Oche buoniste

L’immigrazione è un business, l’accoglienza una truffa. L’hanno capito tutti, ma siccome in molti ci campano non bisogna dirlo, si toccano troppi interessi. Hanno scoperto perfino che certe Ong vanno oltre i loro compiti e, in pratica, sarebbero d’accordo con gli scafisti. Oltre all’inchiesta del procuratore Zuccaro di Catania (quella che ha fatto scalpore e suscitato polemiche) sono in corso diverse inchieste della magistratura per accertare connivenze fra chi gestisce il traffico di migranti, Ong e mafia. Sinceramente qualche dubbio lo abbiamo sempre avuto che questa operazione di taxi di mare Libia-Italia, non fosse proprio dettata solo da spirito umanitario.

Lo sanno tutti che è un business sul quale speculano in tanti. Lo disse chiaro Buzzi, il patron delle Coop implicato nell’inchiesta “Mafia Capitale”: “Si guadagna più con i rom e gli immigrati che con la droga“, disse. Eppure, nonostante sia chiaro a tutti, si continua a sminuire l’aspetto truffaldino dell’accoglienza mascherata da operazione umanitaria. Si continuano a raccontare balle colossali per giustificare l’invasione e, soprattutto, guai a tirare in ballo le Ong, perché il settore del volontariato, dell’associazionismo umanitario, del terzomondismo, è un tabù intoccabile, come la Croce rossa o la Caritas.

Il fatto è che, secondo il pensiero unico politicamente corretto imposto dai media, questi organismi citati sono i “Buoni”; quelli che sollevano dubbi sulla loro bontà sono “Cattivi”.  Ecco perché il solo sospetto che le Ong che fanno servizio taxi andando a recuperare i migranti nelle acque libiche, non lo facciano solo per scopi umanitari, ma anche per interesse economico, ha sollevato un polverone. Quello è un argomento che non si deve nemmeno accennare. Le Ong, e tutte le associazioni umanitarie, sono “Buone” per definizione. Anche se non è propriamente così; ed anzi, molte riserve si possono avanzare sulla attività di organizzazioni che nascono, crescono, si mantengono ed operano con bilanci di milioni di dollari.

Ho citato spesso un libro che chiarisce molti punti oscuri di questo settore, con nomi, numeri e fatti circostanziati, che riguardano migliaia di Ong, Onlus, e organismi vari: “L’industria della carità”, di Valentina Furlanetto. Bisognerebbe leggerlo, se si vuole avere un’idea di cosa si nasconde dietro la facciata buonista delle varie iniziative a favore del terzo mondo. Ecco cosa scrive l’autrice nell’introduzione: “Perché anch’io, che avevo un ben radicato pregiudizio positivo, alla fine mi sono chiesta: che cosa differenzia il Non profit dal profit, una Ong o una Onlus da un’azienda o un’attività commerciale? Ormai molto poco.”.

Eppure, sospettare che esista un qualche motivo di carattere più economico che umanitario che anima certe ong è quasi una bestemmia, un sacrilegio. Tanto che nessuno si permette di mettere in dubbio che andare ad imbarcare i migranti fin nelle acque libiche e portarli in Italia, ospitarli e pagarne le spese di soggiorno sia proprio un nostro preciso dovere. In pratica stiamo favorendo l’invasione afroasiatica  e lo facciamo anche a spese nostre. Il massimo dell’incoscienza e dell’autolesionismo. Ma il pensiero politicamente corretto è ormai così penetrato nei media che nessuno osa contraddirlo. E chi lo fa viene iscritto subito nella categoria dei “Cattivi”, xenofobi, razzisti, fascisti e populisti. Così, quelli che dovrebbero rappresentare i cittadini, difenderli, metterli in guardia contro il pericolo dell’invasione (politici, media, intellettuali) sono proprio quelli che ogni giorno, su stampa, TV e web, sbraitano e ci impongono il verbo terzomondista, l’inevitabilità del meticciato e  preparano la società multietnica e multiculturale (e su questo progetto ricavano lauti guadagni). Mi ricorda un  vecchio post del 2009.

 “Le oche buoniste” (2009)

oche buoniste

Narra la leggenda che Roma fu salvata dalle oche. Intorno al 400 A.C. le orde barbariche dei Galli, guidati da Brenno, invasero l’Italia, arrivando alle porte di Roma e cinsero d’assedio la città.  I pochi romani rimasti, insieme ad un piccolo esercito, si asserragliarono sul colle capitolino. Si dice che durante la notte i Galli tentarono di entrare in Campidoglio, ma le oche, avvertita la loro presenza, fecero grande strepito e, starnazzando, svegliarono le guardie che poterono così respingere gli invasori. Altri tempi. Ed altre oche!

Oggi assistiamo ad una vera e propria invasione. Già, perché se vogliamo capirci, bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome. Ora, finché si tratta di accogliere pochi esuli perseguitati per motivi politici o religiosi, passi. Che si voglia accogliere anche qualche centinaio o migliaio di persone che scappano dai loro paesi e che cercano lavoro, passi pure. Ma se si tratta di un flusso continuo, ininterrotto, senza controllo, di milioni di persone che arrivano in Italia, senza arte, né parte, e finiscono necessariamente per accrescere la delinquenza comune e la malavita organizzata, allora non si tratta più di accoglienza: questa è una vera e propria “invasione“.

Allora, memori delle antiche leggende, si potrebbe pensare che anche oggi qualcuno ci avverta del pericolo. Magari delle oche moderne che, starnazzando sui media, ci mettano in guardia e ci consentano di respingere gli invasori. Invece no. Stranamente le oche moderne fanno a gara nel rassicurarci, nel convincerci che, in fondo, sono un bene, che non c’è nessun pericolo. Anzi, sono per noi una ricchezza e dobbiamo diventare una società multietnica e multiculturale, perché…perché lo dicono loro. Insomma, le oche moderne non solo non starnazzano per avvertirci del pericolo, ma ci tengono buoni e, nottetempo, aprono le porte della città agli invasori. Sono diventate oche buoniste.

oche campidoglio

Che tempi, signora mia, non ci sono più le oche di una volta!

Bombe strabiche

Oddio, ci siamo persi 36 missili. Non si sa dove siano andati a finire. Se qualcuno li ritrovasse è pregato di avvisare la Casa Bianca; l’indirizzo lo trovate su Google (lì c’è tutto). La notizia di questi giorni è che Donald Trump ha deciso di punire la Siria per l’uso di bombe chimiche. Così dalle navi che stazionano nel Mediterraneo sono stati lanciati 59 missili Tomahawk sull’aeroporto dal quale si dice siano partiti gli aerei che hanno usato quelle le bombe. Ma diverse fonti ufficiali, siriane, russe e pure USA, dicono che di quei missili solo 23 sono arrivati a segno (“Solo 23 missili USA a bersaglio“). E gli altri 36? Mistero, hanno sbagliato strada e si sono persi.  Così, dopo le bombe intelligenti, abbiamo i missili cretini.

Ora, la cosa buffa è che proprio la mattina dopo l’attacco, si poteva leggere sui quotidiani che i missili Tomahawk sono micidiali, perché oltre alla lunga gittata (2.500 Km.), possono essere controllati e guidati tramite radar e sistemi satellitari, garantendo una precisione massima sull’obiettivo, con un margine di errore di appena 5 metri. L’altro aspetto curioso è che nell’aeroporto bombardato c’erano solo 6 Mig fermi per riparazioni e manutenzione. Ma allora, visto che gli USA conoscevano benissimo la situazione (dalle rilevazioni satellitari), e vista l’estrema precisione dei missili, perché lanciarne 59? Bastava lanciarne una decina e colpire con precisione gli aerei, uno per uno, la torre di controllo e la stazione radar. Avrebbero anche risparmiato un bel po’ di soldini, visto che ogni missile costa quasi 2 milioni di dollari. Allora, dove sono finiti gli altri 36 missili? Misteri della tecnologia moderna. O erano difettosi, oppure  chi doveva guidarli era strabico.

