Gaber e il buonismo

Qualcuno si è ricordato di Gaber, del suo talento  e di quello che cantava. Bisogna morire per ricevere dei riconoscimenti. Ma quando era vivo non gli si dava troppo spazio; lo si ammirava a teatro, era chic citare suoi testi, ma con riserva. Non essendo facilmente inquadrabile politicamente, era scomodo, sia per la destra che per la sinistra; ed anche per il centro. Oggi lo ricorda Alessandro Gnocchi con un articolo sul Giornale: “Gaber si burlava delle star buoniste.”, citando un brano “Il potere dei più buoni” dal suo spettacolo (qui  completo) “Un’idiozia conquistata a fatica” (di Gaber – Luporini, stagione teatrale 1997-2000). Testi di 20 anni fa, ma che sembrano scritti oggi per descrivere la società moderna ed i suoi problemi; dalla politica all’informazione, il buonismo, il terzomondismo, l’accoglienza e la beneficenza con il denaro pubblico, il consumismo, l’alterazione delle coscienze, il conformismo, la democrazia. Ciò che Gaber cantava 20 anni fa, oggi è diventato tragicamente reale.

Gaber teatro

Penso ad un popolo multirazziale / ad uno stato molto solidale / che stanzi fondi in abbondanza / perché il mio motto è l’accoglienza». Oggi questo passo sarebbe sufficiente per essere additato come xenofobo, razzista e in ultima analisi fascista. Ma Gaber va oltre: «Penso al problema degli albanesi / dei marocchini dei senegalesi / bisogna dare appartamenti / ai clandestini e anche ai parenti / e per gli zingari degli albergoni / coi frigobar e le televisioni / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / son già iscritto a più di mille associazioni / è il potere dei più buoni / e organizzo dovunque manifestazioni».

Poi Gaber fa a pezzi la moda ambientalista-animalista: «Ho una passione travolgente / per gli animali e per l’ambiente / Penso alle vipere sempre più rare / e anche al rispetto per le zanzare / In questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante». Il colpo finale è riservato a chi sfrutta le tragedie per tornaconto personale: «Penso alle nuove povertà / che danno molta visibilità / penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni / è il potere dei più buoni / che un domani può venir buono per le elezioni”.

 

 

Il destino e l’accordo di settima.

Sarà la nostalgia struggente di un fado, forse. O la passione di una danza andalusa. Sarà la cadenza di un vecchio tango o l’eleganza di un valzer. La musica ha un enorme potere evocativo, ha la capacità di suscitare sensazioni di cui ci sfugge l’essenza. La musica, certo, ma non solo. Ci sono parole soavi come carezze o laceranti come artigli di tigre. Ci sono pensieri improvvisi che frantumano certezze ed aprono abissi di inquietudine. E c’è la bellezza, in tutte le sue forme. La bellezza è una dannazione; non si riesce mai a raggiungerla, a possederla veramente. Inseguire la bellezza è una corsa verso l’ignoto, al buio. E’ una preghiera inascoltata, un lamento senza conforto, una ferita aperta. Bellezza e verità sono sorelle: una ti ammalia, l’altra ti sfugge. Entrambe ti illudono.
Mille domande, una sola risposta: il silenzio. Così c’è qualcosa nell’anima umana che non trova pace. E’ una tensione perenne, fra il tutto ed il nulla, fra l’origine e la fine. In costante ed instabile equilibrio su un sottilissimo filo di saggezza teso su un baratro di follia. Anelito mai appagato di perfezione. Come un accordo di settima tenuto in sospeso, con una tensione crescente ed insopportabile, senza mai giungere alla risoluzione. Sì, è la musica il linguaggio dell’anima.
Il dramma umano è come quell’accordo di settima che si risolve e trova pace solo nella sua tonica. Ma quell’accordo così appagante e desiderato è anche la fine del brano. E’ la fine di quella danza tragicomica e grottesca che chiamiamo esistenza. E così il destino beffardo riservato all’uomo è quello di trovare la risposta alla vita solo nella morte.

Morire cantando


La musica nuoce gravemente alla salute? Sembrerebbe di sì, visto quanti cantanti muoiono giovani. Ma sarebbe un errore. Anzi è risaputo che la musica ha un effetto psicofisico positivo e perfino terapeutico. Anche le mucche, se ascoltano musica, producono più latte (sembra che abbiano una particolare predilezione per Mozart). Qualcuno ha provato a diffondere musica perfino nei vigneti e pare con ottimi risultati sulla produzione (“I vigneti che ascoltano Mozart”). La musica ormai viene riconosciuta ed usata come terapia complementare per diverse patologie. E allora perché tanti musicisti muoiono giovani? E non solo oggi e non solo cantanti pop. Anche gloriosi musicisti del passato se ne sono andati giovanissimi. Pensiamo a Mozart, morto nel 1756 a 35 anni, a Chopin, morto nel 1849 a 39 anni, a Felix Mendelssohn, morto nel 1847 a 38 anni. Basta e avanza per far sorgere il dubbio che la musica, almeno un po’ porti sfiga e danneggi la salute.  Ma anche questa è una sensazione sbagliata.

