Stampa libera e il ballo di Trump

La stampa ama rivendicare la propria libertà ed indipendenza. Ne fa motivo di orgoglio, di onestà, di rispetto della deontologia professionale e garanzia di imparzialità. Sotto il titolo di varie testate nazionali campeggia la dicitura “quotidiano indipendente“. Il guaio è che non specificano mai da cosa e da chi siano indipendenti. Così possono essere indipendenti da alcuni interessi, ma non da altri. C’è sempre una dipendenza, voluta o meno, consapevole o meno; dall’editore, dal direttore responsabile, dall’area o gruppo politico di riferimento, dagli inserzionisti, dalle preferenze dei lettori.  In realtà l’unica libertà che si può riconoscere alla stampa è quella di stabilire le regole, i criteri ed i limiti (quando ci sono) della propria faziosità.

Prendiamo per esempio il più diffuso ed autorevole quotidiano nazionale, il Corriere della sera, versione on line. Sulla presunta e sbandierata indipendenza ed imparzialità del Corrierone ci si potrebbe scrivere un libro. Basterebbe ricordare la presa di posizione a favore del voto a Prodi sbattuta in prima pagina dall’allora direttore Paolo Mieli (ex sessantottino militante in Potere operaio; tanto per ricordare chi è e da dove proviene). Anche l’attuale direttore del Corriere, Luciano Fontana, cresciuto nella FGCI e per 11 anni giornalista all’Unità, viene da quella sinistra in cui sono maturati molte grandi firme del giornalismo  di casa nostra. E siccome quelle giovanili sono esperienze che, specie se allevati a pane e Marx, ti segnano per tutta la vita, quando questa gente parla di indipendenza e imparzialità, bisogna sapere che intendono qualcosa di diverso dal significato del termine per la gente comune.

In questi anni di presidenza Obama il nostro Corrierone nazionale è stato una specie di succursale dell’ufficio stampa della Casa Bianca (Obama fan club). Sulle sue pagine è stato un unico, continuo, lungo elogio di Barack Obama e della sua presidenza, una stucchevole sviolinata durata 8 anni (Obama incanta il Corriere). Non passava giorno che in Home non ci fosse qualche articolo, foto e video dedicati alla Obama family (hanno dedicato diversi articoli perfino al cane Bo, il first Dog) che esaltasse le gesta del presidente, della first lady Michelle e perfino delle figlie Malia e Sasha (Titoli e leccate).

Tutto, qualunque cosa facessero, diventava pretesto per imbastire un articolo che esaltava la grande statura politica di Barack e le stupende qualità di Michelle: la bellezza, la disponibilità, la frangetta, la vicinanza alla gente, il carisma, la  bravura nel coltivare patate e cetrioli nell’orticello della Casa Bianca, la speciale Dieta Obama, i riconoscimenti della stampa per l’eleganza (incredibile, ma vero; hanno avuto il coraggio di assegnarle un premio per l’eleganza), il suo impegno nella campagna contro l’obesità (anche se il cibo preferito di Barack era il junk food, hamburger e patatine). Insomma, poco mancava che Barack, dopo aver ricevuto un Nobel per la pace sulla fiducia, fosse nominato anche santo subito, ancora in vita, e la first lady Michelle venisse consacrata come icona di bellezza.

Poi succede che Trump vince le elezioni battendo la favorita Hillary Clinton (sostenuta dalla quasi totalità dei media americani; e nostrani) e diventa presidente degli USA, suscitando proteste, cortei, scontri, stilisti che si rifiutano di vestire Melania, cantanti che rifiutano di cantare all’insediamento, dive hollywoodiane in lacrime e scene da Day after. I democratici di casa nostra ammutoliscono, cadono in depressione e finiscono in terapia di gruppo presso un noto psicoterapeuta per superare il trauma.  Cerimonia solenne di insediamento in diretta e poi gran ballo. Si balla sì, ma  cambia la musica.

Quella dell’insediamento di Obama era una musica allegra, gioiosa, di gran festa. Questa, a sentire il tono del resoconto dell’inviata speciale RAI Giovanna Botteri, sembra triste, lugubre, premonitrice di sciagure; come se avessero eseguito la Marcia funebre di Chopin. Cambia la musica anche per il nostro Corrierone nazionale; dalle dolci e delicate sviolinate obamiane si passa al rumore di ferraglia arrugginita, peti, rutti, grugniti e pernacchie. Ecco nel box in alto come il “quotidiano libero ed indipendente” riferisce il ballo: quello di Donald e Melania è “legnoso“, quello di Barack e Michelle è un “romantico lento“. Che carini e teneri i fidanzatini Obamini, sembrano appena usciti dal Tempo delle mele. Ma, vista l’età e la passione per la coltivazione di ortaggi, questi sono da Tempo di broccoli e patate.

Qualunque commento è superfluo, parlano le immagini e la didascalia. Una faziosità da fare schifo. Ed è solo l’inizio, perché dopo 8 anni di sviolinate per Obama, prepariamoci al cambio di registro ed a leggere anni di peste e corna contro Trump. Ma c’è ancora qualcuno che crede alla favoletta della stampa libera e indipendente?

Vedi

Obama the One

Tutti matti per Obama

– Obama e le minoranze 

Obama e il lacrimatoio di bronzo

Come acqua fresca

 

 

Bastardi e moralisti col timer

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

Popper: Tv e violenza (video intervista)

Ti odio, ti ammazzo

AdolesceMenza

Il mondo visto dalle mutande

Il Papa ha ragione

Pane, sesso e violenza

Quando i bambini fanno “Ahi”

Manicomio Italia

Miss Italia col trucco

Chi sarà la nuova Miss Italia? Questa è la domanda cruciale che da giorni  vediamo proposta su  tutti i media. Lo sapremo oggi, nel corso della  serata finale a Jesolo (con diretta TV). Non  potete non saperlo, non c’è scampo, perché da quando si è messo in moto il circo itinerante del concorso (che muove a sua volta grossi interessi economici fra sponsor, agenti dello spettacolo, addetti stampa, promoter, giornalisti e fotografi, riviste specializzate,  televisione, con annessi e connessi e migliaia di addetti ai lavori che campano su questo curioso circo della bellezza), le cronache  ci hanno tenuti aggiornati sulle vincitrici dei vari titoli in palio (da miss sorriso a miss eleganza, a miss cinema etc…), tutti naturalmente abbinati all’immancabile sponsor. Dalle prime passerelle cittadine ai concorsi regionali  e nazionali, per arrivare a selezionare le più belle fra le belle. E fra queste scegliere, con tanto di giuria e voto popolare, la regina, Miss Italia, la ragazza che dovrebbe essere il simbolo della bellezza italiana.

Beh, bellezza italiana si fa per dire, visto che ormai, in piena evoluzione verso una società multietnica, multirazziale e multiuso come i coltellini svizzeri, parlare di una specifica bellezza italiana suona quasi come un’offesa, una discriminazione per bellezze di altro tipo e provenienza.  Se qualcuno si azzardasse a dire che la tipica bellezza italiana è preferibile a quella africana, asiatica o esquimese, corre il rischio di beccarsi una denuncia per istigazione all’odio razziale, per discriminazione e xenofobia. Guai, suscitereste l’ira dell’UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) , dell’ONU, della Boldrini, della Kyenge, e di tutti i terzomondisti militanti. Forse per questo, nel 1996, il concorso di Miss Italia fu vinto da una ragazza di Santo Domingo, Denny Mendez; scura quanto basta per farne una bellezza esotica,  col naso a patatina, del tutto insignificante. Eppure vinse lei. Perché? Mistero irrisolto, ancora non lo si è capito. Anche perché la seconda classificata, la sarda Ilaria Murtas era molto, ma molto più bella, tanto da non reggere neppure il paragone.