 

Ma poi, siamo davvero sicuri che quelle bombe chimiche siano state lanciate dalla Siria? Non saranno come le armi chimiche di Saddam che sono servite per giustificare l’invasione dell’Iraq, ma non sono state trovate perché non esistevano? Sull’attendibilità dell’informazione e le bufale spacciate per notizie, specie in materia di operazioni militari, vedi alcuni post sulla Libia, taroccamenti, Hillary Clinton e varie: “Libia e mozzarelle di buffale”.

P.S.

A proposito di bufale o quasi. Piccolo esempio di come si può alterare il senso di una notizia. Non è una vera e propria bufala; è molto peggio, perché inculca subdolamente una mezza verità apparentemente positiva per nascondere l’altra mezza verità scomoda. Dopo annunci di manovrine per recuperare fondi (come ci chiede l’Europa) e smentite categoriche, oggi la notizia è che quei soldi li troveranno, come sempre, aumentando le tasse su benzina e tabacchi. Che fantasia questi governanti! Così saprebbe governare anche lo scemo del villaggio. E dire che ogni volta che appare in TV il nostro ballista toscano, premier ombra, continua a dire che non aumenteranno le tasse. Ma del resto, da uno che scriveva “#enricostaisereno” e dopo un mese gli toglie la poltrona da sotto il culo, ci si può fidare?

Per preparare il terreno l’Ansa, invece che parlare di aumento delle tasse, la butta sulla necessità di risparmiare sulle spese mediche causate dal fumo. Come sono sensibili; si preoccupano della nostra salute. E così a gennaio scorso annunciava il possibile aumento col titolo a lato, quasi come una necessità da accogliere con grande gioia perché ci fa risparmiare miliardi.

Ed ecco, invece, il titolo che oggi si legge sul Corriere on line:

Invece che dire che aumentano le tasse, dice che “aumentano le entrate“. E messa così sembra anche una buona notizia perché lo Stato incassa più denaro da usare per utilità pubblica. E quella è la mezza verità positiva. Ma passa in secondo piano la mezza verità negativa; ovvero il fatto che quelle maggiori entrate le pagano i cittadini, non cadono dal cielo. Potete scommettere che se al governo ci fosse Berlusconi, avrebbero titolato “Aumentano le tasse sul tabacco“. Ma se al governo ci sono gli amici, allora cambia la musica. Il più importante quotidiano nazionale e la maggiore agenzia giornalistica, pur di compiacere il Palazzo, invece che dire chiaramente che aumentano le tasse, l’Ansa dice che risparmiamo sulle spese mediche, ed il Corriere dice che aumentano le entrate dello Stato. Anzi, per evitare perfino di nominare le tasse, le chiama “rimodulazione delle accise“; roba da inserire in sottofondo le classiche risate registrate delle sitcom. Ecco un esempio facile facile di come la stampa manipola una qualunque notizia anche semplicemente nel modo di presentarla. Ma voi credete ancora a quello che scrivono i giornali o passano in televisione? Sveglia gente, sveglia.

 

 

Migranti in mare

Domanda per i più preparati. La foto sotto accompagna l’articolo “Ennesimo naufragio al largo della Libia“, sul quotidiano L’Unione sarda di oggi, versione on line. Il titolo riferisce del naufragio avvenuto al largo della costa libica nel quale sembra che ci siano più di 200 morti. La didascalia della foto, però, che mostra degli africani su un gommone, dice “Migranti nel Canale di Sicilia“.

Posto che, cosa che ripeto da diversi anni, il Canale di Sicilia si trova ad almeno 300 miglia a nord della costa libica, ed è quel tratto di mare che separa l’estrema punta occidentale della Sicilia dalla Tunisia, perché ogni volta che parlano di barconi con migranti, naufragi, o salvataggi, li collocano sempre nel “Canale di Sicilia”, anche quando lo stesso articolo spesso dice chiaramente che sono al largo della Libia e spesso, addirittura “dentro le acque territoriali libiche“? E’ una domanda che pongo spesso nei siti dei quotidiani che permettono ai lettori di inserire commenti. Lo faccio da anni, ma ancora non ho ricevuto risposta. Chissà perché.

Ed ecco la domanda. Vedendo la foto sopra, da cosa si capisce che quel gommone con degli africani a bordo si riferisce a “Migranti nel Canale di Sicilia“? Più che un agitato mar Mediterraneo sembra un tranquillo laghetto. Ma nemmeno il lago Maggiore o un tranquillo laghetto alpino hanno acque così piatte. Per quel che si vede potrebbe essere una comitiva di africani in gita domenicale sul lago Vittoria. Ma allora perché insistono a citare il Canale di Sicilia? Perché citare la Sicilia fa sentire queste tragedie più vicine a noi, quasi in casa nostra, come se il naufragio sia avvenuto sotto il faro di Calamosca o nella spiaggia del Poetto.  E questa vicinanza quindi, stimola la pietà umana per le vittime, sottintende una nostra ipotetica responsabilità sulle tragedie,  ed alimenta il nostro senso di colpa. Così siamo più disposti ad accoglierli e mantenerli a nostre spese: per la gioia delle coop, delle associazioni umanitarie, di albergatori in crisi e di privati che hanno fiutato l’affare accoglienza.

Giusto per la cronaca anche ieri ed avantieri, sulla costa sud occidentale sarda, sono sbarcati una cinquantina di algerini: “Altri sbarchi di migranti nel Sulcis“. I dati ufficiali dicono che fino ad oggi sono almeno 500 gli algerini sbarcati in Sardegna a bordo di piccoli barchini di 5 metri (come quello nella foto a lato con 16 algerini, su uno sbarco di qualche mese fa)  con a bordo da 15 a 20 persone. Un barchino simile con 20 persone non solo non arriverebbe mai dall’Algeria, ma non  attraverserebbe nemmeno il lago Omodeo senza ribaltarsi. La spiegazione più plausibile è che vengano caricati dalle navi in Algeria e poi calati in mare su quei barchini e lasciati in prossimità della costa sarda.  Si dice che dobbiamo accogliere i migranti perché scappano dalla guerra. Vi risulta che in Algeria sia scoppiata una guerra?

Vedi

Migranti e costi

Varia umanità

Scusi, dov’è la guerra?

Misteri d’Egitto

La morte di Giulio Regeni continua ad essere in primo piano su stampa, televisione, internet. Sono due mesi che il caso è sempre all’attenzione dei media. Si sono mosse le diplomazie di Italia, Egitto ed USA (gli americani c’entrano sempre, chissà perché), i servizi segreti, la magistratura.  Se ne sono occupati il premier Matteo Renzi, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni e perfino il presidente Mattarella; oltre, naturalmente, al solito contorno di  opinionisti, fiaccolate, bandiere, cartelli, associazioni, da Amnesty international ad Articolo 21; tutti chiedono a gran voce di conoscere la verità sulla morte del ragazzo. Come se non bastasse, ieri i genitori hanno tenuto  una conferenza stampa al Senato (Video). Presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani, il quale ha  accusato l’Egitto di rispondere solo con menzogne e oscenità ed ha chiesto che, in assenza di risposte da parte dell’Egitto, il governo richiami l’ambasciatore. 

Dicono che il ragazzo si trovasse in Egitto come “ricercatore”. Già, oggi ci sono in giro più ricercatori che idraulici; è l’evoluzione, il progresso. Nessuno fa più mestieri normali. Fare il ricercatore è una delle occupazioni più ambite dai giovani. Meglio se si va a ricercare all’estero; pare che in località esotiche la ricerca venga molto meglio. Cosa ricerchino, poi, è del tutto secondario. In molti casi vanno a ricercare la maniera di cacciarsi nei guai. E molto spesso ci riescono. La cosa curiosa, però, è che per questo ragazzo ammazzato in Egitto si muovono governanti, diplomazie, associazioni. Ho la sensazione che finisca come il caso Giuliani; magari gli dedicano una sala della Camera o del senato e qualche familiare finisce in Parlamento. Allora viene spontaneo chiedersi perché in altri casi non c’è questa attenzione mediatica ed istituzionale. Di recente la cronaca ha riferito di altri due tecnici italiani ammazzati in Libia, Fausto Piano e Salvatore Failla (Uccisi due italiani). E di altri due italiani, Claudio e Massimiliano Chiarelli,  ammazzati nello Zimbabwe (Safari e lavapiedi). Ma nessuno ne parla; argomento chiuso. Regeni vale da solo più degli altri quattro morti? E perché? Ci sono morti di prima scelta, di seconda, e morti di scarto? Perché una volta per tutte non ci spiegano la diversità di trattamento riservata ai morti.

