Sanremo bazar: c’è di tutto, anche musica.

Perché Sanremo è Sanremo, diceva Baudo. E così, anche se non lo guardi, non puoi fare a meno di sapere cosa succede su quel palco. Basta dare uno sguardo ai quotidiani on line e ti ritrovi sotto gli occhi titoli, immagini, articoli, che ti raccontano tutto della serata; conduttori, battute, incidenti, costumi, nastrini arcobaleno a favore della lobby gay, cantanti che da decenni cantano tutti la stessa lagna, ospiti che con la canzone c’entrano come i classici cavoli a merenda, e i dati di ascolto. In verità,  facendo zapping, qualche minuto del festival l’ho visto. Ieri notte, per esempio, capito sul festival mentre Conti annuncia l’ospite, un cuoco alto e corpulento.  Cosa ci fa un cuoco al festival della canzone? Si occupa del catering per orchestrali e tecnici? Mistero. La cosa assurda non è tanto e solo la presenza di un cuoco come “ospite” sul palco di Sanremo (cosa inconcepibile tempo fa, prima che cominciasse il totale ed irrefrenabile rincoglionimento generale della società), ma che la cosa sembri normale al pubblico ed ai media.

Da tanto tempo ormai Sanremo, più che un festival della canzone, è diventato una specie di bazar dove ci trovi dentro di tutto. Uno dei tanti show televisivi confezionati ad uso e consumo delle case discografiche, dei media, degli inserzionisti pubblicitari, come strumento di potere per promuovere gli amici del mondo dello spettacolo, e come veicolo mediatico per lanciare messaggi politicamente corretti secondo la campagna del momento (quest’anno sono tutti impegnati a difesa dei diritti gay e unioni civili, con dichiarazioni, testi e nastrini arcobaleno); dove c’è posto per tutti, cantanti, attori, comici, pugili e cuochi. La prova è che sui media, invece che parlare delle canzoni e della musica, si parla di auditel, di share, degli ospiti sul palco, e si confronta il “festival di Conti” con quello di Fazio, o col festival di Baudo e di Bonolis, come ormai succede da decenni: come se la cosa più importante del festival della canzone non sia la musica e le canzoni, ma i conduttori, le vallette, gli ospiti, abiti e acconciature delle donne, battute dei comici, eventuali errori ed incidenti di percorso, farfalline inguinali di Belen ed altre nudità più o meno programmate delle vallette di turno. Infatti, potete leggere decine di articoli sul festival, ma nessuno parla della musica; parlano d’altro, del contorno, dei pettegolezzi del circo sanremese. Perché oggi la vita è tutto un gossip.

Ecco ciò che conta; non la musica, ma la share (che è il parametro per stabilire il costo delle inserzioni pubblicitarie). E la musica?  Scomparsa, è solo un rumore di fondo, un’accozzaglia di suoni, senza melodia, senza armonia, senza senso. Scoprire un accenno di invenzione melodica o armonica è come cercare un ago in un pagliaio. Stanno suonando e cantando la stessa canzone da decenni, giusto con qualche piccola variazione ritmica; interpretazioni a base di  sussurri, sospiri, lamenti, singhiozzi, strozzamenti, urla e finti sforzi vocali con inutili salti di ottava e l’uso di tutti gli abbellimenti musicali possibili per dare una parvenza di melodia. Ma nessuno sembra accorgersi dell’inganno,  o fingono di non saperlo, anche se ogni tanto qualcuno più onesto dice chiaramente che la musica pop è morta, finita, esaurita per mancanza di fantasia dei compositori e per obiettive ragioni culturali e storiche. Come è successo in passato per il canto gregoriano, l’opera lirica, l’operetta e le arie da camera. Nessuno scrive più questo genere di musica.

Come sarebbe ridicolo chi oggi si presentasse su un palco, con abbigliamento estroso, a cantare le macchiette musicali degli anni ’30. E quando qualcuno lo fa, all’interno di spettacoli televisivi o teatrali rievocativi del passato, è solo per riproporre musiche e scenette del varietà e dell’avanspettacolo di una volta,  o rievocare personaggi mitici di quel periodo, come Armando Gill o Berardo Cantalamessa e, più tardi, Nino Taranto. Dedicai un post a quel periodo: “Canti nuovi (Morte a Venezia)”.   Sono curiosità del passato, musicali, di costume, di storia del teatro e dello spettacolo. Sono anche piacevoli (anzi, molte delle canzoni e musiche di quel periodo sono tra le mie cose preferite), ma quel genere è finito. Come sono finite certe vecchie signore che non si rassegnano alla fine della giovinezza ed allo sfiorire della bellezza. E per camuffare i danni del tempo si agghindano come ragazzine, usano un trucco pesante come passeggiatrici da viali periferici, si rifanno tutto ciò che si può rifare (oggi la chirurgia fa miracoli: e soldi) e sono convinte di essere sempre belle e desiderabili. Si sentono giovani, fresche e profumate come rose di maggio: e sono solo patetiche.

Non è finita la musica in sé, ma un genere, un’epoca.  Tutto passa e muta, come l’abbigliamento, i gusti letterari, la tecnologia, l’architettura, l’arte. Nel tempo fioriscono e muoiono mode, stili, usanze, canoni estetici. Finì la Belle Epoque, il Cafè chantant, la zarzuela in Spagna, l’opera lirica, l’operetta, Verdi, Strauss, Lehar, i cantastorie. E Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo“, che aveva incantato il pubblico con la sua bellezza e la sua voce, morì tragicamente nella sua casa di Firenze nel 1944 sotto i bombardamenti alleati. Con quelle bombe si chiuse un’epoca, anche musicale. Dagli USA arrivò il rock and roll, la chitarra elettrica, perfezionata in quegli anni, divenne lo strumento principe, e si aprì una nuova epoca che, con varie sfumature e stili, è andata avanti per decenni. Grandi nomi, compositori ed interpreti, hanno dato il meglio di sé creando stili, generi e brani indimenticabili che sono la storia musicale degli ultimi 50 anni. Ora quel periodo è finito ed ancora non si vede il nuovo che lo sostituirà. Così si chiude  anche il tempo della canzonetta, del rock, del pop, dei cantautori più o meno impegnati e della canzonetta da festivalbar. Quel ciclo è finito, per esaurimento della creatività, anche se  qualcuno non se ne è ancora accorto  e, forse perché ci campa illudendo se stesso ed il pubblico, continua a rimasticare la stessa musichetta e gli stessi quattro accordi. Come se oggi le donne vestissero  ancora le crinoline dell’ottocento, gli uomini portassero il cappello a cilindro, nei cafè chantant si bevesse assenzio ascoltando Ninì Tirabusciò, e si viaggiasse in carrozza.

