Gli italiani sono scemi

Alla RAI sono convinti che gli italiani siano propri deficienti. Altrimenti non farebbero certi programmi. Domenica scorsa, dopo il TG1 di regime, parte il programma di Massimo Giletti. Dice che, in sostituzione dell’Arena,  parte una nuova serie che continuerà fino a luglio: “Una domenica da leoni”. Giletti, per il suo bene, ed anche per il nostro, farebbe meglio a riposarsi, rilassarsi e scomparire dal video per qualche mese, per un anno o anche un decennio (pazienza, cercheremmo di sopravvivere), tanto per consentire anche a noi di riprenderci dallo stress della vista domenicale di quell’angosciante spettacolo di disgrazie e scandali nazionali e pistolotti moralistici di finti bravi ragazzi dall’indignazione facile e l’ipocrisia in dotazione di serie. Ne guadagnerebbe l’umore e la digestione. Invece no. Questi personaggi televisivi sono talmente presuntuosi, narcisisti e pieni di sé, che sono convinti che la gente non possa vivere senza la loro presenza. Ecco perché sono sempre lì su qualche canale; si sacrificano per il nostro bene (e ci campano).

La televisione è talmente presente nella nostra vita, che ne fa parte integrante, come tutti i mezzi, apparecchi, elettrodomestici e strumenti di uso quotidiano ai quali ormai è impossibile rinunciare. Ma è molto più pericolosa di un frigorifero, di un forno a microonde, di un tostapane o un frullatore. Questi li usi, li spegni e sono innocui. La televisione no, è sempre presente, anche quando non vuoi, perché la gente ne parla al lavoro, a casa, al mercato, a passeggio, al mare, dalla parrucchiera,  e discute dei programmi, dei conduttori, degli ospiti, delle litigate; i nostri discorsi quotidiani sono pieni di riferimenti televisivi a base di citazioni, battute, opinioni, fiction, reality, talent, cuochi e ricette, cani commissari, preti investigatori, diete e chiacchiere da cortile; linea alla regia, pubblicità.  La televisione si è impossessata della nostra vita e ne determina in buona parte lo svolgimento, le relazioni personali, i rapporti sociali, i gusti ed i consumi. E non sempre questa influenza è positiva; anzi, molto spesso è negativa e genera gravi danni a livello psichico: ci rovina l’esistenza.

Saranno, dice Giletti, delle puntate dedicate ai “grandi personaggi dello spettacolo”, dei veri e propri “numeri uno”. E chi è il primo “Leone” della serie? Per aiutarci a capire chi sia il primo di questi “numeri uno”, cita alcune sue frasi celebri, dando quasi per scontato che tutti sappiano riconoscerla. “Se dico “Crederci sempre, arrendersi mai…A chi tocca non se ‘ngrugna… Guardatevi le spalle”, è chiaro, dice, che stiamo parlando di una grande donna che domina la televisione. Et voilà, il primo leone è una leonessa: Simona Ventura (è lei quella nella foto a lato, al naturale, senza il quintale di trucco e gli effetti speciali). Sul valore letterario e filosofico delle sue affermazioni, che secondo Giletti sarebbero delle frasi famose, stendiamo un velo pietoso. Certo che una frase come “A chi tocca non se ‘ngrugna ( o s’engrugna?) resterà nella storia del pensiero umano. Non siamo proprio a livello del “So di non sapere” socratico, ma poco ci manca. No? E qui, inevitabilmente, scappa da ridere; se il livello dei personaggi è quello della Ventura, chissà cosa ci aspetta nelle prossime puntate; magari Fabio Volo, Valeria Marini, Platinette, Al Bano (quello c’è sempre, come il prezzemolo), Maria De Filippi, Mara Venier, Malgioglio, e chissà quali altri autorevoli personaggi che danno lustro e prestigio all’Italia.

La cosa ridicola è che questa gente, che per grazia ricevuta campa benissimo a spese nostre facendo televisione (e fingendo che questo sia un lavoro), è davvero convinta di fare qualcosa di speciale, importante, altamente meritorio ed essenziale per la comunità umana. Così hanno messo su una specie di compagnia di giro di attori, cantanti, conduttori, opinionisti, comici, saltimbanchi, giullari e buffoni di corte, che di mestiere fanno “televisione”, quella specie di grande discarica di rifiuti indifferenziati che scambiano per informazione, intrattenimento, spettacolo. Così possiamo anche fare zapping disperatamente e cambiare cento canali, ma, salvo pochissime eccezioni, cambia solo l’inquadratura, il cassonetto, il tipo di contenuto; ma  sempre spazzatura è, stessa discarica.  Ma fanno finta che sia spettacolo, si invitano e si ospitano a vicenda nei rispettivi programmi, si scambiano elogi e complimenti, che poi vengono ricambiati alla prima occasione, si attribuiscono meriti, premi e riconoscimenti, si autoesaltano e ci credono pure; insomma, se la suonano e se la cantano. Ed i telespettatori fanno come le stelle; stanno a guardare.

Ovviamente ci saranno, immancabili, gli “opinionisti” in studio che ci delizieranno con le loro profonde riflessioni. L’opinionista è una nuova figura professionale, nata negli studi televisivi, che ormai è indispensabile in qualunque talk show, non se ne può fare a meno. Per fortuna fare l’opinionista è abbastanza facile, tutti possono farlo, e infatti tutti lo fanno: preti, cuochi, giornalisti, comici e attori in cerca di scritture, aspiranti show girl e show girl in disarmo; basta occupare una poltrona ed intervenire a proposito o a sproposito, su qualunque argomento in discussione. E’ chiaro che tutti possono farlo, anche lo scemo del villaggio. Infatti di scemi e di scemenze in TV se ne vedono a quintali; l’unico dubbio è se vengano da un villaggio, dall’alta montagna, da una periferia urbana o dalla “Val Brembana“, come disse il vigile milanese a Totò e Peppino; ma le differenze sono quasi irrilevanti. In realtà, però, gli opinionisti di successo sono una categoria ristretta di pochi privilegiati che, proprio grazie alle loro particolari capacità e competenza (e le conoscenze giuste, che fanno sempre comodo e aiutano), saltano con disinvoltura da una rete all’altra. Infatti le facce che vedete più spesso in questi programmi sono sempre le stesse, e parlano di tutto; dalla politica allo sport, dall’arte alla psicologia, dalle diete al riscaldamento globale, dal buco nell’ozono alla musica dodecafonica. Parlano di tutto. Le facce sono le stesse, cambiano le stronzate.

E chi sono gli autorevoli opinionisti della puntata? Il primo è Alfonso Signorini, direttore di Chi, rivista gossipara che pubblica pettegolezzi da lavandaie spacciandole per notizie. Le altre due sono personaggi dalla “grande vivacità intellettuale”, come le definisce Giletti: Alba Parietti e Vladimir Luxuria. Altra risatina amara di sconforto. Se queste rappresentano la grande vivacità intellettuale, figuriamoci a che livello sono gli idioti. Mi sa che siamo messi male, molto male. Un’idea di cosa abbiano di “vivace” ce l’ho, ma non è propriamente una vivacità di tipo intellettuale; diciamo che  si trova, più o meno, a metà strada fra la testa ed i piedi. Ma non si può dire (autocensura). E di cosa si parla? Si parla del perché e del per come Simona Ventura abbia partecipato al reality “L’isola dei famosi”. Ragazzi, questi sono gli argomenti del giorno, i grandi problemi che angosciano gli italiani; sapere perché Simona Ventura ha partecipato ad un reality. Un pollaio di oche e galline starnazzanti sarebbe più interessante.

