Branco di illusi.

A dimostrazione di quanto sto per dire userò due citazioni; una in apertura ed una in chiusura. Tali citazioni confermano il senso del mio discorso, ma il fatto che io le inserisca in questo scritto, usando parole non mie, è in chiara contraddizione con le mie conclusioni. Niente di grave, è solo uno dei tanti paradossi della vita. Ed io adoro i paradossi, ci insegnano a non prendere la vita troppo seriamente.

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Obama: primo miracolo!

Lo avevo preannunciato di recente, dopo l’assegnazione del Nobel per la pace ad Obama. Dicevo, nel post "Obama vince l’Oscar", che ora mancava solo di farlo santo subito, sempre come riconoscimento preventivo: non ha ancora fatto miracoli, ma li farà. Ed ecco la conferma che non mi sbagliavo. Oggi tutti i media pubblicano l’ennesima classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Questa è stilata da "Reporters sans frontières". Sì, oggi il "sans frontières" è di moda, va come il pane. Medici, reporters, tutti senza frontiera. Strano che non abbiano ancora creato "Magistratura senza frontiere" (magari ci stanno pensando). Poi arriveranno altre categorie, che so…"idraulici senza frontiere", stileranno la loro bella classifica aggiornata sulla situazione dell’idraulica nel mondo e piazzeranno l’Italia al 120° posto, col pretesto che l’Italia fa acqua da tutte le parti e Berlusconi non capisce un tubo!

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Libertà di stampa…con riserva.

Annunciata a settembre una grande manifestazione in difesa della libertà di stampa. L’idea è stata lanciata da Franceschini, il segretario a tempo del PD, ma per cercare di coinvolgere ampi strati dell’opinione pubblica, vorrebbe che ad organizzare la manifestazione fosse la FNSI e l’Ordine dei giornalisti. Il tutto nasce dopo le rivelazioni del Giornale sulle magagne giudiziarie di Dino Boffo, direttore di Avvenire, e la causa civile contro il quotidiano Repubblica. Atti gravissimi, come viene da giorni stigmatizzato da tutta una pletora di moralisti e difensori ad oltranza della libertà di stampa. Libertà sì, ma…non per tutti. Così hanno lanciato la solita raccolta di firme e una protesta di piazza. La cosa buffa sarebbe che a quella manifestazione ci andasse anche Feltri, ovviamente per difendere la libertà di stampa, anche la sua. Vorrei proprio vedere come farebbero gli altri manifestanti a negargli il diritto che rivendicano per tutta la stampa.

Ma cosa ha fatto di così grave Feltri nel pubblicare quella notizia su Boffo? Ha fatto esattamente quello che da anni continuano a fare alcuni media. Non è forse andando a curiosare negli archivi giudiziari e pubblicando le sue “scoperte” su articoli e libri che Marco Travaglio ha costruito la sua fortuna? Non sono forse questi atti giudiziari, che stranamente riguardano sempre Berlusconi, Previti, Dell’Utri ed esponenti del centro destra, che Travaglio usava per imbastire i suoi pistolotti in TV, in prima serata, davanti a milioni di telespettatori, senza che nessuno potesse nemmeno intervenire perché il bravo conduttore Santoro, subito dopo, cambiava argomento? Non è forse Repubblica che da mesi insiste con una campagna di aggressione nei confronti di Berlusconi basata non su fatti concreti, non su reati, non su sentenze giudiziarie, non su gravi indizi di colpevolezza, ma su sospetti, supposizioni, rivelazioni di escort, foto della sua villa  e valutazioni “morali” dell’operato del premier e delle sue vere o presunte avventure sessuali? Non è forse vero che hanno sempre giustificato queste rivelazioni col diritto di cronaca, la libertà di stampa ed il fatto che le notizie vanno rese pubbliche e la gente vuole sapere? Certo che è così. E allora perché se la stessa cosa la fa Feltri, una volta tanto, pubblicando non supposizioni, sospetti e dicerie, ma un decreto penale (che è un atto pubblico) per molestie (che è un reato), non va più bene e quella che era libertà di stampa diventa un disgustoso attacco personale e “killeraggio giornalistico”? E’ un caso di eccezione alla libertà di stampa o cosa?

