Migranti in mare

Domanda per i più preparati. La foto sotto accompagna l’articolo “Ennesimo naufragio al largo della Libia“, sul quotidiano L’Unione sarda di oggi, versione on line. Il titolo riferisce del naufragio avvenuto al largo della costa libica nel quale sembra che ci siano più di 200 morti. La didascalia della foto, però, che mostra degli africani su un gommone, dice “Migranti nel Canale di Sicilia“.

Posto che, cosa che ripeto da diversi anni, il Canale di Sicilia si trova ad almeno 300 miglia a nord della costa libica, ed è quel tratto di mare che separa l’estrema punta occidentale della Sicilia dalla Tunisia, perché ogni volta che parlano di barconi con migranti, naufragi, o salvataggi, li collocano sempre nel “Canale di Sicilia”, anche quando lo stesso articolo spesso dice chiaramente che sono al largo della Libia e spesso, addirittura “dentro le acque territoriali libiche“? E’ una domanda che pongo spesso nei siti dei quotidiani che permettono ai lettori di inserire commenti. Lo faccio da anni, ma ancora non ho ricevuto risposta. Chissà perché.

Ed ecco la domanda. Vedendo la foto sopra, da cosa si capisce che quel gommone con degli africani a bordo si riferisce a “Migranti nel Canale di Sicilia“? Più che un agitato mar Mediterraneo sembra un tranquillo laghetto. Ma nemmeno il lago Maggiore o un tranquillo laghetto alpino hanno acque così piatte. Per quel che si vede potrebbe essere una comitiva di africani in gita domenicale sul lago Vittoria. Ma allora perché insistono a citare il Canale di Sicilia? Perché citare la Sicilia fa sentire queste tragedie più vicine a noi, quasi in casa nostra, come se il naufragio sia avvenuto sotto il faro di Calamosca o nella spiaggia del Poetto.  E questa vicinanza quindi, stimola la pietà umana per le vittime, sottintende una nostra ipotetica responsabilità sulle tragedie,  ed alimenta il nostro senso di colpa. Così siamo più disposti ad accoglierli e mantenerli a nostre spese: per la gioia delle coop, delle associazioni umanitarie, di albergatori in crisi e di privati che hanno fiutato l’affare accoglienza.

Giusto per la cronaca anche ieri ed avantieri, sulla costa sud occidentale sarda, sono sbarcati una cinquantina di algerini: “Altri sbarchi di migranti nel Sulcis“. I dati ufficiali dicono che fino ad oggi sono almeno 500 gli algerini sbarcati in Sardegna a bordo di piccoli barchini di 5 metri (come quello nella foto a lato con 16 algerini, su uno sbarco di qualche mese fa)  con a bordo da 15 a 20 persone. Un barchino simile con 20 persone non solo non arriverebbe mai dall’Algeria, ma non  attraverserebbe nemmeno il lago Omodeo senza ribaltarsi. La spiegazione più plausibile è che vengano caricati dalle navi in Algeria e poi calati in mare su quei barchini e lasciati in prossimità della costa sarda.  Si dice che dobbiamo accogliere i migranti perché scappano dalla guerra. Vi risulta che in Algeria sia scoppiata una guerra?

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Migranti e costi

Varia umanità

Scusi, dov’è la guerra?

Migranti, foto e tarocchi

Le bufale in rete si sprecano. Sono così tante che quasi non fanno più notizia. Pochi giorni fa abbiamo appreso che il premio Pulitzer 2016 per la fotografia è stato vinto dall’agenzia Reuters e dal New York Times per  un servizio fotografico sui migranti che tentano di attraversare l’Europa.  Una  delle foto mostra un uomo ed una donna con un bambino tra le braccia, a terra sui binari di una stazione di confine in Ungheria, e dei poliziotti a lato che sembrano minacciarli con dei manganelli. Questo si lasciava intendere; che l’uomo cercasse di proteggere la donna a terra dalla violenza dei poliziotti. Ottima foto che serve a provocare sdegno e denuncia nei confronti di chi, con la violenza, cerca di impedire ai profughi “che scappano dalla guerra e dalla fame” di giungere in Europa. Poi, pochi giorni fa ecco la sorpresa.

