Emma Bonino in chiesa

Ovvero, il diavolo e l’acqua santa. Emma Bonino, storica esponente radicale e compagna di mille battaglie del fu Marco Pannella, ora fa propaganda a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza con la campagna “Ero straniero: l’umanità che fa bene”,  sostenuta dalla Caritas e da molte associazioni cattoliche con la benedizione del Papa. Curiosi questi radicali, hanno sempre qualche battaglia da combattere. Per loro le battaglie etiche e sociali sono una specie di droga. Hanno bisogno della dose quotidiana. Se gli manca la “buona causa” per cui combattere e scendere in piazza e lanciare appelli, vanno in crisi di astinenza.  Lottano per il sesso libero, per la droga libera, per i delinquenti liberi (L’amnistia è una delle loro storiche battaglie), per l’aborto libero. I radicali vogliono essere liberi. Ma lo sanno tutti che i radicali liberi sono molto dannosi per la salute.

Ma, contrariamente alle sue vecchie abitudini, non si limita a fare i banchetti in piazza, distribuire volantini, fare comizi da un palco, o marciare in testa ad un corteo di femministe abortiste urlando slogan contro il Papa ed il Vaticano. Ora indossa il suo turbantino d’ordinanza, la faccia da vecchia militante radicale e va a lanciare i suoi appelli nella tana del lupo, la chiesa di San Defendente a San Rocco di Cossato: “La Bonino predica in chiesa; a parlare di immigrati“. E la cosa assurda, se non ridicola, è che lo fa con il sostegno e la piena approvazione di Bergoglio il quale aprirebbe la chiesa a tutti purché predichino l’accoglienza; fosse anche il diavolo. E  non è detto che non sia proprio così, vista l’assiduità con cui predica di aprire le porte a tutti, compresi i musulmani che, dice, “sono nostri fratelli“; ben sapendo che un’invasione islamica dell”Europa è un pericolo gravissimo, non solo per il cristianesimo, ma per l’intera civiltà occidentale. Non può non saperlo, visto che ormai l’hanno capito anche i bambini del coro (compresi quelli di Ratisbona) e perfino il sagrestano. Allora, perché Bergoglio continua a fingere di non capirlo?

Se continuare a predicare l’accoglienza indiscriminata significa favorire e accelerare la disgregazione dell’Occidente, della sua cultura e delle radici cristiane, non si può ipotizzare che, dietro questo disegno, ci sia proprio Satana? Se è così allora suonano tragicamente profetiche le parole di Paolo VI che, nel 1972, disse  che “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio.”. E chi è il guardiano di quel Tempio? Bergoglio. Ecco perché apre le porte anche ad una anticlericale storica come Emma Bonino. Forse la vedono come la pecorella smarrita e ritrovata. Oppure come il figliuol prodigo che torna alla casa del padre. Manca solo che ammazzino il vitello più grasso. Che poi non si è mai capito perché ci vada di mezzo il vitello grasso, poverino, che non era responsabile né della partenza del figlio giramondo, né del suo ritorno. Ingiustizie della storia. Oggi Gesù avrebbe avuto contro tutti i movimenti animalisti.

 

In quanto a simpatia, questa donna segue, giusto di un soffio, Boldrini e Kyenge. Era quella che predicava l’aborto libero e lo praticava usando una pompetta da bicicletta (come lei stessa ha affermato; quella nella foto a lato è proprio lei); quella anticlericale che tuonava contro la Chiesa e i preti, che scendeva in corteo con i “No Vat”, per affermare la laicità dello Stato e denunciare le ingerenze del Vaticano.Sì, ma non è lei che ha cambiato idea, è la Chiesa che si è trasformata, tanto da diventare quasi irriconoscibile. Una volta in chiesa si pregava, si leggevano passi del Vangelo, si illustravano le parabole del Signore. Oggi in chiesa, invece che il Vangelo, si legge L’Unità, in particolare gli editoriali di Concita De Gregorio sul Bunga bunga (vero don Giorgio Morlin?), si condanna Berlusconi, la sua politica ed il suo governo (come don Aldo Antonelli, il “prete freelance), o gli si augura addirittura la morte (come il prete rosso don Giorgio De Capitani), cosa non proprio in linea con lo spirito evangelico.

