I media ci avvelenano

Repetita iuvant“, si dice. E allora ripetiamo quello che dico da anni; magari qualcuno, a forza di sentirselo ripetere, apre gli occhi.

Partiamo con una notizietta inutile, quelle da rotocalco rosa (continuo a non capire, e non lo capirò mai, come sia possibile che, a quanto dicono gli addetti ai lavori, milioni di persone seguano con interesse il gossip, su stampa e TV). La notizia è questa: “Angelina Jolie pentita di aver amato Brad Pitt”.

angelina-jolie

Sconvolgente, vero? La prima risposta che viene in mente è questa: E chi se ne frega? In realtà ciò che è strano e incomprensibile è che Brad Pitt abbia amato la Jolie. Non ho mai capito tanta ammirazione per questa persona tanto elogiata dai media; sia come attrice che come donna. Ha sempre questa espressione triste, eternamente stanca, stressata, sofferente, depressa, lamentosa; tipica di quelle persone che soffrono di qualche psicopatologia o risentono di problemi personali irrisolti; accumulano negatività e la scaricano su chi sta loro intorno. E’ deprimente e ansiogena; meglio perderla che trovarla. Ma è una mia impressione personale; de gustibus!

Mi fa pensare a quanto la realtà possa influenzare la nostra vita quotidiana, anche e solo attraverso la vicinanza ed il rapporto con le persone che ci stanno vicine: familiari, amici, colleghi di lavoro. Rapporti che possono essere positivi o negativi. E spesso non ci accorgiamo di questa negatività e dei suoi effetti. Ed a conferma di questa impressione, nella stessa prima pagina del Giornale c’era, e ci è rimasta per giorni nonostante i miei commenti di protesta, un’altra foto inquietante, quella di Loredana Bertè.

bertè sanremo

Non vi sembra abbastanza oscena? Allora guardate questa pubblicata oggi (31 marzo) ancora sul Giornale.

Loredana Bertè2

Ora, va bene che i gusti sono gusti, anche quelli barbari, ma dovrebbe esserci un limite al cattivo gusto ed alle immagini da film horror. Per la Bertè ripeto quanto detto per Jolie; non mi è mai piaciuta, né come cantante, né come donna. Non mi piacciono gli eccessi, le inutili stravaganze, l’essere sempre sopra le righe (tipico dei personaggi dello spettacolo), le provocazioni, specie se fatte al solo scopo di attirare l’attenzione ed avere visibilità sui media.

Ma qui i gusti personali non c’entrano. Piuttosto dovrebbe essere una questione di decenza, di estetica e di buon gusto. Esiste un protocollo che regola i media; in TV è vietato proporre immagini e scene che possono turbare i bambini e persone sensibili, specialmente in quella fascia oraria di grande ascolto che viene definita “fascia protetta” (Interessa soprattutto i bambini, ma riguarda anche gli adulti). Sulla stampa, ed anche sul web, questa fascia non esiste; quindi passa tutto e di più, comprese oscenità, nudi in offerta speciale e immagini che definire orribili è eufemistico.

E infatti sul Giornale ho lasciato questo commento: “Dovreste avere più rispetto per la sensibilità dei vostri lettori. La vista di queste oscenità potrebbe causare gravi traumi psichici a bambini e persone particolarmente sensibili. Qualcuno potrebbe anche chiedervi i danni.”. E’ strano che nessuno prenda posizione e protesti per l’eccesso sui media di immagini e scene di violenza o, comunque, sconsigliate per una parte del pubblico, specie bambini.

Ditemi voi; ma questa foto di Bertè che sembra un mostro con gli occhiali, vi sembra normale? Che sensazioni e reazioni vi provoca; positive o negative? Pensateci bene. Guardate anche queste (modella senza denti e calva), (Naike Rivelli nel water), (Gessica Notaro dopo l’aggressione); sono solo alcune, e neppure le peggiori, delle immagini che si vedono ogni giorno in rete.

Se ne ricavate una sensazione negativa, o addirittura fastidiosa, tenete conto che la continua visione quotidiana di immagini simili genera una fortissima carica di negatività che si accumula nella mente e può creare ansia, nevrosi e stati patologici; senza che ve ne rendiate conto e ne abbiate coscienza.
Va bene che gli addetti ai lavori ci campano e, quindi, per loro non conta il livello culturale o estetico, ma solo il riscontro commerciale, i dati auditel e gli introiti pubblicitari; ma c’è un limite a tutto. Forse non abbiamo ancora capito l’influenza negativa dei media sul pubblico.

Continuo a ripeterlo da anni; lo sento come un problema di fondamentale importanza, visto che la nostra vita ormai è regolata dai media che impongono, tramite messaggi subdoli e subliminali, ritmi, stili di vita, idoli e modelli da imitare. Ho scritto decine e decine di post sull’argomento. Ne ripropongo uno a caso del 2009: “Il Papa ha ragione“. Il Papa non è Bergoglio (lui pensa solo ai migranti e dice sciocchezze ogni volta che apre bocca), ma il suo predecessore Papa Ratzinger.

Il Papa ha ragione (2009)

I media stanno “intossicando” la nostra anima. E’ quello che continuo a ripetere da anni. Basta digitare nella finestrella della funzione Cerca, nella colonna a destra, parole come “informazione, media, televisione, stampa, violenza” e si troveranno decine e decine di post dedicati a questo argomento. Ma se lo dico io non fa testo. Ieri, invece, molto più autorevolmente, il Papa, nel corso della cerimonia in onore della Madonna a piazza di Spagna, ha ribadito molto chiaramente, come già in passato, la condanna di un certo tipo di informazione:

Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono“.

Non sempre sono d’accordo con la posizione della Chiesa, dei vescovi o dello stesso Papa. Ma in questo caso dice delle cose sacrosante di cui, forse, non si nota appieno la drammatica verità. E’ vero non perché lo dice il Papa, ma il Papa lo dice perché è una verità sacrosanta che è sotto gli occhi di tutti. E’ lo stesso appello che viene lanciato con sempre maggiore frequenza da psicologi, sociologi, filosofi, educatori. Ma si fa finta di non sentire, non capire.

Oggi, per esempio, il suo discorso è già sparito dalle prime pagine dei quotidiani on line. Strano, ma prevedibile, perché i primi ad essere messi sotto accusa sono proprio i media. Allora è meglio non dare troppo spazio alle denunce del Papa ed alla responsabilità dei media. Meglio evitare crisi di coscienza. Tanto è vero che, per rintracciare il testo completo, sono dovuto andare sul sito di Avvenire: ”Il meccanismo dei media intossica le coscienze“ (la pagina non esiste più; strano, vero?).

Questo pomeriggio sul sito RAI mi imbatto sul programma di Monica Setta “Il fatto del giorno“. La puntata sta finendo, ma l’argomento era proprio il discorso del Papa. In chiusura di puntata la conduttrice fornisce i risultati dell’immancabile televoto attraverso il quale, lo si intuisce, si è chiesto agli spettatori se fossero d’accordo o meno con le parole del Papa: “La TV abitua al male e all’orrore?“. Ed ecco il risultato: SI, 94% NO 6%.

Monica Setta

Certo, è un sondaggio televisivo, quindi da prendere con le molle. Tuttavia, il risultato è così schiacciante che non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni. In verità, però, un dubbio sorge ed è anche piuttosto inquietante. Se è vero che il 94% degli spettatori televisivi ritiene che le parole del Papa siano vere e che, quindi, la TV abbia una responsabilità primaria nell’abituare il pubblico al male ed all’orrore, perché quello stesso pubblico segue la TV con assiduità?

Che senso hanno i milioni di spettatori dei reality, delle fiction a base di violenza, dei talk show che portano la cronaca nera in primo piano (con o senza il plastico di circostanza), dei processi mediatici, delle immagini forti e spesso raccapriccianti di incidenti, omicidi, con l’immancabile primo piano delle macchie di sangue, il tutto mostrato non in orari di scarso ascolto, ma nei maggiori TG nazionali all’ora di pranzo o di cena?  Che senso ha mostrarci i dettagli dell’ennesimo morto ammazzato quotidiano o delle sempre più frequenti tragedie familiari con madri che ammazzano i figli, mariti che ammazzano le mogli, figli che ammazzano i genitori e sconosciuti che si ammazzano “per futili motivi“?

Gli operatori dei media dicono che è diritto di cronaca. La fanno passare per informazione. Dicono, per giustificarsi, che “La gente vuole sapere…”. E con questo criterio in TV passa di tutto, il peggio del peggio della tragedia umana. E la gente guarda, si abitua, finisce pe assuefarsi a questo genere di informazione e spettacolo. Diventa “normale”. Poi, però, ecco che il sondaggio dice che il 94% degli spettatori ritiene che la TV sia responsabile di questo orrore. Ma allora perché la guardano?

Ma, soprattutto, perché gli addetti ai lavori, gli operatori dei media, chiamati così direttamente in causa, non si sentono in dovere di rimediare? Non solo non rimediano, non hanno nemmeno degli scrupoli, né un dubbio. Anzi, escludono qualsiasi responsabilità. La stessa Monica Setta, citata in precedenza, fornendo i dati del televoto si rivolge al suo “direttore” collegato telefonicamente e si chiede: “Direttore, ma allora anche noi siamo responsabili?”. E cosa risponde l’illuminato direttore RAI? Dice che loro non sono responsabili, che quella è la posizione del Papa, ma che loro si limitano a raccontare la realtà. Il che significa che o non ha capito niente del pensiero del Papa, oppure fa finta di non capire (perché è più comodo e ci si campa), oppure ha qualche difficoltà congenita a capire il significato delle parole.