Murtas Mendez miss Italia 1996Eccole in questa foto che le ritrae entrambe in attesa del verdetto finale. Anche se la foto, piccola e sfuocata non esprime completamente la differenza fra le due ragazze.  Sulla stampa scoppiarono le polemiche per un verdetto che molti vedevano ingiusto e dettato da motivazioni che niente avevano a che fare con la bellezza. “Italiani divisi sulla perla nera“, titolava il Corriere. Ed Enzo Biagi dichiarava, senza mezzi termini: “Molti l’hanno votata per scaricare ogni sospetto di razzismo“. Ancora sul Corriere, Giuliano Zincone, nell’ottimo articolo   “Da Gramsci alla Mendez” (vale la pena di leggerlo)  era ancora più duro e sarcastico (citando personaggi famosi dall’italianità acquisita), specie con l’ipocrita antirazzismo e con  L’Unità che, con grande piacere,  aveva sparato la notizia in prima pagina, esaltandola come segnale di cambiamento: “Con un’ immensa foto in prima pagina, l’Unità (giornale fondato da Antonio Gramsci) onora e festeggia l’elezione di una miss Italia. Perché mai? Perché la ragazza, Denny Mendez, è piuttosto scura di pelle, e perché è stata incoronata dopo molte discussioni e polemiche.“.

Perché L’Unità diede tanto risalto alla vittoria della Mendez? I concorsi di bellezza non erano uno degli argomenti più importanti per l’organo ufficiale del PCI/PDS. Se avesse vinto Murtas non avrebbe avuto tanta visibilità. Al massimo ci sarebbero state dieci righe nelle pagine interne nella sezione spettacolo. Diedero tanto risalto perché aveva vinto una mulatta. E questo aiutava la causa della società multietnica che la sinistra promuoveva già da allora. Ecco perché quando oggi, parlando di immigrazione, la giustificano dicendo che è inevitabile una società multietnica e multiculturale, stanno mentendo. Fa parte di una precisa strategia che la sinistra persegue da decenni e sta realizzando a piccoli passi, giorno per giorno, con piccole vittorie che tendono a scardinare la famiglia, la cultura, l’economia e l’intera società. Ecco perché 20 anni fa gioivano tanto per la vittoria della Mendez: era una vittoria funzionale alla causa. Ma questa è un’altra storia.  Di questa strana miss, e di altri prodotti tipici e taroccati, parlavo due anni fa nel post “Bellezze tipiche e polpette Ikea“.

Ho fatto questa premessa perché ho lo strano presentimento che stia per ripetersi quanto accaduto nel 1996. Alcuni segnali confermano i miei timori. Le dichiarazioni degli organizzatori, della conduttrice, lo spazio mediatico riservato ad una concorrente di origini marocchine. Tutto lascia supporre che stiano preparando la strada all’elezione di una Miss “diversa”, una “Mendez 2, la vendetta“. Già il titolo dell’Ansa di oggi è tutto un programma “Miss Italia: sarà internazionale e open minded“. Ovvero, aperto a tutte le provenienze e dalla “mentalità aperta e dalle vedute larghe“. Lo dicono in inglese così, invece che una stronzata, sembra una cosa seria. Infatti questa edizione ha come motivo dominante la diversità e l’integrazione. Che ca…spita c’entra la diversità e l’integrazione con un concorso di bellezza ce lo devono ancora spiegare. E per avere la mentalità aperta il più possibile ed essere in tema con la  diversità, in giuria c’è Vladimir Luxuria, ormai VIP a tutti gli effetti e presenzialista televisiva a tempo pieno. Dice che prima o poi avremo anche una miss trans. Contenti?

Simona Ventura, che conduce la serata, dovrebbe astenersi dall’esprimere giudici o preferenze sulle concorrenti. Ma evidentemente è talmente convinta della necessità di mettere l’integrazione in primo piano che, ospite a La7 dalla Gruber, parlando del concorso e della presenza fra le candidate di Ahlam el Brinis, la ragazza di origini marocchine,  ha esclamato “Sarebbe bello se potesse vincere lei.”. E perché, di grazia, sarebbe bello se vincesse la marocchina e non una delle altre? Ma questa è l’aria che tira da quelle parti. Un autentico spot a favore di una concorrente. E fanno finta di non sapere che molto spesso il giudizio del pubblico è condizionato dalle dichiarazioni dei personaggi pubblici, specie quando appaiono in TV. E sentire la Ventura auspicare la vittoria di Ahlam, per molte persone, equivale a dire che bisogna votare per lei. A nessuno viene in mente che in questo modo si condiziona l’opinione del pubblico e si può falsare il giudizio finale?

E poiché vincere il titolo di Miss Italia comporta una serie di ritorni di natura economica, in denaro, in contratti, in benefici vari non solo per la vincitrice, ma per tutto l’apparato che le gira intorno, a nessuno viene in mente che favorire in qualche modo la vittoria di una concorrente sia un reato? La Commissione di vigilanza non ha niente da dire? Coloro che hanno il compito di controllare le violazioni del codice di regolamentazione della pubblicità, sempre pronti a sanzionare i casi di pubblicità occulta, non hanno niente da dire? Ultimamente i media hanno dedicato molto spazio a questa ragazza. Non perché sia più bella delle altre. Non perché sia più elegante, preparata, simpatica, colta delle altre. No, semplicemente perché è marocchina. E, come tale, è perfettamente funzionale alla causa di chi auspica una  società multietnica. E’ lo stesso motivo per cui Mario Balotelli è sempre in prima pagina, qualunque cosa faccia o dica. Lo stesso motivo per cui Cecile Kyenge  venne nominata ministra. Lo stesso motivo per cui fu eletto Obama. Lo stesso motivo per cui Luxuria è presente ovunque in TV (quasi a reti unificate, roba da far invidia a Renzi), come opinionista, come ospite o giudice in vari programmi o come concorrente in giochi, giochini e reality. Sembra che non si possa fare un programma senza la presenza di Luxuria o Malgioglio.

A proposito, Luxuria ha vinto un’edizione dell‘Isola dei famosi perché era più brava degli altri concorrenti, oppure perché è trans? Io dico che molti di questi personaggi hanno successo non per le loro capacità o meriti particolari, ma perché sono fuori dagli schemi e fanno notizia per la loro, diciamo, “estrosità“. Ed inoltre perché, cosa non trascurabile, dietro e intorno a questi personaggi qualcuno ci specula e ci campa. Quindi in molti hanno interesse a pompare mediaticamente il personaggio, perché più è noto e più ha successo, e più questi avvoltoi mangiano.

