale che erano tutti schierati a favore di Hillary, pur sapendo che era sostenuta e finanziata dalle grandi lobby, da Wall Street, dall’alta finanza, dalle grandi multinazionali, dalla quasi totalità dei personaggi del cinema, dello spettacolo, dalla quasi totalità della stampa e delle TV, da circa 160 testate, guidate dal New York Times, Washington post, Wall Street journal etc. Insomma dalla parte più ricca degli USA. Al contrario, dicono oggi gli osservatori, Trump è stato votato e sostenuto dalla classe media, dagli operai, da piccoli allevatori, agricoltori, commercianti, artigiani, minatori. Ma i cattocomunisti di casa nostra tifavano per Clinton. Tifano per l’alta finanza, contro la classe operaia. Dicono che gli elettori di Clinton sono quelli istruiti, delle grandi città; Manhattan, la zona più ricca ed esclusiva di New York, ha votato per Clinton. I sostenitori di Trump sono invece ignoranti, gente delle campagne; i  minatori del Kentucky hanno votato Trump.  E quindi la sinistra sostiene l’élite, le classi istruite, ricche e potenti, contro gli operai delle fabbriche, i minatori  e gli ignoranti delle campagne. Ma vi sembra normale che la sinistra si schieri con Wall Street contro operai e minatori? Poverini, sono in totale e completa crisi d’identità. Non per niente Renzi ama circondarsi di imprenditori e finanzieri, ha il sostegno di Confindustria ed anche di recente ha organizzato a Milano una cena per raccogliere fondi, alla quale hanno partecipato esponenti della ricca borghesia.

Ecco la notizia: “30.000 euro a testa per cenare insieme a Renzi“. Ecco chi sostiene Renzi: industriali, finanzieri e alta borghesia. Chissà cosa ne pensa il vecchio proletario comunista della sezione Lenin del paesino romagnolo; quello con barba e baffoni alla Stalin, che tiene ancora in salotto il ritratto di Marx, ed ha passato una vita dietro le bandiere rosse che incitavano alla lotta di classe contro i padroni e la ricca borghesia. Chissà come si sentirà a vedersi di colpo trasformato da comunista in “progressista democratico liberal” e sapere che il segretario del suo partito va a cena con la migliore borghesia milanese ed è finanziato da Moratti. Roba da cadere in profonda crisi esistenziale, depressione, e finire al più vicino centro per l’igiene mentale. Coraggio compagno, la verità è che il PCI l’ha sempre fatto, ma non lo diceva. Prendeva i finanziamenti da Mosca, ma, al tempo stesso, aveva l’appoggio del potere economico che, per tenerseli buoni, pagava militanti e sindacalisti. Vi hanno sempre fregato come polli. E adesso vi dicono che dovete sostenere una certa Hillary Clinton, ricca esponente del partito democratico, sostenuta dall’alta finanza, dalle multinazionali  e dai banchieri di Wall Street. Che brutta fine, compagni.

Fanno quasi tenerezza questi ex/post comunisti che si vedono traditi nei loro ideali storici e devono pure assistere allo scempio di un ex democristiano che, quatto quatto, entra nel PD e si impadronisce del partito ex PCI/PDS/DS/PD , rottamando i vecchi eredi storici del Partito comunista. E che invece che andare fra gli operai nelle fabbriche, va a cena con Letizia Moratti ed è sostenuto da ricchi imprenditori. Ma riuscite a dormire la notte? Non vi capita di svegliarvi di soprassalto e pensare che sia tutto un terribile incubo? Dovrebbero decretare lo stato di “calamità culturale” e riconoscervi dei sostanziosi indennizzi. Ma torniamo alle elezioni USA. L’incapacità di accettare la vittoria degli avversari e la volontà popolare è un vecchio vizio della sinistra. Ne parlavo due giorni fa nel post “Trump ha vinto: allarmi“. Ma non è solo un vizio dei compagni di casa nostra o dei democratici americani. Evidentemente è un vizietto congenito anche nei compagnucci socialcomunisti francesi. Lo ricordavo l’anno scorso, a proposito della possibile vittoria della destra in Francia, in questo post che riporto interamente.

Valls, la guerra civile ed il barocco (dicembre 2015)

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Renzi è Renzi; e voi no.

Sarà quella fastidiosissima Esse sibilante; saranno quegli incisivi sporgenti da castoro; sarà quell’andatura  da pistolero smargiasso al saloon di Kansas city;  sarà quell’aria da bulletto di periferia, da boss del quartiere, da “Er più de borgo”; sarà quella smisurata  presunzione da patologia clinica che supera abbondantemente i limiti di legge, le norme UE  e la sopportazione umana; sarà l’arroganza innata che usa con chiunque non sia d’accordo con lui; sarà la mancanza di  riguardo e considerazione, non solo nei confronti degli avversari,  ma perfino nei confronti dei compagni di partito che non siano del “cerchio magico“; sarà l’incapacità congenita di ascoltare suggerimenti e l’insofferenza per qualunque forma di critica o dissenso; sarà il rifiuto di accettare qualunque opinione non sia perfettamente allineata al suo pensiero unico; sarà quell’autoritarismo intransigente (nemmeno Adolfo e Benito giunsero a quei livelli) che chiude a qualunque forma di dialogo; sarà la sua naturale idiosincrasia e incompatibilità nei confronti della democrazia che, per il segretario di un Partito democratico, è il massimo dell’incoerenza.

Corriere Renzi Obama

Sarà quella miscela irritante di superbia, boria, strafottenza, spocchia, supponenza, alterigia, insolenza, sfrontatezza, protervia (si possono aggiungere sinonimi a piacere, tanto gli si addicono tutti); sarà quell’aria di sufficienza e altezzosità congenita da “Io so’ io e voi non siete un cazzo”; sarà quell’essere sempre impettito e guardare il mondo intero dall’alto in basso; sarà il modo di muoversi, di camminare dondolando le spalle, da “Spaccone” (al suo confronto Eddie Felson era modello di umiltà e modestia); saranno le fanfaronate alla Miles gloriosus  che dispensa quotidianamente a reti unificate; sarà ciò che quelli che parlano forbito chiamano “allure” o “fisiognomica” o “prossemica” (ma quelli che parlano terra terra lo chiamano semplicemente “cafone“); sarà la ingiustificabile maleducazione di presentarsi in camicia con le maniche arrotolate e con le mani in tasca negli incontri ufficiali con Obama e gli altri capi di Stato (da vero “cafone” Doc); sarà il suo eloquio a base di slogan, metafore, citazioni goliardiche da cultura di massa e battutine da bar sport; saranno le sue conferenze stampa da capo del governo in perfetto stile imbonitore da fiera paesana,  a base di slides e “Venghino, siori, venghino”; sarà quell’atteggiamento indisponente da ragazzino impertinente, petulante e maleducato; sarà che è davvero convinto di essere l’unico, il migliore, “Matteo, The One“.  Sarà quel che sarà, ma questo ciarlatano toscano mi sta tremendamente sulle palle. Oh, l’ho detto, mi sono sfogato. Un blog serve anche a questo. Quando ce vò, ce vò.