Insomma, loro raccontano la realtà (dicono). Ma così facendo accrescono il livello di violenza e di aggressività sociale. E più la società diventa violenta, più loro la raccontano e la sbattono in prima pagina. E’ una rincorsa verso l’autodistruzione. E’ un circolo vizioso. E’ una forma gravissima di autolesionismo, di masochismo sociale di cui, però, nessuno si ritiene responsabile. Ma la spiegazione c’è. E’ quello che ho ripetuto spesso: stiamo impazzendo tutti, ma non ce ne rendiamo conto.
Esattamente come concludevo, 5 anni fa, uno dei tanti post dedicati all’influsso dei media ed alla crescente follia nel mondo: “Follie di giornata“. Chiudevo proprio così: “In un mondo di matti nessuno si rende conto di esserlo“.

Può sembrare esagerata come conclusione, ma non lo è più di tanto. Pochi giorni fa, sulla Stampa, c’era un interessante articolo sull’influenza negativa che un certo tipo di rappresentazione della realtà può avere sul cervello umano, determinando addirittura dei mutamenti e condizionandone il comportamento (oggi la pagina non risulta più disponibile: curioso, tutte le pagine che chiamano in causa la responsabilità dei media spariscono. Sarà un caso?). Lo afferma un neurologo: “La rabbia nasce da un conflitto di potere nel cervello“. Uno di quei tanti articoli che salvo, pensando di dedicargli un post, ma che poi restano lì, magari insieme a tantissimi articoli interessanti; passa la voglia perfino di parlarne. Ma in questo caso riporto un breve passo:

La maggiore diffusione di paradigmi, esempi diseducativi, modelli che scaturiscono da talk show, dibattiti politici, confronti sportivi esasperati, eventi tragici e criminali della vita contemporanea – afferma Sorrentino – contribuiscono a trasformare il cervello in una sorta di ghiandola impazzita che secerne veleni e sostanze che favoriscono azioni, decisioni e comportamenti sconvolgenti“. Più chiaro di così non si può.

Appunto; ed io cosa dico da anni? Esattamente questo. E’ solo uno dei tanti esempi di denuncia chiarissima di un fenomeno che dovrebbe preoccuparci tutti, ma che, stranamente, non interessa nessuno. Si critica la TV, ma tutti la guardano. Si dice che la TV è diseducativa, ma la seguono a milioni. Si stigmatizza l’eccesso di violenza e di trash, ma più i programmi sono violenti, trash, stupidi, e più fanno ascolto. Si riconosce che la TV e i media, come dice il Papa, ci “intossicano”, ma sono il nostro pane quotidiano. Allora è logico chiedersi: “Perché?”. Ovvio, perché stiamo impazzendo.
P.S.
Non per abusare della pazienza di chi legge, ma per chiarire cosa sia quella che chiamano “Informazione”, ecco cosa scrivevo, 6 anni fa, in un breve post a proposito del concetto di “Notizia”: “Notizie…inutili!
Vedi questo documento di Enrico Cheli in formato Pdf del 2005 “Effetti collaterali dei media e come difendersi“.

TV horror

Tutti quelli che invocano la libertà, l’indipendenza o il liberalismo, per dire che non si possono introdurre delle limitazioni in un potere pericoloso come quello della televisione, sono degli idioti. E se non sono degli idioti sono degli imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza educando alla violenza.“. (K.R. Popper)

Vedi: Estetica in TV

Gaber e il buonismo

Qualcuno si è ricordato di Gaber, del suo talento  e di quello che cantava. Bisogna morire per ricevere dei riconoscimenti. Ma quando era vivo non gli si dava troppo spazio; lo si ammirava a teatro, era chic citare suoi testi, ma con riserva. Non essendo facilmente inquadrabile politicamente, era scomodo, sia per la destra che per la sinistra; ed anche per il centro. Oggi lo ricorda Alessandro Gnocchi con un articolo sul Giornale: “Gaber si burlava delle star buoniste.”, citando un brano “Il potere dei più buoni” dal suo spettacolo (qui  completo) “Un’idiozia conquistata a fatica” (di Gaber – Luporini, stagione teatrale 1997-2000). Testi di 20 anni fa, ma che sembrano scritti oggi per descrivere la società moderna ed i suoi problemi; dalla politica all’informazione, il buonismo, il terzomondismo, l’accoglienza e la beneficenza con il denaro pubblico, il consumismo, l’alterazione delle coscienze, il conformismo, la democrazia. Ciò che Gaber cantava 20 anni fa, oggi è diventato tragicamente reale.

Gaber teatro

Penso ad un popolo multirazziale / ad uno stato molto solidale / che stanzi fondi in abbondanza / perché il mio motto è l’accoglienza». Oggi questo passo sarebbe sufficiente per essere additato come xenofobo, razzista e in ultima analisi fascista. Ma Gaber va oltre: «Penso al problema degli albanesi / dei marocchini dei senegalesi / bisogna dare appartamenti / ai clandestini e anche ai parenti / e per gli zingari degli albergoni / coi frigobar e le televisioni / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / son già iscritto a più di mille associazioni / è il potere dei più buoni / e organizzo dovunque manifestazioni».

Poi Gaber fa a pezzi la moda ambientalista-animalista: «Ho una passione travolgente / per gli animali e per l’ambiente / Penso alle vipere sempre più rare / e anche al rispetto per le zanzare / In questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante». Il colpo finale è riservato a chi sfrutta le tragedie per tornaconto personale: «Penso alle nuove povertà / che danno molta visibilità / penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni / è il potere dei più buoni / che un domani può venir buono per le elezioni”.

 

 

Testimone oculare

La tragedia, l’inviato speciale, il testimone oculare che “Ho visto tutto” e i sondaggi.

La cosa insopportabile è la rappresentazione mediatica delle tragedie, la banale retorica da “Manuale pratico del piccolo cronista” di giornalisti ed inviati speciali, i commenti degli esperti del giorno dopo, le lamentazioni televisive delle prefiche buoniste, le ipocrite manifestazioni di solidarietà, le bandiere a mezz’asta ai balconi, le fiaccolate, i cortei, i fiori, i palloncini, le dichiarazioni di circostanza ed il cordoglio in fotocopia dei capi di governo, di quella classe politica che ha la coscienza sporca e pensa di lavarsela con slogan da Baci Perugina, l’astratta vicinanza e le preghiere per le vittime di un Papa per il quale anche i terroristi sono “nostri fratelli” e  condanna la violenza di chi fa le stragi inneggiando ad Allah, senza mai citare l’islam, l’intollerabile idiozia di chi continua ad affermare che fra l’islam ed il terrorismo non c’è nessuna relazione.

Questa è la vera tragedia, l’esistenza di esemplari della specie umana che sembrano contraddire Darwin e la teoria che la natura favorisca la sopravvivenza dei soggetti migliori. Non sempre, caro Darwin,  non sempre e non necessariamente. L’evoluzione della specie non è lineare; esistono momenti di stasi, di involuzione e regressione, mutazioni genetiche che possono generare anomalie, mostri e aberranti esemplari di umanoidi. Alcuni diventano fenomeni da baraccone, altri diventano socialisti e vorrebbero cambiare il mondo per adattarlo alle loro farneticanti ideologie contro natura, alcuni scambiano Marx con Gesù (forse per via della barba), altri fanno i terroristi, altri ancora governano il mondo.

Incidenti stradali

Incidenti ferroviari

Botti di Capodanno

Vasco, rock e business

Il concerto di Vasco Rossi è diventato l’evento più importante d’Italia e per diversi giorni è stato al centro dell’attenzione mediatica. Stampa, televisione, internet, per giorni hanno esaltato questo evento musicale contribuendo al suo successo organizzativo. Ed il successo è stato favorito anche dal fatto che i media gli hanno riservato tanto spazio. C’è un aspetto della comunicazione che di solito viene ignorato: l’effetto domino delle notizie. E’ un aspetto che si può riscontrare ogni giorno e la conferma è data dal fatto che spesso basta segnalare un video interessante e, inevitabilmente, le visualizzazioni di quel video aumentano. E’ l’effetto trainante delle notizie; una specie di reazione a catena. Più se ne parla e più cresce la popolarità, le visualizzazioni ed il successo.  Così dei video banali e insignificanti diventano popolari e spesso determinano anche dei guadagni per gli autori. Tanto è vero che essere “Youtuber” e pubblicare video è diventato quasi un mestiere; c’è gente che ci campa.

Quando leggiamo notizie sul mondo dello spettacolo (ma vale anche per tutti gli altri settori) forse non pensiamo che quella certa notizia, messa in prima pagina, con molta evidenza, abbia proprio lo scopo di creare interesse per quel personaggio o quell’evento. Sono veri e propri messaggi pubblicitari, ma noi li scambiamo per notizie di cronaca. Sono l’aspetto più subdolo dell’informazione. Esiste una pratica giornalistica che si chiama “pubblicità redazionale“, che non appare e non viene percepita come pubblicità, ma come semplice notizia di cronaca. Per riconoscere questi messaggi bisogna avere un minimo di senso critico e di spirito di osservazione; e non tutti ce l’hanno. Bene, il concerto di Vasco è un caso emblematico di questo effetto domino dell’informazione. E, sotto questo aspetto, è stato un grosso successo.

Non sono un fan di quel genere di musica, non ero al concerto e non l’ho nemmeno seguito in TV. Non riuscirei a ficcarmi in mezzo a migliaia di persone per ascoltare un cantante pop nemmeno se mi pagassero. Ma trovo interessante l’evento sotto l’aspetto del fenomeno sociale, come rito collettivo del quale ho parlato nel post precedente (Vasco, lo sciamano), riprendendo un post del 2013. Da molto tempo non seguo più la musica pop. Non perché non mi piaccia la musica; anzi, era la mia passione, tutta la musica, leggera, classica, Jazz, lirica, cantavo e conoscevo tutte le canzoni, suonavo la chitarra classica ed il piano e, a metà anni ’70 riuscii ad aprire anche la mia bella radio libera.  Ma ad un certo punto, proprio in quegli anni, con l’arrivo della disco music, avvenne un livellamento al basso della qualità musicale. La creatività andò scemando e, non avendo più la capacità di inventare nuove melodie ed armonie, si cominciò a dare sempre più importanza al testo, invece che alla musica. Era la stagione d’oro dei cantautori impegnati che, pian piano si trasformarono in pseudo-rivoluzionari con la chitarra. E da allora ho cominciato a non sopportare più questo scempio. Mi annoiano; anzi, non li sopporto.

