Funerali di Stato

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro “L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show

Orrore siberiano e dintorni (2015)

Morti di giornata

Leggendo le notizie del giorno si ha l’impressione che gli operatori dei media abbiano cambiato alcune parole del Padre Nostro, così: “Dacci oggi il nostro morto quotidiano…”, da sbattere in prima pagina. Meglio se morto ammazzato. Sembra un bollettino di guerra. Tutti i drammi familiari, gli omicidi, suicidi, violenze di ogni genere finiscono inevitabilmente in prima pagina. E quando non ci sono “morti nostri” locali, si vanno a scovare i “mortac…i morti loro” all’estero. L’importante è che ogni santo giorno i lettori abbiano la loro bella “dose” di morti ammazzati. Tanto che i lettori, ormai assuefatti, se non hanno il morto fresco di giornata, vanno in crisi di astinenza. Ecco perché i pusher mediatici si danno tanto da fare per fargli avere la “dose quotidiana“.

Ieri, per esempio, visto che i “morti nostri” erano pochi (ma c’erano comunque), sono andati a scovarli perfino in India (India, genitori le proibiscono Facebook e lei si impicca) e in PoloniaRagazzina si impicca in camera da letto“).  Tempo fa un’altra importantissima news ci informava che un indigeno in Papua nuova Guinea aveva ucciso e mangiato la figlia. Bisognerebbe chiedersi quale importanza ed utilità pratica abbia per la classica casalinga di Voghera o per un pensionato di Pompu sapere che in India (in su corr’e sa furca) una ragazzina si è suicidata, o che in Nuova Guinea (sempre in su corr’e sa furca) un pazzo cannibale mangia la figlia.  Qualcuno delle menti eccelse dell’informazione se lo chiede? Oggi, invece, ecco, sempre in prima pagina, altre edificanti notiziole…

ANSA

Corriere della sera on line

Eh sì, anche noi pratichiamo una sorta di cannibalismo virtuale e siamo così ansiosi di carne umana poco cotta, al sangue,  da occuparci perfino dei “morti loro“. Così noi abbiamo la nostra “dose” ed i pusher si guadagnano la pagnotta, perché anche loro “tengono famiglia“.

Nel post precedente “TG, edizione speciale” mi chiedevo (me lo chiedo da anni) perché mai dovrei essere interessato a certe notizie inutili, insignificanti e senza alcun interesse reale, che riempiono quotidianamente telegiornali, stampa, internet. Perché mai gli addetti ai lavori ritengano che la gente abbia la necessità di essere informata delle gossipate giornaliere o della spazzatura che scambiano per informazione. Perché?

La gente dovrebbe chiederselo ogni tanto. Specialmente quando si tratta di notizie di drammi e tragedie in cui ci siano dei morti. Che senso ha propinarci ogni giorno la dose di morti e violenze? Ci migliora? Ci facilita l’esistenza? Ci aiuta a risolvere qualche problema? No, anzi, credo che l’effetto sia del tutto negativo. Siamo sicuri che questa continua esposizione della violenza in tutte le forme e tutte le salse, dalla stampa al cinema, dalla televisione alla rete, non abbia effetti negativi sulla società? Siamo davvero sicuri che l’eccessiva esposizione mediatica di fatti delittuosi e tragedie familiari non possa scatenare, in individui con un precario equilibrio psichico, una sorta di emulazione e, quindi, stimolare reazioni violente e comportamenti criminali? Siamo sicuri che la violenza in TV (film e fiction sono prevalentemente di genere poliziesco, con  fucili, pistole e coltelli sempre in primo piano e l’immancabile cadavere in bella esposizione) non condizioni le menti più deboli e non crei effetto emulazione?

Ho seri dubbi che questa scorpacciata di violenza non abbia conseguenze. Anzi, a lungo andare, come succede con le droghe, l’assunzione quotidiana di dosi crescenti di violenza, genera assuefazione e dipendenza che genera, a sua volta, l’accettazione della violenza come componente “normale” dell’esistenza.  Il che significa che anche per “futili motivi” (come li definiscono i media ed i comunicati di polizia) invece che limitarsi ad un normale scambio di pareri, una vivace discussione, qualche insulto assortito o  al massimo una vecchia e sana scazzottata, si prende una pistola e si spara. Semplicemente perché lo si vede fare in televisione tutti i santi giorni.