Vedi: Renzi, il premier con le mani in tasca

Il piazzista di palazzo Chigi

 

 

 

Valls, la guerra civile ed il barocco

Dice Manuel Valls, primo ministro francese, che se vince il Front National di Marine Le Pen ci sarà la guerra civile: “Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile.”(Valls, Front National può portare alla guerra civile). Questo Valls deve essere un acquisto recente della sinistra francese. Altrimenti dovrebbe sapere che storicamente, chi persegue la “divisione” sociale e ne fa la base della propria strategia politica è proprio la sinistra che pone come fondamento ideologico la “lotta di classe“. Forse Valls, da ragazzo, deve aver saltato qualche lezione di storia del socialismo, magari proprio le più importanti.

Ma non è il solo, ovviamente. In casa nostra abbiamo ottimi esempi di smemorati della sinistra. Walter Veltroni, quello che ha fatto un film per esaltare e glorificare  Berlinguer, disse tempo fa “Non sono mai stato comunista“. Via, siamo sinceri, come si può prendere seriamente un tale che è stato allevato, cresciuto e pasciuto a pane e Marx, che ha militato fin da ragazzo nel PCI, che ne ha scalato la gerarchia ricoprendo tutti gli incarichi possibili e poi, tomo tomo e cacchio cacchio (direbbe Totò) se ne esce a dire che lui “Non è mai stato comunista“. Allora, se hai passato una vita nel PCI e non eri comunista non c’è che una spiegazione: eri completamente scemo. Punto.

Ma non divaghiamo, torniamo al nostro Valls. Se quella frase l’avesse detta un qualunque scribacchino di Libération non ci sarebbe niente di strano: si sa che a sinistra tendono a demonizzare gli avversari in ogni modo. Ma un primo ministro non può fare affermazioni simili rivolte agli avversari politici. La sua non è una semplice considerazione “politica” è una vera e propria accusa di terrorismo sociale. Come se da noi Renzi o il ministro Alfano dicessero che se vince Salvini scoppia la guerra civile. Questa non è dialettica politica, non è libertà di opinione, è negare agli avversari il diritto di esprimersi, di aggregarsi, di votare e di scegliere i propri rappresentanti. E’ la negazione del principio fondante della democrazia.

Appena cinque giorni fa nel post “Francia, vince la destra, allarmi…”, dicevo: “E adesso i media, ed i tromboni più o meno intellettuali della sinistra, cominceranno a recitare la litania del pericolo della destra populista, xenofoba e razzista…Già, perché se vince la sinistra è una grande vittoria del popolo e della democrazia, se vince la destra è in pericolo la libertà. Hanno uno strano concetto della democrazia.”. Come volevasi dimostrare; non mi sbagliavo. Quel titolo di Repubblica è solo una delle conferme. I commenti allarmistici si sono sprecati. Da chi parlava di “voto inquietante” a chi, come Gad Lerner, stigmatizzava la “fascistizzazione” della Francia. Insomma, la democrazia è bella solo se vince la sinistra. Eppure anche la Costituzione della Francia (anche se non bella come la nostra che è “La Costituzione più bella del mondo“; lo dice il comico Benigni), garantisce a tutti la libertà di pensiero, di opinione, di aggregazione, di voto, di scelta della rappresentanza e di diritto delle minoranze alla partecipazione attiva alla vita politica. Ma, a quanto pare, tutte queste belle garanzie democratiche valgono per tutti, eccetto per chi ha idee di destra. La destra non ha diritto di rappresentanza; e nemmeno di esistere, è un pericolo.

Allora bisognerebbe cominciare a considerare le solite affermazioni allarmistiche della sinistra e le previsioni catastrofiche in caso di vittoria della destra, per quello che sono:  provocazioni, minacce, intimidazioni, ricatti, che contrastano con il principio democratico della libertà di opinione e tendono ad influenzare e condizionare la libera espressione della volontà popolare cercando di negare agli avversari i diritti garantiti dalla Costituzione. Valls andrebbe inquisito per minacce, intimidazioni, ricatto, procurato allarme sociale e attentato alla Costituzione (e forse mi sfugge qualche altro reato). In realtà, chi rappresenta un pericolo e, storicamente,   fomenta l’odio e la divisione è proprio la sinistra, da sempre. E’ la sinistra che non ha mai abbandonato la sciagurata ideologia della lotta di classe, della divisione della società in ricchi e poveri, in padroni e servi, in borghesi e proletari, mettendo gli uni contro gli altri, predicando la rivolta, la rivoluzione, la guerra civile ed infine la realizzazione della dittatura del proletariato. Dov’era Valls in questi decenni? Ha la memoria corta? Oppure frequentava la stessa scuola dello smemorato Veltroni? I politici sono abituati a spararle grosse; ma c’è un limite.  O almeno, dovrebbe esserci, se non altro per pudore; ma temo che il pudore, come l’onestà intellettuale, la coerenza, siano qualità scomparse; resta solo l’ipocrisia.

Questa visione di un mondo in eterno contrasto fra ricchi e poveri è uno dei cardini dell’ideologia socialcomunista. Ed anche se non sempre è individuabile nella cultura e nella rappresentazione mediatica della realtà, sotto sotto, è sempre presente, talvolta mascherata dietro paraventi culturali, di spettacolo o intrattenimento. Proprio nei giorni scorsi mi è capitato di seguire un programma in TV (non ricordo se su Focus o su Rai5), in cui due personaggi, i soliti turisti documentaristi anglo-americani, visitando la Sicilia andavano alla scoperta delle bellezze architettoniche dello stile barocco. Secondo questi turisti per caso, il barocco, con la sua ricchezza di fregi e sculture, era l’espressione della volontà dei nobili di rappresentare la propria ricchezza e potenza. E già da queste prime affermazioni sorge qualche sospetto sulla loro visione del mondo. Per dimostrare la loro teoria vanno a Noto, cittadina considerata simbolo del barocco, il cui centro storico è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità“.   Osservandola dall’alto, spiegano che la città era divisa in due parti, quella in alto dov’erano i palazzi dei ricchi, ed una parte in basso dove i poveri vivevano in baracche e capanne. “Più erano ricchi e più stavano in alto“. affermano. Da quali fonti e documenti abbiano appreso che i poveri di Noto vivessero nelle capanne non lo spiegano. Forse le baracche e capanne gli sono rimaste in testa leggendo la Capanna dello zio Tom. Nemmeno nelle zone più povere la gente viveva nelle capanne come in Africa. Ma i nostri due turisti devono per forza dividere la città fra ricchi e poveri ed i poveri devono necessariamente vivere nelle capanne, come i bantù o gli indigeni dell’Amazzonia. Ed anche lo stile barocco serve allo scopo.

Non soddisfatti, si spostano a Lentini per  visitare un laboratorio caseario artigianale dove si produce formaggio e ricotta. Si limitano ad osservare la lavorazione, magari ad assaggiare il prodotto? No, anche questo serve loro come spunto per affermare che “i ricchi facevano il formaggio, mentre i poveri dovevano accontentarsi della ricotta“. Il che conferma la prima impressione e si comincia a pensare che la fissazione di dividere il mondo in ricchi e poveri sia una specie di tara mentale. Di esempi simili se ne vedono ogni giorno a tutte le ore in televisione. Ma non tutti e non sempre ci fanno caso. Bene, tutto qui? No, c’è dell’altro. Dopo aver usato palazzi e capanne (false) e formaggio e ricotta come prova della contrapposizione fra ricchi e poveri, vanno a trovare una donna che sta cuocendo il pane in un forno a legna e, udite udite la grande scoperta, affermano che quella donna sta lavorando il pane “come facevano una volta i poveri“, cuocendolo con il fuoco a legna. I poveri cuocevano il pane con il fuoco a legna? Si resta un attimo perplessi e ci si chiede “Ma perché i ricchi come cuocevano il pane nei secoli scorsi? Con il forno elettrico, a gas, nel forno a microonde?”. Non so come cuocessero il pane dalle loro parti, ma da noi, fin dall’antichità, il pane lo cuocevano tutti, ricchi e poveri, nel forno alimentato a legna. Punto. Ma allora perché i nostri turisti per caso ci raccontano che erano i poveri ad usare la legna? Semplice, perché sono due idioti socialisti che, più che allo stile barocco, sembrano interessati a dimostrare e documentare la divisione fra  ricchi e poveri usando come prove formaggio, ricotta e forno a legna. Essere socialisti non è necessario per essere idioti, però aiuta molto.