Ma questa mancanza di creatività significa che le canzoni, dal punto di vista musicale, finiscono per somigliarsi tutte. E se ascoltiamo certe canzoni di seguito, sono così simili per ritmo e melodia che è difficile capire dove finisce una e comincia l’altra. In pratica, anche se fingono di non accorgersene, da decenni tutti cantano la stessa canzone, un’unica monotona nenia scandita dal ritmo ossessivo di una batteria elettronica; cambiano solo le parole. E così, a partire dagli anni ’70 i cantanti, a corto di fantasia creativa e proprio per mascherare questa carenza, sono diventati dei tribuni del popolo, portatori di messaggi sociali, si sono riciclati come poeti, ed i concerti di musica pop sono diventati spettacoli a base di luci, fumi colorati, coreografie, provocazioni (specie di tipo sessuale), proteste, fuochi d’artificio ed effetti speciali; e  la musica è solo un aspetto dello spettacolo, e nemmeno il più importante; sono il pretesto per radunare gente che paga un biglietto per stare in compagnia e sentirsi parte del branco.

Più che spettacoli musicali sono eventi di massa organizzati col solo scopo di realizzare profitti. Questo articolo lo dice molto chiaramente e  fa i conti in tasca a Vasco, al concerto, alla sua società ed a tutto quello che ruota intorno al business del fenomeno Vasco: “Tutti gli affari della Vasco spa“. Ma il successo commerciale non necessariamente equivale a garantire la bontà del prodotto offerto. Spesso il successo dipende in gran parte dall’efficacia della campagna pubblicitaria. Appunto. Il fatto che sia stato il concerto con il più alto numero di spettatori paganti può avere un’importanza ai fini statistici, ma non significa che sia eccellente dal punto di vista musicale. Significa solo che molta gente ha partecipato e che è stato un grande successo organizzativo. Anche le adunate oceaniche del nazismo avevano grande partecipazione. Anche i comizi di Walter Veltroni al Circo Massimo radunavano 2.500.000 di partecipanti (diceva lui, vedi “Veltroni in versi e versacci“). Se milioni di persone ascoltano e ballano i tormentoni estivi non significa che quella sia musica di alta qualità. Se milioni di persone vanno a vedere i cinepanettoni non significa che siano capolavori della cinematografia. Se milioni di persone seguono telenovelas, fiction e reality non significa che siano spettacoli di alto livello. Se il numero fosse garanzia di qualità, dovremmo concludere, come scrisse qualcuno in rete molto tempo fa, che la merda deve essere squisita, perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.

Quantità e qualità non sono sinonimi, non sono intercambiabili, non si giustificano a vicenda. Sono concetti totalmente diversi, opposti e inconciliabili. La quantità va a scapito della qualità e la qualità non si accompagna mai alla quantità. Tante bugie non fanno una verità. Tanti idioti non fanno un genio. Si potrebbe continuare ad libitum su questa falsariga. Ma c’è una famosa battuta di Guido Clericetti che sintetizza il concetto: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli”. E finché il vecchio motto “panem et circenses” funziona per tenere buono il popolo ed obnubilare i cervelli, si va avanti così, fra rockstar, soubrettes smutandate e ciarlatani da fiera paesana che trattano la politica come fosse il mercato delle vacche. Vedendo i servizi entusiasti dei TG che mostrano una folla urlante di esagitati (e sentire i commenti intrisi di superlativi ed iperboli) si stenta a credere che si tratti di esseri umani; si ha l’impressione di assistere ad un reportage naturalistico sui primati. Ma le scimmie sono più simpatiche; e forse anche più intelligenti. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ormai questi eventi sono dei prodotti mediatici, costruiti secondo le più ciniche regole del mercato, con un unico scopo: realizzare profitti. Ed i media sono responsabili di questo stravolgimento dei valori anche del mondo dello spettacolo. Ecco perché i media hanno una grandissima parte di responsabilità nel crescente degrado culturale e morale della società. Sono i primi e più importanti veicoli di diffusione del principio del ” Non valore“, grazie al quale ciò che conta non è l’effettivo valore  qualitativo di un prodotto, ma il suo valore commerciale. Abbiamo sostituito la morale con il tornaconto economico, la cultura con il copia/incolla, i maestri con Google e la TV, e conta più il contenitore del contenuto.

Ecco perché i media esaltano fenomeni da baraccone e ne fanno dei modelli da imitare.  Per nascondere il fallimento della politica, la mediocrità eletta a sistema, il marciume e la corruzione di una classe dirigente inadeguata e l’inconsistenza culturale e morale delle ultime generazioni prive di valori e riferimenti, e di un’intera società allo sbando che corre incoscientemente verso l’autodistruzione. Ed il mezzo più pericoloso di tutti è la televisione, la cattedra mediatica dalla quale, 24 ore su 24, i nuovi maestri dispensano il nuovo verbo ed inculcano nel popolo i principi del pensiero unico di regime.

Sono riusciti a farlo anche in occasione di un concerto pop. Infatti hanno chiamato un “bravo conduttore”, Paolo Bonolis, a commentare il concerto. Non l’ho visto nemmeno per sbaglio, ma ho letto che questa curiosa innovazione ha suscitato molte polemiche (Modena park, tutti contro Paolo Bonolis, pioggia di polemiche sul web).  Il vero responsabile, però, non è Bonolis, ma chi ha avuto la bizzarra idea di far commentare un concerto pop come se fosse una partita di calcio. Ora la TV si sente in dovere di spiegarvi anche le canzonette. Come dire, cari italiani, che i “maestri” catodici sono convinti di avere degli alunni completamente deficienti. Non c’è altra spiegazione. In televisione c’è gente convinta che i telespettatori siano stupidi e, quindi, abbiano sempre bisogno di qualcuno che gli spieghi cosa stanno guardando. La realtà mostrata dalla TV ha bisogno delle didascalie o di un conduttore, cronista, commentatore, opinionista, che illustri al pubblico ciò che vedono benissimo sullo schermo. Salvo casi particolari, questi commenti sono del tutto inutili perché un’immagine vale più di mille parole. Ma gli addetti ai lavori fingono di non saperlo perché con quel lavoro ci campano. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma pensare di commentare un concerto di musica pop è così surreale da diventare perfino divertente, se non fosse invece molto fastidioso per chi l’ha seguito in TV.  Nessuno, però, fa meta-televisione e commenta i commenti dei commentatori. Così nessuno ci ha ancora spiegato perché in TV ci sono tanti idioti. Resta un mistero.

P.S.

Esempio, una canzone a caso, la prima che mi è venuta in mente: “Voce ‘e notte“, uno dei classici della canzone napoletana, che ha più di 100 anni, essendo stata scritta nel 1903. Questa è una splendida interpretazione di Francesca Schiavo con l’Orchestra italiana di Renzo Arbore. Vale più questa sola canzone di tutta la produzione dei Vasco Rossi e di tutti i rocker,  rapper, sfigati con piercing e tatuaggi e predicatori con la chitarra in circolazione. E andatevene a quel paese, Vasco, i fan e chi li segue, chi li ama e chi confonde la musica con i rumori gastrointestinali.

Igor, media e violenza

I media ci stanno avvelenando, giorno per giorno. E’ una specie di mitridatismo mediatico; ogni giorno ci propinano la nostra dose quotidiana di violenza che, a lungo andare crea dipendenza, come la droga. Lo dico e lo ripeto da anni. Facciamo un esempio pratico. Raramente accendo la TV al mattino. Ma ogni tanto succede, magari per cercare di sentire le ultime notizie: con i tempi che corrono non si sa mai che scoppi una guerra nucleare. Bene, di solito il giro di zapping dura pochissimo, il tempo di fare un giro veloce sui vari canali e, siccome c’è sempre e solo la solita spazzatura,  spegnere. Cosa c’era oggi in TV? Vediamo.

Su RAI1 c’erano i soliti cuochi, su RAI 2 si parlava della strage di Erba, su RAI3 si cercavano assassini a “Chi l’ha visto”, su Rete4 c’era una fiction, su Canale 5 c’era quel cortile di liti familiari che è Forum, su Italia 1 c’era il TG. E parlava di “Igor il russo”, della sua fuga e della caccia delle forze dell’ordine. Subito dopo parte una altro servizio su una donna cinese accoltellata a Budoni in Sardegna. Basta e avanza. Spengo e andate affanculo tutti quanti, voi, i TG, i cuochi e chi vi segue. La televisione sta diventando insopportabile; un bollettino di guerra sarebbe più tranquillizzante. Cominciano al mattino presto a parlare di violenze di ogni genere, di incidenti, di morti ammazzati, di guerre fra bande di criminali, di droga e, immancabilmente, di femminicidi (ormai sono all’ordine del giorno).

Il “Nemico pubblico numero 1“. Continuano a chiamarlo “Igor il russo”. Non aggiungo altro perché ormai chi sia e cosa abbia fatto lo sanno anche i gatti. Già ieri si sapeva che Igor non era il suo nome e che non era nemmeno russo. Infatti aggiungevano subito che è serbo. Bene, allora abbiamo chiarito chi è questo criminale? No. Oggi nei Tg lo chiamano ancora “Igor il russo“, e subito dopo precisano che, però, viene dalla Serbia e che ha un altro nome.  Anche la stampa continua a definirlo così: “Tutti i segreti di Igor il russo“. Allora viene spontaneo chiedersi perché si continua a chiamarlo “Igor il russo” se ormai già da ieri è accertato che non è russo e non si chiama Igor?  Questo ci dà la misura della serietà dell’informazione. Ci sono due spiegazioni per questa contraddizione. La prima è quella semantica (ma la spiegazione sarebbe lunga), che spiegherebbe il vezzo giornalistico di far uso di motti, frasi fatte, paradigmi, stereotipi e appellativi che funzionano da identificativo, richiamano subito alla mente il personaggio, lo caratterizzano e si prestano ad essere usati come messaggio subliminale. E’ l’effetto “Mostro in prima pagina“. L’altra è più semplice e spiega il livello professionale degli addetti ai lavori nel campo dell’informazione. In questo caso non ci sono spiegazioni complicate, ci sono solo tre possibilità: o sono mezzo idioti, o sono idioti per 3/4, o sono idioti del tutto.