Mi viene in mente questo curioso dubbio ogni volta che qualche artista famoso scompare in giovane età.  Allora tornano alla mente nomi e volti di cantanti morti giovanissimi per cause diverse; lo stress di una vita sempre vissuta ai limiti, l’uso eccessivo di farmaci, alcol e droghe, o micidiali mix di queste sostanze,  incidenti stradali, suicidi o malattie “incurabili” (come si usa chiamarle oggi). L’elenco sarebbe lungo. Vediamo di ricordarne qualcuno, citando l’età,  la data di morte e inserendo il link a video di pezzi celebri degli artisti scomparsi. Può essere l’occasione per chi li ha dimenticati di riascoltarli. Sono volti e voci che hanno accompagnato la nostra gioventù. Forse per questo tendiamo ad immaginarli sempre come erano da giovani, come se non dovessero mai invecchiare e, ancora meno, morire. E’ un trucco mentale che usiamo per ingannare noi stessi. In tal modo, anche noi continuiamo a sentirci più giovani nello spirito e nella mente. Quello che vediamo invecchiare giorno dopo giorno, anno dopo anno, è solo il nostro volto riflesso nello specchio; la nostra personale versione del “Ritratto di Dorian Gray“.

elvis-presley-dead

Forse il caso che fece più scalpore fu la morte di Elvis Presley, il re del rock and roll, morto nel 1977 a 42 anni (Da “Jailhouse rock” a “My way“) . Così incredibile che i fan non ci credevano, non volevano accettare la notizia e ancora oggi qualcuno sostiene che “Elvis non è morto“. Anzi, alcuni amanti del complottismo dicono di  averlo visto, vivo e vegeto e con una lunga barba bianca, festeggiare i suoi 82 anni a Graceland. Allora, con i miei risparmi e molto impegno, avevo creato la mia bella “Radio S” (era l’epoca d’oro in cui nascevano le radio libere) e stavo giusto conducendo un programma quando Radio Montecarlo diede la notizia (fu la prima a darla) della morte di Elvis. Così rilanciai la notizia e cominciai una lunga diretta facendo ricorso a ricordi personali, note biografiche e la quasi completa discografia che avevo a disposizione. Un po’ come le “Maratone” di Mentana ogni volta che ne ha l’occasione ed il pretesto.

Ma l’elenco dei cantanti pop morti giovani è lungo. Solo per restare in USA, basta fare i nomi di Jimi Hendrix (morto nel 1970, a 27 anni) e di Janis Joplin che lo seguì poco dopo, ottobre 1970, anche lei a 27 anni. E ancora Nat King Cole, artista di grande successo negli anni ’50/’60, passato da pianista  jazz degli esordi a cantante con un repertorio confidenziale grazie ad una voce calda e vellutata, morto nel 1965 a 46 anni (Las mananitasNoche de ronda Adelita)Tony Williams, voce solista dei Platters (Only YouSmoke Gets In Your EyesThe Great PretenderMy prayer), gruppo che ebbe uno straordinario successo mondiale negli anni ’50, morto nel 1992 a  64 anni, John Denver, idolo della musica country (1997, 54 anni), Nicolette Larson, morta anche lei nel 1997 a 45 anni. A lei ho dedicato 9 anni fa uno dei miei video su YouTube con una delle sue canzoni più belle, un brano country dal suo primo album “Nicolette“: “Come early morning‘”. E come dimenticare altre glorie del pop come Freddie Mercury, voce e leader dei mitici Queen (1991, 45 anni), Michael Jackson (2009, 51 anni), John Belushi, indimenticato interprete di “Blues Brothers“, morto nel 1982 a soli 33 anni (Due  perle:  “Think” con Aretha Franklin e “Can you see the light” di James Brown), Jim Morrison dei Doors, morto nel 1971 a 28 anni, Bob Marley, il mito giamaicano della musica reggae, morto nel 1981 a 36 anni, Frank Zappa, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, morto nel 1993 a 53 anni, ed il re della country music, Jonny Cash, morto nel 2003 a 71 anni,  Woody Guthrie, morto nel 1967 a 55 anni, il più popolare cantante folk al quale si sono ispirati tutti i successivi folk singer (compreso Bob Dylan ad inizio carriera), o John Lennon morto nel 1980 a 40 anni ad opera di un pazzo che gli ha sparato. Una menzione speciale merita la grande Judy Garland, cantante e attrice di grande talento, madre di Liza Minelli, interprete di un film cult “Il mago di Oz“, in cui canta “Over the Rainbow“. A causa della dipendenza da farmaci, che ne minarono gravemente la salute, morì nel 1969 a 47 anni. Chiudo con uno dei più grandi, dalla voce ruvida, graffiante, potente ed inconfondibile, Joe Cocker, morto nel 2014 a 70 anni. La sua esibizione a Woodstock nel 1969 resta uno degli eventi storici ed indimenticabili della storia del rock: (With A Little Help from My FriendsCry me a river).

