Frizzi di giornata

La telenovela necrologica su Frizzi continua da 15 giorni. Se poi qualcuno fa notare a Rita Dalla Chiesa che parla troppo di Frizzi, lei si risente e li accusa di essere “haters – odiatori” (lo ha fatto ieri rispondendo a dei commenti  su Facebook). E se, invece, fossero i VIP, o presunti tali, che sfruttano la morte di Frizzi per dire banalità e finire sui media? Si può dire che avete stancato? Oppure anche invitarvi al silenzio è un insulto, un’offesa da “haters – odiatori”? Il giorno del funerale scrivevo, in un commento sul Giornale, che ormai anche i funerali vengono spettacolarizzati ad uso e consumo dei media. Eventi per passerelle di Vip che rilasciano dichiarazioni di circostanza banali, scontate, inutili e spesso anche ipocrite; pensionati che vanno ai funerali per passatempo e ragazzi che fanno i selfie da diffondere in rete, per avere la conferma, per sé e per il mondo, che esistono. Sono certo che domani ci diranno quante persone hanno seguito in TV la cerimonia e riferiranno i dati Auditel e lo Share, perché alla fine, quello è ciò che conta. E magari sabato a TV talk faranno il confronto con altri programmi per vedere chi ha vinto la gara ed ha fatto più ascolti in settimana: il funerale di Frizzi, la partita dell’Italia. L’isola dei famosi, Don Matteo, Montalbano? Vergognatevi. Ma dovreste vergognarvi davvero, avete superato da tempo la soglia della decenza; anche se non ve ne rendete conto (o non volete rendervene conto) perché ci campate.

Sono io troppo cinico? Due giorni dopo ecco una dichiarazione di Gianfranco D’Angelo, al quale è stato impedito di entrare in chiesa,  che, parlando proprio della spettacolarizzazione del funerale, conferma la mia idea: “Quando un funerale diventa spettacolo e non ti viene permesso di entrare in Chiesa per salutare un Collega che ci lascia, allora consideri che si può essere vicini alle persone anche senza essere ripresi dalla TV: Mi hanno respinto dicendo che era una cerimonia “per pochi intimi“.

Alla morte e al dolore c’è una sola risposta; il silenzio. Tutto il di più è solo un pretesto per maniaci del protagonismo (malattia assai comune nel mondo dello spettacolo) che sfruttano anche i funerali per ritagliarsi uno spazio di esibizionismo (a favore di telecamere), ostentando un dolore che, non sempre, ma talvolta, è solo di facciata, per dimostrare che il mio dolore è più grande del tuo: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più addolorato del reame?”.

Invece non passava giorno che non ci fosse in prima pagina l’articolo su Frizzi con la testimonianza del dolore ed il ricordo di colleghi e amici; Dalla Chiesa, Gerry Scotti, Carlo Conti, Marco Columbro, etc. Alcuni talmente ridicoli come pretesto da lasciare senza parole. Per esempio un articolo riporta il ricordo di Marco Columbro che riferisce che tempo prima aveva incontrato Frizzi al ristorante “allegro e sereno“, come sempre. E su questa grande rivelazione ci hanno imbastito un articolo. Cosa dobbiamo aspettarci ancora? Magari la dichiarazione “in esclusiva” di  un usciere della RAI che racconterà che un giorno lo ha salutato e gli ha offerto un caffè? E poi? Forse la donna delle pulizie che ricorderà che una volta le ha augurato “Buon Natale”? E poi? Vedremo. Intanto c’è stata la notizia (smentita, la solita fake news) che qualcuno avesse proposto la beatificazione. Forse non si arriva a tanto, ma la proposta di intitolare a Frizzi una strada di Roma è vera e confermata dal Campidoglio.

Ed ecco che in pieno delirio frizziano, qualcuno accusa Rita Dalla Chiesa di parlare troppo di Frizzi, di eccesso di protagonismo e di mettere in ombra la seconda moglie di Frizzi. Lei non gradisce e minaccia di abbandonare Facebook (sai che sciagura): “I cafoni e quelli in malafede basta bloccarli per non sporcare una pagina di persone perbene…”., dice. Già, i cafoni o “Haters – odiatori”, o “Webeti“, come li chiama Mentana, o “Imbecilli” come li definiva Umberto Eco,  o “leoni da tastiera“, come li chiama Maurizio Crozza che, nel suo programma di satira, ne fa un personaggio che chiama “Napalm 51“, il prototipo dei critici di rete.  Ovvero quelli che, sui social, esprimono critiche o giudizi poco lusinghieri su personaggi dello spettacolo, della politica, della cultura, dello sport; insomma i VIP (gli intoccabili).  Tempo fa, a proposito degli Webeti, scrissi questo pezzo.

Webeti

Spiegatemi perché gli “webeti” sono sempre quelli che parlano male dei Vip e mai i VIP che debordano da tutti i media con la loro presenza quotidiana su stampa, TV, internet; quelli che devono ostentare la loro bellezza, la loro ricchezza, la loro fortuna; quelli che sono convinti che tutte le loro scoregge private siano una questione di interesse nazionale; quelli che dall’alto della loro ineguagliabile ignoranza, dispensano al mondo le loro inutili e strampalate “perle di saggezza” da ombrellone; quelli che con il loro presenzialismo asfissiante  provocano un senso di vera repulsione nei loro confronti. Spiegatemi perché i Napalm51 sono solo quelli che insultano i VIP e non coloro che tutti i giorni riempiono web, stampa e TV con inutili notizie gossipare di cui non importa niente a nessuno, spacciando per informazione seria e cultura popolare i pettegolezzi da comari al mercato.