Da ieri l’argomento principe di tutti i media è lui “Igor il russo”. Cosa ha fatto di così speciale per scatenargli dietro un migliaio di carabinieri e coinvolgere perfino il comandante in capo del Corpo? Niente di speciale. Ha fatto una rapina ed ha ucciso una persona. Niente di più di quanto sentiamo quasi ogni giorno. Ma allora perché gli altri casi vengono dimenticati quasi subito e questo Igor diventa un caso speciale? Perché si ottengono due risultati. Il primo è quello di utilità mediatica: si riempiono i programmi con scoop, esclusive, aggiornamenti, servizi degli inviati speciali, interventi e commenti in studio di esperti e opinionisti, interviste volanti a cittadini ed al comandante delle operazioni mascherato col passamontagna (fa scena e si approfitta per pubblicizzare un suo libro), riprese in diretta delle operazioni delle forze dell’ordine (che non sai se sono reali o sono sceneggiate a beneficio delle telecamere). Insomma, si riempie il palinsesto per giorni, si fa audience e ci si guadagna la pagnotta.  Il secondo risultato è quello di focalizzare l’attenzione del pubblico su questo caso e farne il “Nemico pubblico numero uno”, stile Al Capone. Così, se lo prenderanno (come speriamo) sarà un grande spot a favore della capacità operativa delle forze dell’ordine, scoraggia la giustizia fai da te e smentisce chi accusa lo Stato di non garantire la sicurezza dei cittadini. Più è pericoloso il criminale catturato e più efficiente si dimostra lo Stato. Ecco perché ingigantire la pericolosità di Igor, significa automaticamente esaltare la capacità delle forze dell’ordine. E così, la cattura di Igor, almeno per un po’ di tempo, farà dimenticare il fatto che di criminali come Igor l’Italia è piena e che nessuno si sente più al sicuro, nemmeno in casa. Ma tutto finirà in gloria; fino alla prossima rapina ed al prossimo morto ammazzato.

La cronaca nera, gli incidenti, le tragedie di qualunque genere sono diventati l’argomento principale dei media. Con queste notizie si riempiono pagine dei quotidiani, programmi Tv, internet. Tempo fa ho dedicato un post alle notizie di apertura del quotidiano locale L’Unione sarda: quasi sempre sono notizie di incidenti stradali (Vale la pena di leggere questo post Top News per capire di cosa sto parlando). Sembrerebbe che il problema più importante della Sardegna sia il traffico. Ecco, giusto per fare un altro  esempio concreto, cosa riportava ieri L’Unione sarda al centro pagina, nella sezione “News Italia“.

Avete letto i titoli? Vi sembra credibile che oggi in Italia queste siano le notizie più importanti? Oppure sarà un caso eccezionale in un giorno particolare? No, è la norma, questo è ciò che si legge tutti i giorni sulla stampa, su internet, in TV.  I Tg sembrano la cronaca dei morti “minuto per minuto”, un bollettino delle disgrazie. I programmi di intrattenimento, a partire dal mattino, riprendono gli stessi argomenti. Il pomeriggio, tanto per favorire la digestione, i vari talk riprendono gli stessi argomenti di cronaca nera, con approfondimenti ed inviati speciali sul luogo delle tragedie. La sera peggio che mai; film e fiction polizieschi, horror, con abbondanza di Squadre omicidi, Distretti di polizia, CSI, NCIS, Squadre speciali, “Montalbano sono…”, marescialli, preti che fanno i detective e cani che fanno i commissari.  Ancora programmi speciali (Quarto grado, Amori criminali, Storie maledette, etc.), inchieste, ricostruzioni di vecchi fatti delittuosi, tutto a base di violenza e cadaveri, con dovizia di dettagli macabri. Sembra che per i media l’argomento principale sia proprio la violenza. E quando non ci sono fatti di sangue in casa nostra andiamo a scovarli in capo al mondo, pur di garantirci la nostra dose quotidiana di violenza, come fosse una droga. Ecco un esempio: “Scontro frontale in Texas“. E’ solo uno dei tanti esempi. In mancanza di incidenti stradali di casa nostra, raccontiamo quelli che avvengono in Texas. Vi interessa? No, non interessa nessuno; ma serve a riempire le pagine.

E così ogni giorno ci scaricano addosso la nostra buona dose di negatività che, inconsapevolmente, modifica il nostro essere, altera le nostre capacità e funzionalità mentali, la nostra psiche, il carattere, crea assuefazione e indifferenza verso il male, ci rende schiavi della necessità di assumere dosi sempre più massicce di veleno mediatico, ed accresce pericolosamente la nostra aggressività; quella aggressività che poi, cosa che continuo a ripetere da anni, esplode all’improvviso in atti di violenza che i media, non sapendo come spiegarla, continuano a giustificare “per futili motivi“. Forse non se ne rendono conto, ma i media hanno una responsabilità enorme nei confronti del pubblico. L’effetto di questo eccesso di notizie negative è che può scatenare, specie in individui particolarmente sensibili, deboli, con un precario equilibrio psichico, forme di emulazione o improvvisi raptus di follia.

Ma i media su questo genere di cronaca ci campano e non riconosceranno mai le proprie responsabilità. Bisognerebbe denunciarli, portarli in tribunale, accusarli di favoreggiamento e incitamento alla violenza e chiedere i danni morali. Oppure istituire un tribunale speciale, come in tempo di guerra, e condannarli per crimini contro l’umanità. Sì, perché, anche se sembra eccessivo, si tratta proprio di questo. I media stanno commettendo un crimine che non è meno pericoloso delle bombe dei terroristi. E’ più devastante, perché colpisce tutti indistintamente in ogni luogo ed è subdolo perché la gente non ne percepisce il pericolo e, quindi, non attiva nessuna forma di difesa. Un vero e proprio crimine che mascherano da informazione, libertà di stampa e diritto di cronaca. Ma è un bluff, c’è il trucco, perché dietro l’apparenza innocua e allettante si nasconde il pericolo, la truffa, l’inganno: come i cioccolatini purgativi o le bevande avvelenate.

Vedi:

Fiorello e violenza in TV

Cuochi e delitti

Il Papa ha ragione

Da “Quinto potere” (Network) 1976.

 

Follia umana (1)

La gente sta impazzendo, non c’è più dubbio. Ma non nel senso bonario come quando sorridendo diciamo ad un amico “Ma sei matto?”, perché fa o dice qualcosa di strano e bizzarro.  No, dico nel senso letterale del termine, come patologia mentale. Lo ripeto da sempre e purtroppo, arrivano puntuali le conferme. Ho sempre detto che non so quale sia la causa che genera questa follia; forse l’inquinamento ambientale, gli additivi tossici, coloranti, conservanti, aromi “naturali” chimici, che ingurgitiamo con i prodotti alimentari industriali, con frutta e verdura avvelenata da pesticidi, l’inquinamento elettromagnetico, lo stress di uno stile di vita nevrotico, l’informazione che ci fornisce ogni giorno la nostra razione quotidiana di violenze assortite, come una droga, e che crea uno stato mentale di tensione costante, di aggressività repressa che esplode alla prima occasione, modelli di vita imposti da una società che ha perso tutti i riferimenti, mutazioni genetiche. Non so cosa sia esattamente; forse un micidiale mixer di questi fattori ambientali, biologici, chimici, culturali. Quello di cui sono sempre più convinto, però, è che qualcosa ci sta mandando in pappa il cervello.

Lo constatiamo leggendo le notizie che ci vengono fornite ogni giorno dai media. Non solo quelle tragiche dei conflitti e guerre in corso e di attentati terroristici. Non passa giorno che non ci siano notizie di cronaca nera che vengono dalla quotidianità: donne ammazzate, bambini abbandonati, risse, violenze, aggressioni e morti per cause che la stampa definisce “futili motivi“. Come se morire per futili motivi sia meno grave o più grave che morire per motivi importanti. Qualcuno, per cercare di minimizzare la gravità di questa violenza crescente dice che non è vero che sono aumentati i crimini, ed invitano a non creare allarmismi perché questi fatti sono sempre successi, solo che prima non si conoscevano, oggi invece trovano più spazio nell’informazione. Non è vero: è del tutto falso. La crescita della violenza è reale ed è dovuta a nuovi fattori scatenanti che prima erano sconosciuti o avevano una minima influenza. Ora sono accresciuti i fattori che generano aggressività e violenza e sono di diversa natura, genetica, ambientale, culturale. Dell’l’influenza negativa dei media ho parlato spesso. Ma i fattori ambientali sono sempre più determinanti, a causa dell’inquinamento che  induce mutazioni genetiche e alterazioni ormonali e neuronali. Sono i danni provocati da inquinanti di varia natura: pesticidi, scarichi industriali, smog, polveri sottili e additivi alimentari specie dei prodotti industriali.

Ho sempre avuto il sospetto che questi fattori ambientali, oltre a quelli culturali derivanti dall’educazione, lo stile di vita, l’influenza dei media, potessero avere degli effetti negativi sulla mente umana; e quindi sul comportamento, lo sviluppo del carattere e della personalità e sui rapporti sociali. Ormai non sono una mia ipotesi campata per aria, lo dimostrano le ultime ricerche scientifiche. Ecco alcuni articoli apparsi di recente sulla stampa in merito agli effetti dell’inquinamento sul cervello umano.

Il quoziente intellettivo dell’uomo occidentale? Nell’ultimo secolo è crollato. Calo di circa 14 punti in poco più di cento anni.