Ma per restare in casa nostra, sono tanti i nomi di chi ci ha lasciati per varie cause; dall’incidente stradale, come Fred Buscaglione morto nel lontano 1960 a 39 anni, e Rino Gaetano morto nel 1981 a 30 anni, a malattie varie. Anche a Gaetano dedicai un video con la sua celebre “Nuntereggae più“. O che si sono tolti la vita, come Luigi Tenco a Sanremo nel 1968 a 29 anni, o Gabriella Ferri nel 2004 a 62 anni. Altri sono morti per malattia, giovani o non proprio giovanissimi, come Franco Califano (2013, 75 anni), Sergio Endrigo (2005, 72 anni), Enzo Iannacci (2013, 78 anni), Umberto Bindi (2002, 70 anni), Little Tony (2013, 72 anni), Remo Germani (2010, 72 anni), Lucio Dalla (2012, 69 anni). Vediamo di ricordarne qualcuno: Claudio Villa (1987, 61 anni), Carlo Buti, morto nel 1963 a 61 anni, una delle più  belle  voci ed  interprete di grandi successi e  delle più celebri canzoni della storia della musica leggera italiana (Il primo amoreMammaSignora fortunaFirenze sognaReginella campagnolaChitarra romanaViolino tzigano),  Domenico Modugno (1994, 66 anni), Mino Reitano (2009, 65 anni), (2010, Giorgio Gaber (2003, 64 anni), Mia Martini ( 1995, 48 anni), Fabrizio De Andrè (1999, 59 anni), Lucio Battisti (1998, 55 anni), Giuni Russo (2004, 53 anni), Toni Del Monaco (1993, 58 anni), Herbert Pagani (1988, 44 anni), Bruno Lauzi (2006, 69 anni), Augusto Daolio, voce e leader dei Nomadi (1992, 45 anni), Stefano Rosso (2008, 60 anni), Pierangelo Bertoli (2002, 60 anni), Pino Daniele (2015, 60 anni).

Ho certo dimenticato qualcuno; ma anche così questo breve elenco, tenuto conto che i cantanti di successo non sono poi tantissimi (se provate ad elencare i nomi, forse non riuscite a metterne insieme un centinaio),  è un’ecatombe, una strage.

 E chiudo questo strano post musical-necrologico citando 4 artisti sardi morti tutti per malattia.  Maria Carta, una delle voci più belle e famose della Sardegna, morta nel 1994 a 60 anni. Anche a lei ho dedicato due video su YouTube con due tradizionali canzoni sarde “Trallalera” e “Muttos de amore” e lo sfondo di splendide immagini della Sardegna. Andrea Parodi, inconfondibile voce dei Tazenda, morto nel 2006 a 51 anni. In questo video Maria e Andrea cantano insieme una delle più belle canzoni sarde “No potho reposare“. Marisa Sannia, che ebbe un buon successo anche a livello nazionale (nel 1968 si classificò seconda a Sanremo con “Casa bianca” di Don Backy), morta nel 2008 a 61 anni. In questo video una canzone “It’è sa poesia“, dal suo ultimo album “Sa oghe de su entu e de su mare” (La voce del vento e del mare), musicata dalla stessa Sannia su testo del poeta sardo Antioco Casula “Montanaru“.

Ma c’è anche un’altra artista che merita di essere citata, anche se non è una cantante pop. Si tratta di Giusy Devinu (Aria “Regina della notte” dal Flauto magico), soprano dalla splendida voce, che si è esibita nei più prestigiosi teatri mondiali, riscuotendo ovunque successo di pubblico e critica. Purtroppo anche lei ci ha lasciati nel 2007 a 47 anni a causa della solita maledetta malattia incurabile.

Ricordando Giusy Devinu non possiamo fare a meno di ricordare che anche nel mondo della lirica non sono mancati, purtroppo, artisti che sono morti in età relativamente giovane. A cominciare dal grande Enrico Caruso, morto nel 1921 a 48 anni, Beniamino Gigli morto nel 1957 a 67 anni e  due voci stupende e tra le più amate ed acclamate dell’opera lirica: Mario del Monaco, morto nel 1982 a 67 anni, e Maria Callas, morta a Parigi nel 1977 a 54 anni. Di Del Monaco basterebbe questa registrazione per dimostrare la sua incredibile potenza vocale, pulita, squillante, affilata  e tagliente come una spada di Toledo (“Di quella pira“, dal Trovatore) e scene da una versione cinematografica di Cavalleria rusticana. Di lui ho un particolare ricordo, visto che ho avuto il piacere di vederlo e sentirlo in Otello al teatro Massimo di Cagliari tanto tempo fa che non ricordo più nemmeno in quale anno. Ma il ricordo resta impresso nella memoria.

Alla Callas, invece, dedico questo video realizzato durante uno dei suoi ultimi recital, nel quale interpreta uno delle arie più celebri ed amate, “Casta Diva” dalla Norma di Bellini. Quando si cresce avendo nelle orecchie, nella testa e nel cuore, questi interpreti e queste voci, è inevitabile fare il paragone con le voci di oggi che diventano, salvo rare eccezioni, inascoltabili. Come si fa a prendere in seria considerazione “Il Volo”, o altri cantantucoli di terza categoria che si spacciano per tenori e di cui tacciamo i nomi per carità cristiana.  Quando non si ha caviale, anche le uova di lompo vanno bene. C’è chi si accontenta; e non nota neppure la differenza.

