Jazz e casu marzu

La Sardegna d’estate si trasforma. Di colpo, con l’arrivo della bella stagione, dimentichiamo la crisi economica, la disoccupazione, i cassintegrati, la povertà che avanza, il record delle due province più povere d’Italia (Carbonia-Iglesias e Medio Campidano). Dimentichiamo tutto e diventiamo un’isola felice in cui si campa a pane e cultura. Ogni angolo di Sardegna diventa teatro di manifestazioni culturali per tutti i gusti: arte, musica, poesia, cinema, teatro, launeddas, jazz e casu marzu. Siamo poveri, ma ci togliamo il pane di bocca pur di organizzare e finanziare con denaro pubblico ogni sorta di manifestazione di piazza, facendo passare anche la sagra dei  culurgionis come evento culturale.

Non c’è paesello o sperduto villaggio della Sardegna che non organizzi (con regolare contributo pubblico, s’intende) passerelle di illustri personalità nazionali (gettonate, ovvio), festival di vario genere, rassegne di cinema e teatro, “reading poetici” (fanno scena e costano poco), dibattiti storico-filosofici, sagre gastronomiche di ogni tipo, musica per tutti, disc Jockey, Jazz, Pop, Reggae, Ballu tundu e cannonau. Qualcuno, tanto per esagerare, aggiunge anche la partitella di calcetto fra scapoli e ammogliati. E tutte queste esibizioni di ciarlatani, giullari di corte, intellettuali da fiera, artisti precari e saltimbanchi (che alla fine viene a costare milioni di euro di denaro pubblico generosamente elargito da Comuni e Regione) viene spacciato per “evento culturale”; da Grazia Deledda alla sagra della pecora bollita.

In verità è la solita inutile  passerella della compagnia di giro, più utile agli ospiti ed a chi organizza che ai sardi che poveri sono e poveri resteranno. Gli ospiti intascano il gettone, qualcuno intasca i contributi pubblici, si chiacchiera, si porta a casa qualche delizioso souvenir donato da enti, aziende, operatori turistici e sponsor, si chiude la serata con la classica cena a base di specialità regionali e via, fino alla prossima tappa. E tutto resta come prima; compresa la disoccupazione, la povertà ed un futuro sempre più nero. Ma in questo modo si fa un po’ di scena, ci si riempie la bocca di cultura e si intascano i contributi pubblici.

Ecco un esempio di evento culturale riportato di recente dal quotidiano locale L’Unione sarda: “Festival letterario a Neoneli“. Interessante questo “festival letterario” a Neoneli (notoriamente uno dei luoghi simbolo della cultura: Parigi, Vienna, New York, Neoneli…). Si comincia al mattino col giornalista Mameli che sfoglia i quotidiani e fa la sua rassegna stampa. La sera i bambini giocano con gli acrobati (acrobati e saltimbanchi sono da sempre simbolo di letteratura), per poi intrattenersi con il “disc jockey Arrogalla” (altro illustre esponente della letteratura: Proust, Joyce, Kafka, e… Arrogalla). Si chiude la giornata culturale alla sera incontrando uno dei pilastri della letteratura moderna, quello che si vede nella foto a lato.

Altafini

Non sforzatevi di capire chi sia cercando di identificarlo fra gli importanti scrittori contemporanei. Non ha niente a che fare con la letteratura, è una vecchia gloria del calcio mondiale: il calciatore Josè Altafini. Vi chiederete cosa c’entra un calciatore con la letteratura e la cultura. Domanda legittima. Dipende. Dipende da cosa si intende per cultura.

In Sardegna, pur di incassare contributi regionali, tutto è letteratura, arte, cultura, anche la coltivazione del melone. Lo dice chiaramente questo video realizzato pochi anni fa dalla provincia del Medio Campidano che afferma in apertura “Il melone in asciutto: emblema culturale e identitario di Marmilla“. Ogni luogo ha il suo emblema culturale che lo identifica. Parigi ha il Louvre, Londra il British museum, Milano ha La Scala, la Marmilla ha il melone asciutto, a ciascuno il suo. Capite bene che, se anche coltivare meloni è un fatto “culturale“, è ovvio che in Sardegna tutto è cultura: musica, poesia, la sagra della pecora bollita, cinema,  calcetto, la corsa nei sacchi, saltimbanchi, Jazz, il palio degli asinelli, la tosatura delle pecore, melone asciutto, binucasu marzu (il formaggio coi vermi).

Ma la Marmilla non è solo melone in asciutto. Nell’Alta Marmilla c’è un piccolo paese, Pau, che conta 300 abitanti. E per dimostrare che in Sardegna la cultura è di casa anche nei più piccoli paeselli dell’interno, ecco cosa si inventano a Pau, giusto per dare il proprio contributo alla crescita culturale della zona. Un Gruppo teatrale ed una compagnia di danza mettono in scena nientemeno che un’edizione sperimentale di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare. Ma essendo Pau sprovvisto di un teatro adeguato, non demordono, si trasferiscono armi e bagagli, e rappresentano l’opera fra i boschi del Monte Arci: “Shakespeare in campeggio“.

Ragazzi, altro che melone asciutto, la Marmilla ha la cultura nel sangue; qui Shakespeare, Molière, Pirandello, Goldoni, Eschilo, Sofocle, sono di casa. In Marmilla Shakespeare è così amato che i bambini alle elementari, invece che imparare La vispa Teresa, recitano “To be, or not to be, that is the question…”, o l’orazione funebre di Marco Antonio sul cadavere di Giulio Cesare (ovviamente in lingua originale). Qui si campa a pane, melone e Shakespeare.

Una volta, quando ancora la televisione era agli esordi e al massimo si vedeva qualche televisore al bar, ed anche il cinema era un lusso che non tutti i paesi potevano permettersi, il massimo dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello svago,  era la  rappresentazione di qualche farsa dialettale messa in scena dalla filodrammatica parrocchiale (quando c’era). Poi, chissà come e perché, in Sardegna è esploso questo bisogno improvviso di arte, musica, teatro, poesia, danza (da quando queste iniziative sono finanziate con contributi pubblici). Un miracolo, un Rinascimento sardo; da popolo di pastori a popolo di artisti.  Così, in breve tempo, si è passati da “Ziu Paddori” a Shakespeare.