Chi vive in città ha il cervello infestato da nanomagneti. Causa, l’eccessivo inquinamento atmosferico industriale.

Smog nel cervello. Così l’inquinamento contamina i neuroni. Possibili cause dell’Alzheimer.

Lo smog fa male al cervello; soprattutto a quello dei neonati. Gli inquinanti penetrano nel circolo sanguigno e da lì nel cervello, diventando tossici anche per i neuroni. Potrebbero avere una parte anche in psicosi e demenze precoci.

L’inquinamento riduce il quoziente intellettivo. La “pandemia silenziosa”, ovvero il dilagare nell’infanzia, a livello globale, di disturbi del neurosviluppo che vanno dall’autismo al deficit di attenzione ed iperattività ed al ritardo mentale.

Anche il cervello si ammala di smog. Vivere in strade molto trafficate aumenta il rischio di demenza senile, Alzheimer compresa.

Sono solo alcuni degli articoli che riprendono studi scientifici sugli effetti dello smog e dell’inquinamento atmosferico sul cervello umano. E non solo sul cervello. Una recente puntata di “Sfera” su La7 riprendeva l’allarme sulla moria delle api e lo spopolamento degli alveari, dovuta proprio ad inquinamento da pesticidi. Un allarme che è stato lanciato già diversi anni fa. Secondo gli ultimi studi, i pesticidi usati in agricoltura, specie i cosiddetti “neonicotinoidi“, oltre a provocare disorientamento e morte delle api, influenzano anche l’apparato sessuale generando mutazioni genetiche che riducono la fertilità dei maschi che acquistano caratteristiche sempre più femminili, fino al comparire di veri episodi di omosessualità.

Gli stessi neonicotinoidi li ritroviamo su tutti i prodotti dell’agricoltura che consumiamo regolarmente e che, penetrando nel terreno, vengono assorbiti dalle piante. Ciò significa che, anche dopo il lavaggio di frutta e ortaggi, permangono nei cibi tracce dei pesticidi che noi inconsapevolmente ingeriamo. Insomma, anche noi consumiamo la nostra brava dose di pesticidi, come le api. E come le api andiamo incontro a gravi pericoli per la salute, compresa la mutazione delle caratteristiche sessuali. Sarà un caso che negli ultimi decenni  le caratteristiche proprie del genere maschile e femminile siano sempre più confuse, che si vada verso un modello unisex, che si diffondano le teorie gender, e siano in crescita i casi di omosessualità? E perché mai dovremmo pensare che se questi pesticidi hanno effetti così devastanti per la sessualità delle api, non abbiano alcun effetto sull’uomo?

Purtroppo il video di quella puntata di Sfera non è disponibile. Ma questo breve servizio andato in onda su La7 illustra benissimo le cause dello spopolamento degli alveari. Ma le testimonianze della gravità del problema sono numerose, anche in video. Basta andare a vedere “Moria delle api“. Io stesso ho visto negli ultimi anni api morenti nel mio piccolo giardino dove vengono attratte da fiori ed alberi da frutto. Restano a terra, incapaci di volare, si muovono a stento come stordite, confuse, e muoiono. Ma io non uso nessun tipo di pesticida, né diserbanti, e nemmeno concimi; niente di niente. Evidentemente vengono avvelenate altrove. Troppo allarmistico? Avete ragione, non esageriamo, non preoccupatevi di queste sciocchezzuole, continuate pure a seguire il calcio, Sanremo, i salotti Tv per casalinghe disperate, cuochi e oroscopanti. (continua)

 

Donne da macello

Ammazzare le donne sembra diventato lo sport nazionale. Non passa giorno che qualche pazzo non decida di far fuori la compagna, la moglie, la fidanzata, l’amante, la ex. Negli ultimi tempi la media è di una vittima al giorno. E’ l’unica cosa che cresce in Italia: il numero delle vittime di violenza.

Cambiano solo le modalità di esecuzione, lasciate alla fantasia  ed all’immaginazione. Si va dallo stile incendiario al pluri-accoltellamento stile Giulio Cesare, fino alle martellate, come successo pochi giorni fa a Laveno Mombello (Uccide la moglie a martellate), metodo un po’ rozzo, ma efficace. Eppure in tempi recenti hanno approvato con grande clamore una legge sul “Femminicidio” che, nelle intenzioni dei legislatori, grazie all’aumento delle pene, doveva servire a far cessare o almeno limitare le violenze sulle donne. Forse hanno dimenticato qualcosa. Certe volte basta un niente, una svista, una virgola fuori posto, un refuso, una parola di troppo e la legge si inceppa, si blocca, non funziona. Oppure non funzionano i legislatori. Il fatto drammatico è che, nonostante la legge e le buone intenzioni di chi l’ha proposta ed approvata, le violenze sulle donne non solo non sono diminuite, ma sono in aumento. Chi pensa di fermare la violenza, l’odio, la malvagità umana e di risolvere tutti i problemi del mondo con leggi, norme e decreti è un idiota. Punto. E  non dovrebbe ricoprire incarichi pubblici; ancora meno governare o fare il legislatore.

La verità, che non si vuole ammettere,  è che la violenza non i ferma con una legge o con l’aumento delle pene. Nemmeno il rispetto delle donne e della vita umana si impone per legge, se manca la cultura del rispetto, se non si fa opera di sensibilizzazione proprio sul piano culturale, se non si pone un limite al dilagare sui media di rappresentazioni della violenza in tutte le salse, che sono autentici spot pubblicitari a favore della violenza e costituiscono modelli da imitare per menti malate o facilmente influenzabili.  Quello che stiamo facendo attraverso film, fiction, serie televisive, telegiornali, servizi e programmi speciali, stampa, internet, è  usare i media per riproporre continuamente, dalla mattina alla sera a reti unificate, l’esaltazione della violenza. Certi giorni i TG sembrano bollettini di guerra, a base di morti ammazzati, di sangue in primo piano e scene da cinema splatter; sempre più realistiche, più crudeli, più cruente, perché l’assuefazione obbliga, per attirare l’attenzione, a proporre scene sempre più forti. Forse chi opera nel mondo dell’informazione non si rende conto dell’enorme potere condizionante dei media. E già questo sarebbe un fatto grave. Ancora più grave sarebbe, però, rendersi conto di quali siano i rischi ed i pericoli di un uso spregiudicato dei media, e non fermarsi. In ogni caso, se sussiste anche solo un piccolo dubbio che la continua rappresentazione della violenza possa favorire l’emulazione (per me è una certezza), certi addetti ai lavori dovrebbero essere incriminati per istigazione alla violenza. Popper, benevolmente, li chiama solo imbroglioni, io li chiamerei criminali; sarebbe più adatto.

Proprio oggi in un TG ho seguito un breve servizio in cui la rappresentante delle Case di accoglienza per le vittime di violenza era preoccupata per gli ultimi casi di femminicidio. Ma ancora più preoccupata sembrava per il mancato arrivo dei fondi previsti dalla legge, che se non ho capito male sono cifre dell’ordine di milioni di euro. Sembra che più che preoccuparsi di spiegare le ragioni e trovare una soluzione al dilagare della violenza, stiano pensando ad incamerare soldi pubblici. Da parte del governo, però si pensa di risolvere il problema con l’introduzione, a settembre, di una “Cabina di regia“. Dice la ministra Maria Elena Boschi: “Abbiamo costituito la cabina di regia interistituzionale per rafforzare e promuovere azioni di contrasto alla violenza sulle donne e al femminicidio: ho convocato la prima riunione per l’8 settembre.”. Oh, finalmente, ecco ciò che manca per fermare la violenza: la “cabina di regia”. Perché nessuno ci aveva pensato prima? Magari poteva scegliere una data meno funesta dell’8 settembre, ma non stiamo a sottilizzare. L’ultima trovata ridicola di un governo di cialtroni. Poi, oltre al regista, ci metteranno anche il direttore della fotografia, gli scenografi, i costumisti, i tecnici delle luci, il trucco, il cestino con il pranzo per le comparse, ovviamente una buona sceneggiatura che sappia coinvolgere il pubblico (specie donne e anziani; quello è il target), si fa una fiction e si manda in onda su RAI 1 in prima serata; il tutto annunciato da un bel promo di “Pubblicità progresso“. Ed il problema è risolto. E se non si risolve il problema della violenza sulle donne, almeno si risolve il problema economico di chi lavora alla fiction; produttori, autori, sceneggiatori, registi, attori, tecnici, comparse e figuaranti. In tempi di crisi è già qualcosa. No?

E’ un argomento di cui parlo spesso perché lo ritengo fondamentale, uno dei problemi più gravi della nostra società moderna, sempre più condizionata dai messaggi mediatici. Se non affrontiamo la questione rendendoci conto che dobbiamo cambiare radicalmente tutto il sistema comunicativo e culturale, specie spettacolo e informazione, non risolveremo nulla, non ci sono leggi che tengano. Lo dicevo per l’ennesima volta anche di recente: “Femminicidio e leggi flop” (maggio 2016), “Buoni per legge” (febbraio 2016), ed in tanti altri post, alcuni riportati nella colonna laterale a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza.