 

Musica in prosa.

La musica pop è morta. E se non è proprio morta, non se la passa molto bene. Ormai da decenni i discografici (con tutto il mondo che ruota intorno), continuano a vivacchiare riscaldando la solita minestra insipida e stantia; ma siccome ancora ci campano fingono di non saperlo.

L’ennesima dimostrazione di quanto ripeto da tempo è questa recente intervista di Biagio Antonacci: “Vi racconto il mio nuovo disco.”. Antonacci ci “racconta” l’ultimo disco. Infatti nell’intervista non dice che in questi anni ha ricercato nuove melodie o nuove armonie; dice che ha cercato “argomenti diversi”. Una volta le canzoni si suonavano e si cantavano. Adesso si “raccontano”; evidentemente la cosa più importante non è la musica; conta il testo, il significato, il “messaggio” (meglio se impegnato nel sociale e politicamente corretto). Infatti, quando presentano una nuova canzone, non vi fanno sentire la musica, la melodia o un passaggio armonico. No, dicono: “E’ una canzone che parla di…”. Ma allora, se dovete “parlare di…”, non dite che siete musicisti e scrivete canzoni; dite che siete scrittori e scrivete articoli, romanzi, racconti, saggi, poesie, trattati filosofici. Tutto, ma non dite che è musica, perché la musica non si parla e non si racconta; si suona. Ma siccome non si sentono all’altezza di presentarsi come scrittori o “pensatori” giocano sull’equivoco e fanno i cantanti pop; è più facile. Basta strimpellare quattro accordi, salire su un palco immersi in fumi, luci, ed effetti speciali e fare il “cantautore impegnato”. Così, visto che hanno perso la fantasia musicale, e come musicisti sono finiti, si riciclano come narratori, poeti, pensatori, e profeti impegnati (meglio se militanti di sinistra; è più redditizio).

Si può raccontare la musica? Sembrerebbe di sì; dovrebbe essere una specie di musica in prosa.  Una volta di quei personaggi autoreferenziali che si attribuiscono presunti meriti e capacità immaginarie, o che raccontano balle convinti di essere creduti, si diceva che “Se la suonano e se la cantano”. Visto che questi non sanno più suonare, né cantare, provano a raccontarvela in prosa. Magari faranno le sonate di Mozart a fumetti, i Notturni di Chopin in figurine, un puzzle della Traviata e le sinfonie di Beethoven con i mattoncini Lego. Basta un po’ di fantasia; e pure di stupidità (aiuta).

 

Nella vita si possono fare molte cose. Si possono scrivere poesie o romanzi (o fare i cantanti pop), oppure piantare ulivi e coltivare patate. La differenza è che ulivi e patate hanno una loro intrinseca utilità pratica. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Glenn Gould e il millepiedi

Certe sere in cui la mia emotività è particolarmente viva ho la sensazione di poter suonare come un dio, e in effetti così accade. Altre volte mi chiedo se potrò mai arrivare alla fine del concerto. E’ molto difficile da spiegare…la propria personalità è totalmente coinvolta quando si suona il pianoforte. Ma non voglio rifletterci troppo, per paura di diventare come il millepiedi che, quando gli domandarono in quale ordine muovesse le zampe, rimase paralizzato per il solo fatto di averci pensato.” (Da “No, non sono un eccentrico”, Glenn Gould )

Si può vivere semplicemente vivendo, senza porsi domande: vivre pour vivre. Altre volte ci si ferma a pensare e si corre il rischio di fare la fine del millepiedi.

Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Fidelio pop e prima scaligera

Ancora una Prima della Scala in versione pop. Sembra che stia diventando una nuova moda. Ormai i registi non si accontentano più di mettere in scena l’opera così come si è sempre vista ed ammirata. No, bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, dar prova di creatività, rivedere, adattare, modernizzare, interpretare in chiave sociale e politica e leggere l’opera alla luce dei temi di attualità.   Più che la musica, che passa quasi in secondo piano, conta la novità della messa in scena del regista creativo di turno. Così oggi, quando si va a teatro per assistere ad un’opera lirica, non ci si prepara a gustare la musica (che si conosce e, quindi, non è motivo di attesa o di sorpresa), ma ci si chiede cosa si inventeranno per “stupirci con effetti speciali“.

L’anno scorso fu la Traviata di Verdi ad aprire la stagione scaligera e sorprenderci per il suo adattamento in tempi moderni.  Quest’anno l’operazione “restyling” è toccata al Fidelio di Beethoven, opera rivista e corretta dalla creatività della regista inglese Deborah Warner; ambientato in una fabbrica dismessa, con interpreti in minigonna, felpe, tute da meccanico, secchi di plastica, stracci e spazzoloni in perfetto stile donna delle pulizie da spot pubblicitario che “ Comincio presto, finisco presto e di solito non pulisco il water“. Ecco, questo è il Fidelio visto dalla regista inglese Warner. Ma le recensioni sono entusiaste. Basta leggere cosa scrive l’ANSA (“Scala: successo per Fidelio, dodici minuti di applausi“).

