Greta Thunberg e i riti collettivi

Greta Thunberg, grazie ai media che le hanno dato enorme spazio, è diventata in brevissimo tempo famosa ed è riuscita a coinvolgere centinaia di migliaia di giovani che, in centinaia di città,  scendono in piazza per “salvare il mondo“. Una ragazzina sedicenne, insignificante e del tutto sconosciuta fino a pochi giorni fa, di colpo diventa più famosa di una rockstar e viene addirittura proposta per l’assegnazione del Nobel per la pace.  E’ possibile che tutto questo clamore e questo coinvolgimento globale sia tutto merito suo? Ne dubito. E sono in molti a dubitarne.

Sembra il perfetto prodotto del potere dei media che ormai  da un giorno all’altro, creano miti, modelli da imitare, eroi e santi, e subito dopo,  possono distruggere ciò che hanno appena creato.  Per esempio ecco un bell’articolo in cui si fanno nomi e cognomi di personaggi che sembrano aver agito nell’ombra: “Tutti i dubbi su Greta Thunberg; chi l’ha resa celebre e perché“.

Ogni volta che ci sono queste manifestazioni che sembrano spontanee, ma non lo sono, mi viene in mente un vecchio post del 2013 “Masquerade“, in cui parlo dei riti collettivi, come quello che segue la pifferaia Greta nella “Marcia dei gretini“.

Masquerade (2013)

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

linus

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti. La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero.

Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione, può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli. La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile “bisogno spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza. Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera, unirsi al grande ballo mascherato che è la società umana e danzare intorno al fuoco.

Vasco, lo sciamano

La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani. Ne sono la prova le ricorrenti manifestazioni che, sotto diverse bandiere e con differenti motivazioni, periodicamente radunano migliaia di persone che, in tali occasioni, danno sfogo a istinti repressi e pulsioni di varia natura. Gioia, rabbia, dolore, contestazione, quando vengono  espressi in forma collettiva, risultano amplificati, esasperati, diventano l’espressione di una coscienza comune in cui l’individualità si annulla a beneficio  dell’identità del gruppo, del branco, della tribù. L’omologazione diventa così una calda, protettiva, rassicurante coperta di Linus.

Le manifestazioni di massa hanno questo potere esorcizzante e catartico. Sono una grande terapia di gruppo, aiutano a scaricare l’aggressività repressa e costituiscono un richiamo irresistibile per chiunque abbia carenze caratteriali o una personalità debole. Solo in queste adunate tribali e nell’omologazione al “branco” ci si sente appagati, rassicurati e protetti.

La forza numerica della massa colma il vuoto individuale ed il singolo individuo, annullando se stesso per diventare massa, ha la sensazione di centuplicare le proprie potenzialità e di acquisire nuova ed insperata forza; la forza del numero. Grazie ad una sorta di osmosi emotiva, l’inconscio individuale diventa collettivo e, concretizzandosi nella coscienza di massa, diventa la ragione stessa della convivenza sociale e giustifica qualunque scelleratezza in nome della volontà popolare. E’ la versione umana della legge del branco. Ma quella che spacciano per volontà popolare è solo, in realtà, la volontà del capo branco il quale, attraverso i mezzi di persuasione di massa, plagia la folla che fa propria la volontà del capo, illudendosi che sia una libera scelta. E’ il sottile e tragico inganno che è alla base di ideologie e movimenti politici, della stessa democrazia e di qualunque sistema di governo che basi la propria legittimazione sulla volontà popolare.

La psiche umana contiene in sé una sorta di “bug di sistema” che consente il plagio delle menti. Chiunque ne conosca l’esistenza, i meccanismi, il funzionamento e sappia come sfruttare questo bug, usando spregiudicatamente gli strumenti di comunicazione,  può manipolare a piacere l’opinione pubblica, condizionare il comportamento umano e controllare intere masse o popoli.  La storia è piena di esempi che confermano questa regola. Sono concetti ormai risaputi e diffusi. Ma, stranamente, la società procede come se ciò non fosse vero e, pertanto, non adotta alcuna difesa. Errore fatale perché coloro che dovrebbero allestire le difese sono, invece, proprio coloro che rappresentano il pericolo e si guardano bene dal dare l’allarme.