Ecco chi continua ancora oggi a dividere il mondo ed usa ogni pretesto ed occasione per rimarcare la divisione sociale alimentando la contrapposizione e l’odio;  gli imbecilli socialisti, non la destra. Mi è rimasta impressa un’altra affermazione che dimostra che certa gente ha una predisposizione naturale a travisare la realtà fin dalla nascita; e se non proprio alla nascita, subito dopo. Riguarda Giovanna Botteri,  nota corrispondente dagli Stati Uniti per RAI3. Una di quelle sinistrine radical chic che hanno l’aria di essere sempre impegnate a diffondere nel mondo la cultura, impegno sociale, vicinanza ai poveri e lotta per la giustizia e libertà (purché tutto sia visto alla luce della cultura di sinistra, altrimenti è populismo). Quelle che magari pontificano sull’uguaglianza, sulle pari opportunità, sui diritti uguali per tutti, sulla sperequazione di partenza fra ricchi e poveri, e lanciano strali contro i favoritismi, le raccomandazioni, le spinte di amici potenti che ti aiutano a far carriera a danno dei poveri che non hanno santi in paradiso. Ecco, una di quelle. Infatti lei è figlia di Guido Botteri, direttore della sede RAI di Trieste. Ma non vi venga in mente di pensare che sia stata favorita. No, i favoritismi li fanno solo gli altri, mai quelli di sinistra. Non penserete mica, per fare un esempio, che Bianca Berlinguer, direttore del TG3, sia entrata in RAI3 perché è stata favorita dall’essere figlia di Enrico Berlinguer. Ma quando mai; solo le malelingue potrebbero pensarlo.

Questa inviata speciale da anni ci racconta fatti e misfatti degli USA, sempre visti attraverso la lente dell’ideologia. Per lei  Bush era un pericolosissimo guerrafondaio, mentre gioiva fino alle lacrime per la vittoria del “pacifista” Obama. Molti anni fa, era il 2005, in occasione della tragedia dell’uragano Katrina che devastò l’intera zona di New Orleans, commentando le immagini della città completamente allagata, riferiva che la gente andava alla ricerca di acqua e cibo. E rimarcava, quasi piangendo “I poveri che combattono contro i ricchi…”. Una frase così stupida, fuori luogo e falsa (come solo quelli di sinistra sono capaci di fare) che me la ricordo ancora oggi, a distanza di dieci anni. Mi è rimasta impressa, insieme alla sua faccia afflitta, come emblema di come i militanti socialcomunisti travestiti da giornalisti non si fermino nemmeno davanti alle tragedie, ma cerchino sempre di strumentalizzarle a beneficio della propria ideologia. Un po’ come i turisti  in Sicilia che usano formaggio e ricotta per dimostrare la stessa tesi. In una città completamente allagata, dove la furia dell’uragano non ha certo fatto differenze di ceto o ricchezza, non ha devastato le abitazioni povere risparmiando quelle ricche, dove i superstiti, ricchi e poveri senza distinzione, cercano un po’ di acqua potabile e qualcosa da mangiare ovunque la si possa trovare, tu vieni a dire che “i poveri combattono contro i ricchi“? Botteri, ma che cazzo dici?

Anche quella tragedia, per i nostri corrispondenti con tessera rossa in tasca, è l’occasione per rimarcare la divisione sociale e la contrapposizione fra ricchi e poveri. Non c’è scampo, ce l’hanno proprio nel sangue. Questi anche il Kamasutra lo leggono in chiave marxista, di lotta di classe fra ricchi e poveri. Ci sono le posizioni per i ricchi, quelle per il ceto medio, e quelle per i poveri. Botteri, da cosa intuisci che quelle persone che appaiono nei video in lontananza, sfuocati, malridotti, con gli abiti strappati o seminudi, irriconoscibili,  che cercano di trovare qualcosa  mangiare vagando fra case allagate sono poveri? Dalla targa? Dall’acconciatura? Dall’abbigliamento a brandelli? Dalle canzoncine che cantano per farsi coraggio? Dal colore della pelle?

Ecco, forse ci siamo, perché per certi giornalisti  gli americani si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: i neri poveri ed i bianchi ricchi che sfruttano i neri. Ecco perché hanno gioito tanto per l’elezione di Obama; non perché fosse più bravo di altri (cosa che era ancora tutta da dimostrare), ma perché era nero, ovvero rappresentava la rivalsa, il riscatto, la rivincita (e sotto sotto la vendetta) dei neri poveri contro i bianchi. E’ la loro visione del mondo, in bianco e nero. Il bianco è ricco e caldo, il nero è povero e freddo. Identificano le persone non per il colore, ma per il calore; come i serpenti. Punto, e non vado oltre.

E’ così preoccupato Valls della possibile vittoria della destra che, per scongiurarla, i socialisti hanno rinunciato a candidarsi in alcune regioni, lasciando ai propri elettori la libertà di votare per i loro eterni rivali, i candidati del partito repubblicano, i gollisti di Sarkozy (quello che ha bombardato la Libia con tutte le conseguenze nefaste che ne sono derivate e di cui proprio noi stiamo pagando le gravi conseguenze). Anzi, invitando esplicitamente i francesi a votarli. Come se da noi i dissidenti del Partito democratico, giusto per fare un dispetto a Renzi, invitassero a votare per Salvini.  L’importante per i socialisti non è, quindi, lottare per l’affermazione della propria linea politica, ma contrastare quella degli avversari. Non conta tanto che i socialisti vincano o perdano, ma che perda il Front National.  Mah, deve essere una nuova strategia uscita da chissà quale scuola di scienze politiche. Ora che ci penso, però, dopo essere stato “rottamato” da Renzi e sfrattato da Palazzo Chigi, Enrico Letta si è traferito a Parigi dove insegna politica.  Letta è quello che ha nominato ministro Cécile Kyenge, che ha inventato l’operazione Mare nostrum, quella specie di servizio taxi gratuito Libia/Italia, e che per combattere la crisi economica diceva che bisognava fare “come il pesciolino Nemo“. Ecco, questa era la sua ricetta vincente contro la crisi: il pesciolino Nemo. Vuoi vedere che questa bizzarra strategia elettorale di Valls è stata partorita alla scuola politica di Letta?

