La leggenda del Piave

Il Piave mormorò: non passa lo straniero.” E’ il verso più noto della canzone “La leggenda del Piave”, una celebre composizione di E.A.Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, autore delle parole e della musica. (Testo della canzone e note biografiche)
Un ministro del tempo disse: “La Leggenda del Piave giovò alla riscossa nazionale molto più di un generale, e valse a dare nuovo coraggio ai soldati, quanto mai demoralizzati per la ritirata di Caporetto”.
Questa canzone fu talmente amata, anche nei decenni successivi alla grande guerra, che “rischiò” di diventare l’inno nazionale. L’idea fu di De Gasperi, quando l’inno di Mameli era stato adottato come inno provvisorio (e provvisorio è rimasto per 60 anni, solo di recente è stato ufficializzato), il quale propose al compositore di scrivere un inno della Democrazia cristiana, garantendo, in cambio, che avrebbe proposto di adottare “La leggenda del Piave” quale inno nazionale. Ma il nostro autore, poco disponibile a compromessi e scambi di favori, rispose che lui scriveva solo con il cuore e non su commissione. E non se ne fece niente.

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Mi sembra un doveroso atto di omaggio ricordare oggi questa suggestiva canzone ed il suo autore, uno dei più prolifici della storia della musica popolare italiana. Ma vuole essere anche un omaggio alla memoria di tutti i caduti della Grande guerra (furono 600.000). Potrebbe sembrare retorico, ma ogni tanto non guasta ricordare che c’è stato un tempo in cui i ragazzi non inseguivano falsi miti e il facile successo, non c’erano reality e talent show, non c’erano imbonitori televisivi. Allora li chiamarono “I ragazzi del ‘99” ed oggi vengono ricordati giusto da qualche indicazione toponomastica. Ma loro, niente più che “ragazzi” andarono al fronte e molti di essi ci lasciarono la vita. In quegli altopiani carsici combatterono i nostri nonni e molti non tornarono più a casa. Alla loro memoria è dedicata questa canzone: “La leggenda del Piave – Giovanni Martinelli 1918)

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La meglio gioventù

I “Ragazzi del ’99” erano quelli nati nel 1899; appena compiuti i 18 anni in piena Grande guerra, ricevettero la cartolina precetto, abbandonarono casa, famiglia, lavoro, amori, amicizie, vestirono una divisa, imbracciarono un fucile, andarono al fronte e contribuirono in maniera determinante alla vittoria dell’Italia nella Grande guerra del 1915/’18.

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Ne furono reclutati circa 250.000 a partire dai primi mesi del ’17, ma solo a novembre, dopo la terribile disfatta di Caporetto e dopo un breve addestramento, vennero mandati al fronte e furono artefici decisivi della riscossa italiana. Prima fermarono l’esercito austriaco sulla linea del Piave, poi furono protagonisti dell’avanzata fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Il loro motto divenne quello scritto su un muro di una casa distrutta dai bombardamenti a Sant’Andrea di Barbarana: “Tutti eroi. O il Piave o tutti accoppati.”. Un motto che richiama lo spirito degli avi: “Dulce et decorum est pro patria mori“, diceva Orazio. Così li descrisse il generale Diaz: “Li ho visti i ragazzi del ’99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora.”.

Uomini di ieri e di oggi a confronto.

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Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Piave e del Tevere. Sono cambiati i tempi, il mondo, la società, usi e costumi, morale, valori, ideali. Oggi i pronipoti di quei ragazzi del ’99 non solo non combattono al fronte e non pensano che sia dolce morire per la patria, ma non fanno più nemmeno il servizio di leva. Infatuati di multiculturalismo e società multietnica, rimbecilliti da alcol, droghe, discoteche, social network e TV demenziale, forse non sanno più nemmeno cosa sia la patria. Di ragazzi come quelli del ’99 non se ne fanno più, hanno perso lo stampo. O forse, visto come vengono (più che uomini sembrano androidi unisex) si vergognano di farli.

Uomini di oggi (Milano, moda uomo 2017)

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Milano Moda uomo 2016

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No comment.

 

Monaci, abiti, santi e tifosi

L’abito non fa il monaco“, si usa dire. Ma è possibile che un monaco faccia abiti, se è un frate sarto. Mentre un sarto può fare abiti, ma non può fare monaci. Monaci, invece, non fa sarti, né abiti, né frati, fa solo guide che, se sono guide alpine vi aiutano nelle scalate (e anche nelle discese), se sono guide turistiche vi illustrano i monumenti, se sono guide spirituali dispensano saggi consigli che tengono, appunto,  in dispensa; al fresco si conservano meglio.