Questi manipolatori della coscienza collettiva sono coloro che creano le condizioni ideali (sociali, economiche, politiche, ideologiche, culturali) affinché gli individui sentano l’inarrestabile bisogno “spontaneo” di aggregarsi, di appartenere ad un gruppo, di identificarsi in un “branco” e di stabilire delle regole che codifichino questa appartenenza.  Attraverso anche una simbologia fatta di divise, bandiere, distintivi, status symbol, codici linguistici e comportamentali, si rafforza e si afferma la prevalente identità del gruppo di appartenenza, del ceto, della casta, della setta, della tifoseria da stadio. Il principio è lo stesso per cui periodicamente migliaia di persone sentono l’esigenza di ritrovarsi tutte insieme per celebrare il rito collettivo di turno; sia un concerto pop o un corteo sindacale, sia una manifestazione politica o lo stadio di calcio, sia una  festa civile o una cerimonia religiosa.

Lo sanno molto bene tutti coloro che sanno sfruttare nel modo migliore ed a proprio vantaggio questi istinti ancestrali. Lo sciamano moderno è quello che sale sul palco. E’ quello che urla alla folla esattamente ciò che la folla vuol sentire. E’ quello che usa la retorica come un potente anestetico mentale. E’ quello che usa la folla come uno strumento per accrescere il proprio potere economico, sociale, politico. Ma la folla non lo sa o fa finta di non saperlo. Non resta che seguire lo sciamano, indossare la maschera e danzare intorno al fuoco. (Masquerade, maggio 2013)

 “Alla folla bisogna offrire feste rumorose, perché gli imbecilli amano i rumori e la folla è fatta di imbecilli”. (Napoleone Bonaparte).

 

Bologna, stragi e memoria

Bologna commemora la strage del 2 agosto 1980. Fa parte di quelle ricorrenze fisse che sono occasione per organizzare cortei, fiaccolate, discorsi ufficiali, striscioni, passerelle di autorità, con grande risonanza mediatica.

Sarà che ho sempre avuto una specie di allergia per scioperi, manifestazioni, adunate e riti collettivi di ogni genere. Sarà che sono intollerante alle file, alle marce militari, ad essere inquadrato in plotoni, squadre, processioni, cortei dove tutti procedono in buon ordine con bandierine, cartelli e striscioni. Sarà che non sopporto le cerimonie ufficiali, specie quelle in cui le autorità di turno leggono il solito discorso di circostanza intriso di retorica e buoni sentimenti: sono la quintessenza dell’ipocrisia. Sarà che la sensazione di essere come delle pecore in un gregge, controllate dai cani e guidate dal pastore è insopportabile; solo il pensiero mi genera un fastidio fisico, come l’orticaria. E’ insofferenza per i guardiani e per i pastori di uomini e di anime; ogni allusione è puramente casual…voluta. Col massimo rispetto per i pastori veri che sono persone serie. Sarà questo ed altro, ma ogni volta che vedo queste manifestazioni provo un senso di disagio, c’è qualcosa che non mi convince. Ne ho parlato tempo fa in un post dedicato proprio a questi riti collettivi, “Masquerade“: “La gente ha bisogno di riti collettivi. E’ un bisogno fisiologico, ancestrale. Si sente la necessità  di evocare riti tribali, indossare orride maschere apotropaiche e danzare intorno al fuoco seguendo lo sciamano. Una sorta di londoniano “richiamo della foresta” applicato agli umani.”.

Bene, mi fa piacere che Bologna senta il bisogno di commemorare quella strage che, secondo la storiografia ufficiale è ovviamente una “strage fascista“. Sollevano un grande striscione che dice “Bologna non dimentica“. Hanno buona memoria i bolognesi. Non per niente Pico della Mirandola, l’uomo dotato di una memoria straordinaria, era proprio  della zona, in Emilia Romagna, di Mirandola, un piccolo paese vicino a Modena. Allora, contando sulla buona memoria dei bolognesi e la loro prontezza nel rievocare fatti tragici, sono certo che avranno dedicato anche una giornata particolare alla commemorazione delle vittime delle Brigate rosse, quei “compagni che sbagliano” che hanno funestato uno dei periodi più bui della storia recente, gli “anni di piombo“, con violenze, aggressioni, minacce, morti e feriti. Se non altro perché tra le vittime di Bologna e le vittime dei brigatisti c’è una  curiosa equivalenza di numeri:  secondo le stime ufficiali le BR provocarono 84 morti e centinaia di feriti, le vittime di Bologna sono 85 morti e circa 200 feriti. Per una strana macabra analogia anche nella recente strage di Nizza ci sono stati 84 morti. Coincidente, semplici coincidenze. Sono certo che Bologna, che gode di ottima memoria, abbia dedicato una giornata alle vittime dei terroristi rossi; ma non ricordo la data.