Due giorni fa, nello spazio serale dedicato agli approfondimenti, su RAI3, il direttore Di Bella, riferendosi al caso Boffo, ha posto ripetutamente una domanda agli ospiti, chiedendo come sia possibile che si indaghi sulla vita privata dei giornalisti. Bella domanda, direttore. Ma, come ho detto spesso in passato, talvolta le domande sono più importanti delle risposte. Allora, se proprio vuole fare la domanda giusta, il nostro direttore scandalizzato dovrebbe porsi questa domanda: perchè i giornalisti, fregandosene altamente del rispetto della privacy, possono indagare sulla vita privata dei cittadini e sbattere le notizie in prima pagina, e non si può indagare sulla vita privata dei giornalisti? Anche questa mi sembra una bella domanda, caro Di Bella, o no? O forse i giornalisti non sono cittadini come gli altri? Sono cittadini di serie A? O forse, per parafrasare il famoso motto dei maiali orwelliani, “Tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni cittadini sono più uguali degli altri“?

Beh, sono domande alle quali, forse, qualcuno dovrebbe rispondere il giorno della manifestazione. In fondo la domanda è semplicissima: la libertà di stampa vale anche per Feltri ed il Giornale, oppure vale solo per Rocco e i suoi fratelli, Jovanca e le altre, Travaglio e i suoi compari, Repubblica e i suoi cugini? Così, è una semplice curiosità, come suol dirsi, non per sapere i fatti vostri, ma per regolare i nostri.

Chavez: come farsi la televisione personale.

Hugo Chavez, presidente del Venezuela, è quel pittoresco personaggio, amico fraterno di Fidel Castro (il che è tutto dire) il quale, qualche tempo fa, intervenendo all’assemblea dell’ONU, cominciò il suo discorso facendo una serie di arcani scongiuri ed il segno della croce perché, prima di lui, sullo stesso palco, aveva parlato il diavolo in persona nelle sembianze del presidente Bush.

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Detto in due parole

La forma letteraria che preferisco è l’aforisma. Sono convinto che, troppo spesso, il rapporto fra pensiero e parola sia un rapporto inversamente proporzionale. Chi ha molte idee da esprimere, necessariamente, deve essere breve, conciso ed usare poche parole. Al contrario, chi ha poche idee, o non ne ha affatto, ricorre a lunghi discorsi proprio per mascherare la mancanza di idee. In altri casi gli eccessi verbali nascondono un fine più subdolo: confondere l’ascoltatore e, usando una buona dialettica, convincerlo della bontà delle proprie idee. E’ il classico caso dei truffatori di ogni genere, compresi molti intellettuali.

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Libertà e uguaglianza sono conciliabili?

Da ragazzi siamo tutti, chi più chi meno, poeti, filosofi e ribelli. E non essendo ancora coinvolti pienamente nella vita sociale e nelle responsabilità che ne derivano, ci troviamo nella felice situazione di poter osservare il mondo con un certo distacco. E’ in quel periodo, purtroppo breve, di spensieratezza che ci si permette il lusso di inseguire utopie e vagheggiare su mondi perfetti. Poi si cresce e si scopre che non riusciremo a cambiare il mondo, ma che, nel frattempo, il mondo sta cambiando noi. E si assiste, quasi increduli, al funerale dei sogni giovanili, con una spiacevolissima sensazione di frustrazione che può accompagnarci tutta la vita.

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In democrazia anche essere idioti è un diritto. Ma…c’è un limite?

Ricordo una scenetta di Verdone nella quale l’attore, impersonando una recluta destinata a prestare servizio fra gli alpini, preoccupato per il fatto che notoriamente fra gli alpini usano fare scherzi molto pesanti, chiedeva al colonnello: “Ma c’è un limite agli scherzi? Non è che non mi piacciono gli scherzi. Mi piacciono, ma…c’è un limite?“. La domanda restava in sospeso, lasciando intendere che forse, e purtroppo per la povera recluta, quel limite auspicabile non ci fosse.

