Piuttosto che e quant’altro

Quelli che usano “piuttosto che” in senso disgiuntivo, al posto di “e, o, oppure…” dovrebbero essere condannati alla gogna ed esposti in piazza al pubblico ludibrio. Ormai il suo uso sta dilagando, come un’epidemia inarrestabile. Lo usano tutti, per vezzo o per ignoranza; giornalisti, politici, conduttori televisivi, personaggi dello spettacolo e della cultura, illustri ed autorevoli direttori. Ed ogni volta che lo si sente usare impropriamente è come un pugno nello stomaco. Così pure quelli che, a qualunque domanda, rispondono sempre cominciando con “Sicuramente”, o “Assolutamente sì“, che poi ripetono anche due o tre volte all’interno della stessa frase. Questa espressione è così ricorrente che già sentire qualcuno che comincia una frase con “Sicuramente”, fa girare le palle.

E ancora quelli che finiscono le frasi con “E quant’altro”, lasciando intendere che potrebbero continuare a lungo a rivelare chissà quali segreti. Se questo modo di parlare diventa un’abitudine ed  il discorso continua infarcito a base di “Allora, come dire, assolutamente sì, estremamente, attimino, piuttosto che, quant’altro…”, ci troviamo di fronte ad un insopportabile esemplare adulto della specie umana affetto da, come dire, estremamente gravi turbe mentali, piuttosto che sicuramente idiozia cronica e quant’altro. Insomma, assolutamente sì, un idiota.

Linguaggio, cancro e battaglie vinte (o perse)

Diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”. Frase cult di tutti quelli che si occupano di comunicazione. E nella comunicazione è insito il pericolo dell’inganno (Le parole ci ingannano). L’inganno è subdolo perché non ce ne rendiamo conto. Quando il linguaggio, ed il sistema comunicativo in generale, diventa di dominio comune, perde un po’ del suo significato originario, dell’essenza concettuale e si trasforma in una espressione assiomatica, addomesticata dall’uso popolare, che diamo per vera e scontata ed usiamo senza più chiederci il vero significato di una parola, una frase, un’espressione idiomatica.

Così assimiliamo il linguaggio e le sue regole, senza chiederci se quel modo di esprimersi, quel termine, quella espressione, siano corretti ed esprimano il vero significato di ciò che vogliamo comunicare, oppure contengano una piccola o grande mistificazione, un inganno che travisa il senso del messaggio. Il linguaggio non è solo il mezzo per esprimere idee, sentimenti, sensazioni e comunicare informazioni e messaggi; è esso stesso informazione e messaggio. Allora forse bisognerebbe prestare più attenzione alla comunicazione nel suo complesso, sia al medium che al messaggio di McLuhan, perché l’inganno può essere duplice. Facciamo dei piccoli esempi.

Nel mondo della comunicazione è normale usare termini che sono propri di specifiche discipline, ma che, usate frequentemente anche al di fuori del loro contesto originario, diventano di uso comune. Un esempio ricorrente è quello dell’uso della parola “bagnasciuga” (termine prettamente navale, che indica quel tratto dello scafo che, secondo la pesantezza del carico, può trovarsi sopra o sotto il livello dell’acqua; bagnato o non bagnato), al posto di “battigia”, che indica il tratto della costa sul quale si infrangono le onde. E’ abitudine dei cronisti, specie di quelli sportivi, usare anche un linguaggio volutamente esagerato, iperbolico, per  esaltare ed ingigantire azioni di gioco o imprese individuali. E’ un linguaggio usato in prevalenza sulla stampa per richiamare l’attenzione e la curiosità dei lettori; ma poi lo stesso linguaggio, di estrazione militaresca, viene usato anche nelle cronache in radio e TV. Così se un attaccante tira in porta con particolare potenza, non basta dire che ha tirato, no, bisogna esagerare ed allora quel tiro diventa “una staffilata, una fucilata, una rasoiata, una cannonata, una bomba…”. Infatti il calciatore che segna più reti si chiama “bomber“.  In compenso, nel linguaggio non sportivo, per indicare un intervento particolarmente scorretto, brutale o aggressivo (in un dibattito, una contesa verbale, una polemica), si usa un termine calcistico “entrare a gamba tesa“. Ecco un classico esempio di mistificazione metaforica. E così siamo pari.

Lo stesso inganno avviene quando i politici, quelli che stanno distruggendo l’Italia, affermano di “lavorare per il bene del Paese”, frase che fa un uso opinabile, se non improprio, di due concetti: il termine “lavorare” che richiama alla mente le pesanti fatiche del lavoro fisico dei campi, delle fabbriche, delle miniere, e che riferito ai politici suona quasi sarcastico, ed il termine “bene del Paese” che lascia aperti tutti i dubbi e le interpretazioni possibili su cosa si intenda per “bene del Paese“.  Visti i risultati, viene spontaneo pensare che sarebbe meglio se lavorassero meno; farebbero meno danni. Stesso uso disinvolto del linguaggio lo si fa nel mondo dello spettacolo:  chiunque salga su un palco e si esibisca cantando, ballando, recitando, è sempre bravissimo, fantastico, eccezionale, meraviglioso, straordinario. Uno semplicemente bravo non esiste. Sono tutti bravissimi, “superlativi assoluti”, anche quando non fanno niente, basta la presenza.

Sembra di sentire Petrolini quando, nelle vesti di Nerone, arringava la folla inferocita che lo accusava di aver provocato l’incendio della  città. Per tacitare la protesta prometteva la ricostruzione assicurando che  “Roma rinascerà più bella e più superba che pria“, riscuotendo l’applauso della folla, evidentemente affascinata dalla parola “pria“; “quando il popolo sente le parole difficili, si affeziona”, dice. E visto che continuavano ad applaudire ogni volta che ripeteva la frase e perfino anche solo all’accenno della pronuncia della parola, concludeva: “Lo vedi, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo“. Appunto.