In alternativa andrebbe bene anche la giornata di commemorazione delle vittime civili trucidate dai partigiani rossi, quelli che subito dopo il 25 aprile del ’45, la fine della guerra, hanno ammazzato centinaia di persone col pretesto di far giustizia dei fascisti, ma spesso solo per regolare conti e vendette personali che niente avevano a che fare col fascismo. Dovrebbero ricordarlo molto bene, visto che tutto si è svolto in casa loro, nel “Triangolo della morte” in Emilia Romagna. Vendette, orrori, crimini, assassini, raccontati molto bene con dovizia di dati, nomi, fatti e numero di morti, da Giampaolo Pansa nel libroIl sangue dei vinti. Sono certo che anche per la commemorazione di queste vittime i bolognesi abbiano riservato una giornata particolare; ma non ricordo la data precisa. Li immagino in quelle giornate sfilare in corteo con un grande striscione sul quale è scritto “Bologna non dimentica“. Già, perché i bolognesi hanno un’ottima memoria; anche se ogni tanto soffrono di piccole amnesie.

In merito a quella strage, alle varie ipotesi su esecutori e mandanti, piste e depistaggi vari, anni fa Francesco Cossiga in una intervista al Corriere, fece delle dichiarazioni che suscitarono molti interrogativi e polemiche. Non solo  accennava alla pista che portava al Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), ma svelava accordi segreti tra il governo italiano ed i terroristi palestinesi (l’accordo Moro: “Vi abbiamo venduti“) ai quali veniva concesso il libero transito sul territorio nazionale, nonché il traffico e trasporto di armi e perfino missili, in cambio della promessa che non avrebbero compiuto attentati contro gli italiani (infatti li fecero contro gli ebrei). Accordi che potrebbero essere ancora in vigore ed avere implicazioni anche nella gestione degli attuali flussi migratori e quello che sembra un particolare occhio di riguardo nei confronti dei musulmani. Ne parlai nel post: “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani.“.

Doppia morale e numeri da Circo

La morale vista da sinistra: è bene ciò che mi fa comodo qui ed ora (domani chissà). E’ una particolare visione etica che viene da lontano. Già Togliatti, il Migliore, diceva: “La verità è ciò che conviene al partito“. Si può pensare di instaurare un dialogo, discutere e ragionare con chi parte dal principio che la verità è ciò che gli conviene? No, è tempo sprecato. Diceva Arthur Bloch, l’autore delle Leggi di Murphy: “Mai discutere con un idiota; la gente potrebbe non notare la differenza“. Con un idiota o, aggiungo io, con un comunista: non solo sprechi tempo, ma ci rimetti anche la salute  Ormai la doppia morale della sinistra è talmente scontata che non ci si dovrebbe più meravigliare. Invece, ogni volta che ne possiamo constatare un esempio pratico (cosa che succede spesso e volentieri) ci sorprendiamo della naturalezza con cui la sinistra finge di non saperlo: esempio, le unioni civili. Premetto che a me di queste unioni civili non può fregarmene di meno, fate un po’ come vi pare; unioni gay, lesbiche, miste e assortite, famiglie allargate,  due mamme, tre papà. otto nonni, dodici cognati, genitore 1 e genitore 2, omogenitoriali, plurigenitoriali, e plurigenitali, a piacere.

Ciò che mi sorprende è sempre l’atteggiamento degli schieramenti in campo e la quotidiana rappresentazione scenica, in perfetto stile da Gioco delle parti pirandelliano, di quel teatrino della politica che sta diventando ridicolo. Li osservo da lontano con curiosità per l’apparente serietà con cui si immedesimano nel ruolo. Sono così contrario a tutte le manifestazioni di piazza, ai cortei urlanti, ai riti collettivi, che la sola vista mi provoca attacchi di orticaria; come i programmi della De Filippi ed  i salotti televisivi per ochette starnazzanti e casalinghe disperate. Il giorno che mi ritrovassi a partecipare ad un corteo, urlando slogan con una bandiera in mano, (o a guardare C’è posta per te, Uomini e donne, Domenica In, Domenica live, Forum, Verdetto finale, La vita in diretta, Quarto grado, Chi l’ha visto, Storie maledette, Amori criminali, giochini con i pacchi e senza, etc…l’elenco è molto lungo) comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale (Vedi “Masquerade“).

