Le parole ci ingannano

Le parole ed il cervello ci ingannano“, dicevo a chiusura del post precedente “La felpa di Boncinelli“. E’ un inganno sottile del quale non ci rendiamo conto. Attraverso le parole esprimiamo i nostri pensieri che, però, non nascono come parole. I pensieri somigliano, piuttosto, a delle immagini in movimento che la mente trasforma in parole. Ma le parole non riescono mai ad esprimere completamente il pensiero. Ci provano, tentano di trasformare un pensiero complesso in forma intelligibile attraverso quella specie di codice che chiamiamo linguaggio,  ma con tanti limiti ed inesattezze che, talvolta, ciò che esprimiamo a parole risulta molto diverso da ciò che pensiamo.
La prima alterazione del pensiero avviene proprio nel momento in cui esso si traduce in parola. Questo passaggio da pensiero a parola è fortemente condizionato, inoltre, da altri fattori determinanti al fine della chiarezza espressiva. Non tutti usiamo lo stesso linguaggio, né possediamo la stessa padronanza lessicale, né abbiamo la stessa chiarezza di esposizione. Il linguaggio è frutto di educazione, cultura, esperienze personali, e, perfino, della personalità individuale. E, come se non bastasse, varia nel tempo e da luogo a luogo; ha una sua precisa collocazione spazio-temporale. Se non si ha una buona cultura umanistica, e pratica di testi antichi,  si avrebbe difficoltà a comprendere esattamente un testo scritto in volgare del ‘300.

Ma non basta, purtroppo. Non solo abbiamo difficoltà ad esprimere esattamente il nostro pensiero, ma quando, attraverso il linguaggio, comunichiamo con altre persone avviene la seconda alterazione del pensiero. Colui che ascolta, infatti, recepisce il messaggio da noi comunicato, in maniera diversa da quello originario. Il motivo è semplice; il nostro interlocutore ha un suo preciso codice linguistico ed espressivo che è diverso dal nostro ed è la conseguenza diretta di quei fattori educativi e culturali ai quali abbiamo accennato, che sono una prerogativa specifica, esclusiva, di ciascun individuo e, quindi, del tutto personali. Se davanti alla finestra ho un pino e scrivo che vedo  un “albero“, generico senza specificare, chi legge in Val di Fassa pensa che sia un abete, in Puglia pensano che sia un ulivo. Il concetto di albero è lo stesso, ma abbiamo in mente alberi diversi. Una persona analfabeta avrà molta difficoltà a capire il linguaggio di una persona colta. Così come per un profano sarà del tutto impossibile afferrare il significato di un discorso altamente specialistico, come una conferenza sulla teoria quantistica.  Da queste differenze scaturisce la grande incertezza del linguaggio usato comunemente come mezzo di comunicazione e le frequenti incomprensioni, le ambiguità, gli equivoci, i fraintendimenti che possiamo verificare quotidianamente nei rapporti interpersonali e nel mondo dell’informazione e della comunicazione in genere.

Già Leibnitz e, successivamente, Wittgenstein, si posero il problema di trovare un linguaggio, riferito in particolare al campo filosofico e scientifico, che fosse chiaro e non si prestasse ad interpretazioni personali; un linguaggio universale. Purtroppo, sembra quasi un’impresa impossibile. Solo i matematici sembrare godere di questo privilegio: 2+2 fa 4, ovunque e sempre, ed il codice binario, basato sulla successione di due sole cifre, 0-1 (aperto/chiuso, acceso/spento, vero/falso) non lascia spazio a vie di mezzo, interpretazioni e fraintendimenti. Non così per il nostro comune linguaggio quotidiano ed ancora meno quando ci avventuriamo in discorsi su argomenti che, già di per sé, non essendo esplicabili attraverso formule matematiche, si prestano ad interpretazione personale. Pensiamo all’etica, l’estetica, la politica; tutti sono autorizzati ad avere i propri criteri di giudizio, in un trionfo di relativismo lessicale che tutto giustifica e legittima. In assenza di criteri matematici che non lascino spazio a fraintendimenti, chiunque si sente autorizzato a ritenere valida la propria opinione e ritenere sbagliate le opinioni altrui. Anzi, le nostre opinioni personali assurgono a valori universali ed acquistano quasi il crisma di assioma, mentre quelle degli altri, specie se in contrasto con le nostre, sono solo ipotesi e supposizioni del tutto insignificanti. In breve: “Le nostre opinioni sono idee, le idee degli altri sono solo opinioni.”