Lo hanno detto chiaramente, fra gli altri, personaggi di primo piano del mondo della musica come Zucchero, (Musica? “Negli ultimi anni ci stanno abituando a mangiare grandi panini alla merda“), Guccini (“Non ascolto più musica. Tanto sento in giro solo canzoni inutili, fatte tanto per fare…“) e Angelo Branduardi. Ma siccome ci mangiano in tanti, si continua la finzione. La prova è che quando i cantanti annunciano l’uscita di un nuovo CD o di un singolo, non accennano alla musica, ma dicono che è “una canzone che parla di…”. Siccome musicalmente non hanno più niente da dire, cercano di riciclarsi come poeti, autori di testi impegnati, quelli che cantano per diffondere il “messaggio“. Dimenticano un piccolo dettaglio: una canzone è prima di tutto musica, melodia, motivetto da canticchiare, ritornello che ti resta in testa, è musica. Poi c’è anche il testo, solo dopo, in secondo piano. La dimostrazione dell’importanza preponderante della musica sul testo è data dal fatto che negli anni ’50 e ’60, quando pochissimi conoscevano l’inglese, si ascoltavano le canzoni straniere di cui nessuno capiva il testo. Ed alcuni dei gruppi, complessi e solisti famosi del tempo, facevano addirittura solo musica strumentale o, all’interno della canzone, la parte strumentale era preponderante; genere che ormai sembra scomparso definitivamente. Erano tutti scemi? No, si apprezzava la musica, la melodia, il ritmo, l’arrangiamento, il timbro vocale dell’interprete. Ora sembrano tutti prodotti in serie, in catena di montaggio, cantanti, testi e musiche. Perfino le voci si somigliano tutte. Così, visto che non sanno inventare niente sul piano musicale, cercano di spostare l’attenzione sul testo e farsi passare per poeti e profeti moderni. Ed il trucco funziona benissimo da qualche decina d’anni. Finché dura.

Ma tutto passa in secondo piano, ciò che conta è l’auditel, il nuovo totem al quale tutti gli addetti ai lavori del mondo dello spettacolo televisivo si inchinano. Eppure non c’è da esultare tanto per i grandi ascolti. Sono un segno della salute mentale della nazione: più è basso il livello intellettuale ed il senso estetico degli spettatori, più sale  l’indice di ascolto di certi programmi. Anche Grande fratello e Isola dei famosi facevano ascolti da dieci milioni di spettatori. Anche i programmi della De Filippi riscontrano il favore del pubblico. L’ho già detto e lo ripeto. Il giorno che mi scoprissi a guardare per più di 30 secondi quei programmi comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale.

Ma l’alto gradimento popolare non è mai indice di alta qualità dei programmi o di grande competenza di giudizio; anzi, al contrario. Socrate fu condannato a morte grazie al voto della maggioranza degli ateniesi, e Gesù fu mandato in croce per volontà del popolo che scelse di liberare Barabba al suo posto. Sono due esempi storici che sembra non abbiano insegnato nulla sui rischi di affidarsi al giudizio popolare (e sul valore delle decisioni prese a maggioranza). In questo caso i grandi ascolti del festival sono un dato positivo, ma non per tutti, ed ancora meno per i telespettatori. Sono un successo per la RAI, per il conduttore del festival, per vallette e valletti e per chi comunque stia sul palco, per gli inserzionisti pubblicitari, per chi fa parte del circo degli addetti ai lavori che sul festival ci campano. Ecco a chi fa comodo il successo degli ascolti, a chi sta sul palco. Al cittadino non gliene può fregar di meno. Bella la democrazia, specie se stai dalla parte giusta, perché nella vita la differenza è questa; fra chi sta sul palco e chi sta in platea. Il guaio è che spesso chi sta in platea decide chi salvare o mandare a morte; non necessariamente con cognizione di causa.

Ecco un esempio dei tanti articoli che invece che parlare di musica, parlano del contorno. Questo è dedicato alle imitazioni di Virginia Raffaele, la “comica” del festival. Premetto che la trovo orribile, ma è solo una questione di gusti personali. Qualche tempo fa le dedicai un apposito post “Satira monotematica“. Forse l’hanno scelta perché, dato che quest’anno il festival sembra un unico grande spot a favore di gay, lesbiche, e unioni civili, lei era la più indicata. Il nome, Virginia, è femminile, ma il cognome, Raffaele, è un nome proprio maschile, lasciando ampio margine all’interpretazione, all’ambiguità, ed alla confusione di genere: l’ideale per chi auspica un mondo unisex.

Quando leggo certi elogi sperticati su spettacoli come il festival, o come certi contenitori di spazzatura televisiva, ho sempre il dubbio che siano dei comunicati stilati dell’ufficio stampa e relazioni pubbliche, o che i giornalisti siano pagati profumatamente per parlarne bene. Dice questo articolo che La Raffaele “sbaraglia con le sue imitazioni”, e che “fa spanciare dalle risate” (Raffaele regina dell’Ariston). Mah, si vede che questa è gente che ha la ridarella facile, come  i bambini i quali scoppiano a ridere per un nonnulla, basta una smorfia. La ragione è che si è abbassata notevolmente la capacità critica nei confronti del livello qualitativo dei programmi. Così, in mancanza di comici veri, chiunque faccia due smorfiette in TV passa per comico, pure certi personaggi di “Zelig”, “Colorado” o  “Made in sud” passano per comici; e  chiunque si agiti su un palco con un microfono attaccato ai denti passa per cantante (anche Rocco Hunt). Siamo in tempi di confusione totale in cui ognuno può farsi passare per quello che non è. Del resto, se si scambia per musica pop quella lagna monotona e sempre uguale con pretese letterarie, impegnate e umanitarie (Battiato docet), che va avanti da decenni, tutto è possibile, tutti sono artisti e geni; e Dario Fo diventa premio Nobel.