Il monaco del Tibet

Questo a lato è il Dalai Lama, capo spirituale dei buddhisti tibetani; un monaco famosissimo che veste abiti fatti da uno stilista con poca fantasia. Infatti sono sempre giallorossi, come i colori dei tifosi romanisti. Ma non è detto che il Dalai Lama sia romanista, né che i romanisti siano monaci tibetani. Il che dimostra, appunto, che l’abito non fa il monaco. In ogni caso, quelli che vogliono togliere il crocifisso o vietare presepi e canti di Natale per non turbare la sensibilità di musulmani e non credenti, dovrebbero dire al Dalai Lama di cambiare abbigliamento per non urtare la sensibilità dei tifosi laziali.

La santa monaca di Calcutta

Per fortuna a rimediare c’è un’altra monaca altrettanto famosa, Madre Teresa di Calcutta che, forse per compensare lo sfacciato tifo romanista del Dalai Lama, indossa sempre un abito biancoceleste, colore ufficiale dei tifosi della Lazio. E così siamo pari. In verità, non proprio pari, perché c’è un’altra monaca, magari meno famosa, accesa tifosa laziale, Suor Paola. Molti anni fa appariva spesso in televisione nei programmi di calcio, anche come opinionista e addirittura commentatrice dallo stadio, proprio come tifosa laziale. Ma l’apparente eccesso di tifoseria laziale nella Chiesa è bilanciato dallo stesso Vaticano che adotta una bandiera che accontenta tutti: il bianco della Lazio ed il giallo della Roma. Così siamo tutti tranquilli e non c’è partigianeria o favoritismo per nessuno.

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La Santa…nchè della Scala

Questa, invece, non è monaca, non è santa e non è tifosa. In questo caso, quindi, l’abito non fa il monaco, ma fa… fa proprio schifo.  Molto meglio lo stilista del Dalai Lama e di Madre Teresa; magari poco estrosi, ma più seri. E’ Daniela Santanché alla Prima della Scala. Credo che una persona normale avrebbe qualche difficoltà a mostrarsi in pubblico conciata in quella maniera. E pure un uomo normale avrebbe difficoltà a mostrarsi in compagnia di una donna così agghindata. Bisogna concludere che la normalità non sia di casa alla Scala e non sia di casa nemmeno a casa Santanchè. Chi poi inventa certi abiti, che sono un vero insulto al senso estetico ed al buon gusto, dovrebbe essere condannato alla gogna nella pubblica piazza; se nella Piazza della Scala fa troppo freddo, va bene anche nella vicina Galleria. Visto però che da tempo sulle passerelle di moda si vedono cose orrende, più che sfilate di alta moda sembrano una rassegna di costumi di Carnevale, sospetto che esista qualche norma poco conosciuta del codice penale che riconosca una sorta di impunità a certi stilisti. Altrimenti non si permetterebbero certi obbrobri. La vera eleganza, diceva qualcuno, passa inosservata. Infatti Daniela non l’ha notata nessuno. Come dire che l’eleganza e la Santanché non si frequentano proprio, nemmeno per sbaglio. Si frequentano, invece, Santanché e Sallusti. Povero Sallusti, con quell’aria rassegnata, sembra capitato lì per sbaglio o per penitenza. Siamo in tempi di Giubileo, di misericordia e di perdono. C’è chi, per farsi perdonare i peccati, attraversa la Porta Santa e chi per penitenza si accompagna alla Santanchè in verde. Vai, vai Sallusti, hai il paradiso assicurato.

 

Titoli e leccate

Nuovo scandalo del San Raffaele di Milano. Lo riferisce oggi l’ANSA “Truffa da 28 milioni di euro: 9 indagati“. Ecco l’elenco: “Tra i nove indagati per truffa aggravata e falso figurano Mario Valsecchi, amministratore della struttura fino al 2012 (ha già patteggiato 3 anni fa in seguito all’indagine per bancarotta, nata dopo il suicidio del vicepresidente Mario Cal), Nicola Bedin, attuale amministratore e Roberts Mazzuconi, storico direttore sanitario. Poi ancora: Ottavio Alfieri, direttore dell’unità operativa di Cardiochirurgia, Piero Zannini, primario di Chirurgia Toracica, Roberto Chiesa, primario di Chirurgia Vascolare, Patrizio Rigatti, ex primario di Urologia, Francesco Montorsi, attuale direttore dell’unità operativa di Urologia e direttore scientifico, e Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione e da un paio di decenni ‘angelo custode’ dell’ex premier.”.  Tutti i nove indagati vengono citati solo per nome ed incarico. Solo uno fra i nove, Zangrillo, riceve un’attenzione particolare e con “sottilissima ironia” viene definito come “angelo custode dell’ex premier“.  Ed ecco il titolo dell’ANSA.