La felpa di Boncinelli

Ieri notte, mentre la Befana post moderna, gettata via la vecchia ed usurata scopa, a bordo del suo nuovissimo aspirapolvere turbo supertecnologico ultimo modello con navigatore satellitare di serie, volava per città e borghi di campagna impegnata a distribuire regali a bambini e adulti, su La7 andava in onda, intorno alla mezzanotte, una replica del programma di Floris “Di martedì”.

Ospiti d’eccezione in studio: il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopritore dei neuroni specchio, il fisico Carlo Rovelli ed il genetista Edoardo Boncinelli.  Se in televisione si desse più spazio a questi studiosi e meno ai salotti di oche starnazzanti, forse il mondo sarebbe migliore. Il prof.  Boncinelli, fra tante osservazioni interessanti sul funzionamento del cervello e sulle cause del comportamento umano, per dimostrare  che il cervello non sempre ragiona in maniera corretta, ma spesso ci fa compiere errori di valutazione, ha posto questo quesito: “Un tifoso va in un negozio e compra una felpa ed un distintivo con i colori della sua squadra, e spende in tutto 110 euro. Posto che la felpa costa 100 euro più del distintivo, quanto costa il distintivo? Quasi tutti diranno 10, invece la risposta è cinque.”.

Floris resta perplesso, “Non ci ho capito niente…”, afferma ridendo, e a Boncinelli  che ripete l’esempio e ripone la domanda, Floris risponde convinto “Dieci euro“.  “Appunto…”, dice Boncinelli, dimostrando come la risposta di Floris confermi il fatto che il cervello  ci suggerisce la risposta sbagliata. Floris appare in difficoltà, non capisce dove sia l’errore e chiede al pubblico: “Qualcuno l’ha capita”? Risponde un coro di “No“. Non so se in studio al momento l’abbiano capita. Credo, però,  che ripensandoci dopo con calma, sia Floris, sia gli ospiti in studio o i telespettatori, abbiano capito quale fosse l’inganno ed abbiano trovato la spiegazione giusta. Aveva ragione Boncinelli, ovviamente, ma istintivamente, se non si riflette, si è portati a rispondere proprio come ha fatto Floris.

Mi ricorda un altro vecchio indovinello simile che circolava molti anni fa, quando eravamo ragazzi: l’indovinello del mattone. Credo che sia tuttora in voga; l’ho visto citato, fra gli indovinelli più facili, in siti che propongono indovinelli e quiz. L’indovinello è semplice e facilmente risolvibile, se ci si riflette un attimo. Ma se si risponde d’impeto, istintivamente, il più delle volte si sbaglia. Eccolo: “Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?”. Di solito la prima risposta è “Un chilo e mezzo”. Ovviamente la risposta è sbagliata, perché in realtà il mattone pesa 2 chili. Facile rispondere se mentalmente si immagina una bilancia che abbia su un piatto un mattone intero e sull’altro piatto mezzo mattone più un peso di un chilo. Appare subito chiaro che, per equilibrare il peso del mattone intero su un piatto, sull’altro piatto occorrono due mezzi mattoni. E se ad un mezzo mattone sostituiamo il peso di 1 chilo, quello è esattamente il peso di un mezzo mattone. Quindi due mezzi mattoni da un chilo fanno un mattone intero da 2 chili: 1 chilo (peso) + 1 chilo (mezzo mattone) = 2 chili (mattone intero).