Naturalmente, grande risalto alla presenza di illustri personaggi del mondo della politica, dell’economia e dello spettacolo che non mancano mai alla Prima della Scala perché è un evento mondano al quale non si può mancare. Ma tutti faranno finta di esserci perché appassionati melomani e grandi intenditori di musica e di opera lirica in particolare. Ecco, per esempio, come commenta il Fidelio il presidente del Senato Pietro Grasso: “Sono rimasto entusiasta e piacevolmente sorpreso; il Fidelio a cui abbiamo assistito è un’opera di un’attualità straordinaria. Sono attuali i temi trattati, temi come quelli della legalità, della cultura, della donna e dell’amore coniugale.”. Chiaro, Beethoven ha scritto il Fidelio per trattare i temi della legalità e della donna (una specie di manifesto femminista ante litteram).

Altri commentatori, intervistati in diretta prima dell’inizio e durante l’intervallo,  hanno visto nell’opera il riferimento all’ingiustizia di chi viene carcerato ingiustamente, al problema delle carceri (l’opera è stata trasmessa in diretta anche a San Vittore), alla giustizia che trionfa, al sacrificio di una donna che affronta il pericolo per salvare l’uomo che ama.

Insomma, c’è spazio per tutte le interpretazioni, purché siano in chiave politica, sociale e viste alla luce dei temi di attualità.  La regista Warner, intervistata in diretta, ha accennato perfino ad un parallelo tra la vicenda del Fidelio e la grave situazione dell’Ucraina e della Palestina. Lasciamo ai più informati ed attenti cercare di scoprire il nesso tra Fidelio e l’Ucraina. Ma sentendo tutte queste dotte ed “impegnate” letture culturali sulle quali si può essere d’accordo o meno e sulle quali si potrebbe discutere a lungo, considerato che l’opera lirica è fondamentalmente, soprattutto ed in primis, un’opera musicale, verrebbe spontaneo chiedere a questi signori: tutto bene, ma…e la musica? Oppure la musica è un fatto secondario, accessorio, marginale? Misteri del melodramma.

Ora, ognuno è libero di avere una sua opinione. Non starò a dire e ripetere cose già dette. Per questa edizione del Fidelio vale quanto dissi già in occasione della Prima scaligera dello scorso anno a proposito della Traviata. Si può leggere qui: “La Traviata di Fantozzi“.

Solo una riflessione generale. L’opera lirica è un’opera d’arte compiuta, collocata ed ambientata in un preciso luogo e momento storico, come un quadro, una scultura, una poesia, una sinfonia, una tragedia di Sofocle, un valzer di Chopin; non la si può modificare secondo le paturnie intellettualoidi del regista di turno in cerca di gloria (e con velleità artistiche represse). Non è una specie di “Work in progress” in cui tutti sono autorizzati a metterci le mani e fare modifiche a proprio piacimento e secondo la moda del momento. A nessuno sano di mente verrebbe in mente di correggere le opere d’arte del passato per adeguarle al presente. Sarebbe un oltraggio ed un reato punibile penalmente. Come mai sull’opera lirica, invece, tutti si sentono autorizzati ad intervenire per attualizzarla?

Una regista che dà questa rappresentazione dell’opera, adattata in tempi moderni, con fabbriche dismesse, secchi, spazzoloni, e felpe, dovrebbe essere inquisita e condannata: come quel pazzo che diede una martellata alla pietà di Michelangelo e come tutti quei criminali che deturpano o rovinano opere d’arte. Ma ormai la gente, plagiata da decenni di propaganda ideologica di pseudo intellettuali ed artisti (e dai loro editori, mercanti e manager) il cui unico scopo è quello di distruggere tutto ciò che rimanda al passato, a criteri e principi consolidati ed alla cultura fondante della nostra società,  ha perso completamente il senso del limite, del buon gusto, dell’arte, dell’estetica e dell’etica.

Così, frastornata ed in preda alla più totale confusione, non distingue più l’arte dalle sue mille mistificazioni create ad uso e consumo di critici e mercanti che su questa confusione ci campano. Il risultato è l’ennesimo scempio di un’opera d’arte. Il tutto salutato da 12 minuti di applausi finali da parte di un pubblico che, se venisse presentato da un regista alla moda, applaudirebbe anche il raglio di un asino, scambiandolo per performance e creatività artistica. Auguri.

Droghe e metronomi

Leggere le notizie del giorno è sempre interessante. I fatti di cronaca ci inducono a riflessioni serie, meno serie, ironiche e divertenti. Prendiamo, per esempio, questo titolo che riguarda quel tale Giustini che, una settimana fa,  ha ammazzato a coltellate la figlia di 18 mesi: “L’avvocato: non era sotto effetto di droga quando ha ammazzato la figlia“.  Ormai le notizie di tragedie in famiglia si susseguono con cadenza giornaliera. Ma nessuno sembra preoccuparsene. Si sbatte il mostro in prima pagina, resta lì per qualche giorno, finché la notizia non viene sostituita da altra notizia di altri morti ammazzati e vai con l’informazione del morto di giornata.