Ora, a parte cambiare canale subito, restano nella mente delle domande. E’ pensabile e giustificabile che personaggi come Parietti e Luxuria (ma l’elenco degli “opinionisti” dalle opinioni opinabili sarebbe molto lungo) siano ospiti fissi in televisione, come autorevoli e serie rappresentanti del pensiero umano, e ricevano un compenso (pagato dai cittadini) per esprimere il loro autorevolissimo punto di vista sulle cause della partecipazione di Simona Ventura all’Isola dei famosi? E’ accettabile che si presenti Simona Ventura (uno dei tanti personaggi dello spettacolo convinti di aver fatto la storia d’Italia) come un personaggio importantissimo, di quelli che lasciano il segno nella società, un “numero uno“, e ci si faccia sopra un programma per spiegare le ragioni della sua partecipazione ad un reality (che già i reality in sé sono un’espressione aberrante della demenzialità mediatica)? E’ possibile che  un transessuale ambiguo e patetico come Luxuria sia tutti i giorni in qualche canale televisivo, come opinionista, concorrente o giudice di giochi giochini, reality e talent,  e venga presentato e trattato come personaggio di successo, quindi magari da prendere come modello e da imitare? Non sono un esperto, ma suppongo che debba esserci (e se non c’è bisognerebbe inventarla) qualche legge, una norma, un codicillo, un comma,  che si possa usare per mettere sotto inchiesta chi fa quest’uso spregiudicato della televisione, al limite del codice penale.

Alba Parietti, a dimostrazione e conferma delle sue doti poliedriche, dalla grande “vivacità intellettuale” e del multiforme ingegno,  dopo aver discettato delle peripezie finto-naufraga della Ventura su RAI1, il mercoledì successivo era in studio a La Gabbia, su La7, a discutere con grande autorevolezza e competenza, di politica e del risultato elettorale. Ma immagino che abbia partecipato anche ad altri programmi. Difficile che passi un giorno senza che la si veda ospite in qualche salotto TV. Ma se Parietti ha davvero questa vasta conoscenza enciclopedica che le permette di discutere indifferentemente di spettacolo, politica, sport, arte, letteratura, cinema, musica pop, canto gregoriano, Picasso e il periodo rosa, il bosone di Higgs, buchi neri e fisica quantistica, etc. non è sprecata a fare l’opinionista con Giletti o nei talk show televisivi? Mandatela al Cern di Ginevra, al MIT di Boston, alla Silicon Valley, oppure datele un incarico importante alla Treccani o all’Enciclopedia britannica. No? Ma la domanda cruciale è questa: alla RAI pensano davvero che gli italiani siano così scemi da potergli propinare queste demenzialità spacciandole per intrattenimento? Sì, evidentemente sì, lo pensano davvero; altrimenti, se non lo pensassero ed avessero un minimo di rispetto per i telespettatori, non li farebbero.

Vedi

Posto fisso, bambini e televisione

Pane, sesso e violenza

AdolesceMenza

Ipocriti, mille volte ipocriti

Il Papa ha ragione (Ratzinger, non Bergoglio)

Il mondo visto dalle murande

La felpa di Boncinelli

Ieri notte, mentre la Befana post moderna, gettata via la vecchia ed usurata scopa, a bordo del suo nuovissimo aspirapolvere turbo supertecnologico ultimo modello con navigatore satellitare di serie, volava per città e borghi di campagna impegnata a distribuire regali a bambini e adulti, su La7 andava in onda, intorno alla mezzanotte, una replica del programma di Floris “Di martedì”.

Ospiti d’eccezione in studio: il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopritore dei neuroni specchio, il fisico Carlo Rovelli ed il genetista Edoardo Boncinelli.  Se in televisione si desse più spazio a questi studiosi e meno ai salotti di oche starnazzanti, forse il mondo sarebbe migliore. Il prof.  Boncinelli, fra tante osservazioni interessanti sul funzionamento del cervello e sulle cause del comportamento umano, per dimostrare  che il cervello non sempre ragiona in maniera corretta, ma spesso ci fa compiere errori di valutazione, ha posto questo quesito: “Un tifoso va in un negozio e compra una felpa ed un distintivo con i colori della sua squadra, e spende in tutto 110 euro. Posto che la felpa costa 100 euro più del distintivo, quanto costa il distintivo? Quasi tutti diranno 10, invece la risposta è cinque.”.

Floris resta perplesso, “Non ci ho capito niente…”, afferma ridendo, e a Boncinelli  che ripete l’esempio e ripone la domanda, Floris risponde convinto “Dieci euro“.  “Appunto…”, dice Boncinelli, dimostrando come la risposta di Floris confermi il fatto che il cervello  ci suggerisce la risposta sbagliata. Floris appare in difficoltà, non capisce dove sia l’errore e chiede al pubblico: “Qualcuno l’ha capita”? Risponde un coro di “No“. Non so se in studio al momento l’abbiano capita. Credo, però,  che ripensandoci dopo con calma, sia Floris, sia gli ospiti in studio o i telespettatori, abbiano capito quale fosse l’inganno ed abbiano trovato la spiegazione giusta. Aveva ragione Boncinelli, ovviamente, ma istintivamente, se non si riflette, si è portati a rispondere proprio come ha fatto Floris.

Mi ricorda un altro vecchio indovinello simile che circolava molti anni fa, quando eravamo ragazzi: l’indovinello del mattone. Credo che sia tuttora in voga; l’ho visto citato, fra gli indovinelli più facili, in siti che propongono indovinelli e quiz. L’indovinello è semplice e facilmente risolvibile, se ci si riflette un attimo. Ma se si risponde d’impeto, istintivamente, il più delle volte si sbaglia. Eccolo: “Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?”. Di solito la prima risposta è “Un chilo e mezzo”. Ovviamente la risposta è sbagliata, perché in realtà il mattone pesa 2 chili. Facile rispondere se mentalmente si immagina una bilancia che abbia su un piatto un mattone intero e sull’altro piatto mezzo mattone più un peso di un chilo. Appare subito chiaro che, per equilibrare il peso del mattone intero su un piatto, sull’altro piatto occorrono due mezzi mattoni. E se ad un mezzo mattone sostituiamo il peso di 1 chilo, quello è esattamente il peso di un mezzo mattone. Quindi due mezzi mattoni da un chilo fanno un mattone intero da 2 chili: 1 chilo (peso) + 1 chilo (mezzo mattone) = 2 chili (mattone intero).

Spiegare un indovinello è un po’ come spiegare le barzellette o le battute di spirito, ma bisogna farlo per capire il meccanismo mentale che può condurci in errore. L’indovinello di Boncinelli è molto simile a quello del mattone: è solo una versione più recente, ma il meccanismo mentale che induce in errore è lo stesso, e la risposta istintiva, quella che darebbero in molti, è quella di Floris. Ma basta riflettere un po’ per rendersi conto che la risposta giusta è un’altra, esattamente quella data da Boncinelli. Infatti si dice che la felpa costa 100 euro “più” del distintivo. Quindi, se il distintivo costasse 10 euro, la felpa dovrebbe costare 10 euro + 100, ovvero 110 euro, che sommati ai dieci euro del distintivo, farebbe 120 euro, e non 110. L’inganno è dare per scontato che  i 100 euro siano il costo della felpa, e considerare il costo del distintivo come differenza fra 110 e 100, ovvero 10 euro. Questa è l’operazione mentale che viene spontanea, e che ci inganna; mentre la prima cosa da tenere ben chiara è che il costo della felpa è dato dal “costo del distintivo più 100”. E’ quel “più” che ci sfugge e ci inganna. Quindi se il distintivo costasse 1 euro, la felpa costerebbe 1 + 100 = 101; così il costo totale, felpa più distintivo, sarebbe 101 + 1 = 102.  Se il distintivo costasse 9 euro la felpa costerebbe 9 + 100 = 109: ed il costo totale sarebbe 109 + 9 = 118. E non 110 euro. La risposta giusta, quindi, non può che essere 5 + 105 = 110. Quindi il distintivo costa 5 euro; ha ragione Boncinelli.