Ma una domandina al nostro caro Valls vorrei farla. Dice che se vince la destra si rischia la guerra civile. Bene, ma non sarà certo la destra, se vince, a volere la guerra civile; rischierebbe di perdere subito il potere appena conquistato. E allora chi avrebbe interesse a scatenare questa guerra civile? Ovvio, i suoi avversari politici; ovvero i socialisti. Ma allora sta dicendo che se vince Le Pen, lei Valls ed i suoi seguaci socialisti, scatenerete la guerra civile? Sta dicendo questo?  Ma allora è lei il guerrafondaio, il pericolo per la Francia. Non c’è altra spiegazione, questa è pura e semplice logica. Quindi chi è che predica la divisione? Chi è che rappresenta una minaccia ed un pericolo per la Francia, la destra o la sinistra, il Fronte National o i socialisti? Ci pensi, con calma; lo so che dalle parti dei socialcomunisti si hanno i riflessi lenti ed hanno bisogno di tempo per arrivare a capire. I nipotini di Lenin e Stalin, hanno impiegato 70 anni per capire che avevano sbagliato tutto. Quanto impiegheranno Valls ed i socialconfusi di mezzo mondo,  compresi i cattocomunisti di casa nostra, a capire che da sempre dicono stronzate e che la loro ideologia è storicamente fallimentare? Mah, speriamo meno di 70 anni. Lo speriamo per Valls, per i socialisti, per la Francia; ma, soprattutto, per noi.

Parigi e le stalle chiuse

Parigi sotto attacco, almeno 130 morti. Il presidente Hollande dichiara lo stato di emergenza e chiude le frontiere.

Dice che chiude le frontiere per evitare l’ingresso di terroristi. Se non si trattasse di una tragedia, quest’uomo farebbe quasi tenerezza, per l’ingenuità, l’incoscienza, l’irresponsabilità, l’inconsapevolezza che lo anima; qualità che si possono scusare in un bambino, non in un capo di Stato. Chiude le frontiere per evitare che entrino terroristi? Hollande, guardi che i terroristi sono già entrati, ce li ha già in casa. Doveva chiuderle prima le frontiere.  Doveva pensarci prima, lei e tutta la schiera di governanti euroidioti che da decenni, sotto la bandiera ipocrita della solidarietà e dell’operazione umanitaria, sta favorendo l’invasione dell’Europa da parte di disperati afro/arabo/asiatici in gran parte musulmani che covano odio, rancore e volontà di rivalsa e vendetta nei confronti dell’Europa e dei cristiani. Lepanto è un’onta da lavare col sangue. Ma il Papa dice che sono nostri fratelli e che dobbiamo accogliere tutti. Anzi, i vescovi ed i preti dicono di accoglierli direttamente in casa nostra. Come dire “Adotta un terrorista“. Poi, quando gli scoppia la bomba sotto il culo, fingono sorpresa e tentano maldestramente di correre ai ripari. Da noi si dice “Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati“. Hollande chiude le frontiere quando i terroristi sono già entrati. Geniale, ecco perché lui è presidente e voi no. Ed ecco perché l’Europa è destinata a soccombere al jihad, alla guerra santa; perché siamo in mano a gentaglia simile, che vuole adattare il mondo alla propria ideologia nefasta, allo scellerato buonismo masochista, e si accorge del danno quando è ormai tardi per rimediare.

Intanto, come di consueto in simili circostanze drammatiche, parte la passerella di dichiarazioni ufficiali di solidarietà e vicinanza alla popolazione parigina colpita dall’attacco terrorista. Dopo “Je suis Charlie“, ora il motto è “Je suis Paris“. A gridarlo sono gli stessi terzomondisti che sostengono l’immigrazione e l’accoglienza senza limiti e controlli, continuano a sognare l’integrazione (che è già ampiamente fallita ovunque, ma questi fingono di non saperlo) e che, grazie ai loro residuati ideologici di un socialismo storicamente fallimentare, sono responsabili della progressiva islamizzazione dell’Europa.  Mai che gli venga in mente di gridare l’unico motto che gli si addice: “Je suis idiot“.

Il presidente Obama, appena ha avuto notizia della strage, ha dichiarato: “E’ un attacco non solo al popolo francese ma a tutta l’umanità e ai valori che condividiamo. I valori di liberté, egalité e fraternité non sono solo condivisi dal popolo francese, ma anche da noi.”. Che parole toccanti, che originalità, che profondità di pensiero. Solo i grandi presidenti, specie se americani, possono fare dichiarazioni così dense di significato. Anche Hillary Clinton si è affrettata a commentare: “Le notizie che giungono da Parigi sono strazianti. Prego per la città e le famiglie delle vittime.”. Ha fatto bene a precisarlo, perché la gente comune magari pensava che la notizia della strage fosse rassicurante e di buon auspicio: no, è straziante; lo dice la Clinton. Ma i  parigini possono dormire sonni tranquilli perché Hillary Clinton prega per loro.

Anche i servizi segreti americani, quelli che  parlavano di armi chimiche inesistenti di Saddam (con cui giustificarono l’intervento in Iraq, del quale si pagano ancora le conseguenze) e che di recente hanno riconosciuto di aver sbagliato tutto sulla strategia militare per combattere l’Isis, hanno rilasciato la loro bella dichiarazione sugli attentati a Parigi: “Appaiono chiaramente come una serie di attacchi coordinati.”. Ma va, “Cosa mi dici maaiii…”, direbbe Topo Gigio. Roba da non credere, tutti avrebbero pensato che tre attacchi a Parigi, avvenuti contemporaneamente, fossero del tutto casuali. Invece erano “coordinati“, lo dicono i servizi per la sicurezza USA.

E non finisce qui, perché tra oggi e domani assisteremo alla solita rassegna di dichiarazioni di circostanza banali, scontate, di facciata ed un po’ ipocrite, sentite mille volte. Bisognerebbe raccoglierle e stamparle in un opuscolo (magari esiste davvero) a disposizione di capi di Sato, commentatori, opinionisti, intellettuali: da tenere sempre a portata di mano, buone per ogni occasione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni.

Ma non è che l’inizio, il bello deve ancora venire. Lo dice l’Isis, e quelli mica scherzano, non hanno un grande senso dell’umorismo. “Ora tocca a Roma“, dicono. Ma sono certo che il ministro Alfano, quello che continua a sciorinare dati Istat per dire che i reati stanno diminuendo (e magari ci crede davvero), ci dirà che è tutto sotto controllo, che non ci sono pericoli per l’Italia (è quello che ripete ogni volta che qualcuno lancia l’allarme su possibili azioni terroristiche sul territorio nazionale e sulla presenza di terroristi fra gli immigrati). E poi, per male che vada, se proprio dovesse esserci un attacco, dichiariamo lo stato di emergenza e, se necessario, chiudiamo anche le frontiere.  In ogni caso, in previsione di un possibile attentato in casa nostra (è solo questione di tempo) è bene cominciare a pensare qualche bella frase ad effetto da pronunciare con aria afflitta davanti alle telecamere e da rilanciare sui media. Potrebbero andar bene, per esempio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso“, o “Del senno di poi son piene le fosse“, o…beh, lasciamo spazio alla fantasia, quella non ci manca.

Papa pop e Corriere vaticano

Due importanti organi di stampa potrebbero cambiare nome e diventare Corriere romano e Osservatore della sera; tanto pare che non ci sia molta differenza fra il quotidiano milanese e quello del Vaticano. Il Papa è in America e la stampa, giustamente, ci informa con dovizia di particolari sulla visita, i discorsi e gli incontri ufficiali. Ed ecco, infatti, che il Corriere della sera dà ampio risalto alla notizia con questo titolo di apertura “Papa, 80 mila al Central Park“. Da notare il richiamo al “Sognare si deve” che è una variazione papale di   “Yes, we can” di Obama, che, a sua volta, era l’edizione aggiornata del  celebre “ I have a dream” di  Martin Luther King. Sognate, sognate, tanto sognare è gratis; ancora, per il momento.

