Marxismo liberale

Sembra un ossimoro. Anzi lo è proprio. Eppure è esattamente quanto ha dichiarato Bersani ieri, ospite a Porta a porta. Rispondendo ad una domanda, ha affermato che “essendo liberale…” apprezza il riconoscimento del merito e del valore, aggiungendo che, però, occorre anche tutelare l’uguaglianza. Da qualche tempo questi ex/post comunisti pentiti, ma non troppo, usano farsi paladini della meritocrazia. Parola che solo fino a qualche anno fa, fra i comunisti non ancora pentiti, suonava come una vera bestemmia.

Poi hanno avuto una crisi esistenziale, hanno cambiato bandiera, stemma, segretari, canzoni (da Bandiera rossa a Over the Rainbow), fanno il tifo per Obama, fanno le primarie e, per miracolo, diventano “democratici e liberali“. Così trasformati, cambiano anche  abitudini e stile di vita. D’Alema si trasforma in lupo di mare e veleggia su una elegante barca, Ikarus,  da 18 metri, partecipando alle regate veliche (roba da ricchi, mica da proletari). Quelli che anni fa erano in piazza, un giorno sì e l’altro pure, a protestare contro la Nato e gli americani “brutti, sporchi e cattivi“, oggi parlano inglese, copiano gli slogan made in USA ,”I care“, e si sentono tutti Yankee: Veltroni acquista casa a New York, non nel Bronx o ad Harlem, ma nell’esclusivo quartiere per ricconi di Manhattan e Bersani vola in USA per portare una corona di fiori sulla tomba di J.F.Kennedy. Roba da farsi venire le convulsioni dal ridere.

Gli ex segretari di Rifondazione comunista, Bertinotti e Giordano, per riposarsi dopo decenni di lotta di classe e dure battaglie contro i padroni ed i ricchi borghesi, acquistano vecchi cascinali in Umbria, a Massa Martana, li fanno restaurare da prestigiosi architetti e ci ricavano delle ville con piscina e parco intorno, roba da ricchi borghesi (alla faccia dei proletari). Da comunisti mangiapreti diventano pii e devoti chierichetti (giusto per rimediare qualche voto in più, in occasione delle “Primarie“, fra i cattocomunisti confusi); Vendola ha dichiarato di avere come modello il defunto cardinale Martini (!) e Bersani dice di ispirarsi a Papa Giovanni (!). Trasformazione completa che li rende irriconoscibili, come nuovi.  In verità, sotto sotto, sono quelli di sempre. Hanno solo cambiato pelle; come i serpenti!

E’ come se, dopo la caduta del muro di Berlino, avessero preso i comunisti sbandati ed in fuga in ordine sparso, li avessero sistemati dentro un enorme shaker, avessero agitato con forza a lungo e poi li avessero lasciati liberi. Sono rimasti storditi, confusi e non sanno più chi sono, chi erano, da dove vengono e dove vanno. E così esaltano la meritocrazia e si dichiarano liberali. Ho la sensazione che questi non sappiano di cosa parlano. Se lo sapessero capirebbero che è un concetto totalmente in contrasto con tutta la loro ideologia e che meritocrazia ed uguaglianza, così come libertà ed uguaglianza, sono concetti opposti, contrastanti ed inconciliabili.

E’ una contraddizione che si stanno portando appresso da anni, dai tempi della fusione con quella specie politica altrettanto stordita e confusa, i cattolici pentiti della ex Margherita, con i quali hanno consumato un matrimonio contro natura. Dissero, comunisti e cattolici, che avevano radici comuni e volevano le stesse cose (!). Più confusi di così non si può. Ecco casa scrivevo 5 anni fa, in occasione di quella fusione a freddo fra ex/post comunisti e cattolici in crisi esistenziale.

Marxisti liberali e gattopardi rosa. (14 settembre 2007)

Si dice che solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Il che non significa, però, che coloro che cambiano idea non possano essere, al tempo stesso, imbecilli, né che gli imbecilli debbano, necessariamente, non cambiare idea. E’ uno di quei luoghi comuni che apparentemente sembrano avere una loro saggezza di fondo, ma che vanno presi con le pinze; anzi, con le pinzette, perché talvolta quel pizzico di verità che contengono può essere, se usata male, vanificata del tutto.

Se si assume come verità il fatto che cambiare idea sia sintomo di intelligenza, allora bisogna concludere che coloro che cambiano spesso idea, che smentiscono alla sera ciò che dicono al mattino e che sono in perenne mutazione, siano molto intelligenti. Se ne deduce, allora, che nel centro sinistra, siano tutti intelligentoni, una succursale del Mensa. E che Prodi, ovviamente, sia un genio!

Va da sé che, in tal caso, visto che, da quando è stata inventata la matematica, 2+2 fa sempre 4, tutti i matematici che in millenni non hanno mai cambiato idea, siano dei perfetti idioti! N’est ce pas?

E veniamo al dunque. Ultimamente, nella sinistra storica, è tutto un rimescolio generale, un riassestamento, una continua evoluzione verso posizioni lontanissime da quelle di partenza. Cominciano a preoccuparsi di sostenere le aziende, l’artigianato, il commercio, la piccola e media industria, promuovono ed incentivano la produttività e la competitività nazionale ed estera, elogiano il libero mercato e favoriscono la concorrenza, costituiscono società quotate in borsa, si preoccupano della sicurezza dei cittadini, adottano drastiche misure per liberare i centri urbani da accattoni, prostitute, nomadi e lavavetri. Insomma, sono talmente cambiati che se un emigrato tornasse in Italia, dopo 20 anni, e sentisse parlare gli ex/post comunisti penserebbe che siano diventati tutti di destra.