Oplà. fatto, ecco come si cucina la notizia e si inventa un titolo che travisa la notizia. Gli indagati sono 9, ma nel titolo compare solo il “medico di Berlusconi“. Come se fosse l’unico indagato per la truffa e fosse l’unico responsabile delle irregolarità nei rimborsi. Ma l’importante è tirare in ballo Berlusconi ed accostarlo ad uno scandalo, anche quando non c’entra nulla; è la strategia mediatica che stanno usando da 20 anni. Ancora un esempio di come la stampa manipola le notizie e l’informazione. Ma guai a sollevare dubbi sulla serietà, l’indipendenza e l’imparzialità della stampa. Sono intoccabili. Sono come le puttane che fanno le puttane, ma se le chiami puttane si offendono e ti prendono a borsettate in testa. Ecco, così sono gli integerrimi paladini dell’informazione. Ne parlavo anche pochi giorni fa in due post, “Stampa casual” e “Renzi, il premier con le mani in tasca“. Chissà che a furia di mostrare questi chiarissimi esempi di “serietà” dell’informazione, qualcuno non cominci ad aprire gli occhi.

In compenso oggi sul Corrierone nazionale ci sono due articoloni in prima pagina dedicati alla visita di Michelle Obama a Milano. Già da alcuni giorni, per annunciare l’arrivo e preparare l’opinione pubblica al grande evento,  Michelle aveva il suo spazio in prima pagina (in verità la Obama family è sempre in prima pagina, qualunque cosa facciano o non facciano): o parlano di Barack, o parlano di Michelle, o parlano delle figlie e perfino di Bo “The first dog” della Casa Bianca.   Ed ogni volta le nostre “grandi firme” si esercitano nell’arte tutta italica del leccaculismo; in questo siamo maestri. La stampa di casa nostra ha sempre uno sguardo benevolo  nei confronti dei presidenti USA (ma solo quando sono democratici  e specie se sono neri); tutto ciò che fa è visto con una luce positiva e presentata in maniera entusiastica. Un esempio fra tanti: “Obama incanta il Corriere“. Si decanta la bellezza, l’eleganza di Michelle, il fatto che sia amatissima dagli americani, il suo impegno per la campagna salutista, la sua abilità nel coltivare il giardino della casa Bianca, le sue doti atletiche. Insomma le lodi si sprecano. E come se non bastasse tanto entusiasmo per la mamma “Michelle fa scalo a Londra“, c’è spazio anche per un box riservato alle figlie. Ecco come ancora sul Corriere, stamattina, si parla delle piccole Obama: “Tutti pazzi per quei vestitini di Malia e Sasha“.

Quei “minidress che stregano il web” ed i “look bon ton che fanno tendenza“. Immagino schiere di milioni di internauti, uomini e donne (tanto ormai è lo stesso), che alla vista delle due sorelline Obama, sono improvvisamente “tutti pazzi“, tutti “stregati“, tutte le ragazzine in fila per accaparrarsi ed indossare quei “minidress” rossi e acquamarina che “fanno tanto tendenza e bon ton“. E se pensate di non essere pazzi e stregati dovreste preoccuparvi per il fatto che siete inconsapevoli di esserlo; perché se il Corriere dice che siete pazzi vuol dire che lo siete. Mica vorrete mettere in dubbio le affermazioni dell’autorevolissimo quotidiano nazionale?  Non vale la pena di ironizzare o ripetere ciò che dico da anni. Poverini, bisogna capirli, anche questi giornalisti devono campare, portare la pagnotta a casa, tengono famiglia. E’ la stampa, bellezza.

Qui una serie di post sulla “Obama family; compreso il cane“.

Vedi

La frangetta di Michelle e altre amenità

La patata di Michelle

Il cetriolo di Michelle

Corriere e la gaffe di Romney

Un cane alla Casa Bianca

Dieta Obama, cozze e caviale

Obama fan club

De gustibus

I gusti sono gusti…anche quelli barbari (aggiunge qualcuno). Persi tutti i riferimenti classici di carattere estetico, oggi, in tempi di pensiero debole e relativismo dilagante, l’unico criterio valido è che non esistono criteri. Ognuno ha la propria visione della realtà, la considera come unica verità universale e, come concludeva, con grande sforzo mentale,  una conduttrice TV anni fa …”è bello ciò che piace”.  (Vedi “Non è bello ciò che è bello, ma…”).  

Questo stravolgimento dei canoni estetici e l’acquisizione del gusto personale come unico criterio valido ed accettabile è la perfetta applicazione moderna (riveduta, corretta e stravolta) del vecchio motto di Protagora: “L’uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“. Chiaro?

Oggi questo concetto si applica anche ai gusti in fatto di donne. Una volta era scontato che agli uomini piacessero le donne e viceversa. Ora non più. Ogni giorno si scoprono  nuove varianti sul tema dei gusti sessuali ed i generi si intrecciano secondo le combinazioni più fantasiose che nemmeno il Kamasutra aveva immaginato. Ma non entriamo nel merito, argomento scabroso. Oggi mi ha fatto sorridere, invece, questa notizia in prima pagina sul Giornale “Vorrei vestire Miley Cyrus“.