Spiegare un indovinello è un po’ come spiegare le barzellette o le battute di spirito, ma bisogna farlo per capire il meccanismo mentale che può condurci in errore. L’indovinello di Boncinelli è molto simile a quello del mattone: è solo una versione più recente, ma il meccanismo mentale che induce in errore è lo stesso, e la risposta istintiva, quella che darebbero in molti, è quella di Floris. Ma basta riflettere un po’ per rendersi conto che la risposta giusta è un’altra, esattamente quella data da Boncinelli. Infatti si dice che la felpa costa 100 euro “più” del distintivo. Quindi, se il distintivo costasse 10 euro, la felpa dovrebbe costare 10 euro + 100, ovvero 110 euro, che sommati ai dieci euro del distintivo, farebbe 120 euro, e non 110. L’inganno è dare per scontato che  i 100 euro siano il costo della felpa, e considerare il costo del distintivo come differenza fra 110 e 100, ovvero 10 euro. Questa è l’operazione mentale che viene spontanea, e che ci inganna; mentre la prima cosa da tenere ben chiara è che il costo della felpa è dato dal “costo del distintivo più 100”. E’ quel “più” che ci sfugge e ci inganna. Quindi se il distintivo costasse 1 euro, la felpa costerebbe 1 + 100 = 101; così il costo totale, felpa più distintivo, sarebbe 101 + 1 = 102.  Se il distintivo costasse 9 euro la felpa costerebbe 9 + 100 = 109: ed il costo totale sarebbe 109 + 9 = 118. E non 110 euro. La risposta giusta, quindi, non può che essere 5 + 105 = 110. Quindi il distintivo costa 5 euro; ha ragione Boncinelli.

Abbastanza facile risolverlo, anche istintivamente, se si ragiona per immagini, come nell’indovinello del mattone. Un po’ più difficile è dare subito la risposta giusta se si ragiona con le parole, perché restiamo ingannati da quel “100” che identifichiamo come costo della felpa. C’è una differenza sostanziale nei due modi di procedere; ragionare per immagini (ma non è da tutti) è un procedimento molto più veloce e, quasi sempre (diciamo “quasi”, giusto per scrupolo e per lasciare un minimo spazio al dubbio), anche più corretto. Giusto per fare un nome, uno a caso, Einstein ragionava per immagini: lo ricorda proprio Boncinelli, citandolo nel suo ultimo libro, che Floris presenta all’inizio dell’intervista, “Noi siamo cultura” (Ed. Rizzoli, 18 euro). Questo è il vero mistero della mente e la bellezza di indovinelli e quiz; ci permette di scoprire i meccanismi del pensiero umano ed i tranelli insiti nella elaborazione delle informazioni sensoriali che arrivano al cervello; un esempio classico sono le illusioni ottiche. Che poi è lo stesso meccanismo che può trarre in inganno anche in merito a problemi ben più seri e complessi. Basta saperlo e regolarsi. E ricordare che le parole, ed il cervello, spesso ci ingannano.

A proposito di inganni mentali, vedi:

Come nasce il pensiero? (giugno 2003)

Scherzi della mente ( ottobre 2004)

E la volontà? (marzo 2005)

Pensiero e volontà (settembre 2006)

P.S. Oggi, su Youtube ho trovato il video dell’intervista. Eccolo

 

 

Vedi anche i video:

Intervista al fisico Carlo Rovelli

Intervista al neuroscienziato Giacomo Rizzolatti

Scherzi della mente

E’ un passatempo affascinante giocare con la mente e con le sue stranezze. Tentare di scoprire il confine fra ciò che è conscio e ciò che non lo è può essere davvero coinvolgente, ma ha i suoi rischi. E’ in quella sottilissima linea di confine che andrebbero ricercate le risposte a tante domande sulla psiche umana. C’è uno spazio intermedio fra conscio ed inconscio, una linea di confine, in cui si intersecano vaghi barlumi di consapevolezza e vibrazioni bioenergetiche.

E’ lì che le informazioni “biologiche” si trasformano in pensieri e parole. Ed è sempre lì, in quella sottile striscia di terra di nessuno, che, per uno strano scherzo della mente, prendiamo coscienza dei pensieri. E’ davvero una crudele illusione quella che ci fa credere che sia la nostra volontà conscia a creare i pensieri. In realtà è come se un lettore, davanti ad un testo scritto, fosse convinto di creare egli stesso le frasi nello stesso momento in cui le legge. Buffo, falso, ma è proprio ciò di cui siamo convinti.

                                                       (“Mani che disegnano” – M.C. Escher)

I milanesi sono fottuti

Poveri milanesi, non riescono a liberarsi delle polveri sottili che hanno di gran lunga superato il livello di guardia consentito dalla legge. Ci provano con interventi estemporanei come il blocco del traffico, giusto per far finta di occuparsene, ma non risolvono il problema. Il fatto è che se anche queste polveri sottili si mantenessero al di sotto della soglia di rischio non è che scompaiono o fanno meno male. No, ci sono sempre e fanno sempre male. Resta, però, una piccola consolazione: Ci si avvelena sì, ma entro il limite di legge.