Per avvalorare questo cambiamento stanno scendendo in campo, al fine di fornire una spiegazione scientifica del fenomeno, fior fiore di intellettuali, giornalisti ed illustri studiosi. Si organizzano convegni, si pubblicano studi e ricerche, si organizzano dibattiti, si sta mettendo in atto una portentosa macchina mediatica per convincere gli ancora dubbiosi ex compagni a “cambiare idea”, a rinnegare decenni di ideologia marxista per diventare come il baffetto velista D’Alema, il pezzo da novanta della sinistra, che, dopo anni ed anni di pane e Marx, considerando che anche vivere da borghesi benestanti non è poi disprezzabile, è diventato “liberal“.

Ed ecco che appare un libretto, di Alesina e Giavazzi, intitolato “Il liberismo è di sinistra” nel quale i due autori cercano di dimostrare che siccome il liberismo favorisce la crescita dell’economia e, quindi, della ricchezza, e che questa ricchezza comporta un miglioramento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori, significa che il liberismo comporta conseguenze positive per il proletariato. Ergo, il liberismo è di sinistra.

Il che è come affermare che l’erba favorisce l’attività mentale; perché nutre le vacche che producono il latte che viene trasformato in formaggio che si grattugia sugli spaghetti che ci forniscono carboidrati che, come tutti sanno, fornisce energia al cervello. Ergo, l’erba fa diventare intelligenti!

Il concetto è lo stesso; una cavolata. Ma gli autori ci scrivono un libro che venderà un sacco di copie che produrranno tanti soldoni in diritti d’autore e vai col liscio. Ma ecco che, ad avvalorare ulteriormente questa bizzarra tesi, arriva, fresco fresco di stampa, un altro libello “d’autore“: “Il  partito democratico per la rivoluzione liberale” di Michele Salvati.

La differenza fra i due libri, come riferisce oggi un articolo del Corriere.it, è che Salvati, contrariamente agli altri due giornalisti, è “dentro il partito democratico“. Così dentro che, già quattro anni fa scrisse un altro libro “Il partito democratico“, anticipando la svolta attuale dei DS. Così “dentro” che “…la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana“.

Ora, le sezioni dei DS sono le stesse sezioni dell’ex PCI dove ancora fanno bella mostra, come capita di vedere in alcuni servizi TV, le immagini dei “padri” del comunismo, da Marx a Lenin, a Gramsci, a Togliatti. Allora mi viene un po’ da sorridere pensando a cosa mai potranno pensare questi “padri gloriosi” sentendo i discorsi dei loro nipotini che sono diventati “liberali“.

Comunque la si rigiri è una bella contraddizione, un paradosso, un ossimoro politico. Ma ricordando la iniziale premessa, dovremmo riconoscere che, visto che cambiano idea, non sono imbecilli. Allora a cosa è dovuto questo brusco cambiamento di rotta?

Le ragioni sono diverse, ma sostanzialmente la ragione di fondo è che, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il disfacimento dell’impero sovietico, questi nipotini di Marx si sono trovati col sedere per terra. Non potevano continuare a farsi portatori e sostenitori di una ideologia che ormai era morta e sepolta ed il cui fallimento era sotto gli occhi di tutti. Correvano il rischio di scomparire e seguire la loro ideologia nella tomba. Allora bisognava trovare una soluzione che consentisse di non perdere il patrimonio di consensi e di voti. Anche perché, negli anni seguenti, in piena epoca di “mani pulite“, la magistratura stava facendo il “lavoro sporco“; stava facendo piazza pulita di tutta la nomenclatura politica della prima Repubblica, partiti e dirigenti compresi; escluso, guarda caso, proprio il PCI, perché loro, si sa, sono “Persone perbene” (se lo dicono da soli, ma ne sono convinti).

Non restava che raccogliere i frutti e predisporre quella “gioiosa macchina da guerra” che Occhetto vedeva lanciata inevitabilmente verso la vittoria e la conquista del potere. Poi la macchina si è inceppata ed è rimasta la ineludibile esigenza di cambiare faccia e di inventarsi una nuova identità. E sono cominciati i cambiamenti, da PCI a PDS e poi DS. Fra congressi, lacrime e dichiarazioni d’amore: “Quel simbolo (alludendo alla falce e martello) lo porteremo sempre nel cuore“, disse un D’Alema commosso dal palco del congresso che decretava la morte definitiva del vecchio PCI.

Ma è vero cambiamento? Oppure è solo un modo per presentarsi diversi e continuare a gestire il potere? Non metto in dubbio che qualche ripensamento sincero, all’interno dei DS, ci sia stato e ci sia tuttora. Del resto, se proprio non si hanno i paraocchi e la mente obnubilata da decenni di marxismo, è difficile continuare ad essere comunisti. Alcuni ci riescono, ma, sempre se dobbiamo prendere per buona l’affermazione iniziale, significa che, visto che non cambiano idea,  dovremmo considerarli almeno un po’ “imbecilli“. Beh, non si può accettare quella affermazione solo quando fa comodo.

In questo contesto nasce l’ulteriore svolta DS, la costituzione di un nuovo partito “democratico“, insieme ai cattocomunisti confusi della Margherita. Il diavolo e l’acqua santa. Ma loro dicono che le diversità arricchiscono la dialettica interna, che hanno un fine comune. Contenti loro!