La prima osservazione è che questo articolo è, con grande evidenza, il pezzo d’apertura in testa alla sezione “Cultura“.  Come dire che anche il concetto di cultura oggi è aleatorio; ognuno la cucina come vuole, secondo i propri gusti e la convenienza. Così sotto la voce “cultura” passa di tutto; cantanti pop, stilisti,  Jovanotti, sfilate di moda, nudi “artistici” da copertina, lookmaker, megastore alimentari (uno a caso “Eataly di Farinetti“. Vedi “L’asparago col trucco” e “Cena a Istanbul“), cuochi, giardinieri, Luxuria, Platinette e Marta sui tubi. La seconda considerazione è che una volta i maschietti, riferendosi ad una bella donna, pensavano che avrebbero voluto “spogliarla“.  Oggi, mutatis mutandis, molti preferiscono vestirla; abitudine particolarmente diffusa nel mondo della moda. Ecco, leggere che Scognamiglio vorrebbe vestire Miley Cyrus, mi ha fatto sorridere perché mi è venuta in mente una mia vecchia battuta: “Certi stilisti amano vestire le donne perché non amano spogliarle“.

A proposito di cultura, vedi “Cultura pop e asini saggi“.

Il pancione in passerella

Una volta c’era qualcosa che si chiamava pudore, dignità, buonsenso, buongusto, decenza, riservatezza. Poi tutto questo, per qualche strana ragione, è scomparso. Oggi si fa a gara a mostrare tutto ciò che prima faceva parte delle “intimità” e che si teneva riservato. Così succede che in occasione della settimana della moda a Milano, si veda sfilare in passerella tale Raffaella Fico la quale, indossando un due pezzi, esibisce con un grande sorriso il suo pancione.

La cosa curiosa di questa notizia, riportata su tutti i quotidiani, è che la trovate nella sezione “Cultura“. Ormai è questa la cultura; le tette e le chiappe regali di Kate, l’uccello del cognatino Harry che si fa fotografare nudo e tutti i culi in primo piano che ogni giorno imperversano sui media.  E’ il trionfo della Cul-tura.

E’ chiaro che se il pancione nudo della Fico è cultura significa che stiamo facendo un po’ di confusione. Un po’ confuso è, per esempio, il governatore pugliese Nichi Vendola il quale, nei giorni scorsi era in prima pagina (lui è sempre in prima pagina, insieme a Napolitano, Grillo e Balotelli), per una sua dichiarazione. Ha trovato la ricetta per superare la crisi economica? Ha risolto il problema dell’ILVA di Taranto? No, no, molto meno. Ha detto che vorrebbe sposarsi in chiesa con la benedizione del prete. Con chi? Ovvio, col suo amichetto canadese Eddy. Magari con fiori d’arancio e confetti agli invitati. Ed infine ha dichiarato: “Vorrei fare un figlio“. E con chi pensa di farlo, con Eddy? Confuso e ridicolo.

Ma non si può contestarlo perché vi accuserebbero subito di omofobia. Eppure, ancora nei giorni scorsi un’altra notizia ha creato forti polemiche nell’ambiente gay, lesbo, trans e assimilati. L’attore Rupert Everett, a quanto pare un’icona gay, ha dichiarato: “Non c’è niente di peggio che essere cresciuto da due papà“. E adesso come la mettiamo? Accuseranno il gay Everett di omofobia?

Il seno a rate

Segno dei tempi, che dovrebbero essere, a giudicare dai media, tempi di crisi, ristrettezze, di gente che non arriva a fine mese. Invece, udite udite, c’è gente che chiede un prestito in banca per farsi il ritocchino: “Indebitati per avere un seno nuovo“. Dicevo proprio due giorni fa, a proposito di una modella rifiutata perché ha 3 cm di troppo ai fianchi (Lato B fuori taglia), che ormai la gente è completamente rincoglionita. Confermo.

La notizia non è nuova, si sapeva da tempo. Ciò che lascia perplessi è che non sono solo le persone abbienti a permettersi il ritocchino, ma anche persone che non potrebbero concedersi questo tipo di spesa “voluttuaria”, il cui costo si aggira intorno ai 5000 euro, ma che la considerano “esigenza irrinunciabile“. Tuttavia, a causa della crisi, si registra un lieve calo di interventi a seno, naso, palpebre. Sono invece in crescita interventi più a buon mercato come le iniezioni di botox e di acido ialuronico per labbra e zigomi, che costano meno.

C’è gente che si indebita per farsi le iniezioni che permettono di avere quelle orribili labbra a canotto come la Marini, la Moric o la Gruber? Beh, che la gente sia rincoglionita non c’è dubbio, ma qui si esagera. Un consiglio: provate a farvi delle iniezioni di buon senso al cervello. Hai visto mai che funzioni…

seno rifatto

Lato B fuori taglia

La bellezza di una donna si può valutare in centimetri? Sembrerebbe di sì, leggendo questo articolo dell’ANSA: “La miss anti-anoressia; non sono taglia 44“. E’ una notizia che da circa una settimana è in evidenza su tutti i siti di informazione. Ancora oggi compare, appunto, nella Home dell’agenzia Ansa. Sono quelle gossipate che non leggo mai. Ma talvolta, a furia di ritrovarti il titolo sempre sotto gli occhi per giorni e giorni, finisci per chiederti cosa ci sia di così importante in quella notizia, clicchi e leggi. Ed ecco la grande notizia.