Il sospetto  che in questo variopinto circo del mondo della televisione e dello spettacolo, ci sia qualcosa di poco chiaro e pulito è più che giustificato.  Ogni tanto qualcuno scopre una magagna, una truffa, un trucco, qualcosa di illecito, o solleva dei dubbi sulla correttezza di certi giochi televisivi e soprattutto sull’uso, spesso incontrollato ed incontrollabile, del televoto. Basta pensare alle immancabili polemiche legate al televoto che seguono inevitabilmente ogni edizione del festival di Sanremo. Ma lo stesso si può dire per i talent e per tutti quei programmi TV in cui a decidere i vincitori è il voto del pubblico: dal Grande Fratello all’Isola dei famosi e, ovviamente, Miss Italia.  Fa notizia e se ne parla per qualche giorno (come succede per tutti gli scandali e scandaletti italici) e poi tutto procede come prima. Troppa gente ci mangia, troppi interessi in gioco,  meglio evitare di approfondire.

Ed ecco la conferma da parte di un personaggio che il mondo dello spettacolo lo conosce bene, perché era l’agente di molti di quei personaggi, e su quel mondo, come dicevo,  ha campato benissimo per anni. Oggi confessa candidamente di aver truccato proprio un’edizione del famoso reality (e chissà cos’altro): “L’isola dei famosi ed il mistero del televoto“.  Dice Mora: “Ho creato tante cose a tavolino. Anche le vittorie dell’Isola dei famosi. Io facevo partecipare i miei artisti, come Walter Nudo, e poi compravo i centralini per farli vincere. Magari investivo 50 mila euro ma poi se Walter vinceva, io con gli sponsor chiudevo contratti da un milione di euro. Era un investimento.”.

E c’è ancora qualcuno che crede a questa gente?  C’è ancora qualcuno che pensa di partecipare al voto e di contare qualcosa? Qualcuno ancora crede a quello che passa in televisione o che si legge sui giornali? Dobbiamo credere che il concorso di Miss Italia sia il massimo della trasparenza, chiaro limpido pulito trasparente,  e che il voto finale non sia influenzato, condizionato, “comprato”, esattamente come faceva Lele Mora? Io qualche dubbio continuo ad averlo. Anzi, più di uno.

El Gallo Rojo

El gallo rojo (Il gallo rosso) è una canzone popolare della guerra civile spagnola. La cantavano anarchici, socialisti e comunisti repubblicani. Potete ascoltarla qui: El gallo rojo. Mi viene in mente pensando alla morte di don Andrea Gallo, “prete dei deboli“, come titola l’ANSA. Perfetto esempio di quei “preti di strada“, come li chiamano oggi,  che vanno a braccetto con comunisti e rivoluzionari, fanno i cortei con i No global ed in chiesa, invece del brano evangelico, leggono gli articoli de L’Unità e dopo la messa di Natale cantano “Bella ciao“, agitando un drappo rosso, come un qualsiasi Santoro in TV.  Insomma, un Gallo rosso. L’ho citato spesso, proprio per le sue idee e le sue amicizie. Ecco l’ultimo post del gennaio scorso. Lo riporto integralmente.

Canta il Gallo

Niente di nuovo, normale, notoriamente il gallo canta. Ma canta nel pollaio. Non va a cantare a Sanremo, alla Scala o nei talent show televisivi. Esisteva un cantante napoletano, Nunzio Gallo, che cantava ai festival, ma da tempo ha abbandonato la scena. Questo Gallo, invece, non conosce la buona creanza, l’educazione e la deontologia gallinacea; canta in chiesa. Già, ma non è un gallo normale, è il famoso don Gallo, più conosciuto come “prete di strada“. Sarebbe facile ironizzare su questo prete d’assalto, ma per rispetto alla tonaca ed all’età avanzata, evitiamo considerazioni sarcastiche sui preti di strada.

La notizia viene riportata oggi dalla stampa: “Bella ciao in chiesa“. Pare che, alla fine della cerimonia religiosa, il nostro Gallo stradaiolo, invece che esibirsi nel più classico “Chicchirichì”, abbia intonato, agitando un drappo rosso,  il famoso canto dei partigiani; come un qualunque Santoro.  Noto per le sue simpatie di sinistra, non è nuovo a simili esternazioni di militanza politica attiva. Non ci troverei niente di strano se facesse un pubblico appello per sostenere Vendola o Ingroia. Altri lo hanno già fatto: “Preti e religiosi per Ingroia“.

 

Già in passato, qualche anno fa, salì su un palco dove l’amico Sanguineti, “poeta” momentaneamente in aspettativa poetica (nel suo caso si dovrebbe parlare di “licenza poetica“) per motivi politici, aveva appena concluso un comizio, come candidato al Comune di Genova (trombato; sì, anche i poeti vengono trombati), incitando a riscoprire l’odio e la lotta di classe. Lo abbracciò fraternamente in segno di stima e di solidarietà. Beh i poeti moderni sono così, eternamente incazzati come l’automobilista di Gioele Dix.  Sono finiti i tempi del Dolce stil novo, di “Passero solitario“, di “Cavallina storna“, del “Sabato del villaggio“; da “Rosa fresca aulentissima…” a Bella ciao. Come le stagioni; non ci sono più i poeti di una volta.

Ho ricordato spesso come ultimamente in ambiente cattolico regni un po’ di confusione. Fra cattocomunisti e cattolici confusi, c’è uno sbandamento pericoloso. Compresi preti come don Gallo che canta Bella ciao sventolando un drappo rosso, o il prete No-global don Vitaliano Della Sala  (quello che fa le barricate con gli antagonisti), o don Giorgio Morlin che in chiesa, invece che leggere il Vangelo, legge L’Unità. O quell’altro prete d’assalto, don Giorgio De Capitani  che invoca il Signore perché colpisca con maledizioni divine e piaghe bibliche l’odiato Cavaliere, augurando che gli venga un ictus.

Ecco perché poi i cattoconfusi si uniscono in matrimonio contro natura con gli ex/post comunisti, dichiarando di avere “radici comuni” (!?) e di volere le stesse cose (!?). Una confusione totale che si legge facilmente anche nei loro volti; basta guardare in faccia di Rosi Bindi! Forse non si avverano le antiche profezie che paventavano la minaccia del comunismo contro il Papa ed i cattolici, immaginando i cosacchi a cavallo in piazza San Pietro. Ma anche vedere un Gallo che canta Bella ciao e fa il comunista in chiesa non è proprio normale e rassicurante. Eh, signora mia, non ci sono più i galli di una volta.

Preti, Vangelo e Concita

Non c’è più religione

Nel 2005 scrissi una breve filastrocca su un Gallo giallo di Rapallo. Non è rosso e non è proprio di Genova, ma siamo lì (Il gallo di Rapallo).

Visto che il nostro Gallo rosso amava cantare, possiamo ricordarlo alla sua maniera, in musica, con questo “Il Gallo è morto“.

 

Piazze d’Italia

Anche le piazze ormai sono diventate elastiche, come la morale. Si allargano e si restringono a piacimento. E secondo le circostanze possono essere piene o vuote. Dipende dal punto di vista. Quando è la sinistra a fare delle manifestazioni i media ci mostrano sempre le piazze piene in un tripudio di bandiere rosse. Quando è il PDL ad organizzare una manifestazione, invece, ce le mostrano come le “Piazze d’Italia” di De Chirico: deserte.

