Quale sinistra?

La sinistra non è di sinistra“, scriveva Luca Ricolfi nel 2005 in Cari compagni, vi spiego perché siamo antipatici. Ora esce il nuovo libro “Sinistra e popolo” (Ed. Longanesi) , che sembra il naturale seguito di quel fortunato libro. L’autore è un sociologo e scrittore, un intellettuale che, giusto per dargli una collocazione ideologica (è il nostro sport preferito) si può dire che appartenga a quella vasta area della sinistra in cui c’è posto per tutti, cani e porci, visto che il segretario del maggior partito di sinistra è un tale Matteo Renzi che sta alla sinistra come Cicciolina sta al catechismo. I dirigenti, militanti, sostenitori e simpatizzanti della sinistra dovrebbero leggerlo con attenzione; perché sono considerazioni sulla sinistra fatte da un uomo di sinistra. Ma temo che da quelle parti non abbiano mai letto neppure il primo libro di Ricolfi. Altrimenti sarebbero in crisi. Ecco un’intervista all’autore pubblicata ieri sul Giornale.it.

La sinistra ha scelto immigrati ed élite, ma ignora il popolo.

Lunga ma necessaria citazione dal nuovo saggio del sociologo Luca Ricolfi Sinistra e popolo (Longanesi, presentato qui a Tempo di Libri, domani in Sala Courier): «La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l’Europa non è il problema, ma la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l’Islam non c’entra nulla, e che anzi gli attentati potrebbero essere una preziosa occasione per riprendere la costruzione dell’edificio europeo».

Professore, perché la sinistra non vede mai il problema?
«Perché se lo vedesse dovrebbe fare autocritica e reinventarsi, abbandonando il suo insediamento sociale fra i cosiddetti ceti medi riflessivi».

Professore, Lei ha scritto un saggio di 250 pagine che può essere sintetizzato, paradossalmente, dalla citazione in esergo di J.-M. Naulot: Populista è l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle. La domanda è: cosa è successo tra il popolo e l’area culturale-politica che designiamo come sinistra?
«Sono successe molte cose, ad esempio il fatto che la sinistra si occupa quasi esclusivamente di immigrati e ceti medi, e si è in gran parte dimenticata dei ceti popolari. Specie se nativi. Ma il punto non ovvio della mia ricostruzione è che io faccio risalire l’inizio del distacco molto indietro nel tempo, a 40 anni fa, ai tempi di Berlinguer e del compromesso storico. Voglio dire che è del tutto fuorviante pensare che sia stato Renzi a creare il distacco con i ceti popolari, perché quel distacco era già molto profondo negli anni di Prodi, D’Alema e Bersani. Quel che è sorprendente è che di tale distacco si parli solo adesso, e lo si metta tutto in conto a Renzi. La fede nel mercato e nelle regole europee, la tendenza a sottovalutare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione, la preferenza per temi come le coppie gay, la fecondazione assistita, l’ecologia, sono cose che pre-esistono all’ascesa di Renzi».

Cosa c’entra in tutto questo il complesso di superiorità della sinistra che aveva smascherato nel suo saggio “Perché siamo antipatici” del 2005?
«C’entra nel senso che la rivolta contro il politicamente corretto è, insieme alla domanda di protezione economica e sociale, un ingrediente essenziale del populismo, sia in Europa sia in America».

L’elezione di Trump, la Brexit, il voto a all’ultra-destra in Austria, Marine Le Pen in Francia, i 5 Stelle da noi. Perché il popolo è in rivolta verso l’establishment?
«Le due determinanti essenziali del populismo sono la profondità della crisi e la paura del terrorismo e dell’immigrazione. Però il fatto che l’ascesa del populismo abbia assunto i tratti di una rivolta contro l’establishment ha molto a che fare, a mio parere, con la diffusione del politicamente corretto. Quando, 12 anni fa, pubblicai “Perché siamo antipatici?” il politicamente corretto era ancora percepito prevalentemente come un’aberrazione del mondo di sinistra. Oggi è diventato una sorta di biglietto da visita della classe dirigente, del cosiddetto establishment. È diventato una sorta di tratto distintivo delle persone per bene, civili, benpensanti, rispettabili. Ecco perché chi tende a imputare tutti i nostri mali all’establishment finisce anche per ribellarsi al politicamente corretto».