Ma torniamo alle nuove idee liberiste e liberali. C’è un qualcosa di più che la necessità di adeguamento a idee più moderne. E’ qualcosa che non viene detto esplicitamente e pubblicamente. Forse se lo dicono fra loro, in quelle lunghe discussioni nelle ex sezioni PCI, ma resta un segreto perché fa parte della strategia interna del partito.

Eppure non ci vuole molto a capirlo. Basta ricordare il lungo discorso di Fassino all’ultimo congresso, quando si è deciso di andare avanti e di costituire ufficialmente il partito democratico. Lo si potrebbe prendere come esempio del classico discorso politico che dice tutto e niente, che vuole accontentare tutti, secondo la vecchia utopia di chi vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Come si costruisce un discoso politico d’effetto e che raggiunga il massimo del consenso? Semplice; si fa un lungo elenco di tutti i mali possibili della società, di tutti i possibili problemi delle varie categorie, li si espone con forza e passione, come se chi li pronuncia non dormisse la notte pensando alle soluzioni possibili, si lascia intendere che tutti i problemi esposti saranno affrontati e risolti, ma si evita accuratamente di proporre soluzioni precise, perché si corre il rischio di creare conflitti fra le varie categorie ed i gruppi di potere.

Non c’è bisogno, per esempio, che si dica chiaramente come si intende risolvere il problema del potere d’acquisto di stipendi e salari. Basta rimarcare con forza che “la gente non arriva a fine mese, che gli stipendi sono bassi, le pensioni ridicole…”. Ecco, basta e avanza, tutti sono d’accordo e applaudono al tribuno di turno. Non c’è bisogno di dire chiaramente come si combatte la disoccupazione ed il precariato. Basta urlare “Bisogna garantire la certezza del posto di lavoro. Dobbiamo garantire un futuro ai giovani…”. Basta e avanza, tutti soddisfatti e riapplauso. Perché questo è stato, stringi stringi, il lungo ed appassionato discorso di Fassino, con lacrimuccia finale che fa sempre effetto e la gente pensa “Come è bravo e sensibile…”.

Se poi si chiude il congresso con un classico “inno” storico della sinistra…Internazionale? Bandiera rossa? No, no…”Over the rainbow“. Beh, allora le lacrime si sprecano, baci e abbracci, commozione e pianto generale.  Più che un congresso di ex/post comunisti sembra una riunione delle dame della carità. Il discorso di Rutelli, al congresso della Margherita, è esattamente dello stesso tipo, una fotocopia di quello di Fassino (forse lo hanno preparato e concordato insieme). Veltroni, ora in tour propagandistico, sta applicando le stesse regole del bravo tribuno. Il suo motto, a proposito di tasse, “Pagare meno, pagare tutti“, aggiornamento del vecchio “Lavorare meno, lavorare tutti” (ma che fantasia!), è uno splendio esempio. Visto che c’era poteva anche annunciare di aver scoperto l’acqua calda. Qualcuno gli avrebbe creduto sulla parola.

Allora, cosa c’è dietro questo riformismo e trasformismo del vecchio PCI? Ce lo dice chiaro e tondo lo stesso Salvati. Ma, onestamente, lo avevamo già capito da soli: “…la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi“. Ecco cosa c’è. Non conta  tanto l’avere delle idee e programmi precisi nei quali credere e difenderli, costi quel che costi, conta trovare quelle  proposte giuste, anche se non ci si crede (basta far finta di crederci), che possano raccogliere consensi e voti per raggiungere il potere.

Tanto poi, una volta al governo, non è detto che si debbano rispettare i programmi. Qualche buon motivo per giustificare modifiche e cambiamenti lo si trova sempre. E’, dunque, un partito costruito a tavolino su misura per raccogliere consensi. Tutto il comntrario di ciò che i partiti politici, nel bene e nel male, sono stati fino ad oggi. Al diavolo l’ideologia, al diavolo i principi, al diavolo le cause giuste in cui credere e per le quali battersi, al diavolo i “padri nobili”, al diavolo anche i nonni, i cugini, i cognati, al diavolo tutti. Ciò che conta è che la gente li voti. Questo conta, mantenere il potere.

Alla faccia di chi crede ancora nella forza delle idee. Questo partito democratico è, né più, né meno, che una sapiente operazione di mercato, mercato politico e di voti, ma pur sempre operazione di mercato, costruita scientificamente a tavolino per conquistare quote di consenso. Come quando si lancia un nuovo detersivo; è sempre lo stesso, ma ve lo presentano in maniera nuova, vi dicono che “lava più bianco“, la gente ci crede e lo compra.

Allora questi nuovi “marxisti liberali” appaiono per quello che sono, i soliti gattopardi che fanno finta di cambiare tutto per lasciare tutto com’è. In questo caso, per mantenere il potere e le poltrone. Tant’è che con tutti questi cambiamenti e sconvolgimenti annunciati e le primarie farsa, chi resterà a capo del “nuovo” partito? Sempre loro, i Fassino, D’Alema, Veltroni, Rutelli e compagnia cantante. E non credo che si alimenteranno a pane e cicoria. Ma giusto per dare una parvenza di cambiamento hanno abbandonato i temi a loro tanto cari, la lotta di classe, il padronato che sfrutta i lavoratori e amenità simili. Sono diventati meno rossi, tutto qui. A forza di gustare le prelibatezze e le comodità del benessere economico, hanno cominciato a cambiare colore; da rosso fuoco a rosso sbiadito, rossiccio, rosa carico, rosato, rosa tenue, rosatino, rosa sbiadito…Si sono trasformati in una strana nuova specie animale: i gattopardi rosa!