Oggi si è svolta la manifestazione del PDL a Piazza del Popolo a Roma. Si poteva seguire la diretta video su diversi siti in rete o su canali TV:  RAI News24,  TgCom,  Rete 4 e sul sito del Corriere on line. Tutti hanno potuto vedere che, al di là dei soliti numeri sparati a caso, la partecipazione è stata massiccia e la piazza era piena. Poi, per curiosità, si va a vedere cosa riporta la stampa in rete, giusto per avere un’idea delle varie reazioni. I diversi articoli nelle varie testate sono corredate, com’è ormai consuetudine in rete, da ampi servizi fotografici e video. Si dà uno sguardo alle foto e ci si aspetta di vedere qualche bella immagine ripresa dall’alto che mostri la piazza piena, come si è appena visto nelle dirette TV. Invece, sorpresa, solo poche foto e quasi tutte riprendono singoli partecipanti ripresi in primo piano, scegliendo quelli più pittoreschi.

Addirittura la foto più usata per accompagnare il titolo d’apertura è una foto che mostra la zona sotto il palco con ampi spazi vuoti, quasi deserta. Forse è una foto scattata ore prima dell’inizio del comizio, quando cominciavano ad arrivare i primi partecipanti. Questa…

Questa foto riportata dall’ANSA è quella che, insieme alle altre foto, viene ripresa da altre testate. Le foto sono quasi sempre le stesse, poche e nessuna che mostri l’intera piazza. Sarà un caso? Eccheccasoooo, direbbe Greggio a Striscia!

Per semplice curiosità, guardate i vari servizi fotografici: Foto ANSA – Foto Corriere – Foto Libero – Foto  Giornale Foto Messaggero (Roma)- Foto Stampa (Torino) – Foto RepubblicaFoto L’Unità

Salvo poche eccezioni tutti usano le stesse foto riportate  dall’ANSA. Foto di singoli, di piccoli gruppi, di cartelli e striscioni. Non c’è una foto dell’intera piazza neanche a pagarla a peso d’oro. Strano, i paparazzi erano tutti in vacanza? Sono foto scattate da passanti per caso? Eppure ricordo che in altre occasioni, tipo raduni politici e sindacali a piazza San Giovanni o al Circo Massimo, sempre a Roma, non mancavano le riprese dall’alto e dell’intera folla dei partecipanti.

Non si tratta di essere pignoli e cercare il pelo nell’uovo. Si tratta, purtroppo, di constatare che ancora una volta, anche riguardo alle manifestazioni,  si usa il doppiopesismo ormai connaturato a certa stampa ed un atteggiamento mediatico di sberleffo e di irrisione. Quando manifesta il PD, o i sindacati, si fanno ampi servizi fotografici con scene di massa per dimostrare la grande partecipazione popolare, la festa, la grande prova di democrazia, il tripudio di bandiere rosse. Quando manifesta il centrodestra si mostrano personaggi pittoreschi, banchetti di gadget, striscioni e cartelli singoli, e piccoli gruppetti. Più che una manifestazione politica la fanno sembrare la sagra della porchetta. Non è la prima volta che lo fanno, è la prassi che si ripete ogni volta che scendono in piazza gli avversari politici.

Tentano in ogni modo, anche con servizi fotografici mirati, di sminuire la partecipazione, di ridicolizzare i partecipanti, di delegittimare gli avversari. E’ semplicemente vergognoso. Ma ciò che è incomprensibile è che anche il Giornale e Libero usino le stesse foto. Se anche i quotidiani di destra si sono rincoglioniti, allora non c’è proprio speranza. Tanto vale mandare al governo Bersani, Grillo, Rosi Bindi e pure Topo Gigio.

Non c’è niente da fare, il taroccamento ce l’hanno nel sangue. Alterare e travisare la realtà per loro è un istinto naturale, congenito, primordiale.

Vedi:

Tarocchi e congiuntivi

CGIL flop flop…

Bellezze tipiche e polpette Ikea

I prodotti tipici sono inconfondibili per la loro genuinità e per le caratteristiche che li rendono diversi da altri prodotti simili; sono unici. Ecco perché vengono tutelati con appositi marchi che garantiscono l’origine, la lavorazione e la qualità. Pensiamo al classico prosciutto di Parma, al Parmigiano, al San Daniele, al Grana padano, al Chianti, al Brunello di Montalcino. Nomi e marchi che rimandano subito all’alta qualità di questi eccellenti prodotti italiani.

Poi, grazie ad un recente servizio di Striscia la notizia, scopriamo che in Canada ci sono aziende che producono salumi, formaggi e vini, spacciandoli per prodotti italiani, mentre di italiano non hanno assolutamente nulla. Vedi articolo e video (Formaggi italiani tarocchi).

Ormai non ci si può fidare più di niente e nessuno e tutti i criteri finora ritenuti intoccabili sono definitivamente crollati e sostituiti con nuovi parametri.. Anche i canoni estetici sono mutati. Non esistono più le caratteristiche che distinguevano, per esempio, la bellezza nordica da quella cosiddetta  latina. La donna svedese non è più necessariamente alta, bionda e con gli occhi azzurri. Così come quella meridionale non risponde più ai canoni che finora l’hanno contraddistinta.

Anche la classica bellezza italiana sembra aver perso i connotati che la identificavano. Non ci sono più le “maggiorate” dei concorsi di bellezza di una volta. Scomparse le belle ragazze formose  e procaci come Silvana Pampanini, Lollobrigida, Lucia Bosè, Silvana Mangano, Sofia Loren. Erano l’immagine della salute. Ora vanno di moda le magre. Più sono magre e più sono quotate. Infatti non le pagano un tanto al chilo, non pagano il pieno, pagano il vuoto. Più sono vuote e più valgono.

Ora, proprio in questi giorni, mentre sono in corso le sfilate di moda a Milano, vediamo servizi in TV che ci mostrano delle ragazze magrissime che sfilano in passerella con lo sguardo inespressivo fisso nel vuoto, come in catalessi,  camminando con l’incedere tipico delle anatre, e in completa assenza di quelle forme femminili che distinguono una donna da una scopa vestita o da uno spaventapasseri. Ci siamo evoluti anche in quel campo. Tanto che in un concorso di miss Italia di qualche anno fa, siamo riusciti a far vincere il titolo ad una ragazza di colore proveniente da Santo Domingo, Denny Mendez, neppure tanto bella.

La seconda classificata, la sarda Ilaria Murtas era molto, ma molto più bella (Italiani divisi sulla perla nera). Ma, forse per non farci accusare di razzismo la Mendez fu votata facendole superare tutte la fasi eliminatorie, fino a farle vincere il titolo e suscitando, come prevedibile, un mare di polemiche.  Ecco il commento di Giuliano Zincone sul Corriere: ” Da Gramsci alla Mendez”. L’Unità ne faceva addirittura il titolo d’apertura, esaltando la vittoria della Mendez come segno di cambiamento, di apertura, di mutamento degli schemi, un segno di rottura. Già, per L’Unità tutto ciò che rompe col passato è positivo: loro hanno la “rottura” nel DNA. Come rompono loro non rompe nessuno.

Sì, va bene, anche i popoli si evolvono e mutano anche le caratteristiche genetiche. Le svedesi possono essere piccole e scure, le siciliane possono essere bionde e con gli occhi azzurri e Balotelli è il tipico calciatore italiano. Bisogna aggiornarsi ed adeguarsi ai tempi. Ecco, per esempio, la bella ragazza che ha vinto proprio di recente, il titolo di Miss Israele.