Ma non basta. Secondo una recente indagine effettuata su decine e decine di città nel mondo, al fine di accertare l’influenza dell’ambiente sulla qualità e durata della vita, Milano risulta ancora maglia nera, A Milano, a causa dell’inquinamento, si vive tre anni di meno.

Ed infine una notizietta di quelle che passano veloci e senza destare particolare interesse, ma che dovrebbe preoccuparci e non poco.  Eccola: “Lo smog inquina la mente“: “L’inquinamento ambientale delle citta’ contamina anche la nostra mente causando problemi di apprendimento e memoria e addirittura disturbi dell’umore come la depressione. Lo rivela una ricerca diretta da Laura Fonken della Ohio State University presso Co.”

Non solo siete inquinati e avvelenati, siete anche “contaminati mentalmente“. Cari milanesi, mi sa che siete davvero fottuti…

L'amigdala di Casini.

“Cos’è la destra, cos’è la sinistra…” si chiedeva Gaber. Oggi, invece, ci si chiede perché si è di destra o di sinistra. E la risposta ce la fornisce la scienza. Già l’anno scorso erano stati resi pubblici i risultati dell’ennesima ricerca scientifica che spiegava il perché si sia predisposti naturalmente ad essere di destra o di sinistra. Di recente c’è stata un’ulteriore conferma. Una di quelle notizie curiose, riportate dalla stampa in rete, che salvo con il link pensando di dedicargli un post. Ma il più delle volte rinuncio. Questa, però, mi è tornata in mente perché in qualche modo legata a quelle ricerche strampalate di cui ho parlato nell’ultimo post “Più seno, più mance“.

L’articolo “Sei di destra o di sinistra? La differenza è nel cervello.” riferisce sommariamente i risultati di diverse ricerche, cominciate già nel 2003, dalle quali risulta che la propensione ad essere di destra o di sinistra è strettamente legata alla conformazione di due aree distinte del cervello; l’amigdala e la corteccia cingolata anteriore. In breve, chi è di destra ha l’amigdala più sviluppata e la corteccia più sottile; chi è di sinistra, ovviamente, il contrario. Gli effetti pratici sono che chi è di destra è meno propenso ai cambiamenti, è più lento ad accettare le novità e tende a mantenere lo status quo. Chi è di sinistra sarà esattamente l’opposto, pronto ai cambiamenti e più disposto ad adeguarsi alle novità.

Anche in questo caso i ricercatori si mostrano sorpresi dei risultati. Affermano: “Siamo stati tutti molto sorpresi dallo scoprire che c’era un’area del cervello con cui prevedere una posizione politica. È molto sorprendente perché suggerisce che c’è qualcosa di un atteggiamento politico che è codificato nella nostra struttura del cervello attraverso l’esperienza o che c’è qualcosa nella nostra struttura cerebrale che determina o si traduce in un atteggiamento politico.”. Insomma, è già scritto nel cervello. E si sorprendono di averlo scoperto. Ed io continuo a sorprendermi della loro sorpresa. Nel cervello c’è scritto molto di più di quanto pensino certi ricercatori. Ma bisogna dargli tempo, devono scoprirlo poco alla volta. Quando avranno finito di scoprire ci sarà da ridere, perché dovranno prendere atto di quante sciocchezze hanno detto, e propinato come verità scientifiche, nei decenni passati.  Aspettiamo fiduciosi…

Intanto, però, come ogni verità scientifica che si rispetti deve avere un riscontro pratico. Vediamo, allora di applicare questa sensazionale scoperta alla nostra  pratica quotidiana. Se è vero che quelli di destra sono conformisti, restii al cambiamento e conservatori, mentre quelli di sinistra sono aperti a tutti i cambiamenti e pronti ad accettare le innovazioni, allora facciamo degli esempi pratici con fatti e personaggi dell’attualità. 