Come se non bastasse, in merito ai cambi di rotta degli ex/post comunisti pentiti (o quasi), leggete questo illuminante post del 2007: “Lavavetri e comunisti bucolici“.

Libertà e democrazia

Ci risiamo, periodicamente arriva l’ennesima “autorevole” ricerca che stila graduatorie di democrazia. E ci dice che, come al solito, noi siamo in coda alla lista, che in Italia la democrazia è a rischio e lo è a causa della mancanza di…libertà di stampa: “Barometro della democrazia; l’Italia arranca“.

Ovviamente, apprendiamo la notizia dalla stampa. Strano, perché in un paese in cui non esiste libertà di stampa nessun giornale potrebbe denunciarlo. Se, invece, in Italia lo si può fare allora non è vero che non esite libertà di stampa e chi lo afferma dice il falso. Quindi, visto che la notizia viene riportata dalla stampa, significa che in Italia non solo la libertà di stampa esiste, ma esiste anche la libertà di affermare il falso pubblicamente…a mezzo stampa.

Per capirci, è come se al prossimo festival di Sanremo, mentre è in pieno svolgimento la gara, qualcuno dal palco affermasse che in Italia “Non si può cantare“. Né più, né meno. E non è detto, visti i tempi, che qualcuno non lo faccia davvero. Non ci sarebbe niente di strano, perché in una società in cui si è perso il senso della realtà, ed anche del ridicolo, in cui si può dire di tutto e di più, senza censure, compresi insulti, processi mediatici, evocazione di roghi per gli avversari politici, tutto è concesso in nome della libertà.

Bisogna, però, ricordarsi che proprio una libertà eccessiva, a lungo andare, risulta deleteria perché genera una volontà di limitarla, di porre un freno all’anarchia. E tale processo sfocia, inevitabilmente, in una limitazione della libertà, favorendo il nascere di governi forti, autoritari e, spesso, totalitari. Allora si potrebbe concludere, provocatoriamente, che il vero e reale pericolo per la democrazia non è la paventata ed inesistente mancanza di libertà di stampa, ma è proprio l’eccesso di libertà.

Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.” ( Platone – La Repubblica )

Libertà di stampa: dipende…

Vittorio Feltri, direttore editoriale del Giornale, è stato sospeso per tre mesi. Aggiungete il fallito attentato a Maurizio Belpietro,  direttore di Libero. Metteteci anche la perquisizione della redazione del Giornale e delle abitazioni private del direttore Sallusti e del vice Porro, ed il sequestro dei loro PC, con tutti i dati personali. Sistemate la ciliegina sulla torta: Gentiloni del PD, ex ministro nel Governo Prodi, ha inoltrato richiesta di chiusura del Giornale, perché colpevole di essere schierato a favore del Governo e di chiamare il premier amichevolmente “Silvio“. Sembra una battuta, ma è vera. Ma guai ad ipotizzare tentativi di “bavaglio“, per loro non vale. Se una cosa simile si facesse nei confronti di giornali e direttori di sinistra, Ezio Mauro o Concita De Gregorio, avremmo già avuto le sommosse popolari. Se succede a Libero e Giornale, ed ai loro direttori, è tutto normale. Anzi, forse, se la sono cercata…

A quanto pare, è lecito, giusto ed auspicabile, fare lunghe campagne diffamatorie su Berlusconi, ma parlarne bene non si può; è reato gravissimo, almeno per Gentiloni e gentiliniani di corte. Ovvio che, in questi casi l’art. 21 della Costituzione, quello tanto sbandierato dalla sinistra, è momentaneamente sospeso. Ho detto spesso che a sinistra hanno questo strano concetto della libertà di stampa. Così come della democrazia: se vincono loro è una grande vittoria della democrazia, se vincono gli altri è regime! A loro tutto è concesso, ma se si azzardano timidamente, una volta tanto, gli altri ad usare gli stessi metodi, allora non è più libertà di stampa, niente art. 21, quello diventa killeraggio, dossieraggio, macchina del fango. Lo ha ribadito anche Saviano, in prima serata TV, senza che nessuno potesse rispondergli a tono. Ma anche questo rientra nella norma. Loro possono farlo, quando, come e dove vogliono. E  pure pagati profumatamente. Gli altri no. Evidentemente la libertà di stampa e l’art.21 sono diritti esclusivi di pochi privilegiati. Uso un’altra parola frequentemente, riferita alla stampa, alla politica ed alla società: ipocrisia.

Si potrebbe pensare che, forse, io esageri. Allora non resta che sentire cosa ne pensano i diretti interessati. Per esempio i giornalisti. Sentiamo, quindi, cosa ne pensa un giornalista di tutto rispetto, Pierluigi Battista, firma di primo piano del più grande quotidiano italiano, il Corriere. Lo ha detto ieri in un breve video (ascoltatelo, è brevissimo) che figura ancora oggi nella home del quotidiano. Eccolo: “I giornalisti italiani? Grandissimi ipocriti“. E se lo dice lui…

A proposito, giusto per confermare che sono cose che ripeto da tempo, ecco cosa scrivevo 5 anni fa: “Libertà di stampa (per chi?)”

Esercizio di libertà.

Ieri, nel commentare a caldo la prima puntata di “Vieni via con me“, dicevo che a sinistra hanno una strana concezione della libertà. Ciò che fanno, dicono o scrivono gli avversari politici è sempre spregevole, è dossieraggio, è sciacallaggio, è “macchina del fango“, come l’ha definita Saviano, alludendo al Giornale. Se le stesse cose, però, le fanno loro, e anche peggio, allora le chiamano “libertà di espressione“. Sono anni che ribadisco questa strana doppia morale sinistra.