Altro esempio. La provincia del Medio Campidano è la più povera d’Italia. Il Medio Campidano comprende 28 comuni (e parte della Marmilla). Di questi, solo due comuni superano i 10.000 abitanti (Villacidro 14.463 e Guspini 12,457), mentre sono 9 i comuni che non arrivano a mille abitanti e di questi 4 sono sotto i 500. Per un totale di 100.000 abitanti. In pratica gli abitanti di una cittadina di provincia o di una borgata romana.

Il comune più piccolo è Setzu con soli 146 abitanti. Pochi, ma buoni: “Meno siamo, meglio stiamo…”, cantava la banda Arbore.  E volete che Setzu, nel suo piccolo,  non organizzi una piccola “Sagra“? Quando mai, non sia mai detto che Siddi e Turri abbiano una sagra e Setzu no.

setzu-sagra-fregua-2014

Ed infatti ecco a lato la locandina che pubblicizza la “Sagra de sa Fregua e Pani indorau“.  “Fregua” è la fregola sarda, “Su pani indorau” si fa con delle fette di pane bagnate nel latte, strizzate e poi passate  nell’uovo sbattuto, fritte e cosparse di zucchero. Una volta era un’abitudine molto diffusa nelle case sarde, quando non c’erano merendine, torte industriali e porcherie varie. Era un modo semplice ed economico per portare in tavola qualcosa di dolce o per rimediare in pochi minuti un’ottima merenda per i bambini (ma anche per gli adulti). Ormai è un’abitudine quasi scomparsa. Purtroppo si preferisce mangiare quelle micidiali schifezze industriali a base di coloranti, conservanti, additivi, aromi chimici, olii vegetali e chissà quali ingredienti segreti e dannosissimi per la salute e pure costosi, invece che una bella fetta di Pane indorau, gustosa, sana ed economica (Vedi “Torta di Pasqua con sorpresa“). Et voilà, così anche Setzu ha la sua sagra. Ovviamente, così come il melone in asciutto, anche su Pani indorau è un emblema culturale e identitario.

Chiaro che dove ci sono contributi pubblici, spuntano come funghi centinaia di associazioni di ogni genere che propongono spettacoli per tutti i gusti. L’importante è partecipare, come alle Olimpiadi; solo che qui, invece che accontentarsi di una medaglia, preferiscono incassare soldoni. Se siete curiosi e volete sapere quanto spende la Regione Sardegna per finanziare associazioni, Enti, cooperative che operano nel mondo dello spettacolo, basta fare una piccola ricerca in rete. Ci vuole un po’ di pazienza prima di arrivare a scoprire gli elenchi dei beneficiari con i relativi importi. Si trovano tantissime voci, bandi, delibere, moduli, informazioni, diversificati per settori, dall’agricoltura all’industria, dal turismo al commercio, dallo spettacolo alle sagre paesane; ci sono soldi per tutti. Ma arrivare al dunque e scoprire quanto incassano è un’impresa; se non si sa in giro è meglio (forse si vergognano). Sembra una caccia al tesoro, ma con un po’ di pazienza ci si arriva.  Ecco i link:

12 luglio 2016: Assegnati i contributi per attività di spettacolo (musica, teatro, danza e arti visive). Importo totale: Euro 6.615.031,00

Elenco soggetti beneficiari e importi percepiti. (file PDF, tre pagine da scaricare)

VediI sardi sono ospitali

Madonne in TV, col trucco

Visioni mistiche, apparizioni celestiali, miracoli in TV: ovvero, le nuove Madonne catodiche. Dopo Fatima, Lourdes e Medjugorje, abbiamo le nuove Madonne di Saxa rubra e Cologno Monzese.

Ecco la prima. E’ Paola Ferrari, conduttrice televisiva di programmi sportivi. Ultimamente l’abbiamo vista spesso perché, insieme a Marco Mazzocchi, su RAI1 presenta l’anteprima degli incontri di calcio per i campionati europei. Così nelle fasi iniziali dei gironi di eliminazione, tutti i santi giorni c’era una partita sul primo canale e, inevitabilmente, appariva lei a presentare la partita del giorno: la nostra apparizione catodica “Santa Paola da Saxa Rubra“. Ciò che impressiona di questa donna è l’immagine rarefatta, sfuocata, con un fortissimo effetto flou accentuato dalle luci sparate sul volto, che, più che una conduttrice televisiva ed una persona reale,  la fanno apparire come una visione celeste. Basta un attimo di attenzione per rendersi conto che nella realtà una donna simile non esiste, è una elaborazione grafica, un ologramma, una visione. Non è una donna, è un “effetto speciale“. Infatti, tempo fa ebbe il coraggio, bisogna ammetterlo, di pubblicare su Twitter una sua foto al naturale, senza chili di trucco, senza filtri ottici, senza luci sparate. E l’effetto è da film dell’orrore. Per non rovinare l’estetica della pagina evito di pubblicare quella foto che, però, si può vedere nel seguente link ad un post dedicato a lei : “Il trucco c’è e si vede: gnocche in TV“.

La seconda Madonna è lei, Barbara D’Urso, altra conduttrice televisiva di programmi che evito come la peste, ma che, purtroppo, facendo zapping, almeno per qualche secondo la si vede. E’ in buona compagnia di altre celebrità catodiche, l’elenco sarebbe troppo lungo, che hanno in comune proprio il fatto di essere insopportabili. Per questa “Santa Barbara” di Mediaset, vale lo stesso discorso fatto per la Ferrari; trucco in dosi industriali, fortissimo effetto flou con filtri speciali che sfumano i contorni ed eliminano piccole imperfezioni del viso (una volta si usava una calza di nylon sull’obiettivo, poi hanno inventato i filtri speciali), e luci così forti che con quei Watt  si illuminerebbe tutta Pompu per un mese. L’effetto è così irreale ed impressionante che quando, facendo zapping capitate su Canale 5 e c’è lei, la prima impressione è che quella visione sfuocata sia dovuta ad un guasto del televisore, e pensate di dover chiamare il tecnico. Poi vi ricordate che è lei, la Madonna di Cologno Monzese, cambiate canale e tutto torna a posto.