Bene, nel pezzo si fa un ampio resoconto della visita del papa all’ONU con tutti i particolari, le personalità che ha incontrato, le reazioni, le dichiarazioni, i video  e perfino l’intero discorso tenuto davanti all’assemblea. Tutte le curiosità dei lettori sono soddisfatte. Sarebbe più che sufficiente come informazione sulla visita papale. Ma evidentemente, per i nostri scrupolosi cronisti non basta. Devono dare altre notizie, altri particolari per mostrare quanto sono bravi. E poi anche perché bisogna riempire la pagina. Così, poco sotto il pezzo di apertura, ecco un altro articolo.

Anche questa è una notizia importante. Ci informa che  John Boehner, speaker repubblicano al Parlamento, dopo il discorso tenuto dal Papa al Congresso, durante il quale si era commosso fino alle lacrime, ha deciso di lasciare l’incarico. Che sensibilità questi americani, si commuovono e si emozionano facilmente. Bastano poche parole del Papa e piangono calde lacrime. Poi magari sommergono di bombe l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan, ma in compenso si aggiudicano un Nobel per la pace ad Obama e se parla il Papa si commuovono. Gli americani sono così, sembrano tutti Rambo, Rocky o rudi cow boy alla John Wayne, ma in fondo sono dei bambinoni sentimentali, romantici, emotivamente fragili; bastano due parole del Papa e gli scappa la lacrimuccia. Bene, detto anche questo, dovrebbe bastare. Invece no, ci sono ancora altri dettagli. Ecco, infatti, seguire un altro box.

Non si può chiedere l’evento limitandosi a fare la cronaca degli avvenimenti. Bisogna allungare il brodo raccontando  il coinvolgimento popolare, la reazione della gente, l’entusiasmo e la commozione, i gadget in vendita (statuette, bamboline, pupazzi, foto), insomma tutte quelle cianfrusaglie che si vendono ovunque ci sia un evento da sfruttare commercialmente, e perfino un giornale che cambia la testata in “New York Pope” in onore di Bergoglio. Ma per il Corriere non sono cosette insignificanti e note di colore, sono dettagli importanti da “tenere a mente“.  Già, cose da tramandare da padre in figlio, di generazione in generazione, cose che passeranno alla storia.  E con  un altro articolo ed una serie di slides ci mostrano alcune di queste  cose importantissime da tenere a mente.  “Papa, le sette cose da non dimenticare“. Si va dal giornale che  cambia la testata in “New York Pope” alla famiglia messicana che percorre 21 mila chilometri per andare a vedere il Papa. Dalla banda che accoglie il Papa intonando “New York, New York”  al bambolotto di bianco vestito. Dalla bambina della Florida che gioca con il bambolotto ad alcuni dei gadget in vendita. E si chiude con la foto di una Papamobile, che sfila per Times Square, sulla quale, però, non c’è il vero Papa, ma una statua di cera che lo raffigura. Vi pare che queste siano cose di cui si può perdere la memoria? Certo che no, lo dice il Corriere; ecco perché si preoccupa che i lettori non dimentichino queste cose importantissime. La domanda viene spontanea, direbbe Lubrano: “Ma siete proprio così scemi o fate solo finta di esserlo?”. Oppure pensate che siano scemi i lettori? Vittorio Feltri, nel suo libro “Buoni e cattivi“, a proposito  dei colleghi giornalisti, scrive: “Il guaio è che i giornalisti si ritengono sempre più furbi del lettore medio.”. Appunto.

Ma non basta ancora. Ecco che si prende spunto dal viaggio papale per pubblicizzare un libro di Massimo Franco su presunti complotti americani per condizionare in passato  l’elezione del Papa e sulla lombo sciatalgia del cardinale Bergoglio, e di altri segnali quasi profetici, come segno di volontà divina e di predestinazione. Beh, si dirà, abbiamo parlato anche della sciatalgia del Papa, ora basta. No? Invece non basta ancora.

Ecco il quinto articolo della giornata dedicato al Papa pop in veste di rock star. Come direbbero i discografici, è in uscita il suo “ultimo album“; in realtà il primo, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza ed alla creatività vaticana. Si intitola “Wake up, Svegliatevi” e contiene  brani estratti  dai discorsi del Papa e  canti sacri “rielaborati in chiave pop e rock, ma anche soul e senza dimenticare le atmosfere celtiche“.  Ecco, ora siamo a posto, ci mancava un Adeste fideles in versione celtica o Salve Regina in stile Jimy Hendrix ed un Papa rock. Ora gli manca di fare le previsioni meteo, la percorribilità autostradale e le promozioni di materassi al posto di Giorgio Mastrotta. In quanto a presenzialismo e ricerca di visibilità se la gioca a pari merito con Matteo Renzi. Ma non c’è partita, il Papa può contare su aderenze molto in alto.

Si possono dedicare 5 articoli nella stessa pagina e nello stesso giorno allo stesso evento, ancorché importante e che riguardi il Papa? Sì, se la stampa è asservita al potere, qualunque esso sia; politico, economico o religioso. Ma, a parte queste notiziette sui gadget, sul Papa rock e la sua sciatalgia (tutte cose che, secondo il Corriere, bisogna tenere a mente e tramandare ai posteri), ci sono anche dei risvolti molto seri che il Papa ha evidenziato durante i suoi discorsi ufficiali. Eccoli sintetizzati in questo titolo.

Semplice e chiaro. Il mondo intero, e fior fiore di politici, intellettuali, filosofi, scienziati, si dannano l’anima per trovare una soluzione ai mali del mondo, senza riuscirci.  Poi arriva Bergoglio e,  come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, ti spiattella lì, davanti ai potenti della terra, la soluzione: “Dare a tutti casa, lavoro e terra“. Facile, no? Tutti devono avere la loro bella casetta in stile coloniale come quella di Topolino, col prato verde intorno, la staccionata in legno dipinta di bianco e l’ultimo modello di Mercedes o Ferrari (secondo i gusti personali) in garage. Poi, ovviamente, un lavoro di prestigio, ben retribuito e non molto faticoso. Ed infine un bel pezzo di terra dove praticare, per hobby, un po’ di giardinaggio e di orticoltura (come fa Michelle nel suo orto presidenziale alla Casa Bianca), coltivare rose, orchidee,  ortensie e garofani, e produrre melanzane, pomodori, ravanelli, carote e cetrioli; anche fagiolini, va, mi voglio rovinare.

Beh,  visto che ci siamo, si può aggiungere anche una piccola baita in montagna con i gerani rossi sul balcone, ed una villetta al mare con la barca ormeggiata nella spiaggetta privata; giusto per trascorrere le meritate vacanze e ritemprare il corpo e lo spirito. E poi una bella scorta, da tenere in cantina (al fresco si mantiene meglio), di vini di qualità, champagne, caviale, prosciutti, salumi e formaggi assortiti. Beh, tutti hanno diritto ai beni essenziali ed a gustare  queste prelibatezze; mi sembra il minimo indispensabile. E poi cos’altro? Mah, giusto per chiudere in bellezza, gelato, tiramisù, sambuchina, caffè e mirto di Sardegna (un po’ di pubblicità campanilista non guasta) offerto dalla casa. Ma lasciamo la possibilità di aggiungere altri beni e servizi essenziali, secondo i gusti personali.