Così se un attore o un artista in passato ha avuto il suo momento di gloria, grazie ad un successo momentaneo, più o meno grande, quel successo se lo porta dietro tutta la vita, anche se poi non fa nient’altro di decente. La bravura si dà per acquisita e valida vita natural durante. Questo fatto è facilmente riscontrabile con le comparsate e ospitate televisive di personaggi dello sport o vecchie glorie dello spettacolo, i quali magari non fanno niente, nessuna esibizione, ma vengono osannati semplicemente per la presenza, perché sono ospiti per dieci minuti, dicono quattro fregnacce di circostanza, fanno i complimenti alla trasmissione ed ai conduttori, ringraziano e salutano il “pubblico meraviglioso”, incassano l’assegno e via.

Nel linguaggio giornalistico l’iperbole è il sale della comunicazione; lo spargono a piene mani  dappertutto. Qualunque avvenimento, anche quello più insignificante, viene sempre raccontato come qualcosa di straordinario. Ecco perché leggiamo spesso titoli come “L’Italia sotto choc…”, o “Tutti pazzi per…”, o ancora “La rete impazzisce per…”, o “La Francia piange le vittime dell’attentato…”, “Pubblico in delirio…”. Sono evidentissime esagerazioni: non tutta l’Italia è sotto choc, ovviamente, come non tutta la Francia piange (anzi, qualcuno ha esultato e festeggiato), e non è vero che tutta la rete è impazzita per un certo video (qualche migliaio di cretini che si esaltano per un video idiota non sono “tutta la rete”), ed il pubblico al massimo sarà molto contento e soddisfatto, ma non è mai “in delirio”, che è una grave forma di alterazione mentale, uno stato patologico.

Ma allora perché usano questo linguaggio? Lo fanno perché per attirare l’attenzione del pubblico bisogna urlare ed esaltare ciò che si vuole vendere. L’immagine simbolo è il mercante ciarlatano da fiera paesana che urlava per attirare l’attenzione dei villici e vendere le proprie cianfrusaglie, o lo strillone di una volta che, per vendere i quotidiani, andava in giro urlando le notizie più importanti della giornata. Ma oggi si usa lo stesso sistema. Gli strilloni hanno solo cambiato luogo di lavoro. Ora strillano in televisione per vendere materassi, pentole, vasche da bagno e diete miracolose che in breve tempo trasformano corpi flaccidi e grassi in modelle perfette come statue greche (quelle che copriamo per non urtare la sensibilità del presidente iraniano).  Bisogna urlare, esagerare, usare le iperboli più fantasiose per rendere il prodotto che si propone più interessante di quanto sia in realtà (qualunque esso sia; un video, una notizia di cronaca, un detersivo, un evento sportivo o un materasso; il principio è lo stesso) . E’ lo stesso principio del mercante o dell’oste che decantano la qualità di ciò che vendono: stessa strategia applicata ai mezzi di comunicazione.

Lo stesso inganno avviene anche quando si parla di argomenti che non dovrebbero essere soggetti a questi piccoli trucchi. Per esempio quando si parla di argomenti seri e gravi, come malattie o drammi personali. Eppure si usa lo stesso meccanismo. Lo usano i media, ma lo usa anche la gente comune, perché ormai ha acquisito lo stesso linguaggio usato dai media e, quindi, senza rendersene conto, perpetua l’inganno.

Quando si tratta di personaggi più o meno celebri che, per loro sfortuna si trovano ad affrontare un tumore, finiscono sempre in prima pagina, con tanto di foto, e dichiarano di combattere la loro battaglia perché non bisogna arrendersi e perché alla fine vinceranno (quando e se vincono).  Ne siamo felici per loro. Ne parlavo di recente (Tumori e pudori) e temo che, leggendo quel post, qualcuno possa aver pensare che sia stato insensibile, cinico o peggio, nei confronti di chi soffre. Ed ecco l’ultimo caso, proprio una settimana fa (Fausto, modello dopo la chemio “Ricomincio senza capelli“); un altro che “ha combattuto la sua battaglia” ed ha lottato contro la malattia, perché bisogna andare avanti, non lasciarsi abbattere, perché “ha voglia di vivere” (lui ha voglia di vivere, gli altri, invece, sono tutti aspiranti suicidi schifati dalla vita!).

E’ un modo di manipolare la realtà, di adattarla, trasformarla, mascherarla, mistificarla, adulterarla, con l’uso improprio, superficiale e disinvolto del linguaggio. La metafora prende il posto del significato reale. Realtà e rappresentazione diventano una cosa unica, così come per il medium ed il messaggio di McLuhan.  Anzi la vera realtà è la sua rappresentazione, quella raccontata dai media, stampa, televisione, internet. Se qualcosa non passa in TV viene il sospetto che non esista. E se riescono a confondere le idee parlando di argomenti seri e gravi come le malattie, figuriamoci cosa riescono a fare con argomenti frivoli. Dovremmo chiedercelo spesso, se vogliamo capire quale sia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione (Realtà e fiction).

Allora, per evitare equivoci e giudizi errati, forse è bene che mi spieghi meglio. Se tu hai un tumore, tutto quello che puoi fare è affidarti alle cure mediche, seguire la terapia, qualunque essa sia, e sperare che funzioni e che guarisca. E le malattie si affrontano in silenzio, con pudore e senza clamori mediatici. Punto. Tutto il corollario che ci si ricama intorno a base di “lotta contro la malattia… combattere la mia battaglia…non lasciarsi andare…voglia di vivere…etc…”, e immancabile foto della testa pelata, è solo un mucchio di stronzate inutili e senza senso che servono solo per imbastire un articolo e riempire le pagine. Ed è un modo di esprimersi assimilato, pari pari, dal linguaggio usato da quei rincoglioniti cronisti che per far passare come interessante la notizia del tumore al personaggio più o meno famoso (evitiamo di fare nomi per carità cristiana) devono ingigantirla e parlare di “battaglia vinta” contro la malattia.