Tra effetti speciali in TV e immagini da rotocalco rivedute, corrette e manipolate col fotoritocco, i media ci stanno abituando alla visione di una realtà che non esiste, è un mondo virtuale in cui la realtà è completamente stravolta. La tragedia è che poi, specie le donne, cercano di imitare i modelli proposti e diventare come quelle Madonne fasulle che vedono in Tv o le donnine perfette che riempiono le pagine dei rotocalchi rosa e di gossip, rifatte al silicone e modificate con Photoshop, che hanno tutte il seno perfetto ed il culetto alla brasiliana. E poiché la missione è impossibile perché i modelli sono irraggiungibili in quanto non esistono nella realtà, ma solo negli studi fotografici e televisivi, si va incontro a depressione, bassa autostima, complessi di inferiorità, problemi e disturbi vari della personalità.

La cosa assurda di queste Madonne del teleschermo è che ultimamente la tecnologia sta facendo grandi progressi ed i televisori sono sempre più ad alta definizione. Anche durante le cronache degli europei di calcio, ci ricordano spesso che le gare si possono vedere, se si ha un televisore adatto, anche in “altissima definizione“. Ormai nei programmi TV  l’alta definizione è normale, ce l’hanno anche a Tele Marmilla Libera: roba che quando fanno un primo piano si possono contare i peli della barba. Ma allora che senso ha acquistare un televisore di ultimissima generazione ed avere l’altissima definizione se poi il tutto viene sfumato con trucco, luci e filtri speciali per dare un’immagine confusa, sfuocata, irreale, come un’apparizione mistica? Questo è uno dei misteri irrisolti della televisione. L’altro fatto inspiegabile è che, a quanto risulta dai dati auditel, Barbara D’Urso (insieme a Maria De Filippi, Marcuzzi, Ventura, etc.) è uno dei personaggi più seguiti e amati della televisione. Ma questo mistero, più che riguardare la televisione, è di competenza di psicologi, psicoanalisti e psichiatri. Altra storia.

Blog, frati e misticanza

Che relazione c’è fra il New York Times, i frati di Assisi e l’insalata mista? Vediamo. L’informazione è uno dei miei argomenti preferiti e, data la sua influenza spesso determinante nella creazione dell’opinione pubblica,  dovrebbe essere oggetto di particolare attenzione da parte di chi ha la responsabilità di governo. Ma forse  a chi detiene il potere va bene così com’è perché sa benissimo come usare i media per i propri fini. I cittadini, invece, non conoscendo i metodi ed i trucchi usati dai persuasori occulti che gestiscono i media, sono del tutto indifesi.

Ne parlo spesso in maniera critica per evidenziare certi  meccanismi perversi e subdoli che si nascondono dietro la facciata del “diritto di cronaca” e la libertà di stampa. L’informazione è usata ed abusata non sempre in maniera chiara e trasparente. Spesso, dietro la facciata dell’informazione, della cronaca, del servizio pubblico, della libertà di stampa, si celano scopi alquanto discutibili: manipolazione dell’opinione pubblica, propaganda politica, pubblicità occulta, creazione di miti, idoli, modelli e stili di vita (vera e propria operazione commerciale che è funzionale al lancio ed alla diffusione di alcuni prodotti) o pura e semplice operazione editoriale al solo scopo di creare profitti, indipendentemente dalla qualità dell’informazione. In quest’ultimo caso, poco conta l’utilità delle notizie. Conta riempire le pagine e, usando richiami forti per incuriosire i lettori, vendere più copie possibile. Come dicevo anche di recente, il 90% delle notizie sono del tutto inutili. Solo un 10% può essere di qualche utilità.

Ecco il punto; l’utilità dell’informazione. E’ davvero un segno di progresso e miglioramento della conoscenza il fatto che ogni giorno siamo inondati da migliaia di news provenienti da ogni angolo del mondo, su argomenti e fatti che non cambiano una virgola della nostra esistenza e non accrescono di una virgola la nostra cultura o le nostre conoscenze specifiche, né hanno una qualche utilità per la nostra attività professionale? Esempio pratico. Vi interessa sapere che ieri, al bar dello sport di Trascagheras, Cicittu concheddu ha perso una partita a scopa con Balloi susuncu ed ha dovuto pagare da bere? Immagino che l’interesse sia zero. Ecco, la maggior parte delle notizie che leggiamo ogni giorno su giornali, riviste, internet, sono di questo tipo. Al massimo possono interessare gli amici di Cicittu e Balloi.

Bene, fatta questa premessa, passiamo alle notiziette del giorno.

Il New York Times chiude i blog (Vedi Tiscali news). Si tratta di blog tenuti da giornalisti dello stesso quotidiano, all’interno del sito. Un’appendice delle pagine ufficiali, un luogo dove i giornalisti possono scrivere più liberamente  e senza troppi vincoli. Ormai anche i quotidiani nostrani hanno questi spazi riservati ai blog tenuti dagli stessi giornalisti. Ma che senso ha che un giornalista che già scrive su un quotidiano abbia anche un suo blog personale, all’interno dello stesso giornale? Mistero. Ma la questione è se questi blog siano o non siano utili. Ecco perché il NYT si è posto il problema ed ha deciso di chiudere la maggior parte dei propri blog. Succede, infatti, che un blog deve essere seguito e per farlo, si finisce per inserire notizie inutili o quasi, giusto per aggiornare il blog e riempire le pagine. Ma niente di drammatico, anzi, secondo i dirigenti del quotidiano, migliorerà la qualità dell’informazione, perché “i lettori saranno contenti e la qualità del Times migliorerà perché i giornalisti non saranno costretti a riempire artificialmente il blog con contenuti artificiali o di scarsa rilevanza“. Appunto, ed io cosa dico da anni?

La questione dell’utilità o meno dell’informazione è così rilevante che, dopo il New York Times,  lo hanno notato perfino i frati francescani di Assisi. Ecco, infatti, una breve news LaPress di stamattina: “Appello frati Assisi a Facebook: rafforzare “Mi piace” con “Mi è utile“. I nostri fraticelli, poveri e snelli, devono essere assidui frequentatori dei social network. Così hanno deciso di scrivere direttamente al patron di Facebook, Mark Zuckerberg, per fare una proposta: “Perché non rafforzare il ‘Mi piace’ con ‘Mi è utile’ per segnalare e far propri certi contenuti della rete – articoli, video, foto – sottolineandone l’importanza agli amici con i quali si è in contatto?”. Ottima idea. Ma, soprattutto, evidenzia il vero problema dell’informazione ai tempi di internet: l’utilità o meno di tutto ciò che passa in rete. Non seguo facebook, ma so che diventa una specie di gara ad avere più amici e che il successo (?) si valuta anche in base a quanti “Mi piace” vengono registrati.