Perché solo su Giulio Regeni tutto questo clamore mediatico? Se lo chiede anche Peter Gomez, il direttore del Fatto quotidiano.it, uno che non può essere accusato di essere prevenuto o di essere schierato  per qualche ragione. Eppure in un articolo molto chiaro, dice che sarebbe ora di smetterla di chiedere di conoscere una verità che non conosciamo e non conosceremo mai; anche perché troppi interessi economici ci legano all’Egitto e non possiamo permetterci di mettere a rischio accordi fondamentali per la nostra economia e per le nostre aziende (Giulio Regeni, una verità che l’Italia non può permettersi).

Ma i nostri tenaci esponenti del governo non demordono. Anzi, anche a seguito della precisa richiesta dei genitori di Giulio e di Luigi Manconi, rinnovano l’impegno a fare di tutto per scoprire la verità. E se non riceveranno risposte adeguate arrivano anche a minacciare chissà quali rappresaglie. Lo dice oggi il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, uno molto sveglio che si fa notare per la grinta, il piglio deciso, l’intraprendenza. Quando lo si vede in TV, con l’aria costantemente assonnata, si ha un dubbio:  non è chiaro se è appena caduto dal letto e quindi non è ancora molto sveglio, oppure se è in piedi da tre giorni e quindi casca dal sonno. Il fatto è che dorme in piedi, come i cavalli. Ecco, questo ministro oggi chiede con forza all’Egitto di conoscere la verità: altrimenti, dice, “siamo pronti a trarre le conseguenze“. Brrr, che paura. Immagino che dopo queste dichiarazioni, gli egiziani se la stiano facendo sotto; con un tizio come Gentiloni, se si incazza, c’è da aver paura. No? Che vorrà dire? Dichiariamo guerra all’Egitto? Mandiamo una squadra di guastatori e nottetempo gli smontiamo le piramidi e gliele lasciamo sparse per Giza?  Mah, misteri d’Egitto.

Non tutti i morti sono uguali. Vedi…

Funerali di Stato (2015)

Quanto vale la vita umana? (2004)

Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

Hiroshima mon amour (2007)

Morti che non fanno notizia (2008)

Morti bianche e “quasi morti” (2008)

Funerale show (2009)

Orrore siberiano e dintorni (2015)

 

Oh, la Clinton

Tutti matti per Hillary Clinton. I nostri media sono tutti schierati con lei. Così come fecero a suo tempo con Obama. Ormai in USA abbiamo i presidenti per dinastia. Dopo i Kennedy, un’intera famiglia ai più alti vertici del potere; non arrivò il secondo presidente solo perché il legittimo aspirante lo ammazzarono prima. Poi fu presidente Bush padre al quale seguì George Bush figlio. Visto che non c’è due senza tre, ci ha provato anche Busch nipote, candidandosi alle primarie del partito repubblicano. Gli è andata male, ma è ancora giovane, magari ci riprova alla prossima.

Venne poi il presidente Bill Clinton e, una volta chiuso il mandato, ecco la mogliettina Hillary candidarsi per prenderne il posto, visto che ormai era pratica della Casa Bianca e delle sue usanze. La prima volta le è andata buca, sconfitta alle primarie da Obama. Ma lei, tenace, battagliera e ambiziosa, non demorde. Si ricandida, dunque, e pare che questa volta abbia molte possibilità di diventare la prima donna presidente degli USA. La vediamo nella foto, durante un comizio elettorale, avendo alle spalle proprio il marito Bill e la figlia Chelsea. Così, come già avvenuto con i Bush, avremo due presidenti nella stessa famiglia. E poi a chi toccherà, alla figlia Chelsea o al nipotino? Oppure gli USA in questa foga di rinnovamento e rottura con gli stereotipi del passato, dopo un presidente nero, un presidente donna, avranno un presidente nero, trans e musulmano?

Ma cosa avranno di così particolare questi personaggi per poter contare due presidenti nella stessa casa, quella Bianca, ovvio. Sarà una questione genetica, o di particolari capacità professionali? Sarà un semplice coincidenza, un caso? Ecccheccasooo…direbbe Greggio. Ma lasciamo perdere questi misteri democratici. Nell’euforia clintoniana della nostra stampa, dimenticano che Hillary, in qualità di segretario di Stato,  è stata implicata in diversi fatti non proprio chiarissimi della politica estera USA degli ultimi anni. Per cominciare non è estranea neppure all’esplosione della cosiddetta “Primavera araba” che ha sconvolto gli equilibri politico/economici di Egitto, Tunisia e Libia e Siria dove ancora si combatte. Molte testimonianze sembrano confermare un intervento diretto della diplomazia e dei servizi segreti Usa nella preparazione ed organizzazione delle prime manifestazioni popolari che portarono agli sconti ed alla successiva destituzione dei capi egiziani, tunisini e libici, Gheddafi in testa. Tutti sconvolgimenti gravissimi di cui l’Italia sta pagando per prima ed in maniera più grave le conseguenze in termini economici e di immigrazione incontrollata dalla Libia.

In questo scenario non proprio gratificante per un presidente USA Obama insignito del premio Nobel per la pace (concesso sulla fiducia e come acconto sui futuri miglioramenti), quale è stato il ruolo di Hillary Clinton? Ce lo ricorda un bel pezzo di Matteo Carnieletto sul blog “Gli occhi della guerra” che riprende alcuni articoli comparsi di recente su New York Times e Washington post. Eccolo.

Il lato oscuro della Clinton

Da qualche settimana, Washington Post New York Times stanno raccontando, con dovizia di particolari, le “imprese” libiche della candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton. Ci sarebbe lei, infatti, dietro l’intervento in Libia del 2011. La notte del 14 marzo del 2011 non è una notte come tutte le altre. La Clinton è a Parigi. Tutto ormai è buio e l’aereo con a bordo Mahmoud Jibril, uno dei principali leader della rivolta libica, sembra non voler arrivare. È un incontro importante non solo per la storia americana, ma anche per quella mondiale. Una nuova guerra è alle porte. Jibril comprende che per convincere Obama a portare la guerra in Libia è necessario convincere la Clinton. Riuscirà nel suo intento e farà sprofondare la Libia nel caos, come nota anche il New York Times: “Oggi la Libia pone una minaccia sproporzionata alla sicurezza della regione, tanto da domandarsi se l’intervento, anziché scongiurare una catastrofe umanitaria, non abbia semplicemente contribuito a crearne una di diversa natura. Il saccheggio, durante l’intervento, dei vasti arsenali di armi del colonnello ha alimentato la guerra civile siriana, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai, e destabilizzato il Mali. Un crescente traffico di esseri umani ha indotto 250mila rifugiati a spingersi verso Nord e attraversare il Mediterraneo, e centinaia sono morti annegati”. A ciò deve essere aggiunto anche il dilagare dello Stato islamico in Libia.

Passa un mese e la Clinton e Jibril si incontrano nuovamente. Questa volta a Roma. Un incontro lunghissimo: oltre un’ora. Jibril spinge per l’intervento e dipinge un futuro radioso per la Libia: elezioni, libertà di stampa e di pensiero. La Clinton ne è entusiasta. Mai profezia fu più sbagliata. Il volto nuovo della Libia è tumefatto da mille ferite, proprio come quello del colonnello Gheddafi, brutalmente ucciso nell’ottobre del 2011. L’ira dei ribelli è tutta rivolta contro di lui: calci, pugni e botte. “Venimmo, vedemmo ed è morto”, queste le parole – secondo il New York Times, pronunciate dalla Clinton, che subito organizzò la sua marcia trionfale in Libia.