Ancora una volta arriva la conferma ufficiale da parte di un autorevole esponente di quella stessa sinistra, il presidente della RAI Paolo Garimberti. Ecco cosa ha dichiarato oggi, commentando il successo del duo delle meraviglie Fazio/Saviano: “’Vieni via con me è andato oltre le aspettative realizzando il più alto share per RaiTre degli ultimi dieci anni. Il programma è stato dunque un grande esercizio di libertà sia da parte degli autori sia da quella dei telespettatori.”

Appunto. Ed io che dicevo? S’intende che questo “grande esercizio di libertà” è quello che fanno, sulla nostra TV pubblica, gli specialisti del genere: Santoro, Fazio, Saviano, Floris, Gabanelli, Annunziata, Dandini, Iacona. Tutti quelli, insomma, che occupano le prime e seconde serate TV, fanno e dicono quello che vogliono, ma continuano a lamentare pressioni, minacce e bavagli. Così il loro “esercizio di libertà” sembra più rischioso e, quindi, viene remunerato meglio. Ma non è roba per tutti. Richiede una continua applicazione ed allenamenti quotidiani.

Al mattino la gente normale si alza e va al lavoro. I forzati della libertà, invece, no. Loro si alzano, con calma, magari a fine mattinata, fanno colazione, danno uno sguardo ai giornali per conoscere i dati auditel e share, poi cominciano i quotidiani “esercizi di libertà”. Bisogna tenersi in forma. Certo, tutti possono fare gli esercizi, ma non con lo stesso risultato. Voi potete fare esercizio di libertà al parco, sull’autobus, mentre fate la fila alla posta, al bar. Ma non ci ricavate niente. Al massimo vi offrono un caffè o un aperitivo. Loro, invece, che sono specialisti e “professionisti” vanno a fare gli esercizi in televisione dove vengono retribuiti anche con centinaia di migliaia di euro. Lo stesso Saviano lo ha rimarcato con forza, recentemente, dichiarando che lui è un professionista e che i professionisti devono essere pagati secondo le regole del mercato. Lo stesso concetto lo aveva espresso, qualche tempo fa, rispondendo alle polemiche sui suoi compensi, anche Santoro. 

Ora, i più maliziosi potrebbero osservare che richiamare le regole del mercato per stabilire i compensi è esattamente uno dei criteri che sono alla base del capitalismo; quel capitalismo che questa gente ha sempre combattuto e che maledice come il peggiore dei mali. Sì, ma il capitalismo malvagio, selvaggio, spregevole è quello degli altri. Se invece si applica a loro, calma compagni, allora è la giusta ricompensa per dei professionisti. Hanno il capitalismo double face; il loro è buono, quello degli altri è no buono! Ma anche questo, forse, rientra nella categoria dell’esercizio di libertà; la libertà di essere ipocriti: E pure ben pagati.

Anche i comici non se la passano male, anch’essi sono esperti di “esercizio di libertà“. Anzi, sono i più acclamati rappresentanti della categoria. Presenti ovunque, sono una categoria in espansione, non conoscono crisi. E guai a criticarli, loro sono liberissimi di dire tutto, ma proprio tutto quello che gli passa per la testa, perché fanno satira e la satira, si sa, deve essere libera e contro il potere. Sì, purché sia contro Berlusconi, perché altrimenti fare satira sulla sinistra è difficile, è pericoloso, la gente non la capirebbe, quindi è meglio non farla. Lo ha detto un premio Nobel, Dario Fo. A sinistra anche la satira è double face: contro Berlusconi è buona, contro la sinistra è no buona. Hanno la risata a senso unico.

Oggi, per esempio, parte Ballarò di Floris ed il solito siparietto penoso del comico, si fa per dire, Crozza. Ho già detto altre volte che non capisco come sia possibile che ministri della Repubblica si lascino tranquillamente sbeffeggiare da un qualunque comico in diretta TV e come un comico possa rivolgersi ad un ministro come se fossero compagni di bagordi e di sbronze all’osteria.  Mistero. Lo ha fatto anche oggi, rivolgendosi al ministro Bondi e dicendo che le sue poesie fanno cadere le palline ed anche…i muri di Pompei. Ma il meglio, anzi il peggio, viene quando, dovendo ridicolizzare Berlusconi sempre e comunque, prende spunto dalla visita del premier in Veneto per fare della spregevole ironia sull’alluvione.

Ora ricorderete senza dubbio cosa successe quando pubblicarono un’intercettazione nella quale un imprenditore disse che mentre apprendeva del terremoto a L’Aquila, lui rideva. Si scatenò la giusta indignazione e per mesi questa telefonata fu condannata da tutti. C’era ben poco da ridere. Però, quando Vauro fece una vignetta con le bare dei morti richiamando l’aumento della cubatura, qualcuno protestò, ma la sinistra lo giustificò, perché quella è satira. Allora dovremmo chiederci perché ridere del terremoto in Abruzzo è spregevole e ridere dell’alluvione in Veneto e della popolazione che ha perso tutto, è lecito. E la cosa incredibile è che anche in studio ridevano. Anche questo è esercizio di libertà? E nessuno dei presenti ha sentito il dovere di richiamare Crozza ad un minimo di rispetto per la popolazione del Veneto? Nessuno ha il coraggio, una volta tanto, di mandare questi comici, si fa sempre per dire, a quel paese? No, evidentemente non si può, perché quella è satira, la satira è libera ed è un “esercizio di libertà“. E così tutti si divertono, ride Crozza, ride Floris e ridono tutti; come le iene…

 

Dura la vita!