Vedi

Sanremo: “E io pago”, direbbe Totò (2004)

Sanremo, la fatina bionda e…du’ palle! (2005)

Sanremo, Bonolis e la crisi (2009)

Canzoni e gay (2013)

Sanremo porta sfiga (2013)

Musica e tagliatelle (2013)

Lirica kitsch (2013)

L’opera e il clown (2013)

Tette, Papi e Femen  (2014)

Dispensatoi (2015)

Miss Italia col trucco (2015)

Televisione, snob e Flaiano (2015)

Doppia morale e numeri da Circo

La morale vista da sinistra: è bene ciò che mi fa comodo qui ed ora (domani chissà). E’ una particolare visione etica che viene da lontano. Già Togliatti, il Migliore, diceva: “La verità è ciò che conviene al partito“. Si può pensare di instaurare un dialogo, discutere e ragionare con chi parte dal principio che la verità è ciò che gli conviene? No, è tempo sprecato. Diceva Arthur Bloch, l’autore delle Leggi di Murphy: “Mai discutere con un idiota; la gente potrebbe non notare la differenza“. Con un idiota o, aggiungo io, con un comunista: non solo sprechi tempo, ma ci rimetti anche la salute  Ormai la doppia morale della sinistra è talmente scontata che non ci si dovrebbe più meravigliare. Invece, ogni volta che ne possiamo constatare un esempio pratico (cosa che succede spesso e volentieri) ci sorprendiamo della naturalezza con cui la sinistra finge di non saperlo: esempio, le unioni civili. Premetto che a me di queste unioni civili non può fregarmene di meno, fate un po’ come vi pare; unioni gay, lesbiche, miste e assortite, famiglie allargate,  due mamme, tre papà. otto nonni, dodici cognati, genitore 1 e genitore 2, omogenitoriali, plurigenitoriali, e plurigenitali, a piacere.

Ciò che mi sorprende è sempre l’atteggiamento degli schieramenti in campo e la quotidiana rappresentazione scenica, in perfetto stile da Gioco delle parti pirandelliano, di quel teatrino della politica che sta diventando ridicolo. Li osservo da lontano con curiosità per l’apparente serietà con cui si immedesimano nel ruolo. Sono così contrario a tutte le manifestazioni di piazza, ai cortei urlanti, ai riti collettivi, che la sola vista mi provoca attacchi di orticaria; come i programmi della De Filippi ed  i salotti televisivi per ochette starnazzanti e casalinghe disperate. Il giorno che mi ritrovassi a partecipare ad un corteo, urlando slogan con una bandiera in mano, (o a guardare C’è posta per te, Uomini e donne, Domenica In, Domenica live, Forum, Verdetto finale, La vita in diretta, Quarto grado, Chi l’ha visto, Storie maledette, Amori criminali, giochini con i pacchi e senza, etc…l’elenco è molto lungo) comincerei a preoccuparmi seriamente per la mia salute mentale (Vedi “Masquerade“).

La proposta di legge sulle unioni civili è un’altra prova della nostra predisposizione genetica a schierarci sempre in due fazioni opposte. Da una parte la sinistra unita preme per approvare la legge, dall’altra l’opposizione è contraria. Sull’argomento interviene anche la Chiesa a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Cirinnà. E qui scatta il timer della morale sinistra, quella che si applica a tempo, a piacere, secondo la convenienza, ed in perfetta sintonia col motto del Migliore. Il fronte laico e di sinistra protesta accusando la Chiesa di illecita interferenza politica, ricordando che lo Stato è laico,  e denunciando le ingerenze del Vaticano. Bene, fin qui niente di strano.

La sinistra ha perfettamente ragione a dire che il Vaticano non deve interferire, suggerire, consigliare, supportare, promuovere, approvare o condannare iniziative, leggi e provvedimenti di competenza dello Stato. E’ il suo punto di vista. Fermo restando, però, che chi è contrario ha perfettamente ragione di esprimere un’opinione  opposta e contraria; compresi preti, vescovi e Papa. Ma, libertà di espressione a parte,  bisogna chiedersi, se la sinistra protesta per le ingerenze della Chiesa sulle unioni civili (così come protestò con forza a suo tempo sull’eutanasia e prima ancora sull’aborto e sul  divorzio), come mai non si sente nessuna protesta, neppure una pallida allusione a ingerenze vaticane, quando il Papa ed  i vescovi invitano L’Italia ad aprire le porte ai migranti ed accogliere tutti a braccia aperte (ed a spese nostre), anche nelle case private, perché sono nostri fratelli? O quando il Papa, riferendosi ai gay dice “Chi sono io per giudicarli?”, lasciando intendere, anzi fraintendere, una qualche forma di approvazione? Come mai i nostri laicisti sinistri, duri e puri, sempre attenti alle ingerenze vaticane, non solo non aprono bocca, non protestano, ma fanno di più e di meglio; approvano gli appelli del Papa e lo citano come fonte autorevole alla quale ispirarsi. Abbiamo un Papa autorevole a giorni alterni? Oppure abbiamo una sinistra che ha la morale ballerina che è valida a giorni alterni? Una cosa è certa; per la sinistra la morale è mobile, ma la faccia da culo ce l’hanno sempre, è fissa.

Ma una considerazione sulla manifestazione del Family day voglio farla. Non sul tema etico, ma sui resoconti dei media. Come sempre la cosa curiosa è che tutti danno i numeri. Non nel senso che sono impazziti, ma che sparano cifre a pera sulla partecipazione. Si leggevano titoli che  annunciavano “Un milione al Circo Massimo“. Altri più ottimisti rispondevano “Siamo due milioni“. Sembra un’asta in cui si aspetta chi offre di più. Ma c’è stato anche di peggio. Veltroni in occasione di una manifestazione del PD, sempre al Circo Massimo, urlava dal palco “Siamo due milioni e mezzo“. Ma ancora meglio fece la CGIL che, in occasione di una manifestazione nel 2009, annunciava trionfante la partecipazione di 2.700.000 persone; ma per la questura erano solo 200.000. Per avere un’idea dell’entità…anzi, no, diciamo chiaro e tondo, dell’enorme cazzata sparata dalla CGIL, basta pensare che quel numero corrispondeva all’intera popolazione di Roma. Non per essere pignoli, ma la questione della capienza del Circo Massimo è stata già accertata molti anni fa. Non capisco perché si continui a sparare numeri fuori da ogni logica. Ma questa è la serietà di politici, sindacalisti e pure “familydaysti“; mentono sapendo di mentire e pretendono di essere creduti. Lo riferivo già in un post del 2009 (CGIL flop, flop).  