Ma in ciò che la sinistra benpensante e politicamente corretta liquida come populismo ci sarà qualcosa che non è da buttare. Cosa?
«In un certo senso quasi tutto, perché la domanda di protezione dalla crisi economica e dalla criminalità, dalle diseguaglianze e dal disordine sociale è più che fondata. Il problema del populismo non sono le domande, ma le risposte, che raramente sono all’altezza dei problemi».

Lei si ritiene ancora di sinistra?
«Ma che cos’è la sinistra oggi? Per dirla con Alfonso Berardinelli non credo che la sinistra sia di sinistra, una frase che usai come epigrafe di Perché siamo antipatici. Io credo che il tratto essenziale di una persona di sinistra, o meglio di sinistra liberale che è quella che piace a me, sia di riconoscere l’esistenza di un problema di diseguaglianza nei punti di partenza. Il guaio è che la sinistra attuale, almeno in Italia, si occupa d’altro».

Una volta il popolo era tutelato e garantito dalla Sinistra, dal welfare al lavoro. Ora il popolo fa da solo. In questo senso, ha ancora senso la Sinistra?
«Tendo a pensare che la sinistra, come già oggi accade, svolgerà soprattutto il ruolo di garante dei ceti medi urbani e dell’establishment, specie in settori strategici come la cultura, l’informazione, la magistratura, la scuola. Del popolo si occuperanno gli altri».

Lei nel libro critica Norberto Bobbio, il quale identificando la sinistra con l’uguaglianza e la destra con l’ineguaglianza di fatto fissò il paradigma della superiorità morale. Un peccato di lesa maestà, il suo.
«Ho conosciuto da vicino Bobbio, sia di persona sia attraverso uno scambio epistolare che avemmo su destra e sinistra una ventina di anni fa. Bobbio era un uomo meraviglioso, integro e intellettualmente aperto, non ho mai incontrato una persona così disponibile ad ascoltare gli altri e a prendere sul serio le loro opinioni. Bobbio era curioso, molto curioso dei punti di vista altrui. Proprio perché l’ho conosciuto, sono certo che, se fosse vivo, preferirebbe parlare con me delle nostre differenti vedute su destra e sinistra che bearsi delle lodi che, ancora oggi, provengono da un esercito di discepoli che lo venera come un’intoccabile divinità laica». (Luigi Mascheroni – Il Giornale.it)

Cuperlo e il complesso di superiorità

La gente “normale” al massimo ha il complesso d’inferiorità. Al contrario, gli ex/post comunisti (quasi) pentiti hanno sempre avuto e continuano ad avere, chissà perché,  il complesso di superiorità. Ergo, se sono “superiori” non sono normali. E’ un concetto che ho ripetuto spesso in passato, anche con esempi pratici. Ma ancor meglio lo ha spiegato qualche anno fa Luca Ricolfi in un volumetto dal titolo eloquente “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori“.

Dubito, visti i risultati, che i militanti di sinistra lo abbiano letto. E se lo hanno letto forse non l’hanno capito. Oppure, tanto per evitare problemi di coscienza, lo ignorano. Vale la pena di riportare, perché chiarissime, le poche righe di presentazione del libro nel sito sopra linkato:

Un malato d’eccezione: la sinistra italiana. Una malattia subdola: l’antipatia. Una cura possibile: prenderne coscienza e correre ai ripari. In questo libro si evidenzia come la sinistra sia antipatica non solo alla destra, ma anche ai non schierati, al vasto arcipelago degli elettori che non si sentono né di destra né di sinistra. Quattro sono le sue malattie: il linguaggio codificato (io sì che la so lunga), il politicamente corretto (tu non devi parlare come vuoi), gli schemi secondari (tu non puoi capire) e la supponenza morale (noi parliamo alla parte migliore del paese). Luca Ricolfi insegna Metodologia della ricerca psicosociale all’Università di Torino, dirige l’Osservatorio del Nord Ovest e una rivista di analisi elettorale.”