Siamo davvero sicuri che la continua esposizione alla violenza non sia una delle cause del dilagare di fatti delittuosi, di tragedie familiari e di pericoloso accrescimento del grado di aggressività della gente? Ma dobbiamo esserne proprio sicuri al 100%. Perché se così non è e c’è anche una piccola probabilità che, invece, la violenza mediatica possa scatenare a sua volta reazioni violente, allora gli addetti ai lavori dovrebbero essere considerati responsabili morali dei morti quotidiani e indagati per “istigazione alla violenza“.

Popper: TV e violenza (24 luglio 2011)

La luna nel pozzo (7 ottobre 2010)

Il Papa ha ragione (9 dicembre 2009)

Cara sorellina ti ammazzo…per gioco (20 dicembre 2007)

Quando i bambini fanno “Ahi…” (1 dicembre 2005)

Follie di giornata (20 agosto 2004)

Notizie inutili (5 ottobre 2003)

Morti bianche e quasi morti

La settimana scorsa il Censis ha reso note le statistiche sugli incidenti sul lavoro, in strada e i dati sulla criminalità. A questo argomento, in data 5 agosto,  ho dedicato un post "Il Censis dà i numeri", nel quale facevo notare l’anomalia dei dati forniti, in quanto fra gli incidenti mortali sul lavoro figuravano, come specificato nella stessa relazione del Censis, anche i morti in incidenti stradali avvenuti durante il tragitto casa/lavoro/casa. Questa anomalia è dovuta semplicemente al fatto che i lavoratori sono tutelati dall’assicurazione infortunistica, a  carico dell’INAIL, anche durante il tragitto. E su questo non c’è da polemizzare. Quando, però, si tratta di fornire dati sugli effettivi incidenti occorsi sul posto di lavoro, sarebbe cosa opportuna e logica che si prendano in considerazione solo gli incidenti sul luogo di lavoro e che, invece, gli incidenti su strada vengano conteggiati separatamente. Sarebbe del tutto normale, logico e regolare. Invece, caso unico in Europa, in Italia anche gli incidenti stradali vengono conteggati come morti sul lavoro. Ciò va detto senza voler minimamente sminuire la gravità del problema e la necessità che si faccia tutto il possibile per migliorare le condizioni di lavoro e renderlo più sicuro.

Continua a leggere “Morti bianche e quasi morti”

Decreti, decretoni e decretini…

Dopo i recenti casi di incidenti sul lavoro, che hanno causato 6 morti, il Presidente Napolitano ha invitato il Parlamento ed il Governo ad approvare un decreto che garantisca maggiore sicurezza sui posti di lavoro ed impedisca il verificarsi di quelle che vengono chiamate “morti bianche”. E’ una soluzione geniale. Strano che nessuno ci avesse pensato prima. Basta approvare una legge che vieti gli incidenti. Così, per legge, saranno vietate le morti bianche; saranno consentite solo le morti a colori, meglio se “arcobaleno” che oggi va tanto di moda.

Continua a leggere “Decreti, decretoni e decretini…”

Da morti si migliora…


Un commento critico, ma garbato, al mio precedente post mi fa venire in mente la solita vecchia domanda: " Perché abbiamo tanto rispetto per i morti e tanto poco per i vivi?". E’ strano, eppure da vivi difficilmente le persone trovano l’apprezzamento che meriterebbero. Spesso sono ostacolati, isolati, emarginati, disprezzati. Ma appena sono morti, allora si sprecano le lodi, l’ammirazione ed i riconoscimenti. Ma ai morti non interessa più. Non sarebbe meglio apprezzarli da vivi piuttosto che celebrarli da morti?
Riferimenti: ( Torre di Babele)