Eppure lo sanno tutti quale sia la capienza di quell’area. Al Circo Massimo ci stanno circa 300.000 persone. Lo stabilì uno studio tecnico voluto da Veltroni quando era sindaco, proprio per accertare una volta per tutte l’effettiva capienza dello spazio. E tuttavia lo stesso Veltroni (quello che affermò “Non sono mai stato comunista” e che poi disse che avrebbe lasciato la politica per andare in Africa ad occuparsi di attività umanitarie; il che dimostra il grado di onestà ed affidabilità del personaggio), in occasione della solita adunata rossa, dimenticando quello studio (da lui stesso commissionato), disse che erano presenti in due milioni e mezzo. Non solo è inaffidabile e non mantiene ciò che promette, ma ha anche la memoria corta; carenze mnemoniche che sono qualità preziose in politica per dimenticare le sciocchezze che si fanno e si dicono.

Bisogna, però, riconoscere che questa volta i media hanno fatto notare l’esagerazione delle cifre, ricordando la giusta capienza dell’area. Lo ha fatto bene La Stampa (Il Family day e la bufala dei due milioni), calcolando esattamente la lunghezza (621 metri) e la larghezza (118 metri) dell’area, per un totale di circa 73 mila metri quadri, 3 o 4 persone a metro quadro, che fanno in totale circa 300.000 persone. Esattamente quanto calcolato da quel famoso studio voluto da Veltroni. Quando vogliono anche i giornalisti sanno fare due conticini facili facili da geometra; ma li fanno solo quando gli conviene. Per esempio quando va in piazza il Family Day sono bravissimi a fare i conti, quando invece va in piazza il PD o i sindacati, hanno delle improvvise lacune matematiche. 

Curioso che i maggiori quotidiani abbiano scoperto improvvisamente che 2 milioni è un numero esagerato. Peccato che queste precisazioni le facciano oggi, ma non le facessero in occasione dei raduni del PD o della CGIL, quando, invece, si parlava solo di grande successo e partecipazione. Ma bisogna ricordare che per i nostri media tutte le manifestazioni organizzate dalla sinistra sono sempre grandi successi di partecipazione, feste di popolo e  di democrazia; quelle organizzate dalla destra sono sempre flop,  vengono ridicolizzate, sminuite e condannate come populiste, demagogiche e pericolose per la democrazia. Basta saperlo e sai già come titoleranno i vari quotidiani. Nel post citato in precedenza (CGIL flop, flop) riportavo apposta alcuni titoli di Corriere, Repubblica, Unità, i quali non si ponevano nemmeno il problema di verificare l’esattezza dei numeri e, stranamente, nessuno parlava di “bufale”. Le bufale le scoprono solo quando in piazza vanno quelli del Family Day. Tutti titolavano mettendo in evidenza i due milioni di partecipanti ed il grande successo della manifestazione. Ecco sopra, a conferma di quanto dico, il titolo del Corriere.it. Ma non stiamo a sottilizzare, altrimenti bisognerebbe parlare anche dell’affidabilità della stampa ed il discorso si complica. 

Numeri a parte, ma non è ridicola questa democrazia della piazza, dove vince chi riesce a portare più gente in corteo, bandiere più colorate ed urla più forte e dove anche i principi morali sono validi in base al numero dei partecipanti? Ma allora a cosa serve il Parlamento? La verità, la giustizia, il bene comune, sono concetti matematici che si stabiliscono in base al numero di persone che ne  riconoscono il valore? Deve essere un nuovo metodo epistemologico. Se tutti gli imbecilli d’Italia, e sono tanti, si radunassero al Circo Massimo per chiedere a gran voce, e con relativi striscioni “Idiot is beautiful“, bandiere colorate e palloncini, il riconoscimento giuridico che “Idiota è bello“, avrebbero ragione solo perché sono milioni? E dire che per millenni, da Socrate in poi, l’umanità si interroga su cosa sia la verità. Ci sono due risposte possibili. La prima è quella già riportata del Migliore “La verità è ciò che conviene al partito”. La seconda è quella  della democrazia della piazza; la verità è ciò che la maggioranza ritiene come tale (una variazione di “E’ bello ciò che piace” e del celebre “Ogni scarrafone è bello a mamma soja“). La verità si stabilisce a maggioranza, è una questione numerica (povero Socrate). Ora resta solo da stabilire cosa sia la maggioranza. Ma questo ce lo dice chiaramente una vecchia battuta di Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza; di imbecilli.”. Chiaro?

Terapia democratica

Il First democratic hospital è l’ospedale più democratico del mondo. Non vi sono medici presuntuosi e autoritari che, forti di titoli, esperienza e competenza,  decidono da soli come curare i pazienti. No, lì tutto funziona democraticamente. Quando arriva un nuovo paziente si convoca un’assemblea alla quale partecipano tutti: medici, infermieri, ragionieri, archivisti, uscieri, elettricisti, idraulici, guardiani, autisti, cuochi, giardinieri, addetti alle pulizie. Tutti hanno diritto di parola ed a tutti viene garantita la libertà di espressione ed il diritto di voto. Ogni testa un voto. Così diagnosi e terapia vengono decise ed approvate secondo la volontà della maggioranza.  I pazienti crepano tutti, ma la democrazia è salva.

Immigrazione, democrazia e volontà popolare

Il problema dell’immigrazione è uno dei più sentiti, sia per la gravità del fenomeno, sia per i costi insostenibili, sia per le conseguenze in termini di impatto sociale e di rischio per la sicurezza. In tutti i talk show se ne discute con posizioni contrapposte. Semplifichiamo. La destra è contraria all’immigrazione incontrollata e denuncia i pericoli derivanti da un flusso migratorio incontrollato e crescente.  La sinistra difende gli immigrati, sollecita interventi per  migliorare l’accoglienza, giustifica la missione Mare nostrum e non pone limiti all’immigrazione giustificando l’accoglienza con le norme vigenti, la Costituzione, gli accordi internazionali e la solidarietà. Se si dovesse scegliere politicamente con chi stare, la scelta sarebbe semplicissima. Se siate favorevoli all’arrivo degli immigrati sostenete la sinistra, altrimenti sostenete la destra. Ma una cosa è scontata in democrazia: chiunque vada al governo dovrebbe rispettare la volontà popolare.

Ne consegue che il governo, sia di destra o sia di sinistra,  dovrebbe rispettare la volontà della maggioranza dei cittadini. Così, se la maggioranza degli italiani è favorevole all’accoglienza, il governo dovrebbe adottare tutti i provvedimenti necessari per attuare questa scelta popolare. In caso contrario dovrebbe  adottare misure opportune a bloccare o regolamentare il flusso migratorio.