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Libertà di parola? Sì, ma non per tutti…

Boicottaggi e criminali squadrismi rossi: all’Università c’è ancora posto per la libertà di parola ? A pagina 1 di Il Foglio del 2005-05-05, Giorgio Israel firma un articolo dal titolo «Riparte dalle università inglesi ( e ha code italiane) il boicottaggio accademico di Israele» IL FOGLIO di giovedì 5 maggio 2005 pubblica a pagina 1 dell’inserto un articolo di Giorgio Israel sul montare, in coincidenza dell’aprirsi di prospettive di pace, dell’intolleranza anti-istraeliana nelle università europee. In quelle inglesi, in cui la maggioranza dei docenti aderisce a un’iniziativa di boicottaggio, e in quelle italiane, dove si moltiplicano gli episodi di squadrismo. Ecco l’articolo: La campagna per il boicottaggio di Israele in ambiente universitario prese le mosse in modo imponente nella primavera del 2002. Era un susseguirsi di raccolte di firme di professori universitari che aderivano all’indicazione di evitare contatti con le istituzioni scientifiche e accademiche israeliane e persino con i singoli qualora non avessero preso le distanze dalla politica del loro paese. Mi trovavo a Parigi in quel periodo, invitato da un’università, e ricordo perfettamente il clima avvelenato, i colleghi che si presentavano in keffiah ai seminari, che ti chiedevano quali iniziative si stavano prendendo nelle università italiane contro Israele, come se fosse ovvio che una persona normale non potesse avere una posizione differente. Ricordo i rapporti divenuti insostenibili, le amicizie rotte, le improvvise preclusioni. A nulla valeva nei confronti dei più fanatici – per fortuna, non pochi compresero e cambiarono idea – sottolineare il carattere assolutamente inedito di una simile iniziativa. Neppure nei confronti delle istituzioni accademiche e scientifiche sovietiche erano mai state compiute scelte simili. E ciò in quanto si riteneva – giustamente – che fosse preferibile lasciare aperte le porte della collaborazione scientifica e culturale, in quanto, attraverso tale canale di dialogo, poteva trasmettersi il germe benefico della democrazia e della libertà. Chi vuole avere memoria ricorda benissimo gli accademici e scienziati sovietici che passeggiavano per i convegni nei paesi occidentali con la medaglietta di Lenin sulla giacca, mentre a casa loro i dissidenti finivano nel Gulag: nessuno mai si sognò di cacciarli via o di decretare un boicottaggio nei loro confronti. Ora, per la prima volta, si decideva di infliggere un simile trattamento a Israele. Fu un’ondata di mefitica intolleranza che dilagò nelle università di molti paesi: soprattutto in Francia e in Inghilterra e in numerose università statunitensi, per fortuna quasi affatto in Italia. Nel luglio 2002 si verificò un evento che contribuì a determinare l’inizio di una svolta. Mona Baker, direttrice del Center for Translation of Multicultural Studies presso l’Università di Manchester, cacciò due ricercatori israeliani – Gideon Toury dell’Università di Tel Aviv e Miriam Schlesinger dell’Università Bar Ilan – dal comitato scientifico di due riviste del centro, con la esplicita ed esclusiva motivazione che essi erano israeliani e quindi cittadini di quel paese dannato, e li sostituì con due ricercatori palestinesi. Per giunta, Schlesinger era una nota esponente del movimento pacifista israeliano… Un provvedimento di natura indiscutibilmente razzista che richiama un precedente storico: quando, nel 1938, l’Unione matematica italiana sostituì il suo rappresentante nel “board” della rivista tedesca di recensioni matematiche “Zentralblatt für Matematik”, ovvero il celebre scienziato Tullio Levi-Civita, in quanto ebreo, con due matematici ariani, Francesco Severi ed Enrico Bompiani. Il carattere evidentemente razzista del provvedimento della Baker non consentiva alibi: coloro che si rifiutarono di dissociarsi dalla sua azione e mantennero la loro firma accanto alla sua nei manifesti di boicottaggio svelarono la loro assoluta malafede e il carattere fazioso – per essere eufemistici – delle iniziative di boicottaggio. Si può dire che da allora la campagna iniziò ad attenuarsi. Tanto che quando, circa un anno fa, fu presentato a varie case editrici in Francia un volumetto dedicato alla vicenda del boicottaggio e redatto da universitari