Abbastanza facile risolverlo, anche istintivamente, se si ragiona per immagini, come nell’indovinello del mattone. Un po’ più difficile è dare subito la risposta giusta se si ragiona con le parole, perché restiamo ingannati da quel “100” che identifichiamo come costo della felpa. C’è una differenza sostanziale nei due modi di procedere; ragionare per immagini (ma non è da tutti) è un procedimento molto più veloce e, quasi sempre (diciamo “quasi”, giusto per scrupolo e per lasciare un minimo spazio al dubbio), anche più corretto. Giusto per fare un nome, uno a caso, Einstein ragionava per immagini: lo ricorda proprio Boncinelli, citandolo nel suo ultimo libro, che Floris presenta all’inizio dell’intervista, “Noi siamo cultura” (Ed. Rizzoli, 18 euro). Questo è il vero mistero della mente e la bellezza di indovinelli e quiz; ci permette di scoprire i meccanismi del pensiero umano ed i tranelli insiti nella elaborazione delle informazioni sensoriali che arrivano al cervello; un esempio classico sono le illusioni ottiche. Che poi è lo stesso meccanismo che può trarre in inganno anche in merito a problemi ben più seri e complessi. Basta saperlo e regolarsi. E ricordare che le parole, ed il cervello, spesso ci ingannano.

A proposito di inganni mentali, vedi:

Come nasce il pensiero? (giugno 2003)

Scherzi della mente ( ottobre 2004)

E la volontà? (marzo 2005)

Pensiero e volontà (settembre 2006)

P.S. Oggi, su Youtube ho trovato il video dell’intervista. Eccolo

 

 

Vedi anche i video:

Intervista al fisico Carlo Rovelli

Intervista al neuroscienziato Giacomo Rizzolatti

Le Pen, democrazia e libertà limitata

Martedì scorso al programma di Giovanni Floris, su La7, era ospite in studio Marine Le Pen, leader del Front national francese. Forse è stata invitata per discutere dei recenti tragici fatti di Parigi. Ho seguito solo qualche minuto, mentre facevo zapping, perché guardare la faccia di Floris e sentire quella sua vocina da gallina ovaiola mi mette tristezza, mi deprime, è urticante. Come del resto lo sono i suoi degni compagni conduttori “imparziali“, Santoro, Formigli, Iacona, Lerner, Annunziata; tutti legati da un tratto comune, la faziosità disgustosa e l’espressione facciale da sciagura imminente. Mi chiedo da sempre perché tutta questa gente di sinistra abbia quelle facce ingrugnite e quelle espressioni  da lupo mannaro. Mah, eppure deve esserci una spiegazione scientifica. Forse Lombroso esagerava, ma ci è andato molto vicino.

Bene, Floris le ha chiesto perché non abbia partecipato alla grande manifestazione, voluta da Hollande, che ha visto sfilare a Parigi milioni di francesi,  contro il terrorismo ed a sostegno della libertà di stampa e di satira.  La risposta di le Pen è stata, cosa che già sapevamo perché riportata da tutti i media, che non è stata invitata, perché sia Hollande, sia gli altri invitati e partecipanti al corteo, hanno ritenuto che la sua presenza fosse inopportuna. Ora resta da chiarire perché tutti possono partecipare ad una manifestazione pubblica contro il terrorismo e per la libertà di espressione eccetto Le Pen. Si manifesta per la libertà di espressione, ma si vieta ad una parte sociale la libertà di partecipare. Ma allora di che libertà parlano, di una libertà vigilata, limitata, riservata a pochi eletti? Roba da “Vengo anch’io…no, tu no. Ma perché? Perché no“.

Ecco, questo è lo strano concetto di libertà sbandierato dalla sinistra. Prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché la libertà di espressione va bene per la sinistra, ma non per la destra e perché se vince la sinistra è una grande vittoria della democrazia e se, invece, dovesse vincere la destra è un grave pericolo. E siccome questa differenza non è scritta in nessun documento ufficiale, men che meno nella Costituzione, da dove arriva questa bizzarra interpretazione autentica del concetto di democrazia? Mi son ricordato che circa dodici anni fa (usavo internet da pochi anni e frequentavo dei forum di discussione), scrissi qualcosa in un forum proprio su questo argomento. E parlavo proprio di Jean Marie Le Pen, il padre di Marine. Il suo improvviso ed inaspettato successo elettorale in quegli anni e la crescita dei consensi fece scattare l’allarme da parte della sinistra e dei moderati che  consideravano l’avanzata della destra come  un grave pericolo per la libertà e la democrazia. Già, esattamente come oggi, non è cambiato niente. Se vince la sinistra è democrazia, se vince la destra è allarme generale e sono a rischio libertà, democrazia e diritti umani.  Mah, misteri che potrebbero spiegarci solo le menti illuminate, oppure basta avere la tessera di un partito di sinistra, uno qualunque. Ecco cosa scrivevo allora…

Le Pen e lo strano concetto di democrazia

Quasi quasi, sarei tentato di parlar bene di Le Pen. Così, “per vedere l’effetto che fa!”. Ma come, strombazziamo tanto per rivendicare la libertà di opinione e la democrazia, e poi, appena qualcuno ha idee diverse dalle nostre, si organizza e, magari, ottiene consensi, apriti cielo?
Scattano tutti gli allarmi possibili, si accendono tutte le luci rosse di pericolo imminente e visioni catastrofiche turbano il sonno di tutti i ferventi sostenitori della democrazia ad oltranza. Già, perché noi siamo quelli che guai a toccarci la democrazia. La nostra è una democrazia che più democrazia non si può. Una democrazia dove tutti hanno tutte le libertà possibili e immaginabili: libertà di pensiero, di parola, di associazione, di organizzare scioperi, cortei, girotondi; insomma, di fare quello che gli pare. Siamo così democratici che abbiamo eletto “Miss Italia” una ragazza mulatta di Santo Domingo.  Siamo così democratici che siamo riusciti  a mandare in Parlamento perfino un’attrice porno,  Cicciolina.

Sì, perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali, ladri e galantuomini, geni e cretini: possono associarsi, organizzare un partito, votare, essere votati, essere eletti, andare in Parlamento e ricoprire le più alte cariche dello Stato. Tutti, ma proprio tutti, possono partecipare attivamente alla vita politica: nullafacenti, sfaticati, incompetenti, incapaci, ruffiani, analfabeti, ladri di polli, ladri specializzati, inetti, truffatori, falsi profeti, pifferai magici, arrivisti, corrotti, puttane, pederasti, porno attrici e scemi del villaggio; lo garantisce la Costituzione, perché questa è la democrazia.