A nessuno sembra venire il sospetto che la gente, per qualche strano motivo o per un virus ancora sconosciuto stia perdendo il ben dell’intelletto, stia impazzendo, senza rendersene conto. E’ una epidemia che sta dilagando nel mondo. Basta leggere le news quotidiane per rendersene conto. Ma noi siamo in tutt’altre faccende affaccendati. Dedichiamo spazio e attenzione alle fesserie che ci propina la stampa e la TV. Ci preoccupiamo della salute del pianeta, di salvare le specie a rischio, di salvare le foreste, di tutelare il panda e l’orso del Trentino, ci preoccupiamo dello scioglimento dei ghiacci polari e della desertificazione di intere aree della Terra. Di tutto ci preoccupiamo, meno che della salute mentale dell’umanità. Così la gente sta lentamente impazzendo, ma nessuno ci fa caso.

E veniamo alla notizia già riportata. Dice l’avvocato che Giustini non era sotto effetto di droga. Uno che ammazza a coltellate la figlia di 18 mesi non ha bisogno di drogarsi, è già grave di suo, naturalmente. Questa è la verità che continuo a ripetere da anni e che tutti sembrano ignorare. Oggi non c’è bisogno di drogarsi, la gente è già drogata dalla nascita. Si nasce già con una buona dose di droghe varie nelle vene. Oggi i bambini nascono con la droga incorporata come dotazione di serie.  Già nel grembo materno il feto assimila sostanze dannose e tossiche, volontariamente o meno, ingerite dalla madre. Così, fin dalla sua formazione, comincia a fare il pieno di residui di droghe, fumo, alcol, smog, inquinamento atmosferico, scarichi di auto e ciminiere, prodotti nocivi e additivi chimici usati nella preparazione degli alimenti industriali, tracce di diserbanti e pesticidi (Pesticidi nell’insalata) presenti su frutta e verdura. Insomma, un cocktail micidiale di sostanze tossiche che il feto assorbe ed assimila durante nove mesi. Logico che quando nasce, abbia già un buon livello di “inquinamento di serie“.

Non c’è alcun bisogno, quindi, che assuma ulteriori dosi di droga; si nasce già tarati, fisicamente e mentalmente. Altri fattori possono, in seguito,  far esplodere in maniera tragica il già precario equilibrio psicofisico. Lo studio e il controllo costante della salute mentale dell’umanità dovrebbe essere uno dei compiti primari della nostra società. Ma, stranamente, nessuno se ne occupa, se non per fini statistici. Il fatto che la società non si renda conto di questo pericolo per la salute mentale  è la prova più evidente che la gente stia impazzendo. I pazzi non si rendono conto di essere pazzi; per questo sono pazzi. Appunto.

Ecco, invece, una notizia più leggera, legata al tempo, a questa estate folle che, specie al nord, ha portato pioggia, temporali, alluvioni, frane e allagamenti, come se fossimo in pieno inverno. Ed ecco le ultime previsioni per il fine agosto fatte da un “esperto”, Antonio Sanò: “L’anticiclone delle Azzorre porta il bel tempo…”. La notizia in sé non è niente di speciale, salvo considerare che le previsioni meteo sono spesso sballate. Però, talvolta, i commenti lasciati dai lettori sono più interessanti dell’articolo stesso. Ecco perché mi piace leggerli e lo faccio sempre con interesse. Talvolta, quando le notizie sono del tutto inutili, come succede spesso, tralascio il pezzo e leggo direttamente i commenti per cercare di capire la reazione dei lettori alla notizia. In questo caso il commento lasciato dal lettore Giovanni Bravin è una piccola perla. Commentando le previsioni del meteorologo Sanò, scrive: “Non ne azzeccano una previsione. Abito a Conegliano (Nord-Est) come mai il cielo è nuvoloso? Il mio metronomo, che ha oltre TRENTA anni è più preciso ed affidabile…”.

Ohibò, che strano metronomo possiede il signor Bravin. Se tiene in casa un metronomo deve essere un musicista, ma forse fa un po’ di confusione fra il tempo musicale e quello atmosferico ed i relativi strumenti di misurazione.  Che tempi, signora mia; una volta i metronomi si limitavano a scandire il tempo musicale, ora fanno le previsioni del tempo.  Avviserà che è in arrivo un andantino nuvoloso, un allegro piovoso, un presto temporalesco o un grave bufera? Mah, misteri di suonatori e di suonati.

A proposito di previsioni meteorologiche e di strani strumenti di misurazione, vedi “Domani è un altro giorno”.