non soltanto francesi, la risposta fu che ormai essa apparteneva al passato e non era più di attualità.Chi poteva attendersi che, molto tempo dopo, proprio dopo la decisione del governo israeliano di ritirarsi da Gaza e la riapertura di un dialogo con l’Autorità nazionale palestinese, il boicottaggio sarebbe ripreso alla grande? Non se lo potevano attendere coloro che credono ancora alla buona fede dei promotori di tali iniziative e a cui il caso Baker non ha insegnato nulla. Non si è detto e scritto che una ripresa del dialogo israelo-palestinese, dopo tanti drammi, era una delicata piantina da preservare con ogni cura dalle intemperie? non si è detto e scritto da ogni parte che Sharon aveva mostrato un coraggio senza precedenti? Lui è il "De Gaulle Palestina”, si è detto e scritto. Le persone ingenue avevano quindi ogni ragione per ritenere che questo non era proprio il momento in cui scatenare una nuova campagna di boicottaggio. Ma si sbagliavano. Perché nella loro ingenuità non avevano previsto che mentre la mano destra lodava il “De Gaulle della Palestina”, la mano sinistra compilava il nuovo appello al boicottaggio – o se non si è trattato delle mani della stessa persona, si è trattato di un gioco delle parti tra compari. Come commentare altrimenti l’incredibile silenzio (o quasi silenzio) con cui è stato accolta la decisione presa a maggioranza un paio di settimane fa dal sindacato dei professori universitari della Gran Bretagna (49.000 iscritti) di boicottare le Università di Haifa e Bar Ilan? L’organizzazione britannica ha invitato i suoi aderenti a non stabilire alcun rapporto di collaborazione scientifica con le due istituzioni, fatta eccezione per quei loro dipendenti che mostrino un atteggiamento critico nei confronti della politica del loro paese… Ma quale autorità morale può mai esibire un’organizzazione che non ha fatto neppure stormire una foglia di fronte ai massacri compiuti da dittatori e satrapi del terzo e quarto mondo? Eppure, a fronte di un simile scempio dell’onestà intellettuale e della morale, il mondo accademico internazionale tace o al più borbotta, almeno finora. Potrebbe essere di consolazione il fatto che in Italia, ancora una volta, il boicottaggio sembra non attecchire. Ma è meglio non rallegrarsi troppo. Perché è proprio qui che abbiamo avuto alcuni sintomi del riemergere dello scellerato fenomeno. Nei mesi scorsi, prima a Pisa, poi a Firenze, gruppi di autonomi dell’estrema sinistra hanno impedito l’intervento del consigliere Shai Cohen e dell’ambasciatore israeliano nell’ambito di seminari universitari. L’aspetto più inquietante di tali episodi è la copertura che è stata data agli atti squadristici da parte di ambienti e organi di stampa dell’estrema sinistra, come il Manifesto. Giorni fa è accaduto il terzo episodio. A Torino, il consigliere Elazar Cohen dell’Ambasciata d’Israele ha potuto tenere una lezione nell’ambito del corso di Geografia culturale della professoressa Daniela Santus soltanto perché la predetta ha avvertito preventivamente la Questura. Ciò non l’ha salvata da un tentativo di aggressione fisica e da un lancio di razzi da parte di un gruppo di studenti “antisionisti”, appartenenti equamente all’estrema sinistra e all’estrema destra. Ancor più inaudito è il fatto che la docente sia stata costretta ad annunciare al preside della sua facoltà di dover rinunciare a proseguire l’attività didattica in aula, per le minacce ricevute, e di essere costretta a far lezione a gruppetti di tre persone nello studio. Questi fatti sono avvenuti pochi giorni prima del 25 aprile, che poteva essere la buona occasione per pronunciarsi su un evento di classico squadrismo da “manganello e olio di ricino” e che rientra quindi a pieno titolo nella tematica dell’antifascismo attuale, non di quello d’archivio. Al contrario, buona parte del mondo accademico, politico e giornalistico ha preferito voltare la testa dall’altra parte e dar fiato alle consuete trombe della retorica o delle consunte polemiche sulla “memoria condivisa”, mentre i soliti ambienti di estrema sinistra – ormai egemoni di quelli di estrema destra che, sulla questione israeliana, sono divenuti la loro manovalanza – plaudivano neanche tanto a bassa voce alla “resistenza” contro il sionismo. Ma converrà ritornare all’estero e alla vicenda degli