Ma anche la Francia è una nazione democratica in cui sono vigenti gli stessi principi democratici dell’Italia. E allora, perché Cicciolina sì e Le Pen no? In Francia hanno una strana democrazia, diversa dalla nostra, che prevede delle clausole che limitano i diritti di alcune componenti della società? Pare, dicono, che Le Pen sia un pericolo perché è “di destra”. Ma dove è scritto che la democrazia può essere solo di sinistra e chi è di destra è escluso dalle regole democratiche? Ma allora diciamolo. Si abbia il coraggio di ammetterlo e di scriverlo a caratteri cubitali: “In democrazia tutti hanno libertà di pensiero, di parola, di associazione, eccetto Le Pen”. Troppo restrittivo? Allora diciamo “eccetto quelli di destra”. Troppo vago? Diciamo “eccetto i fascisti e i nazisti”? Non è ancora esatto, vero? Già, è sempre difficile dimostrare che qualcuno sia fascista o nazista. Dico dimostrarlo davvero con i fatti e documenti concreti, non solo a parole, giusto per insultare qualcuno (come se, invece, essere comunista sia un titolo onorifico, anche se qualcuno lo crede davvero). Allora diciamo “eccetto  razzisti e xenofobi”. Ci stiamo avvicinando, fuocherello? Bene, l’importante è stabilire esattamente chi e perché sia escluso dai diritti garantiti dalla democrazia.

Siccome il lavoro sarà lungo ed impegnativo, proporrei, secondo la migliore tradizione italica, di costituire una Commissione di esperti ad hoc (con regolare e sostanzioso gettone di presenza per i componenti) che provveda all’uopo! Magari nel giro di qualche anno riusciranno a produrre uno straccio di documento. Tempi lunghi? Beh, ma volete dargli almeno uno o due anni di tempo per provvedere alla nomina dei componenti la commissione, secondo le rigide norme del manuale Cencelli? E almeno uno o due anni per nominare i consulenti ed esperti che collaborano con la Commissione (e individuare con lo stesso manuale gli esperti amici ai quali andranno lauti compensi)? Ogni Commissione che si rispetti ha un pool di consulenti. E una volta insediata, necessita di almeno 2 o 3 anni per acquisire gli atti (ci sono sempre atti da acquisire) e leggerli, farseli spiegare, farseli rispiegare (c’è sempre qualcuno che non capisce bene alla prima lettura) e poi valutare le conclusioni e stilare un documento finale che, ovviamente, deve essere concordato.

E volete che, quando stanno per concludere i lavori, non spunti fuori un documento segreto che rimette tutto in discussione? Questo è il bello dei documenti segreti: spuntano fuori quando meno te lo aspetti. E volete che, alla fine di lunghe e travagliate peripezie, il documento finale non venga sottoposto all’esame del Parlamento? E volete che il Parlamento decida senza aver prima nominato una seconda Commissione parlamentare che valuti il lavoro della prima Commissione di esperti?  Chiaro?   Ustica! Una cosa è certa: la democrazia garantisce a tutti la libertà di pensiero ed il diritto di esprimerlo. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  per evitare complicazioni nell’attuazione pratica di quei principi democratici, qualcuno deve essere escluso da quei diritti.

Mi viene in mente una celebre battuta (chissà perché sto pensando a Stalin, era sua?): “ Potete esprimere liberamente le vostre idee,  purché siate d’accordo con me”. Forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello. La democrazia è una gran bella cosa sulla carta, ma nella realtà c’è sempre qualcuno che deve interpretarla, adattarla e porre dei limiti; per il bene del Paese, s’intende.

E allora sono assalito, ancora una volta, dall’ennesimo dubbio. Visto che si tende, secondo le circostanze e la convenienza,  a porre dei limiti alla libertà di espressione,  siamo proprio sicuri di volere una democrazia in cui a tutti, ma proprio a tutti, siano garantiti gli stessi diritti, come recita la Costituzione? Immagino che qualcuno stia già pensando al famoso detto di Voltaire “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte, perché tu sia libero di esprimerle”. Fatto, così evito che qualcuno lo citi nei commenti, obbligandomi a precisare che non sono d’accordo con Voltaire! Come mi permetto?  Mi permetto proprio in virtù della sua affermazione.

E non solo sono assalito dal dubbio, ma ogni volta che penso alle aberranti conseguenze di una distorta applicazione di certe ideologie politiche, sento che c’è qualcosa che non va, che non quadra, che non torna, che non mi convince, qualcosa che mi procura un senso di leggero fastidio quasi fisico, come una digestione difficile. E mi resta il dubbio che  l’effetto sia dovuto alla democrazia o ai peperoni. Ma soprattutto, mi restano mille dubbi sul concetto di libertà e di democrazia, sulla loro attuazione pratica e sull’onestà intellettuale di chi ne predica i principi, ma li applica a discrezione, secondo le circostanze e la convenienza.

Mi chiedo perché se i comunisti organizzano comizi, feste, sfilate, scioperi e cortei, è una manifestazione di libertà e se, invece, sono movimenti di destra a fare le stesse cose è un grave pericolo per la democrazia.  Perché i comunisti sì e gli anticomunisti no? Perché gli immigrati, extracomunitari etc, possono manifestare per rivendicare dei diritti e non potrebbero farlo coloro che sono contrari all’immigrazione? Perché gli stranieri sì e gli xenofobi no? E perché non i razzisti? E perché i gay, omosessuali, bisessuali, transessuali, travestiti, bohsessuali (quelli che non si capisce bene cosa vogliano) possono rivendicare il diritto e la libertà di praticare ed ostentare le loro bizzarrie sessuali e sbandierarle ai quattro venti, mentre qualunque opinione contraria non è libertà di opinione, ma è un grave atto discriminatorio? Perché gay sì e anti-gay no? Perché sterminare gli ebrei  è genocidio e sterminare i pellerossa  non solo non è genocidio, ma è un atto di civilizzazione del Nuovo mondo di cui vanno tutti fieri e festeggiano facendo strage di tacchini?  Perché da noi basta guardare storto un nero per essere accusati di razzismo e se in Africa i neri si ammazzano fra loro, distruggendo villaggi e sterminando intere etnie, nessuno parla di razzismo?   Perché tutti hanno diritto alla comprensione ed alla tolleranza ed  i cretini no? Perché essere di sinistra è un merito ed essere di destra è una colpa?  Perché Jospin sì e Le Pen no?

Troppe domande, vero? OK, basta! Con questo non voglio assolvere o condannare nessuno.
Voglio semplicemente sollevare qualche dubbio su concetti che diamo per scontati e che, forse, tanto scontati non sono. Ma, chissà perché, mi viene da pensare ai “Corsi e ricorsi storici” e all’alternanza dei governi; dalle monarchie alle democrazie, alle repubbliche, alle oligarchie, alle tirannie e poi  daccapo, dagli albori della civiltà, dall’antica Grecia a Roma, fino ai tempi nostri. E mi chiedo ancora perché la volontà ed il desiderio di libertà, giustizia, democrazia e uguaglianza si tramutano in idee che, a loro volta, partoriscono delle rivoluzioni  che pretendono di attuare quei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, seminando morte, terrore e distruzione.

 La rivoluzione d’ottobre ne è la perfetta rappresentazione. Per realizzare il paradiso dei lavoratori hanno fatto fuori tutti gli oppositori: morti ammazzati, incarcerati, internati nei manicomi o semplicemente “ibernati”  nei gulag siberiani (tipici villaggi vacanze sulla neve offerti dal regime; simili alle nostre settimane bianche, ma leggermente più scomodi), tutti immolati alla “causa della rivoluzione”. Ha causato più morti la rivoluzione bolscevica che Hitler nei suoi campi di soggiorno climatico per i discendenti di Abramo (le stime sulle vittime  del bolscevismo variano da 20 a 50 milioni). Ma questo non lo ricorda nessuno. Per scoprire, poi, dopo 70 anni, che quella “rivoluzione” è miseramente fallita, che avevano sbagliato tutto e che lo stesso comunismo è un tragico fallimento che è costato milioni di morti. Ma anche questo lo dimenticano in molti. Per non parlare della rivoluzione francese, che non è stata certo un’allegra scampagnata fuori porta.  Decine di migliaia di francesi persero la testa; e non perché fossero innamorati. E vi pare che dopo oltre due secoli, nel mondo e nella stessa patria di quella rivoluzione, ci sia libertà, uguaglianza e fraternità?