Ora, un conto è cercare di migliorare le condizioni di vita dell’umanità, altro è sognare di rendere tutti gli uomini sani, ricchi, felici, e garantire a tutti le stesse condizioni, gli stessi beni e lo stesso tenore di vita. Chi paga? E con quali risorse? Ma in fondo sarebbe giustizia dare tutto a tutti? E per quale principio? Ma se tutti sono ricchi e felici chi lavora? Si ha la sensazione che quando questi romantici sognatori auspicano il paradiso in Terra per tutti, abbiano una visione distorta della realtà. Forse provengono da un mondo parallelo dove tutto è perfetto e tutti, come nelle favole,  vivono a lungo  felici e contenti; e senza lavorare, perché il lavoro comporta rischi, costa fatica, fa sudare (specie nella stagione calda e senza climatizzatore), e, come diceva Cesare Pavese, “Lavorare stanca” (infatti lui, stanco di lavorare, per riposarsi si è suicidato).

Anche nelle favole gli unici che lavorano sono i 7 naniAndiam, andiam, andiamo a lavorar…”; infatti sono rimasti nani proprio perché, a causa del duro lavoro, gli si è bloccata la crescita. No, non possiamo correre questi rischi. Tutti gli altri sono principi, principesse, belle addormentate nel bosco, bambine che vanno a spasso nel paese delle meraviglie o scoprono nel bosco casette di marzapane; insomma, tutta gente che non lavora; nelle favole.   Ma la realtà è un’altra storia e le favolette buoniste a base di solidarietà, uguaglianza, spirito umanitario e ideali criptomarxisti,  spacciate per messaggio evangelico, sono pura utopia,  caratteristica di chi non vuol guardare in faccia la realtà e la natura umana.  E’ come vivere nel mondo delle favole. Dice il titolo del disco papale “Wake up, svegliatevi“. Mi sa che se c’è uno che deve svegliarsi è proprio il Papa.

I savii vivono per i pazzi, ed i pazzi per i savii. Si tutti fussero signori, non sarebbono signori: così, se tutti saggi, non sarebbono saggi, e se tutti pazzi, non sarebbono pazzi. Il mondo sta bene come sta.”,  disse Giordano Bruno più di quattro secoli fa. Infatti fu mandato al rogo e bruciato vivo a Campo dei fiori.

 

Renzi, il premier con le mani in tasca

Foto dal G7 in Germania. Matteo Renzi chiacchiera con Obama durante una pausa degli incontri ufficiali ad Elmau in Baviera. Il portavoce del governo, Filippo Sensi, forse per lasciare intendere al mondo che esista un particolare rapporto personale fra il presidente Obama e Renzi, scatta questa foto e la diffonde subito in rete.

Corriere Renzi Obama

 

E scoppia il caso. La foto viene ripresa da tutti i media e gli osservatori si chiedono cosa tenga in mano Obama: forse un pacchetto di sigarette? Obama ha ripreso a fumare? Tutti se lo chiedono, si sprecano i commenti e le ipotesi e si riempiono le pagine dei giornali per due giorni. Si crea tanto scalpore  che  il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest,  deve affrettarsi a smentire. E così il Corriere che  aveva sollevato per primo l’ipotesi con questa immagine in prima pagina,  oggi ripubblica la stessa foto con la smentita. Intanto si riempie la pagina, si fa finta di fare informazione, si porta a casa la pagnotta e tira a campare.  Ragazzi, questa è serietà professionale.

Ma la cosa curiosa di questa foto non è il dubbio che Obama abbia fra le mani un pacchetto di sigarette: del fatto che Obama fumi o non fumi non ce ne può fregar di meno, sono affari suoi. La cosa che salta subito agli occhi di chiunque, anche di un lettore superficiale e distratto, è quello che ho già scritto appena tre giorni fa nel post “Stampa casual“, a proposito di questa foto e dell’atteggiamento del nostro premier. Ha sempre quest’aria di superiorità, guarda tutti dall’alto in basso, altezzoso, sprezzante, arrogante, spavaldo, superbo, presuntuoso…si può continuare ad elencare tutti i sinonimi possibili, gli si addicono tutti. Forse da boy scout ha imparato a montare le tende, ad accendere i falò, a costruire trappole, ma forse i lupetti non dedicano abbastanza attenzione al galateo, l’educazione, le buone maniere. Il risultato si vede, il nostro lupetto ha parecchie lacune, anche gravi, per quanto riguarda il suo stare in società.

Una delle prime cose che venivano insegnate una volta ai bambini era quella di non tenere le mani in tasca. Erano regolette elementari, come non ficcarsi le dita nel naso, non giocherellare con le posate a tavola, coprirsi la bocca quando si tossisce etc. Insomma, l’abc delle buone maniere di ogni persona civile. Il nostro Matteo forse ha saltato diverse lezioni. La sua esperienza da boy scout va bene ed è utile se si vive nei boschi, fra  lupi, orsetti e cinghiali, o se partecipa ad un campo con le Giovani marmotte. Ma è del tutto inadeguata se si diventa capo del governo e si incontrano ministri, ambasciatori e capi di Stato.

A vedere questa foto sembrerebbe che il nostro lupetto non stia parlando con il presidente degli Stati Uniti, ma stia chiacchierando di pettegolezzi da comari con l’amico di merende nel circolo  della bocciofila del paesello. Insopportabile e ingiustificabile: è l’unico capo di governo che, anche negli incontri ufficiali, sta in maniche di camicia, tiene le mani in tasca e saluta dando il 5, come si usa fra compagni di squadra del calcetto. Ma nessuno sembra farci caso. Il Corriere ancora meno. E così, mentre pubblica questa foto, invece che notare e stigmatizzare l’atteggiamento irriguardoso e decisamente ineducato di un ragazzotto in maniche di camicia e con le mani in tasca, con atteggiamento cialtronesco da bulletto di periferia, pur di non accennare alla maleducazione di Renzi,  sposta l’attenzione sul dettaglio delle mani di Obama e si pone una domanda cruciale: “Obama fuma“? Da non credere. Ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate per questa perla del Corriere. Ma c’è poco da ridere, anzi la faccenda è più seria di quanto sembri, purtroppo, anche se molti non se ne rendono conto (o preferiscono ignorare la realtà)

Questa è la serietà del quotidiano più importante d’Italia. Se fosse un altro personaggio politico a presentarsi così  lo massacrerebbero.  Ma se lo fa Renzi è una cosa simpatica, è il nuovo stile popolare, è un segno di cambiamento, è il nuovo stile presidenziale, il tocco giovanile del nostro premier per caso. Ricorda molto una vecchia barzelletta sull’atteggiamento della stampa nei confronti di Berlusconi. Un giorno Berlusconi per dare prova ai suoi seguaci di possedere doti, capacità e poteri eccezionali, trovandosi in riva ad un lago, comincia a camminare sulle acque. Il giorno dopo, per non dare la notizia del fatto eccezionale,  L’Unità titola “Berlusconi non sa nuotare“. L’atteggiamento della stampa nei confronti del potere è esattamente questo. Non conta tanto il fatto, quanto la maniera di presentarlo secondo il fine che si vuole raggiungere. Se Renzi cammina sulle acque si fanno titoli a 9 colonne “Miracolo: Renzi  cammina sulle acque“. Se lo fa Berlusconi si titola “Berlusconi non sa nuotare“. Quando per decenni questo è il sistema di fare informazione è chiaro che i danni sono gravissimi e l’opinione comune viene sistematicamente condizionata, manipolata ed usata strumentalmente.