Si chiama Yityish Aynaw, ha 21 anni e non è molto abbronzata, come potrebbe sembrare, è scura di pelle perché è…etiope.  Che dicevamo dei canoni estetici stravolti? Ecco, appunto, una ragazza etiope diventa miss Israele. Poi, forse, una ragazza svedese diventerà miss Etiopia e miss Svezia sarà una esquimese.  Deve essere uno degli effetti collaterali della globalizzazione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le miss di una volta.

E’ di qualche giorno fa la notizia sulla presenza di carne equina nelle confezioni di polpette Ikea. Tempi duri per la casa svedese. Oggi arriva un’altra grana. Non bastavano le polpette, ora anche i dolciumi sono sotto inchiesta. Nelle torte prodotte dall’Ikea sono state trovate tracce di colibatteri fecali.  Immediato il ritiro delle torte da 23 paesi.

Di questo passo, dopo il ritiro delle polpette con carne equina e delle torte ai colibatteri, forse, ritireranno anche i famosi mobili Ikea, perché  negli armadi e nelle credenze troveranno tracce di polpette.

Arene e vecchie crocette

Facciamoci una Crocetta sopra, è meglio. Sono giorni di fervente attività politica. Non si sa come uscire dallo stallo che blocca la formazione di un governo. L’unica possibilità praticabile sembra essere un governo di minoranza PD (così lo chiamano), con Bersani premier,  sostenuto dal Mov. 5 stelle di Grillo. E’ l’unica soluzione per evitare a Bersani di dimettersi, dopo aver riconosciuto che “non ha vinto” le elezioni e per garantire un governo che duri almeno oltre il semestre bianco (durante il quale non si possono sciogliere le Camere), per poi andare a nuove elezioni con una nuova legge elettorale.

Tutti i commentatori, specie di sinistra e loro sostenitori, sulla stampa ed in TV sembrano sposare questa tesi e si fanno in quattro per dimostrare la fattibilità dell’accordo PD-M5S. Così, dopo aver snobbato per anni Grillo ed il suo movimento, improvvisamente lo esaltano come il rinnovatore della politica ed il salvatore della patria. Scoprono il suo blog e ne fanno il punto di riferimento della dialettica politica. Anche Napolitano, che solo di recente, dopo il successo dei grillini in Sicilia, disse che non sentiva nessun “Boom” e che l’unico Boom che ricorda è quello degli anni ’60, ora sembra essersi svegliato improvvisamente e deve riconoscerlo come soggetto politico di primo piano. Magari la prima cosa che fa al mattino è andare sul blog di Grillo e leggere le sue ultime dichiarazioni, tanto per regolarsi. Il blog di Grillo, di colpo, è diventato il più autorevole riferimento per Bersani, per i suoi eletti del PD e per tutti i commentatori politici. Più seguito dell’ANSA, del Corriere  e de L’Unità. In futuro, forse, il blog grillesco sostituirà anche la Gazzetta Ufficiale.

Anche autorevoli commentatori, politologi ed editorialisti di fama, si sforzano di trovare buone ragioni per favorire l’accordo PD-M5S. Questa è la posizione più diffusa (è quello che sentiamo in tutti i dibattiti televisivi), specie fra gli esponenti e sostenitori del PD, atterriti dall’ipotesi di non riuscire a formare un governo e, dopo aver perso le elezioni (lo dice Bersani) perdere anche la faccia. A sostegno di questa proposta riportano i numerosi messaggi lasciati sul blog di Grillo invitandolo a trovare un accordo col PD. Si dà per scontato, ovviamente, che questi messaggi siano di sostenitori di Grillo che siano favorevoli ad un governo PD-M5S. Ma ne siamo certi? Chi ha verificato l’autenticità di quei messaggi? E chi ci assicura che siano davvero grillini e non sostenitori del PD che si spacciano per grillini? Lo sanno questi acutissimi osservatori che perfino Bersani potrebbe inventarsi un nick (che so…Lo smacchiatore padano), lasciare un messaggio su quel blog e spacciarsi per grillino? Chi ci assicura che non sia una strategia precisa messa in atto dai furbissimi guru dello staff bersaniano, invitando migliaia di attivisti a lasciare messaggi di quel tipo sul blog? Non ci sarebbe niente di strano da parte di gente che riesce a truccare perfino le primarie, come successe a Napoli, facendo votare immigrati cinesi e pagandoli 10 euro. (Guarda il video).

L’ultimo assist a questa campagna pro Grillo viene dal prode Giletti, quello che conduce L’Arena su RAI1. Quello che tiene continuamente le braccia sollevate e allungate in alto, come uno spaventapasseri, e le agita come un vigile anni ’50, quando ancora non c’erano i semafori ed i vigili stavano in piedi su una pedana al centro dell’incrocio e, muovendo le braccia, davano segnali precisi agli automobilisti e regolavano il traffico. Quello che fa lo sdegnato quando la discussione si fa accesa ed invita tutti a lasciar parlare gli interlocutori senza interromperli. Quello che, invece, è il primo ad interrompere continuamente tutti, come se stare zitto per 30 secondi gli procuri chissà quale forma di insofferenza e di tormento psicofisico.

Quello che, però, interrompe chi vuole e quando vuole. Mentre, infatti, Crocetta e Puppato del PD possono tranquillamente esporre il loro pensiero senza essere interrotti, appena Giletti dà la parola alla Biancofiore del PDL o a Salvatore Tramontano, vice direttore del Giornale, dopo 5 secondi già interviene con battute, domandine, chiarimenti o perché deve mandare la pubblicità o un servizio   Insomma, il risultato è che Biancofiore non riesce mai a finire un discorso e Tramontano non riesce nemmeno ad iniziarlo. Ma il “pluralismo” è salvo. O almeno, quello che a sinistra si intende per pluralismo: tutti hanno diritto di parola, purché siano dei nostri. E se non sono dei nostri, per far finta di garantire il pluralismo, li invitiamo in studio, gli concediamo la parola, ma subito dopo li interrompiamo con qualche pretesto o con la pubblicità, così   li facciamo fessi e contenti.

Ecco, questo è Giletti. Quello che basta guardarlo, ascoltarlo e ti si materializza davanti agli occhi il concetto di ipocrisia, in carne ed ossa. Ecco, quello. Qualcuno potrebbe pensare che Giletti sia tendenzialmente di destra, vista la sua vicinanza alla Chiesa e la sua presenza in programmi di carattere religioso. Errore, al “Massimo” Giletti è cattocomunista. Del resto, se così non fosse, non avrebbe  assunto come “inviato speciale ai citofoni” quel residuato televisivo di RAI3, Andrea Rivera, che era uno dei punti di forza di “Parla con me“. di Serena Dandini.

Anche Giletti, per dare il proprio contributo a chi spinge per un accordo PD-M5S, ha avuto una bella “pensata“: invitare in studio Crocetta, presidente della regione Sicilia, quello che governa grazie proprio al sostegno del M5S. Così si dimostra chiaramente che sinistra e grillini possono tranquillamente governare insieme. Non poteva inventarsi una trovata migliore; geniale. Ipocrita, ma geniale. Beh, anche Giletti tiene famiglia.