Mi viene da pensare che un calore eccessivo non cuoce la carne, la brucia. Un amore eccessivo, geloso e possessivo, non è amore. Una pioggia eccessiva non nutre i germogli, li distrugge. E che, infine, una libertà eccessiva non è libertà, è anarchia, è caos, è tutto, ma non libertà. Mi viene da pensare che non esiste una libertà di destra, una di centro ed una di sinistra. Una libertà “colorata”, di parte,  che si applica ad alcuni e non ad altri,  non è libertà, è solo una parodia, un falso, una truffa ideologica. Così libertà e  democrazia non possono  essere un’esclusiva della sinistra. Una democrazia che si reputa realizzata solo se trionfa la sinistra, non è democrazia. Ed una libertà che dipinge come “grave pericolo per la democrazia” chi esprime un pensiero diverso o contrario al proprio, è una libertà limitata, non è libertà. Eppure sembra che il concetto dominante sia proprio questo: la sinistra è democrazia, la destra no.

Ed in base a questo assunto la sinistra, nei decenni post bellici, si è appropriata dei principi di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, diritti umani, vantando una paternità inesistente, grazie alla quale si sentono in diritto di concedere diritti e patenti di democrazia agli amici e negarle agli avversari. Grazie a questo inganno culturale hanno occupato tutti gli spazi possibili del potere, della cultura, dell’informazione, della scuola, della magistratura. Hanno occupato permanentemente le piazze, le fabbriche, si sono appropriati delle celebrazioni del 1° maggio, del 25 aprile, della resistenza, della lotta partigiana, ne hanno fatto patrimonio esclusivo della sinistra, escludendo chi non fa parte del branco, chi è fuori dal coro, chi non è “dei nostri”, perché chi non è con noi è contro di noi ed è un nemico da combattere con tutti i mezzi. E vorrebbero applicare e riconoscere i diritti costituzionali e la libertà solo ai propri militanti.

Ho l’impressione che alcuni, senza avere alcun titolo, si ergano ad interpreti, depositari  e difensori dei principi democratici e pretendano di applicarli a loro piacimento. Stiamo vivendo una specie di perenne ricreazione e  giochiamo una strana partita con dei giocatori che fungono da arbitri e cambiano le regole secondo il proprio tornaconto del momento, una surreale rappresentazione dove tutto è concesso ad alcuni, e vietato ad altri, senza limiti e restrizioni, e dove tutti possono fare tutto, purché siano dalla parte giusta!  E temo che un giorno, all’improvviso, nelle nostre città, nelle campagne, si accendano degli altoparlanti, che nessuno aveva mai notato, e che da quegli altoparlanti, sovrapponendosi ad una strana musica dal timbro tipico ed inquietante delle bande militari, con voce stentorea e per niente rassicurante, qualcuno urli: “ La ricreazione è finita”!

Crozza, il maiale della RAI

Immancabilmente tutti i siparietti di Crozza finiscono in prima pagina.  Già dopo mezz’ora dalla sua apparizione a Ballarò, il video del suo intervento campeggia nella Home del Corriere. Stesso trattamento dopo le esibizioni del Crozza nazionale nel suo show su LA7. Ormai Crozza è diventato un autorevolissimo commentatore politico (visto che tutto il suo teatrino sempre lì va a parare, sulla politica e sui politici, specie su Berlusconi e gli esponenti di destra. Fateci caso, dei personaggi presi di mira 8 su 10 sono di destra. Sarà un caso?). Ecco perché i suoi interventi sono sempre in prima pagina accanto agli editoriali di Panebianco, Della Loggia, Ostellino. La satira è diventata una modalità di lettura della politica. Anzi, la più amata dal pubblico e, quindi, visto il consenso popolare, bisognerebbe dire che è la più autorevole, la vera interpretazione della politica.

La cosa strana è che gli stessi politici presi di mira, non rendendosi conto di essere presi per i fondelli, si divertono. Questo fatto, apparentemente incomprensibile, crea inquietanti interrogativi sulla statura politica ed intellettuale di certi personaggi della politica. Se un autorevole politico (spesso anche ministri in carica o presidenti di Camera e Senato) consente che un qualunque guitto da avanspettacolo lo sbeffeggi apertamente, pubblicamente ed in diretta televisiva, senza reagire, anzi divertendosi, svilisce il suo ruolo e quello delle istituzioni che rappresenta. Il che dovrebbe farci riflettere sull’infimo livello raggiunto, purtroppo, dalla nostra classe politica. Sono ormai a livello da Bar dello sport o da avanspettacolo da cinemino di periferia degli anni ’50. Ecco perché la “copertina di Crozza” a Ballarò dovrebbe essere oggetto di studio della psicologia e, forse, della psichiatria; potrebbe darci utili spiegazioni sullo stato di salute mentale dei politici.  Crozza satireggia, sbeffeggia, ridicolizza i politici, specie quelli in studio e loro lo trovano divertente. Crozza li umilia e loro si divertono! La scena consueta si è ripetuta anche ieri con in studio Gasparri. Crozza lo prende per il culo e Gasparri ride!

In uno degli ultimi siparietti a Ballarò, forse due settimane fa, il comico Crozza se l’è presa con Brunetta che, ospite a Che tempo che fa, rinfacciava a Fazio il suo contratto da 5 milioni di euro. A causa di queste polemiche sugli stipendi altissimi della RAI, è saltata anche la trattativa per portare Crozza alla RAI per un importo uguale, 5 milioni di euro, a quello di Fazio. La cosa, ovviamente, non è andata giù al nostro comico che, usando una metafora suina, ha detto che il macellaio che acquista un maiale non lo tiene per bellezza, lo paga perché poi lo lavora, lo vende e ci guadagna. Per dire che se la RAI lo avesse anche pagato 5 milioni, poi ne avrebbe incassato molti di più in pubblicità. E’ il classico principio del profitto delle TV commerciali, quelle che tanto schifo fanno ai nostri moralisti sinistri, finché non ci lavorano ed intascano milioni. “Potevo essere il maiale della RAI“, ha affermato il nostro incrocio fra un comico ed un suino.

Stesso discorso che ha fatto Fazio, rispondendo a Brunetta, ricordando che l’azienda paga i costi del programma interamente con gli introiti pubblicitari. Era anche lo stesso discorso che faceva Santoro, quando gli rimproveravano l’eccessiva faziosità del suo “Anno zero”. Invece che rispondere alle accuse di faziosità la buttava sul fatto economico dicendo che il suo programma era pagato dalla pubblicità. Ma questi sono discorsi da TV commerciale, non da RAI servizio pubblico, come amano definirsi. Oppure, si è servizio pubblico o commerciali secondo i casi e la convenienza? Temo di sì, la doppia morale della sinistra vale anche in questo caso, specie se ci sono di mezzo contratti milionari.

Strano che quando si tratta di incassare ingaggi milionari questi militanti della sinistra, che si presentano sempre come difensori dei deboli e fustigatori del capitalismo, della borghesia, dei ricchi brutti, sporchi e cattivi e dei facili guadagni, dimenticano di colpo tanti bei principi e difendono a spada tratta i propri lauti compensi. Ma tant’è, basta saperlo.