Ma la differenza fra “Mi piace” e “Mi è utile” è fondamentale. E’ la stessa differenza fra ciò che è necessario e ciò che è superfluo, fra le inutili gossipate del giorno e le notizie davvero importanti per i cittadini. Ma noi oggi stiamo creando una società che è fondata sull’immagine, sull’apparenza, sul vuoto culturale, sulla forma più che sul contenuto, sull’apparenza più che sulla realtà. Abbiamo sostituito il necessario e l’essenziale con il superfluo, la persona reale col suo avatar, la vita reale con la realtà virtuale. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che la stragrande maggioranza di tutto ciò che quotidianamente ci passa sotto gli occhi è del tutto inutile ed ininfluente. Mi sa che hanno ragione i fraticelli di Assisi.

Vediamo ora una dimostrazione pratica di questo genere di notizie che sembrano non avere altro scopo se non quello di riempire le pagine e di far guadagnare la pagnotta a giornalisti che, invece, potrebbero impiegare meglio il loro tempo e le loro energie e, soprattutto, in maniera più utile per la società. E’ solo una delle tante che riempiono ogni giorno i TG, i siti in rete, giornali, forum, blog e agenzie di stampa.

La cosa più semplice da preparare in cucina, dopo il panino con salame, è l’insalata. O almeno questo è ciò che può pensare la gente comune. Finché qualcuno che non ha di meglio da fare (e per portare a casa la solita pagnotta), non decide di complicarci anche questa elementare e semplicissima insalatina mista, che ognuno fa a piacere secondo i propri gusti, con le verdure ed il condimento che preferisce. Ci pensa il solito Corriere con una rubrica dedicata alla cucina e che due giorni fa lanciava un titolo allarmistico: “I 7 errori più comuni che rovinano l’insalata”. Oddio, e quali saranno i gravissimi errori nel preparare l’insalata? Il primo, gravissimo, è quello di prepararla sempre con le solite cose, quelle che conosciamo e che ci piacciono. Fate la solita insalatina di lattuga? Magari aggiungete qualche pomodorino? Condite con sale, olio e aceto? Errore. Bisogna variare i componenti, fare la “Misticanza” (o mesticanza) che significa miscuglio, miscela, mescolanza. Se siete romani o laziali o siete in zona, forse sapete cos’è (pare che si tratti di un’usanza romana). Altrimenti, se vi trovate nelle valli tirolesi o nelle assolate campagne della  Marmilla, forse avete qualche dubbio. Ma il Corriere dice che è assolutamente necessario conoscerla e prepararla e non accontentarsi della solita insalatina: “Vietato accontentarsi invece, e accanto alle lattughe e alle indivie più comuni, meglio cercare erbette di stagione, la misticanza, non lesinare nel cercare produttori (o commercianti) che amino differenziare.”.  Chiaro?  Già, ma cos’è questa benedetta Misticanza? Nessun problema, oggi in rete si trova tutto. Basta una breve ricerca ed ecco svelato l’arcano “La misticanza romana; cos’è e come si prepara“. Semplicissima, pochi ingredienti (devono esserci tutti per una perfetta misticanza) che non mancano di sicuro in ogni casa italiana. Eccoli: Indivia, rucola chiamata rughetta, crescione, pimpinella, cicoria selvatica, finocchio selvatico, erbanoce, caccialepre, cresta di gallo, porcellana, tarassaco (pisciacane in dialetto), erba stella, porcacchia, raperonzoli, crespigni, la minutina, la papala (papavero), la barba di frate, il cerfoglio, l’orecchio d’asino. Volendo, aggiungete anche dei fiorellini di campo. E guai se manca anche solo una di queste erbette, vi rovinerebbe la misticanza.

Facile, no? Chi è che non ha in casa, a portata di mano,  tutte queste erbette? E se non le avete poco male, ve le procurate. Signora Gavina, lei si trova ad Aggius, vuole preparare una insalatina veloce per pranzo, ma non ha tutte le erbette per fare la “Misticanza“? Non c’è problema, va ad Olbia, prende il primo volo del mattino per Roma (solo lì può trovare quella originale),  così, forse,  è di ritorno per il pranzo.  Una volta nella capitale, cerchi di introdursi nell’ambiente della mala, perché solo lì potrà reperire le erbette giuste, e si rivolga al puscher della Misticanza. E’ roba che si vende di nascosto, come la droga. Più facile trovare l’eroina che la “Misticanza”. Una volta recuperata la giusta miscela  di erbette (stia attenta che ci siano tutte, altrimenti la Misticanza non viene bene, e che la barba di frate sia proprio di frate e non di un jihadista islamico di passaggio), ora prenda un taxi per Fiumicino, salti sul primo volo per Olbia, torni ad Aggius e prepari finalmente la sua bella Misticanza. Facile, no?  Magari le costa un po’, ma vuole mettere la soddisfazione di fare un’insalata a regola d’arte, secondo i consigli del Corriere?

Fondamentale, quindi, la “Misticanza” nella preparazione di pasti semplici e veloci. Veloci, si fa per dire, a parte la disperata ricerca su e giù per i  colli romani per trovare la barba di frate, la cresta di gallo  o la porcacchia. A parte il fatto che a casa vi aspettavano per pranzo, con l’insalatina fresca, e dopo  tre giorni di assenza,  dandovi per dispersi,  chiedono l’intervento di pompieri e protezione civile per rintracciarvi, con o senza misticanza. A parte questo, ci sono altri preziosi consigli per le vostre insalate. Per esempio, come usare l’insalata “Iceberg” nella preparazione della “widge salad“, classica ricetta di Canicattì e della Val Camonica. O ricordarvi che la verdura bisogna lavarla. Ma va? E ancora che bisogna dare una spruzzata di sale e poi condire a piacere con olio e aceto. Chi l’avrebbe mai immaginato! E non vi venga in mente di usare le posate da insalata per mescolare le verdure durante il condimento; errore gravissimo, bisogna usare le mani!