Oppure si definiscono preti operai o preti di strada, contestano l’autorità della Chiesa e scendono in piazza a protestare ed innalzare barricate con gli antagonisti (come don Vitaliano Della Sala, il prete No Global). Ed infine a Natale, invece che intonare Tu scendi dalle stelle, Adeste fideles o Astro del ciel, cantano Bella ciao sventolando un drappo rosso (ricordate Don Gallo?). Ormai, tra parrocchie e centri sociali non c’è più differenza, i poster di Gesù e Che Guevara sono intercambiabili. Ecco perché Bonino in chiesa si sente al posto giusto, come a casa sua.

Vedi:

Natale con gli ultimi

Galli, puttane, machete e picconi rosso sangue

El Gallo rojo

Scuola e residui tossici

Rifiuti, scorie, residui tossici, possono avere diversa origine e provenienza; scarti di lavorazione, scarichi fognari, residui industriali e ospedalieri, prodotti non biodegradabili, fumi e ceneri inquinanti, rifiuti urbani, acidi, detersivi, veleni di ogni genere. Siamo sommersi dai rifiuti e da prodotti nocivi. Ma non esiste solo un problema di rifiuti materiali. Esiste anche un inquinamento di tipo culturale, meno appariscente, anzi quasi invisibile, ma altrettanto pericoloso. Potremmo addirittura parlare di inquinamento ideologico e di “rifiuti tossici culturali“. Sono tutti quei concetti, slogan, idee, miti e ideali,  nati sull’onda dei movimenti di protesta degli anni ’60/’70 e che per decenni hanno caratterizzato e dominato l’opinione pubblica con effetti pesanti sulla cultura, la scuola, l’informazione, la società, l’etica e la politica. Gli effetti di questa ubriacatura ideologica si fanno sentire ancora oggi.

Molti di quegli ideali rivoluzionari si sono persi per strada nel corso degli anni. Sono come l’acne giovanile, i brufoli e le malattie esantematiche; ci passano quasi tutti, poi si guarisce.  Ma qualche traccia è rimasta in alcuni personaggi che sembrano rimpiangere le assemblee studentesche, occupazioni, autogesione, comuni, collettivi e “sesso, droga e rock’n roll“. I residui tossici sessantottini sono peggio dell’amianto; hanno effetti mortali ancora a distanza di decenni.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la dichiarazione del sottosegretario all’istruzione Davide Faraone che elogiava le occupazioni studentesche. Dice che sono formative ed aiutano a crescere. E ricorda con nostalgia i bei tempi del ’68 quando “nei sacchi a pelo si faceva sesso“. Sono i nostalgici dell’amore libero, della promiscuità delle comuni, di Marcuse, del 6 politico, dello spinello, delle occupazioni e dell’autogestione che sono “esperienze di grande partecipazione democratica“. Dice Faraone che “le occupazioni sono illegali“, ma sono necessarie per la crescita degli studenti. Un rappresentante dello Stato, delle istituzioni, che ricopre un importante incarico di governo e che dovrebbe educare i ragazzi al rispetto della legalità, sta legittimando l’illegalità ed invita esplicitamente gli studenti a compiere atti illegali. E per rispondere alle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni, oggi ha ribadito il concetto (Vedi ANSA “Faraone ribadisce difesa occupazioni; servono a crescere“).

Poi ci meravigliamo che l’Italia sia in piena decadenza e che i giovani non abbiano più valori. Ecco, non tutti i ragazzi di quegli anni ’60 sono maturati ed hanno superato senza traumi la patologia sessantottina. Alcuni ne portano ancora i segni, rimpiangono le occupazioni, il sacco a pelo, la contestazione della scuola e dell’autorità, il “Vietato vietare“.  Ma siccome bisogna pur campare, poi si danno alla politica, fanno carriera e possono diventare anche sottosegretari all’istruzione; ovvero impersonano e rappresentano quell’autorità e quelle istituzioni che hanno sempre combattuto. Alla faccia della coerenza.

Ma non è un caso anomalo vedere un ex sessantottino che dovrebbe occuparsi della scuola. Nel governo dell’ammucchiata ulivista di Prodi era sottosegretario all’economia Paolo Cento il quale, da buon rappresentante dei Verdi, esaltava i No global, le barricate, le proteste di piazza, la contestazione giovanile, la lotta alla globalizzazione, alle multinazionali ed al capitalismo. Così non deve destare stupore che oggi la formazione e l’educazione dei ragazzi e la funzionalità della scuola sia nelle mani di gente che nel passato ha contribuito a   distruggerla e che oggi, invece che insegnare il rispetto della legalità e  dell’autorità, invita gli studenti ad occupare le scuole; e magari a bivaccare con il sacco a pelo. E’ l’effetto dei residui tossici culturali non ancora smaltiti.