Vivere è sempre più difficile. Anche la tecnologia, che dovrebbe facilitarci l’esistenza, si rivela fonte di preoccupazioni, problemi per la salute e spesso anche di tragedie. Lo conferma questa notizia: “Maresciallo spara alla figlia e si uccide“. Sembra che la causa sia il fatto che la ragazza passava troppo tempo su “Facebook“. Appunto, la tecnologia è pericolosa!

Meglio lasciar perdere Facebook, il web, e pensare a cose più pratiche, magari preparare un bel pranzetto. Ottima idea, così si esce di casa, si fanno due passi, si va al vicino mercatino rionale e “Frosinone: rapita e stuprata mentre era al mercato“. La ragazza, 25 anni, è stata trascinata dentro un furgone e stuprata da due, o forse tre, extracomunitari di colore. Di che colore? Indovinate un po’. Beh, comunque fa piacere che questi immigrati apprezzino le ragazze italiane. Si vede che si stanno integrando.

Non si è più sicuri in nessun posto. Tanto vale rifugiarsi in quel luogo ancora sacro che è la chiesetta del borgo natio. Si fa una preghierina, magari ci si confessa e ci si sente in pace con Dio e con gli uomini. Poi scopri che “Vent’anni di confessioni e messe; non era prete“. Non era prete? E allora a chi avete raccontato i vostri segreti peccati? Boh! Eh, signora mia, non c’è più religione!

Già, stiamo impazzendo tutti. Continuo a ripeterlo da anni. Deve esserci una specie di virus sconosciuto che ci sta facendo perdere il ben dell’intelletto. Ed i media ci danno una grossa mano d’aiuto in questa corsa alla follia. Stiamo impazzendo, ma non ce ne rendiamo conto. Proprio perché i matti non si rendono conto di essere matti. Chi ha la pazienza di leggere il mio blog sa che ripeto spesso questa considerazione. Ma un bloggherino di provincia non fa testo. Per fortuna, o purtroppo, ogni tanto arrivano le conferme. Eccola, è un’intervista a Sandro Veronesi, autore di successo: “Siamo immersi nella follia: Ma non ce ne accorgiamo“. (Questa pagina non è più disponibile, scomparsa ogni traccia anche dal web. Chissà perché.)

Non c’è scampo. Per fortuna ci resta ancora la libertà di fare le nostre scelte e tentare di salvare il salvabile. Libertà? Sì, quella che, un giorno sì e l’altro pure, tutti rivedicano e reclamano, specie a sinistra; se vecchi comunisti tutti d’un pezzo e antifascisti ancora meglio. Infatti, ecco cosa dice un comunista duro e puro da sempre e antifascista, Andrea Camilleri: “Sotto il fascismo ero più libero dei giovani di oggi“.

Boh…dicevamo? Ah, già, dura la vita…

Gaber vs Santoro.

Santoro ha concluso l’ultima puntata cantando alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber, “Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione…”. E’ curioso che continuino ad invocare la libertà proprio quelli che la usano e ne abusano, quando dove e come vogliono, e paventino bavagli alla libertà di espressione. Proprio quelli che te li ritrovi ovunque; in televisione, alla radio, sulla stampa, su internet. Pontificano e sproloquiano da mattina a sera in ogni spazio libero, ma…chiedono libertà. Salvo poi tentare con ogni mezzo di mettere a tacere chi non la pensa come loro. Ma, si sa, la libertà è un bene prezioso, bisogna meritarsela, non la si può concedere a tutti, cani e porci. Meglio riservarla per pochi eletti che decidano, a loro insindacabile giudizio, chi abbia diritto alla libertà e chi, invece, debba avere una “libertà vigilata“. S’intende, per il bene pubblico!

Perché la libertà è bella, ma non esageriamo. Se tutti sono liberi significa che anche gli avversari hanno diritto di esercitare la libertà. E questo non va bene, questo non è bene pubblico. Il bene pubblico, in Italia, è solo quello che fa comodo alla sinistra. Il resto è demagogia, populismo, fascismo, razzismo e mafia. La mafia c’è sempre di mezzo, come la Cia, il Mossad ed i servizi segreti, ovviamente quelli deviati. E non vi venga in mente di mettere in dubbio questi concetti sacrosanti. E’ verità rivelata, ve la consegnano, gratis, insieme alla tessera di partito. Altrimenti, a cosa sarebbero serviti 60 anni di propaganda comunista? “La verità è ciò che conviene al partito“, sentenziava Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri). Quindi, compagni…zitti e Mosca!

Il nostro paladino dei poveri, dei cassintegrati e dei senzatetto, con villa ad Amalfi, ama dare prova delle proprie doti canore. Ricordiamo ancora la sua toccante interpretazione di “O bella ciao…“. Ma possiede anche il gusto della battutina facile che elargisce spesso e volentieri, durante il programma, per la gioia dei fan. Né possiamo tralasciare le sue doti da consumato attore. Basta vedere con quanta bravura ed immedesimazione nel personaggio (Stanislavkij gli fa un baffo) usa recitare il suo monologo d’apertura; roba da far impallidire i più celebrati mattatori del palcoscenico. E’ un artista completo, recita, canta, sa tenere la scena come pochi. Magari la prossima volta, in tutù e danzando sulle punte, si esibirà anche in un balletto, deliziandoci con un intenso pas de deux, insieme a Vauro, sulle note del Lago dei cigni. Per male che vada, ha sempre un avvenire nel mondo dello spettacolo, dell’avanspettaccolo o dell’avan…bicchiere!