Sembra che una modella, Giulia Nicole Magro,  già classificatasi seconda al concorso Miss Italia, sia stata rifiutata da agenzie di moda, perché le misure dei fianchi sono di 3 cm, diconsi tre centimetri, fuori dalle misure consentite (92 cm, invece che 89); ha 3 cm in più di lato B, perché di questo si tratta. Quindi è “Fuori taglia“. Boh, sono quelle notizie che lasciano senza parole, increduli e sconcertati. Ma davvero le donne si misurano in centimetri? Ora, si potrebbe commentare con ironia, con eleganza, con una metafora, in tanti modi. Ma, per dirla tutta e senza giri di parole è la conferma che ormai la gente è completamente rincoglionita. Punto e a capo.

Ed ecco la modella “fuori taglia“…

modella Giulia Nicole Magro

Ragazzi, averne di fuori taglia come questa. Non solo ci stanno benissimo i 3 centimetri in più, ma, mi voglio rovinare, anche se fossero 5 centimetri facciamo uno sforzo e ci accontentiamo. Sto esagerando? Eh sì, lo so, sono un tipo molto esagerato…

Quanto valgono le tette?

Mi è venuto spontaneo pormi questa domanda vedendo un box in prima pagina sul Corriere.it: “Adriana ed il reggiseno da due milioni di dollari“.  Beh, non si può restare indifferenti davanti ad una notizia simile. Se avete una moglie, una fidanzata, un’amante, ci fate un pensierino. No? Sarebbe un bel regalo e la vostra donna lo gradirebbe molto, ne sono certo.

Adriana Lima reggiseno

In verità non è il massimo. Hanno fatto anche di meglio. Mi è venuto in mente di aver scritto, tempo fa, un post dedicato ad un’altra creazione simile, sempre indossata da Adriana Lima, e che costava otto miliardi di vecchie lire “Reggiseni e idiotmedia“. Ecco la bella Adriana ed il preziosissimo reggiseno…

Adriana Lina reggiseno diamanti

Ora, That’s the question. Solitamente ciò che serve da supporto ad un’opera, sia la cornice di un quadro, il piedistallo di una scultura o la base d’appoggio di un prezioso soprammobile, ha un suo valore, ma è irrisorio rispetto al valore dell’opera. Non succede mai che la cornice valga più del quadro, se non, forse, per certe “Croste” in esposizione alla fiera paesana della bruschetta, dove i pittori della domenica espongono le loro tele imbrattate, ma con belle cornici dorate che dovrebbero conferire alle croste una parvenza di opere di valore. Ma di solito non è così. Il supporto serve giusto da supporto ed il suo valore è minimo.

Alla luce di queste considerazioni, davanti a questo gioiello che funge, appunto, da supporto alle tette, viene spontaneo chiedersi: se solo il reggitette costa otto miliardi, ma quanto valgono le tette?

In questo mondo di ladri…

Questi giorni si stanno svolgendo a Milano le sfilate di moda dei nostri migliori stilisti. Non c’è TG che non ci mostri queste belle ragazzone che sfilano in passerella con il loro classico ed inconfondibile passo da gallinaceo. Quel modo di camminare, mettendo un piede davanti all’altro e leggermente spostato sull’esterno rispetto al piede che resta indietro è tipico di galline, oche, anatre. Tanto è vero che quel particolare modo di procedere conferisce ai simpatici animali da cortile una andatura leggermente ondeggiante. Ma le nostre modelle non ondeggiano. Dopo anni di scuola durissima riescono a camminare come le galline, ma a procedere dritte. A me sinceramente, a vederle, viene da ridere.

Mi viene da ridere anche a vedere cosa indossano. A prima vista direi che si tratta di una sfilata di costumi da carnevale. Ma poi ci informano che, invece, è la collezione autunno/inverno. Non sono costumi di carnevale, sono abiti che dovrebbero indossare delle persone normali, in pieno possesso delle facoltà mentali. Ed ogni volta mi chiedo chi avrà il coraggio di uscire di casa conciata in quel modo. In qualche caso è difficile anche capire se “indossano” qualcosa. Ormai sembra che le signore, per essere alla moda, debbano andare in giro nude. O, al massimo, indossando un qualche velo trasparente che lasci vedere benissimo giusto un mini reggiseno (quando c’è, ma spesso non c’è neanche quello) ed un perizoma. E lo chiamano abito da sera.