Crocetta è quello di cui l’unica cosa originale che si possa dire è che è dichiaratamente gay, come Vendola. Oggi pare che essere gay costituisca titolo preferenziale, di merito, come una medaglia da appendere al petto. E specie in politica costituisce un valore aggiunto; fai carriera e puoi diventare anche governatore di una regione. Come ormai è quasi d’obbligo nei corridoi della politica, tutti condannano la vecchia politica, si battono per il rinnovamento e si presentano come “Il nuovo che avanza“. Il guaio è che a presentarsi come “Nuovi” sono i vecchi, sempre gli stessi.  Anche Crocetta si presenta come il “nuovo” (o poco usato), come l’antipolitica, quello puro e verginello (si fa per dire) che vuole rinnovare la politica. Lo guardi, lo ascolti e ti ricorda stranamente vecchie facce da prima Repubblica; alla Colombo, Forlani, De Mita, Spadolini, La Malfa, Rumor, Cossutta, Occhetto, Craxi. Da come gesticola e parla sembra una specie di incrocio fra Renato Zero e Cristiano Malgioglio. Ragazzi, se questo è il nuovo,  ridateci Andreotti!

Oscar, estasi e polpette

Sono stati assegnati gli Oscar per il cinema. La novità di quest’anno, imprevista ed imprevedibile è stata la proclamazione dei vincitori. Per la prima volta nella storia del prestigioso premio, l’annuncio del vincitore è stato dato, in collegamento diretto con la Casa Bianca, dalla first lady Michelle Obama in persona.

Non perdono occasione per occupare tutti gli spazi possibili e mettersi in mostra. Questa dell’annuncio del premio Oscar mancava alla collezione. L’ho già detto e ripetuto in passato, gli Obama peccano di eccessivo presenzialismo. Non passa giorno che sui media non ci sia qualche notizia che li riguarda, con relative foto.  Cosa si inventeranno ancora, che non abbiano già fatto, per ritagliarsi uno spazio in prima pagina? Mah, forse Michelle potrebbe leggere le previsioni del tempo o l’ordine d’arrivo delle gare di trotto.  In realtà, però, noi italiani non dovremmo criticarla perché in quanto a presenzialismo il nostro presidente Napolitano non ha niente da invidiare agli Obama, non è secondo a nessuno.

Ecco l’ex “direttora” de L’Unità, Concita De Gregorio, in una bella immagine che la mostra nel suo solito e consueto atteggiamento da visione mistica. Le manca solo un mantello bianco e l’aureola e potremmo scambiarla per la Madonna di Fatima. Non si capisce bene se stia apparendo ai suoi fedeli e devoti ex lettori, oppure sia in estasi davanti all’apparizione del suo direttore Ezio Mauro. Oppure, tutte le ipotesi sono valide, si stia guardando allo specchio per studiare quelle sue tipiche espressioni da santarellina pura ed innocente che sfoggia ovunque ci sia una telecamera che la riprende. Un’altra possibilità è che, in attesa di beatificazione, stia facendo le prove di “apparizione” ai pastorelli. Insomma, la Concita “si appare” da sola.

Si allarga lo scandalo della carne di cavallo nelle confezioni di ravioli e tortellini. Ora è la volta delle polpette. E la ditta incriminata è, incredibile, la grande casa svedese Ikea che, oltre a mobili in kit, produce anche alimentari, comprese le polpette nelle quali sono state trovate tracce di carne equina. Come si riconoscono le polpette dell’Ikea? Semplice, le forniscono in vaschette con gli ingredienti separati e le istruzioni per montarle.

Giaguari e caimani

Bersani, durante questa campagna elettorale, non riscuote molti apprezzamenti, nemmeno fra i sostenitori o simpatizzanti di sinistra. Gli si rimprovera di non essere abbastanza incisivo e determinato e di non fare proposte reali e concrete. Così lo rappresenta Crozza nelle sue imitazioni, debole, remissivo, quasi impaurito. Anche Travaglio, nell’ultima puntata di servizio pubblico, lo ha dipinto come insicuro, incapace di tenere un discorso serio, poco convincente, uno che parla per battute, metafore, frasi interrotte, incapace di finire un periodo. Beh, forse per questo, due giorni fa, il nostro Bersani ha finalmente deciso di parlar chiaro e lanciare una proposta seria, concreta, pratica, di quelle che  lasciano il segno. Eccola, riportata in apertura di pagina da L’Unità

Oh, finalmente, bravo Bersani, questa sì che è una proposta seria per superare la crisi, rilanciare l’economia ed assicurare il futuro ai giovani: smacchiare il giaguaro Berlusconi. Questo è parlar chiaro! Così mettiamo a tacere Crozza, Travaglio e tutti quelli che criticano lo smacchiatore di Bettola. Bersani è meglio di Mastro Lindo! A proposito, visto che ormai  è esperto in pulizia di capi speciali ed eliminazione di macchie ostinate, se anche le andasse male in politica potrà sempre aprire una bella lavanderia a Bettola. No?

Dai giaguari ai caimani. Sembra che questa campagna elettorale la facciano allo zoo. Due giorni fa la stampa riportava una dichiarazione di Nichi Vendola. Il nostro orecchinato col rosario sempre in tasca accusava Alemanno per il fatto che lui non si sentiva sicuro ad uscire a passeggio a Roma la sera. Ieri (ANSA: Berlusconi si appellerà a mafia) ha attaccato Berlusconi: “…possiamo aspettarci un appello al voto per Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra”. E ancora: “e’ stata una colpa grave aver sottovalutato il ritorno del Caimano”. Praticamente chiama Berlusconi mafioso e “caimano“. Appellativi , come si vede, eleganti e di massimo rispetto.

Ora, come riportavo nel post “L’uomo forte ed il leader“, il nostro Nichi si lamentava per il fatto che sui social network gli vengono rivolti insulti nazisti. E lui è così sensibile che ne soffre. Non è abituato ad usare un linguaggio offensivo. Lui è fine e delicato  come una mammoletta. Povero ragazzo. Ogni tanto gli scappa un “mafioso” ed un “Caimano“, ma si fa per dire, “Si scherza…”, come usa dire Benigni quando lancia le sue frecciatine al veleno su Berlusconi, sono complimenti, attestati di stima. E poi, si dirà, queste considerazioni fanno parte della normale dialettica politica. No? Certo, però resta un dubbio. Perché chiamare Berlusconi “Caimano“, “Psiconano“, “Mafioso“, “Giaguaro“, o “Serpente a sonagli” (come lo chiamò Di Pietro), “Ladro“, “Pedofilo” etc…  è normale dialettica politica e chiamare Vendola “frocio” è un gravissimo insulto nazista? Qualcuno dovrebbe spiegarlo, prima o poi.

A Berlusconi si è detto di tutto e di più, hanno usato tutti gli appellativi, gli epiteti e gli insulti possibili (l’unico limite è la fantasia), ogni sua dichiarazione viene stravolta ed usata per sbeffeggiarlo, denigrarlo ed attaccarlo a livello personale. E fanno passare questa campagna diffamatoria come informazione, libertà di stampa o satira. Se però un quotidiano come Il Giornale, si permette di usare gli stessi metodi di Repubblica o L’Unità, apriti cielo, si scatena tutta la stampa, si solleva l’opinione pubblica, il fior fiore del sinistrume intellettual/mediatico si indigna, scaglia anatemi e quello che a sinistra è giornalismo, inchiesta, libertà di stampa, diventa improvvisamente “Macchina del fango“.