Los indignados

Giornata della protesta globale. Cortei e manifestazioni in 80 paesi del mondo. Tutti insieme, all’unisono. Dicono che sia una protesta nata spontaneamente. Ma davvero pensate che questo coordinamento di protestanti di professione sia nato per caso, spontaneamente, tramite messaggini su Facebook? Beata ingenuità!

Ma chi sono poi questi indignados? Dieci giorni fa, in occasione della protesta contro la legge bavaglio, scrivevo in “Bavagli e querele” che i protestanti sono sempre gli stessi. Cambia solo il pretesto per scendere in piazza, cambiano le bandiere, gli striscioni, i cartelli, gli slogan, ma i protestanti sono sempre gli stessi. Oggi, forse senza volerlo, lo scopre anche il Corriere on line che annunciando la diretta della manifestazione, scrive: “In piazza migliaia di persone: studenti, disoccupati, operai, famiglie, no tav, centri sociali, popolo viola, precari…”. Appunto, e io che dicevo? Di volta in volta, secondo le circostanze, li chiamano No Global, No Tav, disubbidienti, antagonisti, collettivi studenteschi, centri sociali, popolo viola o…indignados.

Sono la mano armata di quella sinistra che non rinuncia al sogno della rivoluzione e che, sotto sotto, sostiene culturalmente, moralmente ed economicamente gruppi di professionisti della protesta, sempre pronti a scendere in piazza per addestrarsi alle tecniche di guerriglia urbana. Bene, oggi è dunque la loro ennesima giornata di gloria, ripresi dalle TV, osannati da commentatori compiacenti, conquistano le prime pagine dei giornali ed aprono i servizi dei TG. E’ la giornata de “Los indignados“. Domani, invece, sarà la giornata de “Los cojones“. Quelli che, finita la festa, ripuliscono piazze e strade, raccolgono i rifiuti, i cocci ed i segni del vandalismo, rimettono tutto a posto, per la prossima protesta, e, ovviamente, pagano i danni. E non finiscono nemmeno in prima pagina. Più cojones di così!

Okkupato

Ormai il Bel Paese è come l’unico bagno di una famiglia numerosa: sempre occupato.  Durante la guerra subimmo l’occupazione tedesca. Poi ci occuparono gli alleati. Così, dopo tante occupazioni, diventammo bravi ed imparammo ad occuparci da soli. Ed infatti, per quasi due decenni, fummo tutti occupati nella ricostruzione. Non avevamo ancora finito di occuparci della ricostruzione che cominciarono le occupazioni delle fabbriche e le occupazioni studentesche del ’68. E da allora viviamo in uno stato di occupazione permanente.

In questi giorni sono gli studenti ad occuparsi di tenere viva la tradizione dell’occupazione, occupando tutto quello che possono; strade, piazze, facoltà universitarie, scuole, palazzi, monumenti, chiese e perfino i tetti. Una volta gli studenti li riconoscevi dai libri sotto il braccio. Oggi li riconosci dal casco in testa, il passamontagna ed il candelotto fumogeno.

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Difficile distinguerli dai no global, dagli antagonisti o dai ragazzi dei centri sociali. Anche perché molto spesso sono le stesse persone. Costituiscono una sorta di lobby della protesta. Sempre pronti ad entrare in azione, in sede o in trasferta, e girare l’Italia, ovunque ci sia un pretesto per giustificare un corteo, una manifestazione, dei poliziotti da prendere a sassate, vetrine da sfasciare, auto e cassonetti da incendiare, distruggere negozi e quello che capita a portata di mano. Sono una mutua della contestazione,  si sostengono a vicenda. Se manifestano gli studenti accorrono gli antagonisti. Se scendono in piazza gli antagonisti arrivano in soccorso gli studenti. Non importa per quale causa o motivo, tutto va bene; dalla No Tav a Castel Volturno, dalla base di Vicenza alla spazzatura di Napoli, dal terremoto a L’Aquila allo sciopero contro la riforma scolastica.