Se pensiamo che l’autore è uno degli intellettuali (come quasi tutti) che gravitano nell’area della sinistra, i “compagni” dovrebbero  prendere in seria considerazione le sue affermazioni. Ma a quanto pare, purtroppo, non si riscontrano segni di presa di coscienza. Questa “supponenza morale“, la vediamo e la constatiamo ogni giorno, sulla stampa, in TV, radio, internet, ovunque queste menti “superiori” abbiano un microfono, una telecamera o uno spazietto a disposizione per illuminare l’umanità con la luce della verità rivelata. Sembra che la superiorità ce l’abbiano connaturata, innata, genetica, come dotazione di serie.  La “sindrome dei migliori” gli viene assegnata di diritto unitamente alla tessera.

Così li riconosci subito, appena accennano anche poche frasi. Riconosci subito quello sguardo di sfida, altezzoso, arrogante, presuntuoso, quel tono da sapientoni “So tutto io“, quell’atteggiamento spocchioso, borioso, supponente, saccente, di chi ti guarda dall’alto in basso perché loro sanno, conoscono, sono illuminati, loro “hanno le mani pulite“, loro sono “persone perbene“, loro sono depositari della “superiorità morale“, loro…sono migliori. E ne sono davvero convinti.

Ne sono talmente convinti che anche quando, in rari momenti di lucidità, sembrano riconoscere onestamente questo loro insopportabile difetto, subito dopo ci ripensano, si pentono e negano quando avevano appena riconosciuto. Affermano qualcosa che subito dopo negano. Negano qualcosa che subito dopo riaffermano. Sembra un giochino paradossale e forse lo è davvero. Facciamo un esempio pratico. Ecco la dichiarazione, parole testuali,  di un esponente di primo piano di quella classe di eletti: Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria del PD, ospite a Porta a porta, puntata del 27 novembre 2013 (Qui il video. Vedi h. 01.39.29)

Noi non possiamo più, se mai l’abbiamo fatto abbiamo sbagliato,  presentarci davanti al Paese  e dire: votate per noi, venite da questa parte perché siamo i migliori. No, è un argomento che non regge perché abbiamo delle cose da farci perdonare da parte degli italiani. Però io penso che altra cosa, alla luce delle cose che stiamo discutendo questa sera, è dire al Paese e agli italiani: credeteci, abbiate fiducia perché questa è la parte giusta in termini di principi, di valori, di ricostruzione di un’etica pubblica per questo Paese che è venuta clamorosamente a mancare.”

Sembra una dichiarazione onesta, saggia e del tutto accettabile.  Sembra, ma non lo è. Anzi, è un paradosso. Afferma, infatti, che non possono più presentarsi come “i migliori“, riconoscendo apparentemente che Ricolfi ha ragione. Ma subito dopo afferma che la sua è “la parte giusta“. Ora, se la sua, e quella dei compagni di sinistra, è la “parte giusta” significa che quella degli avversari è la “parte sbagliata“. Significa inoltre che la parte giusta sia, implicitamente,  anche la parte migliore. Altrimenti la sua affermazione non avrebbe alcun senso.

Per un principio di logica elementare quelli che militano nella parte migliore, sono “migliori” di quelli che militano nella parte sbagliata che, pertanto, sono peggiori. Non si rende conto che “i migliori” e “la parte giusta“, concettualmente si identificano, sono la stessa cosa. E non avendo le idee chiare sul significato dei due termini non si rende conto che negando la validità di uno dei termini, nega automaticamente anche l’altro. Oppure li afferma entrambi, cosa che genera un paradosso.

Dice in sintesi: “Non siamo i migliori, siamo la parte giusta“. Se non sono migliori non sono nemmeno la parte giusta. Ma se ritengono di essere la parte giusta sono anche migliori. Le due affermazioni, tuttavia, così come vengono formulate, si escludono a vicenda. Il principio di non contraddizione (caposaldo del pensiero filosofico), evidentemente, non è il suo forte. Magari a quella lezione sulla logica aristotelica era assente, oppure era impegnato nell’ennesimo corteo contro la NATO e l’imperialismo americano.

Bisogna concludere che il buon Cuperlo, ha avuto un attimo di lucidità,  ma subito dopo ha prevalso la fortissima, dominante e ineludibile “sindrome dei migliori“, quella che gli fa credere sempre e comunque di essere migliori degli altri. Non c’è niente da fare, ce l’hanno nel sangue. Così, mentre afferma un principio subito dopo lo nega affermando un altro principio che contraddice il primo. Questa è la strana logica dei “migliori“. Ecco perché applicano costantemente il doppiopesismo e vivono in uno stato di perenne contraddizione, crisi d’identità e di confusione mentale. Difettano di raziocinio e logica. Forse hanno studiato filosofia per corrispondenza e qualche dispensa è andata smarrita per un disguido postale. Oppure, tutto è possibile,  si sono laureati a Tirana, come il Trota.