Questa è quella che chiamano informazione. Questo è il modo di trattare e manipolare le notizie e le immagini in maniera strumentale per fini non sempre chiari e deontologicamente corretti. E’ la prassi di una stampa ormai del tutto inattendibile, omologata al pensiero unico dominante della sinistra ed asservita ai suoi interessi politici, economici e culturali. Purtroppo non tutti i lettori hanno la capacità di leggere criticamente i media e di individuare i trucchi del mestiere. Chi gestisce l’informazione lo sa bene e ne approfitta. E’ la stampa, bellezza.

 

Stampa casual

Informazione usa e getta: i missili taroccati. Non è che ce l’ho in particolare con la stampa. E’ che la stampa, l’informazione ed i media in genere sono sempre meno affidabili e credibili. Sembra che le redazioni giornalistiche siano finite in mano a dilettanti allo sbaraglio, apprendisti che apprendono poco e aspiranti aiuto cronisti in prova. Ormai l’informazione è casual, come viene viene, e la  serietà  è un optional che non necessariamente rientra nella deontologia professionale. Questa è informazione improvvisata, inutile, spesso manipolata,  il cui scopo principale sembra essere non la corretta informazione dei cittadini con notizie utili ed importanti, ma la necessità di riempire in qualche modo le pagine, sia nella versione cartacea che in quella web, con spazzatura scambiata per informazione, giusto per vendere il prodotto. Esempi di questo tipo di informazione li ho riportati spesso e si possono leggere nella colonna a lato sotto la voce “E’ la stampa bellezza“. E veniamo all’ultima della giornata.

Missili taroccati

Ieri nella versione on line del quotidiano Libero compariva questo articolo inquietante “Guerra fredda USA-Russia“, con fosche previsioni di guerra. Ultimamente la parola “guerra” compare sempre più spesso nella cronaca; stanno scherzando col fuoco, ma sono talmente incoscienti da non capirlo. Ma occupiamoci della foto che appare sotto il titolo. Visto che si parla di crisi USA-Russia ( a causa della questione Ucraina e del progetto di scudo missilistico USA da installare in Polonia), con coinvolgimento dell’Europa e della Nato, si suppone che quei missili siano di una delle parti in causa. Saranno missili americani? Saranno russi? Saranno missili della Nato o dell’Ucraina?  No, acqua, siamo molto lontani. Visto che, nonostante l’incipiente senilità, ancora la memoria visiva mi aiuta, mi sono ricordato di quella foto. Anzi ricordavo di averla addirittura pubblicata in un vecchio post, a proposito di taroccamenti mediatici. Breve ricerca nel blog ed ecco ritrovate le foto (originale e taroccata) nel post del 2008Missili e Photoshop“.

Si tratta di una foto, diffusa dall’Iran attraverso i media internazionali, che dovrebbe documentare  dei test missilistici iraniani con missili a lunga gittata.

In realtà la foto originale è questa a lato. Mostra solo tre missili invece dei quattro della foto divulgata dai media (quella riportata sopra). Ma per dare maggior potenza al lancio i bravi photoshoppisti iraniani hanno aggiunto un missile (il terzo da sinistra) ed allargato la nuvola di vapore,  fumo e polvere alla base. Così l’effetto del lancio è più spettacolare. Se arrivano perfino a truccare le foto, figuriamoci cosa fanno con l’informazione ufficiale.

Ora la cosa strana è che Libero, per documentare la crisi USA-Russia-Nato,  abbia ripreso quella vecchia foto di un test missilistico che non solo non ha niente a che fare con l’argomento dell’articolo, ma è pure taroccata, un falso già svelato a suo tempo. Fra migliaia di foto simili disponibili in rete, vanno a prendere proprio quella taroccata con photoshop. Ragazzi, questa è serietà, questa è professionalità. E’ la stampa, bellezza.

Visto che siamo in tema di notizie fasulle, mi viene in mente un’altra foto che è emblematica della superficialità dell’informazione. Pubblicata qualche anno fa dall’ANSA, la più importante agenzia giornalistica italiana. Anche questa foto, insieme a quelle di Paola Ferrari con e senza trucco (Gnocche in TV; prima e dopo la cura), riportata nel post di ottobre 2013Il trucco c’è (e si vede)“.  Ecco la foto e la didascalia.

Strani braccianti

Viene da sorridere guardando questa foto che, secondo l’ANSA, rappresenta un bracciante palestinese che raccoglie olive. In Cisgiordania usano così: per andare a raccogliere olive vestono abiti femminili particolarmente ricchi ed elaborati e, soprattutto, mettono lo smalto rosso alle unghie. Che strani braccianti ci sono in Cisgiordania!

Nemmeno un bambino oserebbe scrivere una  didascalia così assurda e ridicola sotto quella foto. Nemmeno un idiota arriverebbe a tanto. Un idiota no, ma l’Ansa sì. Forse c’è qualche redattore che è convinto di scrivere per una rubrica di umorismo. Ed ecco un altro fulgido esempio, ancora dall’Ansa.

La portaerei misteriosa

Anche questa immagine, e relativa didascalia, è comparsa tempo fa tra le “Foto del giorno“. Nessun articolo, solo foto e didascalia. Dice l’Ansa che questa è “una portaerei americana in missione umanitaria nelle acque delle Filippine“. Ora, se siete abbastanza bravi e preparati, cercate di capire in base a quali dettagli si capisce che: 1) questa portaerei è americana. 2) è in missione umanitaria. 3)  naviga nelle acque delle Filippine e non nel Mediterraneo o nel Mar Nero. Impossibile avere la certezza. Per quanto si può vedere potrebbe essere una portaerei  impegnata in una esercitazione nell’oceano Atlantico. In mancanza di ulteriori specificazioni potrebbero scrivere qualunque cosa, anche “Portaerei americana intenta alla raccolta di cozze nel golfo di Napoli“. E se lo dice l’Ansa bisogna credere, sulla fiducia.  Intanto che riflettete sull’attendibilità dell’informazione, passiamo all’ultima della giornata, questa volta presa dal Corriere.it, il più importante quotidiano nazionale.

Azzurro“… di chi?

Sembra un titolo apparentemente corretto:  “Renzi al G7, la banda intona Azzurro di Celentano“. Sorvoliamo sul fatto che Renzi venga accolto con una canzoncina popolare invece che con l’Inno nazionale. Magari la prossima volta, visto che la barca Italia sta navigando in cattive acque, a titolo di incoraggiamento  lo accoglieranno cantando “Finché la barca va, lasciala andare…”. Tempi moderni, cambiano i leader, cambiano pure i protocolli delle cerimonie ufficiali.

Forse lo hanno fatto per intonarsi allo stile casual-popolare del nostro premier che gira in jeans e camicia con le maniche rimboccate, comunica con la nazione ed il Parlamento tramite Twitter, vende auto blu usate su e-Bay, offre gelati nel cortile di Palazzo Chigi e si presenta ai convegni internazionali con le mani in tasca e l’aria strafottente da bulletto di periferia (vedi foto a lato con Obama al G7). Abbiamo un premier Pop. Ecco perché lo accolgono con la musica pop. Ma c’è un piccolo dettaglio, una imprecisione nel titolo. La banda non ha intonato “Azzurro di Celentano” per il semplice fatto che, come tutti sanno, quella canzone non è di Celentano: il testo è di Pallavicini e la musica è di Paolo Conte.