Sergio Marchionne, amministratore delegato della FIAT, ha di recente sconvolto i rapporti fra azienda e sindacati, provocando proteste e scioperi, introducendo nuovi criteri di dialogo e di trattativa con i dipendenti. La CGIL si è dimostrata contraria, tanto che non ha firmato l’accordo., accusando Marchionne di autoritarismo e di aver adottato una strategia che viola le regole sindacali e perfino la Costituzione. Se ne deduce che Marchionne, che attua un cambiamento profondo, è di sinistra, mentre la CGIL che vuole mantenere le vecchie regole del rapporto azienda-sindacato, opponendosi ai cambiamenti, è di destra.

Il ministro Gelmini, che ha voluto modificare la vecchia struttura scolastica, introducendo nuovi criteri, con la sua riforma, è di sinistra. I contestatori che non accettano il cambiamento sono di destra. Berlusconi che vorrebbe riformare tutto, dalla pubblica amministrazione alla Giustizia e perfino la Costituzione, considerata ormai superata, essendo chiaramente un innovatore che guarda al futuro e vuole modificare lo status quo, è di sinistra. La sinistra, a sua volta, che è contraria alla modifica della Costituzione, perché la considera intoccabile, è conservatrice e, quindi, di destra. Insomma, secondo questa ricerca, in Italia la destra è di sinistra e la sinistra è di destra. Ohibò, c’è qualcosa che non quadra.

Ma c’è di più, cosa che non si evince da questa scoperta. In Italia esiste, oltre a destra e sinistra, anche un centro, felicissimo ed orgoglioso di essere “Centro“. Ma allora, visto che in questa ricerca non è contemplato che si possa essere di centro, che razza di amigdala ha Casini? Ma siamo sicuri che ce l’abbia? Casini, se fossi al suo posto, mi farei fare una bella controllatina al cervello. Ho paura che le abbiano fregato l’amigdala. Ma soprattutto, visto che come ipotesi scientifica non è prevista la sua esistenza, Casini, è sicuro di essere vivo? Immagino quale putiderio si scateni in Parlamento. I deputati si aggirano nervosi nel Transatlantico scambiandosi occhiate sospettose e chiedendosi l’un l’altro “Qualcuno ha visto l’amigdala di Casini?” Si tireranno in ballo complotti, cospirazioni, i servizi segreti deviati, la CIA, il Mossad (quello c’entra sempre) e, ovviamente, si accuserà Berlusconi di compravendita di amigdale. Ci saranno interrogazioni parlamentari, si chiederànno le dimissioni di un ministro a caso, Di Pietro griderà al regime e la procura aprirà un’inchiesta contro ignoti (una più, una meno…).   Insomma, un bel casino…per Casini!

Per non parlare di Fini che, partendo da posizioni di estrema destra, oggi si ritrova a fare discorsi più a sinistra di Bersani. Che strana amigdala avrà Fini? Oppure aveva una amigdala enorme e, col tempo, si è atrofizzata? Mistero, forse ce lo spiegherà la prossima serissima ricerca. In attesa di ulteriori scoperte, prendiamo atto che Berlusconi è di sinistra, Bersani è di destra e Casini non esiste. Ragazzi, questo dice la scienza. E la scienza è una cosa seria. Beh, quasi sempre…

 

Ultimo tragico Fantozzi.

Paolo Villaggio ha dichiarato, durante una intervista alla radio, che sta seriamente pensando al suicidio e che conosce già la data della sua morte, senza indicarla, perché gliel’ha rivelata una maga russa. Niente di nuovo, le stesse dichiarazioni le fece qualche anno fa, specificando allora anche la data precisa della morte. Villaggio sta diventando sempre più simile al suo  “Tragico Fantozzi”. Ogni volta che lo vediamo, in TV o in dibattiti e convegni, ha sempre più l’aria di un uomo stanco di vivere, senza più alcun interesse, deluso, amareggiato. E le sue dichiarazioni o battute, fra  sarcasmo e cinismo,  nascondono questa sua difficoltà esistenziale. E’ nella natura umana e merita rispetto, come tutto ciò che attiene la tragedia del vivere. Caro Villaggio, per dirla con una sua celebre battuta “Com’è umano lei…”.