La foto è vera, ma il messaggio che si lascia intendere è falso (La foto taroccata che vince il Pulitzer). Infatti non sono i poliziotti ad aver buttato a terra la donna, ma è stato lo stesso uomo a farlo. Lo si scopre grazie ad un video pubblicato da Euronews (Guarda qui il video) nel quale si vede l’uomo che scaraventa a terra la donna, gettandosi poi addosso e rischiando di far male a lei ed al bambino; i poliziotti intervengono per fermarlo. Non è la prima volta che si usano immagini tagliate, modificate o false per sostenere tesi di comodo. Oggi questa è l’informazione; un unico, grande, globale taroccamento.

Passano due giorni ed ecco un’altra scoperta. Questa volta ad opera del COISP, sindacato di polizia, che su Twitter pubblica un’altra foto che da tempo circola in rete e che fa discutere.  Anche in questo caso la foto è vera, ma il messaggio che se ne ricava lascia molti dubbi sull’attendibilità di questi servizi e sulla buona fede di chi li usa strumentalmente (Sui migranti ci prendono in giro).

 

La foto sembrerebbe, a prima vista, riprendere una scena già vista spesso; dei naufraghi che indossano i giubbini salvagente, in attesa di essere imbarcati sulle navi che li hanno soccorsi. Sarà così?. Ma allora quell’uomo in alto a destra nella foto perché sta in piedi sull’acqua e sembra toccare il fondo? Più che legittima la risposta prospettata: o quell’uomo è alto 7 metri e, quindi, tocca il fondo, oppure galleggia naturalmente sull’acqua per qualche miracoloso evento, oppure…oppure quella foto è stata scattata praticamente quasi a riva e quelli che usano queste foto per intenerire il cuore delle anime belle nostrane a favore dell’accoglienza degli immigrati ci prendono per il culo. Secondo me è buona la terza.

Niente di nuovo e sconvolgente. Che le foto che circolano sui media molto spesso siano taroccate lo sappiamo da tempo. Fin da quando si scoprì, dieci anni fa, che l’agenzia Reuters taroccava con Photoshop le foto del conflitto israelo-libanese per ingigantire gli effetti dei bombardamenti che non rispettavano nemmeno le scuole e gli asili, e dimostrare quanto fossero “cattivoni” gli israeliani che sparavano ai poveri Hezbollah che erano buoni, pacifici, disarmati e indifesi. Poi si scoprì che i polveroni e le nuvole di fumo che uscivano da quelle scuole non erano effetto delle bombe israeliane, ma erano causati dagli stessi hezbollah che si rifugiavano proprio nelle scuole che usavano come deposito di armi e da dove sparavano missili. Ma questo Reuters non lo mostrava. E, guarda caso, anche questa foto che ha vinto il Pulitzer 2016 è della Reuters. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio. Non è la prima volta che riporto notizie di taroccamenti mediatici, di bufale e di manipolazione delle notizie. Ma c’è ancora qualcuno che crede a quello che si vede e si legge sui  giornali, in rete, sui social network, in televisione, nei telegiornali di regime  omologati al pensiero unico?

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Bufale di giornata (2014)

E questa la chiamano informazione (2006)

Osservatori ONU e il guardiano della mucca. (2006)

Cosa osservano gli osservatori? (2006)

L’informazione “fai da te” (2006)

La pace impossibile (2006)

Vertice UE (e anche questa è fatta) (2006)

Tutto secondo copione (2006)

RAI: di tutto, di più…di peggio (2006)

Quiz libanese e “Leoton mission show” (2006)

Prodi ha una missione storica: andare a quel paese… (2006)

Stampa e amnesie (2006)

Dall’orgoglio alla vergogna il passo è breve (2006)

Passeggiate libanesi (2008)

L’equivicinanza secondo D’Alemhamas (2006)

D’Alema è preoccupato: gli altri, invece, sono incazzati (2006)

Amenità libanesi (2008)

Orgoglio e vergogna (2008)

Gaza vista dall’Ansa (2009)

Taroc News from Gaza (2011)

Il trucco c’è, e si vede (2013)

Naufragio nelle Filippine

Renzi, andiamo a recuperare anche questo?