Ecco un perfetto esempio di articoli scritti per riempire le pagine, con notizie che non sono notizie o consigli strampalati con ricette improponibili ed irrealizzabili. Ma chi è che conosce tutte quelle erbe elencate per la “Misticanza” e chi è che le ha in casa o riesce a procurarsele  senza ricorrere ai servizi segreti, alla mafia o alla CIA ?  La dimostrazione dell’inconsistenza di questo tipo di “informazione” (?) è che questo pezzo non è nemmeno firmato; forse si vergognano.

Forconi d’Italia

Quasi quasi avrei voglia di armarmi di forcone e diventare anch’io “protestante“. E se mi sono stancato io che non ho mai creduto nelle proteste, nei cortei ed ancor meno nella violenza, di nessun genere, come metodo di lotta sociale, allora vuol dire che veramente siamo giunti a fine corsa. Siamo davvero arrivati al limite di sopportazione. Non se ne può più di una classe politica incapace, che sta rovinando l’Italia e sta mettendo a dura prova la pazienza dei cittadini, anche dei più pacifici e restii a scendere in piazza per protestare. Difficile trovare anche dei termini appropriati per definire questi politicanti da strapazzo, pieni solo di parole vuote, di inutili dichiarazioni d’intenti, che sproloquiano nei salotti televisivi, si nutrono di slogan e dedicano tempo ed energie alla loro occupazione principale; salvaguardare poltrone e potere, incuranti dei problemi e dei bisogni della gente. Incuranti perché del tutto incapaci di trovare una sia pur minima soluzione.

Basta vedere la faccia di gomma, inespressiva, inebetita del nostro premier Letta affermare con grande soddisfazione che il peggio è passato, che l’Italia sta uscendo dalla crisi, che siamo sulla buona strada, che “L’Italia ce l’ha fatta…”. Basta guardarlo in faccia, osservare la sua espressione tranquilla, serena, soddisfatta dell’azione del governo, e pensare ai dati che ogni giorno ci vengono forniti dalla stampa. Dati terrificanti sulla disoccupazione, la povertà che cresce, 93 mila aziende che hanno chiuso solo nel corso del 2013. Imprenditori che continuano a suicidarsi per la disperazione, cittadini oppressi da tasse in aumento ed insostenibili, burocrazia che scoraggia chiunque voglia avviare un’attività, corruzione dilagante a tutti i livelli.  Giustizia schizofrenica che condiziona l’azione politica e l’economia e che può decidere della vita e della morte dei cittadini, senza mai pagare pegno per gli errori commessi. Un Parlamento che, mentre gli italiani sono alla disperazione, si preoccupa degli immigrati, di femminicidio, di omofobia e si trastulla in rappresentazioni grottesche fingendo di occuparsi di politica.

Sembrano vivere in un altro mondo, insensibili ed indifferenti a tutti i segnali di allerta che da anni vengono dalla gente comune, dagli osservatori più attenti, dalla stampa, da tutte le categorie di lavoratori, tutti uniti dalla stessa sensazione di vivere in una società ormai senza controllo, senza guida e senza meta. E loro, i nostri rappresentanti, passano il tempo a litigare per le poltrone, per difendere il proprio orticello, per ritagliarsi uno spazio mediatico, per dividersi, riunirsi, ridividersi, inventarsi nuovi movimenti e partiti, pur di garantire la perpetuazione della specie di sanguisughe sociali. Si presentano come rivoluzionari, come il nuovo che avanza, come gli unici capaci, onesti, preparati, come quelli che combattono il sistema corrotto e promuovono il rinnovamento, la nuova era, l’età dell’oro. Sembrano estranei al degrado sociale, non sono mai responsabili degli errori, dei disastri, degli sprechi, del disfacimento economico, culturale, morale;  si sentono e si presentano tutti come innocenti fanciulli e pudiche verginelle. Come se fossero i salvatori della patria, i nuovi Messia, gli angeli custodi che ci assistono e ci conducono per mano verso il nuovo Eden, invece che essere i primi, veri responsabili del disastro sociale, economico, politico, culturale e morale.

Sono una specie anomala nata da strane modificazioni genetiche, sono un errore di percorso nella via dell’evoluzione umana. Si moltiplicano e si riproducono spontaneamente come le erbe infestanti e nessuno finora, purtroppo, ha inventato un antidoto adatto per eliminarli.  Non soddisfatti di riprodursi individualmente, si raggruppano secondo l’utilità collettiva di piccoli gruppi e quando ritengono di non avere sufficiente spazio cercano “un posto al sole“,  abbandonano la terra madre e fondano nuove colonie e partiti.  Come se non ce ne fossero già abbastanza. Come se creando nuove aggregazioni migliori la situazione. Come se con nuovi simboli e nuove bandiere diventino tutti più capaci, intelligenti e onesti.  Come se con un nuovo slogan si cancellino tutti gli errori del passato e si torni puri come angioletti. Come se un nuovo partito sia migliore dei precedenti. Come se mostrando in TV volti nuovi di giovani e belle ragazze anche le vecchie baldracche diventino tenere fanciulle in fiore. Ma la merda è sempre la stessa; anche se incartata elegantemente con carta a fiori e nastri dorati, non diventa profumata, sempre merda resta.

Ecco perché alla fine la gente ne ha le tasche piene, ed altro, di questa gentaglia. Ecco perché stiamo arrivando ad un punto di non ritorno. Ecco perché c’è voglia di forconi; la pazienza è finita. “Datemi un forcone (che cosa ne vuoi fare?), lo voglio dare in testa a chi non mi va!” Ecco cosa mi viene in mente, parodiando una vecchia canzoncina degli anni ’60 (Datemi un martello), versione italiana, lanciata da Rita Pavone, di “If I had a hammer” un successo internazionale di Trini Lopez. In realtà la canzone è di Pete Seeger, folk singer USA, mito della generazione (specie dei movimenti di protesta) degli anni ’60. La canzone venne incisa anche da un altro gruppo folk notissimo in quegli anni, Peter Paul and Mary. Erano i tempi dei primi movimenti pacifisti, della protesta contro la guerra, contro la discriminazione razziale. Figli dei fiori, spinelli, libertà sessuale, Woodstock e cantautori, eredi di Woody Gutrye, al quale si ispirò anche Bob Dylan ai suoi esordi, che cantavano le loro canzoni nei cortei, nei raduni giovanili o nei localini underground del Greenwich village a New York. Altri tempi, altre chitarre, altri forconi, altri ideali. Ora si avrebbe voglia di prendere un forcone semplicemente per rincorre uno per uno tutti, ma proprio tutti, quelli che a vario titolo e livello, si occupano di politica. E piantargli una bella forconata nel sedere.