Ma su una cosa Crozza ha ragione, sarebbe stato davvero “il maiale della RAI“. E’ un ruolo che nessuno può insidiare, lui ha quel che si dice “le phisique du role“, il fisico adatto, la faccia giusta. Non ha nemmeno bisogno di trucco, la sua è una faccia da maiale naturale. Un vero, autentico suino. Il miglior porco  televisivo. Così,  persa l’occasione RAI, è rimasto a LA7. Tranquillo Crozza, non ha perso granché, ha solo cambiato porcilaia, ma sempre maiale resta!

Meglio tacere

Dice un celebre aforisma di Oscar Wilde: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio.”. Mi è venuto in mente vedendo ieri il vignettista Vauro, giullare ufficiale della “Corte” del Duca di Sant’ Oro e punta di diamante della satira militante di sinistra, ospite da Lilly Gruber, su LA7. Dice, con l’espressione afflitta di chi ha rimpianto e nostalgia per il “Paradiso perduto dei lavoratori“,  che il comunismo è durato solo 70 anni e poi è finito (per fortuna nostra e loro) perché era accerchiato dal capitalismo (!?).

E’ la conferma che  anche i vignettisti traggono in inganno. Talvolta possono sembrare anche intelligenti; finché non parlano. Se poi sono vignettisti ed anche comunisti, allora la faccenda si complica perché l’inganno è doppio. Anche i comunisti, infatti, si confondono facilmente con la gente comune e sembrano persone normali; finché non parlano!

N.B.

Terzo avviso ai naviganti (Rivolto in particolare aDecima crociata” Facebook)

Quando si copiano dei post in rete e si inseriscono nel proprio sito è buona norma di correttezza citare la fonte ed inserire il link di riferimento. Grazie.

Satira monotematica

Tempo fa mi è capitato di vedere, facendo zapping, una “comica” (si fa per dire) che, il pomeriggio domenicale, a “Quelli che…”, faceva l’imitazione di Nicole Minetti. L’ho capito perché lo diceva la conduttrice, Victoria Cabello, altrimenti non avrei capito chi stesse imitando. Era talmente brutta, non so se naturalmente o a causa del trucco, che pensai: ma è così brutta la Minetti? Poi mi è capitato di vedere la stessa “comica”, ancora con la Cabello,  che imitava Francesca Pascale, fidanzata di Berlusconi. E di nuovo ho pensato: ma è così brutta la Pascale? Ieri, a Striscia la notizia, nella rubrica “Che satira tira“, ho visto l’ultima performance della nostra “comica”; l’imitazione della deputata del PdL Michaela Biancofiore. Ed ancora ho pensato: ma è così brutta la Biancofiore?  Intanto proprio ieri, leggendo un articolo su Libero, ho scoperto che la nostra “comica” si chiama Virginia Raffaele. Buono a sapersi. Poi, pensandoci bene, e ricordando qualche immagine delle ragazze imitate penso che non sono affatto così brutte come le presenta la nostra “comica”, anzi. Allora l’unica conclusione è questa: non sono Minetti, Pascale e Biancofiore ad essere brutte, è la Raffaele ad essere orribile. Spiegato il mistero.

Ciò che mi ha sorpreso, invece, è che Libero le dedichi un articolone, con tanto di fotografia, e definisca la sua imitazione della Biancofiore “Strepitosa“. Se anche quelli di Libero si sono rincoglioniti significa che davvero per la nostra povera Italia non c’è speranza di salvezza. Ma davvero non si rendono conto di quanto anche questa ennesima “comica” sia perfettamente in linea con la strategia mediatica della sinistra e che sia solo l’ultimo acquisto di quella  banda di comici militanti che hanno capito che per avere successo bisogna stare a sinistra e sparare a zero contro Berlusconi, il PDL e la destra? Davvero non l’hanno capito?

Ora, sorvoliamo sulla qualità artistica delle sue imitazioni che definire “penose” è già un complimento. Facciamo finta di non vedere che i personaggi imitati vengono esasperati in atteggiamenti, tic e discorsi che non hanno alcun riferimento reale, ma sono solo frutto della fantasia della Raffaele e della sua voglia di sbeffeggiare e ridicolizzare i personaggi imitati. Facciamo il caso di Francesca Pascale. Dove l’ha sentita parlare in quel modo sguaiato, come lei la presenta? E’ talmente fuori dal giro del gossip che le sue foto in rete sono pochissime e non è certo un’assidua frequentatrice di salotti televisivi. Anzi, non la si vede mai. E allora come fa la nostra “comica” a dipingerla come una “vaiassa” da quartieri spagnoli?

C’è un’altra considerazione da fare. Nessuno si chiede come mai la Raffaele, imita Minetti (ex consigliere PDL in Lombardia), Francesca Pascale (fidanzata di Berlusconi) e Michaela Biancofiore (deputata PDL), ovvero solo personaggi dell’area PDL e non personaggi della sinistra che pure in fatto di “soggetti” offre un vasto campionario? Sarà un caso? Ecccheccaso…direbbero a Striscia! E quelli di Libero non lo notano? Ed è proprio indispensabile dedicarle un articolone in prima pagina, definendola addirittura “strepitosa“?

Questa promozione mediatica di comici di regime lasciamola fare al Corriere, a Repubblica, a coloro che li usano come strumenti di propaganda. Il Corriere, per esempio, ha un’attenzione particolare per Maurizio Crozza. Tutte le sue imitazioni, gag, battute e siparietti a Ballarò, finiscono in prima pagina, con tanto di video. Lo fa per due buoni motivi. Il primo è che così facendo fanno pubblicità al suo programma “Crozza nel paese delle meraviglie” che va in onda su LA7, rete della Telecom che è anche fra gli azionisti che controllano lo stesso Corriere. Quindi è pubblicità gratuita per la stessa azienda. Il secondo motivo è che anche Crozza fa parte di quella schiera di personaggi dello spettacolo che sono funzionali alla sinistra ed alla strategia politica che usa l’arte, la cultura, il cinema, la canzone, la satira, come arma di propaganda.

Sarà un caso che poi il Corriere venda i DVD di Crozza allegati al quotidiano? Sarà un caso che sempre il Corriere pubblichi articoli (veri e propri spot pubblicitari per il comico e per i suoi DVD) che ne esaltano la bravura “Ci fa ridere fino alle lacrime” (!?) evitando accuratamente di dire che dietro Crozza c’è uno stuolo di autori che scrive battute e monologhi per lui? (Leggete questo illuminante articolo: Il mondo di Crozza, mille facce da ridere). E’ solo un caso? Eccheccaso!

Sembra che a destra non abbiano capito, a parte qualche timida protesta quando certi comici eccedono, che esista una precisa strategia di propaganda camuffata da satira o da eventi culturali, che la sinistra applica scientificamente da decenni. Anche Crozza, per esempio, basa i suoi spettacoli in gran parte sull’imitazione e la parodia di personaggi dell’area di centro destra: da Berlusconi a Bossi, a Formigoni, a Briatore, a Maroni, a Renato Brunetta. Sono i personaggi fissi dei suoi monologhi ai quali aggiunge, di volta in volta, personaggi di secondo piano, ma quasi sempre di area PDL, come Razzi o Nitto Palma. E quando cita personaggi della sinistra, come Bersani, o il Presidente Napolitano, tanto per dire che la sua satira è “super partes” (ma non lo è affatto), lo fa sempre con un atteggiamento benevolo, amichevole, da vecchi compagni. Atteggiamento ben diverso da quello che usa nei confronti di Berlusconi. Anche la satira non è tutta uguale; dipende da chi si vuole prendere di mira e da come lo si fa.