Filippine, naufragio traghetto, 36 morti“. Che aspetta Matteo Renzi a mandare le navi della Marina militare per il recupero del traghetto? Visto che spendiamo 20 milioni di euro per andare a recuperare un barcone africano, pieno di morti africani, in acque africane (Italia: azienda recuperi), perché non andare a recuperare anche un traghetto filippino, con morti filippini in acque filippine? Mica vorremo fare figli e figliastri. Andiamo, mostriamo al mondo quanto siamo umanitari e che non facciamo differenze tra africani e asiatici. Altrimenti corriamo il rischio che ci accusino di discriminazione razziale.

Coraggio, Renzi, si dia da fare. Così, dopo essere diventato il nostro “rottamatore nazionale“, diventerà anche il “recuperatore internazionale di relitti in mare“. Con tutti i naufragi che avvengono nel mondo, recuperare relitti può diventare un vero affare, un investimento, un business. Un po’ come il business dell’accoglienza migranti, quello che rende più della droga. Ne parli con Buzzi e con gli amici delle cooperative; loro sono pratici di far impresa sulle disgrazie, sono esperti nel trarre profitto da questo tipo di operazioni “umanitarie“.  Via Matteo, non lasciamoci sfuggire questa occasione; potrebbe aiutarci a far crescere il PIL nazionale. No?

La Libia è vicina

Lampedusa si è spostata a sud, verso la costa libica, trascinandosi dietro l’intera Sicilia. L’immane cataclisma, che ricorda la scomparsa di Atlantide, si è verificato all’improvviso, nell’arco di una notte, a causa del naufragio di un barcone carico di migranti, appena partiti dalla Libia. Il nesso fra i due tragici eventi non è molto chiaro. Vediamo di chiarirlo.

Ecco come viene riportata la notizia sui media: a Lampedusa è affondato un barcone carico di migranti.  Il titolo è chiarissimo, non si può fraintendere. C’è un barcone affondato. Dove è affondato? Ovvio, a Lampedusa. Su questo non ci sono dubbi. Preso atto di questa notizia, vediamo ora perché Lampedusa si sarebbe spostata verso la costa libica. Sveliamo l’arcano. Leggendo, nei giorni scorsi,  i resoconti della tragedia (nuova strage fra Libia e Lampedusa), scopriamo che il naufragio è avvenuto 100 miglia a sud di Lampedusa, a circa 40 miglia dalla costa libica. Quindi molto più vicini alla Libia che a Lampedusa. E allora che senso ha quel titolo che vediamo a lato?

Posto che, secondo le norme internazionali,  il limite delle acque territoriali è di 12 miglia, a cui si aggiunge un’area “contigua” di altre 12 miglia, ne consegue che il tratto di mare fino a circa 25 miglia dalla costa lo si può considerare come zona di “acque libiche“. Qualche anno fa la Libia e gli altri stati africani che si affacciano sul Mediterraneo, rivendicavano come acque territoriali addirittura il limite di 72 miglia dalla costa. E minacciavano di sequestrare i pescherecci che avessero oltrepassato quel confine. Ovvero, i pescherecci non possono andare oltre 72 miglia dalla costa libica, pena il sequestro. Le nostre navi della marina, per soccorrere i migranti, possono tranquillamente arrivare fino a 40 miglia dalla costa. Cercate di spiegare quest’altro arcano (Vedi “Libia: linea dura contro i pescherecci italiani“).

Ma allora, per tornare al nostro strano naufragio,  perché titolano “Lampedusa: affonda barcone“, se quel barcone è naufragato praticamente in acque libiche? Si tratta di un errore? No, si tratta, piuttosto, di un sottile e subdolo trucco semantico che ha una sua precisa ragione: alimentare il senso di colpa degli italiani, accostando il naufragio all’immagine di Lampedusa e della Sicilia e ipotizzando, per conseguenza, una qualche nostra responsabilità nella tragedia.

Ecco un altro eloquente titolo che, per chiarire ulteriormente,  colloca la strage di migranti in Sicilia. Ora, siccome il barcone è naufragato in acque libiche, e la stampa riferisce che la strage è avvenuta in Sicilia, non c’è che una spiegazione: la Sicilia si è spostata in Libia. Chiarito il mistero.