Ma nel curriculum della Clinton non c’è solamente la Libia. C’è anche l’Ucraina, come spiega bene Diana Johnstone in Hillary Clinton regina del Caos (Zambon Editore). Non tanto (o, meglio, non solo) nell’organizzazione delle proteste, quanto nel diffondere sentimenti anti-russi. Subito dopo la tragedia del volo 17 della Malaysian Airlines, Kiev accusa i filorussi di aver commesso il fatto. Non ci sono prove però. Né a favore né contro i russi. Ma subito la Clinton, come scrive la Johnstone, fornisce agli europei la linea da seguire: “Se vi sono prove che collegano la Russia a questo evento, ciò dovrebbe indurre gli europei a fare molto di più, su tre fronti. Primo, inasprire le loro sanzioni. Rendere molto chiaro che c’è un prezzo da pagare. Secondo, (…) trovare alternative a Gazprom. E terzo, fare di più, di concerto con noi, per aiutare gli ucraini”. Questo incidente viene usato come casus belli. Si rischia un conflitto mondiale.

Il 4 dicembre 2014, scrive la Johnstone nel suo libro, “la camera dei rappresentanti degli Stati Uniti approvò una risoluzione che condannava la Russia per un’immaginaria ‘aggressione armata contro alleati e partner degli Stati Uniti’ (…). Il testo fu approvato senza alcun dibattito da una maggioranza di ben 411 rappresentanti apparentemente indifferenti, che stavano lasciando l’aula in quel momento; solo dieci votarono contro. Con questa risoluzione si potrebbe giustificare una guerra contro la Russia di Vladimir Putin e, come scrive la Johnstone, “questa leggerezza dimostra che il problema rappresentato da Hillary Rodham Clinton va ben al di là di lei come individuo, e rivela la crisi profonda del sistema politico americano”. (Matteo Carnieletto)

Che dire, C’è da essere poco tranquilli sul nostro futuro, se siamo in mano a questa gente. Ma non c’erano dubbi che dietro l’esplosione della protesta usata come pretesto per le rivolte in Egitto e Tunisia e per l’attacco alla Libia, ci fossero Obama, Cameron e Sarkozy; una destabilizzazione dell’intera area che era funzionale agli interessi economici e politici nella zona di Inghilterra, Francia e USA. Lo confermavano già allora notizie sull’uso spregiudicato di false notizie attraverso i media (in particolare il canale televisivo Al Jazeera, TV del Qatar) che servirono a giustificare l’intervento rapido contro Gheddafi. Non abbiamo bisogno di rivelazioni tardive, era già tutto chiaro fin da allora.

Ecco cosa scrivevo a marzo 2011, a pochi giorni dai primi bombardamenti: “Libia e mozzarella

E ancora:

Mr. Obama e la Siria

Guerra mediatica

Libia e bufale

Libia, ribelli e banane

La faccia come il culo

Missione umanitaria

Bombe intelligenti

Lo scemo della Nato

 

Italia: azienda recupero relitti

Azienda Italia: specializzata in trasporto e accoglienza migranti, salvataggio naufraghi, recupero relitti di  navi e barconi (anche affondati), cadaveri compresi. Servizio completamente gratuito, spese a carico dei contribuenti italiani.

Come preannunciato tempo fa dal fanfarone toscano di Palazzo Chigi, è stata avviata l’operazione “Umanitaria” del recupero del barcone affondato il 18 aprile a circa 60 miglia dalla Libia (“Ecatombe nel Mediterraneo: 700 morti“).

Come già detto in passato, il “Canale di Sicilia“, che continuano a citare ogni volta che si riferisce di operazioni di salvataggio o di naufragi di migranti, non è a 60 miglia dalla costa Libica, ma ad oltre 200 miglia a nord, esattamente il tratto di mare che separa la costa della Tunisia dalla parte più occidentale della Sicilia. Ma i media continuano a citarlo così, erroneamente, perché così queste tragedie le sentiamo come avvenute in Sicilia, in casa nostra, il che fa nascere ed alimenta il nostro senso di colpa.

Questa operazione di recupero del relitto affondato è stata voluta da Renzi per dimostrare il grande spirito umanitario dell’Italia e per accrescere agli occhi del mondo l’immagine di un premier decisionista e disposto a tutto per sostenere la causa buonista, accoglientista e terzomondista, tanto cara alla sinistra europea, ed italiana in particolare, al Vaticano, alla Caritas, alle Coop rosse e bianche, alla Boldrini, agli albergatori in crisi che con i migranti riempiono le stanze e tutti coloro che sfruttano il lucroso business dell’immigrazione.

Non basta andare a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia. Non basta accoglierli e sistemarli in hotel. Non basta pagare le spese di vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, sigarette, ricariche telefoniche, televisione con parabola, piscina, intrattenimento, corsi di lingua, cultura, informatica, paghetta settimanale,  connessione internet, consulenza legale e sindacale e assistenza da parte di “mediatori culturali” a libro paga delle stesse associazioni che sui migranti campano da anni. Non basta. Per farci belli agli occhi del mondo, della Boldrini, del Papa, dell’UNHCR, dell’UNAR e delle anime belle del pianeta, andiamo perfino a recuperare i relitti in fondo al mare carichi di cadaveri di disperati provenienti dall’Africa, in acque internazionali lontanissime dalle nostre acque territoriali, senza che nessuno ce lo abbia chiesto, senza che nessuno ci obblighi a farlo, senza che ce lo suggerisca una qualche norma internazionale, una postilla della Costituzione o una clausola di accordi europei o dell’ONU.

Niente e nessuno ci obbliga a farlo, ma Renzi dice che dobbiamo farlo per mostrare all’Europa la gravità del problema. E lo facciamo volentieri ed a spese nostre. a spese dei cittadini italiani vessati da tasse insopportabili, in piena crisi economica, con milioni di italiani in stato di povertà, milioni di disoccupati, pensionati che raccolgono scarti ai mercati o mangiano alla Caritas. Ma noi abbiamo 20 milioni di euro da spendere per andare a recuperare i corpi di migranti annegati vicino alla Libia.  Tutto per la bella faccia del nostro premier umanitario.

Ma non bisogna dare troppa evidenza alla notizia, meglio che passi sotto silenzio; anzi meno se ne parla e meglio è. Ed ecco, infatti, come l’ANSA ieri dava la notizia: “ROMA – Su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono iniziate nello Stretto di Sicilia le operazioni di recupero dei corpi dal peschereccio inabissatosi il 18 aprile 2015 con circa 700 persone a bordo. Lo rende noto la Marina Militare.”. Tutto qui, tre righe . Più che una notizia sembra un conciso telegramma ad uso interno della Marina.

Ora, visto che sono gli italiani a pagare i circa 20 milioni di spese previste (ma, come succede sempre in Italia, per qualche strano meccanismo contabile, alla fine le spese sono sempre molto superiori alle previsioni), sarebbe opportuno che, invece che lo striminzito comunicato Ansa, si spiegasse bene e chiaramente agli italiani  come nasce questa operazione; chi e quando l’ha approvata, chi ha autorizzato l’impegno di spesa e la copertura, se il ministro della Difesa ha autorizzato l’uso di mezzi e uomini della Marina Militare per un’operazione al di fuori del limite delle nostre acque territoriali, in base a quali norme l’Italia compie questa operazione a 60 miglia dalla costa libica. Ed infine, a che titolo e con quale competenza la procura di Catania ha aperto un’inchiesta per accertare le cause e le responsabilità del naufragio di un barcone partito dalla Libia, carico di africani  e naufragato poco fuori dalle acque territoriali libiche, ovvero con un evento tragico del quale l’Italia non ha alcuna responsabilità?