universitari britannici per aggiungere una pennellata finale al quadro, tra il sinistro e il grottesco, della nuova campagna di boicottaggio. Subito dopo l’inizio di questa campagna, il Guardian ha pubblicato (il 20 aprile) un articolo di un docente israeliano, Ilan Pappe, guarda caso “senior lecturer” in Scienze politiche di una delle due università boicottate, quella di Haifa. Per dare una prova di quanto nella sua università imperi un clima di terrore illiberale, il nostro che cosa ha fatto? Ha pubblicato un appello al boicottaggio non soltanto della sua università, ma di tutte le istituzioni accademiche e, anzi, dello Stato d’Israele tout court. “Faccio appello a voi – ha proclamato Pappe – a far parte di un movimento storico e di un momento che può portare a concludere più di un secolo di colonizzazione, occupazione di spossessamento dei palestinesi”. Secondo Pappe, le “infamie” commesse dall’esercito israeliano sarebbero possibili perché coperte dall’autorità dell’accademia israeliana, e quindi scardinando questa si priverebbe di supporto morale l’esercito. Difatti, l’università sarebbe connessa ai servizi di sicurezza in quanto fornisce i diplomi “postgraduate”… Di conseguenza, gli accademici israeliani, gli uomini di affari, gli artisti e gli industriali hi-tech debbono ricevere il messaggio che occorre pagare un prezzo per il consenso alle politiche governative. Non fermiamoci ulteriormente su simili deliri che offrono motivazioni sufficienti per interrogarsi sull’adeguatezza scientifica di simili personaggi, peraltro abbastanza isolati. Chiediamoci piuttosto perché si comportano così. La prima risposta richiama la nota e quanto mai efficace caratterizzazione di François Furet del “tratto unico della democrazia moderna nella storia universale”, da cui Israele non è certamente esente: “Questa capacità infinita di produrre dei figli e degli uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, odiano l’aria che respirano, mentre vivono di essa e non ne hanno conosciuto un’altra”. Questa caratteristica Questa caratteristica trova oggi la sua espressione quintessenziale nella vasta internazionale della cultura postmoderna e postcomunista, antioccidentale e alterglobalista che domina gran parte dei campus universitari, dagli Stati Uniti all’Europa, e che non manca di estendere le sue propaggini, sia pure minoritarie, anche in Israele. Ma una siffatta spiegazione, pur fondatissima e che individua i tratti caratterizzanti di questo fenomeno culturale e sociale, non basta a rispondere alla domanda del perché proprio ora e perché tanto rinnovato attivismo da parte di questi “intellettuali” israeliani. La risposta sta precisamente nel “proprio ora”. Proprio ora, perché adesso si profila un possibile percorso di soluzione, intricato e difficile quanto si vuole, ma realistico e che, soprattutto, ha come prima tappa un evento concretissimo: il ritiro da Gaza. E perché questo percorso non è il “loro”, non è quello dei cosiddetti “accordi di Ginevra”, o di analoghe chiacchiere prive di qualsiasi fondamento concreto, ma quanto mai utili ad attirare come una calamita l’interesse, le passioni e le simpatie dell’antisionismo internazionale; ovvero di coloro che, come si constata ancora una volta in questi giorni, non hanno a cuore la pace quanto l’eliminazione dello Stato di Israele. Cosa resterebbe da fare ai personaggi alla Pappe, se tutta l’attenzione si incanalasse attorno al ritiro da Gaza e agli sviluppi geopolitici connessi? Chi li intervisterebbe più sui grandi giornali, alle televisioni e alle radio occidentali? Chi si preoccuperebbe più di tanto di tradurre i loro libri, di recensirli e diffonderli? Ecco allora che, di fronte al rischio dell’assoluta irrilevanza, questi personaggi, invece di stimolare il processo iniziato nella direzione da essi ritenuta opportuna, lo ostacolano di fatto, si agitano istericamente e chiedono aiuto ai loro confratelli accademici di ogni continente, cogliendo l’occasione del riemergere della campagna di boicottaggio. E’ da augurarsi soltanto che il corso degli eventi sanzioni nei fatti questa irrilevanza e dia loro l’opportunità di esibire le loro qualità accademiche, scientifiche o letterarie e non soltanto la capacità di esibirsi sulle tribune mediatiche. Fonte: Informazione corretta
Riferimenti: ( Torre di Babele)