Un profano che non sia particolarmente esperto può, quindi, facilmente confondere un capo che si indossa per andare a letto, tipo baby doll, con uno che si indossa per uscire di casa e partecipare ad una serata importante durante la quale, per la gioia degli occhi, si potrà ammirare in tutto il suo splendore quello che è un capolavoro della natura: il culetto di una bella donna. E senza veli. Anzi, giusto con un delicatissimo velo trasparente che lo rende ancora più sexy. Da ammirare sì, ma con qualche accortezza.

Per esempio, se guardate quel culetto fantasmagorico con troppa attenzione passate per maniaci. Se invece non lo degnate di uno sguardo passate per gay. Ma in quell’ambiente, viste le abitudini diffuse, è più probabile la seconda ipotesi. Ecco perché nessuno ci fa caso e si scandalizza se vede sfilare in passerella due chiappe superaccessoriate e nude. Mi viene in mente una mia vecchia battuta: “Certi stilisti amano vestire le donne perché non amano spogliarle”.

E’ curioso invece notare come tutte le reti trasmettano con dovizia di particolari queste passerelle di moda, con la stessa compiacenza con la quale, magari solo un minuto dopo, vi propinano immagini di corpi martoriati, insanguinati, mutilati (chi ha visto anche solo un pezzo dell’ultima puntata di “Anno zero” di Santoro sa di cosa parlo) visi ricoperti di sangue… Sì, tutto sullo stesso piano, modelle seminude e vittime delle guerre. Abiti da decine di milioni e bambini che muoiono di fame. E per completare la promozione di questi “straccetti” firmati si organizzano anche delle serate, feste esclusive alle quali partecipano sempre le stesse persone, quelle che ancora vediamo sempre in TV, sempre le stesse, i fortunati appartenenti a quello strano mondo che sembra non avere niente in comune con le persone normali.

Ma tanto fanno e dicono che alla fine tutti, anche la signora Geltrude che fa la bidella, si sentono quasi in dovere di acquistare questi capi “firmati”. Non proprio quelli delle sfilate, ma l’importante è che siano firmati. E così anche gli zainetti dei bambini all’asilo devono essere firmati. Viviamo in un mondo firmato, la nostra è una vita firmata, come una cambiale…in bianco. La caratteristica di queste modelle è semplice; devono essere alte e magre. Più sono magre e più valgono. Non vanno a peso, no, nelle modelle più che il “pieno” vale il vuoto! Più sono leggere e più sono pregiate. E fa tendenza, fa moda. Allora succede che tutte le ragazzine vogliano somigliare a quel modello di donna. Ed anche quelle che magari non starebbero male con qualche chilo in più si sentono “grasse”. E cominciano le diete furiose. Anoressia, rifiuto del cibo. Noi viviamo in un mondo in cui c’è gente che…rifiuta il cibo. E c’è gente che muore per mancanza di cibo. E diciamo che noi siamo quelli progrediti e civili e loro sono arretrati. Per noi diventa essenziale ciò che è superfluo. Loro non hanno né l’essenziale, né il superfluo e si accontenterebbero di avere ciò che per noi è da buttare, ciò che è rifiuto, ciò che buttiamo nella spazzatura. C’è gente che campa cercando fra i rifiuti del nostro superfluo. E noi organizziamo sfilate in cui si presentano veli trasparenti che costano milioni.

C’è qualcosa che non quadra. Lo confesso, non ho mai capito le sfilate di moda. Non ho capito la necessità di sbatterci in faccia la stupidità di gente che ritiene che quello sia il mondo che conta, che quello sia l’essenziale o semplicemente importante. Lo so, gli imbecilli esistono. Ma non è necessario che ce li facciate vedere. Non dico che non si possa vivere in quel modo e con quello stile di vita. Dico che non è morale sbatterlo in faccia alla gente che fa fatica a campare. Un minimo di pudore, via… Anche perché non è detto che questo variopinto mondo del superfluo non possa sgonfiarsi come una bolla speculativa in Borsa. Anzi, può succedere che qualcuno dei VIP che per anni hanno campato fra serate e salotti televisivi a blaterare del “niente” possa essere folgorato, come Paolo sulla via di Damasco, da una improvvisa illuminazione.

E’ successo di recente ad un certo Di Palma, o Della Palma, il quale era ospite fisso in tutte le TV. La prima volta che ricordo di averlo visto, dava dei consigli sul taglio dei capelli. Al che pensai che si trattasse di un parrucchiere per signora. Errore gravissimo; non era un parrucchiere, era un “Look maker”. Minchia! E dava consigli di ogni genere, sul trucco, sul colore dei capelli, sull’abbigliamento, sui piccoli ritocchi facciali, sull’arte della seduzione, insomma un esperto di trucchi… E, a quanto pare, era conteso da tutte le divette in circolazione, perché, si sa, sono queste le cose che contano. E poi oggi nessuno fa niente da solo. Si ha bisogno del consulente, dell’esperto. Così oltre al Look maker ci si avvale del personal trainer che ti dice come fare le flessioni, si ha bisogno del personal shopper, che ti accompagna a fare shopping e ti consiglia sugli acquisti. Ecco perché la gente è stressata, non è facile scegliere il “personal” adatto. E’ una questione seria e delicata. Non se ne può fare a meno. Per fortuna in Darfur non hanno il problema del look maker o del personal shopper.