Ecco un piccolo esempio, giusto perché ce l’ho sotto gli occhi, di come tutti i giorni la stampa, forse inconsapevolmente (ma non ne sarei troppo sicuro; penso, invece, che siano precise scelte editoriali per attirare l’attenzione dei lettori) propone immagini violente. Questo box si trova oggi sul sito del Messaggero (Ragazzina accoltella il fratello), esattamente sotto l’altro box inserito più in alto.  A parte la notizia del litigio finito a coltellate, cosa che ormai sembra del tutto normale (una volta, al massimo si faceva a botte, ora ci si ammazza) guardate quella immagine del coltello da macellaio in primo piano. Ricorda la scena più drammatica di Psyco di Hitchcock, quella della protagonista accoltellata sotto la doccia. Era proprio necessario inserire quella foto? E’ essenziale per capire la notizia? E’ il coltello usato dalla ragazzina? No, nessuna delle tre cose. E allora che senso ha mostrare un coltellaccio in primo piano? Forse non vi rendete conto di ciò che significa, di quale sia il messaggio che trasmette, dell’enorme potere evocativo della fotografia, della sua capacità di suggestionare, influenzare e coinvolgere il pubblico (basta pensare al cinema),  e di quali reazioni può suscitare nei ragazzi o nelle persone particolarmente sensibili ed influenzabili, peggio ancora se psichicamente labili. Se non capite queste cosette elementari sulla comunicazione, siete degli idioti ai quali dovrebbe essere vietato per legge (in questo caso sì, per legge) di lavorare nel campo dei mass media. E se non siete idioti, o imbroglioni, come dice Popper, siete comunque inadatti ad operare nel mondo dell’informazione e della comunicazione in generale. Anzi, costituite un vero e serio pericolo. Quindi cambiate mestiere, andate in campagna a coltivare patate, farete meno danni.

P.S.

E gli psicologi cosa dicono? Già, perché dovrebbero essere psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, secondo le loro specifiche competenze, a spiegarci le ragioni di questa violenza dilagante e, soprattutto, a mettere in guardia contro il pericolo che l’eccessiva rappresentazione della violenza possa creare emulazione; perché questo è il problema. Avete mai sentito qualcuno in televisione spiegare i motivi di questo potere negativo dei media? No, se qualcuno raramente accenna a questo pericolo è un caso isolato, messo subito a tacere da chi invoca la libertà di espressione e il dovere di cronaca. Anzi, ho sentito spesso autorevoli psicologi affermare tranquillamente in TV che la rappresentazione della violenza ha un potere catartico, serve ad esorcizzare la paura ed ha un effetto positivo perché  permette di sublimare l’aggressività. A questo punto non si sa più a che santo votarsi. Se anche gli psicologi non si rendono conto del pericolo, allora non c’è speranza. E dire che oggi  in Italia ci sono più di 100.000 psicologi e psicoterapeuti (Troppi psicologi) dei quali 3 su 4 sono donne (vi dice niente questo dettaglio?), circa  un terzo di tutti gli psicologi d’Europa. O sono troppi gli psicologi o ci sono troppi matti in Italia (matti non è il termine esatto, ma tanto per semplificare). Ma allora, se ci sono più matti in Italia che in tutta Europa, perché abbiamo chiuso i manicomi?  No, forse non siamo tutti matti, la verità è che sono troppi gli psicologi, farebbero bene a cambiare mestiere; ci guadagnerebbero tutti.

Quei ragazzi perbene

Hanno ammazzato un ragazzo “Per vedere l’effetto che fa“. Ho detto spesso che il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Conferme di questa follia dilagante ne abbiamo ogni giorno; la cronaca quotidiana è piena di episodi di violenza che non hanno una spiegazione. Non si erano mai sentite giustificazioni simili. Questa gente è completamente fuori di testa. E non è solo effetto della droga o dell’alcol. C’è qualcosa che ci sta mandando in pappa il cervello. Ma siccome è un processo graduale, non ce ne rendiamo conto.

Oggi si ammazza la gente così, per uno sfizio, per niente, per passatempo, per distrarsi, o “per vedere di nascosto l’effetto che fa“, come cantava Jannacci. Sono sempre più numerosi gli episodi di violenza, le aggressioni, le liti, i morti, “per futili motivi“, come dicono sbrigativamente i cronisti. Li chiamiamo “futili motivi” perché abbiamo paura di cercare le cause profonde di questa epidemia di follia collettiva. I futili motivi sono che la gente sta andando fuori di testa, ma siccome l’epidemia è generale nessuno ci fa caso. Sarà l’inquinamento dell’aria, del suolo e perfino delle falde acquifere, saranno i pesticidi o gli additivi nocivi che assumiamo con gli alimenti sempre più inquinati, saranno le polveri sottili nell’aria, sarà l’effetto delle dosi massicce di violenza che assumiamo ogni giorno attraverso i media, specie in televisione. Certo è che qualcosa sta modificando le normali funzionalità cerebrali. Ma nessuno ci fa caso. Ci occupiamo solo degli effetti collaterali, quando leggiamo in cronaca gli ultimi esempi di follia umana. Ci occupiamo dei sintomi, non della malattia. Questa sottospecie umana bisognerebbe confinarla in un’isola deserta: così, per vedere l’effetto che fa. Mi sa che siamo proprio alla fine del mondo. I Maya devono aver sbagliato giusto di qualche anno. Ma ormai ci siamo.

Uno dei due “bravi ragazzi” ha dichiarato: “Non so perché lo abbiamo fatto“. Si è mai sentito qualcuno che ammazzi una persona e non sa perché lo ha fatto? Se questa non è follia pura cos’è? Ma questi non sono scappati da un centro di igiene mentale, non sono in cura presso centri psichiatrici; sono ragazzi della Roma bene, che si possono incontrare in strada, a passeggio, al ristorante, sembrano “normali”. Flavia Vento, che con Marco Prato, uno dei due “ragazzi perbene “, aveva avuto una breve relazione, oggi ha dichiarato: “Marco non era violento“. Meno male, figuriamoci cosa farebbe se fosse violento. Questi ragazzi oggi sono così confusi e privi di riferimenti e valori che quella frase, appena modificata, potrebbe diventare il motto delle ultime generazioni: “Non sappiamo perché stiamo vivendo.”. Il fatto è che nessuno glielo insegna; né la scuola, né la famiglia, né la società, né la nuova cultura priva di riferimenti. Anzi, stiamo facendo di tutto per allevare generazioni di invertebrati, stressati, con gravi problemi d’identità, smarriti, confusi,  strafatti di droga e alcol, cresciuti con i falsi miti imposti dai media. Ragazzi distrutti, marci dentro, al cui confronto gli esistenzialisti, i nichilisti, e  la gioventù bruciata degli anni ’50/’60 erano il massimo del perbenismo, dell’impegno sociale, della serietà, dell’assennatezza e responsabilità.

Stiamo costruendo una società marcia, ma non ce ne rendiamo conto. Siamo distratti, abbiamo il cervello “in tutt’altre faccende affaccendato“, come direbbe Giusti. Noi pensiamo ai diritti gay, agli uteri in affitto, siamo occupati a seguire le prodezze amorose dei Vip, fiction, talent, Sanremo, bambini canterini, adulti ballerini, cuochi estrosi, il nauseante chiacchiericcio della compagnia di giro di politici ed opinionisti, le ochette starnazzanti  nei salotti televisivi del pomeriggio, giochini preserali con o senza pacchi, la posta lacrimevole della De Filippi, morti ammazzati a tutte le ore e l’ultima puntata di  “Signor giudice, Montalbano sono“; un record di ascolti.  Giorno per giorno stiamo assumendo a piccole dosi il nostro veleno quotidiano, una sorta di mitridatismo mediatico, senza rendercene conto o sperando forse di diventare immuni alla tossicità della televisione. Ed ecco il risultato; dei “ragazzi bene” che ammazzano un altro ragazzo, senza sapere perché lo fanno, così, per distrarsi, per passatempo, per provare nuove emozioni, per “vedere di nascosto l’effetto che fa“. Auguri.

Vedi, uno dei tanti post su media e violenza: “Cara sorellina ti ammazzo, per gioco…”.

Linguaggio, cancro e battaglie vinte (o perse)

Diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”. Frase cult di tutti quelli che si occupano di comunicazione. E nella comunicazione è insito il pericolo dell’inganno (Le parole ci ingannano). L’inganno è subdolo perché non ce ne rendiamo conto. Quando il linguaggio, ed il sistema comunicativo in generale, diventa di dominio comune, perde un po’ del suo significato originario, dell’essenza concettuale e si trasforma in una espressione assiomatica, addomesticata dall’uso popolare, che diamo per vera e scontata ed usiamo senza più chiederci il vero significato di una parola, una frase, un’espressione idiomatica.

Così assimiliamo il linguaggio e le sue regole, senza chiederci se quel modo di esprimersi, quel termine, quella espressione, siano corretti ed esprimano il vero significato di ciò che vogliamo comunicare, oppure contengano una piccola o grande mistificazione, un inganno che travisa il senso del messaggio. Il linguaggio non è solo il mezzo per esprimere idee, sentimenti, sensazioni e comunicare informazioni e messaggi; è esso stesso informazione e messaggio. Allora forse bisognerebbe prestare più attenzione alla comunicazione nel suo complesso, sia al medium che al messaggio di McLuhan, perché l’inganno può essere duplice. Facciamo dei piccoli esempi.

Nel mondo della comunicazione è normale usare termini che sono propri di specifiche discipline, ma che, usate frequentemente anche al di fuori del loro contesto originario, diventano di uso comune. Un esempio ricorrente è quello dell’uso della parola “bagnasciuga” (termine prettamente navale, che indica quel tratto dello scafo che, secondo la pesantezza del carico, può trovarsi sopra o sotto il livello dell’acqua; bagnato o non bagnato), al posto di “battigia”, che indica il tratto della costa sul quale si infrangono le onde. E’ abitudine dei cronisti, specie di quelli sportivi, usare anche un linguaggio volutamente esagerato, iperbolico, per  esaltare ed ingigantire azioni di gioco o imprese individuali. E’ un linguaggio usato in prevalenza sulla stampa per richiamare l’attenzione e la curiosità dei lettori; ma poi lo stesso linguaggio, di estrazione militaresca, viene usato anche nelle cronache in radio e TV. Così se un attaccante tira in porta con particolare potenza, non basta dire che ha tirato, no, bisogna esagerare ed allora quel tiro diventa “una staffilata, una fucilata, una rasoiata, una cannonata, una bomba…”. Infatti il calciatore che segna più reti si chiama “bomber“.  In compenso, nel linguaggio non sportivo, per indicare un intervento particolarmente scorretto, brutale o aggressivo (in un dibattito, una contesa verbale, una polemica), si usa un termine calcistico “entrare a gamba tesa“. Ecco un classico esempio di mistificazione metaforica. E così siamo pari.