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Segno dei tempi…

L’estremismo islamico minaccia anche la Rai A pagina 18 di Corriere della Sera del 2005-05-07, Giovanna Cavalli firma un articolo dal titolo «Submission in tv, minacce a Masotti» L’estremismo islamico detta ordini alla Rai. Proibito proiettare il film di Theo Van Gogh. Afef Tronchetti Provera tace. noi aspettiamo di sapere se Eurabia ha fatto un altro passo avanti. Ecco la cronaca del CORRIERE della SERA: Telefonate in arabo al giornalista di Raidue. « Pochi sapevano che è in scaletta il film di Van Gogh » ROMA — Minacce di morte in arabo per Giovanni Masotti, vicedirettore di Raidue con delega all’informazione. E conduttore di « Punto e a capo » , trasmissione di approfondimento che per giovedì 12 maggio, seconda serata, ha in scaletta la proiezione del film « Submission » del regista olandese Theo Van Gogh, assassinato da un islamico proprio per quel che contiene il cortometraggio: 12 minuti in cui si racconta la condizione femminile nell’Islam. La protagonista, che ha i versetti del Corano dipinti sulla schiena, condannata come adultera, è stata picchiata dal marito e punita dalla legge con 100 colpi di frusta. E ora nel mirino dei fondamentalisti potrebbe essere finito proprio Masotti. Destinatario di cinque consecutive telefonate minatorie ricevute sul suo cellulare nel giro di 45 minuti, due giorni fa. Sul display è comparso il logo: numero privato. Dall’altra parte una voce di uomo che parlava arabo e con tono assai concitato. In sottofondo una musica mediorientale. Altre tre chiamate anonime analoghe sono arrivate a Max Parisi, giornalista della trasmissione, per pronunciare più volte la parola fatwa . Ovvero la sentenza di morte dei terroristi islamici. Intanto Edouard Ballaman, il deputato della Lega Nord che ha portato in Italia « Submission » trasmesso anche alla Camera, sollecitandone la messa in onda sulla Rai con una raccolta di firme bipartisan, ha annunciato che da ieri è sotto scorta. « Spero ancora che si tratti di uno scherzo ai miei danni » , dice Masotti. Che nel dubbio però ieri ha denunciato l’accaduto ai carabinieri del Ros. Consegnando anche un dischetto su cui ha registrato la quinta e ultima telefonata: un minuto e mezzo di prova audio, piuttosto disturbata. « Ero nel mio camerino a Saxa Rubra con altri tre, quatto colleghi » , racconta il vicedirettore di Raidue. « Saranno state le 18 e 30. Alle prime due telefonate non ci ho nemmeno fatto caso, non capivo niente, sentivo qualcuno che gridava in arabo, ho pensato a uno sbaglio. Alla terza a uno scherzo. Alla quarta abbiamo provato a collegare il telefonino a un registratore che si era portato dietro uno dei miei, ma abbiamo fatto cilecca. Alla quinta ci siamo riusciti » . Masotti, come facevano i presunti terroristi ad avere il suo numero di telefonino? « Mah, ormai ce l’hanno tutti, altro che segretezza, qui è un groviera bavarese » . A sapere che quelli di « Punto e a capo » meditavano di trasmettere il filmato di Van Gogh non erano nemmeno in tanti. « Me ne ha portato la copia Ballaman soltanto mercoledì » , ricorda Masotti. « Ma sa, montiamo il programma anche in studi esterni alla Rai » . Cosa le fa pensare che l’abbiamo voluta minacciare? « Non ne sono sicuro, io l’arabo lo parlo poco, sono stato giusto in Afghanistan e Pakistan, ho capito soltanto la frase Allah è grande. Max però è convinto di aver intercettato qualche parola inquietante tipo tu sei morto, quindi, sa com’è » . Parisi infatti ha presentato identica denuncia alla Digos di Milano. Per adesso « Submission » resta in scaletta. « Non credo che lo cancelleremo. Il film mi ha impressionato, trovo giusto trasmetterlo » . Ultimamente « Punto e a capo » è sempre in primo piano. Il caso Cannavaro, ora le minacce dei fondamentalisti. E lo share che sale all’ 11%. « Con lo scoop su Cannavaro è stata pura fortuna. In questo caso io la notizia delle minacce non volevo nemmeno farla uscire. La verità è che il programma decolla perché finalmente decido da solo. Finché me lo fanno fare » . Fonte: Informazione corretta
Riferimenti: ( Torre di Babele)

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