Ed ecco, per tornare a quanto accennavo all’inizio, un altro esempio di uso improprio del linguaggio. Non c’è nessuna battaglia, come non c’è nessuna vittoria, non ci sono scontri epici e nemmeno duelli o giostre a cavallo, non c’è nemmeno un accenno di competizione. Una malattia non è una gara di atletica o un torneo di calcetto fra scapoli ed ammogliati, con vincitori e vinti. A meno che a qualcuno non venga in mente di stilare una graduatoria anche dei malati di tumore per vedere chi è più motivato, chi combatte meglio, chi ha più voglia di vivere, chi vince e chi perde, con i servizi “esclusivi” degli inviati nei vari reparti oncologici d’Italia, con tanto di classifica finale ed assegnazione al più combattivo, del premio per il vincitore: “La flebo d’oro“.

Non ci sono battaglie e non si vince niente, non è una lotteria. Se si guarisce è solo perché è  andata bene, contrariamente ad altri meno fortunati. Quindi bisogna ringraziare il cielo, tacere e godersi la vita, finché si è vivi. Quello che questi “terroristi” mediatici del linguaggio non capiscono (ma non lo capiscono perché sono cretini ed i cretini sono tali perché non sanno di esserlo), è che affermando che qualcuno “ha combattuto contro la malattia ed ha vinto la battaglia  perché non si è lasciato andare ed ha voglia di vivere…”, stanno dicendo, pari pari, che tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di guarire sono morti perché non sono stati bravi, non hanno lottato, non si sono impegnati abbastanza e non avevano voglia di vivere. Questo è il significato. Un po’ come si diceva a scuola per i ragazzi un po’ svogliati: è intelligente, ma non si applica. Per i malati di tumore è come se si dicesse che…è malato, ma non vuol guarire.

State dicendo questo? Che i morti di tumore sono morti perché non si sono “applicati” abbastanza? Steve Jobs, David Bowie o Virna Lisi (che, a causa di un tumore, se n’è andata nel giro di un mese), per fare i primi nomi che mi vengono in mente, sono morti di cancro perché non hanno lottato e non avevano voglia di vivere? E come loro tantissime persone sono morte, nonostante si siano sottoposte a tutte le cure possibili. Tutta gente che è morta perché non ha lottato e non aveva voglia di vivere? Sì, il significato delle vostre parole è proprio questo; anche se forse non ve ne rendete conto. Sono io cinico? No, siete voi rincoglioniti.

Le parole ci ingannano

Le parole ed il cervello ci ingannano“, dicevo a chiusura del post precedente “La felpa di Boncinelli“. E’ un inganno sottile del quale non ci rendiamo conto. Attraverso le parole esprimiamo i nostri pensieri che, però, non nascono come parole. I pensieri somigliano, piuttosto, a delle immagini in movimento che la mente trasforma in parole. Ma le parole non riescono mai ad esprimere completamente il pensiero. Ci provano, tentano di trasformare un pensiero complesso in forma intelligibile attraverso quella specie di codice che chiamiamo linguaggio,  ma con tanti limiti ed inesattezze che, talvolta, ciò che esprimiamo a parole risulta molto diverso da ciò che pensiamo.
La prima alterazione del pensiero avviene proprio nel momento in cui esso si traduce in parola. Questo passaggio da pensiero a parola è fortemente condizionato, inoltre, da altri fattori determinanti al fine della chiarezza espressiva. Non tutti usiamo lo stesso linguaggio, né possediamo la stessa padronanza lessicale, né abbiamo la stessa chiarezza di esposizione. Il linguaggio è frutto di educazione, cultura, esperienze personali, e, perfino, della personalità individuale. E, come se non bastasse, varia nel tempo e da luogo a luogo; ha una sua precisa collocazione spazio-temporale. Se non si ha una buona cultura umanistica, e pratica di testi antichi,  si avrebbe difficoltà a comprendere esattamente un testo scritto in volgare del ‘300.

Ma non basta, purtroppo. Non solo abbiamo difficoltà ad esprimere esattamente il nostro pensiero, ma quando, attraverso il linguaggio, comunichiamo con altre persone avviene la seconda alterazione del pensiero. Colui che ascolta, infatti, recepisce il messaggio da noi comunicato, in maniera diversa da quello originario. Il motivo è semplice; il nostro interlocutore ha un suo preciso codice linguistico ed espressivo che è diverso dal nostro ed è la conseguenza diretta di quei fattori educativi e culturali ai quali abbiamo accennato, che sono una prerogativa specifica, esclusiva, di ciascun individuo e, quindi, del tutto personali. Se davanti alla finestra ho un pino e scrivo che vedo  un “albero“, generico senza specificare, chi legge in Val di Fassa pensa che sia un abete, in Puglia pensano che sia un ulivo. Il concetto di albero è lo stesso, ma abbiamo in mente alberi diversi. Una persona analfabeta avrà molta difficoltà a capire il linguaggio di una persona colta. Così come per un profano sarà del tutto impossibile afferrare il significato di un discorso altamente specialistico, come una conferenza sulla teoria quantistica.  Da queste differenze scaturisce la grande incertezza del linguaggio usato comunemente come mezzo di comunicazione e le frequenti incomprensioni, le ambiguità, gli equivoci, i fraintendimenti che possiamo verificare quotidianamente nei rapporti interpersonali e nel mondo dell’informazione e della comunicazione in genere.