 

Bersani, il tic e le teste di…

Democratici, tutti contro tutti“, è il titolo di un articolo, dedicato ai conflitti interni al PD,  che compare stamattina sul Corriere,it a firma di Maria Teresa Meli. Mi colpisce l’inizio del pezzo. Scrive Meli: “Uno che di Pd se ne intende, l’ex deputato Peppino Caldarola, ha notato un particolare che a tutti è sfuggito: da qualche tempo in qua Pier Luigi Bersani «ha un tic al naso quando è nervoso, cioè sempre». Ed aggiunge: “È dai piccoli dettagli, alle volte, che si afferra quello che sta succedendo”.  Brava Meli, vero, questo è un concetto che ripeto molto spesso anch’io: talvolta è dalle piccole cose che si capiscono quelle grandi. Ma bisogna essere abituati ad osservarli questi piccoli dettagli, altrimenti sfuggono e, di conseguenza, sfugge anche la comprensione della realtà.

Ma ciò che è interessante in questa apertura è il fatto che, secondo l’articolista, Caldarola “ha notato un particolare che a tutti è sfuggito“: il tic di Bersani. Davvero è sfuggito a tutti? E’ sfuggito così tanto che a quel tic e ad altri piccoli dettagli della gestualità e della mimica facciale ho dedicato due post:

26 febbraio 2013: Bersani è nervoso

6 marzo 2013: Bersani e gli occhiali

Mi dispiace smentire la Meli, ma quei post sono lì a dimostrare che Caldarola, se pure ha notato il curioso tic di Bersani, come minimo, è arrivato buon secondo e con oltre un mese di ritardo. Ma, come ho detto spesso in passato, a sinistra sono come i motori diesel, lenti a carburare, hanno la partenza e la ripresa lenta ed hanno bisogno di tempo per capire. Però hanno sempre l’aria di essere i soli esseri intelligenti e onesti sul pianeta, tutti gli altri, specie gli avversari, sono cretini, corrotti, mafiosi  e criminali. Scoprono l’acqua calda, ma tanto sbraitano che sembra abbiano fatto la scoperta del secolo. Loro sono così, si autoesaltano. Sono davvero convinti di essere i migliori, gli unici depositari della verità rivelata.

Del resto lo ha detto senza mezzi termini, proprio di recente, un esponente di quella sinistra sapientona, Massimo Cacciari, in una intervista al Fatto quotidiano, ripresa da Libero. “A sinistra sono delle teste di cazzo“. Chiaro? Cacciari non usa eufemismi e metafore come Bersani. Se la prende con i dirigenti del PD, dopo l’esito delle ultime elezioni. Dice: “Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini“. Anche questo è un concetto che ripeto da anni. Se lo dico io, però,  resta un pensierino riservato a pochi intimi che hanno la pazienza di leggere quello che scrivo. Ma se lo dice il “filosofo” Cacciari, ex sindaco di Venezia e personaggio di punta della sinistra, cari compagni, bisognerebbe almeno rifletterci su. No?

Non basta, ancora di recente è arrivata una ulteriore conferma da un altro esponente di primo piano del PD, Dario Franceschini. In una intervista apparsa di recente sul Corriere.it: “Basta complessi, dialogo con Berlusconi”. Dice Franceschini: “…se noi intendiamo mettere davanti l’interesse del Paese, dobbiamo toglierci di dosso questo insopportabile complesso di superiorità“. E bravo anche Franceschini che, pur con qualche decennio di ritardo, ha capito quello che altri hanno capito da sempre. Ma, come dicevo, anche lui è diesel, bisogna dargli tempo. Sono così, ogni tanto si svegliano, hanno uno sprazzo di coscienza, gli si illumina la corteccia frontale, si accendono le lucette led che indicano che il cervello è in funzione ed improvvisamente “capiscono“; sono come folgorati sulla via di Damas…pardon, di Montecitorio. Peccato che, subito dopo, i led si spengono e ricadono in letargo.