Lo stesso inganno avviene quando i politici, quelli che stanno distruggendo l’Italia, affermano di “lavorare per il bene del Paese”, frase che fa un uso opinabile, se non improprio, di due concetti: il termine “lavorare” che richiama alla mente le pesanti fatiche del lavoro fisico dei campi, delle fabbriche, delle miniere, e che riferito ai politici suona quasi sarcastico, ed il termine “bene del Paese” che lascia aperti tutti i dubbi e le interpretazioni possibili su cosa si intenda per “bene del Paese“.  Visti i risultati, viene spontaneo pensare che sarebbe meglio se lavorassero meno; farebbero meno danni. Stesso uso disinvolto del linguaggio lo si fa nel mondo dello spettacolo:  chiunque salga su un palco e si esibisca cantando, ballando, recitando, è sempre bravissimo, fantastico, eccezionale, meraviglioso, straordinario. Uno semplicemente bravo non esiste. Sono tutti bravissimi, “superlativi assoluti”, anche quando non fanno niente, basta la presenza.

Sembra di sentire Petrolini quando, nelle vesti di Nerone, arringava la folla inferocita che lo accusava di aver provocato l’incendio della  città. Per tacitare la protesta prometteva la ricostruzione assicurando che  “Roma rinascerà più bella e più superba che pria“, riscuotendo l’applauso della folla, evidentemente affascinata dalla parola “pria“; “quando il popolo sente le parole difficili, si affeziona”, dice. E visto che continuavano ad applaudire ogni volta che ripeteva la frase e perfino anche solo all’accenno della pronuncia della parola, concludeva: “Lo vedi, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo“. Appunto.

Così se un attore o un artista in passato ha avuto il suo momento di gloria, grazie ad un successo momentaneo, più o meno grande, quel successo se lo porta dietro tutta la vita, anche se poi non fa nient’altro di decente. La bravura si dà per acquisita e valida vita natural durante. Questo fatto è facilmente riscontrabile con le comparsate e ospitate televisive di personaggi dello sport o vecchie glorie dello spettacolo, i quali magari non fanno niente, nessuna esibizione, ma vengono osannati semplicemente per la presenza, perché sono ospiti per dieci minuti, dicono quattro fregnacce di circostanza, fanno i complimenti alla trasmissione ed ai conduttori, ringraziano e salutano il “pubblico meraviglioso”, incassano l’assegno e via.

Nel linguaggio giornalistico l’iperbole è il sale della comunicazione; lo spargono a piene mani  dappertutto. Qualunque avvenimento, anche quello più insignificante, viene sempre raccontato come qualcosa di straordinario. Ecco perché leggiamo spesso titoli come “L’Italia sotto choc…”, o “Tutti pazzi per…”, o ancora “La rete impazzisce per…”, o “La Francia piange le vittime dell’attentato…”, “Pubblico in delirio…”. Sono evidentissime esagerazioni: non tutta l’Italia è sotto choc, ovviamente, come non tutta la Francia piange (anzi, qualcuno ha esultato e festeggiato), e non è vero che tutta la rete è impazzita per un certo video (qualche migliaio di cretini che si esaltano per un video idiota non sono “tutta la rete”), ed il pubblico al massimo sarà molto contento e soddisfatto, ma non è mai “in delirio”, che è una grave forma di alterazione mentale, uno stato patologico.

Ma allora perché usano questo linguaggio? Lo fanno perché per attirare l’attenzione del pubblico bisogna urlare ed esaltare ciò che si vuole vendere. L’immagine simbolo è il mercante ciarlatano da fiera paesana che urlava per attirare l’attenzione dei villici e vendere le proprie cianfrusaglie, o lo strillone di una volta che, per vendere i quotidiani, andava in giro urlando le notizie più importanti della giornata. Ma oggi si usa lo stesso sistema. Gli strilloni hanno solo cambiato luogo di lavoro. Ora strillano in televisione per vendere materassi, pentole, vasche da bagno e diete miracolose che in breve tempo trasformano corpi flaccidi e grassi in modelle perfette come statue greche (quelle che copriamo per non urtare la sensibilità del presidente iraniano).  Bisogna urlare, esagerare, usare le iperboli più fantasiose per rendere il prodotto che si propone più interessante di quanto sia in realtà (qualunque esso sia; un video, una notizia di cronaca, un detersivo, un evento sportivo o un materasso; il principio è lo stesso) . E’ lo stesso principio del mercante o dell’oste che decantano la qualità di ciò che vendono: stessa strategia applicata ai mezzi di comunicazione.

Lo stesso inganno avviene anche quando si parla di argomenti che non dovrebbero essere soggetti a questi piccoli trucchi. Per esempio quando si parla di argomenti seri e gravi, come malattie o drammi personali. Eppure si usa lo stesso meccanismo. Lo usano i media, ma lo usa anche la gente comune, perché ormai ha acquisito lo stesso linguaggio usato dai media e, quindi, senza rendersene conto, perpetua l’inganno.

Quando si tratta di personaggi più o meno celebri che, per loro sfortuna si trovano ad affrontare un tumore, finiscono sempre in prima pagina, con tanto di foto, e dichiarano di combattere la loro battaglia perché non bisogna arrendersi e perché alla fine vinceranno (quando e se vincono).  Ne siamo felici per loro. Ne parlavo di recente (Tumori e pudori) e temo che, leggendo quel post, qualcuno possa aver pensare che sia stato insensibile, cinico o peggio, nei confronti di chi soffre. Ed ecco l’ultimo caso, proprio una settimana fa (Fausto, modello dopo la chemio “Ricomincio senza capelli“); un altro che “ha combattuto la sua battaglia” ed ha lottato contro la malattia, perché bisogna andare avanti, non lasciarsi abbattere, perché “ha voglia di vivere” (lui ha voglia di vivere, gli altri, invece, sono tutti aspiranti suicidi schifati dalla vita!).

E’ un modo di manipolare la realtà, di adattarla, trasformarla, mascherarla, mistificarla, adulterarla, con l’uso improprio, superficiale e disinvolto del linguaggio. La metafora prende il posto del significato reale. Realtà e rappresentazione diventano una cosa unica, così come per il medium ed il messaggio di McLuhan.  Anzi la vera realtà è la sua rappresentazione, quella raccontata dai media, stampa, televisione, internet. Se qualcosa non passa in TV viene il sospetto che non esista. E se riescono a confondere le idee parlando di argomenti seri e gravi come le malattie, figuriamoci cosa riescono a fare con argomenti frivoli. Dovremmo chiedercelo spesso, se vogliamo capire quale sia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione (Realtà e fiction).

Allora, per evitare equivoci e giudizi errati, forse è bene che mi spieghi meglio. Se tu hai un tumore, tutto quello che puoi fare è affidarti alle cure mediche, seguire la terapia, qualunque essa sia, e sperare che funzioni e che guarisca. E le malattie si affrontano in silenzio, con pudore e senza clamori mediatici. Punto. Tutto il corollario che ci si ricama intorno a base di “lotta contro la malattia… combattere la mia battaglia…non lasciarsi andare…voglia di vivere…etc…”, e immancabile foto della testa pelata, è solo un mucchio di stronzate inutili e senza senso che servono solo per imbastire un articolo e riempire le pagine. Ed è un modo di esprimersi assimilato, pari pari, dal linguaggio usato da quei rincoglioniti cronisti che per far passare come interessante la notizia del tumore al personaggio più o meno famoso (evitiamo di fare nomi per carità cristiana) devono ingigantirla e parlare di “battaglia vinta” contro la malattia.

Ed ecco, per tornare a quanto accennavo all’inizio, un altro esempio di uso improprio del linguaggio. Non c’è nessuna battaglia, come non c’è nessuna vittoria, non ci sono scontri epici e nemmeno duelli o giostre a cavallo, non c’è nemmeno un accenno di competizione. Una malattia non è una gara di atletica o un torneo di calcetto fra scapoli ed ammogliati, con vincitori e vinti. A meno che a qualcuno non venga in mente di stilare una graduatoria anche dei malati di tumore per vedere chi è più motivato, chi combatte meglio, chi ha più voglia di vivere, chi vince e chi perde, con i servizi “esclusivi” degli inviati nei vari reparti oncologici d’Italia, con tanto di classifica finale ed assegnazione al più combattivo, del premio per il vincitore: “La flebo d’oro“.

Non ci sono battaglie e non si vince niente, non è una lotteria. Se si guarisce è solo perché è  andata bene, contrariamente ad altri meno fortunati. Quindi bisogna ringraziare il cielo, tacere e godersi la vita, finché si è vivi. Quello che questi “terroristi” mediatici del linguaggio non capiscono (ma non lo capiscono perché sono cretini ed i cretini sono tali perché non sanno di esserlo), è che affermando che qualcuno “ha combattuto contro la malattia ed ha vinto la battaglia  perché non si è lasciato andare ed ha voglia di vivere…”, stanno dicendo, pari pari, che tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di guarire sono morti perché non sono stati bravi, non hanno lottato, non si sono impegnati abbastanza e non avevano voglia di vivere. Questo è il significato. Un po’ come si diceva a scuola per i ragazzi un po’ svogliati: è intelligente, ma non si applica. Per i malati di tumore è come se si dicesse che…è malato, ma non vuol guarire.

State dicendo questo? Che i morti di tumore sono morti perché non si sono “applicati” abbastanza? Steve Jobs, David Bowie o Virna Lisi (che, a causa di un tumore, se n’è andata nel giro di un mese), per fare i primi nomi che mi vengono in mente, sono morti di cancro perché non hanno lottato e non avevano voglia di vivere? E come loro tantissime persone sono morte, nonostante si siano sottoposte a tutte le cure possibili. Tutta gente che è morta perché non ha lottato e non aveva voglia di vivere? Sì, il significato delle vostre parole è proprio questo; anche se forse non ve ne rendete conto. Sono io cinico? No, siete voi rincoglioniti.