Già Leibnitz e, successivamente, Wittgenstein, si posero il problema di trovare un linguaggio, riferito in particolare al campo filosofico e scientifico, che fosse chiaro e non si prestasse ad interpretazioni personali; un linguaggio universale. Purtroppo, sembra quasi un’impresa impossibile. Solo i matematici sembrare godere di questo privilegio: 2+2 fa 4, ovunque e sempre, ed il codice binario, basato sulla successione di due sole cifre, 0-1 (aperto/chiuso, acceso/spento, vero/falso) non lascia spazio a vie di mezzo, interpretazioni e fraintendimenti. Non così per il nostro comune linguaggio quotidiano ed ancora meno quando ci avventuriamo in discorsi su argomenti che, già di per sé, non essendo esplicabili attraverso formule matematiche, si prestano ad interpretazione personale. Pensiamo all’etica, l’estetica, la politica; tutti sono autorizzati ad avere i propri criteri di giudizio, in un trionfo di relativismo lessicale che tutto giustifica e legittima. In assenza di criteri matematici che non lascino spazio a fraintendimenti, chiunque si sente autorizzato a ritenere valida la propria opinione e ritenere sbagliate le opinioni altrui. Anzi, le nostre opinioni personali assurgono a valori universali ed acquistano quasi il crisma di assioma, mentre quelle degli altri, specie se in contrasto con le nostre, sono solo ipotesi e supposizioni del tutto insignificanti. In breve: “Le nostre opinioni sono idee, le idee degli altri sono solo opinioni.”

Palloni e rasoi

Le parole sono importanti…”, diceva Nanni Moretti. Identificano e rappresentano una situazione, un atto, un pensiero; secondo l’uso possono aiutare a spiegare un concetto o renderlo intricato ed incomprensibile.  Il linguaggio e la terminologia usata caratterizzano una persona. Si può usare un linguaggio colto, aulico, ricercato, appropriato, elegante, forbito, oppure un linguaggio volgare da caserma. Sì, le parole sono importanti e, specie sui media, sono la perfetta rappresentazione del mondo che le genera, le usa costantemente e le adotta come linguaggio quasi specialistico da addetti ai lavori.  Così la politica ha un suo linguaggio, il cosiddetto “politichese“, che capiscono solo i politici (e talvolta neppure loro stessi). La scienza, la cultura, l’arte, hanno un loro linguaggio, spesso astruso per i profani.  Anche lo sport ha un suo linguaggio specifico e perfino le diverse discipline sportive adottano una terminologia specifica per descrivere i movimenti, la strategia, le azioni di gioco e gli attrezzi usati.

Anche il calcio ha una sua terminologia che, più che ricordare un semplice gioco col pallone, evoca scene guerresche, battaglie, assalti all’arma bianca, trincee da difendere o da conquistare. Sentire la cronaca di una partita è come  ascoltare un corrispondente di guerra. Per descrivere le azioni, i passaggi, i tiri in porta, si sprecano termini come bomba, attacco, cannonata, fucilata, rasoiata etc…” e quello che segna di più diventa automaticamente il “Bomber“.  Lo stadio non è un campo di calcio, ma un campo di battaglia in cui si scontrano i gladiatori moderni che lottano per la vita o per la morte.

Lo stesso linguaggio, ovviamente, viene usato sulla stampa. Ed ecco uno dei tanti esempi che possiamo vedere ogni giorno nella cronaca sportiva. Un tale Ilicic ha segnato un gol. Ma non si può dire semplicemente che “ha segnato“. No, sarebbe troppo semplice; bisogna esagerare, enfatizzare. Quindi non è un semplice gol, è una “rasoiata” che evoca nella mente  la classica scena del delitto con violenti schizzi di sangue che arrossano l’erba verde del prato. Di Natale, invece, si limita a confezionare una “perla“, così dal nulla e senza ostriche. E grazie a questo prodigio diventa addirittura “immortale“, un semidio!

Questo linguaggio esasperato, che a lungo andare esalta la folla dei tifosi e ne stimola ed accresce l’aggressività, è una delle cause delle violenze negli stadi e di conseguenze spesso tragiche. Ma non bisogna dirlo, altrimenti i giornalisti sportivi potrebbero offendersi, appellarsi alla libertà di stampa, al diritto di cronaca e, magari, potrebbero  lanciarvi una bomba o una rasoiata (metaforica, s’intende).

Lady Pesc

Questo titolo, ultimamente,  lo abbiamo visto spesso sui media. E’ un argomento caldo, riguarda un incarico di prestigio molto ambito dai vari paesi dell’Unione europea.  Così, in attesa del verdetto finale, ce lo ritroviamo ovunque; Lady Pesc a destra, Lady Pesc a sinistra, sopra e sotto. Pare che ieri il titolo se lo sia aggiudicato Federica Mogherini, attuale ministra degli esteri. Ed infatti diventa titolo d’apertura di quasi tutti i quotidiani e TG (RAI News).

Lady pesc

Ecco il titolo dell’Ansa. A prima vista sembrerebbe che Mogherini sia stata eletta “Lady“. Forse un titolo nobiliare onorifico, oppure una specie di “Miss Unione europea“. In compenso, visto che dopo Pesc non c’è il punto (che dovrebbe esserci),  sembrerebbe che Napolitano sia diventato “Pesc“. Oh, poverino, speriamo non sia nulla di grave.  L’equivoco nasce dal fatto che all’Ansa la punteggiatura è un optional; si può usare o no, secondo ii gusti e le paturnie del redattore di turno. Ma il punto è un altro. Cosa significa “Lady Pesc“? Siccome tutti continuano ad usarlo senza prendersi la briga di chiarirne il significato, la gente comune potrebbe restare in dubbio. Sarei curioso di chiedere alla solita casalinga di Voghera (ma anche alla cugina o alla cognata) “Cosa significa Lady Pesc?”.