Ma almeno allora c’era in fondo al cuore la speranza di un mondo migliore. di un futuro in cui credere. Ora non c’è più nemmeno la speranza, c’è solo la disperazione, l’incertezza, la sfiducia totale, la rassegnazione ad un destino tragico. Un destino che non abbiamo scelto, né voluto e di cui siamo artefici solo in piccola parte. Ma è una parte determinante, è la responsabilità di aver scelto “democraticamente” questa classe politica. Ecco il dramma; li abbiamo scelti noi. Ed allora con chi dobbiamo prendercela? Chi dobbiamo rincorrere con i forconi? Siamo sicuri che la democrazia, come ci raccontano da sempre, sia il miglior sistema di governo? Ma se così è, come è possibile che dei cittadini apparentemente normali, coscienti e responsabili, eleggano al Parlamento delle persone che ci stanno portando alla catastrofe? Come è possibile che un intero popolo si faccia turlupinare, plagiare, irretire, fagocitare, angariare , vessare, per decenni senza ribellarsi, anzi dando vita ad una guerra civile permanente tra fazioni avverse per sostenere ed eleggere una classe dirigente che non fa altro che perpetuare l’inganno a proprio vantaggio ed a spese del popolo? E’ possibile, si chiama democrazia. Eppure la gente ci crede ancora, con grande soddisfazione di chi con questo sistema ci campa. Non restano che i forconi ed una amara constatazione; queste sanguisughe democratiche…

Non serve a niente, ma almeno mi sono sfogato. Eccheccazzo, quando ce vò ce vò!

P.S.

Perché sono così inc…zato come una bestia (direbbe Joele Dix)? Perché sono uno dei milioni di italiani che, dopo aver sentito che il governo aveva abolito l’IMU sulla prima casa, dormiva sonni tranquilli. Poi ci hanno ripensato ed hanno abolito solo la prima rata. Poi ci hanno ripensato ancora ed hanno abolito anche la seconda, ma non per tutti. Resta in vigore l’IMU per i cittadini di quei Comuni che hanno modificato l’aliquota. E quali sono questi Comuni? Primo dubbio e primo problema. Come fa il cittadino a saperlo? Deve informarsi, perdere tempo, chiedere al proprio comune o ad un patronato o un esperto. Ma anche i commercialisti ed i CAF, fino a pochi giorni fa, non sapevano cosa fare e cosa rispondere ai cittadini. E allora il povero contribuente cosa deve fare?. Cerca disperatamente di informarsi con amici o sulla stampa o su internet.

Bene, chi sta in Sardegna, poteva leggere sul quotidiano regionale L’Unione sarda di pochi giorni fa, l’elenco dei 14 Comuni in cui si sarebbe pagata la seconda rata IMU. I Comuni sono quelli che ultimamente hanno elevato l’aliquota di imposta. Ma al di là di questa spiegazione tecnica si pone una questione di principio che riguarda l’uguaglianza dei cittadini. Domanda per i più svegli: i Comuni della Sardegna sono 377, perché in 14 Comuni si paga l’IMU e negli altri no? Intanto che cercate una risposta soddisfacente, se non siete fra quei 14 Comuni siete tranquilli, vi rigirate sul guanciale e continuate a dormire  “sonni tranquilli“. Ma sarebbe un errore gravissimo perché proprio ieri il tuo commercialista ti chiama e ti dice che, contrariamente a quanto letto sulla stampa, devi pagare l’IMU, il modulo è già pronto, stampato, devi andare a ritirarlo e poi accingerti ad una fila lunghissima in banca perché, essendo la scadenza fra 4 giorni, compresi sabato e domenica festivi, restano solo due giorni utili, venerdì e lunedì,  per il versamento.

Ma perché c’è stato questo contrordine? Ecco svelato l’arcano. Il nostro Comune non aveva finora modificato l’aliquota IMU. Quindi eravamo sicuri di non dover versare questa seconda rata IMU; fino a pochi giorni fa. Ma il guaio è che il sindaco di recente si è dimesso ed è arrivato un Commissario il quale, udite udite, tanto per agevolare la cittadinanza, ha deciso, proprio la settimana scorsa, in tutta fretta ed in gran segreto, di aumentare l’aliquota, facendoci rientrare fra quei Comuni che dovranno pagare l’IMU entro il 16 dicembre ed obbligando qualche migliaio di persone a fare i salti mortali per informarsi e regolarizzare il pagamento nel giro di due giorni.

Così i cittadini che erano sicuri di non dover pagare, ora devono affrettarsi (mancano due giorni utili),  informarsi sull’importo totale dell’imposta e  conteggiare il 40% della cifra totale.  Secondo problema:  quant’è la cifra totale? E la signora Assunta di 90 anni, analfabeta, sola e impossibilitata ad uscire, come fa ad informarsi,  calcolare la somma, compilare il bollettino e andare in banca a pagare? Ma  i cittadini come sono stati informati della variazione? Con dei volantini fotocopiati e affissi nei locali pubblici. Chi esce e frequenta i locali pubblici è avvertito, gli altri no. Terzo problema: e gli anziani che non frequentano bar e negozi in questi giorni?

Per fortuna il centro è piccolo, in due giorni la voce si spande e tutti corrono presso i pochi uffici che possono dare qualche spiegazione e compilarvi i moduli per il versamento. Ma data l’affluenza, comunque sono qualche migliaio di persone che si riversano in due o tre uffici di consulenza, si crea ressa, attesa e si perde una mezza giornata. E poi si perderà un’altra mezza giornata, se non una giornata intera, per pagare allo sportello bancario. Ammesso che, pure facendo gli straordinari, la banca riesca a servire tutti i clienti, con gravissimo disagio dei clienti normali che si rivolgono alla banca per normali operazioni, magari anche urgenti,  e che dovranno aspettare che, fra qualche giorno, non prima di martedì prossimo, finisca la buriana dell’IMU.