Lascia perplessi, però, che continui a ripetere questa sua fissazione per il suicidio. Ma, soprattutto, che queste dichiarazioni trovino ampio spazio sui media. Sembra quasi una chiosa al recente suicidio di Monicelli che ha alimentato polemiche sulla stampa e perfino in Parlamento. Così l’intervista viene ripresa dalla stampa e finisce in prima pagina, con box in bella evidenza già da ieri, anche sul Corriere.it.

Paolo Villaggio corriere

Mi sono sempre chiesto se questi personaggi di primo piano si rendano conto del potere che hanno nei confronti del pubblico. E delle conseguenze che possono scaturire dalle loro dichiarazioni, dal loro stile di vita, dal modello che essi impongono alla società. Ma ancor più dovrebbero sentirsi responsabili tutti coloro che operano nel mondo dei mass media. Perché sono questi mezzi che trasmettono e divulgano le informazioni. Sono i media che quotidianamente ed in maniera sempre più invasiva ed assillante ci propongono modelli da imitare.  Sono il nostro pane quotidiano. E possono avere effetti devastanti sul pubblico, specie su coloro che hanno problemi o patologie a livello mentale, che hanno un instabile equilibrio psichico o soffrono di depressione. E non sono pochi. Giusto qualche giorno fa, dalla solita indagine divulgata dalla stampa, risulta che in Italia siano 8 milioni le persone che soffrono, in maniera più o meno grave, di depressione.

Così come nutriamo il corpo con l’assunzione di alimenti, così la nostra mente si nutre con la lettura di libri, quotidiani, riviste, con i programmi televisivi, il cinema, con le informazioni che ci arrivano in tempo reale da ogni parte del mondo. Questo è il cibo per la mente. Allora dovremmo prestare molta attenzione a ciò che ingeriamo, perché la qualità del cibo è fondamentale per mantenersi in buona salute ed una cattiva alimentazione è spesso la causa scatenante di patologie. Ecco perché cerchiamo di portare a tavola cibi sani, preparati in maniera appetitosa, li scegliamo con cura. Non portiamo a tavola avanzi rubati ai gatti nei cassonetti della spazzatura. Non mettiamo a tavola cibi scaduti, indigesti, nocivi o tossici. Cerchiamo, nel limite delle possibilità, di mangiare sano, eliminando tutto ciò che, pur essendo in teoria commestibile, potrebbe nuocerci.

Contrariamente a questa buona abitudine, quando si tratta di nutrire la mente, ci scordiamo queste regolette ed ingurgitiamo di tutto e di più. Senza prestare la minima attenzione alla qualità del cibo. Ancor meno preoccupati sono coloro che ogni giorno ci servono questo pasto rischioso, quelli che ce lo portano a tavola e cercano di convincerci che sia il miglior cibo possibile, nutriente, buono, appetitoso e salutare. Ogni giorno ingurgitiamo strani miscugli, una specie di frullato di cui ignoriamo la composizione e gli effetti. Così la nostra mente si nutre, assimilando elementi tossici che, a lnngo andare, mostrano i loro effetti nefasti.

Se continuo a criticare i media, l’informazione, la stampa, la TV, ho le mie buone ragioni. I media hanno un enorme potere condizionante. Senza che noi, apparentemente, ce ne rendiamo conto, guidano e plagiano le nostre menti, influenzano i nostri pensieri in maniera spesso suadente, ricorrendo a tutti i trucchi del mestiere. In tal modo, modificano i nostri comportamenti, le scelte, i rapporti con la società; manipolano il nostro pensiero che è quello che determina le conseguenti azioni.

C’è un dettaglio da chiarire. Contrariamente a quello che di solito si pensa, non siamo noi, a livello cosciente, a determinare i pensieri. E’ esattamente il contrario; è il pensiero, che nasce autonomamente a livello inconscio, a determinare il nostro comportamento. E siccome questo meccanismo mentale che dà origine al pensiero è inconscio, non ne abbiamo percezione cosciente. Tutto avviene prima che noi ne prendiamo atto e coscienza. Quello che noi consideriamo “pensiero” libero è solo l’ultimo atto di un processo mentale che non avviene per nostra precisa volontà. Il pensiero cosciente è l’effetto, non la causa dell’attività mentale.