Ma anche i non casalinghi di Voghera potrebbero avere qualche difficoltà a rispondere. Si potrebbe pensare che Pesc sia l’abbreviazione di “pesca” e che quindi la signora Mogherini sia stata eletta responsabile di qualche organismo che si occupa di caccia e pesca.  Ma allora avrebbero dovuto scrivere “Lady Cacc e Pesc…”.  Passi la Pesc, ma essere “Lady Cacc” non sembra un complimento; sa di escrementizio o, per dirla in maniera più elegante, di scatologico. Sarà anche più elegante, ma sempre cacca è. Escludiamo, quindi, che la Mogherini debba occuparsi di uccelli e pesci, ruolo per il quale occorrerebbe una competenza specifica da suburra.

Ma allora cosa sarà questa Lady Pesc? A mente cerchiamo di ricordare altre “Ladies” famose e di ricavarne il significato per analogia. Da Lady Godiva che cavalcava nuda a Lady D, come veniva affettuosamente chiamata la principessa Diana, dalla celebre Lady Jane dei Rolling stones all’altrettanto celebre Lady di ferro (The Iron Lady), come veniva chiamata Margaret Thatcher. E ancora Lady Oscar, credo sia un personaggio dei fumetti, e la rockstar Lady Gaga. Ma sembrerebbe che la Mogherini non canti, non cavalchi e non abbia niente a che fare con queste Ladies.

Allora, dopo lunghe ed approfondite ricerche nei meandri degli archivi di Bruxelles e Strasburgo, con l’aiuto e la compiacenza di funzionari, archivisti e uscieri compiacenti (dietro lauta ricompensa), abbiamo svelato il mistero, per la gioia della signora Mariuccia, amica e comare della più nota casalinga di Voghera.  Semplicemente Pesc è  l’acronimo di …”Politica estera e sicurezza comune“. Ma allora non facevano prima (e meglio) a chiamarla “responsabile della politica estera“, in maniera più chiara e comprensibile anche alla signora Mariuccia? No, perché i nostri criptici addetti al mondo dell’informazione hanno il vezzo di usare sigle, acronimi, abbreviazioni, che saranno anche chiarissimi a chi scrive, ma non sempre lo sono a chi legge.

In effetti, sotto sotto, c’è anche una buona dose di narcisismo  e di spirito elitario e snob che li fa sentire superiori al volgo ignorante e li porta ad usare un linguaggio spesso astruso ed una terminologia ricercata, da specialisti. Così facendo, si sentono in qualche misura superiori ai lettori che  immaginano pieni di ammirazione per la cultura enciclopedica del giornalista, dello scrittore o dell’intellettuale di turno. Sembra che il loro scopo nello scrivere non sia quello di informare il lettore, ma sia piuttosto quello di sorprenderlo con citazioni colte, parole ricercate o desuete, termini scientifici, con lo scopo di dimostrare le proprie vaste conoscenze, profonda cultura e competenza specifica, anche quando è solo apparente.

Indro Montanelli citava spesso un aneddoto degli inizi della sua carriera, quando lavorava negli Stati Uniti. Ricorda che il suo direttore, invitandolo ad usare un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile a tutti i lettori, usava dirgli (cito a memoria): “Scrivi in modo che ti capisca il lattaio dell’Ohio“. Noi che non siamo dell’Ohio, ai nostri cronisti (che non sono Montanelli), per usare un’espressione popolare, potremmo dire “Ma parla come mangi…”.

Sacconi e il voto plurimo

Il senatore Sacconi è presidente della Commissione lavoro del Senato. Si presume che si occupi di problemi del lavoro, di precari, disoccupati, cassintegrati, aziende in crisi e dei gravissimi problemi che il mondo del lavoro attraversa in questo momento di crisi profonda. Ieri il senatore ha lasciato un messaggio su Facebook e sul suo blog personale.

Anche i senatori, che sembrano persone serie,  usano Facebook, come le adolescenti che si scambiano messaggini o mostrano le proprie foto erotiche. Oggi se non usi i social network ed hai il tuo profilo su Facebook e puoi contare qualche migliaio di amici non sei nessuno. Ormai anche comunicati seri e personali o di interesse collettivo, vengono inviati tramite Facebook o Twitter. Perfino il Papa usa Twitter. Se Dio scendesse di nuovo sulla Terra per dettare la sua biografia e le “istruzioni per l’uso” ad un nuovo Mosè oggi dovrebbe usare Twitter e limitarsi a 130 caratteri. E quando finirebbe di dettare la Bibbia? Mai, tempi bliblici…

Bene, torniamo al nostro senatore con uso di Facebook. Cosa avrà di così importante ed urgente da comunicare? Magari ha scoperto, finalmente, una soluzione geniale per superare la crisi e creare nuovi posti di lavoro. Beh, sarebbe normale, visto che quello è il suo impegno come presidente della Commissione. Invece no. Ecco cosa scrive:

La dimensione pubblica, nel nome del diritto naturale e della Carta Costituzionale, sostiene solo – ed anzi deve sostenere di più – la famiglia  composta da un uomo e da una donna uniti in matrimonio ed orientata alla procreazione. Ogni altra relazione affettiva merita considerazione dal punto di vista dei diritti individuali codificati nella dimensione privatistica. E tale deve essere la rilevanza pubblica della famiglia naturale in relazione ai figli che si può cominciare a considerare l’ipotesi del voto plurimo dei genitori in proporzione ai figli minorenni affinché la rappresentanza democratica tenga in dovuto conto l’Italia di oggi e, ancor più, quella di domani.”.