La proposta di legge sulle unioni civili è un’altra prova della nostra predisposizione genetica a schierarci sempre in due fazioni opposte. Da una parte la sinistra unita preme per approvare la legge, dall’altra l’opposizione è contraria. Sull’argomento interviene anche la Chiesa a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Cirinnà. E qui scatta il timer della morale sinistra, quella che si applica a tempo, a piacere, secondo la convenienza, ed in perfetta sintonia col motto del Migliore. Il fronte laico e di sinistra protesta accusando la Chiesa di illecita interferenza politica, ricordando che lo Stato è laico,  e denunciando le ingerenze del Vaticano. Bene, fin qui niente di strano.

La sinistra ha perfettamente ragione a dire che il Vaticano non deve interferire, suggerire, consigliare, supportare, promuovere, approvare o condannare iniziative, leggi e provvedimenti di competenza dello Stato. E’ il suo punto di vista. Fermo restando, però, che chi è contrario ha perfettamente ragione di esprimere un’opinione  opposta e contraria; compresi preti, vescovi e Papa. Ma, libertà di espressione a parte,  bisogna chiedersi, se la sinistra protesta per le ingerenze della Chiesa sulle unioni civili (così come protestò con forza a suo tempo sull’eutanasia e prima ancora sull’aborto e sul  divorzio), come mai non si sente nessuna protesta, neppure una pallida allusione a ingerenze vaticane, quando il Papa ed  i vescovi invitano L’Italia ad aprire le porte ai migranti ed accogliere tutti a braccia aperte (ed a spese nostre), anche nelle case private, perché sono nostri fratelli? O quando il Papa, riferendosi ai gay dice “Chi sono io per giudicarli?”, lasciando intendere, anzi fraintendere, una qualche forma di approvazione? Come mai i nostri laicisti sinistri, duri e puri, sempre attenti alle ingerenze vaticane, non solo non aprono bocca, non protestano, ma fanno di più e di meglio; approvano gli appelli del Papa e lo citano come fonte autorevole alla quale ispirarsi. Abbiamo un Papa autorevole a giorni alterni? Oppure abbiamo una sinistra che ha la morale ballerina che è valida a giorni alterni? Una cosa è certa; per la sinistra la morale è mobile, ma la faccia da culo ce l’hanno sempre, è fissa.

Ma una considerazione sulla manifestazione del Family day voglio farla. Non sul tema etico, ma sui resoconti dei media. Come sempre la cosa curiosa è che tutti danno i numeri. Non nel senso che sono impazziti, ma che sparano cifre a pera sulla partecipazione. Si leggevano titoli che  annunciavano “Un milione al Circo Massimo“. Altri più ottimisti rispondevano “Siamo due milioni“. Sembra un’asta in cui si aspetta chi offre di più. Ma c’è stato anche di peggio. Veltroni in occasione di una manifestazione del PD, sempre al Circo Massimo, urlava dal palco “Siamo due milioni e mezzo“. Ma ancora meglio fece la CGIL che, in occasione di una manifestazione nel 2009, annunciava trionfante la partecipazione di 2.700.000 persone; ma per la questura erano solo 200.000. Per avere un’idea dell’entità…anzi, no, diciamo chiaro e tondo, dell’enorme cazzata sparata dalla CGIL, basta pensare che quel numero corrispondeva all’intera popolazione di Roma. Non per essere pignoli, ma la questione della capienza del Circo Massimo è stata già accertata molti anni fa. Non capisco perché si continui a sparare numeri fuori da ogni logica. Ma questa è la serietà di politici, sindacalisti e pure “familydaysti“; mentono sapendo di mentire e pretendono di essere creduti. Lo riferivo già in un post del 2009 (CGIL flop, flop).  

Eppure lo sanno tutti quale sia la capienza di quell’area. Al Circo Massimo ci stanno circa 300.000 persone. Lo stabilì uno studio tecnico voluto da Veltroni quando era sindaco, proprio per accertare una volta per tutte l’effettiva capienza dello spazio. E tuttavia lo stesso Veltroni (quello che affermò “Non sono mai stato comunista” e che poi disse che avrebbe lasciato la politica per andare in Africa ad occuparsi di attività umanitarie; il che dimostra il grado di onestà ed affidabilità del personaggio), in occasione della solita adunata rossa, dimenticando quello studio (da lui stesso commissionato), disse che erano presenti in due milioni e mezzo. Non solo è inaffidabile e non mantiene ciò che promette, ma ha anche la memoria corta; carenze mnemoniche che sono qualità preziose in politica per dimenticare le sciocchezze che si fanno e si dicono.