Ma non è così semplice. Anzi, scegliere con chi stare è del tutto ininfluente. Il pensiero comune dominante, sposato dal PD e dalla sinistra, è quello di accogliere chiunque arrivi in Italia, giustificando l’accoglienza con il richiamo agli accordi sul diritto d’asilo e sull’aspetto umanitario della solidarietà nei confronti di gente che scappa da guerre e povertà. Questa visione del fenomeno è talmente diffusa e scontata che se non si è d’accordo con la visione della sinistra si viene automaticamente accusati di xenofobia, razzismo, intolleranza, discriminazione, islamofobia e pure di fascismo (che ci sta sempre bene e fa sempre effetto). In ogni dibattito televisivo c’è sempre il difensore d’ufficio degli immigrati e dei rom. Guai a sollevare qualche problema connesso alla loro presenza, scatta subito l’accusa di strumentalizzazione, di ricerca di consenso popolare, di voti e, immancabile, di populismo e demagogia. Insomma, sembra che non si possa dissentire dal pensiero unico imposto dalla sinistra. E se lo si fa si corrono grossi rischi.

Ora bisognerebbe chiedersi se questa posizione è condivisa o no dalla gente., se rispetta o no la volontà popolare, se rispetta il principio fondante della democrazia, il diritto della maggioranza a decidere la linea politica. Perché in democrazia il Parlamento ed il governo, in quanto rappresentativi dei cittadini, dovrebbero rispettare la volontà popolare e non imporre la propria volontà, anche contro quella dei cittadini. Fanno questo? No, in merito al problema dell’immigrazione, stanno operando “contro” la volontà del popolo. Ho scritto spesso di questa strana anomalia italiana che tutti sembrano ignorare. Ne parlavo già sei anni fa in un lungo post, riportando dei sondaggi che dimostravano, già allora, che la maggioranza (circa i 2/3) degli italiani è contro l’accoglienza incontrollata degli immigrati. Magari servirà a poco, ma forse è bene ricordare quei sondaggi, almeno per confrontarli con l’atteggiamento del governo e per chiedersi se la nostra sia ancora una democrazia o sia diventata qualcosa di diverso.  Ecco il post…

Democrazia e volontà popolare (13 maggio 2009)

In democrazia, si dice, il popolo è sovrano ed esercita il potere attraverso la libera elezione dei propri rappresentanti. I quali rappresentanti, è il caso di ricordarlo, in quanto eletti dal popolo dovrebbero rappresentarne le istanze ed attuarle nei modi previsti dalle norme vigenti. In parole povere, i rappresentanti eletti dal popolo devono, una volta in Parlamento ed al Governo, attuare la volontà popolare. La realtà ci dimostra che, invece, questo sacrosanto principio viene tranquillamente disatteso per le motivazioni più diverse. Non mi dilungherò sulle aberrazioni del sistema democratico. Voglio solo notare come ogni giorno, attraverso quel  classico “Gioco delle parti” pirandelliano che chiamano dialettica politica, abbiamo delle dimostrazioni di come questo principio sia continuamente rimesso in discussione a favore di più o meno chiare finalità che rispondono più alla logica dell’ideologia e della propaganda di partito che al rispetto del volere popolare.

Un esempio evidente è l’ormai quotidiana polemica sul problema dell’immigrazione, e sulle conseguenze per la sicurezza dei cittadini, sulla necessità di accogliere chiunque voglia arrivare in Italia, di garantire lavoro, casa, assistenza e diritti. Ogni giorno assistiamo sulla stampa, radio e TV, alla contrapposizione fra opposte fazioni. Normale dialettica? Libertà di espressione? Certo, ma…e la volontà popolare? Già, perché, come ho detto spesso in passato, tutti sembrano dimenticarsi, in questa questione fondamentale per il futuro dell’Italia, di chiedere il parere del popolo e, soprattutto, di tenerne conto. Eppure è quello che si dovrebbe fare in una democrazia reale. E se ciò non avviene significa che questa tanto decantata democrazia ha un qualche difetto, un bug, una falla, c’è qualcosa che non quadra.

Detto questo, vediamo di capire cosa vuole la gente in merito al problema immigrazione. Lo facciamo prendendo in esame alcuni sondaggi, fatti da grandi quotidiani nazionali e da istituti specializzati. Già tempo fa, in merito alle norme di sicurezza proposte dal Governo, si alzarono le barricate contro l’istituzione del reato di immigrazione clandestina. Ed ecco un primo sondaggio.

La risposta non lascia adito a dubbi o interpretazioni. Su quasi 16 mila votanti la schiacciante maggioranza, 85.7% è favorevole a considerare l’immigrazione clandestina un reato. Vediamone un altro sulla costruzione di moschee…

Anche in questo caso c’è ben poco da giocare sulle cifre. La volontà è chiarissima. Due terzi degli italiani non vogliono che si costruiscano liberamente le moschee. Eppure su questi argomenti le discussioni, le polemiche e le contrapposizioni continuano. Ed ancora la sinistra, le associazioni varie e la Chiesa vogliono convincerci che costruire moschee nelle nostre città è cosa buona e giusta. Ed il rispetto della volontà popolare? Mah, forse è un optional non necessariamente da rispettare. E veniamo a fatti recenti, le norme del decreto sicurezza proposte dal Governo. Ecco il risultato di un altro  sondaggio lanciato di recente dal Corriere.

No, per quasi il 70% dei lettori quelle norme non sono troppo dure. Che siano tutti fanatici sostenitori della Lega? Molto improbabile, visto che il Corriere non è propriamente il quotidiano di riferimento leghista. E sui “Respingimenti” dei barconi carichi di migranti, cosa che ha ancora provocato l’indignazione della sinistra e le solite accuse da parte dell’ONU? Strano, ma né il Corriere, né Repubblica, né L’Unità hanno lanciato dei sondaggi. Almeno fino a ieri notte. Il Corriere ne lancia uno sul futuro della Ferrari e Repubblica lancia un sondaggio su chi sostituirà Ranieri alla Juve. Beh, certo, questi sono argomenti molto più seri. Forse hanno paura di leggere i risultati. Vediamo, quindi, quelli disponibili. Questo è de La Stampa, aggiornato a ieri sera.

Favorevoli ai respingimenti 64%, contrari 35%. Ancora un dato inequivocabile. Vediamo il sondaggio del Messaggero…

Favorevoli 66.2%, contrari 33.3%. Chiarissimo. Vediamo anche un sondaggio lanciato due giorni fa nel forum della piattaforma Tiscali, quella di Soru, per intenderci, che non è propriamente un fanatico di Bossi e Maroni.