I politici hanno, notoriamente, una strana propensione a complicare le cose e ad esprimersi in maniera fumosa. Spesso non hanno niente da dire, ma lo dicono così bene ed in maniera così convincente che il popolo li ascolta quasi in estasi davanti a tanta bravura ed eleganza dialettica. E’ il classico linguaggio “politichese“. Uno splendido esempio di politichese DOC è quello offerto dalle dichiarazioni quotidiane di Matteo Renzi, quello che vuole rottamare il PD, cambiare l’Italia e il mondo. Parla, parla, parla, ma al di là delle parole, dei buoni propositi, delle vaghe e confuse idee, di concreto, pratico e tangibile zero.

L’unica cosa che si capisce chiaramente di questa specie di Gian Burrasca della sinistra è la sua volontà di potere; diventare segretario del PD e poi Presidente del Consiglio. Renzi, la Leopolda e tutti i leopoldini con i “cento tavoli” sono solo una grande kermesse mediatica per  illudere i compagni  ingenui con la promessa di grandi cambiamenti e rafforzare la visibilità e la credibilità del nostro rottamatore con aspirazioni da leader.

Qualcuno si ricorda di un’altra genialata mediatica del PD, la “Fabbrica delle idee“, lanciata da Prodi nel 2005 per dare agli elettori di sinistra l’illusione di partecipare attivamente al “gioco” della politica? Qualcuno si ricorda che fine ha fatto quella “Fabbrica“? Qualcuno si ricorda una, dico anche solo una, idea nata da quella fabbrica? E Renzi ha partecipato allora a fabbricare idee? Non c’era? Dormiva? Ha un vuoto di memoria? Strano che non ricordi; la sua Leopolda è esattamente una copia della “Fabbrica” di Prodi. Ha semplicemente cambiato “Location e casting”.

Ora per tornare al nostro senatore, chiariamo che il suo messaggio non è poi, onestamente, nemmeno tanto astruso; c’è di peggio, molto peggio. Poteva essere più chiaro, certo. E poi quello che mi ha colpito è quel “Voto plurimo” proporzionato al numero di figli, che ritengo possa lasciare un po’ perplessi molti italiani non proprio pratici di politichese. Quindi, letto e riletto il comunicato, che niente ha a che fare con il “Lavoro” di cui dovrebbe occuparsi il senatore, bisognerebbe chiedere ad un cittadino medio con cultura media e capacità intellettuale media, di ripetere con parole sue il concetto espresso nel messaggio. Così, giusto per curiosità e…per vedere l’effetto che fa.

Teniamo presente che da una ricerca fatta  qualche tempo fa risultava che un terzo della popolazione scolastica aveva difficoltà a capire il significato di un testo scritto. Ma se escludiamo dalla statistica gli studenti, dalle medie all’università, che hanno o dovrebbero avere più dimestichezza con la lettura e la comprensione del testo, il risultato sarebbe devastante, perché quel “terzo” forse sfiorerebbe i “Due terzi” della popolazione non scolastica (Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano). Figuriamoci poi se il testo è scritto da un politico!

Allora, cosa significa il messaggio di Sacconi? A chi si rivolge? Ai cittadini in genere, al fantomatico “italiano medio“,  oppure ai suoi colleghi del Senato o  della Commissione lavoro, esperti in politichese? Ma, soprattutto,  sarebbe interessante chiedere alla signora Adelina, una poco nota cugina della cognata della più famosa casalinga di Voghera: “Signora Adelina, cos’è il “Voto plurimo“?”.

Letta e la bocca extra large

Summit romano fra Italia, Francia, Spagna e Germania. Da una riunione così ci si aspetta che si trovino soluzioni concrete per affrontare la crisi che diventa sempre più drammatica. Bene, allora vediamo cosa è successo partendo da una premessa, una dichiarazione del premier italiano Enrico Letta, fatta proprio in apertura dei lavori. Dice Letta che da questo summit bisogna uscire con “fatti concreti, non parole“. Chissà quanto ha dovuto spremersi le meningi per arrivare a questa geniale e sconvolgente riflessione. In verità, però, bisogna dire che il concetto non è proprio originale. Lo ha  ripreso da un simpatico comico di Zelig, Paolo Cevoli, il bizzarro “Palmiro Gangini, assessore alle varie ed eventuali” del Comune di Roncofritto, il quale con forte accento romagnolo, gridava “Fatti, non pugnette”. Ecco, il concetto è quello.

Bravo Letta, esattamente quello che continuo a ripetere fino alla noia; tutto quello che ha prodotto la politica, fino ad oggi, è solo una montagna di parole vuote, inutili, generiche, discorsi inconcludenti e zero proposte concrete. Ma se Letta fa questa premessa “fatti concreti, non parole“, sarà la volta buona che  cominciano a fare le persone serie? Vediamo una serie di dichiarazioni (riportate dalla stampa.) fatte ieri dal nostro premier in formato esportazione.

– “Non abbiamo più tempo, bisogna agire subito“, dice in apertura dei lavori, facendo notare che la presenza contemporanea allo stesso tavolo di ministri del lavoro e dell’economia è “la chiave” per la lotta alla disoccupazione. “Agire subito“, certo, ma…per fare cosa? Letta, è solo una domandina facile facile…per fare cosa?