In mancanza di risposte e chiarimenti dovremmo pensare che l’unica spiegazione, come riporta la brevissima nota ANSA,  sia che l’operazione è stata avviata semplicemente “Su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri…”. Il che, visto che decide tutto lui,  equivale a dire “Su indicazione del Presidente del Consiglio…Renzi.”. Ovvero, ancora più chiaramente, per uno sfizio del fanfarone toscano, premier per caso e per nostra  disgrazia.

Insomma, equivale a dire che abbiamo un presidente del Consiglio con i poteri speciali che dispone della Marina Militare quando e come vuole; un regime che, al confronto,  la Corea del Nord è il massimo della democrazia. Così, quando si sveglia al mattino, se gli gira, il nostro uomo solo al comando può disporre di navi da guerra e marinai come se giocasse a battaglia navale, può mandarli in giro per i mari del globo a ripescare cadaveri di africani e recuperare relitti sommersi in acque libiche. Oppure potrebbe inviare l’intera flotta alla ricerca dell’isola del tesoro o nelle isole del Pacifico a raccogliere conchiglie per la sua collezione personale. A sua discrezione. Basta una “Indicazione della presidenza del Consiglio” e la Marina militare parte in missione speciale. Questa la chiamano democrazia.

 

Barconi e terroristi

Tre giorni fa arriva dalla Libia la conferma del fatto che fra gli immigrati che arrivano sui barconi si nascondano anche terroristi e militanti dell’Isis. Ma finora si è sempre cercato di minimizzare e, anzi, di irridere a chiunque accenni ai pericoli di un’immigrazione incontrollata. Roba da leghisti, da razzisti, xenofobi, fascisti, o di chi vuole speculare sulle tragedie per scopi elettorali. Così dicono le anime belle della sinistra di chiunque non gradisca l’invasione africana. Ci stanno invadendo e non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci accusano di razzismo. “Cornuti e mazziati“, si usa dire.

Ma a dare l’allarme questa volta non è quel “fascistone razzista” di Salvini, è il consigliere governativo libico Abdul Basit Haroun in una intervista rilasciata alla BBC: “I combattenti dell’Isis viaggiano sui barconi che attraversano il Mediterraneo“. Secondo Haroun l’Isis si serve dei barconi per far arrivare in Europa i suoi militanti perché “la polizia europea non sa chi è dell’Isis e chi è un normale rifugiato“.

Ma il nostro ministro Alfano, giusto per non creare allarmismi e rovinare l’idillio fra governo e migranti, si affretta a rassicurare gli italiani che non esiste alcun pericolo, che tutto è sotto controllo e che sui barconi che andiamo a recuperare in acque libiche non c’è presenza di terroristi: “Fin qui non abbiamo traccia di presenze di terroristi sui barconi“, dice Alfano. E Alfano è un uomo d’onore!

Sulla serietà di questo governo si potrebbe discutere a lungo, ma sarebbe quasi inutile perché non è molto chiaro se questi ci sono o ci fanno. Ma non divaghiamo. A smentire Alfano, Boldrini e boldrinisti, operatori umanitari, terzomondisti, buonisti e tutte le anime belle italiche, ecco stamattina il titolo d’apertura del Corriere.it.

Preso a Gaggiano Abdel Majid Touil, marocchino, 22enne  Operazione di Digos e Ros. Era ricercato a livello internazionale, fece parte del commando che agì al museo del Bardo uccidendo 24 persone, tra cui quattro italiani “.  Non un ipotetico militante dell’Isis, ma uno dei terroristi responsabili della recente strage di Tunisi. E adesso, ministro Alfano, come la mettiamo? Non aveva assicurato che sui barconi non c’era traccia di terroristi? Ecco l’ennesima dimostrazione dell’incapacità, inaffidabilità, pericolosità ed ipocrisia di questa gentaglia che sta mandando l’Italia in macerie, giusto per mostrarsi buoni e caritatevoli e non creare dispiaceri all’ONU, all’UNHCR, all’UNAR, al Papa e alla Boldrini.

Ma c’è di più. Il premier per caso Renzi, che sembra stazionare più in televisione che a Palazzo Chigi, domenica pomeriggio da Giletti su RAI 1 ha promesso che darà ai pensionati un “bonus” di 500 euro, facendolo passare come gentile elargizione del suo governo, invece che come mancia irrisoria dovuta ai pensionati ai quali era stato “rubato” l’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Ma lui lo chiama “Bonus”, così i più distratti pensano davvero che si tratti di un regalo del governo, invece che di un atto dovuto dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale. E magari, visto che siamo prossimi alle elezioni regionali, il nostro ciarlatano toscano guadagna anche qualche voto, come già successo con i famosi 80 euro.

Bene, dice che di più non si può fare, che non restituirà niente a chi sta già bene e che è giusto così. E se lo dice lui è verità sacrosanta, è Vangelo secondo Matteo, non si può discutere e contestare, perché anche Renzi è un uomo d’onore. La sentenza della Corte che annulla la riforma Fornero e, di fatto, obbliga il Governo a restituire le somme non versate ai pensionati negli anni 2011/12 sembra non contare nulla. Ciò che conta è quello che decide lui, il ducetto rosso; come se i rimborsi li prenda di tasca sua e quindi sia autorizzato a decidere a chi spettano e a chi non spettano. E fa passare l’operazione come una sua gentile concessione. Quest’uomo ha uno strano concetto della democrazia, del governo e delle Istituzioni.

Non soddisfatto della presenza a L’Arena, ieri eccolo a Porta a porta da Vespa a sproloquiare di grandi meriti del suo governo, di grandi riforme che cambieranno l’Italia e di pistolotti pseudomoralistici, insomma il solito monologo autocelebrativo. Ma ha fatto anche un’altra sparata che farà piacere a tutti quegli italiani in difficoltà, con seri problemi a campare. Ha detto che provvederà a recuperare il relitto del barcone affondato con centinaia di persone in acque libiche (guarda il video): “Tireremo su il barcone affondato ad aprile; costerà 15 milioni di euro“. Chiaro? Non solo continuiamo a garantire il servizio navetta Libia/Lampedusa a spese nostre, ma ora ci occuperemo anche del recupero relitti. Costerà 15 o 20 milioni di euro, dice Renzi; e se non paga l’Europa (che non pagherà) pagheremo noi, ovvero gli italiani. Soldi presi a chi deve affrontare  sacrifici e rinunce per pagare le tasse, soldi “rubati” ai pensionati, soldi pubblici usati  contro la loro volontà egli italiani per mostrare al mondo un’Italia accogliente, umanitaria, che si togli il pane dalla bocca pur di perseguire l’ideologia buonista e terzomondista. E c’è gente che continua a credere alle sue fandonie, alle sue fantasie di fantapolitica, alle sue promesse, c’è gente che continua a votare per questi ciarlatani da fiera paesana. Salvo poi lamentarsi delle ruberie e degli sprechi di Stato. Si lamentano e votano, votano e si lamentano.

Quest’uomo è pericoloso,  questa ideologia buonista, umanitaria e terzomondista della sinistra è pericolosa, ci sta portando alla rovina obbligandoci a sopportare un peso economico e  sociale insostenibile; sta creando gravissimi problemi per la sicurezza dello Stato e dei cittadini, alimentando conflitti sociali che prima o poi finiranno per sfociare in disordini, scontri e guerriglia urbana come successo in Francia (i gravissimi episodi di guerriglia urbana scatenati dai black bloc sono solo le prove generali di quello che avverrà in futuro). E non è nemmeno fuori dalla realtà immaginare che, se non si pone un limite all’invasione, si arriverà ad una guerra civile. Non sono ipotesi fantasiose, la storia ci insegna che violenti scontri e rivolte sono scoppiate in passato per molto meno.  Fermateli, prima che sia troppo tardi.