E tutto questo gran casino grazie a chi? Ai nostri governanti incapaci che invece che semplificare la vita ai cittadini, essendo incapaci, trovano sempre il modo di complicarci l’esistenza, farci perdere tempo, denaro, fatica, stressarci e portarci sull’orlo di una crisi di nervi. Ma poi, perché alcuni Comuni pagano ed altri no? Ma i contribuenti non dovrebbero essere tutti uguali? E perché mai gli abitanti di Pompu non pagano e quelli di Serramanna sì? Perché si paga a Nurallao e non a Guasila? E’ credibile che la maggiorazione delle tasse in alcuni centri sia dovuta alla presenza di servizi migliori o diversi fra Comuni della stessa area, con uguale numero di abitanti, stessi servizi sociali, che distano una decina di chilometri fra loro? Che differenza c’è fra Pompu e Masullas o fra Serramanna e Villasor?

Perché ci sono cittadini di serie A e di serie B? Ma chi è quella mente geniale che concepisce queste diversificazioni fra i Comuni del Sulcis, del Logudoro o della Marmilla? Ma i nostri governanti non farebbero bene a fare un salto al più vicino centro di salute mentale (tanto è gratis) e sottoporsi ad una piccola visita di controllo?. Ma sono davvero sicuri di essere sani di mente? E’ chiaro adesso perché alla fine si è così inc…zati? Datemi un forcone, lo voglio dare in testa, anzi nel culo a Letta e tutto il governo di larghe intese, così gliele allarghiamo un po’…le intese.

P.S. 2

E come se non bastasse, qualcuno, c’è sempre qualche genio in circolazione che decide di complicarvi la vita, ha deciso che le vecchie impostazioni di scrittura dei post avessero bisogno di qualche modifica, Così, non so come e perché, non è più possibile inserire un link nel testo ed anche inserire una foto nel post è un problema. Ma perché devono continuamente cambiare le cose? Ma non avete altro da fare? Ma se funziona bene così da anni, perché dovete modificare ciò che va bene? Ma sarà un’innovazione interna o sarà una nuova impostazione del browser Internet Explorer? Boh! Poi dice che uno s’incazza!

Sardegna: province, meloni, tartufi ed auto blu

Quando la volontà popolare conta poco. Un anno fa in Sardegna si è tenuto un referendum per l’abolizione delle  8 (otto) province sarde (La Sardegna decide sull’abolizione delle province). Il risultato fu un plebiscito a favore del Sì. Il 97% dei votanti ha espresso parere favorevole all’eliminazione (La Bulgaria ci fa un baffo). Ma siccome l’abrogazione delle province non è proprio facile e non è attuabile da un giorno all’altro, il Consiglio regionale prese tempo e per un anno le province hanno continuato ad operare. Il termine della proroga scadeva il 30 giugno. A quanto pare gli unici favorevoli al mantenimento delle province sono proprio tutti coloro che in qualche modo ci lavorano; consiglieri, funzionari, dipendenti, collaboratori e consulenti. Insomma quel 3% è costituito da coloro che con le province ci campano.

Per dare attuazione al referendum occorreva approvare una apposita legge entro la scadenza del 30 giugno. Ma i consiglieri regionali dell’opposizione di  centro sinistra, in barba alla volontà popolare, hanno presentato degli emendamenti alla legge tendenti a prorogare ulteriormente l’esistenza delle province. Forse perché le province sono rette da giunte di centro sinistra. La volontà popolare è sacra per la sinistra. Ma se significa rinunciare alle poltrone, allora non è più tanto sacra. In extremis, però, la Giunta di centro destra ha ritrovato la compattezza ed ha bocciato gli emendamenti, procedendo al commissariamento delle Enti. Tutto a posto? No, perché ora i presidenti delle province soppresse difendono fino all’ultimo le loro poltrone. Hanno dichiarato che presenteranno ricorso, per illegittimità ed incostituzionalità, contro il commissariamento ed accusano il presidente Cappellacci di abuso d’ufficio. (Province: oggi i commissari)

Non ci addentriamo in questioni giuridiche. Ora, però, facciamo un passo indietro. A Natale scorso il quotidiano regionale L’Unione sarda pubblicò una notiziola che destò scandalo e polemiche. Eccola: “Natale a spasso con l’auto della provincia. Alla guida c’era il presidente Tocco“. Riprendevo questa notizia nel post “Razzismo e danza della pioggia“. E siccome erano poche righe, tanto vale riportarlo per intero:

Natale; a spasso con l’auto della provincia“. Non solo le province non sono state abolite, ma  i presidenti vanno a spasso, per i fatti propri con l’auto di servizio. Solo grazie ad una multa per eccesso di velocità in un tratto di strada controllato dall’autovelox, nei pressi di Monastir, si è scoperto che, udite udite…il giorno di Natale, di primo pomeriggio, quando tutti i comuni mortali sono ancora a tavola, banchettando allegramente, il presidente della provincia del Medio Campidano, Fulvio Tocco, se ne va a spasso con l’auto della provincia. Ed in assenza dell’autista, ancora alle prese con dolcetti, vernaccia e mirto digestivo (erano circa le ore 15 del giorno di Natale…), l’auto di servizio la guida da sé. Olè.

Fatta questa premessa, non sto a dilungarmi sul come e perché, sono capitato in rete su alcune notizie che riguardavano proprio la provincia in questione, il Medio Campidano, una di quelle che verranno soppresse e che suscitano l’ira del presidente Tocco che, in tal modo, perderà incarico, poltrona e auto di servizio da usare a propria discrezione. Ed infatti non ha mancato di rilasciare dichiarazioni accorate, rivendicando i grandi meriti della sua amministrazione e prospettando un futuro drammatico per il Medio Campidano che, sotto l’amministrazione di sinistra, era diventata una sorta di Eden dove scorrevano fiumi di latte e miele e che ora, con l’abolizione della provincia, diventerà un deserto peggio della valle della morte.