– Dal prossimo vertice di Bruxelles l’Italia si aspetta “misure concrete” di contrasto alla disoccupazione giovanile e “non solo parole, ma fatti“. “L’eccesso di parole è stato uno dei problemi della Ue”, ha ribadito intervenendo alla Conferenza dei prefetti. Visto che batte su questa necessità di passare dalle parole ai fatti, sembrerebbe che ne sia davvero convinto. Dimentica, però, che anche l’Italia fa parte dell’Europa. Chiedere più concretezza all’UE, come se l’Italia ne fosse fuori, è  solo un goffo tentativo di scaricare sull’Europa, come entità astratta, precise responsabilità che sono, invece, di ogni Stato dell’Unione, compresa l’Italia. Letta, perché le “proposte concrete” non le fa lei?

– “Dobbiamo rilanciare nel nostro Paese l’orgoglio del servizio pubblico, che in Italia è stato calpestato negli anni e nei decenni scorsi dall’idea che ciò che è pubblico è di per sé inefficiente. Il servizio pubblico è interesse generale“, dice ancora Letta e precisa “…è una missione che mi carico sulle spalle, insieme al vice premier e agli altri ministri, e che affido a voi Prefetti: cercate di rendere sempre più forte questo orgoglio del nostro Stato, della nostra comunità, delle nostre istituzioni, perché funzionano“.

Servizio pubblico inefficiente“? Caro Letta, sa qual è il più “inefficiente” dei “Servizi pubblici“? E’ la politica. Già, anche la politica è un servizio pubblico. Anzi è il primo ed il più importante “servizio pubblico“, perché da esso dipendono tutti gli altri. E’ sempre la politica che dovrebbe risolvere i tantissimi e gravi problemi dell’Italia. Invece si limita ad elencarli, come se fare l’elenco delle disgrazie sia una prova di serietà e di capacità di intervenire. Ma, come diceva Ronald Reagan “Lo Stato non risolve i problemi. Lo Stato è il problema“.

– Sul tema delle riforme dice che “quando il nostro Stato non è all’altezza delle aspettative, si moltiplicano i costi e i problemi“. E si pone un obiettivo preciso, questo: “Istituzioni che rispondano nei tempi e nei modi giusto, con sobrietà e austerità ma con efficienza: termini che si possono coniugare. E poi bisogna reinterpretare la parola semplicità: non arzigogolare modalità complesse per rispondere ai cittadini“.

Ricordando che in premessa aveva auspicato “fatti concreti, non parole“, vi sembra di poter onestamente individuare in queste dichiarazioni riportate almeno una, dico una sola, proposta concreta? Vi sembra di aver sentito finora, nelle varie dichiarazioni quotidiane una qualche proposta reale, concreta e fattibile? Zero, solo parole vuote, dichiarazioni generiche di buone intenzioni e zero proposte. Esattamente quello che continuo a denunciare da tempo.  Anche questo governo di larghe intese è del tutto simile a quelli precedenti, almeno nella totale assenza di idee e di iniziative pratiche.

Quest’uomo è una contraddizione in termini. Mentre dice che bisogna essere concreti, invitando alla semplicità ed evitando di “arzigogolare modalità complesse“, da mesi non fa altro che tergiversare, non assumere provvedimenti, portare i ministri in ritiro spirituale in una vecchia abbazia, come scolaretti alla gita annuale, prendere tempo nominando Commissioni di saggi, prendere come modello per la rinascita dell’Italia  il pesciolino Nemo  e rilasciare ogni giorno delle dichiarazioni che sono esattamente il contrario di quanto ha affermato ieri. Contraddice se stesso. E’ un paradosso vivente. Il vecchio Epimenide ed il suo celebre paradosso del mentitore gli fanno un baffo. Forse c’è una qualche interferenza nel passaggio tra la formulazione mentale dei pensieri e l’espressione verbale degli stessi e quello che esce dalla bocca è qualcosa di diverso da quello che nasce nel cervello. Magari c’è solo un fusibile bruciato. Dovrebbe darsi una controllatina, oggi con l’altissima tecnologia moderna si aggiusta quasi tutto.

Oppure c’è un’altra spiegazione. Avete visto la bocca di Letta? L’unica cosa larga di questo governo delle  larghe intese è la bocca del premier; una bocca di formato extra large. Ha una bocca che sembrano due. Una bocca larga come le Bocche di Bonifacio. Una bocca così ce l’hanno in pochi: lui, Daniela Santanchè e Lilly Gruber. Forse è questa la causa delle contraddizioni. Avendo una bocca troppo larga le parole escono troppo facilmente, in ordine sparso, a caso, senza un ordine logico. E ride. Gli italiani si suicidano per la disperazione e lui ride. Dice che bisogna attuare “Fatti concreti, non parole“, ma fatti concreti zero e parole a vagonate. E  ride. Gli italiani piangono e lui ride.

Ecco perché Letta continua a sparare le solite cavolate in politichese, senza alcun senso razionale, logico e pratico. Ecco perché può permettersi di esordire con un perentorio “fatti concreti, non parole“, e poi lanciarsi, senza paracadute e senza ritegno, in una serie di spericolate dichiarazioni generiche e parole al vento senza accennare, nemmeno per sbaglio, ad una sola proposta concreta. Ma essendo un politico di lungo corso, sproloquiare a vuoto è del tutto normale. E’ come Virna Lisi di un vecchio Carosello: “Con quella bocca può dire ciò che vuole”.

La bocca è fondamentale per comunicare correttamente i propri pensieri. Avere una bocca piccola, specie quando si parla molto, può creare problemi; se l’uscita è stretta e le parole sono troppe fanno fatica ad uscire dalla bocca. Un eccesso di verbosità può provocare il classico effetto “collo di bottiglia” e le parole, nel tentativo di guadagnare l’uscita per prime,  inciampano, si ammucchiano, si accalcano, si sovrappongono, si incastrano, si ingarbugliano, si crea un ingorgo ed escono a fatica disordinatamente. Ecco perché per un politico avere una bocca grande è un vantaggio: escono meglio le cazzate.