Allora, visto che la canzone ha avuto numerosi interpreti,  nel caso in cui si stiano esaminando e confrontando le diverse interpretazioni, se si vuole indicare proprio quella di Celentano rispetto ad altre versioni, si può giustamente dire “Azzurro di Celentano“; ma solo in questo caso.  Ma se si ha una esecuzione strumentale, come nel caso dell’esecuzione della banda, non hanno più alcun valore i vari interpreti canori, conta solo la musica  o, nel caso di esecuzioni da parte di orchestre o complessi prestigiosi, il nome degli esecutori. Se per ipotesi la Filarmonica della Scala facesse una sua versione di Azzurro, si potrebbe citarla come “Azzurro, della Filarmonica della Scala“, per specificare quella particolare esecuzione e arrangiamento. Negli altri casi di semplice esecuzione strumentale  si dovrebbe scrivere che la banda esegue “Azzurro, di Paolo Conte“, per correttezza d’informazione e serietà. Sottigliezze? Pedanterie? No, perché è dalla cura delle piccole cose che si deduce la serietà nell’affrontare le cose importanti. E soprattutto un quotidiano come il Corriere non può permettersi queste inesattezze che denotano superficialità ed approssimazione e, in fondo, poco rispetto per i lettori. Ma ormai bisogna rassegnarsi perché questo è l’andazzo generale. E’ la stampa, bellezza!

Matteo, Ginetto ed il pugno di pollice

Matteo Renzi e Ginetto Micidial hanno qualcosa in comune: il tutor. Chi è Matteo lo sanno tutti, se non altro perché ce lo ritroviamo tutti i santi giorni davanti agli occhi in TV; ampio spazio in tutti i Telegiornali, servizi speciali ed approfondimenti, ospitato in tutti i salotti televisivi politici e non (dalla De Filippi a Barbara D0Urso), talk show, quasi a reti unificate. Ginetto, invece, è un personaggio della serie TV “Mario“,  che va in onda sul canale 8 MTV ( Vedi qui “Mario, una serie di Macio Capatonda“). Una delle poche cose originali, divertenti e intelligenti della TV (E raramente io parlo bene della televisione).

Ginetto è il figlio di lord Micidial, capo e padrone  del canale televisivo “Micidial TV“, che decide di candidarlo alla presidenza del Consiglio. Ma Ginetto non è molto sveglio, anzi è decisamente deficiente. Quindi lord Micidial assume un tutor per insegnargli le elementari regole della politica e l’arte di presentarsi in pubblico. Missione impossibile per il povero tutor che, vista l’impossibilità di ottenere qualche risultato da Ginetto, rinuncerà ad ogni tentativo e finirà per suicidarsi. La prima cosa che il tutor gli insegna è proprio un gesto di forte impatto mediatico, che rappresenta al meglio la carica positiva e vincente di un aspirante leader: il pugno di pollice. Ecco nel video la prima lezione…

 Questo gesto che racchiude tutta la forza rivoluzionaria del nostro candidato, insieme al geniale slogan “Tutti famosi“, che costituisce il punto forte della sua campagna elettorale, dovrebbe garantirgli la vittoria. Eccolo ancora in una intervista in cui espone il suo programma. Il video, per disposizioni dell’autore, non è riproducibile su altri siti. Per vederlo cliccare qui: “Andrea Duprè intervista Ginetto Micidial“.

 

Ed ecco, invece, lo stesso gesto fatto dal nostro premier per caso; quello che, da un giorno all’altro, senza essere stato eletto e votato dai cittadini e per grazia ricevuta da San Giorgio (non quello del drago, quello del Quirinale)  è stato miracolato e promosso sul campo  ed è passato dall’occuparsi della riparazione delle buche stradali, pulire tombini e regolare la raccolta differenziata della spazzatura dei fiorentini, a traslocare da Pontassieve a Palazzo Chigi e  partecipare in giro per il mondo a vertici, summit, G8, G20 e “G ses’a frori” (questa è riservata ai sardi), dove discute  con Putin, Obama, Merkel, Cameron,  i quali forse si intendono di politica, di economia globale e rapporti internazionali, ma niente sanno di come si tengono puliti i tombini o come si raccoglie la monnezza. Ecco perché il nostro premier, anche quando si trova fra i grandi della Terra, ha sempre quell’aria di superiorità.

Fa lo stesso identico gesto di Ginetto Micidial. E’ evidente che hanno frequentato la stessa scuola. Ma onestamente bisogna riconoscere che, in realtà, Matteo e Ginetto non sono proprio uguali. Ginetto, essendo un personaggio di fantasia e nonostante, come Matteo,  voglia “cambiare il destino dell’Italia“,  fa solo finta di essere scemo.

 

Follie italiche

Quirinale, ma quanto mi costi? Periodicamente vengono forniti i dati dei costi stratosferici della politica; Camera, Senato, province, regioni, finanziamento ai partiti e via sperperando. Cifre pazzesche difficilmente comprensibili per un cittadino normale. Ma il dato più incredibile è quello che riguarda le spese del Quirinale. La cifra totale è di circa 228 milioni di euro all’anno. Circa 450 miliardi di vecchie lire; all’anno! Eppure, nonostante questo dato venga riproposto con frequenza sui media, nessuno si scandalizza, nessuno protesta, nessuno chiede interventi per ridurre drasticamente le spese, nessuno si vergogna; nemmeno Napolitano.

Pochi giorni fa il costo della residenza del nostro Presidente della Repubblica è stato ricordato nel programma “Quinta colonna“, che ha messo a confronto in una tabella i costi del Quirinale con quelli delle residenze del presidente francese, della regina Elisabetta e di Obama. La conclusione è che il Quirinale costa molto di più dell’Eliseo, Buckingham palace e Casa Bianca sommati insieme. Allucinante.

Bisognerebbe ricordarci spesso di questa tabella. Almeno ogni volta che Napolitano appare in TV, lancia i suoi messaggi quotidiani o presenzia a cerimonie ufficiali. Dovremmo porci una semplice domanda: Napolitano, quanto ci costi? Dovremmo chiederci come mai e con quali giustificazioni, il Presidente della Repubblica italiana costa più del doppio di quello francese, quasi quattro volte la regina d’Inghilterra e quasi otto volte il presidente degli Stati Uniti. Noi italiani siamo più bravi degli altri? Siamo più belli, più simpatici, più furbi? O siamo più ricchi? La spiegazione possiamo trovarla in uno dei tanti articoli dedicati alle spese folli della casta politica, uno a caso, uno degli ultimi, questo: “Napolitano chiede sacrifici, ma vive in una reggia”. 

E’ per sostenere queste spese folli che tartassano i cittadini con sempre nuove tasse, imposte e gabelle? Ma con quale faccia tosta hanno ancora il coraggio di presentarsi in pubblico? Con che sfacciataggine osano ancora affollare i salotti televisivi a parlare del nulla, a cianciare del vuoto assoluto? Con che faccia si presentano ai cittadini spacciandosi per innovatori, riformatori e moralizzatori della politica? Con che coraggio chiedono ancora ai cittadini la fiducia? Come possono continuare a tassare i cittadini già stremati e sull’orlo della disperazione? Per sostenere queste spese? Per finanziare una reggia in cui alloggiare un presidente che ci costa più di un re o della regina Elisabetta? Dovrebbero vergognarsi…di esistere.