Certo vedere Vauro e Santoro cantare non è spettacolo consueto. Ma in questo cinico mondo dello spettacolo ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa per tenersi a galla, far parlare di sé e portare a casa la pagnotta. Quindi anche un giornalista ed un vignettista possono permettersi di cantare Gaber. Ma cosa penserebbe Gaber nel vedere il giornalista Santoro cantare “Libertà è partecipazione…”? Mah, forse potrebbe dirgli più o meno così: “Mi fa piacere che lei abbia intonato quei versi. Ma lei, da buon giornalista, ha la pessima abitudine di prendere dalla realtà ciò che fa conodo e dimenticare ciò che può essere scomodo. Ora, dopo aver inneggiato alla libertà, per correttezza, dovrebbe alla prossima puntata cantare altri versi, sempre di una mia canzone. Dovrebbe farlo perché quei versi interessano direttamente la categoria dei giornalisti, di cui lei orgogliosamente fa parte, e la strana interpretazione che gli stessi giornalisti hanno del concetto di libertà. Se non li conoscesse o li avesse dimenticati, glieli ricordo. Eccoli…”

Da “Io se fossi Dio” (vedi testo completo)

Io se fossi Dio

maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti

che certamente non sono brave persone

e dove cogli, cogli sempre bene.

Compagni giornalisti, avete troppa sete

e non sapete approfittare della libertà che avete

avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate

e in cambio pretendete

la libertà di scrivere

e di fotografare.

 

Immagini geniali e interessanti

di presidenti solidali e di mamme piangenti

e in questo mondo pieno di sgomento

come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:

cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti

e si direbbe proprio compiaciuti

voi vi buttate sul disastro umano

col gusto della lacrima

in primo piano.

 

Sì, vabbè, lo ammetto

la scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia

ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza

non avrei certo la superstizione

della democrazia.

Libertà e uguaglianza.

Non amo la polemica: è inutile e, di solito, si può impiegare il proprio tempo in maniera più proficua e dilettevole. Però, talvolta, non si può fare a meno di rispondere a certe affermazioni gratuite, prive di ogni fondamento logico e perfino di buon senso. E’ il caso di un servizio su una serie di risposte di Moni Ovadia in merito al tema dell’immigrazione. Mi ha colpito questa affermazione: “E’ un truffa parlare di libertà senza parlare di uguaglianza. E questo dovrebbe essere insegnato a scuola“.

E’ curioso notare come si continui, inspiegabilmente, a urlare e chiedere a gran voce “Libertà e uguaglianza”. E’ uno dei retaggi mal digeriti della rivoluzione francese che ancora oggi continua a mietere vittime indistintamente fra intellettuali, artisti, politici e utopisti vari; quelli che predicano bene e razzolano male, quelli che auspicano l’abolizione della proprietà privata, ma hanno la villa “Privata“, con piscina e parco intorno, a Massa Martana, quelli che ogni giorno si ergono a paladini dei poveri, a difesa dei ceti deboli, dei pensionati, dei proletari, ma lo fanno comodamente sdraiati in poltrone firmate nei loro attici romani con vista Cupolone o Colosseo, quelli che fanno i tribuni della plebe in televisione, in prima serata, ma hanno contratti milionari (in euro) e la villa “Privata” sulla costa amalfitana. Ecco, quelli, ci siamo capiti! 

Libertà ed uguaglianza sembrano essere, per questi ideologi dal pensiero debole (ma così debole che ormai è agonizzante), così intrinsecamente uniti da essere inscindibili, sono quasi sinonimi, sono due facce di una stessa medaglia. Forse, come dice Ovadia, è una truffa parlare di libertà e non parlare di uguaglianza. Ma, di sicuro, reclamarle entrambe è una vera e propria idiozia. La truffa, quindi, c’è, ma è quella di non insegnare nelle scuole che i due termini sono opposti ed inconciliabili.  Bisognerebbe cominciare presto ad insegnarlo, anche perché è un concetto non facilmente assimilabile, specie quando si è cresciuti a pane e Marx. Ci vuole tempo per capirlo. Del resto, dai tempi della rivoluzione d’ottobre, ci sono voluti 70 anni ai comunisti per capire che avevavo fallito. In verità, molti non l’hanno capito ancora oggi. Non solo il pensiero è debole, ma è come un vecchio motore diesel, lento a carburare.

Sinteticamente possiamo dire che le ex repubbliche sovietiche erano fondate sul concetto di uguaglianza, mentre il mondo occidentale si fonda, prioritariamente, sul concetto di libertà. Due concezioni del mondo e della società diverse e difficilmente conciliabili. Quella differenza sostanziale, pur con nomi diversi è ancora oggi in atto. Poco importa se oggi i comunisti preferiscano chiamarsi democratici e giocare a fare gli americani a Roma. La balia è sempre quella, il latte pure. Del resto, all’ingresso del porto di New York c’è la statua della Libertà. La statua dell’Uguaglianza la devono ancora inventare. Ecco cosa scrivevo, in merito alla questione libertà/uguaglianza, quattro anni fa.

Libertà e uguaglianza sono conciliabili? (15 maggio 2006)

Da ragazzi siamo tutti, chi più chi meno, poeti, filosofi e ribelli. E non essendo ancora coinvolti pienamente nella vita sociale e nelle responsabilità che ne derivano, ci troviamo nella felice situazione di poter osservare il mondo con un certo distacco. E’ in quel periodo, purtroppo breve, di spensieratezza che ci si permette il lusso di inseguire utopie e vagheggiare su mondi perfetti. Poi si cresce e si scopre che non riusciremo a cambiare il mondo, ma che, nel frattempo, il mondo sta cambiando noi. E si assiste, quasi increduli, al funerale dei sogni giovanili, con una spiacevolissima sensazione di frustrazione che può accompagnarci tutta la vita.