Bisogna, però, riconoscere che questa volta i media hanno fatto notare l’esagerazione delle cifre, ricordando la giusta capienza dell’area. Lo ha fatto bene La Stampa (Il Family day e la bufala dei due milioni), calcolando esattamente la lunghezza (621 metri) e la larghezza (118 metri) dell’area, per un totale di circa 73 mila metri quadri, 3 o 4 persone a metro quadro, che fanno in totale circa 300.000 persone. Esattamente quanto calcolato da quel famoso studio voluto da Veltroni. Quando vogliono anche i giornalisti sanno fare due conticini facili facili da geometra; ma li fanno solo quando gli conviene. Per esempio quando va in piazza il Family Day sono bravissimi a fare i conti, quando invece va in piazza il PD o i sindacati, hanno delle improvvise lacune matematiche. 

Curioso che i maggiori quotidiani abbiano scoperto improvvisamente che 2 milioni è un numero esagerato. Peccato che queste precisazioni le facciano oggi, ma non le facessero in occasione dei raduni del PD o della CGIL, quando, invece, si parlava solo di grande successo e partecipazione. Ma bisogna ricordare che per i nostri media tutte le manifestazioni organizzate dalla sinistra sono sempre grandi successi di partecipazione, feste di popolo e  di democrazia; quelle organizzate dalla destra sono sempre flop,  vengono ridicolizzate, sminuite e condannate come populiste, demagogiche e pericolose per la democrazia. Basta saperlo e sai già come titoleranno i vari quotidiani. Nel post citato in precedenza (CGIL flop, flop) riportavo apposta alcuni titoli di Corriere, Repubblica, Unità, i quali non si ponevano nemmeno il problema di verificare l’esattezza dei numeri e, stranamente, nessuno parlava di “bufale”. Le bufale le scoprono solo quando in piazza vanno quelli del Family Day. Tutti titolavano mettendo in evidenza i due milioni di partecipanti ed il grande successo della manifestazione. Ecco sopra, a conferma di quanto dico, il titolo del Corriere.it. Ma non stiamo a sottilizzare, altrimenti bisognerebbe parlare anche dell’affidabilità della stampa ed il discorso si complica. 

Numeri a parte, ma non è ridicola questa democrazia della piazza, dove vince chi riesce a portare più gente in corteo, bandiere più colorate ed urla più forte e dove anche i principi morali sono validi in base al numero dei partecipanti? Ma allora a cosa serve il Parlamento? La verità, la giustizia, il bene comune, sono concetti matematici che si stabiliscono in base al numero di persone che ne  riconoscono il valore? Deve essere un nuovo metodo epistemologico. Se tutti gli imbecilli d’Italia, e sono tanti, si radunassero al Circo Massimo per chiedere a gran voce, e con relativi striscioni “Idiot is beautiful“, bandiere colorate e palloncini, il riconoscimento giuridico che “Idiota è bello“, avrebbero ragione solo perché sono milioni? E dire che per millenni, da Socrate in poi, l’umanità si interroga su cosa sia la verità. Ci sono due risposte possibili. La prima è quella già riportata del Migliore “La verità è ciò che conviene al partito”. La seconda è quella  della democrazia della piazza; la verità è ciò che la maggioranza ritiene come tale (una variazione di “E’ bello ciò che piace” e del celebre “Ogni scarrafone è bello a mamma soja“). La verità si stabilisce a maggioranza, è una questione numerica (povero Socrate). Ora resta solo da stabilire cosa sia la maggioranza. Ma questo ce lo dice chiaramente una vecchia battuta di Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli.”. Chiaro?

Dispensatoi

Ovvero, come i media ci dispensano dal pensare.