Ecco perché esiste la disoccupazione giovanile. I giovani disoccupati sono tutti occupati ad occupare qualcosa. E non hanno tempo per studiare o, peggio ancora, lavorare. Così, oggi, parlare di scuola e di studenti fa venire in mente, per associazione d’idee, similitudini di tipo scatologico. E’ come entrare in un bagno pubblico durante un’epidemia di diarrea: tutto Okkupato! Dagli studenti…

P.S.

A conferma di quanto detto, ma non ce n’era bisogno, ecco oggi sulla stampa il resoconto di una tranquilla giornata di guerriglia urbana a Genova. Ma le stesse scene le abbiamo viste a Roma, Torino, Milano e altre città. Questo è ciò che fanno passare come “Protesta studentesca”.

È successo di tutto durante il corteo di ieri mattina organizzato dagli studenti genovesi per protestare contro la riforma del sistema universitario. Tanto che la «solita» città bloccata è sembrata quasi la situazione meno grave. Circa duemila ragazzi che, al ritmo di «entusiasmo!!», «blocchiamo tutto» e «sciopero generale», hanno percorso le vie del centro da Caricamento a De Ferrari, poi anche paralizzando la Sopraelevata, fermando il traffico cittadino e regalando attimi di panico a chi si trovava nella zona battuta dagli «studenti in lotta».

Guide d’eccezione «le universitarie e gli universitari di Socialismo Rivoluzionario» che firmavano i volantini informativi. Arrivati in piazza Portello la sorpresa: i ragazzi, nonostante il blocco delle forze dell’ordine, hanno deviato il percorso su piazza Fontane Marose, via XXV Aprile e via Roma, per arrivare davanti alla sede della Prefettura. Pochi secondi e dalle fila degli studenti, alla cui testa c’erano già quelli che indossano i caschi per prepararsi allo scontro, partono cinque fumogeni, bottiglie di vetro e uova marce lanciate contro gli uffici del Prefetto. Ed iniziano i primi scontri. Le forze dell’ordine, accolte a suon di «digos boia», caricano i ragazzi per riportarli all’ordine. Alla fine ci sarà anche un ferito lieve.

Il corteo riparte e arriva in piazza De Ferrari. Qui si scatena il panico davanti agli stand della Banca Monte dei Paschi di Siena, all’interno dei quali si stava svolgendo un convegno economico sui temi dell’imprenditoria giovanile. Un’irruzione in piena regola, scene da guerriglia urbana sotto gli occhi esterrefatti dei presenti. I manifestanti fanno irruzione, interrompono la diretta e lanciano uova sui presentatori e una secchiata di letame sul parterre di invitati, colpendo in pieno gli assessori allo sviluppo economico Gianni Vassallo, del Comune, e Paolo Perfigli, della Provincia. Sono minuti di paura, Vassallo cade anche dalla poltrona rischiando di farsi male. Poco più tardi presenzierà al consiglio comunale indossando una camicia dei vigili urbani presa in prestito, scusandosi con i colleghi per non poter indossare giacca e cravatta.

Fuori dallo stand assalito i compagni urlano «Tremonti- maiale» mentre qualcuno a bomboletta scrive un «ladri» a caratteri cubitali sul centro incontri di Monte dei Paschi. De Ferrari è un tappeto di carta igienica, lanciata qua e là per festeggiare una giornata di scuola evitata. L’obiettivo c’entrava ben poco con la protesta contro il ddl Gelmini. Lo sapevano bene i giovani dei centri sociali, in prima fila in corteo. I soliti che mettono, o almeno provano a mettere, lo zampino in quasi tutte le manifestazioni organizzate in città, sempre le stesse due o tre facce. Un po’ meno bene gli studenti che li seguivano.

Qualcuno di loro addirittura vede i microfoni di radio e televisioni e s’avvicina minaccioso durante il corteo. Vogliono anche dirti chi puoi o non puoi intervistare. Cosa devi o non devi chiedere. Con slogan da domenica calcistica i centri sociali si mettono in luce ancora una volta per la pochezza che li contraddistingue. Un coro di «beh, diglielo tu che parli meglio» per rispondere a chi gli chiede il perché di una protesta così insignificante. Si dichiarano non violenti parlano di disobbedienza civile e poi inscenano la guerriglia. Insomma, poche idee e, quelle poche, parecchio confuse. Ma a quelle ci penseranno dopo. Si sa che quando il gioco si fa duro i duri si dileguano a gambe levate. Perché in fondo, come diceva Gaber, «la rivoluzione oggi no, domani forse. Ma dopodomani sicuramente». (Guerriglia urbana a Genova)