Ci sentiamo traditi, come privati di un diritto irrinunciabile e ci costa una fatica enorme constatare ed accettare il fatto che, come disse poeticamente Giacomino, la vita non mantiene ciò che promette. Ricordo che, osservando la realtà ed i suoi conflitti quasi permanenti, e notando che derivassero dalla contrapposizione di forze contrarie, mi sforzassi di trovare una soluzione che annullasse la perenne lotta fra gli opposti. Ingenuo tentativo di forzare la natura e di far convivere pacificamente leoni e gazzelle.

Ben presto, tuttavia, dovetti accettare quell’idea che mi si riproponeva costantemente. Erano due semplici paroline che tentavo in ogni modo di negare, e di dimostrarne l’infondatezza, ma che alla fine si affermarono con la forza della verità: l’inconciliabilità degli opposti.

Non solo gli opposti sono inconciliabili, ma è dalla loro continua contrapposizione che nasce l’equilibrio, la stabilità ed infine l’armonia. L’armonia è, quindi, la situazione di non prevalenza di uno o dell’altro dei termini contrari. Con un piccolo dettaglio non trascurabile: l’armonia in natura non esiste. La sua esistenza presupporrebbe l’annullamento degli opposti, quindi della dinamica conflittuale che è alla base della vita.

Il mio era solo un inutile tentativo di realizzare ed ottenere l’armonia eliminando le forze opposte. Sarebbe come cercare di ottenere l’effetto eliminando la causa. I conflitti non sono altro che la continua lotta fra termini opposti, con la prevalenza momentanea di uno o dell’altro, e cercare di annullarli per farli convivere in perfetta armonia è quello che solitamente chiamiamo utopia.

Problema risolto? Per niente. Ammesso che si concordi sul fatto che l’armonia in natura sia una utopia, resta da stabilire se questa sia una verità oggettiva. E questo è un altro bel problemino di non facile soluzione. Detto in parole semplici: se io sono un osservatore all’interno di un sistema complesso, quale è la realtà, posso effettuare una qualche misura, o valutazione di carattere gnoseologico, della realtà stessa, tale che sia inequivocabilmente vera, dimostrabile ed abbia valore al di fuori del sistema? Tarski direbbe di no. Ed anche la meccanica quantistica direbbe di no. E allora perché mai io dovrei dire di sì? A questo punto il problema è risolto? Per niente. Ma questa è un’altra storia che esula dall’argomento del post.

Arriviamo al dunque. Ci sono due parole che, da oltre duecento anni, vengono usate frequentemente abbinate nel linguaggio politico: libertà ed uguaglianza. La fraternità possiamo trascurarla e lasciarla alle pie opere di assistenza. E’ curioso notare come queste due parole vengano citate, urlate, rivendicate, in ogni circostanza possibile, e che raramente ci si soffermi a riflettere sul loro significato e sulle reali possibilità di attuazione pratica. Sembrano quasi inscindibili e tali che una non possa esistere senza l’altra. In realtà è vero esattamente il contrario.

Libertà ed uguaglianza sono due termini inconciliabili e quantitativamente inversamente proporzionali. Il massimo di libertà equivale al minimo di uguaglianza. Il massimo di uguaglianza equivale al minimo di libertà. Anzi, a voler essere proprio pignoli, si potrebbe affermare che i due termini si escludano a vicenda. Dove c’è libertà non può esserci uguaglianza e dove c’è uguaglianza non c’è libertà. Pensare ad un equilibrio fra i due termini significa annullarli entrambi per ottenere una situazione di stabilità e di armonia nella quale nessuno dei due prevalga.

Ammesso, e non concesso, che i due termini possano trovarsi in condizione di equilibrio, ogni intervento sullo status quo turba e modifica l’equilibrio stesso, a favore di uno o dell’altro termine. A rigore i due termini non sono propriamente opposti e contrari, ma sono due variabili strettamente connesse, tali che ad ogni variazione di un termine corrisponde una variazione del secondo. Ai fini pratici, quindi, possiamo considerarli a pieno titolo come termini opposti, visto che gli effetti della loro relazione sono gli stessi dei termini contrari. Dare più rilevanza alla libertà significa toglierne in egual misura all’uguaglianza, e viceversa.

Si tratta, né più né meno, che di una applicazione pratica di quella contrapposizione di forze contrarie di cui accennavo in premessa. Libertà ed uguaglianza sono, quindi, due variabili la cui relazione rientra a pieno titolo nella categoria delle forze alle quali si applica la “inconciliabilità degli opposti”. Allora è evidente che non si può chiedere contemporaneamente libertà ed uguaglianza, ma bisognerebbe scegliere: o si chiede più libertà o si chiede più uguaglianza. Altrimenti è come pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca…

L’ignoranza rende liberi.

Non voglio parafrasare l’aberrante motto posto all’ingresso di Auschwitz, né porre un titolo ad effetto. E’ esattamente ciò che intendo dire e che cercherò di spiegare brevemente. La libertà, nel senso comune del termine, è intesa come facoltà di operare una scelta o di compiere un’azione senza condizionamenti, imposizioni, limiti, divieti che possano alterare o annullare la nostra autonomia decisionale.

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