A proposito, invece, della follia dilagante nel mondo, vedi…

Colpi di sole

Adolescemenza

Polli e saune

Il Papa ha ragione

Cattivi maestri e alunni distratti

1° maggio zippato

Il Concertone compresso in due minuti; basta e avanza, tanto la musica è sempre la stessa.  Ieri pomeriggio RAI3 trasmette in diretta il Concertone del 1° maggio da piazza San Giovanni a Roma. C’è sul palco una faccia conosciuta, uno di quegli intellettuali militanti di sinistra che sono ovunque ci sia un fotografo, una telecamera, un cronista di strada o una poltrona disponibile in un salotto televisivo; sempre pronti a rilasciare profondissime riflessioni su tutto lo scibile umano (loro hanno la scienza infusa e la verità incorporata in dotazione di serie). Non ricordo il nome, o forse non voglio ricordarlo. Sta leggendo un brano che parla di scioperi, di raduni e cortei operai, di bandiere rosse, di garofani rossi all’occhiello, intona in maniera approssimativa “il sol dell’avvenire…”. Insomma, ci siamo capiti, il tipo è quello giusto, da palco sindacale o da Festa dell’Unità d’altri tempi.

Finito il suo intervento (per fortuna era quasi alla fine, quindi ho “goduto” pochissimo del suo elogio delle bandiere rosse), un ragazzotto con microfono scende  giù dal palco, si avvicina alle transenne e chiede ad una ragazza del pubblico di presentare il prossimo personaggio sul palco. E la ragazza, che deve solo dire il nome del complesso che si esibirà, leggendo dalla cartella del presentatore, annuncia che ora saliranno sul palco “I Statuto“. Deve solo dire il nome di un complesso e riesce anche a sbagliare l’articolo; “I Statuto“, invece che “Gli…”.

Andiamo bene, questa è la nuova generazione, quella che si sta formando in una scuola che vorrebbe abolire lo studio di filosofia e storia dell’arte e dove anche lo studio dell’italiano forse è facoltativo, ma dove professori molto progressisti e dalla mente aperta, leggono in classe, ai ragazzi del ginnasio,  i libri porno della Mazzucco (Brano su sesso gay a scuola), dove si parla di rapporti gay e si descrive dettagliatamente un rapporto orale (vedi “Che libertà è leggere in classe un libro porno?“) . Questa è oggi la scuola pubblica, dove in un liceo di Modena  si può assistere ad interessantissime “lezioni“, tenute dalla “professoressaVladimir Luxuria (Luxuria al liceo di Modena),  sulle delizie del sesso creativo, della diversità di genere e sulla bellezza dell’essere trans. Tutte cose, com’è evidente, fondamentali per garantire una crescita equilibrata dei ragazzi, nonché di grande utilità pratica per poi inserirsi bene nella società e nel mondo del lavoro e per accrescere la propria cul-tura. Altro che letteratura, latino e filosofia. Questa è la scuola oggi; sanno tutto sugli amori gay, sui trans, sulla fellatio, ma poi dicono “I Statuto“.

Comincia l’esibizione di questo gruppo musicale. Il cantante, il classico tipo fighetto di periferia (forse con qualche problema nella scelta dell’abbigliamento giusto per l’occasione) veste un elegante abito scuro, i pantaloni con la piega perfetta, giacca abbottonata, pochette bianca nel taschino, camicia bianca aperta su un  foulard colorato annodato intorno al collo e polsini con gemelli. Al polso destro diversi braccialetti, forse d’oro o d’argento, e anellone con grossa pietra al dito (era il mignolo?) della mano destra, in perfetto stile “Boss” di Chicago anni ’30. Gli manca solo un classico Borsalino in testa e sarebbe pronto per interpretare un personaggio nella riedizione del film  “La banda dei marsigliesi“. Insomma, il classico abbigliamento da classe operaia in corteo sindacale. No? Forse ha scambiato il palco del 1° maggio per un piano bar gestito dalla mafia. Succede.

Canta, a piena voce e con grande convinzione, “In fabbrica non ci voglio andare…in fabbrica non ci voglio andare…”.  Il titolo della canzone è “La fabbrica“, come chiarisce alla fine, ringraziando chi gliel’ha regalata (ma non ho capito chi sia il generoso elargitore di canzoni).  Che gliel’abbiano regalata è comprensibile, vista la qualità del pezzo che definire scadente sarebbe già un complimento. Ormai anche la musica è taroccata; sembrano canzoni, invece sono cagate. Ma siccome le fanno così da decenni, nessuno ci fa più caso. Forse esiste un algoritmo per crearle a casa. Forse esiste anche un’app per creare canzoni. Scarichi l’app e crei la tua canzone del giorno, secondo le preferenze e la disposizione d’animo.  Oggi ti fai “La fabbrica“, domani ti crei “La miniera“, poi “La movida di Pompu” e il giorno dopo, con grande sforzo creativo, t’inventi “Il cesso“, canzone per favorire il rilassamento. Ormai da decenni cantano tutti la stessa canzone, perfino le voci si somigliano. Le fanno in serie, con lo stampo. E le vendono a chili in offerta speciale o promozione “Tre per due” (ma c’è anche chi le regala). Si trovano nei mercatini rionali, in confezioni da dieci, cento, da un chilo, un quintale…canzoni per tutti i gusti e le occasioni. Ma bisogna stare attenti perché ormai anche le canzoni sono taroccate; sembrano cagate nazionali, invece sono cagate di provenienza cinese (le riconosci per il caratteristico colore giallo).  Forse questa “La fabbrica” l’hanno presa a Porta Portese, un’occasione, tutto per 5 euro: un set di calzini bianchi, due accendini, un parasole per l’auto, una confezione di fazzolettini ed una canzone in omaggio.