Beh, 3 su 4 sono favorevoli al respingimento. E allora? Mi pare che non ci siano dubbi sulla volontà popolare. Non vi basta ancora? Ok, allora vediamo un altro sondaggio presentato da Pagnoncelli, ieri sera, alla puntata di Ballarò. A meno che anche Floris, Pagnoncelli, Ballarò  e tutta RAI3 siano improvvisamente diventati leghisti o berlusconiani, almeno questi li prenderemo per buoni.  Ecco il primo cartello che riguarda la proposta di denuncia degli immigrati clandestini. Argomento caldissimo che ha fatto alzare la solite barricate sinistre e  della Chiesa, con la solita accusa di xenofobia e razzismo nei confronti di Berlusconi, del Governo e di chiunque sostenga la proposta. Ma la gente cosa ne pensa? Ecco il risultato…

Ma guarda guarda, quasi il 60% degli italiani è favorevole. E dire che, a seguire la  stampa di regime ed i “bravi conduttori” della TV, sembrerebbe che la maggioranza degli italiani siano indignati da questa proposta e pronti, nel caso fosse approvata, a non applicarla. Questione di coscienza, dicono. Ma allora questi dati sono fasulli? Oppure il 60% degli italiani sono xenofobi e razzisti? Oppure Floris ha truccato i risultati? Mah, vediamo l’altro sondaggio sui “Respingimenti”. Beh, almeno su questo avranno ragione i sinistri detentori della “superiorità morale” ed i buonisti? Vediamo…

Ahi, ahi, di male in peggio, qui addirittura cresce la percentuale, il 65% è favorevole ai provvedimenti di Maroni e del Governo. Beh, mi pare che questi sondaggi siano più che attendibili e rappresentativi dell’opinione della maggioranza degli italiani.

Ora, se è vero quanto dicevo in apertura sul rispetto della volontà popolare, a questo punto la domanda sarà anche impertinente, ma è del tutto logica e legittima: se questa è la volontà degli italiani, perché semplicemente non se ne prende atto e la si rispetta?  Ma allora perché, invece, la sinistra continua a lanciare anatemi e accuse di razzismo e xenofobia, di regime, di fascismo, di violazione delle norme internazionali? E la volontà popolare? Eppure anche Fassino ha detto che è del tutto legittimo il respingimento. D’Alema, addirittura, rivendica il merito di aver attuato per primo quelle norme al tempo degli sbarchi degli albanesi. Ma allora Franceschini, che è attualmente impegnato in una gita turistica in treno, perché continua ad accusare Maroni, Berlusconi ed il Governo di aver attuato dei provvedimenti ignobili, di mancanza di rispetto delle norme internazionali, di spregio dei diritti umani e bla bla bla? Beh, non c’è da meravigliarsi, è la solita doppia logica sinistra. Quello che fanno loro è sempre buono, giusto e sacrosanto. Se le stesse cose le fa Berlusconi è razzismo.

Eppure sono quelli che, dopo una lunga crisi esistenziale, da comunisti sono diventati PDS, poi DS, ora Democratici. Già, sono diventati gli strenui difensori della democrazia. Sì, proprio quella in cui il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra. E loro, da buoni democratici, la rispettano, quando vincono loro, perché allora si tratta di una grande vittoria della democrazia. Quando, però, vincono gli avversari, allora contrordine compagni, non è più democrazia, è regime. La volontà popolare non è più vangelo, anzi se il popolo sbaglia bisogna rieducarlo. E non gli scappa nemmeno da ridere. Ci sarebbe da stracciarsi le vesti, cambiare mestiere, politici e giornalisti al seguito, e vagare in pellegrinaggio col capo cosparso di cenere verso antichi santuari, in segno di penitenza. Ma non succede niente. Anzi, come se questi sondaggi fossero acqua fresca, Floris fa finta di niente, gli altri pure, e la puntata prosegue  chiacchierando di tutto, meno che della volontà popolare. Come volevasi dimostrare. Sì, ho la quasi certezza che quando si dice che in democrazia il popolo è sovrano e la volontà popolare è sacra, poi, dietro le quinte, si facciano delle grasse e sonore risate; risate sinistre.

Democrazia e voto

Democrazia in pillole, anzi, in supposte. Il voto è l’espressione della volontà popolare, si dice. Si dice anche che in democrazia chi prende più voti vince ed, essendo maggioranza, è legittimato a governare. Ma sarà vero che in democrazia governa chi è espressione della volontà popolare? Non sempre, anzi, raramente, o meglio, quasi mai. In questa democrazia c’è il trucco, come nei giochini degli illusionisti. Di solito quella che viene definita “maggioranza” non rappresenta l’effettiva maggioranza assoluta dei cittadini, ma solo quella parte che ha preso più voti; basta anche un solo voto in più e si vince. Ovvero una maggioranza relativa che, molto spesso, è una “minoranza” se rapportata all’intera popolazione. Eppure questa “minoranza” si considera “maggioranza“, pensa di rappresentare l’intero corpo elettorale e si ritiene legittimata a governare in nome del popolo.

Ecco perché, quando si viene eletti ad alte cariche, ci si affretta a dichiarare che “Sarò il presidente di tutti“, lasciando intendere che si è super partes, imparziali e garanti dell’interesse generale; cose a cui non credono più nemmeno i bambini. No, caro “presidente di tutti“, tu sei il presidente di chi ti ha eletto, porti dentro di te la tua formazione culturale, l’ideologia  e  l’appartenenza ad una parte politica che condiziona il tuo pensiero, le tue scelte, la tua visione del mondo, e non si cancella da un giorno all’altro perché si cambia ufficio e poltrona. Ma tutti fanno finta di non saperlo e continuano a rappresentare il classico “Giuoco delle parti“. Conviene a tutti; a tutti loro, non ai cittadini.

Un caso eclatante di non rispondenza fra incarico ricoperto e rappresentatività popolare è quello della presidente della Camera, Laura Boldrini. E’ stata eletta in Parlamento nella lista SEL che ha preso il 3% dei voti. Ma, eletta dall’Assemblea come Presidente della Camera, è diventata  “Terza carica dello Stato“, dopo Napolitano e Grasso. Una delle più alte cariche istituzionali che, sulla carta,  rappresenta l’intera nazione. Ma come è possibile che una persona che rappresenta a malapena il 3% dei votanti  (quindi, neppure il 3% degli elettori e dell’intera popolazione) assuma una delle più alte cariche dello Stato e rappresenti l’intera nazione e tutti gli italiani? A che titolo? Eppure tutto avviene democraticamente e nel rispetto delle regole. A nessuno viene il dubbio che, forse, c’è qualcosa che non va in questo sistema?