Ma forse non tutti hanno capito quale sia l’importanza dei media e dello spettacolo ai fini della propaganda e della creazione del consenso. Ho paura che molti ne sottovalutino la portata. Prendiamo il caso del “Salone del libro” di Torino. Un importante evento culturale che si potrebbe chiamare più propriamente “Salone del…libretto rosso“, vista la larga partecipazione di autori illustri, tutti rigorosamente di area sinistra. E’ un’occasione non solo per far conoscere le ultime novità editoriali, ma anche per organizzare convegni, incontri e dibattiti pubblici. Ma, per gli stessi motivi ai quali ho già accennato, diventa l’occasione per far sfilare la solita compagnia di giro dell’intellighenzia di sinistra.

Sono quei personaggi che monopolizzano la cultura ed i media, quelli che saltano da un salotto televisivo all’altro, e devono farsi in quattro per essere presenti a tutti i convegni, seminari, incontri, premi letterari, manifestazioni culturali di ogni genere. Sono ancora quelli che tengono conferenze, lezioni pubbliche, rilasciano interviste, scrivono su vari quotidiani e ogni tanto si beccano anche una laurea honoris causa. Ormai l’hanno data a Zoff, a Valentino Rossi, ad Andrea Camilleri; una laurea honoris causa non si nega a nessuno. Sono sempre loro, sempre gli stessi. Li trovi dappertutto ci sia un palco, un premio da ritirare, una telecamera che li riprende, dai più prestigiosi premi letterari alla sagra della porchetta.

Così sul palco di questo “Salone del libretto rosso“, vediamo Roberto Saviano, Matteo Renzi, Daria Bignardi, Serena Dandini, che vanno a presentare la loro ultima fatica letteraria. Il caro sindaco di Firenze lo stesso giorno era ospite in TV a “In mezz’ora” da Lucia Annunziata.  Ormai lo si vede ovunque, ai convegni, ai congressi, alle assemblee, in televisione a reti unificate, deve avere il dono dell’ubiquità, come Padre Pio. Fra poco lo faranno santo. Ed ancora Umberto Eco, Eugenio Scalfari che approfitta del palco e del pubblico per dire che chi vota PDL è un idiota. E ancora Massimo Gramellini il quale, non soddisfatto di essere vice direttore de La Stampa, ha il suo spazio televisivo da Fabio Fazio dove gioca a fare il Travaglio di RAI3, leggendo il suo “Vangelo“, a metà strada fra giornalismo e cabaret (come si usa oggi) naturalmente senza contradditorio (Santoro, Travaglio, Saviano hanno fatto scuola), ma con una spalla preziosa, Fazio,  che lo asseconda. Poteva mancare alla rassegna del libro di Torino? Certo che no, visto che gioca in casa.

E ancora Gianni Riotta, Asor Rosa, Flores d’Arcais, Vito Mancuso e tanti altri più o meno noti o in cerca di gloria, sempre pronti ad occupare una poltrona, a maneggiare un microfono, a firmare autografi, a regalare consigli non richiesti, a dispensare massime e minime al popolo che li ascolta in estasi, come i pastorelli a Fatima. Ecco una buona rappresentanza di questa strana specie di “animali da palcoscenico“…

Lavoro, ipocrisia, varie ed eventuali

Si potrebbe fare un giochino; prendere una frase e cercare di indovinare chi l’ha pronunciata. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo questa frase, appena  battuta  fra le Ultime News dell’ANSA : “La crisi angosciante e drammatica impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l’occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese”.

Non si può che essere d’accordo. Ma chi può averla detta? Viene quasi spontaneo pensare che l’abbia pronunciata un sindacalista nel corso dell’ultima manifestazione svoltasi sabato scorso a Roma, organizzata dalla FIOM proprio per richiamare l’attenzione sulla priorità del lavoro. L’ha pronunciata Landini sul palco a San Giovanni? Oppure un altro sindacalista che, comunque, pur non della FIOM, ritenga il lavoro come emergenza prioritaria da affrontare. Ma potrebbe averla pronunciata anche un esponente politico , specie di sinistra. Bersani poneva il lavoro al primo posto del suo programma. E se non l’ha detto Bersani potrebbe essere un altro esponente del PD. Ma non c’è dubbio che si tratti di una dichiarazione “politica” che presuppone un impegno preciso per affrontare con urgenza il dramma del lavoro e costituisce, al tempo stesso, un invito, rivolto alla classe politica, sindacale ed imprenditoriale, ad assumere provvedimenti urgenti per il superamento della crisi. E’ un preciso impegno politico. E’ una dichiarazione “politica“.

Ha lo stesso valore della proposta di Berlusconi per abolire l’IMU. O del ministro Kyenge per abrogare il reato di clandestinità e dare la cittadinanza agli stranieri. O di Scalfarotto che propone una legge contro l’omofobia. Sono proposte “politiche” e come tali vengono fatte, giustamente, dai soggetti preposti a svolgere il ruolo di “soggetti politici” all’interno del Parlamento o fuori dalle sedi istituzionali, ma sempre da parte di soggetti politici. Ingroia ed i suoi alleati (Ferrero di Rifondazione e Diliberto dei Comunisti italiani) non sono presenti in Parlamento, ma sono “soggetti politici” ed in quanto tali svolgono attività politica con proposte, critiche, suggerimenti, manifestazioni e dichiarazioni. Altri soggetti, invece, per il ruolo ricoperto, non possono e non devono svolgere attività politica. Anzi, è loro vietato. Classico esempio: i magistrati. Altro esempio ricorrente: la Chiesa. Ma esistono anche dei ruoli che, per la loro posizione di garanti “super partes” delle regole ed essendo espressione di forze diverse e/o contrapposte, dovrebbero astenersi dal fare dichiarazioni e commenti di carattere politico. Esempio: i presidenti di Camera e Senato e…

Ora torniamo alla nostra frase. La prima considerazione è quella che faccio da anni sul significato di queste dichiarazioni di circostanza che, a rigor di logica, non hanno alcun senso pratico. Che significa dire che bisogna “rilanciare l’occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese“? Che significa se non si forniscono indicazioni e proposte pratiche e fattibili? Niente, non significa assolutamente niente. Sono parole al vento, dette giusto per “dovere istituzionale“, per far finta di affrontare i problemi. Eppure con questo tipo di dichiarazioni vaghe, generiche e senza senso, la classe politica ci campa da sempre. Le loro dichiarazioni vengono riprese e diffuse dai media. Diventano oggetto di dibattiti, di convegni, di accesi scontri verbali in televisione, di manipolazioni, di estrapolazione di frasi dal contesto originario cambiandone il significato, di smentite, rettifiche, precisazioni, interpretazioni autentiche, esercizi dialettici fini a se stessi. Si accapigliano sul nulla. Si riempiono giornali e salotti TV del “vuoto assoluto“, del nulla. E sembra una cosa seria.

La seconda considerazione riguarda l’autore di quella frase in apertura. Si tratta di un personaggio di primo piano della politica nazionale. Anzi, si tratta del primo cittadino d’Italia; il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ho detto spesso, anche troppo spesso, dell’eccessiva presenza mediatica del nostro Presidente e del suo protagonismo e presenzialismo. Non mi ripeterò. Dico solo che, così come detto per i presidenti di Camera e Senato, il Presidente ricopre un ruolo che, come lo stesso Napolitano ha richiamato talvolta (quando fa comodo), è quello di rappresentare l’unità nazionale ed essere garante della Costituzione. Ancor più che i presidenti di Camera e Senato, il presidente della Repubblica dovrebbe astenersi del tutto dal fare dichiarazioni e considerazioni di carattere politico. Glielo impone il suo ruolo istituzionale e costituzionale di “Presidente di tutti“, al di sopra delle parti politiche. E quella sua dichiarazione riportata stamattina dall’ANSA, è niente altro che una dichiarazione “politica” a tutti gli effetti. Ma forse ormai è così abituato ad intervenire ogni giorno su tutti i temi possibili che non ci fa più caso;  è diventato un fatto normale.