Questo chiarimento è necessario perché il meccanismo di assimilazione delle informazioni esterne, tutto ciò che apprendiamo dai mezzi di informazione, viene recepito dal cervello a livello inconscio. Questo è il lato oscuro del sistema di apprendimento. Noi abbiamo la sensazione di controllare ciò che vediamo, sentiamo o leggiamo, ma in realtà tutte le informazioni vengono recepite dal cervello che le assimila, le elabora, le modifica, le trasforma in impulsi bioelettrici, dando origine a nuove informazioni che, tradotte in linguaggio, sono quelle che noi percepiamo, subito dopo, a livello cosciente. Ed abbiamo così l’impressione, anzi la certezza, che ciò che pensiamo sia esattamente ciò che “vogliamo” pensare. Ma è solo un errrore di percezione, un inganno della mente. Ora è chiaro che non abbiamo alcuna difesa nei confronti dell’informazione. La assimiliamo ancor prima di rendercene conto. E’ evidente, a questo punto, che bisognerebbe prestare molta attenzione a ciò che viene divulgato attraverso i media, perché in nome del diritto di cronaca, della libertà di stampa o semplicemente per riempire la pagina, si corre il rischio di riversare nella mente del pubblico una marea, talvolta una cloaca, di informazioni inutili, dannose e tossiche. E’ come mangiare ogni giorno cozze allevate negli scarichi fognari; prima o poi vi viene il colera.

Eppure gli addetti ai lavori sembrano non rendersi conto di questo pericolo. Anzi, tendono a minimizzare e giustificare tutto con la libertà di stampa. Certo, tutti abbiamo la libertà di scegliere come farci del male. Possiamo anche pensare al suicidio, come Villaggio. Ma i media, con il loro potere condizionante, hanno il dovere di evitare di proporre modelli dannosi, hanno il dovere di verificare preventivamente, consci della loro responsabilità, che il cibo che offrono ai lettori sia di buona qualità e non scadente o, peggio, tossico. Ma non lo fanno, evidentemente. Ecco perché ormai da molti anni, quando rifletto sui mezzi di informazione mi chiedo se abbiano capito quale responsabilità abbiano, se ne siano consapevoli. Oppure se, pur sapendolo, preferiscano ignorarlo pur di mantenere intatto il loro potere. E di solito mi do anche una risposta che contempla due sole ipotesi. La prima è che gli operatori dei media siano mezzo idioti. La seconda è che siano idioti del tutto.

Deframmentazione cerebrale.

Volenti o nolenti, memorizziamo tutto ciò che percepiamo attraverso i sensi. Diventano ricordi che persistono per più o meno breve tempo e poi vengono accantonati e sostituiti da ricordi più recenti. Ma tutto resta lì, nella nostra mente. E’ il risultato di una recente scoperta scientifica di ricercatori giapponesi: “Neurogenesi: così i ricordi traslocano all’interno del cervello umano“.

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Cos’è l’intelligenza?

C’è un programma, credo che vada in onda, se non sbaglio, su Rete4, condotto da Mike Bongiorno, che si chiama "Il migliore: prova di intelligenza". In che consiste? Niente di speciale, è il solito quiz a base di domande di cultura generale. La particolarità di questo "quiz" è che di volta in volta si confrontano personaggi appartenenti a particolari categorie. Per il resto è un normalissimo programma di quiz non diverso da altri simili, tipo Affari tuoi, Pacchi, Eredità. Lascia o raddoppia, Rischiatutto, Passaparola… Cambia il titolo e le regole, ma il succo è sempre quello.

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Pensiero e volontà

Ogni volta che affronto il tema della volontà, come nel post precedente (Fohn, il vento che uccide), ho la sensazione di non riuscire a spiegarmi come vorrei. In verità, benché il concetto possa apparire molto chiaro nella mente, esprimerlo a parole non è poi impresa facile. La questione è semplice. Per spiegare il pensiero, e quindi la volontà, occorre riflettere sul pensiero, bisogna cercare di conoscerlo, di comprenderlo, per poi poterlo spiegare con le parole. Ma le parole non sono altro che l’espressione del pensiero. Allora è come dire che cerco di spiegare il pensiero con il pensiero. Ma siccome per spiegarlo devo prima “pensarlo”, vuol dire che il pensiero “per spiegare il pensiero deve pensare il pensiero”. Ma il pensiero può pensare se stesso?

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