E non lamentiamoci poi se inventeranno qualche nuovo balzello per trovare quei 20 milioni di euro che servono per recuperare i relitti in acque libiche. E’ un’operazione umanitaria, dicono. A parte il fatto che il concetto di operazione umanitaria è molto discutibile, specie quando si fa a spese degli italiani e, di fatto, serve ad alimentare l’industria dell’accoglienza che frutta milioni di euro a cooperative rosse ed associazioni varie, dovrebbero spiegarci questo mistero: perché deve essere l’Italia, sobbarcandosi la spesa di 20 mili0oni di euro, ad andare a recuperare un relitto con centinaia di morti africani naufragati in acque africane. Cosa c’entra l’Italia? E’ una domanda semplice semplice alla quale Renzi, le sue ancelle giovani e belle ed i buonisti di professione dovrebbero dare una risposta. Visto che l’operazione ci costerà decine di milioni abbiamo almeno il diritto di sapere perché dobbiamo essere noi a pagare.  Oppure anche l’uso del denaro pubblico è a discrezione del ducetto rosso toscano che decide in piena autonomia come utilizzarlo? Oppure, senza che gli italiani se ne siano accorti, il Bomba ha già fatto in silenzio una riforma dello Stato che sostituisce la democrazia parlamentare con un regime in stile Cuba o Corea del nord?

Canale di Sicilia

Dove si trova il “Canale di Sicilia“? Sembra una domanda scontata e banale: lo sanno tutti. Dopo l’ennesimo tragico naufragio del barcone con quasi mille persone a bordo  e la morte di circa 900 migranti,  i telegiornali,  la stampa ed i servizi speciali di approfondimento ci hanno raccontato tutti i dettagli della tragedia, mostrando anche, per meglio localizzare la zona interessata, le  cartine della zona del naufragio, circa 60 miglia dalla costa libica. E tutti i media, dico tutti, parlando del tratto di mare dove è avvenuto il naufragio, lo chiamano   “Canale di Sicilia“. Facciamo due esempi pratici, presi dal quotidiano L’Unione sarda. Ma vale per tutta la stampa, perché tutti, ripeto “tutti”, usano la stessa denominazione.

Ecco il primo titolo “Strage di migranti nel canale di Sicilia“. Chiarissimo. E per ulteriore conferma, anche nel pezzo si legge: “Scafisti senza scrupoli avevano portato a termine al di là del Mediterraneo l’ennesimo “affare”, raccogliendo tra i disperati il denaro preteso per la traversata del Canale di Sicilia.”.

Ma poco più sotto si fa ancora meglio. L’articolo “Strage in Sicilia, lutto cittadino nell’isola“,  riporta le dichiarazioni del sindaco di Cagliari Zedda che proclama il lutto cittadino. All’appello di Zedda si unisce l’ANCI che propone che tutti i comuni della Sardegna proclamino il lutto. Ora si resta un po’ perplessi, poiché non è mai successo che Cagliari, o altri comuni sardi, abbiano proclamato il lutto cittadino per eventi tragici accaduti lontano dall’isola e dall’Italia.

Cosa c’entra Cagliari con un naufragio in acque libiche? E cosa c’entra ANCI Sardegna? A proposito, per i più distratti o troppo giovani, il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, è di SEL, lo stesso partito di Vendola e della presidentessa della Camera, Laura Boldrini, la santa protettrice dei migranti. Il presidente dell’Associazione nazionale Comuni d’Italia della Sardegna è Pier Sandro Scano, esponente di punta ed ex consigliere regionale del PCI. Così, tanto per capire di chi stiamo parlando. Solo le loro eccelse menti sanno quale sia il nesso fra Cagliari ed un naufragio in acque libiche.

Ma la chicca di questo articolo è nel titolo. Non si parla nemmeno di “Canale di Sicilia“, ma si afferma che la strage di migranti è avvenuta “In Sicilia“. Oh, ecco spiegato il lutto cittadino di Zedda; essendo la tragedia avvenuta in Sicilia, noi ci sentiamo coinvolti come isole gemelle. Certo ci vuole una bella faccia di bronzo a fare un titolo in cui si dice che la strage è avvenuta in Sicilia. Ma ormai non c’è limite alla vergogna ed alla manipolazione dell’informazione operata da giornalisti che sembrano cresciuti nel Corrierino di Qui Quo Qua.

Non sono da meno altre autorevoli testate giornalistiche nazionali. Ne cito giusto due, le più autorevoli. Per esempio, l’ANSA, la maggiore agenzia giornalistica italiana, titola “Immigrazione, naufragio nel Canale di Sicilia; si temono 900 morti“. Il Corriere, il maggior quotidiano nazionale, titola “Naufragio nel canale di Sicilia. A bordo in 950, molte donne e bambini“.

Bene, se autorevolissime fonti giornalistiche, i più seguiti telegiornali ed i siti in rete, dicono che il naufragio è avvenuto nel “Canale di Sicilia“, mostrandoci anche le carte nautiche con il punto esatto del naufragio, dobbiamo crederci. Mica possiamo mettere in dubbio il Corrierone nazionale o l’ANSA.  E poiché ogni volta che stampa e TV riferiscono di operazioni di soccorso  fanno riferimento al Canale di Sicilia, si dà per scontato che questo Canale sia quel tratto di mare che va dalla Sicilia  alla costa libica. Credo che questa sia l’idea della stragrande maggioranza deglii italiani; a meno che non siano fortissimi in geografia, pratici di navigazione e di carte nautiche. Ed hanno ragione di pensarlo perché è la stessa idea, evidentemente, di tanti autorevolissimi giornalisti, opinionisti, esperti tuttologi e “bravi conduttori” televisivi. Ma ne siamo proprio sicuri? Non resta che verificare, basta andare su Google e cercare informazioni. Ed ecco cosa scopriamo se cerchiamo “Canale di Sicilia” su Wikipedia.

Scopriamo che questo fantomatico “Canale di Sicilia” non è dove lo immaginiamo e dove ce lo mostrano i media, ma è quel tratto di mare che sta fra la Sicilia e la Tunisia. Ovvero, a più di 200 miglia a nord del luogo del naufragio. Non ha niente a che vedere con il tratto di mare compreso fra la Sicilia e la costa libica. E’ solo quel tratto, lungo circa 145 chilometri, che separa la punta occidentale della Sicilia dalla costa tunisina ed oltre il quale si entra nel mar Tirreno. Tanto è vero che in francese viene chiamato anche “Canal de Tunis“. Ma allora perché tutti i media si ostinano, ogni volta che c’è un naufragio o un’operazione di salvataggio di migranti poco lontano dalla costa libica a definirlo come “Canale di Sicilia“? E come mai in tanti anni nessuno si è preso la briga di fare una piccola ricerca in rete, come ormai sanno fare anche i bambini delle elementari?

Il motivo (l’ho già detto e ripetuto spesso in questi anni) è che accostando la Sicilia alle operazioni di soccorso in mare, a qualunque distanza si svolgano, ci fa sentire responsabili delle tragedie. Un conto è dire che un barcone appena partito dalla costa libica è naufragato. Altro è dire che è naufragato un barcone diretto in Sicilia. O, meglio ancora, titolare “Strage di migranti nel Canale di Sicilia“.  La motivazione è subdola ed è solo uno degli inganni che stanno mettendo in atto da anni per coprire la truffa dell’immigrazione mascherata da operazione umanitaria. Lo scopo è alimentare negli italiani il senso di colpa, in modo da poter meglio manipolare le coscienze e convincerci ad accogliere mezza Africa in Italia (per la gioia di cooperative ed associazioni che sull’accoglienza dei migranti incassano milioni di euro).  Ecco perché appena un barcone lascia la Libia, si parla di “Sicilia”, è come se li avessimo già in casa. E se succede una tragedia ci sentiamo responsabili.

E’ strano che nessuno si renda conto di questo sottile inganno che va avanti da anni. Sono tutti complici di questo inganno, oppure si tratta di semplice ignoranza? Ecco, per esempio, cosa scrivevo già sette anni fa sull’equivoco del “Canale di Sicilia”.