Cul-tura

La cultura di un popolo permea tutti gli aspetti sociali, ne determina lo stile di vita, usi e costumi,  i rapporti e le relazioni fra i membri della comunità, l’indirizzo politico, la scuola, l’informazione, perfino aspetti che paiono secondari come l’abbigliamento, l’alimentazione, gusti musicali e artistici. Tutto è cultura e la cultura forma la nazione e lo spirito di un popolo. Per capire quale sia la cultura di un popolo basta osservare i diversi aspetti della vita sociale (gli effetti) e da essi si può risalire alla matrice iniziale (la causa) che li ha originati. E siccome si dice che l’informazione sia lo specchio della realtà, per sapere in che mondo viviamo (e cosa ci riserva il futuro) basta dare uno sguardo a ciò che quotidianamente passa nei mass media, stampa, TV, internet. Vediamo alcuni esempi pratici.

Cominciamo con questa foto che sembra presa da un sito porno. Invece no, è una delle tante immagini simili che ogni giorno riempiono le pagine dei siti d’informazione. Questa per alcuni giorni è stata in bella evidenza in un grande box nella Home page del  Il Giornale.it con questo titolo “L’esibizionismo, un gioco irresistibile“.

Ormai queste immagini fanno parte integrante dell’informazione. Notizie politiche, economiche, di stragi, attentati e guerre nel mondo, si accompagnano a tette e culi in bella mostra. Tutto fa informazione e riempie le pagine. Gli addetti ai lavori giustificano questo eccesso di nudità col fatto che quelle foto attirano lettori. Non è vero,  ma loro fanno finta di crederci.

Eppure lo capirebbe anche un bambino. E’ risaputo che su internet esistono migliaia di siti porno di facile accesso e che sesso e porno sono gli argomenti più ricercati in rete. Quindi chi vuole vedere immagini hard non ha che l’imbarazzo della scelta:  non va certo a cercarle  sui siti dei quotidiani nazionali. E allora perché queste immagini compaiono ovunque, anzi sembra che siano una parte importante ed irrinunciabile dell’informazione?  Bisognerebbe chiederlo a giornalisti ed editori che, evidentemente, hanno una strana concezione di cosa sia l’informazione. In realtà si tratta semplicemente di una aberrazione  della cultura dominante che si fonda essenzialmente non più sulla serietà dell’informazione, ma sulla spettacolarizzazione della realtà, sulla assunzione del gossip come argomento dominante dell’informazione e sull’esibizione del nudismo come richiamo mediatico. Questa non è cultura, è Cul-tura. E se è vero che i media rappresentano la realtà e questo è il livello culturale dell’Italia, ne usciamo molto male.

Non è il caso di dilungarsi oltre sull’argomento. Ne ho parlato spesso e volentieri in passato (Alcuni post a caso, “Guardi siti porno?”,  Tette, Papi e Femen“, “Pane, sesso e violenza“) . Ma  per capire quale sia il problema di chi opera nel mondo dell’informazione  e di quale strana sindrome soffrano (siamo quasi a livello patologico) basta rileggere un articolo apparso nel 2007 sul quotidiano spagnolo El Paìs e ripreso  da La Stampa di Torino:Troppe tette e culi. Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip.” . L’autore non è un vecchio rimbambito, né un moralista della domenica; è il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Vale la pena di leggerlo.

Ma ci sono anche altri piccoli segnali dai quali si capisce quale sia il livello culturale di una nazione. Ecco un messaggio lanciato dal senatore Antonio Razzi per augurare la “Buona Pasquetta” ai suoi fan. Si è giustificato dicendo che lo ha fatto apposta a scrivere la C al posto della Q, perché lo ha voluto dire in abruzzese. Non credo che gli abruzzesi usino scriverlo in quel modo. E’ solo l’ennesima prova della grande “cultura” del nostro senatore e del fatto che, se Razzi può diventare senatore della Repubblica, forse, nel nostro sistema democratico c’è qualcosa che non va.

Restiamo al Senato della Repubblica. Ecco un’altra notizietta edificante, interessa la senatrice Stefania Pezzopane del PD. Ma non riguarda la sua attività parlamentare; riguarda la sua vita privata, la sfera familiare, l’intimità. Racconta il suo compagno che quando fanno sesso “La pecorina è la sua posizione preferita. Mi urla di non fermarmi e che la faccio impazzire.“. Specifica che mentre sono impegnati in quella posizione lei lo incita: “vai, Simone, vai, continua, me stai a fa’ impazzi’…“.

Beh, certo è giusto conoscere anche le posizioni preferite delle nostre senatrici, magari sono determinanti per la loro attività in aula, possono influenzare le decisioni ed il voto. La qualità delle prestazioni del suo Simone può influire anche sulla tenuta del governo. No? Dovrebbe preoccuparsi anche Renzi. Se la “pecorina” della Pezzopane è stata soddisfacente il governo tiene, altrimenti è a rischio. Bene, questo è il livello culturale dei nostri governanti. Chi scrive “Pascuetta” con la C e chi preferisce la  “Pecorina”. Una volta c’era qualcosa che si chiamava riserbo, pudore, buon gusto; cose d’altri tempi, scomparse. Oggi sta diventando titolo di merito e di orgoglio l’ostentazione dei vizi privati, la rivelazione pubblica delle proprie intimità, devianze, perversioni, depravazioni ed il resoconto dettagliato delle proprie prestazioni sessuali.

Chiudiamo con un altro esempio della nuova “cul-tura”. Ce lo offre Giampiero Mughini, giornalista, scrittore, opinionista tuttologo, polemico  per natura ed ospite fisso dei salotti televisivi. Pochi giorni fa il quotidiano Libero riportava alcune sue dichiarazioni rilasciate ai microfoni de La Zanzara: ” Il porno è una cosa seria. Chi non si masturba è un degenere.”. Racconta Mughini che a casa possiede una collezione di 20 cassette hard: “Il porno è una cosa seria. E’ molto più seria di quanto dicano e io potrei tranquillamente tenere lezioni all’università. E’ arte pura.”. E continua:Anche io mi masturbo davanti a un film porno. Chi non l’ha mai fatto è un degenere, anche se li guardo solo per completare la ricchezza del mio patrimonio conoscitivo.“.  E ancora, giusto per dire che, nonostante l’età, non ha perso il vizio, aggiunge: “Oggi quelle cassette non le vedo più, ma spesso scorrazzo per siti porno dove ci sono cose che mi vanno benissimo e mi piacciono.“. Chiaro? Lui guarda i porno per “arricchire il suo patrimonio conoscitivo“. E se voi non fate altrettanto, non scorrazzate in rete per siti porno, non avete una collezione di cassette hard  e non vi masturbate guardando i film porno, siete “degeneri“. Lo dice un “intellettuale” doc, uno che elargisce principi di etica ed estetica in tutti i canali TV, uno che ha fatto la gavetta ed è stato direttore di   Lotta continua: insomma, una garanzia.

Già, questi sono gli intellettuali oggi, questa è la cultura dominante. Queste sono le belle notizie quotidiane che ci vengono propinate da stampa, TV, internet. L’anomalia è che oggi sui media vengano riportate dichiarazioni come quelle della Pezzopane o di Mughini e nessuno più si scandalizzi. La cosa assurda non è che la Pezzopane ami mettersi alla pecorina o che Mughini si masturbi guardando film porno (sono fatti loro e del tutto privati e personali), ma che lo raccontino pubblicamente e che questi loro “vizi privati” vengano diffusi dai media e diventino “pubbliche virtù”. Il dramma è che questo Blob osceno e maleodorante sia considerato informazione e diritto di cronaca e dilaghi nell’indifferenza generale. La tragedia, infine,  è che questo degrado totale  sia considerato normale.

Oggi anche i bambini hanno il loro PC e navigano in internet. E vedono e leggono esattamente ciò che vedono gli adulti e crescono con questa “Cul- tura”. Una volta le bambine, al massimo leggevano le favole, giocavano con le bambole e guardavano “Heidi , ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao…”. Oggi, guardano la TV, navigano su internet e vedono, ad ogni ora del giorno, donnine nude ansiose di mostrare le parti intime, esibizionisti che raccontano pubblicamente le loro prestazioni sessuali, gay, trans, lesbiche e sessualmente confusi che esaltano le delizie del sesso alternativo e tutte le variazioni sul tema. Così crescono oggi i bambini, con questi modelli culturali. Ed ogni giorno su TV e internet, spesso in assenza dei genitori, si imbattono continuamente in scene di sesso e violenza, violenza e sesso, in nudità esibite a tutte le ore come la cosa più normale del mondo, richiami erotici e sessuali, in esplicite lezioni di sesso e in intellettuali progressisti che vi accusano di essere degeneri se non vi masturbate guardando film porno.  E l’unica relazione con le caprette di Heidi è scoprire che una senatrice adora mettersi “alla pecorina“. Se tutto questo sembra normale bisognerebbe cominciare a preoccuparsi seriamente della salute mentale di questa società. Forse è già troppo tardi.

Ogni tanto, però, bisognerebbe fermarsi un attimo e chiedersi cosa sta succedendo. Se è vero che questa “Cul-tura” dominante viene accettata tranquillamente come cosa del tutto normale, allora bisogna anche accettarne le conseguenze e gli effetti. E quali sono questi effetti collaterali?  Semplice, basta leggere le notizie del giorno, quelle che ci raccontano piccole e grandi tragedie e fatti di cronaca, che spesso riguardano proprio bambini e adolescenti, e che dovrebbero farci riflettere. Eccone alcune…

Quando i bambini fanno Ahi!

Lo stupro quotidiano

La prima volta di Totti

AdolesceMenza

Cara sorellina ti ammazzo, per gioco

Mamma, sono incinta

La Spagna si masturba

Il Papa ha ragione

Giochi d’infanzia e matrimoni marziani

Pane, sesso e violenza