Ho sempre immaginato che, come da noi esistono chiese e basiliche, luoghi adibiti al culto ed alla preghiera, in India debbano esserci dei grandi edifici pubblici adibiti espressamente a luoghi di pensiero: i “Pensatoi”.  Ma non riesco ad immaginare come possano essere strutturati. Possiamo figurarceli come immense biblioteche, con migliaia di persone chine su antichi testi segreti. Oppure come edifici strutturati come arnie, con migliaia di celle. E dentro ogni cella un “pensatore”. O ancora immensi giardini, dove i “pensatori” avanzano lentamente, lungo sentieri nascosti tra il verde di piante e fiori esotici. Ma, comunque siano, questi “pensatoi” devono esistere. Altrimenti non si spiegherebbe come, negli anni  ‘70/’80, da tutto il mondo partissero a frotte, tutti diretti in India,  per riflettere, per cercare se stessi, per meditare, insomma, per pensare.

Questi “viaggi del pensiero” continuano, seppure in maniera meno diffusa, ancora oggi. Sinceramente, non ho mai capito la necessità di andare in India, o località limitrofe, per pensare. Come se nelle nostre città, ad ogni angolo di strada, ci fossero degli enormi cartelli segnaletici con la minacciosa scritta “Vietato pensare. I trasgressori saranno puniti a norma di legge”. E, sottinteso, l’ordine che chi vuole pensare debba trasferirsi all’estero. Come se l’attività mentale sia direttamente proporzionale alla distanza percorsa. Più vai lontano più pensi.  Secondo questa ipotesi, piloti e marinai  sarebbero tutti dei grandi pensatori, tutti filosofi.

Allora penso (senza  andare in India) al povero Salgari che ha fatto sognare generazioni di ragazzi, raccontando di incredibili avventure in paesi esotici, dal Sahara alla Malesia, senza mai spostarsi dalla sua stanza. E’ vero che ai suoi tempi non esistevano  i viaggi organizzati, i last minute, i low cost, etc, però una gitarella  poteva farsela; magari un ferragosto in Sardegna. Come, è più facile andare in India e costa anche meno? Beh, si fa per dire.   Mi chiedo, quindi, cosa ci sia qui da noi che impedisca di concentrarsi, di pensare. Forse il traffico caotico delle città? Il rumore incessante e spesso assordante dei centri urbani? Le sirene quasi ininterrotte di ambulanze, polizia, carabinieri, vigili del fuoco, auto di scorta? Allarmi e antifurto che scattano continuamente, anche senza motivo? Sicuramente questi sono elementi di disturbo che possono rendere difficile la concentrazione. E come se non bastasse ci sono le scorribande quotidiane in auto;  per accompagnare i bambini all’asilo, a scuola, dalla nonna, per andare al lavoro, parcheggio, per tornare dal lavoro, per accompagnare la mamma dal dentista, per riandare al lavoro, riparcheggio,  la multa, il tergicristallo che si blocca proprio quando viene giù un diluvio, tornare dal lavoro, fare la spesa, tornare carichi di buste e pacchi  e non trovare l’auto.  ”Mi hanno rubato la macchina.”. “No”, vi informa gentilmente un signore, “l’hanno portata via i vigili con il carro gru, dieci minuti fa”. E per un attimo restate inebetiti e indecisi tra lo sprofondare subito in un banale e prosaico esaurimento nervoso, oppure offrirvi volontari per una dimostrazione pratica di eutanasia.

Sfido io che la gente, in queste condizioni, trovi difficoltà a concentrarsi, e prenda il primo volo per Bombay. Eppure non basta.  Ci deve essere qualcos’altro. E lo si capisce dai discorsi della gente. Al lavoro, al bar, nel salotto di casa fra amici, a passeggio, di cosa parla la gente? Della logica aristotelica? Della relatività generale?  Della gravitazione universale? Di Big Bang?  Dell’inconscio freudiano? Di dolce stil novo?  Della datazione della Sacra Sindone? Del periodo rosa di Picasso? No, no, fa di peggio. La gente parla di quello che ha visto in televisione. Come se non bastassero tutti i problemi quotidiani, c’è la ciliegina sulla torta; la televisione. Utilissimo accessorio domestico, di per sé innocuo, se tenuto spento.  Se lo si accende, invece, assume un’altra importante funzione. Basta accendere il televisore e si evitano discussioni  con mariti, mogli, figli, cognate, suocere e affini. Già, perché, qualunque cosa trasmetta la TV, tutti i componenti della famiglia, compresi cani, gatti e canarini, restano imbambolati a fissare lo schermo con una attenzione ed una meraviglia degne dei pastorelli a Fatima.  Magari non importa niente a nessuno di quello che passa sullo schermo, ma far finta di seguire il programma evita di dover parlare, specie quando non si hanno validi argomenti di conversazione.