Eppure lo stesso concetto lo aveva espresso molto bene e chiaramente un altro illustre ed autorevole esponente di quella sinistra, Luca Ricolfi, in un delizioso volumetto di qualche anno fa, “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori“, dedicato  a quello strano, curioso, ingiustificabile ed insopportabile senso di superiorità culturale e morale proprio della sinistra. Ma temo che quel volumetto abbia avuto più lettori a destra che a sinistra. Meglio evitare letture pericolose che possono creare sensi di colpa e, magari, far riflettere. No, meglio andare sul sicuro e non rimettere in discussione quella superiorità che tanto gratifica i sinistri.

La superiorità morale te la consegnano con la tessera del partito e, di colpo, anche se sei lo scemo del villaggio, diventi un enciclopedico, tuttologo, esperto, onesto, incorruttibile, persona perbene, integerrimo, con le mani pulite. Rubano come gli altri, ma hanno le mani pulite perché usano i guanti.   Se sei di sinistra, come per miracolo, da un giorno all’altro diventi “saggio“. E magari ti chiamano al Quirinale come consulente in una Commissione speciale di “Saggi“:  “Tutti gli uomini del Presidente“.  Così, da saggio, puoi rivelare al mondo le perle di cotanta saggezza e risolvere tutti i problemi di questa povera Italia, con profonde riflessioni alla Catalano del tipo “Meglio ricchi e sani che poveri e malati“.

Per male che vada, come Caldarola, puoi sempre dire di aver notato un particolare che era sfuggito a tutti. A tutti, ma non ad un acutissimo osservatore di sinistra, perché loro hanno l’acume incorporato in dotazione di serie. Grazie per averci rivelato il tic di Bersani. Sa, cara Meli,  nessuno lo aveva notato. Meno male che Caldarola c’è!

P.S.

Ultimissima della giornata. Oggi, a quanto pare, è tempo di scoperte e di risvegli. ANSA: “Barca, stop ipocrisie, PD partito sinistra“. Fabrizio Barca, ministro tecnico, si è appena iscritto al PD. Ha la tessera da poche ore, ma, come detto in precedenza, per miracolo, basta avere la tessera PD per ricevere in uso gratuito tutti i “poteri” di un tesserato PD, specie se ex comunista. Così si acquisisce di colpo scienza, conoscenza, intelligenza e saggezza. E grazie a queste doti appena acquisite comincia, anche lui, a fare delle incredibili scoperte.

Dice Barca che il PD non è un partito di centrosinjstra, ma di sinistra: “Si chiama di centrosinistra per ipocrisia“. Ma guarda guarda che scoperta incredibile. Chi l’avrebbe detto. Sa, Barca, che nessuno lo aveva notato? Magari più tardi al Corriere ci ricavano un altro scoop come quello su Caldarola. Ora non vorrei ripetermi, ma se, come ho fatto prima, dovessi fare l’elenco dei post in cui accennavo all’ipocrisia dei compagni ex PCI, PDS, DS, PD  ed a quella aberrante operazione politica che ha dato vita al PD,  facciamo notte. Gli unici a non averlo capito sono quelle anime belle degli ex democristiani della ex Margherita.  Quei cattolici, o meglio cattocomunisti confusi  che si sono uniti in matrimonio contro natura con gli ex comunisti. Per sembrare diversi da quello che erano storicamente, hanno cambiato nome, stemma, segretari, bandiere, inni, slogan. Era l’unico modo per mostrarsi “come nuovi“. Ma comunisti erano e comunisti sono. Per sopravvivere hanno solo cambiato pelle: come i serpenti.

Dev’essere l’effetto dell’arrivo della primavera. Escono dal letargo le marmotte, le lucertole e si svegliano anche  i compagni democratici. E’ tutto un rifiorire ed un risveglio dei sensi. Caldarola scopre il nervosismo di Bersani, Cacciari scopre che i compagni democratici sono delle “Teste di…”, Franceschini scopre che sempre loro, i democratici, sono affetti da “insopportabile complesso di superiorità” e Barca scopre che il PD è un partito di sinistra. Restiamo in attesa di conoscere le altre sensazionali scoperte dei compagni appena risvegliati dal lungo sonno. E speriamo che non siano in arrivo turbolenze e temporali, perché, col fresco, potrebbero ricadere in letargo.