I morti in pace sono meno “morti” dei morti in guerra…

Sembra un’assurdità, ma è vero. Ci sono parole il cui significato rimanda, quasi immediatamente, ad altre parole: sono come parole che si cercano, che vogliono stare insieme, formano una specie di binomio inscindibile. Una di queste parole, ormai fin troppo ricorrente nei nostri discorsi quotidiani, è la parola "guerra". Non si può pronunciare la parola guerra senza che, nella nostra mente, scatti immediatamente, per associazione, l’immagine di distruzione e morte. Guerra/Morte: ecco un binomio inscindibile. …SoldatiSi sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Così si esprimeva, in una delle sue poesie più conosciute, Giuseppe Ungaretti, per descrivere la condizione dei soldati al fronte durante la prima guerra mondiale. Come foglie che da un momento all’altro cadono a terra, morte. Guerra e morte. E chiunque si trovi in un territorio funestato dalla guerra, a qualunque titolo, sa bene che la cosa più probabile è andare incontro al rischio di morte. Lo sanno bene i soldati in primo luogo, ma lo sanno bene anche tutti coloro che, pur non essendo obbligati a combattere o a stare in zona di guerra, vi si recano per diversi motivi, compresi i giornalisti e gli operatori di pace, sia che facciano parte della Croce rossa o di altre associazioni umanitarie. La cosa più probabile è che tutte queste persone, trovandosi in zona di guerra, mettano a rischio la propria vita. E molto spesso succede ciò che, appunto, è molto probabile; succede che qualcuno muoia. E la cosa più scontata che succeda in guerra è che qualcuno muoia. Allora, perchè meravigliarsi che ciò accada? Perchè stupirsi e sdegnarsi se qualcuno, ben cosciente dei rischi che corre, deliberatamente e spontaneamente, si reca in zona di guerra? Perchè tanto scalpore sui mezzi d’informazione? Perchè proteste, cortei, manifestazioni di protesta a Montecitorio? E’ successo esattamente ciò che era molto probabile. Niente di tanto strano e straordinario. E’ solo una conseguenza del binomio guerra/morte. E queste considerazioni non hanno nulla a che fare con la giusta pietà dovuta ai morti. Ma ciò che ha sconvolto l’opinione pubblica, nel caso di Baldoni, non è tanto la morte di una persona, ma la ferocia ed il completo disprezzo per la vita umana dimostrato dagli assassini del giornalista italiano. Ma, se è vero che la morte diventa un fatto "quasi normale" in guerra, è anche vero che non lo è, o non dovrebbe esserlo, in pace. Allora viene quasi spontaneo pensare che anche nel teritorio nazionale, non coinvolto direttamente in azioni belliche, avvengono quasi quotidianamente fatti delittuosi di ferocia non inferiore a quelli perpetrati in zona di guerra. E di solito vengono liquidati con brevi notizie in cronaca. Ma un conto è morire in guerra, altro è morire in pace. Le persone barbaramente uccise mentre svolgono tranquillamente il loro lavoro o sono a casa, pensando di essere al sicuro, non dovrebbero forse destare più scalpore e sdegno delle persone morte in guerra? E perchè, invece, il tutto viene presto liquidato come notizie di cronaca nera, dimenticate nel giro di qualche giorno? Perchè la stampa non dedica ai morti della pace lo stesso spazio e lo stesso coinvolgimento dei morti di guerra? Perchè non si organizzano cortei o manifestazioni sotto Montecitorio per denunciare queste morti di pace? Perché non se ne discute in Parlamento? Perché un morto in guerra fa tanto clamore ed un morto in pace passa quasi inosservato? Perché ci preoccupiamo tanto di una guerra che è lontanissima dalle nostre case e non ci preoccupiamo di una guerra quotidiana che abbiamo "in casa"? Perché?
Riferimenti: ( Torre di Babele )

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio…

Spesso si contesta un giudizio affermando che coloro che giudicano usano due pesi e due misure. Quasi quasi ci sarebbe da auspicare davvero un mondo in cui si abbiano due pesi e due misure, ma che almeno siano certi e si sappia esattamente come, quando e perché vengono applicati e chi sarà il giudice e quale peso userà. Meglio due che dieci, cento, mille, tanti pesi e misure quanti sono gli eventi e le persone da giudicare. Ho lamentato anche di recente l’abitudine di classificare ed inquadrare le persone, anche quando non sono o non dovrebbero essere classificabili. E leggo in un blog una notizia che conferma questa affermazione. Sembra che l’Unità riporti un articolo di Nando Dalla Chiesa intitolato " Quando il morto è di sinistra". Bene, e così ora anche i morti cominceremo a classificarli come morti di destra, di sinistra, di centro, con tutte le possibili sfumature di collocazione politica. Ed è ovvio che, avendo una precisa colorazione politica, anche i morti verranno trattati alla stessa stregua di tutti gli altri avvenimenti politici. E, secondo l’importanza del morto, all’interno del proprio schieramento, avremo morti di prima, morti di seconda e morti di scarto. E, tendendo presente tale classificazione, i media gli dedicheranno il giusto spazio proporzionale all’importanza del morto. Ci saranno morti da trafiletto in cronaca, quelli da due colonne e quelli da prima pagina. Se, a seguito di uno dei tanti scioperi, morisse Pannella, come sarebbe classificato? Morto…di fame? Oh tempora, oh Mores, oh Ittiri, oh Austis, o Bonarcado, oh Tresnuraghes, oh Trescozones, oh…du’ palle!
Riferimenti: ( Torre di Babele )