 

Mani, cervelli e cronisti

Uno dei tanti esempi quotidiani di pezzi scritti con i piedi. Un errore può sempre capitare a tutti, ma quando si scrive sulla stampa o in rete, specie se si è pagati per farlo, bisognerebbe stare più attenti. Un conto è un errore di battuta su un post qualunque, in un blog qualunque, magari buttato giù di fretta e senza controllare eventuali errori, altro è scrivere titoli che finiscono in prima pagina su quotidiani e siti d’informazione. Ecco la perla del giorno, appena vista sulla Home Tiscali; tanto per restare “in casa“.

Sarà anche vero che la mano umana si è evoluta, ma che lo abbia fatto col preciso scopo di essere funzionale al combattimento è una delle tante sciocchezze d’autore che, quasi quotidianamente, ci vengono propinate come “scoperte scientifiche“, frutto dell’assiduo lavoro delle università americane. Quelle prestigiose università finanziate con sovvenzioni pubbliche e private per consentire alle solite braccia rubate all’agricoltura di campare tranquillamente facendo finta di dedicarsi alla “Ricerca” e produrre cavolate pazzesche. Ma questa è un’altra storia. Se avete dei dubbi, leggete l’articolo: “La mano umana si è evoluta per combattere”.

Ma, del resto, perché mai la mano avrebbe avuto una sua evoluzione tutta particolare ai fini del combattimento? E perché solo la mano e non, per esempio, i piedi? Anche i piedi, vedi le arti marziali, sono importantissimi ai fini del combattimento. E perché non la testa? Chiedetelo ai sardi i quali, notoriamente, nella lotta corpo a corpo, usano (o usavano) sferrare delle tremende capocciate in faccia agli avversari. Anche il cranio si è evoluto, indurendosi, per essere usato in combattimento? Suvvia, cari ricercatori, mi permetto di suggerire una mia teoria in proposito. Non garantisco sulla sua attendibilità scientifica, ma è ugualmente verosimile, almeno quanto la vostra. E non sono nemmeno sovvenzionato da qualche università. La mia è ricerca libera, fai da te. Secondo me le mani si sono evolute, sviluppando la loro particolare capacità prensile, per consentire ai maschietti di farsi delle seghe mostruose. Seghe mentali, s’intende! Un po’ come le vostre. La differenza è che voi siete pagati profumatamente per farvele. Noi, invece, ce le facciamo gratis.

Ma torniamo all’errore in questione. E’ evidente anche ad un ragazzino delle scuole medie (o meglio, le scuole medie di una volta, perché quelle attuali…sorvoliamo) che già nel titolo c’è un errore macroscopico: “IL  sferrare…”. Sarà il solito errore di battuta, come dicevo in apertura? No, perché se leggete il pezzo vedete che lo stesso errore è ripetuto nell’articolo, alla seconda riga. Una svista passi, due sono troppe e non sono più una svista, sono un errore grossolano. E se, una volta pubblicato, non viene corretto significa che  si scrive con i piedi e si pubblicano pezzi in prima pagina, senza preoccuparsi del risultato. Oppure, il che è anche peggio, non si corregge perché non si nota l’errore; ovvero, si è convinti che sia  la forma giusta. Eppure basta solo far attenzione nel leggere “Il sferrare” e ci si accorge che …suona male!

Ammesso e non concesso (anzi, non lo concediamo proprio) che la mano si sia evoluta per combattere, è  anche vero che il cervello si è evoluto per pensare, per creare un linguaggio e per imparare che non si scrive “Il sferrare“, ma “Lo sferrare“.

Attenti, cari cronisti, attenti a quello che scrivete, perché chi legge può pensare che quella sia la forma corretta e, quindi, imitare l’errore. Già, avete una bella responsabilità; forse non ve ne rendete conto, ma è così.  Noi possiamo sbagliare, voi no.

Parole da rottamare.

Come si è fatto con le vecchie automobili, così bisognerebbe fare con le parole. Prendere tutte le vecchie parole ormai inutilizzate, superate, inservibili, versarle ad un centro di raccolta e cambiarle con altre parole nuove e più adeguate ai tempi. Che senso ha tenersi in casa, magari relegate in uno sgabuzzino, delle parole che non usiamo più da anni e che forse non useremo più? Occupano spazio inutilmente. Chi usa più, per esempio, termini come ” poffarbacco, perdindirindina, perdinci…”? Nessuno. Oggi sono stati ampiamente sostituiti da termini più pratici, tipo ” Oh cazzo…” o “Minchia…”, etc… Quindi, se vi ritrovate in casa un “perdindirindina” che ci fate? Tanto vale rottamarlo, no?

E così vecchie parole tipo lealtà, onestà, dovere, riconoscenza, buon senso, rispetto, tanto per citarne alcune, a che servono? A niente. Ormai sono inservibili, non le usa più nessuno. E chissà quante altre parole simili si hanno in casa ormai accantonate in un angolino. Bisognerebbe metterle tutte in un bel sacco, portarle al centro raccolta e farsele cambiare con neologismi di uso quotidiano e, soprattutto, di utilità pratica. O no?

Si può dire "culo"?

Piccola premessa. Tutti sappiamo che in TV bisogna usare un linguaggio non volgare, specie durante la fascia protetta. Tanto è vero che i nostri  conduttori, giornalisti ed opinionisti TV, rispettosissimi di questa regoletta, non pronunciano mai la parola “culo”. Ricorrono a sinonimi, metafore, similitudini, tutto pur di non nominare la parolina proibita. Parlano di sedere, di posteriore, di dietro, di lato B. Tutto, ma non culo!

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