Si organizzano proteste e manifestazioni di piazza (ricordiamo la grande manifestazione organizzata dalla Federazione della stampa a piazza del Popolo a Roma, contro Berlusconi, reo di aver querelato L’Unità per degli articoli offensivi), interviene l’Ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa, la magistratura ed i direttori vengono indagati, condannati (Sallusti docet) multati (vedi il risarcimento di 50.000 euro del Giornale a favore di Fassino, per aver pubblicato la famosa telefonata “Abbiamo una banca?”) o sospesi dall’Ordine (vedi il caso Feltri).

Vi risulta che altri quotidiani e direttori siano stati indagati e condannati per aver pubblicato telefonate coperte dal segreto istruttorio? No, eppure negli ultimi anni tutte le telefonate private di Berlusconi, inerenti o no a indagini giudiziarie, coperte o meno dal segreto istruttorio, finivano regolarmente pubblicate con grande visibilità e clamore su tutti i giornali e giornalini d’Italia, perfino sulla Gazzetta delle giovani marmotte. Sembra che i magistrati inquirenti, per tenersi aggiornati sugli sviluppi delle indagini, invece che leggere gli atti processuali, leggessero direttamente le intercettazioni sui quotidiani del mattino. Facevano prima.

Nessuno ha mai protestato. Il Presidente Napolitano non si appellava al riserbo della stampa, come ha fatto nel caso Monte dei Paschi (un “aiutino” ai compagni in difficoltà è quasi un “atto dovuto“), non c’erano conflitti di competenza (come nel caso delle intercettazioni delle telefonate fra Napolitano e Mancino), e non c’era alcun rispetto della privacy. “La gente vuole sapere” diceva Concita De Gregorio (allora direttore de L’Unità), rivendicando il diritto di pubblicare tutto, ma proprio tutto il gossipume che riguardava Berlusconi, anche se si trattava di telefonate private o di dettagli delle cene e feste ad Arcore, villa Certosa o palazzo Grazioli. Perché bisogna tener presente che il rispetto della privacy è garantito dalla Costituzione e deve essere garantito per tutti. Tutti, eccetto Berlusconi. Criticare Fini e l’allegra vendita della casa di Montecarlo al cognatino Tulliani  è “macchina del fango“, sputtanare quotidianamente Berlusconi è diritto di cronaca. Curiosa interpretazione della deontologia giornalistica, vero?

Ecco, a conferma di quanto appena detto, un’altra prova sotto gli occhi. Restiamo ancora sul sito de L’Unità. Leggo un pezzo di M. Novella Oppo: “Il trattamento Boffo“. Guarda caso, si riferisce proprio all’intervista a Sallusti e Oscar Giannino nel programma “Otto e mezzo“, di cui ho parlato nel precedente post “Punti di vista”. L’ira funesta della Oppo scatta perché Sallusti, sul Giornale, ha scritto un articolo non proprio benevolo nei confronti di quel curioso personaggio “La barba con gli occhiali“, Oscar Giannino, che si veste come un clown e poi pretende di essere preso sul serio.  Quello che pochi giorni fa, ospite a Ballarò, ha dichiarato di partecipare alla competizione elettorale con uno scopo preciso: far perdere Berlusconi. Un altro che staziona in permanenza in tutti i salotti televisivi, in qualità di esperto di economia, ed ha le idee molto chiare, da esperto,  sul come e perché fare politica. E poi ci si meraviglia che non riusciamo ad uscire dalla crisi.

Ecco, scrivere un articolo critico nei confronti di un avversario politico per la Oppo, per Saviano (ricordate il suo sproloquio in forma di monologo a “Vieni via con me“?), per Repubblica, per L’Unità e per tutto il sinistrume mediatico/intellettuale/comico/satirico  è “Macchina del fango“. Se la logica è logica, allora L’Unità e Repubblica che da anni riportano articoli critici, spesso offensivi, pieni di insulti assortiti, nei confronti di Berlusconi o, come in questo caso, un articolo critico nei confronti di Sallusti sono “Macchina del fango”? Certo che lo sono. Anzi, sono un’intera batteria di macchine del fango che, come cannoni sparaneve, ogni santo giorno inondano i media non di fango, ma di letame puzzolente. I più acuti (sono sempre quelli di sinistra, ovviamente) diranno che dal letame nascono i fiori, come cantava De Andrè. Sì, ma alla fine della canzone i fiori restano fiori, ma il letame resta letame; e puzza.

Criticare Berlusconi è diritto di cronaca e criticare Giannino è macchina del fango? Dov’è la sottile linea rossa di demarcazione? Perché questi moralisti da mercatino rionale non rispondono una buona volta? Ah, già, i fan di Mastro Lindo sono tutti impegnati a smacchiare giaguari! A proposito, caro Bersani, ho una bella proposta per lei. Un’idea che le porterà riconoscimenti, onori e gloria, non solo in Italia, ma in tutta Europa, perché travalica gli stretti confini nazionali. Beh, visto che è dotato di così fervida fantasia, perché limitarsi a sprecarla a Bettola o dintorni? Pensi in grande, metta a frutto la sua grande esperienza acquisita in smacchiature speciali. Ecco la proposta. Una volta che ha finito di smacchiare i giaguari, vada a pulire le cagatine dei gabbiani sulle bianche scogliere di Dover. Vedrà che successo. Magari le assegnano un Nobel per la tutela dell’ambiente.

A proposito di insulti, in fondo allo stesso articolo della Oppo ci sono i commenti dei lettori. Ecco alcune simpatiche e gentili definizioni:

– Roberta: “sallusti è talmente uomo fogna che nemmeno i ratti non avrebbero il coraggio di  andargli vicino

– Carlo: “…cesso puzzolente e mafioso come sallusti“.

Che diceva Vendola? Ah, sì, che sui network lo insultano. Mah, forse hanno imparato l’arte dell’insulto leggendo Repubblica o L’Unità.

 

Punti di vista

Anche ieri il nostro Presidente Napolitano ci ha regalato la consueta e quotidiana lezioncina. Da buon padre premuroso, non passa giorno che non esterni le sue riflessione su tutto lo scibile umano e dintorni. L’uomo che sa tutto, vede tutto e pontifica su tutto (una specie di enciclopedia britannica), come riportato ieri dall’Osservatore romano, ha scritto una paginetta in occasione del compleanno del cardinale Ravasi. Ne dà notizia l’ANSA in un box che è visibile ancora oggi.

Cosa c’è di rilevante in questa dichiarazione? Una notizia che non ti aspettavi. Eccola: “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica  del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista”.

Che dire, una semplice presa d’atto di una realtà che il mondo aveva già riconosciuto da tempo: il fallimento del comunismo. Lo sanno tutti, eccetto gli ex/post comunisti, Napolitano compreso; quelli che pensano di ingannare il prossimo cambiando bandiera, inni, segretari, slogan, nome del partito, stemma, presentandosi in maniche di camicia e facendosi chiamare “democratici“. Ma sempre comunisti sono. Hanno solo cambiato pelle: come i serpenti.

Bene, questi sepolcri imbiancati della politica, hanno fatto, negli ultimi anni, sforzi immani per cercare di cancellare ogni ricordo del passato comunista. Per esempio evitano accuratamente di parlare del comunismo, della sua storia, di tutto ciò che li lega al passato. E’ una precisa strategia che mira a far dimenticare la loro provenienza e la loro militanza nel PCI. Così, per evitare di rinnegare il passato e, ancor più, condannare chiaramente il comunismo, semplicemente evitano di parlarne. Compagni zitti e Mosca!