Ma naturalmente Napolitano non è il solo ad andare oltre i limiti delle proprie competenze e prerogative. Abbiamo visto nella Legislatura precedente un altro presidente della Camera, Gianfranco Fini, che non solo non era super partes, ma che ha costituito un proprio partito e quotidianamente interveniva su tutti i temi della politica e sparava a zero contro Berlusconi ed il PDL. Il tutto nel totale silenzio del Presidente Napolitano che, in qualità di garante della Costituzione, non ha detto una sola parola su quella anomalia costituzionale di un presidente della Camera che diventa soggetto politico venendo meno al suo ruolo. Napolitano interveniva su tutto, ogni giorno, ma non su quello che, invece, sarebbe stato suo compito stigmatizzare. Silenzio assoluto.

Sulla stessa falsariga sembra incamminarsi l’attuale presidente della Camera, Laura Boldrini che, per sfruttare al massimo l’esposizione mediatica garantita dal ruolo ricoperto,  non manca di rilasciare quotidianamente dichiarazioni a favore degli immigrati, delle campagne contro l’omofobia, contro il femminicidio e sulla violenza sulle donne. Ma tace sulla violenza di un immigrato che ammazza tre persone a picconate a Milano. O sulla violenza messa in atto da militanti del suo partito, SEL, contro donne e anziani partecipanti ad un comizio di Berlusconi a Brescia, fatti oggetto non solo di insulti, ma di vera violenza fisica. Ma la Boldrini tace. Forse anche la violenza si presta ad interpretazione.

Una dimostrazione l’abbiamo avuta due giorni dopo, al programma “Piazza pulita” di Formigli su LA7. Mostrando le immagini della violenza a Brescia (e le bandiere di SEL ben visibili nella piazza), con un signore in primo piano ancora sanguinante in volto per le botte ricevute, il nostro Formigli non ha parlato di “violenza“. No, perché se la violenza viene da quelli di sinistra non è violenza, è “Rabbia“. Così l’ha chiamata diverse volte. Non ha mai usato il termine “violenza” ha sempre parlato di “rabbia” dei cittadini. Come dire che è giustificata. Eppure nessuno ha detto a Formigli di vergognarsi. Nessuno sui media ha ripreso quel passo del programma per criticare Formigli. Nessuno ha notato la vergognosa falsificazione verbale dei fatti, parlando di generica rabbia, invece che di pura violenza,  messa in atto dal conduttore, giusto per evitare di condannare la violenza dei militanti di SEL?

Due pesi e due misure“, si usa dire. Ma qui si esagera. Se Berlusconi critica certi magistrati politicizzati, è un gravissimo attacco all’autonomia della magistratura. Se dice che preferisce le belle ragazze ai gay è un gravissimo insulto ai “sessualmente diversi”. Se critica certi quotidiani che lo gratificano di ogni genere di insulto, è un gravissimo attentato alla libertà di stampa. Qualunque cosa dica è sempre un fatto gravissimo. Se invece Dario Fo insulta Brunetta, facendo dell’indegno e vergognoso sarcasmo sulla sua statura, non è un insulto o un’offesa, è “arte” (lo ha scritto sul blog di Grillo). Se Crozza fa lo stesso sbeffeggiando Brunetta per la sua statura, è “satira“. Se tutti i comici d’Italia da decenni sbeffeggiano e ridicolizzano Berlusconi in tutti i modi, non è un mezzo per delegittimarlo e screditarlo all’opinione pubblica, è “satira“. Se Moretti lo ha definito “Caimano“, Se Guzzanti lo ha chiamato “Draquila“, non è offensivo, è spettacolo, è arte. Se Di Pietro in Parlamento lo trattava da criminale e lo chiamava “Serpente a sonagli” e se Vendola, pochi giorni fa, lo ha definito come “Cancro“, non sono insulti, è dialettica politica.

Ecco perché in una tale situazione di sbando totale tutti si sentono autorizzati ad andare oltre i propri limiti. Comici che fanno i politici e politici che fanno ridere. Cantanti che si spacciano come pensatori e militanti di sinistra che spacciano la propaganda subdola come satira. Ministri congolesi che vengono a dettare le regole in Italia e presidenti che invece che essere super partes, sono soggetti politici di parte a tutti gli effetti e quotidianamente dispensano consigli, suggerimenti e proposte, invece che tacere.

Hanno rotto

Estate, tempo di rotture. Sarà il cambio di stagione, sarà il caldo, saranno le radiazioni solari, ma in questo periodo c’è un sacco di gente che rompe. Hanno rotto George Clooney e la Canalis. Pare che lei abbia avuto un ritorno di fiamma per Vieri, quello con cui aveva già rotto. Certo che questi VIP sono una rottura, cambiano partner come cambiano gli abiti secondo le stagioni. Hanno il partner stagionale, col timer, a rottura programmata.

Anche Charlene e Alberto di Monaco erano sul punto di rompere, a pochi giorni dalle nozze. A quanto riferiscono le cronache, lei era già con la valigia all’aeroporto, pronta a tornarsene a casa. L’hanno bloccata “al volo“, è proprio il caso di dirlo. Rottura evitata in extremis.

Ma la rottura che ha fatto più clamore, e che ieri campeggiava su tutte le prime pagine, è questa: “Santoro ha rotto con La7“. Beh, non è mica una novità, è da una vita che Santoro rompe a destra e a manca. Così, dopo aver rotto con la RAI, si diceva che sarebbe andato a rompere a La7. Ma il nostro “Michele chi?”, dopo essersi esercitato per anni a rompere, è diventato così bravo ed ha acquisito una tale perfezione che ora riesce a rompere ancora prima di cominciare. Un capolavoro.

Anche Simona Ventura, dopo Quelli che il calcio e Quelli che aspettano, ha fatto Quelli che rompono. Così rompe con la RAI e passa a Sky. Anche le rotture si evolvono e si adeguano alla nuova tecnologia. Così la nostra Simo dalle braccia rotanti come le pale di Mazinka, dopo avere rotto in analogico ed in digitale terrestre, ora proverà a rompere via satellite. E’ il progresso…

Rompe anche Lucia Annunziata che, dopo una litigata col suo direttore di rete Ruffini, lascia la RAI e non farà più “In mezz’ora“. Anzi, forse, andrà a farla da un’altra parte. Non è certo che la farà in mezz’ora, o se riuscirà a farla in dieci minuti, oppure abbia bisogno di più tempo. E’ risaputo che un brusco cambiamento di località, di orari e abitudini può compromettere la regolarità e creare qualche problema.

E infine, rompono anche Fazio e Saviano che tanto ci tenevano a rifare la loro “Vieni via con me“. Ma visto che la RAI non gliela lascia fare, Cip e Ciop hanno rotto con la RAI ed andranno a farla altrove. La faranno a La7, che sembra stia diventando il rifugio di tutte le rotture. Così Fazio ha preso per mano Roberto e, invitandolo a seguirlo, gli ha sussurrato: “Vieni via con me, Roberto…andiamo a farla a La7. Ci sono dei bagni favolosi!”.

Ora una domanda attraversa l’Italia intera: adesso, Santoro e Annunziata, dove andranno a farla…la trasmissione? Mah, mistero. Lo saprete alla prossima rottura. Non cambiate canale, restate con noi, linea alla regia, pubblicità…