Se ci fossero ancora dei dubbi, ecco un altro titolo, proprio di ieri, che conferma che la strage è avvenuta a Lampedusa. A proposito, poi, degli “scafisti fermati“, leggete qui come se la ridono: “L’Italia? Qui non ci arrestano“. Non per essere pignoli, ma quando la notizia viene data e ripetuta nello stesso modo, non si tratta di una svista di chi ha impaginato un titolo. E’ la norma. Si vuole per forza associare qualunque tragedia avvenga nel Mediterraneo a Lampedusa, alla Sicilia e, quindi, all’Italia, come mete di arrivo del viaggio, allo scopo di farci sentire colpevoli di ogni tragedia. Siccome sono diretti in Italia, se succede un incidente, dobbiamo sentirci responsabili. Insomma, se un migrante, alla partenza mentre sale sul barcone ancora sulla spiaggia in Libia, inciampa, cade, sbatte la testa sull’ancora e crepa, i nostri solerti cronisti titoleranno “Lampedusa, migrante muore su barcone“. Vi sembra normale? Vi sembra serio? Vi sembra credibile questo tipo di informazione? E se riescono a manipolare spudoratamente queste notizie di cronaca quotidiana, che tipo di mistificazione metteranno in atto per argomenti molto più importanti e decisivi per la politica, la finanza, l’economia, sia a livello nazionale che internazionale? Perché nessuno ci dice cosa e chi c’è dietro questa campagna mediatica tesa all’accoglienza di tutti i disperati del mondo? Quali interessi ci sono dietro l’invasione di massa dell’Europa?

Ecco, questa è quella che chiamano “informazione”. Non si tratta solo di una pedanteria lessicale. E’ una vera e propria alterazione e falsificazione del significato di una notizia. E’ lo stesso tipo di mistificazione e di ipocrisia che caratterizza tutta l’informazione (stampa, internet e TV) che riguarda l’intera drammatica questione dell’immigrazione.  E questi sono gli effetti dell’operazione “Mare nostrum” voluta da quel genio di Letta. Lo scorso anno sono sbarcati in più di 40.000; il doppio rispetto all’anno precedente. Quest’anno, grazie al servizio “taxi” voluto da Letta (che ci costa 300.000 euro al giorno), si prevede che il numero degli arrivi sarà almeno raddoppiato. Ma viste le premesse di questi mesi, potrebbe tranquillamente triplicare. Contenti? Magari per far fronte ai costi enormi dell’accoglienza inventeranno una nuova tassa (una più, una meno, non fa differenza…). Qualche decennio fa, per  aiutare le popolazioni colpite dal maltempo, da frane e alluvioni, inventarono la tassa del “Soccorso invernale” (magari è ancora in vigore). Niente di strano, quindi, che fra poco gli italiani debbano pagare anche una nuova tassa “Soccorso migranti“.

Ora qualcuno potrebbe chiedersi come mai, se un barcone naufraga in acque libiche, invece che intervenire la guardia costiera libica, interveniamo noi con aerei da ricognizione e mezzi della Marina e, invece che accompagnare i naufraghi al porto più vicino (in Libia), li portiamo in Italia. Non è la prima volta che i nostri mezzi di soccorso intervengono in acque libiche. Già in passato, i soccorritori sono andati a prendere i migranti in difficoltà a 130 miglia a sud di Lampedusa; in acque territoriali libiche. (Vedi “Salvati 800 migranti al largo della Libia“)

Regal Princess

Tanto vale andare a prendere i migranti  direttamente alla partenza, imbarcarli su comode navi e trasportarli in Italia in tutta sicurezza. E grazie a tariffe agevolate e sconti comitiva, fare  anche risparmiare sul costo del viaggio. Questa a lato è la “Regal Princess“. l’ultima nave da crociera varata proprio pochi giorni fa dalla Fincantieri di Monfalcone. La più grande costruita finora dai cantieri navali, un autentico gioiello che può ospitare fino a 5.600 persone, compreso l’equipaggio. Potrebbe essere la soluzione per evitare nuove tragedie. Usiamo la Regal Princess per imbarcare i migranti. Andiamo a prenderli direttamente al Corno d’Africa con una nave da crociera, poi si risale la costa, si passa a Suez e via verso il Bel Paese. Con poca spesa si può garantire un viaggio piacevole, sicuro, allietati a bordo da passatempi, balli, spettacolini. Del resto, secondo testimonianze dirette, per questi viaggi pericolosissimi in gommoni e vecchi barconi, pagano cifre di migliaia di euro, molto superiori a quelle di una normale crociera. Tanto vale, visto che pagano, farli viaggiare comodi  e sicuri. E’ un’idea, no?

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