Prendiamo l’esempio pratico delle elezioni regionali in Emilia Romagna. I dati ufficiali sono questi: votanti 37,7% degli elettori, astenuti 62,3%; il vincitore, Bonaccini, ha preso il 49% dei voti.  Ovvero, più del 62% degli elettori si è astenuto, non ha votato ed è questa la vera “maggioranza” degli elettori. Il vincitore rappresenta non il 49% dei cittadini, ma solo il 49% di quel 37% che ha votato; circa il 18% degli elettori. Se poi consideriamo anche i giovani non ancora maggiorenni, ma, a tutti gli effetti, cittadini italiani, quella percentuale si abbassa ancora di più e si avvicina al 15% della popolazione.

Quindi, il signor Bonaccini che ha vinto le elezioni e, in teoria, sarebbe l’espressione della volontà popolare,  rappresenta solo una minima parte dell’elettorato, un risicato 18% che non rappresenta minimamente la maggioranza o cosiddetta “volontà popolare” che, invece, si identifica il quel 62% di astenuti.  Alla luce di questi dati, che senso ha affermare che questo 18% è una “maggioranza“, che rappresenta i cittadini e che è legittimato a governare? E’ un autentico bluff, una truffa camuffata da democrazia.  Questa democrazia fasulla governa “contro” la volontà popolare. Al posto del signor Bonaccini non sarei molto soddisfatto e sereno. Non avrei niente da festeggiare e non dormirei sonni tranquilli.  Anzi, avrei molti, ma molti scrupoli di coscienza.

Ma il nostro premier in camicia con le mani in tasca, Matteo Renzi,  fa finta di non saperlo, grida alla vittoria e dice che “l’astensionismo è un problema marginale, secondario“. Ed aggiunge (è il mantra che ripete ogni giorno, per convincere se stesso e gli altri)  che mentre gli altri chiacchierano, “Noi cambiamo l’Italia“. Il grande cambiamento è proprio questo, che la volontà popolare, tanto sbandierata e sancita anche dalla Costituzione, non è importante, è un fatto secondario. Alla faccia della democrazia.

Se questa gentaglia che campa di politica (intendo tutti, destra, sinistra, centro e panchinari), si arricchisce a spese dei cittadini, e sta rovinando l’Italia,  avesse un minimo di coerenza, di amor proprio, di onestà intellettuale (doti inimmaginabili per un politico), dovrebbero dimettersi spontaneamente da qualunque carica, dovrebbero dire chiaramente che il concetto di democrazia e di rispetto della volontà popolare  è una truffa ideologica inventata per giustificare il potere,  dovrebbero chiedere scusa al popolo, vestirsi con un sacco, vagare per le campagne cospargendosi il capo di cenere, far digiuno e penitenza,  e ritirarsi per il resto della vita in uno sperduto eremo ad espiare le colpe . Amen.

Democrazia in pillole

La democrazia si fonda sul rispetto della volontà popolare che si esprime attraverso il voto, che non ha valore qualitativo, ma solo quantitativo. Tutti i cittadini sono uguali, ogni testa un voto ed ogni voto, indipendentemente dalle qualità personali  di chi lo esprime, vale uno. Chi raccoglie più voti diventa maggioranza ed ha diritto di governare. Il diritto della maggioranza è fondato  esclusivamente sul dato numerico. La democrazia si basa, quindi, non sul riconoscimento del valore delle idee, ma esclusivamente sul valore della maggioranza numerica. Non contano le ide, ma i numeri. Questo è il succo della democrazia.

Ma un sistema politico che riconosce più valore al numero di persone che sostengono una certa idea, piuttosto che al valore dell’idea stessa, non ha alcuna giustificazione logica e razionale; è un principio che, più che all’organizzazione della Polis, si addice a  mercanti, contabili e bottegai. Se siete convinti che questo principio sia giusto e che il voto di un saggio valga quanto il voto dello scemo del villaggio, siete dei perfetti  democratici. Auguri (ma poi non lamentatevi).

P.S.

Diceva una vecchia battuta di Guido Clericetti: “Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli“.

P.P.S.

Due splendidi esempi storici di democrazia e di applicazione della volontà popolare: la morte di Gesù e di Socrate. In entrambi i casi sono stati condannati a morte dal popolo che ha votato e deciso “democraticamente” a maggioranza.

La democrazia e lo scemo del villaggio

Ogni villaggio ha il suo scemo ed ogni scemo ha un villaggio intorno. Per fortuna sono casi rari, innocui e non creano problemi alla comunità. Anzi, siccome il pregio dell’essere idioti è di non rendersi conto di esserlo, vivono a lungo felici e contenti in uno stato di perenne beatitudine. Ma cosa succederebbe se gli idioti fossero la maggioranza?

Vediamo di scoprirlo con questa breve storiella.

Si dice che nel periodo delle grandi esplorazioni, alcuni avventurosi occidentali arrivarono in un piccolo e sperduto villaggio, nascosto in una inaccessibile foresta. La particolarità di questo villaggio era che, contrariamente a quanto avviene di solito, a causa di qualche strana tara genetica, la maggioranza degli abitanti era costituita da idioti. Lo chiamarono così “Idiotland” e cercarono di insegnare loro alcuni rudimenti del vivere civile. In particolare, dopo lungo tempo e con molta pazienza, riuscirono ad inculcare nelle loro menti il principio fondante della democrazia ed, essenzialmente, il criterio di assumere le decisioni “a maggioranza“.

Sembra che ancora oggi gli abitanti di Idiotland continuino ad applicare quei principi democratici ed eleggano democraticamente i capi della tribù ed i responsabili delle varie attività del villaggio. Qualunque decisione debbano assumere, anche la più semplice, pongono le proposte in votazione e decidono così “a maggioranza“. Ora, siccome la maggioranza è costituita da idioti, ovviamente, eleggono degli idioti al governo del villaggio. E questi idioti eletti democraticamente a maggioranza, essendo idioti, assumono decisioni idiote.

La cosa può sembrare bizzarra, ma per i tranquilli abitanti di Idiotland è del tutto normale e sono convinti che la loro “Democrazia” sia il miglior sistema di governo possibile. E tutto procede con grande soddisfazione  generale. Il fatto è che, come dicevamo, chi è idiota non si rende conto di esserlo, per sua fortuna.