La Sicilia è in Libia? (29 luglio 2008)

Ennesima tragedia del mare. Ancora un barcone con disperati che cercano di arrivare in Italia. L’ANSA fornisce la notizia così: “Immigrazione: naufragio in canale Sicilia, 7 morti“. Il Corriere on line, fa ancora meglio e titola direttamente: “Sicilia: si ribalta gommone, vittime.”. Se non leggessimo la notizia e ci attenessimo al titolo, potremmo pensare che si tratti del gommone di vacanzieri lungo la costa siciliana. Ecco il titolo del Corriere.

Corriere canale sicilia

Ma letta la notizia sappiamo che il gommone era a 160 miglia a sud di Lampedusa, in acque libiche e che i naufraghi sono stati soccorsi da due motopescherecci italiani che li stanno portando verso Lampedusa dove verranno presi in consegna dalla Guardia costiera italiana. Ma allora, se si è rovesciato in Libia perché si titola “Sicilia, si ribalta gommone“? Cosa c’entra la Sicilia? E’ in acque libiche?

Ora, però, mi domando, visto che il gommone si è rovesciato in acque libiche, perché non sia intervenuta la guardia costiera libica. Impegnata? Avvisate la guardia costiera tunisina, è lì a due passi, certo più vicina di Lampedusa. Occupati anche i tunisini? C’è Malta, ancora più vicina, Perché non interviene la guardia costiera maltese? Invece no, sembra proprio che appena questi disperati partono dalla Libia, siano già considerati “immigrati” e siccome vanno verso la Sicilia, ancor prima di arrivare sono “cosa nostra” e guai a chi ce li tocca. Penso che se Malta, per esempio, volesse ospitarli, si farebbe a botte per tenerceli e portarli a Lampedusa. Tanto è vero che, come dimostrano i titoli, il gommone si rovescia in Libia, ma per noi è come se fosse naufragato in Sicilia. Curioso, vero? Non è la prima volta che succede, purtroppo. Allora, come ho detto in altre occasioni, perché aspettare che questi poveracci corrano il rischio di naufragare in acque libiche; andiamo a prenderli direttamente alla partenza. Anzi, raduniamoli tutti a Tripoli, poi organizziamo una gita collettiva su una bella nave da crociera e così loro risparmiano, si evitano rischi ed il viaggio è tranquillo. No? Bisognerebbe parlarne col colonnello Gheddafi; sono certo che apprezzerebbe la proposta.

Certo che il dubbio mi resta. Ma perché non li hanno portati in Libia, che era più vicina. Perché non a Malta, che è sulla rotta per arrivare a Lampedusa. Perché?

Vedi: “La Libia è vicina

La Libia è vicina

Lampedusa si è spostata a sud, verso la costa libica, trascinandosi dietro l’intera Sicilia. L’immane cataclisma, che ricorda la scomparsa di Atlantide, si è verificato all’improvviso, nell’arco di una notte, a causa del naufragio di un barcone carico di migranti, appena partiti dalla Libia. Il nesso fra i due tragici eventi non è molto chiaro. Vediamo di chiarirlo.

Ecco come viene riportata la notizia sui media: a Lampedusa è affondato un barcone carico di migranti.  Il titolo è chiarissimo, non si può fraintendere. C’è un barcone affondato. Dove è affondato? Ovvio, a Lampedusa. Su questo non ci sono dubbi. Preso atto di questa notizia, vediamo ora perché Lampedusa si sarebbe spostata verso la costa libica. Sveliamo l’arcano. Leggendo, nei giorni scorsi,  i resoconti della tragedia (nuova strage fra Libia e Lampedusa), scopriamo che il naufragio è avvenuto 100 miglia a sud di Lampedusa, a circa 40 miglia dalla costa libica. Quindi molto più vicini alla Libia che a Lampedusa. E allora che senso ha quel titolo che vediamo a lato?

Posto che, secondo le norme internazionali,  il limite delle acque territoriali è di 12 miglia, a cui si aggiunge un’area “contigua” di altre 12 miglia, ne consegue che il tratto di mare fino a circa 25 miglia dalla costa lo si può considerare come zona di “acque libiche“. Qualche anno fa la Libia e gli altri stati africani che si affacciano sul Mediterraneo, rivendicavano come acque territoriali addirittura il limite di 72 miglia dalla costa. E minacciavano di sequestrare i pescherecci che avessero oltrepassato quel confine. Ovvero, i pescherecci non possono andare oltre 72 miglia dalla costa libica, pena il sequestro. Le nostre navi della marina, per soccorrere i migranti, possono tranquillamente arrivare fino a 40 miglia dalla costa. Cercate di spiegare quest’altro arcano (Vedi “Libia: linea dura contro i pescherecci italiani“).

Ma allora, per tornare al nostro strano naufragio,  perché titolano “Lampedusa: affonda barcone“, se quel barcone è naufragato praticamente in acque libiche? Si tratta di un errore? No, si tratta, piuttosto, di un sottile e subdolo trucco semantico che ha una sua precisa ragione: alimentare il senso di colpa degli italiani, accostando il naufragio all’immagine di Lampedusa e della Sicilia e ipotizzando, per conseguenza, una qualche nostra responsabilità nella tragedia.

Ecco un altro eloquente titolo che, per chiarire ulteriormente,  colloca la strage di migranti in Sicilia. Ora, siccome il barcone è naufragato in acque libiche, e la stampa riferisce che la strage è avvenuta in Sicilia, non c’è che una spiegazione: la Sicilia si è spostata in Libia. Chiarito il mistero.

Se ci fossero ancora dei dubbi, ecco un altro titolo, proprio di ieri, che conferma che la strage è avvenuta a Lampedusa. A proposito, poi, degli “scafisti fermati“, leggete qui come se la ridono: “L’Italia? Qui non ci arrestano“. Non per essere pignoli, ma quando la notizia viene data e ripetuta nello stesso modo, non si tratta di una svista di chi ha impaginato un titolo. E’ la norma. Si vuole per forza associare qualunque tragedia avvenga nel Mediterraneo a Lampedusa, alla Sicilia e, quindi, all’Italia, come mete di arrivo del viaggio, allo scopo di farci sentire colpevoli di ogni tragedia. Siccome sono diretti in Italia, se succede un incidente, dobbiamo sentirci responsabili. Insomma, se un migrante, alla partenza mentre sale sul barcone ancora sulla spiaggia in Libia, inciampa, cade, sbatte la testa sull’ancora e crepa, i nostri solerti cronisti titoleranno “Lampedusa, migrante muore su barcone“. Vi sembra normale? Vi sembra serio? Vi sembra credibile questo tipo di informazione? E se riescono a manipolare spudoratamente queste notizie di cronaca quotidiana, che tipo di mistificazione metteranno in atto per argomenti molto più importanti e decisivi per la politica, la finanza, l’economia, sia a livello nazionale che internazionale? Perché nessuno ci dice cosa e chi c’è dietro questa campagna mediatica tesa all’accoglienza di tutti i disperati del mondo? Quali interessi ci sono dietro l’invasione di massa dell’Europa?

Ecco, questa è quella che chiamano “informazione”. Non si tratta solo di una pedanteria lessicale. E’ una vera e propria alterazione e falsificazione del significato di una notizia. E’ lo stesso tipo di mistificazione e di ipocrisia che caratterizza tutta l’informazione (stampa, internet e TV) che riguarda l’intera drammatica questione dell’immigrazione.  E questi sono gli effetti dell’operazione “Mare nostrum” voluta da quel genio di Letta. Lo scorso anno sono sbarcati in più di 40.000; il doppio rispetto all’anno precedente. Quest’anno, grazie al servizio “taxi” voluto da Letta (che ci costa 300.000 euro al giorno), si prevede che il numero degli arrivi sarà almeno raddoppiato. Ma viste le premesse di questi mesi, potrebbe tranquillamente triplicare. Contenti? Magari per far fronte ai costi enormi dell’accoglienza inventeranno una nuova tassa (una più, una meno, non fa differenza…). Qualche decennio fa, per  aiutare le popolazioni colpite dal maltempo, da frane e alluvioni, inventarono la tassa del “Soccorso invernale” (magari è ancora in vigore). Niente di strano, quindi, che fra poco gli italiani debbano pagare anche una nuova tassa “Soccorso migranti“.