Spiegatemi perché i cittadini che ogni giorno subiscono la visione di autentiche discariche di spazzatura mascherate da informazione, non possono nemmeno reagire o lamentarsi; pena essere censurati o definiti “imbecilli” da Eco o “webeti” da Mentana. Perché è il pubblico ad essere “webete” e non i media (e tutto quello che ci gira intorno e ci campa) che impongono al pubblico dettagli non richiesti sulle peripezie e le vicissitudini familiari, affettive, economiche, professionali, dei VIP e dei personaggi dello spettacolo, nonostante alla gente non interessino affatto. Spiegatemi perché ogni giorno in Home deve esserci un articolo su Belen Rodriguez o l’ultimo selfie di Naike Rivelli; perché da decenni in TV, qualunque sia l’argomento trattato c’è l’immancabile presenza di Alba Parietti, e   perché l’opinione di Luxuria, ormai immancabile presenza nei salotti TV, conta più di quello della casalinga di Voghera.

Spiegateci perché Al Bano e Romina continuano a scassarci gli zebedei con “Felicità, è un panino e un bicchiere di vino, la felicità…” e se poi, dopo 40 anni di questa lagna, si perde la pazienza e li si manda elegantemente a quel paese si è definiti “webeti”. A lui ha fatto venire l’infarto, dice. A noi la telenovela infinita della Al Bano family fa venire improvvisi attacchi di orchite acuta. I veri “webeti” non sono gli italiani, sono quei personaggi invadenti, assillanti, ossessivi, vanitosi, megalomani, egocentrici, esibizionisti, narcisisti, convinti di essere al centro dell’universo. I veri webeti sono gli addetti ai lavori dei media che sulle insulse notizie gossipare ci campano e portano a casa la pagnotta. Spiegatemi perché dei Vip se ne può parlare solo bene. Se ne parli bene sei un critico, se ne parli male sei imbecille. Avete mai sentito Vincenzo Mollica parlare male di un artista? No, per lui sono tutti straordinari, fantastici, eccezionali, geniali; e tutte le canzoni sono capolavori. Possibile che fra migliaia di personaggi non ce ne sia nemmeno uno che sia appena appena meno che straordinario? O non ci sia una canzone che non sia un capolavoro, ma sia appena appena passabile?  Non vi viene il sospetto che si esageri con le iperboli, i superlativi e lodi sperticate?

Perché la stampa può abusare di superlativi e iperboli fantasiose per parlare dei presunti VIP, dalla sciacquetta da reality al rapper di turno (meglio se nero; va di moda), ed esaltare la magnificenza degli inesistenti vestiti nuovi dell’imperatore. E perché se poi arriva il bambino che grida “Il Re è nudo” lo definite “webete” o imbecille?  Ho la sensazione (come ripeto spesso e inutilmente) che la stampa sia un po’ in ritardo sui tempi. Sono ancora convinti di dettare le regole ed influenzare il pubblico a loro piacimento. Cosa che in parte è anche vero, ma in misura molto minore rispetto a decenni fa. Oggi la gente non si beve più qualunque sciocchezza giusto perché “lo ha detto la radio” o “C’è sul giornale”. Ma non volete capirlo. Così ci si i sorprende se sui social, invece che lodi e complimenti, si ricevono critiche e insulti. Anche esprimere la propria opinione è democrazia. Oppure la democrazia va bene solo se si è d’accordo col capo o con la linea editoriale del proprio giornale?

Insulti e offese gratuite sono certo da condannare, ma bisogna anche chiedersi la ragione di questa insofferenza del pubblico nei confronti dei VIP in genere; quelli dello spettacolo, della politica, della finanza, dello sport, della cultura, dell’informazione. Sono presenti dappertutto, occupano tutti gli spazi possibili; sembra che esistano solo loro e che tutto ciò che dicono e fanno sia oro colato. La verità è che hanno stancato, la gente non li sopporta più.  E lo dice, perché oggi, grazie alla rete, tuti hanno la possibilità di esprimersi; cosa impossibile in passato. Qualcuno esagera, certo, ma ciò che dà fastidio agli addetti ai lavori non sono le critiche, gli insulti, i casi isolati di troll e maniaci che sfogano le loro frustrazioni sul web. Ciò che percepiscono come un pericolo  è che la gente comincia a dire quello che pensa e che spesso le opinioni del pubblico sono in contrasto con l’opinione che i media cercano di far passare come opinione pubblica, ma non lo è. La rappresentazione della realtà che ogni giorno ci viene propinata dai media non è la vera realtà, è solo una sua rappresentazione, spesso faziosa, manipolata ed alterata ad uso e consumo di interessi nascosti.  Questa libertà di espressione viene percepita come un pericolo dalla stampa e dal potere che continua a credere che quella libertà sia un loro esclusivo diritto e temono di vedere sminuito il loro potere, la loro autorevolezza, e pure il loro conto in banca. Hanno paura del bambino che grida “Il re è nudo”.

Volete capire come funziona l’informazione, i trucchi nascosti e la manipolazione scientifica delle notizie? Leggete “Gli stregoni della notizia” (Ed. Guerini, € 21.50), di Marcello Foa, appena pubblicato.

Nota

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