In realtà non tutto fila liscio. Anzi, forse per un eccesso di zelo nell’applicazione dei principi democratici, l’attività del villaggio molto spesso è bloccata da lunghissime e accese discussioni e operazioni di voto su qualunque argomento. Se, per esempio, devono andare a caccia per assicurare il cibo alla comunità, prima devono votare. Ma non è così semplice, perché si vota per decidere se andare o no a caccia. E poi si vota per decidere chi deve fare la proposta. E poi ancora per chi deve decidere la località di caccia. E poi per decidere quale animale cacciare. E decidere quali armi utilizzare. E ancora per decidere la strategia della caccia. E poi su altre questioni importantissime per la buona riuscita della battuta. Insomma, intanto che si va avanti con proposte, discussioni e votazioni,  si fa notte. E poi si ricomincia a discutere il giorno dopo, sempre democraticamente.

Così vanno avanti per giorni e giorni, a digiuno, finché le donne del villaggio, che sono anch’esse idiote, ma non sono sceme, in preda alla fame, non interrompono le democratiche assemblee e prendono a randellate in testa i prodi cacciatori democratici, i quali, sentiti i validi,  duri, nodosi e convincenti  argomenti delle loro donne, dimenticano la democrazia e vanno a caccia, finalmente.

A pensarci bene, però, anche nel progredito mondo occidentale la democrazia funziona allo stesso modo. Ed anche noi siamo convinti di essere persone normali e che la democrazia sia il miglior sistema possibile. Mi viene un dubbio…

Chi vuole intendere in tenda, gli altri in sacco a pelo.

Terapia democratica

Il First democratic hospital è l’ospedale più democratico del mondo. Non vi sono medici presuntuosi che decidono da soli come curare i pazienti. No, lì tutto funziona democraticamente. Quando arriva un nuovo paziente si convoca una assemblea alla quale partecipano tutti: medici, infermieri, ragionieri, archivisti, uscieri, elettricisti, idraulici, guardiani, autisti, cuochi, giardinieri, addetti alle pulizie. Tutti hanno diritto di parola e la libertà di espressione è garantita. Ogni testa un voto. Così diagnosi e terapia vengono decise ed approvate secondo la volontà della maggioranza.  I pazienti crepano tutti, ma la democrazia è salva.

L'idiota e la democrazia

Ogni villaggio ha il suo scemo. Non necessariamente, però, ogni scemo ha un villaggio intorno. Per fortuna sono casi rari, innocui e non creano problemi alla comunità. Anzi, siccome il pregio dell’essere idioti è di non rendersi conto di esserlo, vivono a lungo felici e contenti in uno stato di perenne beatitudine. Ma cosa succederebbe se fossero la maggioranza?

Vi racconto una breve storiella.

Si dice che nel periodo delle grandi esplorazioni, alcuni avventurosi occidentali arrivarono in un piccolo e sperduto villaggio, nascosto in una inaccessibile foresta. La particolarità di questo villaggio era che, contrariamente a quanto avviene di solito, a causa di qualche strana tara genetica, la maggioranza degli abitanti era costituita da idioti. Lo chiamarono così “Idiotland“.  L’unica cosa che riuscirono ad insegnare a quella popolazione furono i rudimenti della democrazia ed, essenzialmente, il criterio di assumere le decisioni “a maggioranza“.

Sembra che ancora oggi gli abitanti di Idiotland, eleggano democraticamente i propri rappresentanti. E, qualunque decisione debbano assumere, pongono le proposte in votazione e decidono così “a maggioranza“. Ora, siccome la maggioranza è costituita da idioti, ovviamente, eleggono dei governanti idioti i quali assumono decisioni idiote. La cosa può sembrare bizzarra, ma per i tranquilli abitanti di Idiotland è del tutto normale. I governanti sono idioti, ma poiché anche il popolo è costituito da idioti, nessuno  ci fa caso.  Così anche le leggi e le disposizioni vigenti sono, ovviamente, idiote, ma loro, essendo idioti, le considerano del tutto normali, giuste  ed accettabili e sono convinti che la loro “Democrazia” sia il miglior sistema di governo possibile.

A pensarci bene, però, anche nel progredito mondo occidentale la democrazia funziona allo stesso modo. Ed anche noi siamo convinti che sia il miglior sistema possibile.

Mi viene un dubbio…

Il 50% + 1 di imbecilli è una maggioranza: di imbecilli” (G. Clericetti)

Democrazia e maggioranza.

La democrazia è quel sistema politico grazie al quale anche una persona spregevole, se eletta dal popolo, diventa “Onorevole”!
In verità la democrazia si basa sul principio che il popolo elegga liberamente i propri rappresentanti e che questi siano legittimati a governare dal consenso della maggioranza dei cittadini.
Il criterio fondamentale è, quindi, il riconoscimento del diritto della “maggioranza” a determinare il Governo del Paese.
Ora, governare è arte difficile e complessa e dovrebbe essere affidata a persone che abbiano specifiche competenze in materia.
Ma per qualche strana anomalia, né il popolo che sceglie i governanti, né i governanti stessi devono possedere specifiche competenze in materia politica.
Tutti sono elettori e tutti possono essere eletti, a prescindere dal fatto che siano più o meno qualificati.
Mentre per occupare un qualunque posto di lavoro si deve sottostare a selezioni, esami, test attitudinali, concorsi e presentare un curriculum vitae, dal quale risultino titoli di studio ed esperienze precedenti, per esercitare il diritto di voto e, a maggior ragione, per essere eletti a governare, non è necessario niente di tutto questo.
Insomma, per fare il bidello dovete superare un esame, per fare il parlamentare no!
L’unico principio che legittima questo metodo di scelta del governo è il riconoscimento alla “maggioranza” del diritto di governare solo ed escusivamente in virtù del fatto che è maggioranza.
Se questo è un principio valido dovrebbe esserlo in tutti i campi dell’organizzazione sociale e della vita quotidiana. Allora, per capirci, facciamo un esempio pratico.
Avete il bambino che sta male. Cosa fate?
Se si applicasse il principio democratico dovreste organizzare una bella assemblea condominiale, porre la questione ai voti e decidere “a maggioranza” la diagnosi e la terapia.
Questa sarebbe una corretta attuazione del principio democratico.
Come? E’ una stronzata? Appunto, concordo…
Vedi: “Lo strano concetto di maggioranza“.

Continua a leggere “Democrazia e maggioranza.”