In fabbrica non ci voglio andare…”, continua a ripetere. E chi lo obbliga? Potrebbe andare in campagna, a cogliere viole mammole. Potrebbe coltivare patate, rape e ortaggi vari.  Se coltivare la terra è troppo pesante, potrebbe coltivare un hobby, è un’occupazione più leggera. Che so, darsi alla filatelia, all’ornitologia o  darsi all’ippica (oggi l’ippoterapia va di moda). Potrebbe andare a farfalle, a funghi, a more, a corbezzoli. Potrebbe andare in paesi lontani alla ricerca del Santo Gral o dell’Arca perduta. Ecco, questa sarebbe un’ottima soluzione; andare a quel paese…e restarci. Tanto ci va un sacco di gente, si sta in buona compagnia e ci si diverte un sacco (nei giorni di festa anche due sacchi).

Dopo questa esibizione ho cambiato canale. Pochi minuti di Concertone bastano e avanzano. Solita rassegna della più scontata retorica sindacale che è ancora ferma all’ottocento, alla lotta di classe, all’odio verso il padrone sfruttatore e che continua a sognare rivoluzioni e lotta operaia. Ci manca solo che su quel palco cantino “Sciur padrun dali beli braghi bianchi…”. E non è detto che non l’abbiano cantata davvero.

A parte altre considerazioni sul Concertone organizzato ogni anno dai sindacati e sulla strumentalizzazione politica della festa, cosa che ci porterebbe molto lontano, quando ho sentito il “fighetto” stile apprendista boss cantare a squarciagola “In fabbrica non ci voglio andare…” mi è venuto spontaneo pensare ad un’altra manifestazione sindacale, quella che sempre ieri si è svolta a Pordenone, con la presenza dei leader nazionali di CGIL, CISL e UIL, in segno di sostegno alla lotta dei dipendenti della Elettrolux che rischiano di perdere il lavoro per la chiusura della fabbrica. Loro vorrebbero andarci in fabbrica, ma rischiano di non entrarci più. Ho pensato anche  agli operai dell’acciaieria di Piombino che, sempre a causa della minacciata chiusura degli impianti, rischiano di restare senza lavoro. Penso anche ai minatori del Sulcis, ormai senza speranza di trovare una soluzione che garantisca il lavoro. Penso alle migliaia di lavoratori che, negli ultimi anni di crisi, hanno perso il lavoro a causa della chiusura delle fabbriche, per fallimento o per  delocalizzazione degli impianti di produzione. Penso a centinaia di imprenditori che si sono suicidati per l’impossibilità di mandare avanti l’azienda. Penso che oggi gli italiani abbiano un solo obiettivo; riaprire le fabbriche, rilanciare l’economia e garantire il posto di lavoro.  Hanno capito che la sorte dei dipendenti è strettamente legata alla sorte della fabbrica e degli imprenditori. Sono sulla stessa barca. Se fallisce l’imprenditore, chiude la fabbrica e gli operai restano senza lavoro. La “fabbrica” per loro è la vita.

E questo fighetto, sul palco di San Giovanni, per la festa dei lavoratori, nel momento di crisi profonda di tutta l’economia italiana, quando si tenta in tutti i modi di evitare la chiusura delle fabbriche, se ne esce, tomo tomo e cacchio cacchio, a cantare…”In fabbrica non ci voglio andare…“. E’ un vero e proprio insulto, un affronto, uno schiaffo a   migliaia di lavoratori che, a causa della chiusura delle fabbriche, sono senza lavoro. Se questi lavoratori fossero sotto il palco, avrebbero cantato “In fabbrica non ci voglio andare…”? No, molto più probabilmente, gli avrebbero lanciato addosso  quello che si trovavano a portata di mano, pietre, mazze, bastoni e transenne. Per sua fortuna, però, sotto quel palco, non c’erano lavoratori, operai, classe operaia; c’erano ragazzotti che forse campano con la paghetta settimanale del papà che, forse, “lavora in fabbrica” e proprio oggi sta rischiando di perdere il lavoro perché la sua fabbrica chiude. E quella fabbrica dà lavoro, stipendio e consente di vivere a lui ed ai figli che forse stanno lì, sotto il palco, che ascoltano e applaudono il fighetto che non vuole andare in fabbrica.

Ecco perché quella manifestazione è falsa, come le canzoni “regalate”, come  le cianfrusaglie cinesi taroccate. Ecco perché chi sale su quel palco e si riempie la bocca di paroloni e di accenti rivoluzionari, il più delle volte, non ha la più pallida idea di cosa sia il lavoro vero. Ecco perché il fighetto che canta canzoni che qualcuno gli ha regalato per l’occasione e che ha paura di andare a lavorare in fabbrica, su quel palco sta insultando pesantemente  i lavoratori veri. Dovrebbe scendere da quel palco ed andare in un altro posto più consono al suo abbigliamento; dovrebbe andare affanc…a quel paese. E restarci.