Succede, dicevo, che questo Della Palma per un po’ di tempo scompaia dalla TV. Riappare di recente per presentare un suo libro. Sì, oggi c’è un sacco di gente che scrive libri. Non hanno niente da dire, ma per comunicare al mondo che non hanno niente da dire scrivono un libro per dire che non hanno niente da dire. Sic! Così lui scrive un libro per dire che, dopo essere caduto in depressione per circa due anni, è arrivato alla conclusione che tutto ciò di cui si era occupato per tutta la vita, e per il quale aveva acquisito fama, celebrità e denaro, era un mondo falso e che più che l’aspetto esteriore conta ciò che si è dentro, la classica “bellezza interiore”, i valori della vita; insomma una bella folgorazione, vero? Già, anche in questo campo ci sono i pentiti. Peccato che impieghino anni o decenni a capirlo.

Ma oggi il pentito va di moda. Si è pentito anche Napolitano il quale nel ‘56 faceva il tifo per i carri armati russi. Ma poi si è pentito. E come lui si sono pentiti tantissimi compagni i quali, dopo averci creato non pochi problemi e scassato abbondantemente gli zebedei per decenni, con le loro storie di proletariato, lotta di classe, padroni sfruttatori e lotta al capitalismo, sono stati folgorati sulla via di Piazza Colonna, angolo Montecitorio, ed hanno scoperto che anche il capitalismo non è poi così male (specie da parlamentari a 30 o 40 milioni al mese) e così, gettati a mare falce e martello, hanno cominciato a veleggiare bordeggiando lungo le amene coste italiche su velieri da 18 metri. Ma questa è un’altra storia…

Bisogna stare attenti, quindi, a ciò che si mostra in TV, perché un giorno si potrebbe scoprire che è tutto falso. Veramente ci sono tante cose che sarebbe meglio non farci vedere. Ieri ho visto in TV, per caso, Antonella Clerici (quella che a quarant’anni suonati continua a fare le smorfiette da asilo infantile e pensa di essere simpatica) che trascinava a fatica un vestito rosso con uno strascico lungo diversi metri. Ho continuato a seguirla con la curiosità di Totò nella famosa scenetta di Pasquale “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare…”. Ho retto qualche minuto, poi ho spento e buonanotte.

Mi chiedo che genere di intrattenimento sia questo, così come tante altre nuove forme di “spettacolo”, reality, giochini scemi tipo pacchi, malloppi etc…fiction a go go per tutti i gusti con marescialli, nonni Liberi, medici in famiglia, preti investigatori, squadre speciali, e via fictionando. Non capisco perché dovrebbe interessarmi sapere che cavolo faccia Aceto in un’isola deserta. Non capisco cosa ci sia di interessante nel vedere una qualunque ragazzotta scambiare il ritratto di Leonardo da Vinci col mago Merlino o Rita Levi Montalcini con la regina Elisabetta. Non capisco perché l’ignoranza debba essere interessante.

Lo spettacolo è vecchio quanto il mondo e si divide sostanzialmente in due generi: comico o drammatico. Talvolta si hanno degli spettacoli di arte varia, come i varietà, nei quali si alternano varie forme di espressione, dalla canzone alla scenetta comica, alla esibizione di giocolieri o fantasisti o illusionisti, fino a forme drammatiche come la sceneggiata napoletana. Allora, per arrivare al dunque, ogni forma di spettacolo dovrebbere rispondere ad una domanda precisa. Ed è quella domanda che mi pongo sempre vedendo cosa passa in TV e che non sia chiaramente identificabile in uno dei generi sopra esposti.

Tipo, per intenderci, la buffonata della Clerici col vestito rosso, i giochini con “l’aiutino” o Massimo Ceccherini che siede in riva alla spiaggia della sua isola dei “famosi”(?) facendo finta di pensare. Fa ridere? No. Fa piangere? No. Ha valore come informazione di cronaca e attualità? No. E’ divulgazione scientifica o culturale? No. Mi arricchisce di qualche informazione o nozione che mi è utile nella vita quotidiana? No. E’ utile come esempio da imitare? No. Mi risolve qualche problema personale? No. Mi pagano per guardare? No. Ma allora che cazzo di senso ha? Che senso ha il 90% della programmazione televisiva? Niente, non ha alcun senso. Niente che possa giustificarla. Serve solo ad occupare momentaneamente la testa della gente e riempirla di cianfrusaglie inutili e del tutto superflue. Serve solo a tenere in piedi questo inutile circo, questa fiera quotidiana del trash, del cattivo gusto, dell’inutile, della mediocrità che si spaccia per professionalità con velleità artistiche. Serve solo a coloro che ci lavorano, perché vengono pagati a suon di decine o centinaia di milioni e campano beatamente alla faccia dei contribuenti, facendo finta di lavorare.