Sono diventati così bravi che riescono a non citare il comunismo nemmeno quando si parla di comunismo e dei suoi crimini.  Sembra una battuta, ma è vero. Guardate qui: “Foibe e amnesie“. Già, si vede che a forza di eliminare le tracce del vecchio partito, hanno eliminato anche le tracce di coscienza, onestà intellettuale. Scomparso anche il senso del ridicolo. Ma non infieriamo oltre. Bisogna, invece, riconoscere che il Presidente Napolitano, anche se in ritardo, ha riconosciuto chiaramente il fallimento comunista. Chissà quanto gli è costato affermarlo. Ma ormai, vecchio e privo di ulteriori aspettative di carriera, può trovare uno slancio di onestà. Curioso che sia necessario aspettare di oltrepassare gli 80 anni per riuscire ad essere sinceri e capire la realtà, anche quella più evidente. Ma bisogna essere comprensivi. Non tutti hanno la perspicacia di capire subito il mondo e distinguere la verità dal falso, la realtà dall’utopia. Ci vuole tempo. Ed i nostri ex/post comunisti sono lenti a carburare e capire, sono diesel. Hanno bisogno di tempo, di anni e, spesso, di decenni. Ma prima o poi ci arrivano.

Bene, questa era la notizia. Ora, ci si aspetta che, vista l’importanza di questa dichiarazione, un’autentica rarità, i media diano ampio spazio a questa condanna di Napolitano e che si scateni la solita ridda di commenti, interpretazioni e polemiche sulle dichiarazioni presidenziali. Invece niente. Diamo uno sguardo ai vari siti d’informazione e scopriamo che, a parte l’ANSA, gli altri sembrano ignorare questa notizia. Sui maggiori quotidiani on line (Corriere, Repubblica, Stampa) non c’è proprio traccia. E L’Unità, che dovrebbe sentirsi toccata direttamente, che dice? Ecco come presenta la notizia il quotidiano del PCI/PDS,DS,PD “fondato da Antonio Gramsci“…

Ecco la notizia, secondo L’Unità: “Non c’è politica senza ideali“. Bella frase, certo. Gli ideali sono una gran bella invenzione. Hitler aveva un suo ideale. Stalin aveva il suo ideale. Anche Mao Tse Tung aveva il suo ideale. Tutta gente piena di ideali. Ma, e il comunismo? Non lo si cita nel titolo, ma almeno all’interno, nell’articolo, se ne parlerà. Invece, se cliccate sul link, scoprite che anche nel pezzo, il termine proibito “comunismo” non viene nemmeno sfiorato. Miracolo. Beh, ma loro sono bravi, sono giornalisti liberi ed indipendenti, mica come quei servitori del padrone che scrivono sul Giornale. Sono della stessa scuola del Presidente Napolitano, quello che riesce a fare un lungo discorso sulle foibe e sulle vittime dei comunisti di Tito, senza mai citare la parolina proibita “Comunismo“.

Questa è quella che chiamano informazione. Specie quelli che si appellano alla libertà di stampa, si dichiarano indipendenti, imparziali, obiettivi, liberi e bla bla bla! Ora, per dimostrare questa obiettività giornalistica, faccio un altro piccolo esempio, preso ancora dalla cronaca di oggi.

Fabio Volo era ospite nel programma “Otto e mezzo” di Lilly Gruber, insieme a Oscar Giannino ed al direttore del Giornale Sallusti, in collegamento esterno. Ecco come riferiscono la notizia due autorevolissimi quotidiani come Corriere e Repubblica.

Repubblica, articolo  “Fabio Volo e gli alieni della politica in TV” a firma di Guia Soncini: “…prendiamo  Fabio Volo, col pretesto del film in uscita da promuovere, e mettiamolo davanti  a due ospiti che parlino in politichese purissimo“. Il concetto di Soncini è che Volo sia stato chiamato col pretesto di promuover l’uscita del film, ma in realtà per metterlo in contrapposizione a Giannino e Sallusti, smascherare i loro discorsi in politichese e metterli in imbarazzo.

Sarà così? Leggiamo ora cosa scrive il critico televisivo del Corriere, Aldo Grasso, nella sua rubrica quotidiana in cui analizza i vari programmi TV: “Il regalo di Gruber all’indeciso Volo“. Dice Grasso: “E mentre Giannino e Sallusti discutevano animatamente del destino dell’Italia, si è infine capito il perché di Fabio Volo. Era lì a promuovere il suo ultimo film. Insomma, Lilli gli stava regalando una smisurata marketta“.

Personalmente credo ad Aldo Grasso, perché so come funziona la telepromozione in TV (ne abbiamo esempi ogni giorno su tutte le reti,  e perché Grasso, di solito, è un attento critico di tutto ciò che passa in TV. Basta ricordare come anche il salottino televisivo di Fazio sia una tappa fissa per tutti coloro che devono pubblicizzare un proprio libro, un CD o un film. Lo stesso sistema lo abbiamo visto proprio qualche giorno fa a Porta a porta di Vespa, dove era presente il cast del film “Il principe abusivo“, con Cristian De Sica e Alessandro Siani il quale è anche il regista del film. Siani è quello che è convinto di essere comico. Beh, è in buona compagnia di altri personaggi che hanno la stessa strana convinzione: lo stesso De Sica, Vincenzo Salemme, Paola Cortellesi ed uno stuolo di battutari da bar dello sport che si spacciano per comici in TV. Molti di questi non fanno altro che rimasticare vecchie gag, battute e atteggiamenti di Totò, Sordi ed altri grandi del passato. Ma solo chi si ricorda di questi interpreti ormai scomparsi è in grado di notare le citazioni.Tempi moderni.

Insomma, mentre per Soncini la promozione del film era solo un pretesto, per Grasso era, invece, il vero scopo della presenza di Fabio Volo. Sembra solo una sottigliezza di interpretazione giornalistica, Ma non lo è; cambia completamente il messaggio della notizia. Grasso ha semplicemente notato quello che tutti avrebbero visto, la promozione del film di Volo. Soncini, invece, usa la presenza di Volo per criticare Giannino e Sallusti e metterli in cattiva luce. C’è, dietro questa lettura del programma, una chiara visione politica tesa a screditare sia Giannino che Sallusti. Niente di straordinario, è normale applicazione della ormai collaudata strategia di Repubblica e della stampa di sinistra: usare la realtà per sbeffeggiare, ridicolizzare e delegittimare gli avversari; anzi, i nemici. E così, come se niente fosse, si scambia il vero scopo finale con un “pretesto“. E’ la stampa, bellezza!

Bene, questo è quello che sto cercando di dire da anni, segnalando l’uso spregiudicato, e spesso in perfetta malafede, dell’informazione. Ecco perché non bisogna mai prendere per oro colato ciò che leggiamo sulla stampa, in rete, o ascoltiamo e vediamo in TV. Ma i lettori e gli spettatori sono preparati ad affrontare in maniera critica i mezzi di comunicazione e, quindi, difendersi da una informazione manipolata ed usata in maniera subdola e strumentale? Ho molti dubbi.