Voglio dire che evita di dover parlare di cose serie, importanti, urgenti o, comunque, di argomenti fondamentali per i rapporti familiari, per l’economia domestica, per l’educazione dei figli etc. Una bella fortuna. Non solo offre il pretesto per evitare queste spiacevoli conversazioni, ma vi consente di parlare, in alternativa, di argomenti altamente istruttivi quali quotidianamente vengono suggeriti dai vari canali televisivi. A proposito, perché li chiamano canali? Hanno qualcosa  che li accomuna ai canali di raccolta delle acque piovane? O peggio, ricordano i canali di raccolta degli scarichi fognari? Mah, mistero.

Comunque, la TV ha il merito di proporre quotidianamente degli argomenti di conversazione, dando modo alla gente di parlare delle stesse cose. E parlare delle stesse cose vuol dire che le persone si sentono accomunate dagli stessi interessi, quindi si sentono normali. Questo è l’aspetto positivo della TV: è rassicurante. Se tutti, normalmente, parlassero di argomenti scientifici, filosofici, letterari, artistici, probabilmente ci sentiremmo un po’ cretini, non potendo, data la nostra ignoranza in materia, partecipare alla conversazione. Questo comporterebbe un lento e progressivo scivolare verso la mancanza di fiducia e stima in se stessi, che porterebbe ansia, depressione e conseguente necessità di ricorrere alle adeguate terapie mediche, con aggravio delle spese sanitarie nazionali. Ma se tutti parlano della Ferrari, del campionato di calcio, dell’ultima fiction o dell’ultimo reality, di Sanremo, degli amori delle veline, passaparoline, prezzemoline e VIP di turno, e via “gossipando”, allora siamo  tranquilli.

Tutti, infatti, possiamo parlare di questi argomenti poco impegnativi, Questa condivisione di interessi ci appaga. Queste “affinità elettive” di massa  ci fanno sentire normali. E’ il classico effetto rassicurante dei riti collettivi. Se ci si ritrova in cinquantamila allo stadio, a guardare dei ragazzi in mutande che inseguono un pallone, significa che non c’è niente di strano. Io faccio esattamente quello che fanno altre cinquantamila persone, quindi sono normale. Finita la partita, mi trattengo a parlare con gli altri tifosi, poi torno a casa, vedo le altre partite in TV, come tutti, e ancora, mi sento normale. Il lunedì, al lavoro, parlo con i colleghi delle partite, come fanno gli altri e poi, la sera, vedo il processo di Biscardi, come tutti e, quindi, sono normale.

E quando non basta il calcio, c’è la Ferrari, Valentino Rossi, il giro d’Italia, e il tour de France, e la vuelta spagnola, e le olimpiadi, la coppa America, i mondiali di calcio,  Sanremo, la lotteria Italia, la Carrà, Baudo, i telegatti, Costanzo, De Filippi, Platinette, fiction, reality, i morti ammazzati dei TG e tutte le disgrazie nazionali ed estere, furti, rapine, omicidi, sequestri, genitori che ammazzano i figli, figli che ammazzano i genitori, sconosciuti che ammazzano sconosciuti per il gusto di ammazzare qualcuno perché lo hanno visto fare in TV, cuochi, stupri e dichiarazioni dei politici (l’ordine delle disgrazie è puramente casuale). E soprattutto “Non cambiate canale. Restate con noi”. Giusto il tempo di andare in bagno, durante la pubblicità. Ovvio che la mente è talmente occupata che nessuno ha il tempo di pensare.

L’elenco degli avvenimenti citati prima è solo una parte di tutto quello che ci viene propinato giorno per giorno. Ed i vari eventi si susseguono con regolarità e, in pratica, senza soluzione di continuità, proprio per non darvi il tempo di fermarvi e, magari, distrattamente, di pensare. Ma torniamo a  bomba, voglio dire a Bombay.  Vuoi vedere che lì tutti possono pensare tranquillamente senza distrazioni perché non c’è la televisione? Sarà per questo che tutti vanno in India?  Ho la vaga impressione che la nostra bella società sia organizzata in modo da fornire quotidianamente dei buoni pretesti per evitare che la gente pensi. Insomma, i vari canali e programmi TV sono semplicemente dei mezzi che, tenendo costantemente occupata la testolina degli ignari cittadini, evitano di incorrere nel gravoso compito di pensare, di porsi domande, di guardare il mondo con atteggiamento critico, di mettere in dubbio ciò che viene propinato quotidianamente dai media come verità ufficiale, di correre il rischio di  affaticarci con riflessioni mentali alle quali non siamo abituati. No, meglio non correre ruschi. Meno si pensa, meglio è; si vive più sereni e tranquilli.