E così si dimentica ciò che è veramente importante nella vita. E diventa importante ciò che è inutile. Tanto fanno che riescono a convincere la gente che per essere al passo coi tempi bisogna essere come loro. Bisogna rifarsi le tette, i fianchi, il culo, il naso, bisogna vestire firmato; bisogna fare le vacanze in isole esotiche, bisogna avere l’ultima suoneria sul cellulare, bisogna farsi lo spinello o la coca, bisogna cambiare partner secondo la stagione, bisogna scopare con chiunque ti capiti a tiro, bisogna essere magre, bisogna lavorare nel mondo dello spettacolo; bisogna apparire in TV comunque, anche se non sai fare niente; bisogna riempirsi la casa di quintali di roba di cui non hai bisogno, ma che è tanto pubblicizzata che ti convincono a comprare; bisogna avere l’ultimo modello di auto, anche se quella vecchia va benissimo; bisogna andare in palestra ogni giorno ed avere due bicipiti da Maciste e la “tartaruga”, altrimenti sei un cesso; bisogna fare tante altre cose e, soprattutto, comprare tante cose.

Sì, perché ci pensano loro a vendertele. E se tu non compri e non consumi come fanno loro…come fanno loro a campare senza fare un cazzo? Ecco perché si danno tanto da fare, in TV, sulla stampa, anche su Internet, per convincerti a riempire la vita di cose inutili. E ciò che è inutile diventa da prima pagina, da prima serata, da cultura dominante, diventa “modus vivendi”, diventa regola sociale. Ma ciò che non è importante è superfluo. Ciò che è superfluo è spesso inutile. Ciò che è inutile è stupido perché impiega energie e tempo da dedicare a ciò che non ha importanza. Allora bisogna concludere che questo mondo giudica importante ciò che è stupido. Quindi è un mondo stupido. Ecco perché questo mondo non lo capisco e non lo sopporto. Fra noi non ci sono affinità elettive, non c’è empatia, c’è solo incomunicabilità, incompatibilità genetica e cronica. Un buon motivo per divorziare. Il guaio è che, comunque, sotto forma di tasse e imposte varie, dovrò pagargli gli alimenti! Non c’è scampo…

NotaE’ un vecchio post di 4 anni fa. Ma è sempre valido, purtroppo…

Cintura di castità ?

Sembrerebbe proprio, a prima vista, una cintura di castità versione 2010. Invece no, è uno dei modellini che sfilano in questi giorni nelle passerelle di Milano e Londra. Opera della creatività di stilisti che non sanno più cosa inventarsi per far notizia, spettacolo e affari.

cintura di castità

Il messaggio è chiaro: “Esercizio chiuso“. Però, per correttezza, bisognerebbe specificare anche il motivo, aggiungendo una targhetta esplicativa per informare i clienti.  Chiuso definitivamente per cessata attività? Oppure è chiuso per ferie, per riposo settimanale, per inventario, per esaurimento merce, per lutto? O solo per restauro? Mah, ci resterà il dubbio…

Dove ho preso questa immagine? In un sito erotico, porno o affini? Ma no, da un box dedicato alla moda sulla Home del Corriere.it dove si possono vedere ed ammirare altri modellini molto interessanti per la donna che lavora, per andare al mercato, per una serata importante. Ma soprattutto per essere eleganti con sobrietà, senza essere troppo appariscenti e passare inosservate. Eccone alcuni…

moda sfilate 10

London Fashion Week - Le nudit? eccentriche di Pam Hogg

abito da sposa

Questo sembrerebbe un abito da sposa e ricorda certi flaconi di medicinali in cui è riportata l’avvertenza “Agitare prima dell’uso”. In questo caso si direbbe: “Arieggiare prima dell’uso“.

Mah, ormai quelle che chiamano “sfilate di moda” sono diventate pura esibizione di bizzarrie varie ed assortite. E più sono bizzarre, improponibili e contrarie non solo al buon senso ed al buon gusto, ma perfino ai classici canoni della vera eleganza, più trovano spazio, divulgazione e pubblicità sui media. Mi sfugge il senso, il significato e l’utilità pratica di queste invenzioni del genio creativo della moda. Fanno parte di quelle cose che non ho mai capito; come il gossip, i balletti di Don Lurio, la programmazione televisiva, i discorsi di Enrico Ghezzi, la meccanica quantistica, la logica dei politici, le provocazioni di Cattelan, l’arte contemporanea… Beh, l’elenco delle cose che non capirò mai è lungo. Pazienza, me ne farò una ragione.