Ora qualcuno potrebbe chiedersi come mai, se un barcone naufraga in acque libiche, invece che intervenire la guardia costiera libica, interveniamo noi con aerei da ricognizione e mezzi della Marina e, invece che accompagnare i naufraghi al porto più vicino (in Libia), li portiamo in Italia. Non è la prima volta che i nostri mezzi di soccorso intervengono in acque libiche. Già in passato, i soccorritori sono andati a prendere i migranti in difficoltà a 130 miglia a sud di Lampedusa; in acque territoriali libiche. (Vedi “Salvati 800 migranti al largo della Libia“)

Regal Princess

Tanto vale andare a prendere i migranti  direttamente alla partenza, imbarcarli su comode navi e trasportarli in Italia in tutta sicurezza. E grazie a tariffe agevolate e sconti comitiva, fare  anche risparmiare sul costo del viaggio. Questa a lato è la “Regal Princess“. l’ultima nave da crociera varata proprio pochi giorni fa dalla Fincantieri di Monfalcone. La più grande costruita finora dai cantieri navali, un autentico gioiello che può ospitare fino a 5.600 persone, compreso l’equipaggio. Potrebbe essere la soluzione per evitare nuove tragedie. Usiamo la Regal Princess per imbarcare i migranti. Andiamo a prenderli direttamente al Corno d’Africa con una nave da crociera, poi si risale la costa, si passa a Suez e via verso il Bel Paese. Con poca spesa si può garantire un viaggio piacevole, sicuro, allietati a bordo da passatempi, balli, spettacolini. Del resto, secondo testimonianze dirette, per questi viaggi pericolosissimi in gommoni e vecchi barconi, pagano cifre di migliaia di euro, molto superiori a quelle di una normale crociera. Tanto vale, visto che pagano, farli viaggiare comodi  e sicuri. E’ un’idea, no?

Vedi

Immigrazione, siamo al collasso

Immigrazione e Al Qaeda

Arrivano i migranti

Oh, che bello, solo stanotte ne sono arrivati altri 2000. E altri  sono attesi per domani. Gli altri arriveranno con calma nel corso della stagione estiva.  Finalmente, abbiamo proprio bisogno di queste “preziose risorse” che ci aiutano a risolvere la gravissima crisi. Ma sono solo l’avanguardia. L’anno scorso ne sono sbarcati 43.000, ma quest’anno si prevede che saranno almeno il doppio. Ma già l’anno scorso c’era stato un incremento enorme rispetto agli anni precedenti (Sbarchi, nel 2013 migranti aumentati del 325%); una goduria per tutti quelli che sull’immigrazione ci campano.

Qualcuno dei buonisti e terzomondisti militanti magari lo spera; più ne arrivano e meglio è. Tanto mica pagano loro, la Kyenge o la Boldrini. Anzi ci sono un sacco di associazioni che sull’assistenza degli immigrati ci campano. Stime per difetto, perché se è vero che già negli ultimi 4 mesi (da dicembre a marzo, in piena stagione invernale) ne sono arrivati più di 20.000, significa che a fine anno il saldo sarà ben oltre il doppio dell’anno scorso. Ma il ministro Alfano, di recente ha dichiarato che secondo stime attendibili gli arrivi previsti per l’anno in corso sarebbero fra 300 e 600.000. Ma anche Alfano forse sbaglia per difetto. Altri parlano addirittura di un milione di immigrati (Siamo al collasso). E chi li assiste? Chi gli darà lavoro, casa, assistenza? Ma noi naturalmente, a costo di aumentarci le tasse o vendere i gioielli di famiglia, pur di accogliere tutti. Non c’è problema, in Italia stiamo così bene che c’è spazio, lavoro e benessere per tutti. Poi, magari, andiamo a chiedere il pacco alimenti alla parrocchia, mangiamo alla Caritas o andiamo a fine mattinata nei mercati per raccogliere frutta e verdura di scarto dai cassonetti. Ma la sinistra dice che dobbiamo accogliere tutti. Lo dice anche il Papa (Caro Papa ti scrivo…).

I TG delle ore 13 hanno detto che nella notte ne sono arrivati 1.800. L’ANSA (Una nave attesa oggi a Pozzallo, due in arrivo domani) parla genericamente di 2.000 arrivi (con o senza quelli di domani?). Ma ormai gli arrivi saranno quotidiani e saltano tutte le previsioni, i centri di accoglienza sono al collasso e nessuno sembra avere intenzione di fare qualcosa per fermare l’invasione. Non si muove la sinistra perché loro, per ideologia, devono (devono) accogliere tutti. Non si muove la destra perché sono rimasti come gli alberi di Natale smontati dopo le feste; senza palle. Non si muovono i media, o la gente comune, perché se ci si azzarda a lamentarsi si viene subito accusati di xenofobia e razzismo ed è già molto che non si sia messi alla gogna nella pubblica piazza. A Pozzallo erano già in stato di allerta da diversi giorni, quando nel giro di 48 ore ne sono arrivati 4.000. Ed ora questi dove li sistemeranno? E quelli che arriveranno nei prossimi giorni e mesi? Ma guai a parlare di invasione, si scatena subito la reazione delle anime belle dell’accoglienza. Per invogliarli a venire da noi, ultimamente abbiamo perfino abolito il reato di immigrazione clandestina. Come siamo buoni!

In America, al confine con il Messico c’è una rete lunghissima che vieta l’ingresso e se ti beccano mentre cerchi di superarla, ti sparano addosso. In Spagna, nella enclave di Ceuta e Melilla, fanno altrettanto; sparano addosso a quelli che tentano di superare la recinzione (Spagna, clandestini assaltano frontiera Ceuta, 14 morti). In Australia non aspettano nemmeno che arrivino a terra, li respingono già in mare (Australia, respingimenti clandestini). In Germania (è notizia di pochi giorni fa) gli stranieri (anche dell’Unione europea) senza lavoro hanno tre mesi di tempo per trovarne uno; altrimenti vengono espulsi (Germania, espulsione per i cittadini europei che non trovano lavoro). Solo noi accogliamo tutti a braccia aperte, avanti c’è posto, e garantiamo a tutti vitto, alloggio, assistenza e diritti umani. Possiamo permettercelo, navighiamo nell’oro e, quindi, abbiamo soldi da destinare per dare casa e lavoro a tutti i disperati del mondo.

Non solo li accogliamo con tutti gli onori, ma non aspettiamo nemmeno che sbarchino; andiamo direttamente noi ad accoglierli in alto mare, addirittura arriviamo perfino davanti alla costa libica per farli salire sulle nostre navi (non si sa mai che  ce li freghino i tunisini, gli egiziani o navi di passaggio; sono “preziose risorse” e sono nostre, guai a chi ce li tocca). E dire che alla Libia abbiamo perfino regalato delle motovedette per intercettare i barconi e bloccarli. Ma nessuno se ne ricorda. Leggiamo, per esempio, questa notizietta ANSA di gennaio: “3,6 milioni di euro per motovedette GdF a Libia“.

“(ANSA) – ROMA, 11 GENTra il 2009 ed il 2010 l’Italia ha ceduto alla Libia sei motovedette della Guardia di finanza per contrastare le partenze di migranti. A distanza di alcuni anni, due sono state affondate durante la guerra mentre le altre 4, pesantemente danneggiate, sono ora in Italia per riparazioni. E Roma continua a pagare il conto del regalo: 3,6 milioni di euro stanziati dal dl missioni approvato ieri, 2,9 milioni dal precedente decreto, dell’ottobre scorso.“.

Contenti? Ma sì, che importa che le aziende chiudano, che i disoccupati ed i poveri siano in continuo aumento, che il debito pubblico sia in continua crescita (siamo al 132% del PIL), che anche la classe media sia ormai oltre la soglia di povertà e che molti, per sopravvivere, debbano andare a mangiare alla Caritas. Ma sì, siamo buoni e, magari ci togliamo il pane di bocca, ma dobbiamo accogliere tutti. Finché dura…