E allora? Gli indiani hanno i loro “Pensatoi”? Bene, noi abbiamo i nostri potenti mezzi di comunicazione di massa che, per fortuna, ci dispensano dal pensare. Insomma, i  “Dispensatoi”.

Vedi

– “Perdersi a Segrate, cercarsi a Bombay“.

– “Masquerade

Funerali e applausi

Cerimonia funebre dei morti nella tragedia del porto di Genova. Sul Corriere si può seguire la diretta. Ormai va tutto in diretta, in tempo reale, politica e cronaca, cuochi e saltimbanchi,  processi e comizi, gioie e dolori, nascita e morte, funerali e tagliatelle di nonna Pina. Ed ecco il titolone di apertura del Corriere on line.

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L’aspetto surreale che fa da cornice ai fatti di cronaca e di attualità è l’immancabile spazio mediatico riservato ai commenti ed  alle dichiarazioni di circostanza dei personaggi pubblici. Una rassegna di luoghi comuni, frasi fatte e formule di circostanza prive di qualunque senso logico. All’arrivo le bare sono state accolte dall’ormai immancabile applauso. Come se, invece che in una chiesa ed in presenza delle bare, ci si trovasse ad uno spettacolo di varietà. Una volta, di fronte al dolore ed alla morte, si restava senza parole davanti alla ineluttabilità degli eventi. E la constatazione della estrema caducità della condizione umana si esprimeva col silenzio. Non ci sono parole che possano spiegare il mistero della vita e della morte. L’unica risposta è il silenzio.

Dice il cardinale Bagnasco: “Mai più queste tragedie“. Cosa significa? E’ una esortazione ai marittimi ed ai lavoratori portuali affinché in futuro cerchino di evitare questi accadimenti? E’ una assicurazione che non succederanno più? Ha ricevuto informazioni riservate sul fatto che  in futuro non succederanno più queste tragedie? E da chi ha avuto queste notizie? Ha forse avuto un colloquio personale, visti i buoni rapporti, con il Capo supremo il quale gli ha promesso, come fece con Noè, che non manderà più maledizioni, non punirà più il genere umano e che non avverranno più diluvi universali, terremoti, alluvioni catastrofiche, uragani, epidemie, piaghe bibliche o sciagure come quella di Genova?

Che senso ha dire “Mai più queste tragedie“? Ha lo stesso significato di quando il Papa “Auspica la pace…” o di quando, davanti all’ennesima tragedia sul lavoro, si grida “Mai più morti bianche”.  Lo stesso significato dei messaggi di cordoglio presidenziali, stampati in serie e pronti per tutte le occasioni  “Siamo vicini ai familiari delle vittime”, o dei titoli iperbolici ad effetto “L’Italia piange…L’Italia sotto choc…”.

Queste dichiarazioni di circostanza non hanno alcun significato. Ma continuiamo ad usarle perché abbiamo orrore del silenzio. Sentiamo l’irrefrenabile necessità di usare formule generiche e consolidate dall’uso per nascondere la nostra incapacità di esprimere i sentimenti e di dire qualcosa di logico e sensato. Perché si applaude ad un funerale? E’ così assurdo restare in silenzio? Perché ci si ostina a trasformare anche le cerimonie funebri in occasioni di piccoli comizi, di esercizi retorici per dimostrare quanto si è bravi a suscitare lacrime e commozione? Cosa dobbiamo dimostrare ed a chi?

In tempi di profonda crisi economica e morale, come quelli che stiamo attraversando, abbiamo sempre più bisogno di riti collettivi per rafforzare i legami rassicuranti del branco. Ecco perché sfruttiamo tutte le occasioni per creare questi riti, arriviamo a spettacolarizzare anche la morte ed applaudiamo ai funerali. Isolatamente nessuno lo farebbe. Ognuno capisce bene che un applauso davanti ad un morto sarebbe del tutto fuori luogo. Ma se si applaude tutti insieme diventa un evento catartico, un “rito collettivo” (Masquerade). Quando non si ha niente da dire è meglio tacere: l’unico commento alla morte è il silenzio.