Immaginiamo, quindi, quanto duro lavoro e fatica abbiamo profuso per il bene della zona. Immaginiamo gli amministratori impegnati in lunghe e fruttuose sedute consiliari in cui esprimono il meglio delle capacità umane, politiche, organizzative e propositive. Possiamo solo immaginarlo. Del resto apprendiamo di grandi iniziative da attuare in zona; la sagra del melone in asciutto (emblema culturale!?!), consulenze esterne affidate ad  illustri professoroni (36.000 euro per cercare i tartufi) per la ricerca  del pregiatissimo tartufo della Marmilla (ad Alba sono disperati e, temendo la concorrenza del tartufo di Pompu, già pensano al suicidio), allevamento di lumache e chissà quali altre geniali trovate.

Insomma, un crogiuolo di idee, di progetti e di interventi fondamentali che hanno contribuito all’enorme sviluppo del Medio Campidano nel campo dell’economia, dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, dell’arte, della cultura, della scienza. Una specie di “Rinascimento” campidanese (da Leonardo da Vinci a Fulvio della Marmilla) che è oggetto di studio da parte dei ricercatori delle più prestigiose università mondiali.  Tanto che il Medio Campidano è un’oasi felice che tutto il mondo ci invidia. Tutti vivono a lungo felici e contenti come nelle favole. Grazie al lavoro del consiglio provinciale e del suo eclettico e poliedrico presidente Tocco, non c’è crisi, non ci sono disoccupati, né precari, l’economia vola. Pare che anche Obama abbia inviato degli osservatori a Las Plassas per scoprire il segreto di tanto benessere e, soprattutto, i segreti dell’allevamento delle lumache (fondamentale per il rilancio dell’economia USA). Sarebbe bello, quindi, assistere ad una riunione del Consiglio e sentirli direttamente impegnati in questi progetti per poter ammirare tanta creatività.

Bene, ora abbiamo la fortuna di vederli all’opera, proprio intenti a discutere di quella notiziola riportata dalla stampa sulla gita di Natale del presidente Tocco con l’auto di servizio. La minoranza ha presentato un ordine del giorno ed il Consiglio si è riunito per discuterlo. Tanto per curiosità, come ha ricordato lo stesso presidente Tocco, ogni riunione di questa assemblea dei saggi (così saggi che, al confronto, i saggi di Napolitano sono dilettanti) costa circa 2.000 euro; quattro milioni di vecchie e care lirette per discutere del perché il presidente Tocco, alle ore 15 del pomeriggio del giorno di Natale se ne andasse in giro con l’auto della Provincia. Così potremo notare il livello della discussione. Roba che le riunioni della bocciofila, forse, sono più serie e di più alto livello.

Da notare, sulla parete di fondo, i due grandi maxischermi di cui, a prima vista,  sfugge l’utilità e la necessità. Ma se li hanno messi devono avere certo una buona ragione. Forse sono indispensabili per illustrare meglio le caratteristiche del melone in asciutto di Lunamatrona, delle lumache di Las Plassas o del tartufo di Pompu. Se non ci fosse il video la si potrebbe scambiare per una accalorata discussione fra amici al bar dello sport di Masullas, di Turri o di Pauli Arbarei. Invece è una serissima riunione di Consiglio. Il presidente Tocco, del PD, che guida una Giunta di centro sinistra, è quello col ciuffo bianco alla Cristiano Malgioglio. Ecco una seduta in diretta (cliccate qui): riunione del Consiglio della provincia del Medio Campidano.

Febbre suina e Stendhal

Torna l’incubo dell’influenza suina in Sardegna: “Febbre suina, positivi altri cinque malati” (Unione sarda). Mi viene in mente un vecchio post di alcuni anni fa in cui in cui rivelavo, in anteprima, le sensazionali scoperte di un autorevole ricercatore del MIT (Marmilla Institute of Tecnology). Sosteneva, l’illustre studioso, che la famosa “Sindrome di Stendhal” fosse in realtà dovuta non all’estasi causata dalla bellezza delle opere d’arte, ma agli effetti dei suini, o meglio, dei prodotti da essi derivati ed alla particolare predilezione dello scrittore francese per i salumi ed insaccati vari gustati durante la sua visita in Italia.

Nuove ipotesi sulla sindrome di Stendhal.
Si usa definire “Sindrome di Stendhal“, quello stato di estasi che può colpire gli animi più sensibili, davanti alla bellezza delle opere d’arte.
In realtà, secondo i risultati di una lunga ricerca condotta dal prof. Cicittu Scrapuddu delle università associate di Pompu, Simala e Masullas, le cause della suddetta sindrome sarebbero di origine più prosaica ed individuate nella carne suina, in particolare negli ottimi e gustosissimi insaccati (di cui, a quanto afferma il prof. Scrapuddu, Stendhal era golosissimo) che se ne ricavano: mortadella, coppa, guanciale, pancetta, prosciutto, culatello, zampone, salami, cotechino; vere specialità dell’Emilia Romagna dove lo scrittore soggiornò a lungo, durante la stesura del suo capolavoro “La certosa di Parma“.

Un consumo eccessivo di tali insaccati, specie se unito ad abbondanti bevute di vino rosso (pare che il Lambrusco sia il più indicato), produrrebbero uno stato mentale di beatitudine e di estasi. Secondo il prof Scrapuddu, che nel corso di anni ed anni di ricerche ha effettuato degli esperimenti non solo nella zona di Parma e dintorni, ma in diverse zone della Marmilla, gli stessi effetti della sindrome di Stendhal si ottengono facendo delle grandi mangiate di “Casu marzu” innaffiato con dell’ottimo Cannonau.

E ciò avvalora la teoria dell’illustre studioso.
Il prof. Scrapuddu ha illustrato la sua teoria in una vasta e documentata relazione “La fisica quantistica applicata ai salumi: la funzione d’onda del cotechino”, pubblicata dalle maggiori e più autorevoli riviste scientifiche, che gli valse la segnalazione per il premio Nobel. Ma egli, più modestamente, usa riassumere la sua geniale scoperta in forma poetica con una semplice quartina.

La sindrome di Stendhal

Giunse Stendhal a Parma un bel mattino
e fra prosciutti, coppa e cotechino,
d’un tratto gli andò in estasi il cervello;
la sindrome scoprì del culatello.